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Le chiese si aprono … anche in cinese

di Giulia Abbati
Nel pomeriggio di domenica 29 ottobre si è tenuto presso le sale comunitarie della Chiesa valdese di via IV Novembre un culto in lingua cinese, il primo di una serie di incontri che dovrebbero ripetersi l’ultima domenica di ogni mese, a turno in via IV Novembre e in via XX settembre. Erano presenti i pastori Joylin Galapon ed Emanuele Fiume, la sinologa e interprete Francesca Agrò e altri 25 partecipan circa, per lo più persone di nazionalità cinese che si sono spostate in Italia per vivere liberamente la fede evangelica e che si sono avvicinate in questi mesi alle nostre comunità.

Questo esperimento vuole rispondere all’urgenza di catechesi, approfondimento biblico e relazione manifestata con entusiasmo da questi fratelli, un bisogno che li porta a partecipare volenterosamente ogni domenica a culti tenuti in una lingua che spesso comprendono ancora in minima parte.

Se il tema biblico della consolazione ritrova tutta la sua centralità di fronte a persone costrette alla lontananza dalla propria casa e dai propri cari, il sermone del pastore Fiume sulle prime parole del profeta Isaia in esilio (Isaia 40,1-8) si è concentrato su tre espressioni della potente ed efficace cace consolazione di Dio per i credenti.

La prima è il suo perdono. Ma in che modo – si è interrogato il gruppo – questo perdono ci raggiunge? Se il tempo dell’ira di Dio è finito, se è finito anche qui per noi, allora perché Dio ha permesso il nostro dolore? L’esegesi ha sottolineato come a questa domanda Gesù risponda con le beatitudini: non quindi con una spiegazione, ma con una promessa.

La seconda è la gloria di Dio, che sopravvive a qualunque gloria umana e la vince – considerazione questa che assumeva una portata tanto più concreta pronunciata nella suggestiva cornice delle nostre sale comunitarie, con vista sulle rovine di quello che fu il più grande impero dell’Occidente, e di fronte a persone provenienti dalla più promettente superpotenza mondiale.

Il terzo aspetto è la Parola di Dio, che dona una speranza certa nella vittoria del Signore per noi e una prospetti va totalmente altra da cui osservare la nostra vita. Con Isaia, anche noi sappiamo che “ogni carne è come l’erba” – la carne di chi ci fa del male e anche la nostra carne – ma che noi siamo coinvolti in un collegamento forte con la parola eterna di Dio.

È seguito un momento di preghiera guidato dalla pastora Joylin Galapon, che ha rivolto un ringraziamento al Signore per la sua parola e per il senso che essa riesce ad assumere ogni giorno nelle nostre vite, portando tutte le volte un’autentica consolazione, un insegnamento su come vivere l’accoglienza reciproca, un richiamo al fatto che non siamo mai soli, perché in Cristo l’altro fa parte di noi: “noi siamo il prossimo quando ci incontriamo”.

Il culto, cui ho avuto il privilegio di assistere, è stato segnato da un’atmosfera concentrata e commossa. Di questo, gran parte del merito va a Francesca Agrò, che – per citare e lasciare per iscritto la frase con cui è stata presentata in apertura del culto e che lei nella sua modestia si è rifiutata di tradurre – “ha permesso che questo nostro incontro fosse una Pentecoste e non una Babele”. Le facciamo un ringraziamento grandissimo.

 

你们的神说:“你们要安慰,安慰我的百姓! Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. (Isaia 40,1)

Avvento e Natale: tempi di equilibrio e armonia

Torre Pellice, 28 novembre 2017

Uno dei simboli più suggestivi dell’Avvento è la corona con quattro candele. Nelle usanze liturgiche della maggior parte delle chiese cristiane d’occidente ad ogni candela corrisponde una domenica. Così la prima candela – che quest’anno sarà accesa il 3 dicembre – segna anche l’inizio del nuovo anno liturgico. È una scansione del tempo diversa da quella delle nostre agende personali o professionali.

A guardarci intorno sembra che l’Avvento sia iniziato già negli ultimi giorni di ottobre. Un “avvento” dei grandi centri commerciali che spinge ad acquistare regali e a riempire, in anticipo, la dispensa, la cantina e il frigorifero. Così l’avvento commerciale diventa un tempo dell’attesa assai frenetica e perde la sua dimensione principale, quella dell’annuncio della salvezza. Il significato letterale dell’Avvento non è esattamente “attesa” bensì “venuta”. L’annuncio della salvezza che viene in mezzo a noi è dunque il suo filo conduttore.

Le letture bibliche e la liturgia cristiana in questi giorni annunciano la potenza luminosa del nostro Dio, l’alba nuova dell’umanità e la scomparsa di ogni forma di ingiustizia. Non si tratta di effimeri annunci pubblicitari o di antidepressivi a basso costo. Sono parole capaci di operare oggi un rinnovamento veramente profondo.

Molte chiese evangeliche, sorte nella seconda metà dell’Ottocento o nei primi del Novecento, rifiutano tuttavia la celebrazione sia dell’Avvento sia del Natale. La ragione sarebbe quella che Gesù non è nato il 25 dicembre e quindi tale data non è altro che la festa pagana del Sol Invictus. Che Gesù non sia nato il 25 dicembre è un’ipotesi storica abbastanza accreditata nel mondo accademico. Tuttavia la celebrazione della sua nascita quasi in coincidenza con il solstizio d’inverno è una scelta fortemente simbolica. Come la luce rinasce, inizialmente impercettibile ma già efficace, così l’incarnazione del Figlio di Dio inaugura la nuova era dell’umanità sin dalla sua manifestazione storica, vale a dire sin dalla sua nascita. Le prime notizie di feste cristiane per celebrare la nascita di Gesù risalgono infatti all’anno 200 circa. Ad esempio già nel 204 Ippolito di Roma, uno dei più autorevoli teologi della chiesa antica, propone il 25 dicembre come data per la celebrazione della nascita di Gesù.

La principale ragione di celebrare la nascita di Gesù e di farlo proprio in questo periodo è però di carattere biblico e teologico. Si tratta di affermare che nella persona del Figlio di Dio che Gesù incarna la natura umana e quella divina sono pienamente e perfettamente unite. È un antidoto a tutte le dottrine sbilanciate o sulla sua divinità (docetismo) o sulla sua umanità (adozionismo). I due racconti espliciti della nascita di Gesù (Matteo e Giovanni) somministrano molto efficacemente questo antidoto per creare uno stato di equilibrio dottrinale. Intorno al 25 dicembre, infatti, tutto sembra squilibrato sul versante delle tenebre. La luce di Natale invece traccia un percorso in cui le tenebre saranno inevitabilmente sconfitte (ma non del tutto eliminate).

In questa prospettiva il Natale potrebbe essere considerato una festa dell’equilibrio e dell’armonia. Nella nostra realtà, così segnata da squilibri di ogni genere, Colui che Amore si fa partecipe delle nostre ansie e delle nostre incertezze per trasformarle in una speranza incrollabile che rende stabile ogni cosa.