La nostra bussola

 

Isaia 50,4-9a:

4 Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli.
5 Il Signore, DIO, mi ha aperto l’orecchio
e io non sono stato ribelle,
non mi sono tirato indietro.
6 Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva,
e le mie guance a chi mi strappava la barba;
io non ho nascosto il mio vòlto
agli insulti e agli sputi.
7 Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso;
perciò non sono stato abbattuto;
perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra
e so che non sarò deluso.
8 Vicino è colui che mi giustifica;
chi mi potrà accusare?
Mettiamoci a confronto!
Chi è il mio avversario?
Mi venga vicino!
9 Il Signore, DIO, mi verrà in aiuto;
chi è colui che mi condannerà?

 

Vorrei iniziare questa mia riflessione a partire da un oggetto, ormai un po’ antiquato e superato dal GPS, ma comunque ancora molto affascinante: ovvero la bussola. Non so quanti di voi hanno avuto esperienze con questo oggetto. Magari chi ha avuto occasione di far parte di un gruppo scout ha più familiarità con la bussola. Mi interessa questo oggetto proprio per la sua funzione. La bussola si usava, e ancora oggi si usa, per orientarsi. La bussola seguendo le linee di forza del campo magnetico terrestre punta sempre al nord, e così dà una direzione a seconda di dove si vuole andare. In alcuni casi può addirittura salvare la vita, quando per esempio ci si ritrova dispersi in mare o in una foresta. Insomma, un’invenzione che all’epoca fu rivoluzionaria proprio perché forniva facilmente un orientamento e una direzione.

Facendo uno sforzo di immaginazione, pensate quanto sarebbe bello avere una bussola personale che ci possa orientare quando ci sentiamo dispersi in una situazione difficile della nostra vita. Oppure una bussola che possa fornire alla comunità una direzione giusta da seguire di fronte alle scelte da fare. Non sarebbe male!

Sicuramente all’epoca nella quale fu scritto il testo che abbiamo letto (Isaia 50,4-9a) avrebbe fatto comodo a un israelita avere una “bussola magica” di quel tipo. Infatti ilpopolo d’Israele si trovava in una situazione difficile. Potremmo definirlo un popolo “scombussolato”, rimanendo all’interno della metafora della bussola. Un popolo disorientato in un luogo, Babilonia, lontano sia geograficamente che religiosamente da Israele. Come comportarsi in una situazione come quella? Quale atteggiamento adottare per rimanere fedeli a Dio, nonostante la realtà non fosse delle migliori?

Il profeta Isaia esprime delle indicazioni che possano orientare il popolo d’Israele e i suoi membri. Una testimonianza delle sua reazione di fronte alla difficoltà in grado di orientare anche il resto del suo popolo. Per ben quattro volte1, il profeta definisce se stesso e Israele come servo di Dio. Il rapporto fra il popolo e ogni singolo credente con Dio si pone dunque in termini di servizio e di discepolato.

Ed è interessante notare come il canto metta in evidenza diversi aspetti e diverse dimensioni fondamentali della vita di un credente o di una comunità che voleva restare fedele a Dio anche in quella situazione di smarrimento e di stanchezza. Un discepolato autentico ha diversi tratti che lo contraddistinguono. Io personalmente mi vorrei concentrare su tre aspetti del discepolato che, a mio avviso, emergono dal testo e che mi hanno particolarmente interessato: 1) il rapporto con la Parola di Dio; 2) la resilienza nella prova (cioè la capacità di assorbire un urto senza rompersi); 3) la fiducia nella promessa di Dio.

1) Rapporto con la Parola di Dio:

In primo luogo, il canto mette in evidenza l’importanza di tenere vivo quotidianamente il rapporto con la Parola (egli [il Signore] risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio). Invita a non dimenticarsi della Parola. Il rapporto con Essa è un elemento imprescindibile e costitutivo del discepolato. Eppure come è possibile coltivare tale rapporto?

Il testo dice attraverso l’ascolto. Ascoltare non significa semplicemente fare attenzione a quello che la Parola comunica, ma significa anche predisporre la propria mente a imparare qualcosa di nuovo. Un po’ come quando ci si sveglia per andare a scuola. Nel tempo che precede l’inizio della giornata ci si predispone per imparare nozioni nuove. Chissà cosa verrà insegnato oggi? Chissà cosa mi comunicherà oggi la Parola? Questo il primo punto che viene messo a fuoco: si è sempre discepoli e discepole a confronto con la Parola. C’è sempre da imparare, da sorprendersi, da emozionarsi. Ma ciò è possibile solo attraverso un continuo processo di ridimensionamento di se stessi, che ha origine dalla Parola ma che in seguito richiede a noi di predisporre l’orecchio a ciò che il Signore vuole comunicarci. Questo discorso valeva per il popolo d’Israele all’epoca, ma vale anche per noi oggi.

Inoltre il testo fornisce un’altra indicazione: il rapporto con la Parola si coltiva anche attraverso la sua trasmissione. Il messaggio che Dio infonde nei nostri cuori non è qualcosa da conservare gelosamente, ma è una buona notizia da portare fuori. Più precisamente per aiutare chi è stanco, per sostenere coloro ai quali sono negati i diritti, per soccorrere chi viene emarginato dalla società. Non è una Parola che schiaccia e imprigiona chi si trova in una condizione di debolezza. Al contrario è una Parola che valorizza il debole per come è e lo libera dai condizionamenti della società. L’aiuto a chi è stanco è dunque il criterio da tenere a mente nel trasmettere e annunciare la Parola, che a nostra volta riceviamo.

1 Sono quattro i canti riportati nel libro di Isaia (42, 1-4[5-9]; 49,1-6[7-12]; 50,4-9[10-11]; 52,13 – 53,12), nei quali il profeta definisce il popolo d’Israele o se stesso come servo di Dio. Infatti, seguendo l’ordine cronologico, il passaggio in questione è tradizionalmente definito il terzo canto del servo di Dio.

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2) Resilienza nella prova:

La trasmissione di un messaggio liberante, accogliente, valorizzante, solidale, fiducioso spesso non è popolare. È un’operazione che può esporre il credente a sua volta a subire l’ostilità di chi porta invece un messaggio di chiusura e, ahimè a volte come ci insegna la storia e il presente, anche l’ostilità delle autorità politiche e civili.

Una condizione, quella del servo di Dio e delle nostre piccole comunità protestanti in Italia, che può generare facilmente un senso di impotenza, di frustrazione, di scoraggiamento. Cosa può cambiare il nostro annuncio e la nostra azione di fronte a tanta ingiustizia, violenza, sofferenza delle quali ogni giorno veniamo a conoscenza? Io penso che in una condizione tale si possa facilmente inciampare in due reazioni: da una parte la paura e la paralisi che possono condurre al vittimismo o all’indifferenza; dall’altra parte il rancore e la rabbia che possono condurre alla maledizione (“dir male”) e alla violenza.

Ciò che invece è straordinario nel testo di Isaia è il cambiamento di prospettiva. A quanto pare un passaggio fondamentale e unico nell’Antico Testamento: niente più vittimismo, niente più maledizioni, ma resilienza! Non un invito all’accettazione passiva della propria situazione, bensì un invito alla resilienza attiva, caratterizzata dalla non-violenza. Un cambiamento di prospettiva che era anche espressione di una convinzione inedita: i mezzi che si usano caratterizzano anche i fini che si vogliono raggiungere. A questo riguardo trovo indicate le parole di Mahatma Gandhi: «il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero». E allo stesso modo Martin Luther King Jr. affermava: «la pace non è solo un fine remoto da raggiungere, ma un mezzo per raggiungere quel fine». Un cambiamento radicale nella storia d’Israele che ci rende attenti al tipo di testimonianza che vogliamo portare nella nostra società, ma che allo stesso tempo valorizza un’altra via. Anche una piccola testimonianza in un mondo molto vasto può fare la differenza. Anche se può comportare sconfitte, il discepolato richiede il porgere l’altra guancia.

3) Fiducia nella promessa di Dio:

Certo, non so a voi, a me viene da pensare: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Già, è proprio così! Una Parola da ascoltare e annunciare senza paura a chi si trova in uno stato di debolezza, portando avanti una testimonianza in grado di resistere alle pressioni sociali contrastanti e di farlo nello spirito della non-violenza. Facile a dirsi, decisamente più difficile a farsi! Come riuscirci allora? Come poter esprimere il nostro servizio a Dio, il nostro discepolato, come credenti e come comunità?

Il testo ci fornisce un terzo fondamentale elemento complementare ai precedenti che ci proietta su un altro piano: la fiducia nella promessa di Dio. La Parola che ci viene affidata è infatti una Parola profetica. Una Parola che decentra le nostre paure su Dio, cioè trasferisce il peso di ciò che ci blocca e rallenta su Colui che davvero può farsene carico. Una Parola che ci trasmette la speranza. Non siamo soli! Non dobbiamo giustificarci ed essere inavvertitamente gli avvocati di noi stessi! Il Signore è con noi. Se c’è un giudizio, una ricompensa del discepolato, allora spetta a Dio, e solo a Lui, esprimerla. A noi, invece, il compito di essere suoi messaggeri, nella consapevolezza di essere nelle sue mani, di poter appoggiare il nostro giogo su di Lui affinché ci alleggerisca, di essere protetti, di aver le spalle coperte, di non preoccuparci di giustificare quello che facciamo o non facciamo perché il Signore è la nostra garanzia per il futuro ed è infinitamente più forte di chi vorrebbe oscurare la sua Parola.

Riassumendo in una frase il senso del discepolato di Isaia: Dio ci dona una Parola profetica da ascoltare e trasmettere senza paura a chi ne ha bisogno. Una Parola che ridimensiona il nostro ego, decentra le nostre paure su Dio, proietta la nostra azione nella promessa di Dio, così da permetterci di esprimere un autentico discepolato.

Un autentico discepolato, quello del servo di Dio, che trova espressione in un altro membro del popolo di Israele: il discepolo Gesù. Oggi è la domenica della Palme che ci introduce al tempo della Passione e che ci rimanda a Colui che con la sua vita espresse i tre aspetti del discepolato descritti nel canto di Isaia. Un Gesù discepolo di Dio, che ha saputo ascoltare la Parola aprendo l’orecchio, che ha saputo trasmetterla verso gli “stanchi” (gli ultimi, gli emarginati) della sua società, che ha saputo resistere alle prove fino alla morte senza l’uso della violenza, sperando e credendo all’interno dei suoi limiti umani alla promessa di Dio. La sua persona ha incarnato la condizione di servo, ponendosi così come una bussola in grado di orientare ancora oggi le nostre esistenze e il nostro discepolato verso Dio.

Concludo, riprendendo l’oggetto con il quale ho iniziato questa riflessione: la bussola. Ci sentiamo disperse e smarriti in una situazione difficile della nostra vita? Come comunità non sappiamo quale siano le scelte giuste da prendere? Come portare avanti il nostro discepolato e servizio a Dio? Fratelli e sorelle, lasciamoci orientare dalla bussola Gesù Cristo. È una bussola che punta sempre verso l’ascolto quotidiano della Parola. Una bussola che indirizza sempre verso la trasmissione della Parola a chi si trova realmente nel bisogno con il suono della libertà, dell’accoglienza, dell’amore. È una bussola che orienta sempre verso la resilienza, non quella dettata dall’odio, ma dalla volontà di incontrasi come fratelli e sorelle, e per questo motivo priva di violenza. È una bussola che punta sempre verso la speranza, quella del Regno, che come discepole e discepoli già sperimentiamo e che un giorno vedremo pienamente realizzata.

Amen!

Simone di Giuseppe

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Sojourner Truth

Pubblichiamo l’intervento di Angelita Tomaselli su Sojourner Truth, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

La Bibbia è la fonte primaria di autorità per le donne nere. Nelle sue pagine esse hanno imparato a rifiutare gli stereotipi che descrivono la loro gente come semplici numeri che reagiscono soltanto all’onnipresente oppressione razziale.

Il conoscere i racconti su Gesù del Nuovo Testamento aiuta le donne a prendere coscienza degli alloggi inadeguati, del superlavoro delle madri, del sottolavoro dei padri, dell’analfabetismo funzionale, della malnutrizione ancora diffusi nella comunità nera.

Tuttavia, come donne timorate di Dio, esse sostengono che la vita dei neri è qualcosa di più di una reazione difensiva a circostanze oppressive di angoscia e disperazione. La vita della gente nera è la ricca e variopinta creatività che è emersa e riemerge nella sua ricerca della dignità umana.

Il comprendere la tradizione profetica della Bibbia rende le donne nere capaci di elaborare una serie di valori, secondo il loro proprio punto di vista, oltreché di capire, radicalizzare e talvolta distruggere gli orientamenti negativi imposti dalla società nel suo complesso.

Esse sono come profetesse contemporanee, che chiamano altre donne a sbarazzarsi anch’esse delle ideologie oppressive e dei sistemi di credenze che presumono di definire la loro realtà. La coscienza femminista nera può essere più accuratamente identificata come coscienza “womanist” nera[1].

La parola “womanist” è stata introdotta dalla scrittrice africana americana Alice Walker[2]con una definizione in forma di lemma di dizionario, per sottolineare la pluralità dei significati del termine.

Uno di questi è “colei che è impegnata nella sopravvivenza e nel benessere del popolo intero, uomini e donne[3], ma sono contemplate altre sfumature: l’importanza delle reti familiari e sociali centrate sulle donne e su valori e tradizioni dell’Africa occidentale, le relazioni tra donne, l’attivismo collaborativo, la dimensione spirituale.

Attiviste quali Alice Walker, bell hooks, Delores Williams, Audre Lorde e Angela Davis, costruirono tra gli anni Sessanta e Settanta un paradigma per dare nome al potere trasformato delle azioni di resistenza individuale e collettiva al razzismo, al sessismo e allo sfruttamento di classe. Cardine di questo paradigma è la critica al concetto astratto di donna, che nella sua assenza di specificazioni presuppone la sostanziale omogeneità nelle esperienze dei soggetti di genere femminile[4].

Per le teoriche e le attiviste africane americane, il carattere di universalità presente nel termine “donna” non è neutrale, ma nasconde rapporti di potere così profondamente sbilanciati a favore delle americane bianche da rendere l’appartenenza al genere femminile un elemento fra gli altri, non il solo e non necessariamente il principale, per un indicare come un soggetto si situa nel mondo.

Negli anni Novanta il vocabolario critico del pensiero womanist si arricchisce del contributo della giurista e attivista africana americana Kimberlé Crenshaw, che introduce il concetto di intersezionalitàper descrivere la complessità delle forme di oppressione di cui hanno fatto esperienza le donne nere.

Nel corso degli anni Novanta il termine è entrato a far parte del vocabolario degli studi di genere e post coloniali per dar voce non solo ai contributi delle africane americane, ma anche a quelli di soggetti provenienti da ex colonie o da percorsi di migrazione, che vivono forme diverse di discriminazione multipla.

La coscienza femminista delle donne afroamericane non può essere compresa e spiegata senza tener conto del contesto storico in cui le donne nere si sono trovate ad agire come soggetti morali.

In tutta la storia degli Stati Uniti lo stretto rapporto tra la supremazia bianca e la superiorità maschile ha caratterizzato la realtà della donna nera, facendone una situazione di lotta: lotta per sopravvivere contemporaneamente in due mondi contraddittori, l’uno bianco, privilegiato e oppressivo, l’altro nero, sfruttato ed oppresso.

La donna nera, in quanto schiava, aveva lo status di un oggetto posseduto: il padrone aveva su di lei un potere assoluto, e negava a lei e ai suoi figli i più elementari legami sociali, quelli della famiglia e della parentela.

Come schiava e femmina, la donna nera doveva subire ogni genere di prevaricazioni. Nella cultura bianca erano correnti certi preconcetti circa la natura della gente nera, come “esseri di un ordine inferiore”, come una specie che stava tra il mondo animale e quello degli esseri umani.

La tradizione womanist nera fornisce l’incentivo per erodere le strutture oppressive. Le womanist nere s’identificano con quei personaggi biblici che si aggrappano alla vita nonostante un’oppressione schiacciante.

Delores Williams in Sisters in the Wilderness[5]propone una complessa declinazione teologica del pensiero womanist che, attraverso una lettura dei due racconti biblici di Genesi 16:1-16 e Genesi 21:9-21 dal punto di vista della schiava egiziana Agar, elabora l’esperienza storica di oppressione delle sue antenate che vissero in schiavitù in America.

La lettura womanist mette in rilievo la trama sottostante il conflitto tra Agar e Sara attraverso due temi: la maternità e la sopravvivenza legata all’esperienza del deserto.

Il forte valore simbolico del deserto è documentato dalle autobiografie delle ex schiave, in cui ricorre il tema di Dio come unico sostegno.

Tra queste, ha forte valore simbolico e storico la testimonianza della ex schiava e attivista Sojourner Truthdurante un suo famoso discorso alla Women’ Right Convention in Ohio, nel 1852: “Ho partorito tredici figli e li ho visti quasi tutti venduti in schiavitù. E quando ho gridato l’angoscia di una madre, soltanto Gesù mi udì[6].

Una delle più famose ed ammirate donne afro-americane della storia degli Stati Uniti, Sojourner Truth cantava, predicava e discuteva nei raduni all’aperto in giro per il paese, guidata dalla sua devozione al movimento anti schiavistico e dal suo ardente desiderio di perseguire i diritti delle donne.

Oratrice affascinante ed implacabile profetessa, Sojourner incantava l’uditorio con le storie sulla sua vita in schiavitù e con le sue toccanti interpretazioni di inni metodisti e di inni da lei stessa conosciuti.

Frederick Douglass ha descritto il suo messaggio come “una strana combinazione di testimonianza e saggezza, di selvaggio entusiasmo e di un buonsenso duro come una pietra”.

La vita di Sojouner[7]attraversa il periodo della schiavitù e dell’emancipazione. Nacque sul finire del 1790 e visse fino al 1883.

Ha vissuto approssimativamente metà della sua vita in schiavitù a New York, città che divenne “stato libero” il 4 Luglio 1827, e l’altra metà l’ha vissuta come donna emancipata.

Il 1843 fu un momento di svolta per Sojourner. Divenne metodista e cambiò il suo nome da Isabella Baumfree a Sojourner Truth. Disse ai suoi amici: “Lo Spirito mi chiama ed io devo andare”.

Così si mise in viaggio ed iniziò a predicare sull’abolizione della schiavitù.

Si guarda alla vita di Sojourner come esempio delle lotte, tipiche della schiavitù, per l’umanità e la libertà. La sua vita dopo l’emancipazione rappresenta la ricerca delle donne nere di avere voce, autonomia ed uguaglianza che caratterizzano il periodo dell’emancipazione.

Lo straordinario racconto “Narrative of Sojourner Truth”, pubblicato per la prima volta nel 1850, offre uno sguardo unico sul mondo della schiavitù nel Nord degli Stati Uniti.

Truth racconta la sua vita come schiava nella New York rurale, la sua separazione dalla famiglia, la sua conversione religiosa e la sua vita come predicatrice in viaggio negli anni’40 del 1800.

Sojourner racconta anche del suo lavoro come riformatrice sociale, consulente di ex schiavi e promotrice di una migrazione nera verso l’ovest degli Stati Uniti.

Come lo storico Nell Painter nota, in diversi modi Sojourner era “una donna afro americana rappresentativa” di questi due periodi. Truth era rappresentativa delle lotte di quel periodo così come delle speranze e delle ricerche sotto il profilo spirituale[8].

Sojourner ha viaggiato per il paese cogliendo l’opportunità di parlare, anche quando parte della folla preferiva che ella rimanesse in silenzio.

La sua voce era quella pubblica sollevata per intraprendere la battaglia per l’uguaglianza delle donne nere e dei neri in generale.

Frances Gage racconta che prima del famoso discorso di Sojourner “Nonsono io una donna” tenuto ad Akron, nell’Ohio, alcune persone nella folla urlarono, “Non lasciatela parlare, non lasciatela parlare”. Sojourner era determinata a rispondere alla pretesa che gli uomini avessero diritti e privilegi superiori rispetto alle donne. Un ministro di culto nella folla dichiarò, “se Dio avesse voluto l’uguaglianza delle donne, egli avrebbe dato loro qualche segno della sua volontà attraverso la nascita, la vita e la morte del Salvatore[9].

Sojourner si fece strada sul davanti e con la folla in protesta, iniziò a parlare.

Il tumulto si placò all’improvviso, ed ogni occhio era puntato su questa quasi figura di Amazzone, che in piedi era alta circa sei piedi, testa dritta, ed occhi perforanti l’aria sovrastante, come qualcuno che sogna.

Alla sua prima parola ci fu un profondo silenzio[10].

Sojourner si accattivò la folla e pronunciò il suo discorso.

Sojourner era ben nota ad amici, sostenitori e a coloro i quali si opponevano a lei e al suo programma.

Nel “Book of Life” di Sojourner, ella racconta di un incontro con il Presidente Abramo Lincoln per ringraziarlo del suo ruolo nella liberazione degli schiavi. Sojourner ha ringraziato il Presidente Lincoln per essere uno strumento di Dio per emancipare la sua gente. Ella ha ammesso al Presidente di non aver mai sentito parlare di lui prima che si candidasse come Presidente.

Lincoln le sorrise e le rispose, “Ho sentito parlare di te molte volte prima di questa”. Nella maniera in cui Sojourner era ben nota e ben rispettata da molti, un giornale del New Jersey fece commenti dispregiativi e stereotipici su di lei.

Il giornale riportava che una chiesa in Springfield, Union Country, New Jersey fu “honored on Wednesday night by the presence of that lively old negro mummy [sic], whose age ranges among the hundreds – Sojourner Truth – who fifty years ago was considered a crazy woman. When respectable churches consent to admit to the houses open for worship of God every wandering negro minstrel or street spouter who profess to have a peculiar religious experience, or some grievance to redress, they render themselves justly liable to public ridicule…

She is a crazy, ignorant, repelling negress, and her guardians would do a Christian act to restrict her to private life[11].

Sojourner non fu dissuasa dalla sua missione da una simile diffamazione di reputazione.

Mentre gli abusi sessuali di Sojourner non vengono più menzionati nel suo “Book of Life”, la questione se lei fosse o meno una donna era solo una disumanizzazione.

Sebbene Nell Painter contesti la validità del racconto, Frances Gage raccontava che Sojourner si denudò il seno per provare che era davvero una donna. Sojourner continuò a camminare orgogliosamente “con l’ariadi una regina” e a combattere per il diritto di parlare dell’oppressione delle donne e dei neri in generale.

Vale la pena di riportare, dalle pagine del racconto su Sojourner già menzionato, la testimonianza che riguarda l’approccio che la donna aveva nei confronti delle Scritture. Neill Painter riferisce che Sojourner si faceva leggere la Bibbia da persone adulte ma questo comportava il fatto che esse apportassero sempre dei commenti ai passi.

Così la donna decise di farsi leggere la Bibbia dai bambini, sicura del fatto che essi non avrebbero commentato. Ciò divenne prassi per lei. E questo è dovuto al fatto che Sojourner desiderava confrontare i racconti biblici con la testimonianza di cui ella era portatrice e concluse che lo spirito della verità ha parlato in quei racconti ma i narratori li hanno mescolati alle loro idee ed interpretazioni. Questo è indubbiamente uno dei tratti che contraddistinguono l’energia ed il carattere indipendente di Sojourner Truth.

 

Angelita Tomaselli

 


[1]Vedi Katie Geneva Cannon, “L’emergere della coscienza femminista nera” in Letty M. Russell, Interpretazione femminista della Bibbia, Cittadella Editrice, Assisi 1991, p. 39 sgg.

[2]Vedi A. Walker, In Search of Our Mothers’ Gardens: Womanist Prose, Harcourt Brace Jovanovich, San Diego 1983, pp. 11-12. La Walker chiarisce che il termine womanistderiva “da womanish (contrapposto a girlish, ossia frivolo, irresponsabile, non serio): una femminista nera o una femminista di colore.” Il movimento womanist riguarda solo le donne nere e quelle di colore degli USA, senza confronto o contrapposizione con le femministe bianche.

[3]Vedi A. Walker, In Search, cit., p. 11.

[4]Cfr. P. Ottone, Il punto di vista womanist su Agarin L. Tomassone, Figlie di Agar. Alle origini del monoteismo due madri, Effatà Editrice, Torino 2014, p. 96 sgg.

[5]D. Williams, Sisters in the Wilderness: The challenge of Womanist God-Talk, Orbis Books, Maryknoll, NY 1993.

[6]…and when I cried with my mother’s grief, none but Jesus heard me!” Sojourner Truth, citata in D. Williams, Sisters, cit., p. 38.

[7]Vedi A. Elaine Brown Crawford, Hope in the Holler. A Womanist Theology, Westminster John Knox Press, Kentucky 2002, pp. 49-51.

[8]Sulla figura di Sojourner Truth vedi Nell Painter, Sojourner Truth: A Life, a Symbol, W. W. Norton, New York 1996; Henry Louis Gates Jr., Narratives of Sojourner Truth: A Bondswoman of Olden Time, with a History of Her Labors and Correspondence Drawn from Her “Book of Life”, Oxford University Press, New York 1991; Gilbert Olive, Narrative of Sojourner Truth, Dover Publications, New York 1997.

[9]Henry Louis Gates Jr., Narratives of Sojourner Truth, cit., pp. 132-133.

[10]Ibid., p. 133.

[11]Ibid., pp. 203-204.

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Ellen G. White

Pubblichiamo l’intervento di Franca Zucca su Ellen G. White, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

 

DOVERI VERSO LA SOCIETA’

Presentare in modo esauriente la figura di questa donna è praticamente impossibile. Farlo richiederebbe molto tempo e il contesto di oggi pomeriggio non lo permette. Quindi ciò che presenterò saranno delle “pennellate”. Certi passaggi saranno necessariamente tagliati un po’ con l’accetta. Era doveroso per me fare questa premessa. Mi limiterò ad alcuni aspetti della vita di EGW che è stata cofondatrice del Movimento Avventista che, successivamente, prenderà il nome di Chiesa Avventista del 7° Giorno.

“Assidua studiosa della Bibbia, sentiva il bisogno di predicare e contribuire al bene dell’umanità. Viaggiò negli USA, in Australia e in Europa e scrisse oltre centomila pagine affrontando vari argomenti: dalla spiritualità, all’educazione, alla famiglia, al lavoro, ai giovani, alla salute, al problema della schiavitù, alla dignità delle donne. Affermò che ‘la donna dovrebbe occupare la posizione che Dio le ha assegnato all’origine, cioè essere l’ugualedell’uomo, non uguale a lui, ma con pari dignità. Insistette molto sulle influenze prenatali e sulla cura da riservare al benessere psicofisico delle future mamme. Fondò molte scuole, tutte egualmente aperte a ragazzi e a ragazze. Scrisse diversi libri, fondò seminari e diversi ospedali, tra cui il Loma Linda Sanitarium. Si adoperò per un stile di vita sano valorizzando le risorse naturali e un’alimentazione tendenzialmente vegetariana. Nel suo ultimo viaggio durato 5 mesi, a 82 anni, parlò in pubblico 72 volte in 27 luoghi diversi.”

UN PO’ DI BIOGRAFIA

Nasce a Gorham, nel Maine, il 26 novembre 1827. I suoi genitori, Robert ed Eunice erano membri della chiesa metodista episcopale dove avevano ricoperto dei ruoli di spicco lavorando per la conversione delle persone e per il consolidamento della Causa di Dio. Ebbero la gioia di vedere tutti i loro 8 figli convertirsi a Cristo.

A 9 anni ebbe un incidente gravissimo che condizionò la sua salute fisica per l’intera esistenza. Mentre camminava per una strada di Portland assieme alla sorella gemella e a una loro compagna di scuola, fu colpita al naso con un sasso lanciato da una ragazzina. Debilitata, debolissima,  rimase a letto per molte settimane ed era convinta di morire. Lo stato di salute non le permise più di frequentare la scuola.                                                                                                        Qualche cenno sulla sua famiglia di origine, anche per capire lo stile di vita che ha segnato Ellen. La serietà spirituale, l’attaccamento alla Bibbia, l’amore per la conoscenza, l’onestà, la laboriosità, il senso del dovere, ossia gli elementi centrali della migliore tradizione puritana, hanno orientato sul piano educativo questa grossa famiglia (8 figli). Ellen ebbe un’infanzia felice in una cornice famigliare severa ma giusta e amorevole.                                                                                                               Nel 1846 si sposa con il past. James White. Hanno 4 figli: Henry Nichols che morirà a 16 anni, James Edson, William, Herbert che morirà dopo alcuni mesi dalla nascita. Come madre, non è stata esente da sofferenze e da distacchi dolorosi.

Per 35 anni lei e il marito lavorarono insieme, infaticabili, in favore dell’opera avventista. Viaggiarono, predicarono, scrissero, organizzarono l’opera delle pubblicazioni, il sistema della gestione delle finanze della chiesa, l’organizzazione della Conferenza Generale (che è l’organo amministrativo della chiesa più elevato) e altro ancora. Nel 1881 muore il marito James. Nonostante il dolore per la perdita del suo compagno continua il lavoro iniziato con il marito. EGW è stata sicuramente un personaggio di spicco del movimento avventista delle origini. Con una sensibilità particolare ne fu l’ispiratrice e guida. Interessante notare che gli iniziatori, per così dire, del movimento avventista, erano tutti molto giovani. EGW è stata una donna come le altre, durante un secolo che non è stato il secolo delle donne. Non istruita, non ricca, non sempre in buona salute (come abbiamo detto prima), grazie al sostegno di Dio in cui credeva intensamente, poté essere accolta in una società dominata da uomini. Devo dire che gli esordi non furono facili neanche nella chiesa: era pur sempre una donna, per di più molto giovane, non le è stato facile farsi accettare. Scrisse moltissimo, nonostante il rammarico per non avere potuto istruirsi e non avere alcun titolo di studio. Era una lavoratrice instancabile: quando partecipava a un congresso le preparavano molte tappe intermedie e in ognuna riusciva a incoraggiare, correggere, promuovere.

IL PERIODO STORICO/RELIGIOSO IN CUI VISSE

Il periodo che va dal 1840 in poi, è segnato, in America, da un profondo risveglio religioso. Si organizzavano riunioni speciali nelle quali persone non ancora convertite avevano l’opportunità di cercare il Signore. Si organizzavano riunioni di preghiera e tra le varie denominazioni ci fu un risveglio generale. Questo era il contesto dove iniziò a operare EGW.

L’IMPRONTA LASCIATA NEL CAMPO DELLA SALUTE

Il problema numero uno del mondo di quell’epoca era il problema della salute. Proprio in quel tempo, 1820-1860, si svilupparono movimenti riformatori che risultarono vincenti e contribuirono a mutare la faccia di quel mondo. Questi sforzi riformatori riuscirono a introdurre novità nelle abitudini malsane, nell’igiene, nelle cure mediche, che erano le maggiori cause di malattie e di morte.

Una delle abitudini malsane era, ad esempio, quella di considerare l’uso di vegetali e frutta, veicolo di colera. Per le donne le cattive abitudini riguardavano l’abbigliamento: il giro vita doveva essere da vespa, costretta in corsetti; gli abiti erano lunghi fino a terra tanto da spazzare le strade, strade che non erano asfaltate e che spesso erano degli immondezzai. Malsano era, ovviamente, l’uso e l’abuso degli alcolici che provocavano disastri sociali. In quel periodo nacquero le società di Temperanza e la prima legge proibizionista.

Per quanto riguarda l’igiene: alcuni dati ci informano che sino al 1830 la maggior parte degli americani non si era mai fatta un bagno completo durante l’intera vita. A New York solo poco più di un migliaio di famiglie possedeva una tinozza e poco più di 10.000 famiglie avevano il gabinetto. Le strade erano degli immondezzai. Non mi dilungo su questo.

Le cure mediche praticamente facevano morire i malati. Salassi, purghe, interventi chirurgici senza anestesia erano le pratiche utilizzate. Si diventava medici in 8 mesi.

In tutto questo panorama EGW stimolò l’avventismo a inserirsi nei processi riformatori e si può capire bene perché parlasse della Riforma Sanitaria come del braccio destro dell’Evangelizzazione. Oltre a scrivere in tal senso, articoli e libri (The Ministry of Healing, in italiano Sulle Orme del Gran Medico), lei stessa, molto sensibile verso i temi della salute, fondò assieme ad altri leader della chiesa, ospedali e cliniche tra questi il Loma Linda Sanitarium. Attualmente è conosciuto come Loma Linda University Medical Center ed considerato tra i più importanti ospedali a livello mondiale. E’ stato tra i primi ospedali e centri di ricerca a trattare il trapianto di organi sui bambini (Baby Fae 1984-trapianto di cuore di babbuino), a praticare il trattamento al protone su certi tipi di cancro. L’ospedale ha una media di 16.000 pazienti ricoverati l’anno e di 470.000 pazienti ambulatoriali. E’ anche un’università con facoltà di medicina e chirurgia, farmacia, odontoiatria, infermieristica, salute pubblica, religione, terapia di coppia e della famiglia, traumi ecc. Inoltre vi è un vasto reparto solo per i bambini.

Commento: la tenacia di una donna che aveva una visione molto chiara e pratica sui temi della salute ha fatto scaturire qualche cosa di importante che, nel tempo si è sviluppato e sta portando aiuto a molta gente non solo negli USA ma nel mondo.

L’IMPRONTA LASCIATA IN ALTRI AMBITI (TRAMITE I SUOI SCRITTI E PRESE DI POSIZIONE)

Il movimento di liberazione degli schiavi

EGW prese nette posizioni antischiaviste e addirittura “sostenne la disobbedienza civile per gli schiavi fuggitivi, con l’argomento che quando la legge degli uomini entra in conflitto con la legge di Dio bisogna ubbidire a quest’ultima” 1T 201-202

EGW affermò che i problemi dei neri del suo tempo erano il risultato della schiavitù e della relativa oppressione. Dichiarò: “Molti non hanno avuto la possibilità di esprimere la loro capacità, ma se fossero stati benedetti dalle opportunità simili a quelli dei bianchi, le avrebbero manifestate” (lettera 80a, 1895). Affermò anche: “Dev’essere fatto ogni sforzo per cancellare il male terribile che è stato fatto loro” (SW 15).

Il ruolo della donna

Negli USA agli inizi del 1800 le donne non avevano diritto di voto, posto nei college, diritto di proprietà se sposate, diritto di parola in chiesa. Il grande revivalista Finney creò scandalo quando permise alle donne di testimoniare in una pubblica riunione. EGW, come donna, chiamata a predicare dalle società di temperanza del tempo, fu in sé un fatto rivoluzionario.

Per quanto riguarda i diritti delle donne, come sappiamo il cammino generale è stato lungo e faticoso. Ellen non aveva dubbi che Dio avesse creato l’uomo e la donna eguali, ma poco si inserì in queste lotte forse non condividendone i mezzi adoperati. Proprio con il suo ministero, comunque, incoraggiò fortemente le donne della chiesa a scoprire e mettere al servizio della chiesa e della società i loro doni e capacità. Ciò ha in seguito fatto nascere il Dipartimento dei Ministeri Femminili che attualmente è operativo a livello mondiale, ma questa è un’altra storia.

Ellen è stata prima di tutto una donna autentica, onesta, coraggiosa, generosa, appassionata, che ha vissuto la sua vocazione sino in fondo, al limite delle sue possibilità, ma con grande equilibrio, mai dimenticando la sua umana limitatezza, mai prevaricando la Scrittura e la chiesa.

La vita non le aveva risparmiato nessun dolore: la morte delle persone più care, l’ingratitudine e il tradimento dei compagni di lotta, le calunnie. Ma la serenità degli ultimi anni è stata rivelatrice della consapevolezza di ciò che di meraviglioso la vita le aveva regalato.

Una delle sue ultime dichiarazioni: “Nel rileggere la nostra storia passata, ripercorrendone ogni passo fino alla nostra situazione attuale, posso dire: Sia lode a Dio! Nel vedere il lavoro svolto da Dio sono piena di stupore e di fiducia in Cristo come guida. Non abbiamo niente da temere per il futuro se non il rischio di dimenticare il modo in cui il Signore ci ha guidati nel passato.”

 

Franca Zucca

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Elisabeth Cruciger

Pubblichiamo l’intervento di Doris Esch su Elisabeth Cruciger, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

 

Care sorelle e cari fratelli nella fede,

parlo per la Chiesa luterana e desidero rifarmi al periodo iniziale della Riforma, in Germania. La donna che presenterò per la Chiesa luterana non sarebbe stata forse la prima a “protestare” come “protestante” ad alta voce. Ma la sua vita, la sua breve vita, è altamente rappresentativa di molte donne degli inizi della Riforma! È certo che, senza il riscontro spontaneo, senza la comprensione di queste donne, la Riforma sarebbe stata meno “interiorizzata”.

(Non voglio presentare Katharina von Bora, moglie di Martin Lutero. Di lei si sanno molte cose; è stata oggetto di pubblicazioni, di trattazioni scientifiche e di rappresentazioni letterarie e artistiche. Katharina, come sapete, entrò in convento a 6 anni; a 16 fece i voti di professa come monaca cisterciense. Presa e contagiata dalla nuova dottrina, nel 1523, insieme con altre monache, abbandonò di nascosto il convento, in cerca di qualcosa di nuovo e di un futuro incerto.)

Molte altre donne dei conventi, con storie simili, fecero altrettanto e lasciarono i monasteri: cisterciensi, maddalene, premonstratensi. Lasciare il convento (magari senza l’abito) senza il permesso della direzione era un’infrazione grave, un peccato, era apostasia, ed veniva punito pesantemente, fino alla detenzione nel carcere del convento. Si doveva rischiare molto; bisognava escogitare un modo sofisticato di scappare.

Monaca (delle premostratensi del convento di Marienbusch, nella Pomerania orientale) era anche Elisabeth von Meseritz (poi Elisabeth Cruciger), originaria della Pomerania. È di lei che vi parlerò.

Nacque intorno all’anno 1500. Come molte altre ragazze, di solito figlie di famiglie nobili povere, fu messa in convento quando era giovanissima, per assicurarle un’esistenza educativa in cui non le mancasse nulla. In questo monastero dell’ordine delle premonstratensi (un tipo di monache benedettine), a Marienbusch, in Pomerania, oggi Polonia, aveva ricevuto la sua formazione religiosa e intellettuale. Naturalmente, aveva imparato a leggere e scrivere; era istruita in economia domestica, nel senso più ampio del termine. Inoltre, aveva studiato latino e canto corale; le erano familiari la preghiera delle ore, testi biblici, nozioni di teologia e mistica, e sapeva discutere di teologia. Se Elisabeth entrasse volentieri o malvolentieri in convento, non lo sappiamo. Ma che ricevesse un’ottima istruzione è certo: i pochi testi di sua mano lo testimoniano. Il resto è merito suo.

Le donne, allora, avevano poche possibilità di andare per la propria strada. Fuori da un’associazione, in pratica, non era possibile vivere. Quanto alle figlie di famiglie nobili povere, semplicemente si doveva provvedere a loro. Di fatto avevano solo tre possibilità: sposarsi; essere parte di un famiglia numerosa in qualità di zia (nella famiglia Lutero c’era una di tali zie, “zia Lene”) oppure entrare in convento, quanto prima possibile (qui c’erano possibilità di carriera!). Nel migliore dei casi, interiorizzavano la vita del convento, che non avevano scelto. (Magari, nel segreto avranno pensato: come ne esco?).

Istruite e addestrate in convento riguardo la fede, l’istruzione e la condotta di vita, erano però preparate nel modo migliore ed erano recettive alle idee fresche, nuove, stimolanti della Riforma. (Le assorbivano come spugne). Si può dire che si appropriano della Riforma al volo! Ecco! La Riforma divampò! E poi ci fu l’incontro con Johannes Bugenhagen, teologo e amico di Lutero.

Vicino al monastero premonstratense di Marienbusch, dove si trovava Elisabeth, era situato il convento maschile (Belbuck). Lì insegnava teologia l’amico di Lutero, il doctor Pomeranus Johannes Bugenhagen (presto sarebbe diventato professore all’Università di Wittenberg); teologia che aveva già l’impronta della Riforma. Elisabeth se ne lasciò contagiare. Poco dopo, decise di lasciare il convento, di seguire Bugenhagen, venendo ospitata dalla sua famiglia a Wittenberg (Bugenhagen si era appena sposato). Lì prese parte a tutti gli scambi di idee. Lì incontrò Martin Lutero; lì, nel 1524 sposò (celebrante Lutero) Caspar Cruciger, teologo, umanista, collaboratore di Lutero. A Wittenberg, partecipò alle discussioni a casa di Lutero, e lo fece – alla pari – da moglie, madre e compagna di riflessioni (diciamolo pure: con cura pastorale). Ebbe la stima di Lutero (ella ponderò addirittura la possibilità che le donne predicassero! Ne sarebbe stata capace). I coniugi Cruciger ebbero due figli: [Caspar, che divenne anch’egli teologo, ed Elisabeth, che sposerà un figlio di Lutero, Johannes.] Certo non fu loro concessa una lunga vita coniugale: Elisabeth morì nel 1535, con profondo dolore del marito.

Una vita tranquilla, ma profonda, secondo i pochi testi che abbiamo di Elisabeth Cruciger. Per esempio, si è conservata una lettera in cui cerca di consolare un ebreo battezzato, Joachim, e lo fa con parole proprie, che scaturiscono da esperienza profonda:

Do una parafrasi del tedesco:

Caro fratello, consolaTi, guarda, anch’io sono una compagna di sofferenza, che ha la stessa Tua malattia; guarda: davanti agli occhi divini ho implorato Dio con pazienza; guarda, Ti auguro e Ti trasmetto la misericordia e la pace che Egli ci ha comunicato colla Sua forza. Misericordia e pace non di questo mondo, ma che vengono da Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo (non mediante un Angelo e neanche per mezzo di Mosè!). Su, caro fratello, sii contento, fatti animo: chi ha cominciato l’opera buona e la beatitudine in noi, la condurrà a compimento, senza dubbio: Egli stesso si metterà al nostro posto e coprirà i nostri peccati affinché nessuno possa più accusarci. Di questo sii felice, e consolaTi, caro fratello – perchè di questo sono felice e mi consolo  anch’io. Prendi dunque questa lettera e lascia che sia di conforto per Te.

Elisabeth Cruciger sapeva esprimere e trasmettere la sua esperienza della fede con parole proprie; in questa lettera, ha messo tutte le sue conoscenze bibliche e tutta la sua umanità.

Ma le riuscì ancor meglio di farlo con un inno spirituale, che è il primo inno di chiesa della Riforma scritto da una donna. Fu presente già nell’innario di Lutero del 1524 e viene cantato ancora oggi: “Herr Christ der einig Gotts Sohn” (“Del Padre eterno, Figlio”). Lo trovate nell’innario italiano della CELI al numero 130 (N.B.: più tardi, l’inno fu attribuito a un uomo; ma è suo!).

L’inno, composto per il periodo dell’Epifania, nel suo tedesco d’allora, ma  tutto fatto di idee bibliche, mi colpisce molto. Qui, tutto è armonioso. Cerco di fare una parafrasi dell’ultimo verso, dove si tratta (del tutto nel senso di S. Paolo) dell’uomo nuovo:

Parafrasi:

Con Tua benignità ci uccide,

con Tua grazia ci risveglia;

mortifica il vecchio uomo,

affinchè il nuovo si rialzi

e qui, su questa terra,

mente, pensiero, desideri

– tutto si volga a Te”.

 

Oppure, nella versione metrica di Anna Belli:

“Nostra vita trasforma

con Tua gran bontà.

Il vecchio uom riforma,

il nuovo allor vivrà;

Dio fa che in questo mondo

in noi ogni profondo

sentir aneli a Te.”

Così come Elisabeth Cruciger è riuscita a infondere conforto, a meditare in modo completo sulla propria fede e a comunicarla in modo convincente, così questo dovrebbe riuscire anche a noi, oggi e qui.

Anche per noi è vero che non siamo soli, e che la nostra voce viene ascoltata.

Doris Esch

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa é verità?

Care sorelle, cari fratelli

questo brano offre moltissimi spunti per la predicazione partendo dal fatto che alla fine, e questo mi sembra l’obiettivo dell’Evangelista Giovanni, tutti si lavano le mani: i religiosi consegnano Gesù a Pilato con le parole: «A noi non è lecito far morire nessuno», Pilato si lava le mani e trova la via di uscita in un veloce referendum in cui deve decidere il popolo. Il popolo sceglie Barabba, ma in fondo è indifferente, uno deve pure morire.

Tutti si lavano le mani. E varrebbe un sermone intero per guardare meglio questa catena di lavaggio delle mani e forse anche della coscienza.

Io invece vorrei fermarmi su due parole di Pilato, visto che l’incontro di Gesù con Pilato è proprio al centro dei nostri versetti: «Che cos’è verità?» e «Ecco l’uomo!».

1. Che cos’è verità?

Pilato disse: «Che cos’è verità?» Pilato forse lo chiede perché l’incontro con Gesù lo ha coinvolto più di quanto avesse pensato prima, lo vedremo poi al secondo punto. Pilato però, a questa domanda, non riceve alcuna risposta. Comunque arriva alla conclusione: Io non trovo colpa in Gesù.

Che cos’è verità? Pilato non lo viene a sapere. Ma anche la storia umana non sembra avere una risposta a questa domanda: Che cos’è verità?

Infatti, verità o non verità è una diatriba di tutti tempi: filosofi, teologi e tanti altri pensatori da millenni cercano di dare una risposta.

Per la gente comune, fino a pochi decenni fa, la verità era una cosa vera- mente accaduta. Ciò che si vedeva nella Televisione o si leggeva nei gior- nali era vero, perché reale, raccontato come accaduto, portato da giornalisti nelle nostre case via etere. Verità è se il racconto combacia con l’accaduto.

Semplice, ma per le generazioni fino agli anni 80 era così. E questa idea di verità, cioè di cose realmente accadute, si faceva spazio anche nelle letture della letteratura antica, ma soprattutto per la Bibbia. Abbiamo spesso applicato l’idea del racconto biblico come un racconto realmente accaduto senza tenere conto che chi raccontava aveva un’idea completamente diversa di verità, cioè che ciò che veniva raccontato non per forza doveva essere reale nel nostro modo di pensare e di vedere le cose.

Dagli anni 80 in poi però, la questione della verità vista come realtà, cam- bia. Il sociologo e teorico dei mass-media statunitense Neil Postmann ci ha messo in guardia davanti al fatto che ciò che la televisione ci presenta non per forza dev’essere vero nel senso reale. Postman infatti si pone il problema che per una persona normale è difficile verificare se le cose stanno veramente come raccontato dalla televisione.

Infatti, Postmann dice che nei telegiornali le notizie sono volutamente messe in fila senza una logica, perché così è impossibile verificare.

Oggi più che mai sappiamo che non ci possiamo fidare della Televisione e nemmeno di ciò che ci viene raccontato dai social media, cioè Facebook, Twitter e pure youtube. Non solo non possiamo più controllare nel mare delle notizie se una notizia è vera o no, ma siamo inondati di fake-news, meglio: di notizie false volutamente messe in giro, una volta si chiamava- no bugie.

Oggi le fake-news servono alla politica, Trump è uno che mette in giro notizie false per screditare i suoi avversari, e se ci mettessimo a controlla- re la verità dei tweet dei nostri politici che talvolta soffrono di bulimia virtuale, vedremmo quante bugie sono in giro, ma soprattutto che tutto il sistema si basa su bugie, su notizie false.

Dalla fiducia nei mass media come TV e giornali siamo arrivati a dover ammettere che meglio non fidarsi e non cadere nelle trappole delle fake- news, delle bugie diventate socialmente accettate e utilizzate per il pro- prio vantaggio. E come non caderci, se pure giornalista talvolta ci cascano senza nemmeno fare un controllo.

Nella storia la verità invece era spesso vista come proprietà. Io ho la verità. E chi non l’aveva lo ha sentito sulla propria pelle, perché dichiarato eretico, persona senza diritto alla vita.

Insomma, la questione della verità ha tante sfaccettature.
Il Salmista del Salmo 25 prega: Guidami nella tua verità e ammaestrami;

poiché tu sei il Dio della mia salvezza.

E così quando la Bibbia parla di verità, la lega sempre a Dio e alla salvez- za. Direi che qui oggi abbiamo a portata di mano o meglio a portata di orecchio dei versetti centrali che ci possano indicare che cosa è verità, o meglio chi è verità.

Aggiungiamo a questa l’affermazione di Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Gesù non dice “io ho la verità” ma “io sono la verità”.

E allora impariamo che la verità non è un possesso, la verità non è a mia disposizione. Il modo giusto per affrontare la questione della verità è rela- zione, relazionarsi con colui è la verità. Questa relazione cambia la perso- na coinvolta.

Pilato ne è un esempio, e lo vediamo alla sua affermazione finale: ecco, l’uomo!

Pilato cambia e noi possiamo cambiare nella relazione con la verità. Pos- siamo cambiare in modo che non la vediamo più come possesso, la relazione con la verità può fare in modo che siamo più critici verso ciò che ci arriva via internet o TV – non per caso il pastore della mia chiesa nativa ci ha insegnato: non prendere mai niente per scontato, provare per approvare.

La relazione con la verità ci cambia in modo che anche la nostra relazione con il prossimo e con il Creato cambia e viene integrata nella partecipazione alla verità.

Ma veniamo al secondo punto.

2. Ecco, l’uomo

Ecco, l’uomo, due parole che hanno ispirato pittori, compositori e anche tanti scrittori. Nel nostro brano è il culmine dell’incontro fra Gesù e Pila- to. Ciò che per Pilato forse era una domanda filosofica e che poi – l’abbia- mo visto – diventa una questione di relazione e cambiamento, va oltre la narrazione di come continua la passione di Gesù.

Nel suo romanzo satirico “il maestro e Margherita”1 lo scrittore russo Mi- chail Bulgakov dà un ampio spazio all’incontro fra Pilato e Gesù: quando Pilato chiede a Gesù quale fosse il suo messaggio, la figura del romanza Jeschua afferma: ci sarà un Regno di verità in cui non ci sarà più alcuna violenza.

Ed ecco, l’ecco l’uomo, va oltre la questione della relazione della verità e prospetta una direzione che la relazione con la verità può portare. Pilato si ferma qui, non esce dal suo ruolo.

A noi rimane la domanda: ci vogliamo fermare all’ecco l’uomo o vediamo ciò che Bulgakov ha trovato come conseguenza della relazione con la verità?

Gesù, andando avanti, continua la sua strada della giustizia, di una nuova legge, quella dell’amore che prende sul serio tutti gli esseri umani, è la via che mette in dubbio il potere che Pilato sembra esercitare, una via dal basso che nella impotenza della croce dimostra la sua forza.

Andiamo oltre all’ecco l’uomo, mettiamoci in relazione con la verità e di conseguenza con gli altri e con il creato, affinché la violenza, l’oppressione, l’emarginazione non trovino più spazio. Amen.

Past. Jens Hansen