La giustizia del lavoratore e la giustizia di Dio

Matteo 20, 1-16

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
le parabole sono facili da capire ma anche facile da fraintendere.

Da un lato quando sentiamo una parabola ci sembra tutto evidente. Il messaggio è chiaro.

Da un’altra parte però ci accorgiamo che è facile capire un’altra cosa rispetto a quello che la parabola in realtà ci vuole dire e io, iniziando questa meditazione voglio indicarvi tre possibili fraintendimenti di questa parabola prima di venire ad una spiegazione di quello che mi sembra essere il messaggio che questa parabola ci vuole dare.

Il primo fraintendimento è molto evidente: è quello di pensare che questa parabola voglia offrire un modello di organizzazione del lavoro da applicare alla società.

Nessun sindacato accetterebbe che chi ha lavorato dieci ore sia pagato come chi ne ha lavorata una e nessun imprenditore accetterebbe di pagare uno che ha lavorato una ora sola come se avesse lavorato dieci ore.

Dunque, è chiaro che questa parabola non è un modello sociale in nessun modo e non è questo il modo giusto di intenderla: è una parabola del Regno di Dio e non una parabola della nostra società. Ed è perfettamente giusto che nella nostra società chi lavora molto e bene sia pagato di più di chi lavora poco e forse anche contro voglia, forse anche male: sarebbe un totale fraintendimento della parabola capirla come se fosse un modello sociale!

Un secondo possibile fraintendimento è quello che è accaduto tante volte nella storia della chiesa cioè credere che il centro di questa parabola siano le cinque chiamate con cui Dio, il padrone della vigna, chiama i lavoratori nel corso della giornata: alle 6 del mattino, alle 9, a mezzogiorno, alle 3 e alle 5, l’ultima chiamata. Allora molti commentatori, soprattutto antichi, padri della chiesa, hanno inteso questa parabola come se avesse al centro le chiamate di Dio, le cinque chiamate. Ad esempio il famoso Ireneo, nel II Secolo, le enumerò come le cinque grandi tappe della storia della salvezza, mentre Origene, il grande teologo del II secolo le intendeva come le cinque occasioni della vita, i cinque momenti chiave della vita di ogni persona nei quali Dio cercava di chiamare l’uomo per farlo diventare cristiano, credente.

Il centro della parabola non sta nelle chiamate del padrone della vigna ma sta nel pagamento: come questo padrone remunera questi lavoratori delle diverse ore.

Un terzo mezzo fraintendimento però che ci può stupire ancora di più è quello dello stesso evangelista Matteo perché anche l’evangelista Matteo – lo dico umilmente, con tutto il rispetto per lui – ha frainteso questa parabola. Alla fine dice: così i primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi. Interpreta la parabola come se fosse un ribaltamento delle posizioni davanti a Dio di tutte le gerarchie umane: Gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi. Perché Matteo è stato indotto a interpretare così la parabola? Perché al versetto 8 c’è proprio questa espressione che il padrone dice al fattore di pagare i lavoratori per primi cominciando dagli ultimi fino ai primi: da lavoratore dell’undicesima ora fino a quello dell’alba e allora lui ha creduto che quello fosse il senso della parabola. Ma non è così!

Perché non è così? Perché qui – lo avete notato – è vero che gli ultimi diventano primi, ma non è vero che i primi diventano ultimi: restano primi!

Avevamo pattuito un denaro? Sei primo! Eccolo qua!

Non è che ti classifico come se avessi lavorato una sola ora, ma ti pago per tutte e dieci le ore, come eravamo d’accordo.

E questo – guardate – è tanto più significativo in quanto il ribaltamento – gli ultimi che diventano primi e i primi ultimi – è anche esso evangelo ma non è qui. E’ in tante altre parole. Ne ricordo alcune: “Ti ringrazio padre perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli”.

Qui fa un ribaltamento. I savi non capiscono i fanciulli sì. I primi sono ultimi e gli ultimi sono primi.

Quando Gesù dice, ai farisei, i pubblicani e le meretrici vanno davanti a voi nel regno dei cieli, fa un ribaltamento delle gerarchie mentre nella nostra parabola…

Cioè, questi che sono ultimi, che voi considerate fuori della comunità sono i primi ad entrare nel regno dei cieli, c’è il ribaltamento, ma in altri passi, non in questo qua perché in questo caso ci sono gli ultimi che diventano primi e i primi che rimangono primi, e non diventano ultimi: c’è solo una inversione dell’ordine del pagamento, che è funzionale alla parabola e consente ai primi di assistere al pagamento degli ultimi.

E questa è una cosa straordinaria.

Cosa vuol dire? Vuol dire che tutti sono primi. Che c’è sì l’evangelo del ribaltamento, c’è, ma c’è anche un altro evangelo che è quello che i primi restano anche loro primi e non diventano ultimi. La parola greca utos, così, significa anche è in questo modo che.

Ma allora, se tu credi di essere primo davanti a Dio non temere di diventare ultimo! Non temere di diventare ultimo! Resti primo!

L’Evangelo qui è che l’ultimo diventa primo e non che il primo diventa ultimo.

E se tu credi di essere ultimo, rallegrati perché Dio vuol fare di te un primo.

Questo è il cuore di questa parabola.

E forse possiamo dire: com’è che nessuno diventa ultimo? E’ perché Dio si è fatto ultimo affinché tutti diventassimo primi? Sarà questa la chiave del discorso, del significato di questa parabola?

E perché Dio si fa ultimo affinché nessuno resti ultimo?

Perché è buono. Perché è buono.

Se non fosse buono direbbe. Ma chi me lo fa fare? Ma perché? Sono primo e resto primo, non c’è nessun bisogno che diventi ultimo.

Non c’è nessun bisogno che io venga dove sei tu per tirarti su, per tirarti fuori. Lasciamo le cose così!

Se Dio non fosse buono. Invece, vedete, Dio è buono.

Questo è il messaggio della parabola.

Dio è buono e anche giusto. E’ anche giusto perché a chi ha detto vi do uno dà uno. Quindi la caratteristica di questo Dio che viene fuori da questa parabola è quella di essere giusto e buono.

E’ giusto però in modo che la sua giustizia non cancelli la sua bontà; è buono però in modo che la sua bontà non cancelli la sua giustizia.

Naturalmente i lavoratori della prima ora protestano: è logico, non potrebbero fare altro, però Dio dice: ma scusami, avevamo pattuito per uno e ti ho dato uno e allora vai in pace!

Il discorso finisce qui: non sono in debito con te! Ti ho dato il tuo, quindi basta. Ma se io voglio essere buono con questo qui, chi me lo impedisce? O forse ti dà fastidio che io sia buono? Vedi tu di malocchio, questa bella espressione di quando si sbircia con gli occhi storti. Ti dà fastidio la bontà di Dio?

A Giona dava fastidio, dava molto fastidio che Dio perdonasse questa città pagana al mille per cento, questa città dissoluta, proprio quella città simbolo della dissolutezza, della degenerazione ecc. ecc.

Che questa città si penta e che soprattutto Dio si penta del male che voleva farle, che aveva dichiarato di fare: no! No! Questo non lo accetto! Non accetto che Dio sia buono!

Ai farisei dava fastidio che Dio accogliesse i peccatori, dava molto fastidio: i peccatori vanno puniti, non vanno amati, ma dove siamo: non c’è più religione!

Lo straniero va cacciato non accolto! Dove siamo? Stiano a casa loro! Ci danno fastidio, non li vogliamo! Non c’è posto! La barca è piena!

E sì, l’amore dà fastidio: c’è poco da fare: dà molto fastidio.

Che Dio sia buono: no, no, no, non mi va!

Anche ai discepoli dava fastidio questo amore di Gesù.

Ricordate ad esempio quando c’era un tipo, con una certa fantasia, fatto sta che cacciava i demoni nel nome di Gesù, ma non era un discepolo. E allora i discepoli veri e propri protestarono con Gesù e dicevano: ma come questo qui, che non è un discepolo, che non sta con noi, usa il tuo nome per cacciare i demoni, per guarire gli indemoniati. E speravano che Gesù glielo vietasse, come loro hanno vietato.

Invece Gesù dice: no, non glielo vietate perché chi non è contro di noi è per noi.

Ma c’è di più per raccontare quanto l’amore di Dio sia fastidioso per tante persone, che non lo vogliono.

L’apostolo Pietro, il grande apostolo, il capo ecc. ecc. ha fatto una fatica improba e Dio ha molto penato per convincerlo finalmente di una cosa che lui proprio non riusciva ad accettare: e sapete cosa? Che Dio desse lo Spirito santo ai pagani e non soltanto agli ebrei diventati cristiani. Siamo sempre allo stesso punto.

Ma come, ci metti sullo stesso piano? Ebrei e pagani? Ebrei con tutta la loro storia, da Abramo in avanti, i dieci comandamenti, le tavole della legge, l’arca del patto, il tempio di Gerusalemme e questi paganacci che non capiscono nulla e che non hanno Dio?

E tu dai a loro lo Spirito santo come a noi: e no, questo è troppo.

L’apostolo Pietro e come ho detto Dio ha fatto una gran fatica per convincerlo finalmente – ci sono tre capitoli degli atti degli apostoli – per questa convinzione di Pietro che finalmente deve arrendersi anche lui alla bontà di Dio.

Ma uno si chiede ma perché? Che cosa mette in movimento questa bontà di Dio? Che cosa? Allora la risposta è molto facile.

E cioè questo.

Perché al lavoratore dell’11a ora Dio dà la stessa paga del lavoratore della prima ora? Risposta: perché Dio guarda alla fame di quell’uomo. Capite? Non al merito di aver lavorato un’ora soltanto: non avrebbe merito, ma la fame, la fame, quella c’è: capite?

E la sua famiglia che aspetta che lui ritorni con una paga per poter campare uno o due giorni, quella famiglia c’è.

Cioè: è vero che tu non hai lavorato, ma la fame intanto è cresciuta. Cioè che cosa significa bontà di Dio? Che Dio non guarda al nostro merito ma al nostro bisogno. E il bisogno è grande che tu abbia lavorato o non abbia lavorato, che tu abbia meritato o che abbia demeritato. Il bisogno è grande, il bisogno è uguale, ed ecco perché è uguale anche la paga: perché risponde al bisogno e non al merito.

Però, vedete che bell’annuncio è questo! Che bell’evangelo!

Che Dio guarda al nostro bisogno e non al nostro merito è una rivoluzione, è una bellezza, è una luce, una grande luce che si diffonde sulla nostra vita.

Dio è buono, Dio è giusto però preferisce essere buono piuttosto che giusto.

E ricordate il famoso terzo comandamento che cosa dice: dice che lui è un Dio geloso che punisce l’iniquità di quelli che lo odiano fino alla terza o alla quarta generazione e benedice quelli che lo amano fino alla millesima generazione.

Cioè giustizia sì ma più bontà, più bontà che giustizia. Ha un debole per la bontà perché è la bontà che corrisponde alla sua natura profonda. Dio è buono nel suo essere Dio: Dio è amore. E’ quello che lui preferisce: la bontà che non dimentica la giustizia.

Questa parabola è veramente stupenda: potremmo avere solo questa parabola, basterebbe per la nostra conversione e per la nostra vita.

E mi sono detto: e va bene e allora? Cosa significa per me? E cosa significa per il nostro mondo per il quale preghiamo: il mondo creato da Dio?

Che Dio è buono l’ho associato ad una parola dell’apostolo Paolo: “Dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto in bene e in male”.

Cioè ho associato la giornata del lavoratore alla nostra giornata terrena e il padrone che paga, che retribuisce, l’ho associato a questo tribunale di Cristo.

Noi ci pensiamo poco a questo tribunale di Cristo. Ci fermiamo alla croce di Cristo, che è anche giusto, ma non dobbiamo dimenticarci che dopo la croce c’è anche il tribunale di Cristo. E allora ho immaginato di arrivare davanti a questo tribunale con la mia giornata, con la mia vita.

Se mi va bene, sarò il lavoratore dell’11a ora. Avrò un’ora buona da far valere davanti a questo tribunale. Tutte le altre…

Cioè se io mi chiedo: ho lavorato per il regno di Dio più di un’ora nella mia vita? Mah! Mah!

Quante ore ho sciupato nel nulla? In ciò che non dura?

Allora invocherò la bontà di Dio. Con la mia piccola e misera ora. Dio sarà buono anche con me.

E pensando al mondo, questo mondo nel quale c’è tanta malvagità: sembra più malvagità che bontà.

La malvagità da dove viene? Come mai c’è tanta malvagità?

Dove l’ha imparata l’uomo la malvagità? Da chi l’ha imparata? Da Dio?

O non piuttosto dalla negazione di Dio? Dal rifiuto di Dio, dall’allontanamento da Dio?

E allora questo messaggio della parabola – Dio è buono – proiettato nel nostro mondo in cui c’è tanta malvagità che ci rattrista terribilmente, che cosa ci dice, cosa ci porta?

Mi porta ad avere fiducia che alla fine la bontà di Dio prevarrà nel nostro mondo. Vincerà. La bontà di Dio, sì, vincerà.

Martin Luter King cantava We shell over cam, vinceremo, ma non noi, Dio vincerà. Vincerà perché è buono e la sua bontà dura in eterno.

La bontà di Dio avrà la meglio sulla malvagità dell’uomo, come già è accaduto nella persona e nella vita di Gesù di Nazareth nella quale vediamo come in uno specchio non solo che Dio è buono, ma che può esserlo anche l’uomo.

Anche l’uomo può essere buono, credendo in Gesù, vivendo con lui in stretto rapporto personale intimo con lui così che Gesù diventa quello che dicevano i Quaccheri: “quel Cristo interiore” e non solo il Cristo esteriore della storia ma “quel Cristo interiore della fede”.

Vivendo così, uniti a Cristo, anche tu puoi essere o diventare un uomo buono come forse non lo sei ancora stato.

Iddio lo voglia per tutti noi.

Amen.

pred. Andrea De Girolamo

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