Il perdono di Dio

Numeri 21,4-9 (I serpenti ardenti e il serpente di rame)

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, il testo della predicazione tratto dal libro di  Numeri  cap. 21, dal 4 al 9 ci invita oggi a riflettere sul modo specifico di Dio di riconciliarsi con il popolo d’ Israele ed  è anche un modo di riconoscere la severità di Dio nell’emanare il suo giudizio al popolo in ribellione, e la grazia ridonata  a lui dopo averlo riconosciuto che è Dio da temere. Il popolo era stato condannato a morte a causa del suo mormorare, della sua protesta e obiezione alla volontà di Dio e di Mose. Infatti, il castigo era la pena di morte. Dio mandò loro i serpenti ardenti, infuocati che con i loro morsi emanavano veleni, così che molti del popolo morirono. Ma con l’ammissione del peccato e la confessione di aver protestato esso ha ricevuto il perdono,  e così non morì più nessuno.

Molti del popolo però non hanno potuto confessare il loro peccato contro Dio e Mosè quindi hanno subito la pena di morte a causa dei serpenti che rappresentavano il castigo, la punizione del loro peccato. Era Dio che li ha puniti.

 

Oggi, questi  versetti ci invitano anche a fare un auto- esame(autocritica), ricordare il  peccato commesso nella ribellione, nel  mormorio quando abbiamo parlato  con parole di protesta e di obiezione a ciò che Dio voleva che fosse fatto, con un atteggiamento di sfiducia, di rinnegamento, e d’impazienza. Per il Dio dell’AT la sfiducia (perdersi la fiducia in lui) era il peccato più grave perché era irrimediabilmente causa della pena di morte, come viene qui dimostrato.

Nel capitolo precedente al nostro brano, due persone care per questo popolo erano appena scomparse. Miriam era morta, poi poco dopo Aronne. 30 giorni di pianto, cordoglio per il fatto che erano scomparsi Aronne e Miriam dalla vista di una comunità di credenti.

 

Si capisce allora che la comunità di Israele era sfinita, era stanca, non aveva più la forza di camminare e ha perso la speranza a quella promessa di poter raggiungere la terra promessa. Lei non aveva più la forza d’andare avanti per seguire la sua meta verso la promessa di Dio.

 

Nel deserto, il popolo di Israele ha vissuto per 40 anni come ci racconta il libro di Numeri e molti  non  raggiunsero la terra promessa.

Nel deserto, loro hanno vissuto in modo semplice, hanno sperimentato un modo infantile di credere in Dio. Dio verso di loro  si infiamma con la sua ira e poi ritorna ad essere compassionevole mediante l’intercessione, le parole d’implorazione del suo servo Mose in molte occasioni.

Allora Mosè supplicò il Signore, il suo Dio, e disse: «Perché, o Signore, la tua ira s’infiammerebbe contro il tuo popolo che hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande potenza e con mano forte? Perché gli egiziani direbbero: Egli li ha fatti uscire per far loro del male, per ucciderli tra le montagne e per sterminarli dalla faccia della terra!?» Calma l’ardore della tua ira e pentiti del male di cui minacci il tuo popolo. Ricordati di Abramo, d’Isacco, e d’Israele, tuoi servi, ai quali giurasti per te stesso…»  Esodo 32,11-13
La relazione di Dio con il popolo di Israele  in questo caso ci chiarisce anche oggi come siamo noi credenti.

Che cosa era che manteneva il loro rapporto? La cura, la guida che assicurava Mosè  con la sua presenza  e anche il suo castigo ogni volta che commettevano il peccato, ogni volta che trasgredivano il suo comandamento.  Un castigo per raddrizzare il loro comportamento per poi andare avanti per raggiungere la terra promessa come un popolo fedele.

Certamente, non fu un cammino facile per Israele!

Allora, sicuramente  il popolo d’Israele al contempo non visse in modo semplice perché aveva delle regole da seguire e i comandamenti per acquisire la vera vita.  Dio l’ha liberato dalla schiavitù in terra d’Egitto, ha avuto la manna per nutrirsi giorno dopo giorno. Nonostante ciò, c’era sempre occasione di protestare, di mormorare, e lamentarsi davanti a Mose e a Dio. Il tempo nella casa d’Egitto, nonostante il lavoro gravoso che compiva e il maltrattamento che subiva, veniva rievocato con  nostalgia, e il popolo d’Israele sognava ancora la consolazione del cibo che lo rendeva soddisfatto e sazio, cioè la carne  che  lo consolava in mezzo allo schiavitù. Dicevano: «Avevamo pentole di carne e mangiavamo pane a sazietà» Esodo 16, 3. Così, fino alla fine del suo peregrinare abbiamo questo ricordo che causa di ribellione nei confronti di Dio. La carne che lo aveva nutrito ha avuto un ruolo importante, è una trappola del maligno, di satana in cui cadere in tentazione e nello stesso tempo un modo dispettoso di rivolgersi a Dio.

 

La scelta di questo brano ha a che fare con il tempo della passione, il  tempo riservato per ricordarci di tornare a Dio e cambiare la nostra mentalità e si scandisce in questa sequenza.

Il credente ha ricevuto la promessa  grazie alla fede,

poi segue la protesta che è frutto dell’impazienza,

poi si ritorna alla consapevolezza,

e di conseguenza c’è il tempo della confessione,

e poi il tempo del perdono.

Quindi, la riconciliazione comporta un rinnovamento dell’impegno per l’alleanza fatta da Dio per il suo popolo eletto.  Credo che vediamo in noi la replica di questa esperienza in quanto discendenti (eredi ) del popolo degli  Israeliti.

 

Teniamo in mente questo procedimento della salvezza d’ Israele in questo episodio, il timore verso Dio significa per il popolo d’Israele  riacquisire nuovamente la vita per proseguire il cammino che lo aspetta.

Il popolo d’Israele ha confessato il suo peccato tramite Mosè e anche tramite lui Dio ha trovato un rimedio per riconciliarsi. Dio ordina di creare qualcosa di simile a quello che ha mandato per dimostrare la sua ira contro chi bestemmia, contro chi trasgredisce alla sua volontà.  E’ un’immagine che ha causato la morte di molti  e al contempo ha dato nuova vita: dal serpente ardente al serpente di rame.

Adesso abbiamo questa occasione di ammettere anche noi che spesso mormoriamo, spesso ci lamentiamo, spesso protestiamo per le nostre incessanti insoddisfazioni. Questi sono i motivi del nostro parlare contro Dio che non vogliamo nemmeno confessare perché non li consideriamo nemmeno più un peccato. Questo brano ha descritto l’esperienza di vita del popolo d’Israele  e anche la nostra quando mormoriamo perché Dio non ci ha dato quello che crediamo possa  soddisfare il nostro bisogno.

 

Ora, chi pecca e riconosce di aver peccato davanti a Dio riceve il perdono guardando Gesù sulla croce. Ecco, care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi il nostro lezionario ha proposto  la  meditazione di questo brano che narra il peregrinare di Israele, l’itinerante perenne.

È un fatto molto importante nella vita del popolo. Inserire per la nostra predicazione questo brano dell’AT,  ci ricorda quando un serpente per la prima volta ha agito tra due persone, Adamo ed Eva, ora i serpenti sono di nuovo in scena per svolgere il loro ruolo specifico, recare la vita o la morte. Dio per mezzo di loro ha manifestato il castigo, la condanna verso un popolo che con le sue parole ha provocato la sua ira. Ci fa impressione immaginare la terra deserta in cui strisciano i serpenti per  poi  arrivare a mordere una massa di gente. Per  aver parlato male a Dio e a Mose, a causa di aver maledetto Dio, gli israeliti hanno avuto la pena di morte.

 

L’analisi del brano fatta da un ‘esegeta sulla rivolta del popolo d’Israele contro Dio ha voluto delineare il significato vero qui della parola contro, il popolo ha perso la fiducia in Dio.

Che cosa è il serpente ?  E’ il simbolo di vita. Il serpente è l’eterna sintesi di  morte e di vita, oggetto tanto di malanimo quanto di venerazione.

E’ l’essenza vitale del suolo; ogni anno cambia la pelle, simbolo del vecchio sé, un ‘eterna giovinezza, i suoi occhi penetranti scintillano come null’altro-simbolo di saggezza umana.

Il serpente è un potente simbolo di vita e di morte. L’asta con serpente di rame si ferma tra i morti che non vogliono guardare lo strumento di salvezza scelto da Dio e quelli che invece lo fanno, si salveranno.

L’evangelo di Giovanni 3,14-16 dice: E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Le parole di Gesù evidenziano la volontà di Dio di dare la vita eterna a tutti coloro che guarderanno a Gesù e crederanno in Lui.

L’immagine del serpente innalzato da Mosè è collegata da Giovanni all’immagine di Gesù innalzato e crocifisso. Ma l’innalzamento di Gesù si riferisce tanto alla sua morte in croce quanto alla sua risurrezione dai morti.

Così, nel vangelo di Giovani la croce ha dunque, come l’asta, il bastone di Mosè, un doppio significato: simboleggia tanto il veleno della morte quanto la potenza di Dio, che dona la vita a tutti coloro che credono in lui e a lui guardano per salvezza e nuova vita. Amen.

past. Joylin Galapon

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