Il servo affidabile e vigilante

Matteo 25,1-13; Apocalisse 21,1-7

Sermone: Luca 12,42-48

Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fedele e prudente che il padrone costituirà sui suoi domestici per dar loro a suo tempo la loro porzione di viveri? Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così. In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi beni. Ma se quel servo dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”; e comincia a battere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se lo aspetta e nell’ora che non sa, e lo punirà severamente, e gli assegnerà la sorte degli infedeli. Quel servo che ha conosciuto la volontà del suo padrone e non ha preparato né fatto nulla per compiere la sua volontà, riceverà molte percosse; ma colui che non l’ha conosciuta e ha fatto cose degne di castigo, ne riceverà poche.

 

A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà.Il testo che ci ha proposto il nostro libretto un giorno una parola ci stimola  a prepararci. Innanzitutto prepariamo noi stessi per agire continuamente con prudenza e vigilanza. La nostra mente si impegni a fare dei progetti così che sappiamo quali sono le prime cose da fare. Il vangelo di Luca non ci risparmia oggi il nostro dovere come credenti durante il nostro tempo d’attesa.

Magari abbiamo già fatto questo, è una lunga attesa ma che si rinnova anno dopo anno, giorno per giorno. Questa parabola è anche utile per noi ora affinché  non  perdiamo di vista la nostra speranza a causa della certezza della promessa che ormai abbiamo già ottenuta.

Perché?

Perché la scena è questa.
Nella parabola immaginiamo che c’è un servo fedele  che tutti giorni si impegna a fare il suo lavoro anche senza il suo padrone.
C’è anche quello che appena se ne è andato il suo padrone ha abbandonato le cose che faceva non credendo neanche che  sarebbe tornato .
Così hanno fatto solo quello che voleva e non gli importava proprio più del padrone. Si è  impossessato della sua proprietà.
Questi facendo così ha già ottenuto il suo guadagno come se fosse il padrone.

La morale della parabola  che dobbiamo tener in mente è che verrà il tempo del  ritorno suo(del Padrone )e così sarà per noi.

Il padrone conoscendo i suoi servi fedeli e prudenti  tornerà per loro per dare il loro guadagno, il loro premio per il  futuro.

Non li deluderà perché il motivo del suo ritorno è proprio a causa  loro, e fedele verso di loro, la sua promessa sarà mantenuta.

Siete convinti  di questo  futuro?!

C’è un buon futuro  per un servo che ha fatto la volontà del padrone della sua casa, colui che ha dimostrato di essere affidabile «Beato quel servo che il padrone, al suo arrivo, troverà intento a far così. In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi beni», Gesù disse ai suoi discepoli.

«Ma se quel servo dice in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”; e comincia a battere i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, il padrone di quel servo verrà nel giorno che non se lo aspetta e nell’ora che non sa, e lo punirà severamente, e gli assegnerà la sorte degli infedeli». Gesù disse ancora ai suoi discepoli.

Il servo infedele, chi non ha badato le cose del padrone e inoltre non ha creduto che sarebbe tornato il suo padrone  anzi ha maltrattato anche gli altri come lui quindi sarà messo in punizione.

Care sorelle e fratelli,
dal momento che abbiamo saputo la volontà del Signore Dio che è padrone della nostra vita, ci siamo sentiti sempre chiamati a lavorare, a fare ciò che si deve fare e non  abbiamo voluto  mai  più sprecare il nostro tempo.
Dal momento  che abbiamo ascoltato la chiamata di Dio a  lavorare nel suo regno ci siamo sentiti  in obbligo, senza mormorare e senza lamentarci.
L’atteggiamento o il comportamento che altri hanno visto in noi è la piena volontà, adesione e sottomissione, così diciamo sia fatta la tua volontà.
Ringraziamo il Signore perché l’evangelista Luca ci invita anche oggi a rinnovare la nostra attesa.

Non importa quanto tempo ci vorrà ad aspettare il suo ritorno.

Ciò che conta ora è di aver saputo come investire le nostre energie, lavorando insieme perché regnasse in noi il suo  regno e venisse anche  data testimonianza del suo regno  così che si allargasse sempre di più.
Pensiamo alla parabola dei talenti, ognuno e ognuna ne riceve  cinque, due, e  uno.  A ciascuno secondo la propria capacità.
Tutti hanno ricevuto liberamente e nella loro libertà questi talenti saranno investiti.
In questo modo entriamo nel cuore della nostra chiamata di vivere questo tempo di preparazione.
È davvero una lunga attesa? Se i discepoli hanno già avuto prima questo insegnamento, che cosa vi/ci spinge ad aspettare ancora?

Il giudizio che ci aspettiamo da Dio, è quello che ci permette di essere vigilanti, di rimanere più sveglie perché il libro della rivelazione di Giovanni ci porta ad immaginare un’altra vita. Un nuovo mondo, una nuova casa ci attende.  È Dio, padrone  l’ha promesso.

Leggere questi testi, la buona notizia del ritorno del Signore Dio oggi, ricordare in questo tempo dell’ultimo anno liturgico del 2017 che le nostre lacrime verranno asciugate, che non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate ci consolano.

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi disse ancora a Giovanni: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere»; «Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita.  Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio».

Se crediamo in lui, in queste parole delle Sacre Scritture viviamo nella luce del Signore che ci aiuta a vivere il tempo presente, a lottare e anche a sperare che lui  tornerà per manifestare la sua giustizia e saremo giudicati rettamente. Credo che questa parabola  rinnova in noi, oggi, la nostra consapevolezza di chi siamo e di ciò in cui crediamo.

Noi siamo paragonati e chiamati suoi servi, al servizio della sua casa.

Se veramente crediamo nella sua parola sappiamo che a noi è affidata la sua casa,  il mondo in cui viviamo e tutte le cose in essa. A noi credenti ci ha rivelato la sua volontà su come dovremmo fare finché non sarà ritornato.

A ciascuno/a di noi  ci ha dato la possibilità di investire il nostro tempo e talento dove siamo. Il nostro impegno quotidiano ora sarà posto a giudizio e se avremmo fatto veramente come dovevamo ci attende un premio, un guadagno per il futuro. Se pensiamo che oggi stiamo facendo il nostro dovere , non avremo timore per il nostro futuro. Il nostro giusto comportamento in attesa del  suo ritorno, progettando sempre il suo arrivo e facendo  quello che ci ha chiesto di fare è già una certezza per il nostro futuro. Vediamo qui che siamo chiamati sempre ad operare e questa è la risposta della nostra vocazione alla chiamata nella sua casa e nel suo regno sulla terra.

Ricordiamoci che la nostra chiamata è dovuta alla fiducia che ha per noi. Siamo stati riconosciuti fedeli per curare la sua proprietà.

Cara comunità, care sorelle e cari fratelli nel Signore,
oggi è l’ultima domenica del nostro calendario liturgico.
Quindi, la prossima sarà la prima domenica di Avvento. Abbiamo visto sulla circolare che il calendario dei culti per il mese di dicembre è pieno.  Come al solito, siamo molto indaffarati. I membri del consiglio di chiesa avranno il compito di fare il culto nella prima domenica di avvento.

Essi  prepareranno la liturgia e il sermone, l’8 dicembre avremo il bazar natalizio perché in questo modo ci permette di nuovo a raccogliere denaro per continuare la nostra testimonianza. Ciò che ricaveremo aiuterà a raggiungere  il fondo ministerio, per mantenere  i nostri pastori e le nostre  pastore. Grazie per la vostra sensibilità e generosità.

Poi il gruppo delle sorelle e dei fratelli filippini , per la seconda domenica di avvento,  prepareranno un programma per tutta la giornata con il culto, il pranzo,  e avremo anche ospiti che verranno dalla chiesa metodista di Pescara e ancora il gruppo della scuola domenicale in cui i bambini con Maria Letizia e altri prepareranno la loro recita. Infine , saremo tutti quanti pronti per la vigilia e il culto di natale.

Infatti, il testo che ci ha proposto il libretto un giorno una parola sottolinea a mio avviso ciò che precede il natale, cioè  attendere il tempo della nascita di Gesù, il compimento della manifestazione della promessa di Dio e nello stesso tempo per noi dopo quella nascita ci sarà l’attesa del ritorno.

E’ bello vivere l’attesa nello spirito di dover preparare, di imparare a vivere nel presente con la consapevolezza che aspettare è niente altro che andare avanti operando, impegnandosi su ciò che è stato a ciascuno e ciascuna affidato di fare in questo mondo. Per fortuna noi cristiani non penso che subiremo delle percosse perché stiamo imparando a non sprecare i beni materiali che abbiamo . Cerchiamo sempre di più di imparare a sfruttare meglio quello che abbiamo ma c’è un bene che non dobbiamo trascurare ed è  quello di cui daremo conto singolarmente.

Abbiamo letto nel versetto 48: « A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà.

Care e cari, giudicate voi queste parole che ci vengono donate per una buona causa.

Abbiamo ricevuto innumerevoli doni di cui Dio  terrà conto se li abbiamo a nostra volta riconosciuti come tali, ed essi si moltiplicano a causa nostra per il bene di un gruppo, di una comunità come la nostra e per i popoli del mondo.

Assistiamo che ci sono le nazioni  povere e altre  ricche e vedendo queste come a volte un segno di ingiustizia, questa considerazione  ci sproni a dare conto di ciò che personalmente abbiamo già avuto.

Che il Signore ci benedica. Amen.

past. Joylin Galapon

 

La scelta ponderata

5 novembre 2017

Luca 14,26-33
Matteo 10,34-39 34

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
a mio avviso il testo della predicazione proposto dal nostro libretto un giorno una parola oggi, penso che abbia avuto un forte impatto su tutti noi nel nostro percorso di fede.
A primo acchito non ci suscita una impressione positiva ma un senso di inquietudine perché in questo brano ci viene ricordato che a causa della venuta di Gesù ci sono state guerre, inimicizie, contese, anziché pace, unità e comunione a partire dal nucleo famigliare.
Gesù è stato come la spada, uno strumento di divisione. Infatti, alcune e alcuni di noi aspiranti suoi seguaci si sono impegnati ad approfondire il cammino di Gesù sulla terra.
Hanno dovuto studiare le Sacre Scritture prima di decidere di intraprendere la sua stessa via sapendo che Egli ha seguito la volontà di Dio, e così ha potuto dimostrare ai suoi discepoli un esempio di rinuncia della propria vita per una scelta ponderata.

Prendiamo in esame il percorso della nostra storia di credenti protestanti(ad esempio il pensiero dei nostri padri riformatori/ Lutero sul cammino di fede). Per amore del principio di fare una scelta personale e grazie al dovuto impegno e alla responsabilità assunta, siamo diventati come siamo ora, direi adulti nella fede ma sempre in evoluzione, in divenire a causa delle nostre scelte.
Così abbiamo adottata la pratica di agire in base alle circostanze per amore degli altri. Martin Lutero dice: <<Tu sei in ogni cosa libero davanti a Dio per la fede, ma davanti agli uomini servo di chiunque per amore>>. Considerate il percorso che abbiamo intrapreso attraverso Lutero, un uomo timoroso di Dio, questo nostro percorso di 500 anni che abbiamo appena commemorato, festeggiato e celebrato .

Il vangelo di Luca che abbiamo letto ci aiuta a capire meglio che cosa vuol dire Gesù sulla qualità del suo discepolo e colui che è degno di lui. Chi vuole seguire lui deve fare un esame di se stesso: avere la capacità di riconoscere i propri limiti e anche essere consapevole del servizio da rendere per l’altro.
Mi vengono in mente le varie tappe del percorso di pastorato, specificamente l’esame di fede prima della consacrazione del candidato o della candidata.
Nel sinodo metodista e valdese, in questa sede ci sono delle domande poste dal corpo pastorale alle quali devono rispondere i candidati.
Quale è il senso di tutto questo. È per verificare se sono idonei a svolgere il ministero pastorale.

Ma l’evangelista Luca mette in discussione una cosa molto importante a mio avviso cioè ancor prima di intraprendere il percorso.
Sulla metafora della torre(come dovrà essere costruita? Quanto tempo e lungo l’impegno da dedicarsi per costruirla? Chi potrebbe costruire una torre?
L’evangelista ci invita a riflettere se uno possiede i materiali per costruire una torre.
Sì, dobbiamo(è il nostro dovere) innanzitutto riflettere su quanto abbiamo messo da parte per affrontare questa spesa. Simile a chi ha in progetto di costruire una casa come i neosposi devono pensare se hanno i soldi o denaro per mettere su casa.

Si può allora intravedere in questo brano che cosa vuol dire Gesù quando ha parlato della persona che vuole essere il suo discepolo. Seguire lui ha un costo/un prezzo da pagare che è molto alto: rinunciare alla propria famiglia e persino alla propria vita ma poi per riaverle.
Perseguire la strada di Gesù parte da una decisione personale ma che comporta una profonda riflessione, essere pronti a lasciare tutto ciò che si possiede. Il giovani ricco disse: <<maestro che devo fare di buono per avere la vita eterna?>> Gesù gli rispose: Và, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi. Cfr. Matteo 19,16-30.

Così, gli strumenti che abbiamo devono essere adatti(anima e corpo, consegnarsi completamente /complete submission) per percorrere il nostro cammino per seguire Gesù e con Gesù. Che siamo trovati coraggiosi, capaci di sopportare qualsiasi avversità, capaci di affrontare le sfide ogni giorno. Dunque, tutto questo non potrebbe essere facile da affrontare se non ci rimettiamo nelle sue mani, se non gli chiediamo di accompagnarci con l’armatura di Dio.
Gesù disse:<<Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua.

Pensate a chi eravamo prima, e a chi siamo noi ora?
Se vogliamo recuperare il senso dell’insegnamento di questo brano oggi dovremo fare un esame di coscienza.
Fare mente locale a partire da quello che eravamo. Possiamo farlo tornando indietro guardando, rivisitando il nostro passato.
Se ci rendiamo conto delle scelte che abbiamo fatto personalmente, indipendentemente dalla decisione dei membri della nostra famiglia, queste hanno segnato la maturazione della nostra personalità.

Martin Buber scrisse nel suo libro <Io e tu>: Prima della sua fine, Rabbi Sussja disse: «Nel mondo a venire non mi si chiederà: “Perché non sei stato Mosè?”. Mi si chiederà: “Perché non sei stato Sussja?”» (M. Buber)
E Martin Luther King disse:
Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere, poi mettiti a realizzarlo nella vita.(M. L. King)

Così, Credo che l’identità personale sia fondamentale per ciascuna/o di noi perché non siamo una replica dell’altra/o.
Se ci pensiamo bene, avere il nostro proprio nome è già una conquista. È stato dato a noi dai nostri genitori, non l’abbiamo scelto ma ci rendiamo conto che ciò nonostante esso ci appartiene. La nostra fede in Dio e la nostra appartenenza in Cristo Gesù ci ha fatto scoprire la nostra vera identità personale per poi servire bene il nostro prossimo. Dio disse nel libro di Isaia al cap. 43,1: <<Non temere perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome, tu sei mio>>.

Quando ho partecipato all’aggiornamento pastorale a settembre, la collega che ha condotto il laboratorio sulla fede nelle diverse culture ci ha fatto scrivere 5 parole che ci identificano. Ho scritto io: Joylin, persona, pastora, filippina, e italiana.
Poi ci ha chiesto di buttare nel cestino tre di queste, e ci sono rimaste soltanto 2 ed io ho lasciato queste due parole che mi identificano che mi stanno a cuore: Joylin e persona.
Ciò che mi ha fatto riflettere durante questo laboratorio è stato quando ho scelto il mio nome che pensavo che è quello che ho ereditato dai miei genitori e chiamandomi in questo nome, mi conferma chi sono io.
Sapere chi sono io come chi sei tu per te stesso in questa epoca in cui si fanno tanti studi sulla clonazione , è necessario per recuperare il concetto dell’essere unico. Ognuno ha la sua identità e con ciò ha anche un ruolo da svolgere, ed è una propria responsabilità quella di andare avanti per migliorare la nostra chiesa e la nostra società.

La federazione delle chiese evangeliche in Italia, promotrice della formazione del corso LINFA(laboratorio, interculturale di formazione e Accoglienza) ha potuto individuare un modo di fare teologia, di poter insegnare e formare i membri delle chiese italiani e stranieri per scoprire il vantaggio di avere la propria identità. Rowena Abad una delle nostre sorelle filippine si è iscritta al corso per darci una mano per migliorare sempre di più il nostro rapporto dell’essere chiesa insieme.
E una parte dei materiali che è stata prodotta per il corso è sull’identità-integrazione. L’obiettivo di questa unità è di stimolare una riflessione sull’identità. La fede cristiana suggerisce un’idea dell’identità basata sull’aprirsi all’altro – a Dio in Cristo, prima di ogni altro – che ci sorprende e ci rinnova. Il recupero dell’identità personale da un lato è fondamentale, dall’altro ha una conseguenza perché ognuna e ognuno ha un ruolo da svolgere per l’altro.

Gesù forse ha voluto mettere in evidenza questa aspetto molto forte proprio nel seguire il suo cammino e perché vuole che ci facciamo sempre avanti e siamo presenti.
Come l’apostolo Paolo dicendo che la chiesa è come un corpo umano.
Ad esempio gli occhi hanno il potere di vedere, di guardare per indicare la via che i piedi dovranno percorrere. Le orecchie devono ascoltare per trasmettere un messaggio da eseguire. I servizi che rendono le membra del corpo sono messi insieme per far funzionare bene il corpo.
Così ,oggi , insieme come chiesa siamo incoraggiati a investire le nostre forze in quello che siamo capaci di fare.
Non possiamo esentarci dal nostro ruolo comune, ma prima dobbiamo seguire gli insegnamenti di Gesù a partire dal lavoro di riconoscersi e distinguersi per quello che siamo . La chiesa paragonata ad un corpo umano, le membra del corpo.

Io sono quella che sono e tu sei quello che sei.
Nella nostra comunità o in generale nelle chiese c’è un gruppo che si forma per cantare nel coro. Il coro è soprattutto una testimonianza molto concreta di come vivere la propria fede. Il coro è costituito da persone che vogliono lodare il nome del Signore con le loro voci. Le quattro voci sono espressioni della diversità dei doni molto visibili nati dal profondo del nostro essere ossia per amore, gioia, dolore, lamento, gratitudine.
Il nostro coro è multicolore, di provenienze diverse e quindi composto da persone che hanno avuto le proprie lingue, ma che con parole e musiche si sono unite in per lodare.
Seguire Gesù è anche accettare l’evangelo e portarlo con sé come un peso cioè portare la croce. Gesù ha dato esempio nella propria vita portando con sé la croce.
La croce che portava erano i nostri peccati.
Il peso della croce è l’impegno che deve partire da ognuno di noi.
Allora Gesù disse ai suoi discepoli:<<se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. (Mt.16,24)

Che vogliamo fare ora? Ci sono diverse scuole di pensiero per migliorare la nostra personalità e Gesù ne ha una proposta.
Grazie al Signore unico Dio nostro ci siamo arrivati a capire che le diverse professioni sono le nostre vocazioni da svolgere e sono per aiutarci a riconoscere e sviluppare le nostre capacità, soprattutto al servizio degli altri.
Noi apparteniamo ad un mondo in cui ci sono le possibilità per migliorare la nostra personalità ed è nostro dovere farlo, nei confronti della nostra società e del Signore che ci ha creato per dare il meglio di noi stessi.
Questo viene insegnato da Gesù e se questo viene riconosciuto come buono da noi credenti e diventiamo suoi seguaci , possiamo essere suoi strumenti per formare la famiglia di Dio sulla terra.
Il Signore ha un progetto per noi tutti, uno per tutti e tutti per uno. Questo è ciò che vuole perché nella sua chiesa ognuno vive/esiste per l’edificazione dell’altro: Efesini 4,16<< Da lui tutto il corpo, ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore>>. Amen.

Past. Joylin Galapon

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Giornata della Riforma – Sermone del pastore Mario Sbaffi

Nella giornata in cui si ricordano i 500 anni dall’inizio della Riforma, proponiamo il sermone del pastore Sbaffi tenuto in occasione della giornata del 31 ottobre di alcuni anni fa. Un grazie particolare alla nostra presidente di chiesa, Maria Laura, che ci ha dato la possibilità di pubblicare la predicazione del suo papà.

“ Se perseverate nelle mia parola, siete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.” ( Giovanni 8/31 )

Siamo chiamati oggi, come ogni anno in questo periodo, a celebrare la  Riforma: questo evento del XVI secolo che ha avuto una così grande influenza, non solo nella vita della chiesa, ma nella vita di molti popoli e nella cultura del mondo occidentale.

E’ dalla Riforma che è scaturito l’urto fra due autorità: Chiesa e Sacra Scrittura.

E’ dalla Riforma che la lotta all’analfabetismo ha avuto il suo vero e proprio inizio.

E’ dallo spirito della Riforma che è scaturita la concezione democratica nei paesi in cui essa si è affermata.

E, della Riforma, potrebbero essere citati molti altri frutti, non solo nella vita spirituale, ma anche in quella culturale e sociale.

Durante la seconda metà del XX secolo si è formata una corrente di pensiero, rappresentata in Italia soprattutto dal prof. Valdo Vinay, che considerava la Riforma un fatto ecumenico; ciò in quanto i riformatori non volevano la rottura con la chiesa di Roma ma il suo rinnovamento.

I riformatori, infatti, erano dei cristiani della chiesa occidentale i quali, dopo due secoli che il popolo cristiano reclamava una riforma della chiesa, e come allora si diceva: nel capo e nelle membra, intrapresero coraggiosamente quest’opera.

L’intenzione dei riformatori non era quello dello scisma nella Chiesa ma del rinnovamento della chiesa.

In quell’epoca questo rinnovamento non fu possibile e lo scisma fu inevitabile.

Negli ultimi decenni questo rinnovamento avviene, sia pure lentamente, nella chiesa cattolica, e proprio in virtù di quei valori che la Riforma ha messo in luce.

Non è forse vero che tutto quanto è avvenuto e sta avvenendo nel cattolicesimo, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, cioè dopo che la chiesa cattolica si è aperta all’ecumenismo, uscendo dalla sua torre d’avorio e prendendo contatto con le altre chiese cristiane, non è forse vero che tutto questo è sempre più chiaramente su di una linea “evangelica”?

Non per nulla le correnti conservatrici, di cui il vescovo Lefevre ed i suoi seguaci hanno rappresentato la punta più avanzata, rimproverando alla chiesa post-concilio di protestantizzarsi. (ed ora, 2017, perfino papa Francesco è accusato di eresia da alcuni suoi vescovi !ndr)

Perché se la Riforma fu essenzialmente una riscoperta in profondità

dell’ Evangelo, e questa riscoperta cambiò molte cose, oggi, che la Parola di Dio è tornata a circolare liberamente nel modo cattolico, oggi che gli spiriti e gli studiosi più avveduti fanno ad essa riferimento, molte cose vengono alla luce. Proprio come accade nella nostra vita individuale e personale: una parola della Sacra Scrittura, letta e udita molte volte quasi senza nulla scalfire nella nostra esistenza, ad un tratto, in una determinata situazione, ci si rivela in tutta la sua importanza, tanto da cambiare radicalmente il nostro modo di pensare e di vivere.

La Parola di Dio, infatti, questa Parola per mezzo della quale, secondo il racconto genesiaco e la testimonianza giovannea “ogni cosa è stata fatta” (Giovanni I, 3), questa Parola che in Cristo Gesù “si è fatta carne ed ha abitato fra noi piena di grazia e verità” /Giovanni I,14), questa Parola ci è stata rivelata e ci è stata tramandata nella Sacra Scrittura. E l’apostolo Paolo, rivolgendosi al discepolo Timoteo, afferma che essa è ispirata da Dio ed è utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia affinché l’uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3/16,18).

L’uomo di Dio!

E noi possiamo certamente aggiungere: la chiesa del nostro Signore Gesù Cristo.

I riformatori, quindi, quando proclamarono il “ Sola Scriptura “ posero la base sufficiente e dinamica per la vita della chiesa e per il suo rinnovamento.

Il che non significa far riferimento alla Scrittura in senso letterale, ma comprendere il messaggio in profondità ed in tutta la sua attualità.

La Parola di Dio prende di petto l’uomo, i popoli, le civiltà che nel tempo si susseguono e dice loro: si tratta di te, della tua causa, della tua vita, della tua esistenza.

Ma il “ Sola Scriptura “ vuol dire anche Parola di Dio senza termini aggiuntivi, senza interpretazioni prese a prestito dallo spirito dell’epoca, dalle mode del tempo, dalle filosofie spicciole, e perfino dalle scelte del predicatore.

Ma questo non vuol dire che la Parola di Dio sia un messaggio asettico, fuori del tempo. Anzi, è un messaggio che si incarna nel tempo, ma che non vuol lasciarsi strumentalizzare dalle mode del tempo.

E il messaggio della Riforma fu un messaggio di libertà.

Allora, innanzitutto, libertà nei confronti di una autorità ecclesiastica che era in contrasto con la verità evangelica. E da questa libertà molte altre ne sono scaturite, sia sociali che storiche.

E’ la verità che fa liberi non la menzogna.

E’ il perseverare nella Parola di Dio che ci permette di chiamarci discepoli del Cristo, non il mettere da parte il Suo insegnamento.

E la Chiesa del XVI secolo aveva offuscato molti degli insegnamenti della Parola di Dio; i suoi vescovi ed il suo clero non avevano più né la fermezza di un sant’Ambrogio né la purezza di un san Giovanni Crisostomo; anzi erano spesso guidati da considerazioni di interesse materiale, quando, addirittura, gli scandali della loro vita privata non toglievano ogni credibilità al loro ministerio.

E questa chiesa, non più credibile, cercava di mantenere le sue posizioni con l’influenza di una autorità che sfiorava spesso il sopruso, non soltanto nella sfera dello spirito ma anche in quella degli interessi mondani.

La Riforma, rivendicando la priorità dell’autorità di Dio sulle autorità umane, ha liberato l’uomo dalla schiavitù delle autorità che contraddicono la verità che ci è stata rivelata in Cristo Gesù.

Ogni tentativo di costrizione dell’anima umana è stata considerata dalla Riforma una usurpazione dei diritti di Dio.

E alla base della rivendicazione della libertà da parte dei riformatori, vi è il sentimento grave e puro del rispetto per l’autorità di Dio.

Ma la libertà proclamata dai riformatori non è anarchia: essa è sottomissione alla sola autorità legittima: l’autorità di Dio e della Sua Parola. E’ cioè una libertà fondata sulla verità. Dice, infatti Gesù nel nostro testo: “ Se perseverate nella mia parola siete veramente miei discepoli e conoscerete la libertà e la libertà vi farà liberi “. E Gesù aggiunge: “Se….. il Figliuolo (cioè Gesù Cristo stesso) vi farà liberi, sarete veramente liberi”.

La libertà è il dono della grazia divina; è una scelta che realizziamo innanzitutto in noi stessi, per sentirci poi liberi fuori da noi stessi, cioè nei confronti di quanto vorrebbe far violenza alla nostra libertà.

E non dobbiamo dimenticare che la libertà proclamata dai riformatori non è una qualsiasi libertà ma, innanzitutto, libertà in Cristo.

Non è quindi una libertà senza direzione, senza significato, senza orientamento. Non può essere confusa con l’arbitrio o con la pura fantasia. E’ una libertà che esprime l’azione dello Spirito Santo: “ Dov’è lo Spirito del Signore, quivi è libertà” (2 Corinzi cap.3 v. 17) afferma l’apostolo Paolo. Ed è una libertà che si esprime nel servizio: “Pur essendo libero da tutti, mi son fatto servo a tutti” (1 Corinzi cap. 9 v. 19 ) scrive ancora Paolo ai Corinzi.

E poiché l’apostolo Paolo nella stessa epistola esorta: “ fate tutto alla gloria di Dio” (1 Corinzi cap. 10 v. 32) noi dobbiamo ricordare che la nostra libertà non è solo indipendenza ma anche responsabilità. Per questo i riformatori, riaffermando sulla scia dell’insegnamento paolino ci hanno gettato in una avventura che è ad un tempo drammatica e gloriosa. Una avventura nella quale la Chiesa e i credenti sono chiamati a rendere sempre più acuto il senso della loro responsabilità.

Responsabilità che l’uomo veramente libero non deve mai dimenticare né verso Dio, né verso il suo prossimo.

Fratelli e sorelle, sono trascorsi oltre 4 secoli e mezzo (ndr. Oggi 500 anni ) dai giorni della Riforma e da allora molte cose sono cambiate nella vita della Chiesa e nei suoi rapporti col mondo incostante. Sono cambiate, soprattutto in quest’ ultimo  secolo nel quale ecumenismo e comunicazione di massa hanno agevolato la circolazione delle idee, hanno permesso il dialogo, hanno costretto la chiesa cattolica, non solo a diffondere la Parola di Dio, ma a confrontarsi con il suo messaggio e la Riforma, considerata per secoli una malefica eresia, è diventata anche per il cattolicesimo un punto di riferimento e i teologi protestanti sono oggi studiati in campo cattolico con una attenzione che talvolta supera quella che noi stessi prestiamo loro. Sono cioè i valori della Riforma che hanno continuato a fermentare nei secoli e che fanno lievitare, oggi più di ieri, la  cristianità. Ma di questi valori noi siamo i primi a dover saper vivere, sarebbe folle orgoglio spirituale accontentarci di additarli agli altri.

Per questo, celebrare la Riforma significa ricordare innanzitutto a noi stessi che quando non facciamo più riferimento all’ Evangelo, a tutto l’ Evangelo, quando lo mutiliamo o lo strumentalizziamo, noi ci allontaniamo dalla verità e non realizziamo la libertà dei figliuoli di Dio ma cadiamo sotto il giogo della schiavitù del presente secolo. E quando questo avviane tradiamo lo spirito della Riforma, di quella Riforma che ancora oggi ci ripropone il monito e le promesse delle parole di Gesù: “ Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli”

Questo è il monito e la promessa è:” conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Che questo monito non sia dimenticato, che questa promessa ci sia di continuo incoraggiamento.

Amen

L’intruso

17 settembre 2017

Marco 1,40-45
Venne a lui un lebbroso e, buttandosi in ginocchio, lo pregò dicendo: «Se vuoi, tu puoi purificarmi!» Gesù, impietositosi, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio; sii purificato!»
E subito la lebbra sparì da lui, e fu purificato. Gesù lo congedò subito, dopo averlo ammonito severamente, e gli disse: «Guarda di non dire nulla a nessuno, ma va’, mostrati al sacerdote, offri per la tua purificazione quel che Mosè ha prescritto; questo serva loro di testimonianza».Ma quello, appena partito, si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare apertamente in città; ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e da ogni parte la gente accorreva a lui.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
anche in questa domenica il nostro libretto un giorno una parola ha proposto per la meditazione un altro brano tratto dall’evangelo di Marco.
Se vi ricordate domenica scorsa abbiamo riflettuto sulle parole di Gesù che ci hanno ricordato chi erano i membri della sua famiglia.
Sua sorella, suo fratello e sua madre erano quelli che ascoltavano e mettevano in pratica la volontà di Dio padre.
Oggi ci propone per la nostra riflessione l’episodio dell’incontro fra Gesù e l’uomo malato di lebbra.
Questo fatto l’evangelista Marco l’ha inserito, probabilmente, secondo gli esegeti nel primo capitolo del suo vangelo perché desse conferma dell’ autorità di Gesù di natura divina guarendo le malattie degli uomini, delle donne, dei bambini e delle bambine . Compiendole confermava di essere stato inviato da Dio, di essere suo figlio e mediante lui si scopriva la vicinanza di Dio e la sua presenza nella creazione tutta. Dunque, l’ autorità di Gesù di guaritore dei malati si riconosceva proprio nella manifestazione della forza(potenza) che aveva contro la morte.
Lui può ridare vita superando, vincendo tutte le manifestazioni della morte perché questo è il suo unico obiettivo. La sua ira si infiamma contro ciò che non è vita, Lui deve sconfiggere la morte in noi.
Nel primo capitolo del vangelo di Marco vi sono descritti i seguenti avvenimenti:
– la predicazione di Giovanni, quindi la sua testimonianza, il battesimo di Gesù compiuto da Giovanni stesso
– poi le tentazioni di Gesù da parte di Satana,
– poi dopo l’ inizio della sua missione in Galilea con i suoi primi discepoli,
– poi viene narrato il suo potere di scacciare il demone dall’uomo, la guarigione della suocera di Pietro
– e , infine, c’ è la guarigione dell’uomo con la lebbra.

L’evangelista Marco facendo in questo ordine la sua testimonianza ci istruisce che Dio si era avvicinato agli uomini e alle donne per stabilire tra di loro una comunione e formare delle nuove comunità.
In queste comunità giudeo-cristiane, grazie agli insegnamenti di Gesù, potevano vivere liberamente cercando di superare i loro pregiudizi e le tradizioni con un cambiamento di mentalità. Inoltre, Dio in Gesù si era avvicinato a quelli che non avevano più speranza di vivere con gli altri e di conseguenza, aiutava a cambiare la mentalità dei credenti in Lui. Il cambiamento della mentalità cioè la conversione, dunque, comporta il ritorno a Dio, grazie alla fede nella sua promessa di salvezza in Gesù Cristo , dell’umanità corrotta; tornare di nuovo a credere nella parola di Dio è l’invito che Gesù rivolgeva alla gente, al popolo che lo seguiva e ascoltava le sue predicazioni.
Questo episodio dell’incontro di Gesù con l’uomo lebbroso in Galilea doveva essere la prova della sua missione, profetizzata nel vangelo di Dio nei versi: <<il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo>> Mc.1,15.

Così, il lebbroso ha cercato di avvicinarsi a Gesù, ha riconosciuto nella sua predicazione che il regno di Dio si era avvicinato a lui. Gesù è stato così tanto vicino agli uomini e alle donne che toccando solo la sua veste immediatamente guarivano come la donna malata dal flusso di sangue di cui soffriva da dodici anni. Ella diceva fra sé: << Se riesco a toccare almeno la sua veste, sarò guarita>>. Infatti, Gesù gli disse: <<coraggio, figliola; la tua fede ti ha guarita>>Matteo 9,20-22.
Solo Dio in Gesù uomo può fare questo ma non gli uomini come noi. Dunque, credere in Gesù è anche incontrare Dio.

Nel verso 40 dice: << Venne a lui un lebbroso e, buttandosi in ginocchio, lo pregò dicendo: «Se vuoi, tu puoi purificarmi!» 41 Gesù, impietositosi, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio; sii purificato!» 42 E subito la lebbra sparì da lui, e fu purificato.
Dio in Gesù ha voluto purificare il lebbroso come noi e risanarci dalle nostro malattie. Egli trasforma il nostro vecchio essere in uno nuovo. L’apostolo paolo dice: <<le cose vecchie sono passate: ecco , sono diventate nuove>> 2 Cor.5,17. Ognuno e ognuna di noi vive continuamente l’esperienza di sentirsi impuro a causa della imperfezione dovuto alla nostra ignoranza(mancanza di conoscenza o consapevolezza) che si manifesta nei nostri pensieri, e giudizi.
Ma siamo consapevoli che se Gesù in questo episodio ha sconfitto la barriera d’esclusione alla inclusione, dobbiamo rendere gloria a Dio nella nostra comunità e farci promotori e promotrici di questo messaggio evangelico, per i cittadini e gli stranieri.
Convertiamoci , ravvediamoci , torniamoci al nostro Signore. Inginocchiamoci davanti a lui e chiediamolo di farci sentire vivi. Io, tu abbiamo bisogno di incontrarlo personalmente e confessargli ciò che ci fa sentire morti senza vita e senza speranza.
Egli immediatamente ci risponde perché lui può ridare la vita.
Ognuno e ognuna di noi deve chiedergli innanzitutto quella vita che ci permette di rialzarci e che ristabilisce comunione quindi inclusione.
Noi siamo inclusi nel regno di Dio sulla terra.
Noi abbiamo ricevuto l’evangelo di Dio che ha superato l’esclusione.
Siamo giunti alla conclusione che ci ha risanati dalle nostre impurità per vivere e sperimentare la comunione. Il lebbroso ha sperimentato l’esclusione e l’inclusione e sta a noi scegliere di vivere la vera conversione che deve essere un cambiamento di mentalità , che è frutto della volontà di evolvere(crescere). <<Non c’è più né giudeo né Greco, non c’è più né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù>>. Galati 3,28-29.
Così, Gesù ci riveste e ristabilisce la nostra comune cittadinanza. In lui possiamo avere una vita di pace e essere in pace con lui, con gli altri e con noi stessi. È fondamentale che chiediamo specificamente a Gesù ciò che vogliamo, quello di cui abbiamo bisogno per vivere bene.
Dobbiamo esaminare ciò che ci turba, ciò che ci paralizza e non ci fa andare avanti, perché solo così la nostra volontà si realizza secondo la sua.
Ciò è all’origine del bene che Dio vuole per tutta la sua creazione.
I versetti 43 e 44 nel primo capitolo del vangelo di Marco che abbiamo ascoltato dice: << Gesù lo congedò subito, dopo averlo ammonito severamente, e gli disse: «Guarda di non dire nulla a nessuno, ma va’, mostrati al sacerdote, offri per la tua purificazione quel che Mosè ha prescritto; questo serva loro di testimonianza». L’ammonimento all’uomo guarito dalla lebbra era di non divulgare ciò che era stato fatto nei suoi confronti, di tacere perché Gesù temeva che le autorità religiose l’avrebbero subito espulso dalle loro sinagoghe, ma disobbedendogli è proprio quello che è accaduto. Gesù era diventato avversario dei capi sacerdoti.
Di conseguenza alla testimonianza del lebbroso, Gesù subì l’esclusione dalla propria comunità di fede. Così veniva visto sin dall’inizio come l’avversario dei farisei, dei sacerdoti, dei sadducei, e di tutti i giudei incapaci di credere che fosse stato venuto da Dio. Nel verso 45 dice che l’uomo guarito dalla lebbra subito è andato a divulgare e proclamare ciò che gli era successo e così Gesù non poteva più entrare apertamente in città e se ne stava fuori nei luoghi deserti.
Insomma, il ritorno nella comunità dell’uomo guarito da Gesù è stato la causa dell’esclusione di Gesù dal suo popolo.

Questo episodio però ci porta a dare attenzione ad un aspetto molto importante nelle nostre vite oggi, ossia all’invito a credere alla potenza di Dio che è presente nella nostra vita quotidiana.
Uno dei nostri principi fondamentale dice che la fede nasce dall’incontro personale fra Dio e l’uomo. In questo caso Dio in Gesù ha voluto incontrare l’uomo malato, impuro agli occhi degli uomini, vivo ma considerato morto da se stesso perché nessuno l’ ha voluto avvicinare, è stato discriminato a causa della sua malattia. Solo da questo incontro con il Dio che è stato capace di purificarlo, che gli ha ridato la vita, l’ha fatto sentire vivo l’uomo si è rialzato dal suo giaciglio e ha dato una vera testimonianza della presenza di Dio.

Gesù ha chiesto al lebbroso di fare un’offerta per la sua guarigione davanti al sacerdote come tradizione e segno di testimonianza che Dio l’ha guarito ma essendo un uomo malato che ha avuto la guarigione non ha potuto tacere. Infatti, andare a proclamare ciò che ci accade come miracolo è un segno e testimonianza di fede , è la testimonianza di chi crede. Romani 10,10: <<Infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati >>. La volontà di Dio di operare il bene nella vita di ognuno di noi richiede da parte nostra la proclamazione della sua gloria e testimonianza operosa . Egli gradisce parole e fatte da noi tutti.
Il lebbroso era considerato impuro. Non gli era permesso di avvicinarsi ad altri , ai puri. L’uomo lebbroso era escluso dalla comunità di Dio. Il concetto di impurità, quello che significava allora essere impuri, ci ammonisce di fare attenzione ora quando sorgono continuamente tensioni, e conflitti nelle nostre comunità di fede.
Ricordiamoci, da quando Gesù ha cominciato la sua attività ministeriale, essendo stato con i pubblicani e peccatori ha messo in discussioni le tradizioni dei nostri padri( le nostre tradizioni) andando oltre i limiti che determinavano l’esclusione per portare l’inclusione. Gesù nella pratica dei suoi insegnamenti ha voluto che si distruggessero le credenze che purtroppo sono tuttora alla base dei nostri pregiudizi.
Allora, nell’antichità si credeva che la lebbra fosse una malattia incurabile e il lebbroso era definito un uomo morto vivente(a living dead man).
Nella lingua filippina si dice taong buhay na patay.
Ora grazie al lavoro della ricerca medica può essere curata con la polichemioterapia e dopo due settimane dall’inizio del trattamento, la malattia non è più contagiosa.
Noi pastore e pastori delle chiese evangeliche, ogni anno riceviamo il calendario che promuove la missione evangelica contro la lebbra Onlus e il 25 gennaio è la giornata mondiale contro la lebbra.
Questo anno il testo biblico che posto sulla copertina del calendario è quello di Geremia 30,17 che dice: <<… io medicherò le tue ferite, ti guarirò dalle tue piaghe>> questa è la promessa di Dio.
Che sia fatta Sua la volontà in ognuno e ognuna di noi. Amen.

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Raccontare la fede

3 settembre 2017

Isaia 29,17-24
Battesimo di Riccardo

Ancora un brevissimo tempo, e il Libano sarà mutato in un frutteto, e il frutteto sarà considerato come una foresta.  In quel giorno, i sordi udranno le parole del libro e, liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno;  gli umili avranno abbondanza di gioia nel SIGNORE e i più poveri tra gli uomini esulteranno nel Santo d’Israele;  poiché il violento sarà scomparso, il beffardo non sarà più, e saranno distrutti tutti quelli che vegliano per commettere iniquità,  che condannano un uomo per una parola, che tendono tranelli a chi difende le cause alla porta e violano il diritto del giusto per un nulla.  Perciò così dice il SIGNORE alla casa di Giacobbe, il SIGNORE che riscattò Abraamo: «Giacobbe non avrà più da vergognarsi e la sua faccia non impallidirà più.  Poiché quando i suoi figli vedranno in mezzo a loro l’opera delle mie mani, santificheranno il mio nome, santificheranno il Santo di Giacobbe, e temeranno grandemente il Dio d’Israele;  i traviati di spirito impareranno la saggezza e i mormoratori accetteranno l’istruzione».

Care sorelle e cari fratelli, caro Riccardo, cari Cristiano e Giuseppe, cara Caith Zeon che oggi fai il compleanno, care bambine e cari bambini,

è soprattutto a voi che oggi mi rivolgo per prima cosa, anche se forse non riuscirete a seguire tutto il mio discorso. La prima cosa che vorrei invitarvi a fare, quando vi chiederanno qual è la vostra chiesa, è di rispondergli che siete cristiani evangelici, protestanti, che la vostra chiesa è quella metodista di Roma, e che la nostra fede si ispira ad una generazione di teologi che hanno riformato, cioè riportato la Chiesa alla sua vocazione originaria, all’evangelo di Gesù Cristo. Questo lo hanno fatto partendo dalla Bibbia, perciò la seconda cosa che vi chiedo è di ricordare ai vostri genitori di leggervi la Bibbia che al battesimo vi è stata regalata!
Da allora sono passati cinquecento anni, che hanno cambiato profondamente proprio il modo in cui la gente pensa e parla di Dio… Nel XVI secolo era sulla bocca di tutti: che cosa voleva Dio da noi, che cosa potevamo fare noi per lui, se poteva aiutarci… Oggi, invece, nessuno vi parlerà di Dio e se lo farà, la maggior parte delle volte lo farà in modo sbagliato, per cui dobbiamo stare molto attenti! Il più delle volte sentiamo chiamare Dio dai terroristi che gridano: Dio è grande, prima di uccidere le loro vittime. Oppure sarà invocato da chi, nel suo nome, cerca di imporvi dei limiti, dei vincoli, perché vorranno usare Dio come uno strumento per accrescere il loro potere.
Per lo più, però, non ne sentirete parlare, e pochi vi diranno di aver fatto le scelte fondamentali della loro vita nel suo nome: la società europea contemporanea non parla volentieri di Dio, e se questo avviene è anche a causa dei troppi cristiani che nel passato hanno creduto che fosse giusto uccidere altre persone nel nome di Dio. Per impedire la riforma della chiesa, che procedeva in maniera pacifica, infatti, già nel XVI secolo sono state scatenate delle feroci guerre contro i protestanti che, però, alla fine non hanno perso ma neanche hanno vinto, e così noi siamo ancora qui, in questo mondo che non ama parlare di Dio. Un giorno, cari bimbi, vi racconteremo questa storia… Ma oggi vorrei che riflettessimo un attimo sulla domanda: perché Dio accetta questo silenzio su di lui? Perché accetta che altri dei parlino più forte e impongano il loro volere alle persone? Perché Dio non parla ad alta voce e si impone su tutti gli altri?
Il silenzio di Dio, dunque, o meglio il desiderio degli antichi Israeliti di ricevere di nuovo da lui parole chiare e comprensibili, è lo sfondo su cui si colloca il brano che abbiamo letto dal profeta Isaia. Nel suo oracolo, infatti, vediamo come il popolo d’Israele sia veramente nei guai: con la sua ingiustizia, soprattutto con l’empietà dei ricchi e dei potenti, ha fatto adirare il suo Signore, e questi annuncia tempi duri e difficili, tempi di punizione per il peccato. Quando il Signore si arrabbia, però, invece di far scendere fuoco e fiamme dal cielo, sceglie di tacere: la sua voce non risuona più in mezzo al popolo, che si illude per questo di poter nascondere a Lui i suoi empi piani. I profeti ed i veggenti tacciono. La Parola di Dio è divenuta come un libro sigillato, che nessuno riesce ad aprire. Il popolo, allora, non conosce più che cosa è giusto e pensa di poter seguire altre vie, di poter continuare a commettere i propri crimini approfittando di questo silenzio, invece di capire che proprio questo silenzio è il segno del giudizio di Dio. Per questo andranno dritti alla rovina e solo dopo riusciranno di nuovo a sentire la voce di Dio, riconoscere e comprendere la sua volontà, e ricevere la sua parola di grazia.
Questo superamento del silenzio avviene per Isaia in tre momenti. Nel primo arriva il giorno del Signore e i giusti, gli umili ed i poveri vengono riscattati dalla loro condizione di miseria. Nel secondo, quasi un contraltare del primo, i ricchi, i potenti, gli arroganti vengono puniti da Dio. Nel terzo si annuncia la conversione di Israele di fronte alla grande opera di Dio: il ristabilimento del popolo. Di fronte alla parola di Dio sulla giustizia il malvagio si converte, perché sa finalmente che cos’è la verità.
Una parola molto forte, che suona attuale ancora oggi, dopo duemila e ottocento anni… Anche oggi, come allora, chi ha il potere si accaparra tutte le risorse del paese e riduce in miseria il resto della popolazione, distruggendo il pianeta in cui tutti viviamo. L’accusa dei profeti era chiara allora ed è chiara anche oggi: la classe dirigente aveva abbandonato Dio, ed aveva scelto un’altra strada lontano dalla sua giustizia. Era diventata sempre più avida e tutto il “progresso” lo aveva piegato al suo vantaggio. Su di loro e sulla loro corruzione il profeta annuncia il giudizio di Dio. Nel suo silenzio, questi non potranno che arrivare fino al colmo della loro condanna e non hanno più alcuna speranza di redenzione. E con loro quanta gente si rende complice, anche solo con il suo silenzio?
La condanna, dunque, è forte e chiara, e io credo che noi dovremmo cominciare il nostro anno ecclesiastico con una seria riflessione ed analisi della situazione in cui viviamo, per poter tornare a fare risuonare la nostra voce per proclamare la giustizia di Dio. Dobbiamo chiederci chi sono gli empi e chi sono gli umili, chi sono i ricchi che pervertono il diritto e chi sono quelli che umiliano il giusto. Dobbiamo chiederci dove sta il male di questo mondo e tornare a proclamare giustizia di Dio, per porre i potenti di fronte alla Sua volontà. Alla fine quello che conta sarà la sua volontà di giustizia, quando gli umili saranno innalzati, mentre potenti ed empi saranno umiliati. Quel giorno, dice Isaia, di fronte alla manifestazione della giustizia di Dio come ultima e definitiva parola sull’umanità, Israele si convertirà e tornerà al Signore.

A differenza del tempio di Isaia, in cui si aspettava il giorno del Signore, noi cristiani vediamo nella resurrezione di Gesù la realizzazione di quella promessa. In Gesù Cristo noi abbiamo la certezza che l’ultima parola appartiene a Dio e che in Gesù si sia manifestata come parole d’amore. Chi riceve questa testimonianza è rimandato a Dio e può convertirsi. L’evangelo significa che, per chiunque si avvicina a Dio con il desiderio di ascoltarlo, quelle parole non sono più sigillate e in Cristo le possiamo comprendere con chiarezza: sono parole di giudizio, certo, ma soprattutto parole di vita e di speranza. Il battesimo di Riccardo, oggi, ancora una volta ha spezzato questo silenzio e in maniera simbolica fa prorompere la parola d’amore di Dio nel mondo. Caro Riccardo, nella Bibbia che hai ricevuto oggi ci sono queste parole, fattele leggere, ascoltale e lascia che ti accompagnino nel corso della tua vita! Proprio come dovrebbe fare ogni cristiano, soprattutto ogni cristiano evangelico. Se Dio ha scelto di rimanere in un silenzio di condanna nei confronti dei peccati dell’umanità, ha scelto anche di parlare chiaramente ad ogni cuore che a lui si accosta, perché nel mondo risuoni la sua condanna del male e il suo desiderio di amore e di vita. Ha scelto di manifestare tutto questo in Gesù, nella sua storia, una storia d’amore che ci viene raccontata nella Bibbia. Non stanchiamoci di leggerla, di meditarla, di farla nostra nel silenzio della nostra casa e nella gioia del culto domenicale: Dio non ci lascia soli nel silenzio del suo giudizio, ma ci parla con parole d’amore in Cristo.

Amen

past. Eric Noffke