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Il vangelo secondo il Piccolo Principe

GIANNATEMPO Stefano,
Claudiana, Torino, 2015,
pp. 140, € 12,50

 

Chi non conosce il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupery, testo cult della narrativa per ragazzi, ma che insegna moltissimo anche agli adulti, troverà in questo libro di Giannatempo un’occasione per colmare una lacuna. Chi lo conosce, avrà una prospettiva diversa per interpretarlo in un’ottica cristiana e arricchirne quindi il significato profondo di cui è già di per sé portatore. Il Piccolo Principe è un classico racconto di formazione, poetico, commovente, fantastico, istruttivo: Giannatempo lo trasforma in qualcosa di più, leggendolo come un commento laico al vangelo. Il saggio comprende 27 capitoli, come il racconto originale, ed ogni capitolo affronta il personaggio, il tema, l’evento che caratterizza il corrispondente capitolo del racconto secondo tre linee principali: una riflessione personale, legata alla propria esperienza, che ha attinenza con il soggetto da trattare;  un’interpretazione del soggetto nel contesto del racconto originale e in relazione ad analoghi episodi biblici o tematiche evangeliche e infine un’attualizzazione del messaggio, una riflessione sulle domande che suscita quel soggetto e sulle risposte che possiamo dare come cristiani. Completa ogni capitolo una scheda riassuntiva che, oltre a indicare i versetti biblici di riferimento, le frasi chiave del testo originale, il tema e la domanda di fondo, formula alcune proposte di animazione per la catechesi. Un esempio su tutti può essere il cap. 13, che ha per soggetto l’uomo d’affari, uno dei personaggi incontrati dal Piccolo Principe nei suoi vagabondaggi su altri pianeti. Il capitolo inizia con un ricordo personale, l’incontro con una leggenda relativa a Sant’Antonio e al tesoro di un avaro. Si prosegue con la descrizione dell’incontro tra il Piccolo Principe e l’uomo d’affari, per trarne una riflessione sul tema del possedere e sul diverso significato che esso ha per i due personaggi: per il secondo l’accumulo di ricchezza, per il primo la presa in cura nelle relazioni. Il capitolo si conclude con alcune citazioni del vangelo di Giovanni, che puntano l’accento sulla dedizione agli altri. Più articolato il cap. 21, dedicato alla volpe, personaggio chiave del racconto originale, che fornisce l’occasione per riflettere sul significato del verbo addomesticare, cioè creare quei legami che consentono di considerare unico ed irripetibile per noi l’oggetto o la persona che abbiamo “addomesticato”, e quindi sul valore dell’amicizia e dell’amore. In conclusione, un bellissimo e originale saggio, che non ha semplicemente lo scopo di commentare un testo, ma quello di ricercare spunti, sollevare interrogativi, scuotere le coscienze, riscoprire e approfondire il significato dei valori cristiani di cui spesso ci dimentichiamo di esseri portatori.

 

Antonella Varcasia

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Padre nostro

EDUARD LOHSE,
Paideia, Brescia, 2013,
pp. 150, Euro 16,00

Il pregio di questo commento al Padre nostro è quello di calare la preghiera cristiana più famosa all’interno dell’ambiente giudaico da cui è scaturita, analizzandola da quella prospettiva per coglierne sia la continuità con la tradizione giudaica sia gli elementi originali che essa propone. Il testo è suddiviso in tre capitoli, seguiti da un’appendice. Il primo capitolo prende in considerazione la tradizione del Padre nostro, le differenti versioni di Matteo e Luca, l’originale aramaico e il testo greco, suggerendo che nella sua forma primaria la preghiera doveva avere un andamento poetico, e infine prende in esame le preghiere giudaiche del tempo di Gesù, in particolare quelle scoperte a Qumran, lo Shemà, il Qaddish e le Diciotto Benedizioni, concludendo che Gesù ha sicuramente attinto a questa ricca tradizione, ma l’ha poi rielaborata in modo originale. Il secondo capitolo analizza le sette petizioni del Padre nostro, soffermandosi su ogni singola parola, di cui viene ricercato il significato, anche attraverso il confronto con il suo uso nel giudaismo. Ad esempio, l’autore analizza il significato del termine Padre in alcune preghiere giudaiche, dove la designazione di Dio come Padre è strettamente unita alla maestà divina e non è mai pronunciata da un singolo, a differenza del Padre nostro, in cui essa indirizza l’orante verso un atteggiamento di fiducia. La richiesta della venuta del Regno è compresa alla luce dell’escatologia giudaica, da cui Gesù riprende la nozione di signoria di Dio, svincolata però dalle sue connotazioni politiche, ed è collegata alle parabole contenute nei Vangeli su questo tema (il seme che cresce da sé, il granello di senape, il lievito e il seminatore). La petizione del pane occupa uno spazio particolare per l’analisi del termine greco tradotto generalmente con “quotidiano”, ma che è un termine rarissimo in tutta la letteratura antica, la cui radice potrebbe riferirsi al verbo essere o al verbo andare, conducendo a significati anche teologicamente diversi: basti pensare alla traduzione latina della Vulgata, dove il pane quotidiano è definito “ultraterreno”. La richiesta del pane è poi messa a confronto con il Discorso della montagna, che, con il suo invito a non preoccuparsi per il domani, sembra mal conciliarsi con la petizione del Padre nostro. Sulla questione del perdono si analizza la differenza tra Luca e Matteo, che usano, rispettivamente, il presente e il passato del verbo “rimettere”: l’impostazione matteana, che potrebbe alludere ad una reciprocità contrattuale (l’uomo otterrebbe il perdono solo se ha perdonato a sua volta), viene invece da Lohse spiegata con una diversa traduzione dell’originale aramaico. Anche qui la petizione viene affiancata ad una parabola, quella del servo spietato, per sottolineare il rapporto tra preghiera ed azione. Il terzo capitolo riepiloga il significato complessivo del Padre nostro e analizza l’uso della preghiera nel primo contesto cristiano, ad esempio nella Didachè: la preghiera di Gesù diventa simbolo dell’unione tra giudei e cristiani, che potrebbero “riscoprire il legame che li unisce in virtù della storia comune”. Interessante, anche se appesantita da una certa ripetitività, è l’Appendice, in cui l’autore esamina il commento al Padre nostro effettuato dai Riformatori e quello presente in diversi catechismi cattolici o in autori moderni, sia cattolici che protestanti, per ribadire l’importanza ecumenica di questa preghiera che, come disse Tommaso d’Aquino, nonostante le divisioni all’interno della cristianità, “rimane il bene comune e un appello urgente per tutti i battezzati”.
Antonella Varcasia

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Ritratti di Paolo

MALINA Bruce e NEYREY Jerome,
Paideia, Brescia, 2016,
pp. 273, Euro 32,00

Partendo dalla considerazione che il pensiero di un autore vada contestualizzato nella sua epoca e nel suo ambiente, il testo analizza la figura di Paolo dal punto di vista dell’antropologia culturale, cioè non con gli occhi dell’occidentale moderno, ma con quelli di un uomo mediterraneo del I secolo, servendosi dei modelli in uso nell’epoca antica per valutare la personalità, come gli encomi, stilati secondo le regole contenute in appositi manuali; i discorsi giudiziari di difesa, che seguono i dettami della retorica; i trattati di fisiognomica, che interpretano il carattere in base all’aspetto esteriore. Ogni modello è applicato a un diverso tipo di testi: il primo alle parti autobiografiche delle lettere; il secondo ai discorsi apologetici degli Atti; il terzo alle immagini fisiche di Paolo proposte dai testi apocrifi. La tesi sostenuta è che, a differenza dell’occidentale moderno, individualista e autoreferenziato, Paolo è imbevuto di cultura collettivista ed orientato al bene del gruppo. La distinzione tra culture individualiste, dominate da una mentalità psicologica, e collettiviste, dominate da una mentalità sociale, spiega come non sia possibile interpretare il pensiero paolino da una prospettiva moderna. In base ai tre modelli utilizzati, Paolo emerge sempre come una persona orientata al gruppo, il cui ambiente culturale attribuiva importanza all’origine, alla nascita, alla provenienza geografica, alla parentela, all’educazione, alle capacità, ma anche ai “fatti di fortuna”, ossia alla prosperità che attestava il favore divino. Questi sono gli elementi tipici dell’encomio, di cui Paolo si serve in Galati, Filippesi e 2 Corinzi per rivendicare il proprio status e la propria autorità, ma anche del discorso forense di difesa, che rinveniamo in Atti 22-26, dove Luca mette in risalto non le caratteristiche individuali di Paolo, ma la sua integrazione nel gruppo e la sua conformità alle regole sociali. E sono anche gli elementi dei trattati di fisiognomica che, dagli stereotipi geografici, etnici, di genere e dalle tipologie anatomiche, deducono le caratteristiche morali di una persona: così gli Atti di Paolo e Tecla ci presentano l’apostolo con i tratti fisici del guerriero ideale, maschio, virile, nobile, autorevole. Il testo analizza poi i valori tipici delle culture collettiviste, come l’integrazione, la tradizione, il rispetto e il giudizio degli altri, l’involuzione sociale, gli stereotipi di genere e quelli relativi alla moralità, le relazioni interpersonali, il rapporto con la natura, l’orientamento temporale al presente o al passato: tutto per sostenere che in tali culture il comportamento sociale è determinato dagli obiettivi del gruppo, che mirano al bene comune. Il testo è spesso ripetitivo, ma la presentazione dei vari ritratti di Paolo secondo la prospettiva antica e la sua interpretazione come mediterraneo del I secolo imbevuto di cultura collettivista ci permette di cogliere più precisamente la sua personalità e il suo pensiero.

 Antonella Varcasia

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Tu sei il re dei Giudei?

GIORGIO JOSSA,
Carocci, Roma, 2014,
pp. 250, Euro 21,00

Il recente libro di Jossa si inserisce nella ricerca sul Gesù storico con diversi intenti: a) riaffermare il valore storico del Vangelo di Marco, preferibile a quello di Giovanni; b) ricostruire una vita di Gesù non focalizzata su aspetti della sua predicazione (il regno, i miracoli, la legge) o della sua personalità (profeta, guaritore, maestro), ma su uno sviluppo del suo pensiero ed una graduale presa di coscienza della sua missione; c) prendere posizione nei confronti delle precedenti ricerche sul Gesù storico, ridimensionando i criteri della dissomiglianza e della plausibilità, che considerano autentici solo i detti di Gesù che, rispettivamente, non trovano o trovano un parallelo nel giudaismo del suo tempo. L’autore sottolinea affinità e diversità di Gesù con le principali correnti giudaiche e conclude che egli non può essere appartenuto né ai Farisei, né ai Sadducei né agli Esseni né ai seguaci di Giuda il Galileo, mentre mostrerebbe più affinità con i movimenti apocalittici, messianici e penitenziali, come quello di Giovanni Battista, di cui avrebbe sicuramente fatto parte nella prima fase della sua vita, staccandosene poi per la graduale acquisizione di un’autocoscienza messianica e per una svolta alla sua predicazione, che si sposta dall’annuncio del giudizio a quello del regno di Dio. La fase galilaica di Gesù è infatti caratterizzata dall’annuncio dell’imminenza del regno, che non sarebbe né la liberazione dall’oppressione romana, né la restaurazione escatologica del popolo di Israele, né la realizzazione utopica di uno stato sociale egualitario: anche qui Jossa sottolinea un’evoluzione del pensiero di Gesù, il quale avrebbe dapprima auspicato un regno terreno e solo in un secondo momento avrebbe maturato la concezione di un regno trascendente. Solo così si spiegano alcune contraddizioni dei Vangeli: da un lato l’elezione simbolica dei Dodici e l’entrata trionfale a Gerusalemme, segni di una concezione regale; dall’altro il riconoscimento di legittimità al potere romano espresso nell’episodio del tributo a Cesare. Segno concreto del regno di Dio sono i miracoli: il successo della sua attività di taumaturgo avrebbe convinto Gesù che il regno di Dio non era solo vicino, ma era già in qualche modo presente, segnando un’ulteriore svolta nel suo pensiero ed alimentando la sua coscienza messianica: pur senza condividere l’idea nazionalistica del Messia davidico, Gesù avrebbe gradualmente compreso di essere l’iniziatore di una nuova era, quella dell’avvento del regno di Dio. Strettamente legata al regno è anche l’etica di Gesù, come si manifesta nelle antitesi del discorso della montagna, che evidenziano non un contrasto con l’etica giudaica della legge, bensì una sua radicalizzazione. Particolarmente importante è il capitolo dedicato all’autocoscienza messianica di Gesù, in cui Jossa analizza gli episodi dell’ingresso a Gerusalemme, del tributo a Cesare e della purificazione del Tempio per ridimensionarli, negandone il collegamento diretto con la condanna a morte di Gesù, il quale ha comunque una concezione diversa della messianicità, che non rinvia ad un sovrano guerriero che rifiuta il dominio romano. Circa poi la comprensione dell’inevitabilità della propria morte, Gesù vi sarebbe arrivato solo dopo la salita a Gerusalemme, quando, dovendosi scontrare con le autorità, avrebbe capito di dover mettere in conto la possibilità di venire ucciso. Di questa consapevolezza sarebbero prova sia l’Ultima Cena, svoltasi prima della Pasqua, perché Gesù sapeva che non sarebbe arrivato vivo al giorno festivo, sia le parole da lui pronunciate, che fanno riferimento alla propria prossima morte. Non solo, ma Gesù, vedendo allontanarsi la venuta del regno, avrebbe deciso solo allora di inserire la propria morte nel piano salvifico divino. Un ricostruzione della vita di Gesù basata quindi su uno sviluppo graduale del suo pensiero, che ci rende questa figura più viva ed umana.

 

Antonella Varcasia

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Il Vangelo secondo Harry Potter

PETER CIACCIO,
Claudiana Editrice, Torino, 2011,
pp. 110, Euro 10,00

 

Non so se avete letto i libri di Joanne Rowlings che narrano le avventure del celebre Harry Potter o se avete visto i film tratti da quei libri, ma questo testo del pastore Peter Ciaccio vi farà desiderare di conoscere più da vicino questo personaggio e il mondo magico nel quale la sua saga è ambientata. Il titolo non deve ingannare: non si tratta di teologia “pura”, ma di un gustoso (per quanto serio) tentativo di ritrovare – nei libri come nei film della serie – echi e suggestioni cristiane o, più generalmente, bibliche, in polemica con chi vede in questi racconti fantasy uno strumento di Satana che, attraverso l’istigazione alla magia, spinge i ragazzi verso il Male. Niente di più falso: e Peter Ciaccio ce lo dimostra, rintracciando nell’opera della Rowlings i concetti di vocazione e di predestinazione, i temi della morte e dell’amore, gli inganni del potere e il senso della giustizia, e stabilendo addirittura un confronto tra le “maledizioni senza perdono”, proibite nella scuola di magia di Hogwarts, e il “peccato imperdonabile” contro lo Spirito Santo di cui parla Gesù nel Vangelo di Matteo. Queste suggestioni cristiane, di cui forse l’autrice stessa è inconsapevole, convivono nella sua opera accanto ad echi della mitologia classica, celtica e nordica, con l’effetto di indirizzare i minori verso una crescita responsabile e una giusta presa di posizione nell’eterna lotta tra il Bene e il Male. La saga di Harry Potter è un classico romanzo di formazione, in cui la magia è solo uno strumento per catturare l’attenzione dei lettori divertendoli e stimolandone la fantasia. Infatti, essa non è offerta come la facile soluzione a tutti i problemi: è un dono, ma è anche una conquista, perché la si raffina con l’impegno e lo studio, e il mondo magico in cui Harry si muove non è alternativo, ma parallelo al nostro e non è un mondo idilliaco, ma ripropone le stesse dinamiche del nostro mondo, gli stessi problemi, le stesse paure; inoltre, l’uso della magia è vietato al di fuori della scuola di Hogwarts. Perno centrale del pensiero della Rowlings sembra essere, secondo Ciaccio, il superamento di una visione dualistica del mondo, a favore di una maggiore complessità del singolo individuo: lo stesso Harry, lungi dall’essere l’eroe per eccellenza, è pieno di dubbi, incertezze e sfumature ambigue che lo rendono perfettamente “normale”. Il superamento del banale schematismo bianco-nero e buono-cattivo è un monito contro ogni razzismo, che ci riporta alle parole di Paolo nella lettera ai Galati: “Non vi è nè Giudeo, nè Greco; non vi è nè servo, nè libero; non vi è nè maschio, nè femmina, poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”.

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I vangeli. Variazioni lungo il racconto

YANN REDALIE’,
Claudiana Editrice, Torino, 2011,
pp. 239, Euro 15,00

Punto di forza di questo testo è la dimostrazione della sostanziale unità della narrazione evangelica, attraverso la diversità dei racconti presentati dagli evangelisti, e la difesa di questa “pluralità limitata” come garanzia di libertà, che impedisce una chiusura nel dogma e nell’ideologia e apre invece al confronto e al dialogo. L’autore, dopo aver sottolineato l’importanza teologica del genere narrativo, in quanto mezzo attraverso cui viene trasmessa la rivelazione divina, e dopo aver tracciato una sintesi della nascita di Vangeli e Lettere e dell’iter di formazione del canone del Nuovo Testamento, passa in rassegna, attraverso i diversi racconti evangelici, i punti salienti della vita di Gesù, a partire dalle sue origini e dalla sua famiglia, per passare alle sue parole e alle sue azioni e concludere con la sua passione e la sua resurrezione. Già a proposito delle origini emerge la differenza tra Matteo e Luca nel presentare l’investitura di Gesù, cioè la legittimazione a compiere la sua missione: per l’uno la genealogia e il ciclo dell’infanzia che lo presentano come un nuovo Mosè; per l’altro l’inaugurazione del ministero pubblico a Nazareth con la citazione di Isaia, che lo presenta come il profeta liberatore atteso. Un intero capitolo è dedicato alla figura di Maria e al tentativo di darne un’interpretazione ecumenica, che superi le differenze di approccio tra protestanti e cattolici, trovando proprio nel Nuovo Testamento una diversità di ritratti, che danno una visione molto differenziata della madre di Gesù. Analogo atteggiamento è riservato alla famiglia di Gesù, in particolare al problema dei fratelli di sangue, con un esame accurato dei testi biblici e uno studio critico sulle interpretazioni date nei secoli su questo argomento. La sezione relativa alle azioni e alle parole di Gesù sottolinea l’importanza del genere narrativo, attraverso un’esegesi approfondita del miracolo dell’indemoniato di Gerasa e uno studio sul ruolo della parabola nella predicazione di Gesù. Si esamina poi il comandamento dell’amore per il prossimo, in particolare per i nemici, con un’interessante interpretazione dei concetti di “limite” e di “reciprocità” e un’analisi della parabola del Buon Samaritano. Il rapporto tra Gesù e il Tempio è occasione per discutere sul significato del sacrificio nell’ebraismo e sulle alternative al Tempio offerte da Qumran e da Giovanni Battista. La passione di Gesù è raccontata attraverso le diverse interpretazioni che gli evangelisti ne hanno dato, utilizzando le metafore del tempo (espiazione vicaria, sofferenza del giusto, riscatto), ma con un particolare riferimento al racconto di Marco e alla sua ironia drammatica. Per la resurrezione, invece, si prendono come riferimento il racconto lucano dei discepoli di Emmaus e quelli giovannei dell’apparizione alla Maddalena e dell’incredulità di Tommaso: in tutti i casi si sottolinea il rapporto tra presenza e assenza di Gesù, che ritroviamo nel racconto dell’ascensione, che apre alla svolta escatologica. Un capitolo è poi dedicato all’etica del Nuovo Testamento, sia in rapporto all’Antico, sia in relazione ai diversi approcci possibili (letteralista, idealista, analogico, aperto al confronto). L’opinione dell’autore è che Gesù proponga un cambio di prospettiva e un riordinamento della gerarchia dei valori, mentre Paolo propone un’etica dell’imitazione, non di tutta la vita di Gesù, ma solo della croce, e un’etica della libertà, in cui il punto di partenza è il prossimo. Conclude il testo un capitolo sulle diverse modalità di studio del testo biblico, la cui pluralità rappresenta per tutti i credenti un bene e una ricchezza.

 

Antonella Varcasia

 

 

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Il racconto di Marco

RHOADS David, DEWEY Joanna, MICHIE Donald,
Paideia, Brescia, 2011,
pp. 241, Euro 25,40

 

La storia di un racconto che si legge come un racconto… E’ quanto fa questo testo di tre professori americani che, applicando al Vangelo di Marco i metodi dell’esegesi narrativa, lo analizzano come una fiaba o una novella. Innanzi tutto viene esaminata la figura del narratore, che in Marco, con la sua onniscienza, ha il ruolo di tenere informato il lettore, guidarlo, fornirgli informazioni privilegiate, che i personaggi del racconto ignorano, tenere alta la suspense, trasmettere il proprio punto di vista, e quindi il sistema di valori e credenze in esso implicito. Anche l’ambientazione ha il suo ruolo, quello di creare le condizioni entro cui si muovono, non casualmente, i personaggi. Per quanto riguarda l’intreccio, elemento costitutivo di ogni racconto, gli autori si soffermano in particolare sull’esame dei conflitti, utili per vedere il disegno degli eventi che dà significato alla narrazione. Ogni racconto consiste, in fondo, nel perseguimento di un obiettivo e nelle forze che confliggono nel tentativo di raggiungerlo o contrastarne il raggiungimento. Nel caso del Vangelo di Marco vengono analizzati tre tipi di conflitto: quello di Gesù con le forze non umane (demoni, malattia, natura), basato su miracoli ed esorcismi; quello con le autorità, visto nei termini di sconfitta e vittoria, perché esso porta Gesù alla morte, ma anche alla resurrezione; quello con i discepoli, caratterizzato dall’alternarsi di successo e fallimento. In ogni caso il conflitto riguarda lo scontro tra i valori del Regno di Dio e l’egoismo umano. I personaggi, divisi in quattro gruppi (il protagonista Gesù; l’antagonista, ossia le autorità; i discepoli e i personaggi minori) sono presentati dall’Evangelista con l’intento di sensibilizzare il lettore ad accettare la “via positiva”, ossia vivere secondo le regole del Regno di Dio, e rifiutare la “via negativa”, vissuta secondo le regole umane. Il narratore, perciò, orienta la presa di distanza o l’identificazione del lettore coi personaggi, suscitando simpatia o disapprovazione nei loro confronti. La parte conclusiva del libro è dedicata al lettore, quello di ieri come quello di oggi: un racconto, infatti, può diventare se stesso soltanto tramite il canale del lettore, che lo recepisce e gli dà significato. La lettura è un dialogo, da cui entrambi gli interlocutori possono essere influenzati: il narratore cerca di indirizzare il lettore, in questo caso invitandolo a diventare seguace di Gesù; il lettore subisce il fascino della storia fino a cambiare la sua vita o i suoi valori oppure, al contrario, rimane indifferente o la rifiuta. Per chi ne subisce il fascino questo testo aiuta a comprenderne il perché.

Antonella Varcasia

 

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La nascita del giudaismo dallo spirito del cristianesimo

SCHÄFER Peter,
Paideia, Brescia, 2014,
pp. 188, Euro 22,00

E’ ormai acquisito che il cristianesimo non sia nato come una religione autonoma contrapposta al giudaismo, ma che anzi abbia avuto origine all’interno di esso, ma solo di recente gli studi si sono focalizzati sui rapporti reciproci tra i due movimenti e sull’influsso che a sua volta il cristianesimo ha avuto sulla nascita del giudaismo rabbinico. E’ proprio su questa influenza che si sofferma il testo di Schäfer, il cui pregio risiede soprattutto nella novità delle teorie sviluppate, nell’originalità del materiale studiato, nella prospettiva inconsueta da cui vengono analizzati i rapporti tra cristianesimo e giudaismo. La tesi di Schäfer è che i due sistemi di pensiero si sono sviluppati parallelamente dalla comune radice del giudaismo classico, influenzandosi a vicenda, prima di prendere strade diverse: il giudaismo avrebbe eliminato alcuni elementi presenti nella propria tradizione proprio in quanto usurpati dal cristianesimo, o, al contrario, si sarebbe riappropriato di tali elementi, riaffermandoli orgogliosamente proprio per ribadire la loro appartenenza originaria alla tradizione giudaica. Il libro si sofferma, in particolare, sul tema del messia bambino, sulla polemica contro la teologia binitaria e sul concetto del messia sofferente. Quanto al primo argomento, l’autore prende spunto da un racconto del Talmud palestinese, con la nascita del re messia Menachem a Betlemme e la sua sparizione ad opera di un vortice di vento, per analizzare questa tradizione, parallela a quella classica del messia adulto, e concludere che la storia talmudica sarebbe un capovolgimento ironico del racconto di Natale neotestamentario: in particolare, i sentimenti omicidi della madre nei confronti del figlio esprimerebbero il desiderio di uccidere il nascente cristianesimo. Il secondo tema viene affrontato sotto diverse angolazioni, per dimostrare che una parte del giudaismo cercava di ammorbidire il rigido monoteismo tradizionale. Tracce di una concezione binitaria della divinità si rinvengono infatti in diversi elementi e testi, come nella teologia della Sapienza, nei diversi nomi di Dio, nelle sue diverse incarnazioni, in particolare nella presenza di un Dio vecchio, giudice, e di un Dio giovane, guerriero. Schäfer avanza l’ipotesi di un’influenza della struttura dell’Impero romano di epoca dioclezianea, con la sua diarchia e la sua tetrarchia, i suoi augusti e i suoi cesari, e, studiando i motivi del Figlio dell’Uomo e dell’angelo Metatron nella letteratura canonica ed apocrifa, conclude che l’idea delle due potenze fosse presente soprattutto a Babilonia, in cerchie giudaiche che avevano risentito dell’influenza del cristianesimo: è qui che si ritrova l’idea di un essere umano straordinario asceso al cielo e trasformato in vicerè divino, idea che capovolge l’insegnamento neotestamentario, in cui è l’essere divino che si incarna, rinunciando alla sua divinità. Sull’ultimo punto Schäfer analizza un’altra figura di messia, appartenente alla stirpe di Efraim, il quale, a differenza di quello della stirpe di David, finisce ucciso nello scontro escatologico. Esso è presente in diversi testi giudaici, specie in alcune omelie, dove il ruolo di redentore è stabilito a monte da Dio: Efraim dovrà soffrire, dopo essersi incarnato ed essere stato inviato sulla terra, per poter permettere la creazione dell’uomo. Le tracce cristiane in queste omelie indicherebbero una riappropriazione giudaica di concetti usurpati dal cristianesimo. In conclusione, con la sua ricchezza di contenuto e di significato, il libro di Schäfer ha tutto il fascino della ricerca e costituisce un ulteriore passo avanti nella consapevolezza della nascita comune di giudaismo e cristianesimo, fratelli nutriti dallo stesso grembo.

 

Antonella Varcasia

 

 

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Deuteronomio

GERHARD von RAD,
Paideia Editrice, Brescia, 1979,
pp. 231, Euro 18,00

Il “Deuteronomio” di Gerhard von Rad è un libro senza tempo: nonostante siano passati alcuni decenni, esso mantiene inalterato il suo fascino e la sua attualità ed è facilmente reperibile. Il merito è forse del suo linguaggio scorrevole e comprensibile, che fa luce su un testo “difficile”, come è comunemente ritenuto il Deuteronomio. A differenza di Genesi ed Esodo, che sono libri più narrativi, il Deuteronomio è un libro teologico: invece delle storielle dei Patriarchi e dei racconti del deserto, qui abbiamo lunghi discorsi di Mosè, elenchi puntigliosi di leggi che regolamentano ogni aspetto della vita, strani rituali di benedizione e maledizione. Tutto è finalizzato a sottolineare i temi che stavano a cuore al redattore deuteronomista: il monoteismo, il patto, la centralizzazione del culto, la separazione del popolo eletto dai Gentili. L’esegesi di von Rad, condotta secondo il metodo storico-critico, ci permette di districarci nella complessità del testo, evidenziando le stratificazioni che si sono succedute nel tempo e che sono attribuibili a fasi storiche, autori e quindi anche mentalità e intenzioni differenti. In tal modo riusciamo a capire i motivi di certe usanze per noi inconcepibili, come lo sterminio, a spiegarci certe contraddizioni, a chiarire l’oscurità di talune affermazioni, a riconoscere le formule tipiche e i generi letterari, a evidenziare le interpolazioni tardive. Von Rad spiega il testo puntualmente, capitolo per capitolo, versetto per versetto, ma la sua non è un’esegesi erudita, finalizzata a mostrare il suo sapere: è invece un’esegesi chiarificatrice, ricca di contenuto, ma condotta con un linguaggio accessibile a tutti. Particolarmente interessante è il raffronto tra i comandamenti in Esodo 20 e in Deuteronomio. Il decalogo sembra identico, ma von Rad ci fa capire che la diversa motivazione messa a base del rispetto del sabato sottolinea un mutamento nella struttura sociale, che ora si fa più attenta ai bisogni del popolo: il sabato associato non più alla creazione, ma all’uscita dall’Egitto, ed esteso a schiavi, stranieri e animali domestici, denota sensibilità psicologica e caritativa piuttosto che cultuale, come era invece nel racconto dell’Esodo. Allo stesso modo, la “spigolatura” è giustificata da un motivo non più sacrale (lasciare qualcosa per gli spiriti dei campi), ma umanitario (lasciare qualcosa per i poveri). L’autore si sofferma anche sulle diverse motivazioni che sono alla base della centralizzazione del culto, sulle varie interpretazioni dell’anno sabbatico, sul significato di alcuni termini, come “giustizia”, sul passaggio delle feste di Israele da celebrazioni di natura agricola a memorie della storia salvifica. Il Deuteronomio, infatti, recupera e attualizza antiche tradizioni cultuali e giuridiche: anche ciò che sembra più innovativo e rivoluzionario, come l’abolizione del principio della responsabilità collettiva, in realtà è, secondo von Rad, anteriore al Deuteronomio stesso, mentre altri elementi, come il concetto del ritorno di Israele, appartengono già all’opera storiografica deuteronomistica, in cui il Deuteronomio è stato letterariamente inserito. In conclusione, il commento di von Rad rappresenta un utilissimo strumento per affrontare la lettura del libro biblico, mettendoci in grado non solo di capire, ma anche di amare questo testo, di cui ci fa riscoprire il fascino e l’attualità.

 

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I Salmi. Vol. I

ZENGER Erich, Paideia, Brescia, 2013,
pp. 203, Euro 18,80

L’esegesi dei Salmi condotta da Erich Zenger ha un taglio particolare, che la rende degna di nota, al di là della competenza storica, filologica e teologica di cui dà testimonianza. Il Salterio è interpretato all’interno del suo contesto veterotestamentario, ma con un risvolto attualizzante che ne motiva anche l’uso cristiano, tradendo l’impegno dell’autore nel dialogo Ebreo-Cristiano. Zenger, ad esempio, rifiuta il concetto che il Dio di vendetta sia tipico dell’Antico Testamento, esistendone testimonianze anche nel Nuovo, e intende le espressioni di odio di alcuni Salmi (ad es. Sl 137, 8) non come dogma, ma come forma di poesia, manifestazioni di paura, dimostrazione che Dio non è neutro di fronte al dolore. In questo primo di quattro volumetti previsti (due finora pubblicati) l’autore prende in considerazione alcune tipologie di Salmi, ad ognuna delle quali è dedicato un capitolo, con una breve introduzione sulla tipologia e l’analisi di due o tre Salmi per tipo. Per ogni Salmo l’autore effettua un commento generale ed un’esegesi specifica, con proposte di struttura e di datazione, analisi degli ambienti di utilizzo e delle modalità di composizione. Dopo aver spiegato l’inquadramento dei Salmi nella Bibbia, le diverse traduzioni, i titoli, il genere letterario, la metrica, il contesto vitale di produzione, l’autore analizza le diverse tipologie di Salmi: i primi due e gli ultimi due Salmi del Salterio, che fungono da cornice teologica e politica di tutto il libro; i Salmi di lamento e di ringraziamento, che erano recitati nella famiglia o nel clan o nel santuario locale; i Salmi della teologia di Sion, che hanno come riferimento il Tempio, e quelli della teologia del popolo di Dio, che riguardano il popolo. In particolare, il Sl 47 colpisce per la visione universalistica del popolo di Dio, probabilmente non abbastanza compresa dalla Chiesa quando canta questo Salmo nel giorno dell’Ascensione. Dei Salmi storici viene esaminato il Sl 114, in cui si propone un’attualizzazione dell’Esodo, mentre dai Salmi regali l’autore ricava il senso della responsabilità della politica sul benessere del popolo. All’opposto dei Salmi regali si trovano i Salmi che spostano l’attenzione sui poveri, in quanto alla base del Dio dei poveri c’è la mancanza di fiducia nel re. I Salmi di lode al Dio creatore, come il Sl 33, hanno il loro contesto nel culto ufficiale, in quanto, a differenza dei Salmi individuali di lamento e ringraziamento, essi cantano Jhwh come signore del cosmo, come Dio di un popolo. Di grande importanza teologica è il Sl 8, che mette a raffronto la maestà di Dio e la piccolezza dell’uomo, considerato sovrano degli animali, col compito di difendere la natura, come fa un buon re. L’ultimo capitolo è dedicato alla mistica di Dio, cioè al rapporto stretto, di relazione intima, che si instaura tra Dio e l’uomo: l’autore prende in esame, fra gli altri, il Sl. 23, reinterpretato non come canto di ringraziamento per il pasto rituale, ma come Salmo di fiducia che usa la metafora del pastore per indicare il buon re. In conclusione, un lavoro esegetico accurato ed approfondito, che esamina i Salmi sotto il profilo letterario, filologico, storico e teologico, che li inquadra nel loro contesto storico-geografico, spiegandone alcuni passaggi con richiami intertestamentari e legando alcune immagini alle tradizioni giudaiche o vicino-orientali, sulle quali ci fornisce interessanti informazioni: ad esempio, la differenza tra i gruppi dei Coraiti e degli Asafiti; l’uso dell’olio nel mondo antico; il motivo del giubilo, usato per l’incoronazione del re, per il raccolto, per la salvezza escatologica; il concetto del sogno profetico. Ma il merito maggiore di questo testo è il tentativo di accordare l’uso cristiano dei Salmi con la loro originaria destinazione giudaica, conservandone quindi il significato primario, che non viene svalutato, ma anzi rafforzato, ma da cui viene tratto anche un senso per la nostra spiritualità moderna e cristiana.

 

Antonella Varcasia