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Come gli angeli giungono a noi

HELMUT FISCHER,
Claudiana Editrice, Torino, 2015,
pp. 107, Euro 14,90

 

Breve e semplice questo testo di Helmut Fischer, teologo tedesco, che, con un linguaggio colloquiale e scorrevole, affronta un tema teologico denso e ricco di spunti e riferimenti interculturali, senza appesantirlo con disquisizioni dogmatiche o filosofiche, ma limitandosi a tracciare una sintesi, comunque completa per quanto ci interessa, della storia dell’angelologia. Il testo perde, ovviamente, di profondità accademica, ma ci guadagna in chiarezza e semplicità. E’ quindi un libro divulgativo, alla portata di tutti, che parte dalla constatazione di come, nonostante la secolarizzazione, la laicizzazione e la modernizzazione della nostra società e delle religioni, l’interesse per gli angeli non solo non sia diminuito, ma anzi accresciuto, e come la fede negli angeli sia presente anche in coloro che non professano una fede religiosa. Il libro contiene innanzi tutto una storia dell’origine della figura angelica, che non è specifica del cristianesimo, ma ha i suoi precursori in altre culture, in particolare nell’ebraismo, nello zoroastrismo e nell’ellenismo, cui si aggiungono nel tempo le influenze di sistemi filosofici, come lo gnosticismo e il neoplatonismo. Gli angeli nascono dall’esigenza di avere un intermediario, man mano che si affermano la trascendenza di Dio e il monoteismo: essi assumono i ruoli prima svolti direttamente da Dio nel suo rapporto con gli uomini e nel cristianesimo primitivo ereditano le funzioni già ricoperte nell’Antico Testamento: sono interpreti, messaggeri, aiutanti. Con il tempo il sistema angelico si articola e arricchisce, fino a dare vita alla gerarchia dello Pseudo Dionigi, che li suddivide in tre triadi, ognuna delle quali viene analizzata da Fischer, con riferimento anche alla sua rappresentazione figurativa: dall’aspetto di uomini barbuti o di giovani imberbi all’acquisizione dell’aureola e delle ali, dai simboli della sfera, dello scettro, degli abiti, del diadema, agli attributi del giudizio apocalittico, come la tromba o la spada. L’autore affronta poi la storia degli angeli nel Medioevo latino, nella Scolastica, nella Riforma, nell’Illuminismo, nel mondo cattolico ed ortodosso, cercando di evidenziare la concezione che di volta in volta è prevalsa: accettazione o rifiuto, interpretazione salvifica o simbolica, rifiuto del culto o uso nella liturgia. Una particolare attenzione è dedicata alla figura dell’angelo custode, che ancora oggi conosce un grande sviluppo nelle scienze e nelle arti. Col tempo gli angeli si modificano, acquistando maggiore realismo e perdendo il proprio significato religioso, fino a diventare gli amorini, simboli terreni del piacere sensuale. Il testo, arricchito da molte illustrazioni, termina con alcune riflessioni sul significato dell’angelo oggi, nella nostra vita personale: può essere considerato il messaggio d’aiuto nel bisogno o il messaggero che ci dà la forza di accettare ciò che non possiamo cambiare: è comunque un segno della presenza di Dio nella nostra vita.

 

Antonella Varcasia

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Gli Ebrei di Lutero

 di THOMAS KAUFMANN,
Claudiana, Torino, 2016,
pp. 219, Euro 19,50

Una corretta celebrazione della Riforma non può prescindere da una valutazione obiettiva dei suoi lati oscuri. E’ quanto cerca di fare, con grande rigore storico, questo testo di Kaufmann a proposito dell’atteggiamento di Lutero nei confronti degli ebrei. L’obiettivo è quello di inquadrare storicamente tale aspetto cogliendone la diffusione generalizzata anche negli ambienti cattolici ed umanistici dell’epoca, al fine non di giustificarlo, ma di comprenderne le motivazioni.

Il testo approfondisce diversi elementi: innanzi tutto il passaggio di Lutero dall’antigiudaismo, caratterizzato da motivazioni religiose, all’antisemitismo, improntato invece ad un odio razziale. In secondo luogo Kaufmann affronta il differente atteggiamento del primo Lutero rispetto a quello maturo: la prima fase si rispecchia nel trattato Gesù Cristo è nato ebreo (1523), caratterizzato dalla tolleranza e da un atteggiamento benevolo che fece addirittura sperare gli ebrei del suo tempo di aver trovato in lui un amico e sostenitore; la seconda risalta particolarmente nell’opera Degli ebrei e delle loro menzogne (1543), segnata invece da un fermo rifiuto, da un linguaggio volgare e da una polemica violenta che arrivava fino a propugnare l’espulsione degli ebrei dall’Europa cristiana.

Kaufmann cerca di comprendere le motivazioni dell’uno e dell’altro atteggiamento, sostenendo che il mutamento non è imputabile alla modifica delle convinzioni teologiche, bensì ad una serie di fattori “pratici”, prima fra tutti la delusione per le mancate conversioni degli ebrei, che Lutero riteneva possibile ottenere con un atteggiamento benevolo e che invece non ebbero luogo nella misura sperata: questo “indurimento” degli ebrei convinse Lutero della loro natura demoniaca.

Infine, l’autore affronta la storia degli effetti, attraverso una carrellata storica caratterizzata da una “recezione selettiva” che, rifacendosi al primo o al secondo Lutero, ha recepito ora l’atteggiamento tollerante ora quello polemico: ad esempio, i pietisti considerarono Lutero un modello di tolleranza e di mentalità illuministica; i populisti e i nazisti lo strumentalizzarono per sostenere la politica razziale. A parere di Kaufmann, gli scritti di Lutero non possono aver ispirato direttamente l’ideologia antisemita eliminatoria del nazionalsocialismo, ma certamente hanno favorito l’Olocausto, paralizzando il coraggio civile della popolazione luterana. Kaufmann conclude criticando sia la recezione selettiva di Lutero sia la sua trasformazione in un’icona e sottolineando che “l’antisemitismo di Lutero è una componente integrale della sua persona e della sua teologia; lo si può trattare adeguatamente soltanto con una corretta storicizzazione”, che lo relativizza e ne fa emergere la fallibilità.

Antonella Varcasia

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Ripensare la Riforma protestante.

Ripensare la Riforma protestante. Nuove prospettive degli studi italiani
a cura di LUCIA FELICI,
Claudiana, Torino, 2016, pp. 410,
Euro 29,00

Questa raccolta di saggi ripercorre la storia degli studi italiani sulla Riforma protestante, evidenziandone limiti e lacune, ma anche sottolineandone i nuovi orientamenti. Il volume è suddiviso in due parti: la prima relativa ai movimenti eterodossi in Italia; la seconda al rapporto tra questi e il mondo europeo. Diversi sono i pregi del testo: innanzi tutto, l’approccio interdisciplinare, che permette di cogliere le diverse “anime” della Riforma. Accanto ai saggi storici, infatti, ne esistono altri concernenti la storia dell’arte e della letteratura, come quello sul dibattito relativo alle immagini, con un’interpretazione “riformata” di Jacopo Pontormo, il quale avrebbe utilizzato le sue opere per trasmettere messaggi teologici eterodossi. O come quello che spiega perché i testi religiosi eterodossi furono a lungo esclusi dal canone della letteratura italiana, in quanto considerati non rappresentativi del sentimento religioso nazionale. Teologico è invece il saggio di Paolo Ricca, dedicato all’analisi della natura stessa della Riforma, che consiste nell’aver dato un nuovo fondamento alla Chiesa, ponendo la Bibbia al posto del papato. Altro pregio del volume è l’attenzione alle figure “marginali” della Riforma, di cui viene sottolineata l’importante opera di sostegno e propagazione delle nuove idee, come i nobili e le donne del territorio padano-veneto che, protagonisti di una dissidenza “sommersa e silenziosa”, incapace di influenzare la vita politica, sociale e culturale, erano però in grado di intessere vaste reti clandestine di contatti.

Molti saggi sottolineano la politica come elemento costitutivo della Riforma in Italia: ad esempio, la polemica dei baroni napoletani contro l’introduzione dell’Inquisizione era motivata anche dalla difesa dei propri beni e prerogative, così come la repressione da loro subita derivava dal timore che le nuove idee potessero fomentare ribellioni all’ordine costituito. Altro elemento di valore è l’attenzione riservata alla Riforma radicale, sia per il risorgere dell’interesse degli studiosi, sia perché fu soprattutto in questa forma che si declinò il movimento ereticale italiano. Fra tutti emerge il saggio che propugna un’idea più ampia del radicalismo italiano, sotto la cui denominazione si nascondono fenomeni assai diversificati che, da un lato, non possono essere ridotti a semplici devianze ereticali rispetto alla Riforma magisteriale e, dall’altro, rappresentano una fucina di idee essenziali per la nascita della civiltà moderna. Dai saggi raccolti emerge un’Italia sommessa ma non taciturna, ricettiva delle novità provenienti d’oltralpe e in grado di rielaborarle in forma autonoma unendole alle proprie tradizioni, nonché di sviluppare le idee di tolleranza e libertà di coscienza, fornendo così un contributo fondamentale al protestantesimo europeo e incidendo in modo decisivo sull’evoluzione della società moderna.

Antonella Varcasia

Curiosità storiche nella nostra biblioteca

Cenni storici sull’origine ed i progressi della Chiesa Cristiana Libera in Italia 
di DAMIANO BORGIA,
Tipografia Barbera, Firenze, 1880, pp. 119

Nella Biblioteca della nostra comunità ho scovato questo libretto, prezioso innanzi tutto per la sua antichità: pubblicato nel 1880, è infatti contemporaneo agli avvenimenti trattati, il che ci consente di attingere a notizie di prima mano, anche perché il suo autore ne fu un protagonista, pur tenendo conto del rischio che gli eventi storici siano interpretati in modo poco obiettivo. E’ una voce che parla dall’interno, svelandoci retroscena, aneddoti, motivazioni che hanno portato alla costituzione e allo sviluppo di un’importante frangia del movimento evangelico italiano. Il secondo motivo di interesse risiede nella ricostruzione storica, che ci permette di risalire alle nostre origini come evangelici italiani. Prima che i metodisti inglesi e americani portassero il risveglio religioso in Italia, qui convivevano già due tipologie di protestanti: i Valdesi in Piemonte e il movimento toscano, basato sulla lettura della Bibbia e l’evangelizzazione, il cui sviluppo dipese dalle persecuzioni, che costrinsero i suoi membri all’esilio, e quindi alla diffusione in altre città. La Chiesa Cristiana Libera propriamente detta nacque da una scissione: e questo è il terzo aspetto interessante, perché ci fa capire come le divisioni e gli scismi siano sempre esistiti e a volte siano creativi: senza la scissione di Desanctis e Mazzarella dalla Chiesa Valdese, infatti, non sarebbe nata la Chiesa Cristiana Libera. I due, volendo creare un movimento evangelico tutto italiano, abbandonarono i Valdesi per unirsi agli esuli dalla Toscana, dando vita alla Chiese Libere italiane; il tentativo di unire tutte le Chiese Libere portò poi alla creazione della Chiesa Cristiana Libera in Italia. Il consolidamento della Chiesa è narrato diffusamente, attraverso le prime Assemblee Generali, gli evangelisti, i colportori, la costruzione di chiese, la fondazione di scuole domenicali ed elementari, i dissidi e le difficoltà. Il testo termina con una panoramica sulla situazione attuale (nel 1880). Allora la Chiesa sembrava in piena crescita, ma noi sappiamo che un’altra scissione la frantumò: il movimento di Guicciardini, più religioso e radicale, plimuttista, ossia contrario a qualunque organizzazione ecclesiastica, formò il Movimento dei Fratelli, mentre quello di Gavazzi, più politico e tollerante, e più organizzato gerarchicamente, confluì nella Chiesa Metodista. Interessante il rapporto coi Valdesi, che mostra come all’inizio (ma solo all’inizio) il desiderio di evangelizzazione superasse qualunque differenza e rivendicazione d’identità: in realtà fu proprio l’eccessiva vicinanza coi Valdesi a provocare la pubblicazione dell’opuscolo anonimo (certo opera del Guicciardini), che causò la scissione di Desanctis e Mazzarella. La storia della nuova Chiesa si intreccia con quella patria, dalle guerre d’indipendenza alla liberazione di Roma, dalla peste del 1848 alle pretese papali, dandoci un quadro variegato e completo delle nostre origini.

 

Antonella Varcasia

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L’Ultima Cena, anzi la Prima. La volontà tradita di Gesù

RICCA Paolo,
Claudiana, Torino, 2013,
pp. 289, Euro 18,50

 

Gli scopi di questo bellissimo volume di Paolo Ricca sono: capire che cos’è la Cena del Signore, perché essa divide anziché unire, come ritrovare la condivisione. Con grande chiarezza espositiva Ricca ripercorre le tappe storiche delle diverse interpretazioni della Cena, partendo dalle fonti bibliche, che già evidenziano la diversità di posizioni nei racconti di Marco e Paolo, e dalla Didachè, che introduce il termine Eucaristia, per passare ai Padri della Chiesa, come Ignazio di Antiochia, che sottolinea il ruolo decisivo del vescovo, Giustino Martire, che introduce l’idea della transustanziazione, e Agostino, che assegna un ruolo centrale alla Parola e alla dimensione ecclesiale e distingue tra segno materiale e realtà significata. Sin dall’antichità, quindi, esistevano divergenze: una lettura realista affermava la presenza reale di corpo e sangue di Cristo nel pane e nel vino; una lettura simbolica vi vedeva solo memoria e annuncio. La controversia prosegue in epoca medievale e, più passa il tempo, più le differenze interpretative si fanno sottili. Dopo la proclamazione del dogma della transustanziazione nel 1215 e la presa di coscienza dei Valdesi, che lentamente si staccano dalla tradizione romana per aderire all’interpretazione riformata, Ricca dedica ampio spazio al dibattito interno alla Riforma, caratterizzato da una grande varietà di posizioni. Il dissidio vedeva contrapposti soprattutto Lutero e Zwingli: il primo, avverso alla transustanziazione, ma sostenitore comunque della presenza reale di Cristo nella Cena; il secondo fautore dell’interpretazione della Cena come simbolo e memoriale, ringraziamento e giuramento. Il dissidio viene superato solo con la Concordia di Leuenberg del 1973, che però, a parere di Ricca, ha il difetto di accantonare completamente la posizione zwingliana e di non tenere affatto conto della nuova presenza di Cristo come Spirito, dopo l’Ascensione. A Calvino il merito di aver cercato di mediare tra le posizioni estreme, proponendo una visione che contesta sia l’idea cattolica di transustanziazione e di sacrificio, sia quella luterana, che vuole comunque localizzare la presenza di Cristo negli elementi della Cena, sia quella zwingliana, che riduce la Cena a pura azione simbolica. Secondo Ricca, il merito di Calvino è aver insistito sul concetto di “mistero” della Cena, che trascende la nostra comprensione. Alcuni capitoli sono dedicati alle Confessioni di fede evangeliche, al Concilio di Trento e alle sue condanne, al Concilio Vaticano II e alle novità da esso introdotte: nonostante la riconferma delle idee di transustanziazione e di sacrificio, non ci sono condanne, si insiste sulla centralità della Parola e sull’uso della lingua parlata, si consente la comunione sotto le due specie. Densa di contenuti teologici è la conclusione: la Cena, che nella volontà di Gesù doveva essere elemento di unione fra i Cristiani, è stata invece  motivo di  divisioni e reciproche esclusioni, soprattutto perché le Chiese se ne sono impadronite, arrogandosi il diritto di decidere gli invitati, di escludere altre Chiese, di spiegare le parole che Gesù non ha voluto spiegare. L’invito finale è di mettere in secondo piano le interpretazioni, che non sono elementi costitutivi della Cena, e trovare il punto d’incontro nel pane, nel vino e nelle parole di Gesù, come fa oggi l’ospitalità eucaristica, che consente agli appartenenti a chiese diverse di sentirsi uniti dalla fede comune, e quindi ospiti non di una Chiesa, ma di Gesù stesso, che invita tutti alla sua mensa.

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Preghiere

di LUTERO Martin, a cura di Beata Ravasi e Fulvio Ferrario,
Claudiana, Torino, 2015,
pp. 139, Euro 11,90

Questo volumetto non è un saggio sulla preghiera, ma una selezione di preghiere, perciò non è rivolto tanto allo studioso quanto al fedele. Ciononostante, molti sono i punti di interesse teologico: già nell’Introduzione vengono evidenziate alcune tematiche della teologia di Lutero, che emergono dalle sue preghiere. Innanzi tutto la concezione di Dio non come entità astratta, ma come realtà dialogica e attiva, ossia come interlocutore che ascolta, risponde e interviene nella storia. In secondo luogo, la distinzione tra certezza e sicurezza della fede, che sottolinea come l’uomo non disponga della parola di Dio, che è esterna ma che, testimoniata dalla Scrittura e annunciata dalla chiesa, dà la certezza dell’esaudimento. Ancora, Gesù come evento realizzato, per cui la preghiera si fonda sulla realtà di quanto Dio ha già operato e continua ad operare in Cristo. E poi: l’idea della preghiera come obbedienza al comandamento di Dio e, nello stesso tempo, come “evento di libertà”, perché, strutturata e ripetitiva, libera l’uomo dall’instabilità dell’animo e dalla consapevolezza del peccato che gli impedirebbe di pregare a causa della sua indegnità. Ancora, l’idea del “già e non ancora”, che si esprime nell’Amen conclusivo, pronunciato oggi, nel bisogno e nella sofferenza, ma che vive della certezza dell’esaudimento di domani. E poi: il ruolo del Padre nostro e dei Salmi come modelli di preghiera: il primo perché, essendo una richiesta di aiuto, smentisce l’idea di una superiorità della preghiera di ringraziamento e di lode, per sottolineare che dobbiamo umilmente chiedere aiuto al Signore nella nostra quotidianità; i secondi perché rappresentano tutte le situazioni e le forme in cui il credente può rivolgersi a Dio. Anche le preghiere, molto semplici, ci offrono spunti di interesse. Certo, la spiritualità di Lutero è tipicamente medievale e la presenza del diavolo, dell’Anticristo e degli angeli non facilita la vicinanza con la comprensione moderna della fede. Tuttavia, molti elementi sono ancora validi. Innanzi tutto, le preghiere toccano le varie situazioni della vita: ci sono preghiere di lode e ringraziamento, ma anche richieste di aiuto per liberarsi dal peccato e dalla tentazione e per rafforzare la propria fede, o richieste di perdono dei peccati e di consolazione nelle avversità; sfatando il luogo comune, Lutero prega anche che le sue opere siano in sintonia con la fede. La preghiera occupa i vari momenti della giornata e della liturgia: addirittura prima e dopo il pasto, prima e dopo la Santa Cena, prima e dopo la predicazione, sia per chi predica che per chi ascolta. Alcune preghiere riguardano la chiesa e l’autorità secolare: pur contenendo riferimenti all’imperatore e al consiglio comunale, potrebbero essere utilizzate anche oggi con gli opportuni adattamenti, come intercessione per le nostre autorità di governo. Diverse preghiere riguardano l’ora della morte e il giorno del giudizio, cui Lutero guarda con fiducia e accettazione della volontà di Dio. Ma egli conosce anche momenti di angoscia e paura, da cui chiede di essere protetto: bellissima è la preghiera pronunciata per la Dieta di Worms del 1521, in cui si affida a Dio perché lo sostenga, e in cui emerge la paura che Dio non senta e sia morto o nascosto: “Tu, mio Dio, dove sei?” chiede Lutero, angosciato: è una preghiera attualissima, nonostante la sua storicità. In queste preghiere troviamo sì il teologo (l’idea della fede come fiducia; l’idea dell’indegnità del peccatore, che chiede aiuto nella consapevolezza che l’uomo non può farcela senza l’aiuto divino; l’importanza della parola di Dio, cui bisogna obbedire), ma troviamo soprattutto il credente, ricco di fede, dubbi, paure e speranze.

 

Antonella Varcasia

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Il vangelo secondo il Piccolo Principe

GIANNATEMPO Stefano,
Claudiana, Torino, 2015,
pp. 140, € 12,50

 

Chi non conosce il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupery, testo cult della narrativa per ragazzi, ma che insegna moltissimo anche agli adulti, troverà in questo libro di Giannatempo un’occasione per colmare una lacuna. Chi lo conosce, avrà una prospettiva diversa per interpretarlo in un’ottica cristiana e arricchirne quindi il significato profondo di cui è già di per sé portatore. Il Piccolo Principe è un classico racconto di formazione, poetico, commovente, fantastico, istruttivo: Giannatempo lo trasforma in qualcosa di più, leggendolo come un commento laico al vangelo. Il saggio comprende 27 capitoli, come il racconto originale, ed ogni capitolo affronta il personaggio, il tema, l’evento che caratterizza il corrispondente capitolo del racconto secondo tre linee principali: una riflessione personale, legata alla propria esperienza, che ha attinenza con il soggetto da trattare;  un’interpretazione del soggetto nel contesto del racconto originale e in relazione ad analoghi episodi biblici o tematiche evangeliche e infine un’attualizzazione del messaggio, una riflessione sulle domande che suscita quel soggetto e sulle risposte che possiamo dare come cristiani. Completa ogni capitolo una scheda riassuntiva che, oltre a indicare i versetti biblici di riferimento, le frasi chiave del testo originale, il tema e la domanda di fondo, formula alcune proposte di animazione per la catechesi. Un esempio su tutti può essere il cap. 13, che ha per soggetto l’uomo d’affari, uno dei personaggi incontrati dal Piccolo Principe nei suoi vagabondaggi su altri pianeti. Il capitolo inizia con un ricordo personale, l’incontro con una leggenda relativa a Sant’Antonio e al tesoro di un avaro. Si prosegue con la descrizione dell’incontro tra il Piccolo Principe e l’uomo d’affari, per trarne una riflessione sul tema del possedere e sul diverso significato che esso ha per i due personaggi: per il secondo l’accumulo di ricchezza, per il primo la presa in cura nelle relazioni. Il capitolo si conclude con alcune citazioni del vangelo di Giovanni, che puntano l’accento sulla dedizione agli altri. Più articolato il cap. 21, dedicato alla volpe, personaggio chiave del racconto originale, che fornisce l’occasione per riflettere sul significato del verbo addomesticare, cioè creare quei legami che consentono di considerare unico ed irripetibile per noi l’oggetto o la persona che abbiamo “addomesticato”, e quindi sul valore dell’amicizia e dell’amore. In conclusione, un bellissimo e originale saggio, che non ha semplicemente lo scopo di commentare un testo, ma quello di ricercare spunti, sollevare interrogativi, scuotere le coscienze, riscoprire e approfondire il significato dei valori cristiani di cui spesso ci dimentichiamo di esseri portatori.

 

Antonella Varcasia

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Karl Barth…per chi non ha tempo

FRANKE John R.,
Claudiana, Torino, 2011,
pp. 186, Euro 15,00

 

Credo che non ci sia fedele evangelico che non conosca Karl Barth, fosse solo per la sua strenua opposizione al Nazismo attraverso la Chiesa Confessante. Credo, però, che siano pochi, ad eccezione dei pastori e degli studiosi di teologia, quelli che conoscono a fondo il suo pensiero, anche per la difficoltà di riassumerlo e classificarlo sotto una determinata etichetta, vuoi per l’incredibile mole delle sue opere, vuoi per l’eccezionale profondità del suo pensiero, vuoi per l’evoluzione stessa che esso ha subito nel corso del tempo. Prova, felicemente, a rendercelo più familiare questo bel libretto di John Franke, che, non a caso, si intitola “Karl Barth… per chi non ha tempo” e che è suggestivamente accompagnato da “figure”, cioè da ritratti caricaturali di Barth, in gioventù e in vecchiaia, di altri teologi nominati nel testo, di Dio Padre e di Gesù Cristo, che rendono più simpatica la lettura. Il testo può essere diviso in tre parti: nella prima la biografia di Barth è descritta sotto il profilo dell’influenza che l’ambiente e le esperienze di studio e di lavoro  hanno avuto sulla sua formazione e quindi sulla maturazione del suo pensiero: dall’adesione alla teologia liberale, frutto dell’Illuminismo, al suo abbandono maturato nel contesto della prima guerra mondiale e dell’impegno nelle questioni sociali e politiche durante gli anni del pastorato “rosso” di Safenwil, dall’interesse per la Sacra Scrittura all’elaborazione di una nuova teologia, che parta da Dio e non dall’uomo. La seconda parte approfondisce le due opere più importanti di Barth, il Commentario alla Lettera ai Romani e la Dogmatica ecclesiale, nonché le sue lezioni come professore di teologia a Gottinga, a Münster e a Bonn, per far emergere i caratteri della nuova teologia, cosiddetta “dialettica”, che parte dalla constatazione della “totale alterità” di Dio per affermare l’impossibile possibilità della teologia, ossia l’inadeguatezza del linguaggio umano a parlare di Dio, cui si accompagna l’inevitabile esigenza di parlarne, per cui ogni affermazione teologica è necessariamente seguita dalla sua negazione. La terza parte affronta l’eredità lasciata da Barth, cioè l’interpretazione, a volte contraddittoria, che del suo pensiero hanno dato gli studiosi successivi: in particolare, vengono descritte la lettura neo-ortodossa e quella postmoderna, nessuna delle quali, però, a parere di Franke, riesce a cogliere il vero carattere dialettico della sua teologia. In conclusione, il libro di Franke è un’ottima guida per cominciare a muoversi nel pensiero di uno dei maggiori teologi, non solo evangelici, del Novecento.

Antonella Varcasia

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La teologia del Novecento

FULVIO FERRARIO,
Carocci editore, Roma, 2011,
pp. 303, Euro 24,00

In che modo la teologia ha affrontato la sfida della modernità lanciata dal secolo scorso? Ce lo spiega, in questo bellissimo libro, Fulvio Ferrario, docente della Facoltà Valdese di Teologia in Roma, che, attraverso l’analisi del pensiero dei maggiori teologi ed esegeti del Novecento, non solo protestanti, come Barth, Bonhoeffer, Bultmann, Moltmann, eccetera, ma anche cattolici ed ortodossi, rievoca le principali tematiche su cui si è incentrato il dibattito teologico del secolo passato, le ideologie e i conflitti, mettendo in luce, con grandissima lucidità ed obiettività e con estremo rigore scientifico e competenza, le varie posizioni confessionali. La secolarizzazione, il pluralismo religioso, il femminismo, le varie teologie della liberazione (latino-americane, nere, asiatiche, africane), le speranze aperte e frustrate dai Concili, il movimento ecumenico, la crisi di Dio e della Chiesa e il sorgere delle nuove forme carismatiche e “postcristiane” di Cristianesimo: in poco meno di 300 pagine sono riassunte le sfide con cui il pensiero teologico si è dovuto confrontare in un secolo di storia recente. E’ certamente un testo impegnativo, ma lo stile e il linguaggio, colti, ma alla portata di un lettore di cultura media, ne fanno un libro avvincente e di agevole lettura, indispensabile per il credente che voglia vivere la propria fede nella consapevolezza della dimensione laica e problematica del proprio mondo e del proprio tempo.

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Padre nostro

EDUARD LOHSE,
Paideia, Brescia, 2013,
pp. 150, Euro 16,00

Il pregio di questo commento al Padre nostro è quello di calare la preghiera cristiana più famosa all’interno dell’ambiente giudaico da cui è scaturita, analizzandola da quella prospettiva per coglierne sia la continuità con la tradizione giudaica sia gli elementi originali che essa propone. Il testo è suddiviso in tre capitoli, seguiti da un’appendice. Il primo capitolo prende in considerazione la tradizione del Padre nostro, le differenti versioni di Matteo e Luca, l’originale aramaico e il testo greco, suggerendo che nella sua forma primaria la preghiera doveva avere un andamento poetico, e infine prende in esame le preghiere giudaiche del tempo di Gesù, in particolare quelle scoperte a Qumran, lo Shemà, il Qaddish e le Diciotto Benedizioni, concludendo che Gesù ha sicuramente attinto a questa ricca tradizione, ma l’ha poi rielaborata in modo originale. Il secondo capitolo analizza le sette petizioni del Padre nostro, soffermandosi su ogni singola parola, di cui viene ricercato il significato, anche attraverso il confronto con il suo uso nel giudaismo. Ad esempio, l’autore analizza il significato del termine Padre in alcune preghiere giudaiche, dove la designazione di Dio come Padre è strettamente unita alla maestà divina e non è mai pronunciata da un singolo, a differenza del Padre nostro, in cui essa indirizza l’orante verso un atteggiamento di fiducia. La richiesta della venuta del Regno è compresa alla luce dell’escatologia giudaica, da cui Gesù riprende la nozione di signoria di Dio, svincolata però dalle sue connotazioni politiche, ed è collegata alle parabole contenute nei Vangeli su questo tema (il seme che cresce da sé, il granello di senape, il lievito e il seminatore). La petizione del pane occupa uno spazio particolare per l’analisi del termine greco tradotto generalmente con “quotidiano”, ma che è un termine rarissimo in tutta la letteratura antica, la cui radice potrebbe riferirsi al verbo essere o al verbo andare, conducendo a significati anche teologicamente diversi: basti pensare alla traduzione latina della Vulgata, dove il pane quotidiano è definito “ultraterreno”. La richiesta del pane è poi messa a confronto con il Discorso della montagna, che, con il suo invito a non preoccuparsi per il domani, sembra mal conciliarsi con la petizione del Padre nostro. Sulla questione del perdono si analizza la differenza tra Luca e Matteo, che usano, rispettivamente, il presente e il passato del verbo “rimettere”: l’impostazione matteana, che potrebbe alludere ad una reciprocità contrattuale (l’uomo otterrebbe il perdono solo se ha perdonato a sua volta), viene invece da Lohse spiegata con una diversa traduzione dell’originale aramaico. Anche qui la petizione viene affiancata ad una parabola, quella del servo spietato, per sottolineare il rapporto tra preghiera ed azione. Il terzo capitolo riepiloga il significato complessivo del Padre nostro e analizza l’uso della preghiera nel primo contesto cristiano, ad esempio nella Didachè: la preghiera di Gesù diventa simbolo dell’unione tra giudei e cristiani, che potrebbero “riscoprire il legame che li unisce in virtù della storia comune”. Interessante, anche se appesantita da una certa ripetitività, è l’Appendice, in cui l’autore esamina il commento al Padre nostro effettuato dai Riformatori e quello presente in diversi catechismi cattolici o in autori moderni, sia cattolici che protestanti, per ribadire l’importanza ecumenica di questa preghiera che, come disse Tommaso d’Aquino, nonostante le divisioni all’interno della cristianità, “rimane il bene comune e un appello urgente per tutti i battezzati”.
Antonella Varcasia