Tu devi vivere alla grande!

Lc 3, 15-16 21-22

Tu sei, prediletto, compiaciuto.

Tu devi vivere alla grande!

Sembra questo il senso delle parole uscite dallo squarcio del cielo. Il battesimo di Gesù, come raccontato da Luca, arriva del tutto inaspettato, quasi non lo trovi scorrendo il testo. E Giovanni non si accorge per nulla di aver battezzato proprio la persona di cui parlava: si perde nella folla. Come si perde nelle frenesie delle nostre giornate la presenza di Dio, l’azione di Dio. Nel 1° libro dei Re al capitolo 19, come abbiamo ascoltato, Dio si manifesta nel vento sottile, quasi impercettibile. (1 Re 19, 11-13). Dio non era nel tuono. Non era nel terremoto, non era nel vento impetuoso, non era nel fuoco. Era in una leggera brezza. Quasi impercettibile!

Il vento. Quanto nella Bibbia è presente. Sarebbe bello uno studio biblico sul vento, fuoco ecc. Alito di Dio soffiato sulla creta di Adamo, vento leggero  sull’Oreb, vento impetuoso di Pentecoste.

Vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite. Libere vite.

Dove passa anche oggi. Passa in una stalla di Betlemme, o come qualcuno il giorno di Natale attualizzando ha detto: “lo troverete nella spazzatura”. Lo troveremo dove meno ce lo aspettiamo. E soprattutto non nei grandi eventi o nelle situazioni che colpiscono la nostra attenzione per la magnificenza. Dio va scoperto e trovato nella piccolezza.

Ma è una presenza, presenza costante, puntuale, attenta ma discreta.

Ma se il libro dei re ci dice dove sta Dio domandiamoci: Dove sta l’uomo? Dove sto io? E la domanda che Dio ha abbandonato la terra ci risuona sempre come una tentazione continua. Invece di saper cogliere, si cogliere, il vento leggero e piacevole della Sua presenza. È più semplice constatare e lamentarsi dell’assenza di Dio che della sua presenza costante, amorevole. Anche se difficile non farlo se pensiamo ai porti chiusi, alle politiche di chiusura, ai 4 clochard già morti a Roma dal 1 di gennaio. Però la scrittura tutta ci descrive questa piena e totale presenza sempre, anche quando non la cogliamo. Lui c’è. E opera, salva, perdona. E agisce. Le nostre chiese hanno aperto, hanno accolto, hanno testimoniato amore e presenza.

Tornando a Luca, il passo, però segna il passaggio dalla predicazione di Giovanni a quella di Gesù, che concretizza le parole del Battista. È interessante che venga raccontato come un’esperienza intima, quasi interiore. Sembra come se solo Gesù, nella preghiera, si accorgesse dello Spirito e della voce. In fondo, però, di pubblico finora c’è stato solo Giovanni Battista. Tutte le storie che riguardano Gesù fino a dopo le tentazioni sono personali, quasi segrete…

È interessante notare come il Gesù di Luca prega al Battesimo, come inizio della sua vita pubblica, e sulla croce, momento ultimo della sua esistenza.

Se ci fermassimo qui, la nostra esperienza di fede dal Battesimo in poi sarebbe un fatto personale, chiuso, nel mio cuore, nella mia testa, quasi un rapporto esclusivo, quasi, lasciatemi dire egoistico con Dio. Ma quel cielo che si apre e le parole «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» operano una conversione totale del rapporto con Dio, di Gesù ieri e di me oggi.

 

Trasportiamoci in quel giorno

Sono uno dei tanti della folla dei battezzati in quel giorno da Giovanni. Perché sono qui? Cosa cerco? Sicuramento un perdono dei peccati, che non credo venga più dagli sterili rituali del Tempio. Da animali offerti, da parole vuote, quasi magiche, da riti che non hanno significato di profonda conversione del mio essere. Infiniti mea culpa, lunghe processioni di penitenti, litanie interminabili, noiosi riti da sinagoga, tempio o chiesa poco importa. A questo sono legato?

Sono qui a chiedere un perdono dalle catene del peccato, catene che tengono la mia mente e il mio corpo legate ad una delle tante schiavitù del momento, dalle dipendenze della moda, dagli slogan in voga degli urlatori di turno. Troppe scorie, troppi legacci piccoli ma forti, condizionanti. Talmente forti che non riesco a liberarmene e troppe volte neanche a dare loro un nome.

Ci vuole uno stop nella mia vita, un punto di non ritorno. Ecco l’acqua, ecco le promesse del Battista. Sono titubante, come è debole la mia fede. Mi lancio allora? Chissà che non vada bene. 

Succedeva che invece di pensare al passato, a quello che ero stato fin allora e allemacerie che avrei dovuto rimuovere, mi ritrovavo una voglia matta di sprint come diconogli americani, un prurito addosso che mi diceva ma dai ma che aspetti a cominciare? Non

lo vedi che vogliono te, non ti rendi conto che sei necessario e forse indispensabile.

Incerto lo sono sempre stato, timido non ne parliamo, con la stima per me stesso sotto lasuola delle scarpe. Figurati alla mia età andare a capo e… signori si parte. No, ma che,non se ne parla proprio. E Invece…

Invece fu davvero così, non ci credo neanche adesso.

Stiamo finendo. Aspetta c’è ancora uno, il solito ritardatario. L’acqua è impregnata dei nostri peccati. Non l’acqua benedetta pulita dei nostri battesimi odierni. Ecco si avvicina, il ritardatario. È muto, assorto. Continua dopo essersi bagnato, a pregare in silenzio.


Non so gli altri, ma io, all’improvviso, vedo il cielo aprirsi in modo spettacolare e si apre sopra di lui. Il ritardatario. Quel cielo che era chiuso, con un Dio che ormai sembrava lontano, che si fosse dimenticato dell’uomo, del mondo, della vita.

Perché proprio su di lui? Chi è?

Ma che significa quel cielo aperto su quell’ultimo uomo? Ora con un colpo da circo si cala una corda, o una scala e fugge lontano per estraniarsi completamente da questo mondo balordo, non-umano, non inclusivo, non….. Perché proprio su di lui? E non su di me che ho tanto bisogno di sentire la presenza di Dio? Ma chi è mai?

Tutto il contrario, tutto l’opposto. 

Figlio, l’Amato, il Preferito. Quelle parole udite e non udite su quell’ultimo uomo arrivato in ritardo apparve, risuonò, rimbombò ai miei occhi e nel cervello come preferito, prediletto da Dio. 

Una consacrazione, un’investitura, una trasfigurazione. Una fede.

 

Questo forse fu il battesimo di Gesù quel giorno.

«Scese lo Spirito Santo» si può quindi tradurre così: «Scese la vita di Dio». Soffio che rianima, respiro profondo dell’essere, soffio di primavere.

Quella voce dal cielo annuncia tre cose:
Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, abbiamo Dio nel sangue.
Amato.Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard).
Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l’idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice.

Se ogni mattina potessimo ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di ognuno e ognuna di noi come un abbraccio; sentire il Padre/Madre che ci dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; e come un bambino abbandonarsi felici e senza timore fra le braccia dei genitori, questa forse sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.

Figlio è colui che prolunga nella sua vita la vita del padre e della madre.

Una investitura, una chiamata, la scoperta di chi fosse. E queste domande sono rivolte a noi continuamente, non solo nel giorno del battesimo. Chi sono? A quale vocazione sono chiamato? Quale progetto di vita? Come vivere l’essere figlio, l’amato il prediletto?

Oggi come ieri viviamo momenti di narcisismo estremo che riempiono spazi e tempi, l’intimità della preghiera può essere un valido contraltare. Preghiera che è fare silenzio dentro di noi, lasciare spazio per accogliere lo Spirito e ascoltare.

La fede esibizione viene qui completamente oscurata dalla dimensione personale e prima di tutto privata della vocazione. Ma se la motivazione rimane nel cuore, la persona viene comunque gettata nel mondo e chiamata a prendere posizione. E quanto oggi come discepoli siamo chiamati a prendere posizione. Lo deve fare il Gesù lucano, lo devono fare i discepoli. Lo dobbiamo fare noi. Si noi. Siamo sicuri anche noi?

Risposta scontata. In quel giorno Gesù scopre quindi chi è: figlio amato, prediletto. Figlio di cui il Padre si compiace. Non la rivelazione di una verità astratta, ma la metafora e la realtà di una relazione concreta, stretta, profonda, come è quella tra padre e figlio. Lo sappiamo che il nostro con Dio è un rapporto tra padre e figlio.

Un rapporto che è la nostra vita quotidiana di padri/madri o di figli/e. Una realtà che tutte e tutti abbiamo vissuto, viviamo. Ma quanto è presente realmente nella fede questa modalità, o meglio questa relazione?

Una vita, una chiamata. Datti da fare allora, è di nuovo il tuo momento, non perdere tempo.

E soprattutto una frase che ancora mi porto sul petto come un tatuaggio: scopri chi sei.

Come chi sono? Chi sei? E di nuovo il rapporto padre figlio ci aiuta. Un padre ci aiuta a scoprire, accettare e vivere quello che è il figlio.

Quindi scopri, scopriamo chi siamo e certi “peccati, riti, pensieri” facciamoceli passare.

Mettiamoci in moto che è già tardi, che troppo abbiamo sbagliamo in questa Storia, in questo mondo e forse siamo già ad un punto di non ritorno, perché quel cielo che si apre è metafora del mondo nuovo di Dio e noi non possiamo che essere soggetti protagonisti. Un mondo di Dio in continua relazione con il mondo dell’uomo, come il rapporto reciproco di attenzione, costante e di amore di un padre e un figlio. Che il Padre amore onnipotente ci riempia della brezza leggera, delicata della sua presenza. Perché anche ognuno e ognuna di noi è il prediletto o la prediletta del Padre. Lasciamo quindi contagiare da questa delicata presenza, dalla profondità dell’essere figlio di un Padre amore. Lasciamo contagiare da questo cielo che si apre.

Quindi convertiamoci, ossia osiamo la vita, mettiamola in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza; non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco; ciò che toglie le ombre dal cuore non è un obbligo o un divieto, ma una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo.
Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
Conversione, non comando ma opportunità: cambiate lo sguardo con cui vedete gli uomini e le cose, cambiate strada, sopra i miei sentieri il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile.

Conversione significa anche abbandonare tutto ciò che fa male all’uomo, scegliere sempre l’umano contro il disumano. Come fa Gesù: per lui l’unico peccato è il disamore, non la trasgressione di una o molte regole, ma il trasgredire un sogno, il sogno grande di Dio per noi. (Ermes Ronchi)

E quel ritardatario al Giordano ha saputo quindi donarci questo sogno di Dio e donarci sguardi nuovi sul nostro cammino. Ci ha donato nuove primavere.

E quanto ne abbiamo bisogno, ancora oggi!  Amen.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.