La stoltezza della ricchezza

Cari fratelli e care sorelle,

è curioso osservare come alcune persone di quel tempo si rivolgessero a Gesù. Gesù, il maestro, Colui che diventerà conosciuto per tante guarigioni e che parlava in parabole, sempre di cose molto spirituali, qui viene interpellato per una questione molto terrena quale è una eredità. Probabilmente quell’uomo vedeva Gesù come un maestro e pensava che solo Lui potesse influenzare suo fratello positivamente, a dispetto di tanti tentativi andati a vuoto.   Gesù risponde subito che non è un suo compito e poi continua a raccontare questa parabola. Mi viene subito in mente una domanda: come quell’uomo aveva visto Gesù come un saggio e basta, che magari lo avrebbe potuto aiutare a risolvere quella questione ma nulla più, noi cosa pensiamo di Gesù? In un altro brano del Vangelo è Lui stesso a chiedere “la gente, chi dice che io sia?”… e noi, chi diciamo che Egli sia? Anche noi Lo preghiamo solo per questioni materiali senza credere che Egli sia Dio oppure crediamo veramente che Lui è il Figlio di Dio venuto a salvarci? E’ importante per la nostra vita di fede avere la consapevolezza di chi Egli è per poi poterlo anche pregare… è soltanto un profeta? È un santone che può guarirci fisicamente? Oppure è Colui il quale può veramente cambiare le nostre vite, che si è sacrificato per noi sulla croce e ci ha resi degni di essere Figli di Dio? Vorrei invitarvi a riflettere su questo nei prossimi giorni, anche prima di pregare per qualunque cosa… a chi sto pregando? Con chi posso comunicare nel silenzio della mia stanza e nei momenti più bui, quando non vedo una via di uscita?

Il brano continua con questa parabola, conosciuta come quella del ricco stolto. C’è questo uomo che pensa di risolvere la sua vita accumulando ricchezze e godendosela senza più lavorare.  Quello che scopriamo di quest’uomo è che era già ricco e che le sue terre avevano appena avuto un raccolto abbondante. Probabilmente era uno di quegli anni in cui c’era stata la quantità giusta di sole e di acqua. Non ci sono indicazioni che avesse lavorato più degli anni precedenti, però aveva raccolto molto più del solito, tanto che non aveva più spazio nei granai che già possedeva.

Evidentemente non considerava quest’abbondanza come una benedizione di Dio, né che in fondo Dio fosse il proprietario di quel raccolto — e delle sue terre e di tutto ciò che aveva. Ascoltiamo il suo dialogo interiore su cosa fare di quell’abbondanza e sentiamo che parla di “miei raccolti, miei granai, miei beni, mia anima” … non c’è menzione di Dio né delle sue benedizioni. Nella sua mente, tutto gli apparteneva. Come vedremo, non pensa assolutamente di usarlo in maniera da beneficiare altri o glorificare Dio. Invece dice a se stesso: “Questo farò, demolirò i miei granai e ne costruirò di più grandi, dove riporrò tutti i miei raccolti e i miei beni”.

Quest’uomo ricco ed egoista, che ha già cose in abbondanza, progetta di stivare il raccolto in nuovi granai più grandi, con l’idea che una volta fatto ciò si sarebbe sistemato finanziariamente per molti anni. Così dice a se stesso: “Anima, tu hai molti beni riposti per molti anni; riposati, mangia, bevi e godi”.

Il libro dell’Ecclesiaste parla di mangiare, bere e stare allegro,[8] ma ci ricorda anche che Dio ci ha dato i giorni della nostra vita, che la nostra esistenza e il tempo che passiamo sulla terra appartengono a Lui.[9] Gesù lo dice molto chiaramente nel resto della parabola. Vi confesso che anche io, come credo tutti noi, qualche volta penso a come potrei risolvere la mia vita, a cosa potrei fare per faticare di meno e godermela di più e inizio a fare progetti che penso di essere più o meno in grado di realizzare. Credo invece che il senso profondo di questo brano sia invitarci a riflettere su quanto invece siano precarie le nostre vite. Qui in Italia diciamo “l’uomo propone e Dio dispone” e noi sappiamo bene che spesso non arriviamo dove vorremmo. Spesso i nostri sogni si scontrano con la realtà.. “finisco di studiare, trovo un lavoro, mi sposo”, poi però succedono cose imprevedibili che ci fanno arrivare da qualche altra parte. C’è poco da fare, viviamo in un mondo incerto che oggi lo è diventato ancora di più, pensiamo alla precarietà del lavoro, al fatto che per tante persone è quasi impossibile costruirsi un futuro perchè non sanno se il loro contratto verrà rinnovato o meno, pensiamo a quante volte abbiamo visto persone care andarsene via nei momenti più impensati oppure a quanti legami matrimoniali sono più precari che nel passato. E così via discorrendo, ogni giorno ci sono tante incognite con cui dobbiamo scontrarci, come dice anche il Salmo che abbiamo letto “i giorni dell’uomo sono come erba”. Giacomo espresse la stessa cosa nella sua epistola, quando scrisse:

 

E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tale città, e vi dimoreremo un anno, commerceremo e guadagneremo», mentre non sapete ciò che accadrà l’indomani. Cos’è infatti la vostra vita? In verità essa è un vapore che appare per un po’ di tempo, e poi svanisce. Dovreste invece dire: «Se piace al Signore e se saremo in vita, noi faremo questo o quello».[13]

Ma allora, se la vita è questa, su cosa potremmo contare? La risposta è nel nostro testo: la nostra vita è precaria, ma se ci affidiamo a Dio abbiamo una certezza. Sappiamo che c’è un Dio che ci vuole bene, che ha dato il Suo Unico Figlio per noi e che è in controllo delle nostre vite.  La vera ricchezza non è accumulare beni materiali, ma cercare Lui e fare la Sua Volontà, che possiamo conoscere attraverso la Sua Parola. Sappiamo bene che le ricchezze infatti non durano, e che soprattutto non saranno mai nostre per davvero, ma invece dura quello che riusciamo a costruire sulla Parola di Dio: gli affetti, le relazioni, la speranza di un mondo migliore, pensiamo ad esempio alle opere di volontariato o alle buone azioni che compiamo, quale speranza possano portare per il mondo così rovinato come lo conosciamo.

Possano allora le nostre voci unirsi al canto del salmista di oggi, canto nel quale si racconta cosa fa l’Eterno verso le nostre vite e come ci risolleva dai dolori, pur transitori , che soffriamo. E che Dio ci dia la saggezza di distaccarci da ciò che abbiamo, prendendo tutto come un dono e non come una proprietà. Amen

 

pred. Francesca Agrò

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