Rianimare la speranza

 1Tessalonicesi 1:2-10

Rendiamo continuamente grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e incessantemente rammentando l’opera della vostra fede, la fatica dell’amore, la perseveranza della speranza del Signore nostro Gesù Cristo davanti a Dio, Padre nostro, ben conoscendo,
fratelli amati da Dio, la vostra elezione.  Il nostro vangelo, infatti, non vi è giunto soltanto tramite parola, ma anche mediante potenza, Spirito santo e nella più piena certezza; sapete bene come ci siamo comportati tra voi e in vostro favore. Anche voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore,
avendo accettato la Parola in grande tribolazione, con la gioia dello Spirito santo, al punto da diventare un modello per tutti quelli che credono, in Macedonia e in Acaia. Da voi, infatti, si spande la parola del Signore non solo in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio è giunta in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne. Essi stessi, infatti, raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siate rivolti a Dio allontanandovi dagli idoli, per servire il Dio vivente e veritiero e aspettare dai cieli suo Figlio, che egli risuscitò dai morti: Gesù, coluiche ci libera dall’ira che viene.

Care sorelle e cari fratelli,

è di qualche giorno fa la notizia che la nostra chiesa ha dato la disponibilità ad accogliere gli immigrati che da giorni vagavano per mare sulla Sea Watch. Per la prima volta da chissà quando il nome della nostra chiesa è stato ripetuto più volte su tutti i telegiornali nazionali e sulla rete hanno circolato notizie sulla nostra chiesa, ignota a milioni di Italiani. Un breve momento di notorietà e poi di nuovo torneremo nell’oblio di sempre! La cosa divertente è stato anche vedere su internet i nostri soliti detrattori coprirci di insulti perché vanagloriosi, venduti al mondo ecc, le solite
banalità di animi invidiosi. Non credo che ci sia nulla di male nel godersi quei cinque minuti di celebrità, con tutte le responsabilità che comportano… In fondo, qualcuno diceva che l’unica forma di immortalità che ci è concessa è il ricordo, ed è umano desiderare di essere ricordati per
qualcosa di buon che abbiamo fatto. Ma è solo il ricordo, una scia di affetti, quella che lasciamo nella nostra vita? No, certo, per chi crede c’è la certezza di una vita eterna con Dio, ed è questa che conta. Non è, però, questo il tema che vorrei approfondire, vorrei piuttosto riflettere all’inizio
della lettera di Paolo. Dopo duemila anni, infatti, noi dalle parole di Paolo abbiamo un ricordo, una testimonianza forte sulla fede di nostre sorelle e nostri fratelli di duemila anni fa. È quasi una rarità, perché la stessa cosa non avviene di molte altre chiese del passato! Dei corinzi, ad esempio, tutti
si ricorderanno la loro litigiosità…
A questo punto mi chiedo: chissà, in un futuro lontano, come ci ricorderanno i nostri discendenti! Sarebbe bello ricevere parole come quelle di Paolo. Sarebbe bello se qualcuno ricordasse la nostra opera di fede, la nostra fatica d’amore, la nostra costanza nella speranza… In
effetti, se guardiamo all’inizio di questa lettera ai Tessalonicesi, ci rendiamo conto della grande differenza tra la chiesa di allora e la nostra di oggi. Con questo non voglio dire che loro fossero meglio di noi. Credo che alla fine condividessero molti dei nostri problemi, che fanno parte di
qualsiasi comunità umana. Tutto sommato, non possiamo dire di avere anche noi l’opera della fede? Certo, la perfezione è lontana, ma anche noi ci impegniamo dare una forma concreta alle nostre convinzioni. Le attività della nostra chiesa sono numerose, a cominciare dai culti domenicali, fino ai bazar, alle riunioni famigliari, alle colazioni distribuite ai senzatetto. Anche nella nostra vita privata, sappiamo quanto può essere difficile essere coerenti in un mondo come il nostro, quando siamo travolti da un’esistenza sempre più complicata… Ma ci proviamo! Lo stesso
possiamo dire della fatica dell’amore e della costanza nella speranza. Pensiamo ai fratelli o alle sorelle che stanno male nella nostra chiesa: non è una fatica d’amore quella di chi li accompagna? Pensiamo a quante volte la nostra speranza viene messa alla prova dagli eventi quotidiani, dalle
ingiustizie che si realizzano sotto il nostro naso, da quelle che subiamo sul lavoro e nella vita di ogni giorno.
Quello, però, che ci distingue profondamente dalla chiesa antica è lo slancio evangelistico. La chiesa di Tessalonica viene ricordata da Paolo, perché si fa testimone dell’evangelo in tutta la regione. Noi, invece, da anni e anni non apriamo una chiesa nuova. Credo che l’ultima sia stata
quella di Colleferro e Ferentino nel dopoguerra. Se saremo ricordati per le cose che facciamo, certo noi non lo saremo per il nostro slancio evangelistico. Ed è forse di qui che dovremmo ripartire nella riflessione sulla nostra vocazione qui a Roma. Perché non proviamo, di nuovo, a coinvolgere nuove persone nella vita della nostra chiesa? Perché non proviamo a rilanciare la nostra evangelizzazione? Perché non ci dotiamo degli strumenti e delle energie necessarie? Potremmo fare molte cose, dallo studiare nuovo materiale, all’abbellire la nostra chiesa e al fare un corso per evangelisti. In fondo, non siamo sostenuti dalla stessa speranza che animava i cristiani della chiesa antica di Tessalonica? La fede è la medesima, il progetto di fede, culturale e volendo anche politico è anche più articolato. Perché non passare riusciamo a trasmettere tutto questo? Ieri, all’assemblea della Società Biblica in Italia ci chiedevamo: perché uno si dovrebbe associare e restare socio? Facciamoci la stessa domanda per la nostra chiesa: perché si dovrebbe diventare membri di questa comunità? Perché ci si deve rimanere, una volta passato il primo entusiasmo?
Dalla chiesa di Tessalonica possiamo ricevere un incoraggiamento: condividiamo la stessa opera della fede, la stessa fatica d’amore, la stessa costanza nella fede. Dobbiamo “solo” riscoprire lo slancio evangelistico.
Poi Paolo continua e, con due tratti di penna molto ben riusciti, descrive la vita della comunità: essersi convertiti agli idoli, per servire il Dio vivente e vero, e aspettare dai cieli la sua venuta. Ci ritroviamo in questo quadro? Direi di sì. Se siamo qui, è perché abbiamo lasciato alle spalle gli idoli vani che ci tenevano prigionieri e perché sappiamo che questa lotta è quotidiana e per vincerla abbiamo bisogno della forza dello Spirito Santo. Abbiamo rifiutato tutto ciò che, nella nostra vita tende ad allontanarci dal Signore, ed a sostituirsi a lui. Sappiamo quanto è difficile, ma noi siamo qui per testimoniare al Signore la nostra volontà. Di conseguenza, noi siamo qui per servire il Signore con un impegno che modella la nostra vita, perché nasce spontaneamente dalla scelta fondamentale che abbiamo fatto per lui. Certo deve essere coltivato con la lettura della Bibbia e con la preghiera, ma servire il Signore è qualche cosa che nasce spontaneamente nel nostro cuore dalla volontà nuova di vita che lo Spirito ci dona. Bisogna solo organizzare questo desiderio e dargli forma con efficacia. Per questo è fondamentale che i nostri organismi, come il consiglio di chiesa, siano efficaci nel loro lavoro di programmazione e di amministrazione.
È anche interessante mettere in evidenza l’ultimo punto che Paolo richiama ai Tessalonicesi. Egli dice, infatti, che noi serviamo il Signore mentre attendiamo la venuta del Regno. Forse l’idea dell’attesa ci può indurre in inganno, quasi che fosse un’attesa passiva…
Quello che abbiamo appena detto sul servizio, però, non ci permette di pensarlo neanche per un momento. Questo è un tempo ricco di attività, a cominciare dall’evangelizzazione: dovremmo vivere la prospettiva del Regno come una realtà che ci trasforma mediante lo Spirito Santo, una
realtà nuova di cui noi siamo portatori e di cui noi dobbiamo farci interpreti di fronte al mondo che ci circonda.

La parola di Paolo che abbiamo letto questa mattina è, dunque, una parola che ci incoraggia a continuare nel cammino fin qui percorso, esortandoci a riprendere la testimonianza dell’evangelo nella nostra vita, in questa nostra città. Ci siamo rispecchiati nella comunità di Tessalonica? Un po’ sì, un po’ no. Facciamoci coraggio, però, e continuiamo a portare questa
parola con caparbietà. Magari un giorno anche di noi qualcuno scriverà le belle parole che Paolo scrisse della chiesa di Tessalonica!

prof. Eric Noffke

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