Diversità vive

14 maggio 2017

Matteo 21, 14-17

Cara comunità,
Oggigiorno, i giovani non hanno più valore. Nella società, non è loro lasciato spazio per pensare ad un futuro, non è permesso esprimersi totalmente, non trovano luoghi o situazioni nel quale lavorare per affermare la loro identità, non è possibile trovar stabilità lavorativa. Insomma, si è soliti dire “largo ai giovani” oppure “i giovani sono il nostro futuro” ma questi si trovano privati del loro presente. E non c’è bisogno di andare lontano, ma basta guardare fra le panche delle nostre chiese: sempre meno giovani. Si avverte un diffuso disinteresse e incapacità di rimanere sulle radici: magari fanno il catechismo per piacere ai genitori, o comunque non sentono loro quel percorso di fede che si è cercato più o meno di trasmettere in famiglia. Succede che quando qualche giovane decide di impegnarsi nelle chiese, lo si sommerge di aspettative, di ruoli o di responsabilità. Oppure, la reazione totalmente opposta: i giovani non hanno esperienza, sono troppo lontani dalle consuetudini ecc.., quindi meglio che aspettino per portesi prendere delle responsabilità. Vediamo che ci manca un po’ quella capacità di creare un equilibrio sul quale poter costruire un qualcosa in comune.
E in maniera simile, le nostre società non riescono a farsi portavoce delle persone definite come diverse: migranti, donne, comunità LGBT, disabili o portatori di handicap e la lista potrebbe proseguire. Là dove la personalità non corrisponde a dei canoni potremmo dire estetici o di produttività, ci si ritrova direttamente o indirettamente emarginati. E questo si ripercuote anche sulle nostre chiese e sull’attività quotidiana. Il detto “Il mondo è bello perché è vario”, rischia di trasformarsi in “il mondo è diviso, perché è vario”. Le ricchezze che le nostre diversità portano con loro, rischiano di essere schiacciate dai criteri che noi stessi ci creiamo, forse per tutelarci, per darci scurezza…E quando queste corrispondenze non si verificano viene a crearsi un principio di esclusione, che può degenerare in uno scontro: vecchi giovani, donne uomini, colonne portanti delle chiese e nuovi iscritti ecc…
Il racconto del vangelo di Matteo proposto per oggi si apre proprio con questa situazione di scontro. Gesù ha appena cacciato i mercanti dal tempio, criticando così non solo la loro azione di compra-vendita nella casa di Dio, ma soprattutto le persone che lo permettevano, cioè i capi dei sacerdoti e le èlites del tempio. In un momento di massima tensione fra Lui e coloro che lo circondano, egli dirotta l’attenzione sulle parole dette dai bambini, persone giovani e ritenute inesperte, per far risuonare il loro annuncio di speranza nel tempio. L’azione di Gesù porta con sé un nuovo modo di vedere la realtà. Egli in pochi versetti: purifica il tempio, riporta l’attenzione dell’uditorio sulle funzioni da compiere al suo interno e rivaluta le persone che li si trovano. È proprio quest’ultima azione che ci viene descritta nei versetti dal 14 al 17, ovvero un avvicinarsi di Gesù alle persone scartate dalla società, per prendersi cura di loro con i primi (zoppi e ciechi) e dare voce ad altri, come i bambini. Gesù fa una scelta in linea col suo ministero basato sull’amore del prossimo: egli decide di qualificare gli esclusi, creando loro uno spazio non solo nel regno dei cieli, ma già sulla terra. Questa sua scelta scombina la tradizione e indigna la classe dirigente, e facendo ciò altri sono allontanati. Si potrebbe trovare l’eco di questa storia nel dire: “Là dove due o tre si radunano nel nome di Gesù, un quarto è escluso”. Là dove Gesù crea uno spazio sulla terra per gli esclusi, altri si escludono: dove zoppi e ciechi sono guariti e assumono una nuova identità, i mercanti sono cacciati e i sacerdoti si allontanano dal messaggio di Gesù. Chiaramente la difficoltà oggi di pensare al fatto che il discorso di amore di Gesù non sia accolto da tutti, o che a volte il suo agire sia esclusivo, ci spiazza. Siamo soliti parlare e predicare un Gesù venuto per tutti e tutte, senza pensare che non sempre le sue parole sono state la fonte di integrazione, ma di esclusione come per i mercanti o di auto-esclusione, come per i sacerdoti. Forse è compito nostro oggi riconoscere che la venuta di Gesù ha cambiato le carte in tavola, e non tutti sono disposti ad accettare questo cambiamento. L’universalità di Gesù trovò allora e trova ancora oggi terreni non fertili, porte che vogliono restare chiuse.
Però questa è la chiesa di Gesù, ed è anche la nostra. E forse ciò che il Vangelo ci chiede oggi è di provare a vivere la chiesa, creando un dialogo ed un ascolto genuini e reciproci ricordandoci le parole che abbiamo ascoltato prima sempre nel vangelo di Matteo, cioè che le grandi cose a Dio è piaciuto rivelarle ai piccoli, coloro che vivono nella semplicità e nella sincerità. Il centro del brano di oggi, è l’atteggiamento di Gesù: un tentativo di reintegrare coloro che sono esclusi all’interno della chiesa di Dio, facendole sentire allo stesso tempo parte della creazione divina, in quanto persone, ridando a loro una speranza e un nuovo ruolo consapevole. Il Vangelo ci chiama ad essere costruttori-trici di pace, ma questo non corrisponde ad essere perfetti. Oggi siamo chiamati ad essere soprattutto tessitori di relazioni: quelle stesse relazioni che poi costituiscono le basi della chiesa, che siano la fonte dell’energia di cui abbiamo tutti e tutte bisogno. La chiesa, quindi, si dovrebbe pensare come il luogo di incontro fra persone portatrici di differenze: siano di cultura, di storie di doni…differenze che non siano fonte di divisione, ma valorizzate agli occhi di Dio, poiché parte della sua creazione varia e splendida allo stesso tempo.
L’appello che ci rivolge il vangelo con la storia di stamattina è di creare spazi di accoglienza e di annuncio, senza cancellare le differenze che ci caratterizzano. Fare ancora nostro il progetto di accoglienza che Gesù rivolge a quelli che la società del tempo, ma forse non solo, definiva gli outsiders, e creare nuove strade comuni consapevoli dei nostri limiti umani. E probabilmente non c’è luogo più adatto delle nostre chiese per ripensare a questi percorsi: luoghi dove il vangelo annunciato si incarna in una realtà sempre più interculturale, e intergenerazionale. E oggi qui ne abbiamo un esempio, nel gruppo degli studenti LINFA, il laboratorio interculturale di formazione e accoglienza. Loro incarnano il senso del sermone di oggi, cioè che nelle loro diversità che li caratterizzano, possano lavorare per creare dei luoghi metodi e materiali per costruire una chiesa insieme. Luogo che accolga le differenze e trovi in loro una ricchezza e non un motivo per separarsi.
Se ripensiamo alla storia della vocazione di Samuele, letta poco fa, questa ci insegna che è stato Eli per primo capace a riconoscere la chiamata che Dio stava rivolgendo a Samuele. Solo parlandone e confrontandosi con qualcuno diverso da sé, Samuele ha avuto la capacità e la fiducia di dire a Dio: “parla, poiché il tuo servo ti ascolta”. Questo ci invita a ripensare ad una leadership positiva: là dove ci si trova nelle chiese a costruire percorsi che mettano insieme pezzi di storie anche estremamente differenti, è necessario che si creino figure di leader positivi, che sappiano avere uno sguardo lungo ed esterno, per gestire le crisi e i conflitti. La storia di Samuele ci presenta così un sacerdote come Eli che con la sua esperienza, riesce ad indirizzare Samuele a riconoscere la chiamata di Dio ed accettare la sua vocazione.
Cari fratelli e sorelle, il racconto di Matteo si conclude con l’apice dello scontro fra Gesù e i suoi avversari, con le conseguenze che sappiamo. La possibilità che è data a noi oggi attraverso queste parole, è di essere trasformatori delle situazioni di scontro in quelle di comunione fraterna. Un progetto senza dubbio complesso e lungo una vita, ma che può proprio partire da come ci è rappresentato Gesù al versetto 14: egli si prende cura e dà voce agli emarginati. Cercare di imitare quello che fece Gesù, per poter ogni giorno scommettere su di noi e sulla nostra realtà di credenti e di chiesa, provare ad aspettarci l’un l’altro, parlare con semplicità e ascoltandosi, ma soprattutto riconoscendo nell’altro-a un pezzo del volto amorevole di Dio. Solo provandoci e credendoci, potremmo riuscire a fare nostro e gridare come chiesa insieme, la confessione di fede che Matteo mette qui in bocca ai più piccoli: “Osanna al figlio di Davide”.
Ritornando un’ultima volta alla storia di Samuele, ci è detto che a quel tempo le visioni erano rare e la parola di Dio non si faceva udire. Forse, fratelli e sorelle, la crisi che viviamo oggi ci sembra insuperabile, ma come dice questa storia, l’agire di Dio è sorprendente ed inatteso, e ci viene chiesto di vivere nella fiducia che nessuna delle sue parole andrà a vuoto. Che il Signore ci aiuti a sentire ogni giorno di nuovo la sua Parola e ci aiuti a metterla in pratica come credenti, come chiesa, come singoli e singole amate da Dio e chiamate ad amarci gli uni gli altri. AMEN.

Gabriele Bertin

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