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Un Dio delle sorprese

Domenica 15 settembre il culto è stato tenuto dal co-residente portoghese della Conferenza Metodista Europea, ospite della nostra comunità, per il loro incontro annuale bishop Sifredo Texeira.

 

Isaia 55:6-13(8) Nuova Riveduta

6 Cercate il SIGNORE, mentre lo si può trovare;
invocatelo, mentre è vicino.
7 Lasci l’empio la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
si converta egli al SIGNORE che avrà pietà di lui,
al nostro Dio che non si stanca di perdonare.
8 «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il SIGNORE.
9 «Come i cieli sono alti al di sopra della terra,
così sono le mie vie più alte delle vostre vie,
e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.
10 Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano
senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,
affinché dia seme al seminatore
e pane da mangiare,
11 così è della mia parola, uscita dalla mia bocca:
essa non torna a me a vuoto,
senza aver compiuto ciò che io voglio
e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.
12 Sì, voi partirete con gioia
e sarete ricondotti in pace;
i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi,
tutti gli alberi della campagna batteranno le mani.
13 Nel luogo del pruno si eleverà il cipresso,
nel luogo del rovo crescerà il mirto;
ciò sarà per il SIGNORE un motivo di gloria,
un monumento perenne che non sarà distrutto».

 

“Il Dio delle sorprese”Isaia 55:6-13(8)

Cari fratelli, care sorelle, la pace di Gesù sia con tutti voi.

In qualità di Vescovo della Chiesa Metodista in Portogallo, vi porgo i saluti del popolo metodista portoghese che ha iniziato a incontrarsi come tale nel 1854 nel distretto di Porto. In effetti oggi siamo ancora una chiesa minoritaria presente in 5 distretti dei 18 nel paese continentale.

Come uno dei due co-presidenti del Consiglio Metodista Europeo, vi esprimo la nostra gratitudine per averci accolto a Roma per l’incontro annuale e per prendere parte a questo Culto speciale. Possa Dio continuare a benedirvi e proteggervi.

Il Consiglio Metodista rappresenta i molti metodisti nei diversi paesi europei che condividono il vangelo di Gesù nella parola e nell’azione. Un esempio è dato da quanto la Chiesa Metodista e Valdese fa in Italia, inclusa la cura di quei rifugiati che cercano un posto sicuro in cui vivere.

Oggi sono qui per parlare di sorprese.

A quanti di noi piacciono le sorprese?

Dipende, potreste dire. Se sono belle, di solito ci fanno piacere, ma se non sono tanto belle, in generale preferiremmo farne a meno.

Oggi vorrei condividere con voi l’opportunità di riflettere al Dio delle sorprese che è il nostro Dio.

Vi è mai accaduto di essere stati sorpresi da Lui nella vostra vita? Sono sicuro che per la maggior parte di noi o per tutti noi la risposta è sì. In molti casi ne abbiamo gioito e in altri abbiamo incontrato difficoltà e sofferenze, ma alla fine per molti di noi è rimasta gratitudine per tutto ciò che è stato vissuto.

Soffermiamoci su alcune persone sorprese che si trovano nella Bibbia.

Mosè. Il popolo di Israele era schiavo in Egitto e un giorno, quando Mosè meno se lo aspettava, Dio venne a trovarlo e gli disse: “Ho bisogno di te. Vai e guida il mio popolo nella liberazione che ho concesso loro “. Mosè trovò delle scuse ma nessuna fece cambiare il disegno di Dio. “Sei tu quello di cui ho bisogno.”

Conosciamo la storia. Il popolo di Israele fu guidato da Mosè sulla via verso la liberazione dalla schiavitù in Egitto.

Un altro uomo sorpreso. Samuele, il Profeta. Quando fu mandato nella casa di Isai per ungere un nuovo re per il popolo di Israele, pensò che ognuno di quelli che gli erano stati portati davanti potesse essere il re, ma Dio lo sorprese scegliendo quello a cui nessuno pensava. Davide fu portato davanti a Samuele e Dio gli disse: “è lui”.

Sappiamo anche come Davide sia diventato un re importante per il popolo di Israele e anche per tutti coloro che sono diventati credenti nel suo Dio.

Paolo è un’altra sorpresa di Dio. Coloro che lo conoscevano non potevano credere in quello che sarebbe stato chiamato a fare. Perseguitava i cristiani e conobbe Cristo. La sua vita fu cambiata. Il persecutore diventò perseguitato. Era ed è tuttora una grande benedizione di Dio per tutti coloro che credono in Gesù come salvatore.

In questi pochi esempi troviamo un po’ del significato di ciò che Isaia dice nel nome di Dio: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie.”

Anche Gesù fu una sorpresa di Dio. Gli Ebrei si aspettavano un Messia con le caratteristiche che loro ritenevano necessarie per offrire loro la liberazione che stavano attendendo. Cosa invece ha fatto Dio? Ha mandato suo figlio a nascere non in un palazzo, non in un luogo di potere, non tra la gente importante. È nato molto semplice da persone semplici e è stato onorato da coloro che erano discriminati. E quando molti pensarono che avrebbe guidato il popolo in un processo di attuazione del regno di Dio, morì sulla croce. Molti pensavano che fosse la fine, ma la sorpresa è arrivata di nuovo ed è risorto dalla morte, è vivo e chiama tutti a seguirlo.

Il Dio delle sorprese era presente in Gesù. Ricordatevi ad esempio di Zaccheo. Voleva vedere Gesù. Trovò un posto su un albero. Gesù si fermò vicino a dove si trovava e gli disse: “Scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua.” Una incredibile sorpresa fu questa perché la vita di Zaccheo ne fu cambiata.

Ricordatevi di quella donna che aveva un problema di salute e credeva che toccando le vesti di Gesù sarebbe stata guarita. Toccò Gesù e fu guarita ma fu sorpresa quando Gesù chiese: “chi mi ha toccato?” Affrontò Gesù e lo sentì dire: “la tua fede ti ha salvata”.

Molti anni fa, mia moglie ha avuto un difficile problema di salute e vi è stato un tempo in cui anche io pensavo che stesse per lasciarci ma ci sbagliavamo, il Dio delle sorprese ha fatto quello che alcuni non si aspettavano e fu curata e dopo 20 anni sta ancora bene.

Ci sono alcuni di noi che hanno pensato di partecipare alla vita della chiesa solo partecipare alle attività, ma sono rimasti sorpresi quando sono stati chiamati a prendere parte ai ministeri della chiesa. In molti casi la sorpresa ha prodotto un grande cambiamento nella vita. Pensiamo a coloro che hanno dovuto lasciare tutto per adempiere alla loro missione.

Sono stato sorpreso quando ero un ragazzo e da un Missionario in visita alla mia famiglia mi è stato detto: “Dio ti chiamerà per il ministero pastorale”. Ho ascoltato in silenzio. Non sapevo cosa dire. Quello che ricordo fu che dissi a Dio: “se questa è la tua decisione, le cose accadranno naturalmente nella mia vita”. Dopo 4 anni di formazione sono diventato Ministro Metodista, 35 anni fa, e da allora le sorprese hanno continuato ad accadere nella mia vita e ministero. Ho reazioni simili a quelle di Mosè e molte volte dico: “Non posso essere io. Non sono in grado.” Sì, sei tu quello che voglio e sai che sarò sempre con te” è stata la risposta di Dio.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie” dice il Signore.

Anche oggi siamo qui e le sorprese sono già avvenute. Molti di voi non si aspettavano di incontrare così tante persone diverse provenienti da diversi paesi europei. Molti non si aspettavano di ascoltare un predicatore dal Portogallo, che parla inglese per essere tradotto in italiano. Molti di noi non si aspettavano di essere sorpresi da Dio. Di solito diamo per scontato che le cose in chiesa vadano come sono sempre andate.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il Signore”.

Siamo qui per volgere la nostra preghiera a Dio, per essere benedetti per essere una benedizione. Siamo qui per essere sorpresi da Dio.

Qual è la sorpresa che Dio ha portato nella mia vita oggi?

Due settimane fa siamo stati benedetti da Dio con l’ammissione di un nuovo membro nella nostra principale congregazione Metodista locale a Porto, la chiesa di Mirante. Pochi giorni dopo eravamo allo studio biblico settimanale e quella donna era con noi. A un certo momento dell’incontro ha dovuto dire a tutti: “Ho avuto molte cose buone nella mia vita, ma l’esperienza avuta domenica scorsa quando sono stata accolta come membro di chiesa, è stata la migliore. Ho sentito Dio con me. È qualcosa di straordinario che fa la differenza nella mia vita “.

C’è una cosa che non dobbiamo dimenticare ossia: siamo alla presenza di Dio essenzialmente per mostrare la nostra gratitudine, adorarlo, pentirci dei nostri peccati, prestare attenzione alle Sacre Scritture, ascoltare la parola di Dio, invocare la sua benedizione e andare nel suo nome per essere una benedizione per gli altri. In breve, dobbiamo continuare a dire a Dio: “Benedicimi e usami” e le sorprese continueranno ad accadere.

Il Dio delle sorprese continuerà ad agire in modi che non immaginiamo neppure, ma niente e nessuno può impedirgli di costruire il suo regno dove tutti coloro che credono in Lui hanno un posto, dove tutti sono accolti, dove tutti sono importanti, dove tutti godranno del  musica del cielo, dove tutti godranno dell’immenso amore di Dio.

Siate preparati. Le sorprese continueranno. Potreste essere chiamati a fare questo o quello, ad andare qui o là, ad aiutare o a essere aiutato, o anche a vivere ciò che non riuscite nemmeno immaginare.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore.”

Possa il Dio delle sorprese essere sempre il nostro aiuto.

 

 

 

 

Isaiah 55:6-13(8) (NRSVA)

Seek the Lord while he may be found,
call upon him while he is near;
let the wicked forsake their way,
and the unrighteous their thoughts;
let them return to the Lord, that he may have mercy on them,
and to our God, for he will abundantly pardon.
For my thoughts are not your thoughts,
nor are your ways my ways, says the Lord.
For as the heavens are higher than the earth,
so are my ways higher than your ways
and my thoughts than your thoughts.

10 For as the rain and the snow come down from heaven,
and do not return there until they have watered the earth,
making it bring forth and sprout,
giving seed to the sower and bread to the eater,
11 so shall my word be that goes out from my mouth;
it shall not return to me empty,
but it shall accomplish that which I purpose,
and succeed in the thing for which I sent it.

12 For you shall go out in joy,
and be led back in peace;
the mountains and the hills before you
shall burst into song,
and all the trees of the field shall clap their hands.
13 Instead of the thorn shall come up the cypress;
instead of the brier shall come up the myrtle;
and it shall be to the Lord for a memorial,
for an everlasting sign that shall not be cut off.

 

The God of surprises” – Isaiah 55:6-13(8) (NRSVA)

Dear sisters and brothers, may the peace of Jesus be with you all.

Being the actual Bishop of the Methodist Church in Portugal I bring you greetings from the portuguese Methodist people who started meeting as such in 1854 in the Porto District. Actually we are still a minority Church present in 5 districts of the 18 in the continental country.

Being one of the two co-Chairs of the European Methodist Council I bring you our gratitude for welcoming us in Rome for the annual meeting and to take part in this very special Worship Service. May God continue blessing you and keeping you.

The Methodist Council represents the many Methodists in the European different countries who share the gospel of Jesus with what is said and with what is done. One example we have is what the Methodist and Valdensian Church has been doing in this country that includes the care of those refugees looking for a safe place to live.

I am here today to speak about surprises.

How many of us enjoy surprises?

Depends can you say. If they are good normally we enjoy but if they are not so good, we tend to prefer not have those.

Today I am bringing you the opportunity to think about the God of surprises who is our God.

Weren’t you surprised by Him in your life? I am sure that for the most of us or for all of us the answer is yes. In many of them we enjoyed and in some others there were difficulties and some suffering but in the end there was for many of us gratitude for all that was lived.

Let us for a moment think of some surprised people we find in the Bible.

Moses. The people of Israel were in Egypt being slaves and one day, when Moses wasn’t expecting, God came to see him and told him: “I need you. Go and lead my people in the liberation I have for them.” Moses found excuses but none of them changed God’s mind. “That’s you that I need.”

We know the story. The people of Israel was led by Moses in the way to be liberated from the Egyptian slavery.

Another man surprised. Samuel, the Prophet. When he was sent to the house of Jesse to anoint a new king for the people of Israel, he thought that each one of those who were brought before him could be the King but God surprised him choosing the one that nobody thought about. David was brought before Samuel and God told him: “that’s the one.”

We know also how David became an important King for the people of Israel and also for all those who became believers in his God.

Paul is another surprise from God. Those who knew him couldn’t believe in what he was to be called to be doing. He was persecuting Christians and met Christ. His life was changed. The persecutor became persecuted. He was and still is a great blessing from God for all of those who believe in Jesus as savior.

In these few examples we find a bit of the meaning of what Isaiah was saying in God’s name: “My thoughts are not your thoughts. My ways are not your ways.”

Even Jesus was a surprise from God. The Jews were expecting a Messiah with the characteristics they thought were necessary to give them the liberation they were looking for. What was done by God? Sent his son to be born not in a palace, not in a power place, not amongst the important ones. He came very simple to be born from simple people and celebrated by those who were discriminated. And when many thought he was going to lead the people in a process of implementing the kingdom of God, he died on the cross. Many thought was the end but the surprise came again and he rose from the dead and is alive calling everybody to follow him.

The God of surprises was present in Jesus. Remember for example Zacchaeus. He wanted to see Jesus. He found a place in a tree. Jesus stopped close to where he was and told him: “Come down. I want to be with you in your house.” An amazing surprise was this because the life of Zacchaeus was changed.

Remember that woman that had a health problem and believed that touching the garments of Jesus was the way to be cured. She touched Jesus and was cured but she was surprised when Jesus asked: “who did touch me?” She faced Jesus and heard him telling her: “was your faith that saved you.”

Many years ago, my wife had a difficult health problem and there was a time that even me thought she was about to leave us but we were wrong, the God of surprises did what for some wasn’t expected and she was cured and after 20 years she is still well.

There are those of us that thought were to be taking part in the church life just to be there in the activities but were surprised when were called to take part in the ministries of the church. In many cases the surprise made a big change in the life. Thinking in those that had to leave everything to accomplish their mission.

I was surprised when I was a young boy and through a Missionary visiting my family I was told: “God will call you for the pastoral ministry.” I heard in silence. I didn’t know what to say. What I remember was me telling to God: “if this is your decision, things will happen naturally in my life.” After 4 years training I started being a Methodist Minister, 35 years ago and since then the surprises continued happening in my life and ministry. I have reactions a bit like Moses and many times I say: “Can’t be me. I am not able.” “Yes, that’s you I want and you know that I will be always with you” has been the answer from God.

“My thoughts are not your thoughts and my ways are not your ways” says God.

Even today we are here and the surprises happened already. Many of you were not expecting to meet so many different people from different European countries. Many weren´t expecting to have a preacher from Portugal, speaking in English to be translated for Italian. Many of us weren´t expecting to be surprised by God. Usually we assume things in Church will happen as ever.

“My thoughts are not your thoughts, says the Lord, and my ways are not your ways.”

We are here to bring our worship to God, to be blessed to be a blessing. We are here to be surprised by God.

What is the surprise God brought to my life today?

Two weeks ago we had the blessing from God of receiving a new member in our main local Methodist congregation in Porto, the Mirante church. Few days later we were in the weekly Bible study and that woman was with us. At certain time of the meeting she had to tell everybody: “I had many good things in my life but the experience I had last Sunday when I was received as member of the church, was the best one. I felt God with me. That’s something extraordinary that makes the difference in my life.”

There is one thing we can’t forget that is: we are in the presence of God essentially to show our gratitude, to worship him, to repent from our sins, to give attention to the holy Scriptures, to listen the word of God, to seek his blessing and to go in his name to be a blessing for others. In short we must keep saying to God: “Bless me and use me” and the surprises will continue happening.

The God of surprises will continue acting in ways we even have no idea but nothing and nobody can stop him building up his kingdom where all that believe in him have a place, where all are welcomed, where all are important, where all will enjoy the music of heaven, where all will enjoy the immense love of God.

Be prepared. The surprises will continue. You may be called to do this or that, to be here or there, to help or to be helped, or even to live what you even can’t imagine.

“My thoughts are not your thoughts, says the Lord, and my ways are not your ways.”

May the God of surprises be always our helper.

 

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I mafiosi ultimi calvinisti?

da Riforma

di Peter Ciaccio

Le parole di Roberto Saviano al Festival del Cinema di Venezia sono profondamente errate. Lettera aperta allo scrittore da parte del pastore Peter Ciaccio

 

Caro Roberto Saviano,

ti scrivo perché non riesco a credere a quanto avresti detto alla Mostra del Cinema di Venezia durante il lancio della nuova serie tv ZeroZeroZero, tratta dal tuo libro e diretta da Stefano Sollima. Non riesco a crederci per la stima che ho per te, per il tuo lavoro, anzi per la tua missione. O, calvinisticamente, potrei dire, che ho stima della tua vocazione e di come combatti per non cedere alla tentazione di mollare tutto, di ritirarti, di far vincere “loro”.

Non sono riuscito a trovare la citazione esatta di quanto hai detto a Venezia. Tuttavia, comparando le diverse testate, il concetto che hai voluto esprimere appare alquanto chiaro: nella criminalità organizzata esiste una mistica del potere, una dimensione religiosa e, in quest’ottica, i boss sono “gli ultimi calvinisti” del mondo.

Potrei dirti che questa espressione è sbagliata, fuorviante e offensiva. Chi ti scrive conosce l’opera di Giovanni Calvino ed è pastore della Chiesa Valdese, espressione “ufficiale” del calvinismo in Italia. Certo, la fama dei calvinisti è quella di essere sobri, puritani, dedicati al lavoro, rigorosi. Max Weber ha addirittura associato al calvinismo lo “spirito del capitalismo”, con buona pace dei cattolicissimi fiorentini, inventori della cambiale e dell’espressione “bancarotta”. Ma non è questo il punto.

Il calvinismo è la prima confessione cristiana che si comprende come minoranza: gli ugonotti in Francia e i valdesi in Italia sanno che non possono (e forse non devono) aspirare a comandare, a diventare religione di stato. Pertanto, nel rapporto tra chiesa e società, i calvinisti non tramano contro la legge, ma ricercano il bene della città, come diceva il profeta Geremia agli esuli in Babilonia. Non è detto che poi nei fatti vada sempre così, ma questa è almeno la teoria. Per questo, ad esempio, i valdesi in Italia hanno il pallino della laicità dello stato, usano la libertà di cui godono per fare in modo che altri abbiano riconosciuti i diritti negati, usano l’Otto per Mille per progetti umanitari, sociali e culturali e non per pagare i pastori o ristrutturare le chiese.

Per carità, non siamo dei “santi”, come suol dirsi. Anzi, come scriveva Heinrich Böll, siamo ossessionati dalla precisione e dal dettaglio e, come probabilmente si evince da queste righe, puntigliosi fino a risultare antipatici. Nonostante questo, però, associare l’atteggiamento egoista, violento, idolatra, malvagio di un boss mafioso al calvinismo non è una piccola deviazione, un dettaglio sbagliato, una semplice imprecisione, ma è una sciocchezza enorme.

E, per dimostrarti quanto un calvinista può essere antipatico nell’essere puntiglioso, ti dico che il motivo per cui ti scrivo non è farti una lezione su chi sono veramente gli ultimi calvinisti d’Italia. Il motivo è riflettere sulla tua vocazione, che è quella di raccontare la mafia con semplicità e forza narrativa, di usare l’arma che ti è concessa, quella penna che è più potente della spada, come il piccolo Davide usò la fionda contro la potenza del gigante Golia. A differenza di Davide che poi divenne re, il successo di Gomorra ti ha trasformato in un recluso. Nonostante questo sei andato avanti per la tua strada da “calvinista” (se me lo concedi); in sintesi, possono farti di tutto, ma non toglierti la tua vocazione, che è raccontare come stanno le cose con una grande capacità comunicativa.

Ecco perché non puoi concederti una sciocchezza come quella che hai detto sui boss calvinisti: non perché sia falso (ed è falso), ma perché ne va della tua vocazione.

Calvinisticamente tuo,

Peter Ciaccio

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Metodista e donna, la nuova moderatora della tavola valdese. intervista ad Alessandra Trotta

Da Adista

di Luca Kocci

 

TORRE PELLICE (TO)-ADISTA. Una Chiesa a trazione femminile. È quella che emerge dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, che si concluso a Torre Pellice (To) lo scorso 30 agosto con l’elezione della nuova moderatora della Tavola valdese, la palermitana Alessandra Trotta, avvocata civilista, diacona e metodista, che succede al pastore Eugenio Bernardini, moderatore dal 2012 al 2019 (v. Adista Notizie n. 30/19).

È la prima volta che una metodista guiderà l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi, unite da un patto di integrazione dal 1975. Ed è la seconda volta di una donna moderatora (finora c’è stata solo Maria Bonafede, dal 2005 al 2012). Ma è l’intera Tavola valdese ad essere “rosa”, con cinque donne su sette, fra cui anche la vice-moderatora, la pastora valdese Erika Tomassone, eletta alla seconda votazione, dopo aver fallito il quorum alla prima (gli altri componenti della Tavola valdese sono: Laura Turchi, Italo Pons, Greetje van der Veer, Dorothea Müller, Ignazio Di Lecce).

Cinquantuno anni, laureata in Giurisprudenza a Palermo, Alessandra Trotta ha esercitato la professione di avvocato civilista sino al 2001. Ha diretto il Centro diaconale “La Noce” dal 2002 al 2010. Presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi) dal 2009 al 2016, ha successivamente svolto il ministero diaconale al servizio delle Chiese metodiste e valdesi del XIII Circuito (Campania). Membro della Tavola valdese dal 2018, fra gli altri incarichi ecclesiastici ricoperti ci sono quello di sovrintendente del XVI Circuito (Sicilia), presidente del Sinodo, membro della Commissione per le discipline, membro dell’esecutivo del Consiglio metodista europeo (Cme), responsabile dell’Ufficio affari legali della Tavola valdese e coordinatrice del gruppo di lavoro per la tutela dei minori. Adista l’ha intervistata.

È la seconda volta di una donna alla guida della Tavola valdese. Ed è tutta la Tavola ad essere al femminile, con cinque donne su sette componenti. Quali sono state le ragioni di questa scelta da parte del Sinodo?

In realtà siamo arrivati ad un punto per cui queste decisioni per noi sono piuttosto ordinarie, perché abbiamo raggiunto una grande libertà di scelta. Sono già molti anni che, nelle nostre Chiese, le donne ricoprono posizioni di grande responsabilità. Credo che si sia raggiunta la maturità di individuare le persone che sono, o che sembrano, giuste in quel ruolo, al di là del fatto che si tratti di uomini o di donne. Quindi non credo che sia stata una scelta deliberata. Anzi mi pare molto rilevante il fatto che scegliere una donna per un ruolo di così grande responsabilità non costituisca un tema, non sia un fatto straordinario, ma una decisione in un certo senso ordinaria.

Una Tavola a grande maggioranza femminile può costituire un’opportunità in più, o diversa, per le Chiese metodiste e valdesi?

Io credo che l’apporto sia significativo quando gli organi dirigenti sono misti, ovvero costituiti da uomini e da donne che decidono insieme. È questo l’elemento che fa la differenza, perché non c’è dubbio che ci sono sensibilità differenti, modi diversi di affrontare anche le tematiche quotidiane: le donne conoscono alcune fatiche della vita quotidiana che gli uomini ignorano, gli uomini portano uno sguardo diverso su altre questioni. Non mi piacciono le assemblee di soli uomini. Ma non mi piacciono tutte le assemblee di un colore solo. Non penso che si tratti di difendere qualcuno, ma di portare nei luoghi in cui si decide insieme la possibilità di una sensibilità diversa, che fascia meglio la realtà, che ne ha una visione più ampia, più allargata, più completa.

Lei è anche la prima metodista moderatora della Tavola valdese…

In effetti al nostro interno è questo l’elemento che viene qualificato e sentito di più come segno di novità. Non è mai successo nella nostra storia, e noi metodisti siamo una componente largamente minoritaria nelle nostre Chiese. Il nostro percorso di integrazione, iniziato nel 1975, presuppone una unità plurale che non vuole eliminare le differenze, ed evidentemente anche questo percorso è giunto ad una fase di maturazione, visto che questo elemento non fa più problema. In effetti da quando la mia candidatura è cominciata ad emergere, nelle discussioni non è stato particolarmente accentuato come tema di rilievo.

La Tavola valdese è l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi che, fra l’altro, tratta direttamente con lo Stato italiano. Come pensa di interpretare il suo ruolo sotto questo aspetto?

Il mio vissuto in Sicilia mi fa dire che i rapporti con le Istituzioni non sono sempre trasparenti e liberi. Credo che sia uno di quegli ambiti nei quali la fede conta molto. Il riconoscimento della signoria di Dio ci permette di guardare alle autorità umane con il rispetto loro dovuto in quanto responsabili del bene comune, ma di non considerarle assolute ed indiscutibili. Credo, ovviamente, che sia necessario avere un rapporto di collaborazione con le autorità civili, ma anche dialettico, quando è necessario.

Firmando i decreti sicurezza, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto dei richiami alla Costituzione perché alcuni punti siano modificati. L’ormai ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ha invocato i «pieni poteri» per governare il Paese, salvo poi far cadere il governo e finire all’opposizione, diversamente dai suoi progetti. Crede che in Italia ci sia un rischio costituzionale? Cioè che la Costituzione possa venire erosa?

Il rischio maggiore che avverto e che mi preoccupa più di tutti gli altri è rappresentato dal fatto che ci siano pezzi di società e tanti nostri concittadini che hanno perso la capacità di riconoscere l’importanza di alcuni principi fondamentali. Non si è più in grado di comprendere quanto siano importanti i diritti costituzionali, come le libertà e i diritti delle persone. Più che le forze politiche, è questo che mi preoccupa: che nel corpo sociale i valori costituzionali siano messi al di sotto rispetto ad altre preoccupazioni immediate e quotidiane e vengano considerati in un certo senso astratti, di competenza di chi ha una mentalità più intellettuale, senza capire che invece hanno a che fare con la vita quotidiana di tutti quanto il cibo e la casa.

Nel suo discorso all’assemblea sinodale, subito dopo l’elezione, facendo riferimento alla sua esperienza in Sicilia e a Palermo, ha parlato di «un contesto anche socialmente impegnativo, che allena a lottare per ottenere ciò che dovrebbe invece essere un diritto, per te e per gli altri; e alla resistenza contro le ingiustizie» (il discorso integrale può essere letto sul sito web delle Chiese metodiste e valdesi: www.chiesavaldese.org). Non pensa che troppo spesso il messaggio evangelico sia stato addomesticato e svuotato dei suoi contenuti di liberazione?

Il Vangelo viene usato come anestetico, nella storia è successo tante volte. Si accentua il suo valore di consolazione, di rassicurazione, che indubbiamente c’è, e si attenua la sua forza di rottura delle proprie abitudini, consuetudini, tradizioni, la sua capacità di spingere a compiere delle scelte che non sono le più naturali, le più comode, le più semplici. Quando questo accade, quando si ricerca solo una dimensione religiosa rassicurante, c’è un problema.

Ancora nel suo discorso al Sinodo ha parlato di «un ideale di convivenza umana coerente con il cuore dell’Evangelo, dunque aperta, solidale, inclusiva, che viene ridicolizzato, osteggiato, addirittura additato come causa dei problemi?» Stava pensando alla situazione dei migranti?

Certamente oggi si tratta della situazione più visibile. Però la sensazione è che in generale la diversità spaventi molto. La comunità umana è una comunità in cui le persone stanno con quelli che ci sono, si accolgono reciprocamente per quelli che sono, in un’ottica di convivenza, di solidarietà, nonostante le differenze. E quindi da questo punto di vista non riguarda solo i migranti. Oggi qualsiasi elemento di diversità, di non conformità viene considerato preoccupante, ansiogeno.

«Capovolgimento» e «ribaltamento» sono due parole che ha utilizzato nello stesso discorso. Cosa bisogna capovolgere?

Va capovolto lo sguardo, per vivere le relazioni umane alla luce del Vangelo. Invertendo le priorità del prima gli italiani e poi gli altri, prima io… Il Vangelo invece ci dice di decentrarci, e questo ci rende più felici, più liberi.

È il «noi universale, non contrapposto ad un voi che individua i nemici da cui difendersi » di cui ha parlato al Sinodo…

Esattamente. Il noi viene considerato io e la mia famiglia, io e la mia comunità. Mentre il noi del piano di Dio è l’umanità intera, quindi è necessariamente inclusivo, aperto, non è settario, elitario ed escludente. Una bella differenza dal noi che sentiamo tanto spesso pronunciato con violenza, talvolta odio, per contrapporre e dividere.

Qual è il ruolo di metodisti e valdesi nella società italiana di oggi?

Prima di tutto voglio dire che noi, benché siamo una minoranza, per quanto possibile cerchiamo di non viverci come una minoranza, ma come una componente della società a pieno titolo. Mi resta molto difficile pensare i contributi specifici di metodisti e valdesi in una logica non ecumenica. Le sfide di questo tempo le stiamo affrontando insieme ad altri cristiani, per dare una testimonianza di unità di Chiesa. E questo sta accadendo anche in Italia, dove in passato i rapporti ecumenici non sono stati sempre facili, perlomeno su alcuni temi centrali. Diamo il nostro contributo a partire da quello che noi siamo: credenti, aperti a tutti, che vivono le relazioni di Chiesa in modo non gerarchico.

Guarigione di uno zoppo

Atti 3,1-10 Guarigione di uno zoppo

 

1Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, 2 mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella», per chiedere l’elemosina a quelli che entravano nel tempio. 3 Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, egli chiese loro l’elemosina. 4 Pietro, con Giovanni, fissando gli occhi su di lui, disse: «Guardaci!» 5 Ed egli li guardava attentamente, aspettando di ricevere qualcosa da loro. 6 Ma Pietro disse: «Dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» 7 Lo prese per la mano destra, lo sollevò; e in quell’istante le piante dei piedi e le caviglie gli si rafforzarono. 8 E con un balzo si alzò in piedi e cominciò a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 9 Tutto il popolo lo vide che camminava e lodava Dio; 10 e lo riconoscevano per colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta «Bella» del tempio; e furono pieni di meraviglia e di stupore per quello che gli era accaduto.

Sermone:
Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
Il testo della predicazione che ha proposto il nostro libretto “un giorno una parola” per questa domenica è tratto dal libro degli atti degli apostoli al cap. 3 versetti da uno a dieci. È un episodio incentrato sulla guarigione di un uomo nato zoppo. Mentre egli si era messo di consuetudine davanti alla porta chiamata “BELLA” per chiedere l’elemosina, collocandosi giustamente lì per poter essere visto dagli uomini e dalle donne prima che entrassero al tempio per pregare, Giovanni e Pietro si accordarono di andare a pregare all’ora nona, alle tre del pomeriggio. Fu così che si sono tutti incontrati.

L’ora nona ci ricorda quando Gesù era stato appeso sulla croce. Egli rivolse la sua preghiera di lamento a Dio, in cui disse: “Eli, Eli lama sabactani?”, che vuol dire: “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,45-46; Marco 15,34). Per quanto era importante ricordare, L’ora nona viene adottato anche dagli apostoli come il momento per rivolgere la loro preghiera, con diverse richieste, a Dio affinché fossero esaudite. Luca, l’autore del libro degli atti degli apostoli, aveva probabilmente collocato all’inizio, il racconto di questo episodio miracoloso per sottolineare l’invio in missione dei discepoli di Gesù Cristo dopo che fu salito al Padre. Pietro e Giovanni erano stati proprio mandati ad annunciare l’evangelo in Gesù Cristo e con il loro incontro con l’uomo zoppo furono messi alla prova di dare testimonianza di colui che aveva conferito il loro mandato. “Andate dunque e fate i miei discepoli […]” Matteo 28,19-20

Così, gli apostoli dissero a lui, fissandogli negli occhi: «Guardaci!»
Poi Pietro gli disse: «Dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» Pietro e Giovanni giustamente si resero conto che di fronte alla condizione umana dell’uomo storpio di nascita, non ebbero niente in mano che potesse guarirlo se non dare la loro testimonianza, evocando il nome di Gesù Cristo, il Nazareno. Tuttavia, in Dio, attraverso il figlio Gesù Cristo dato per la loro salvezza, essi sperimentarono la guarigione, non solo quella fisica dell’uomo nato zoppo che poté poi camminare, ma anche quella spirituale di quelli presenti nel tempio, rimasti in stupore per ciò che è accaduto.
Così CHIAMARE il nome di Dio SIGNIFICA per loro invocare l’unico che possa intervenire con la sua potenza di risanare tutta l’anima e il corpo dell’uomo con handicap. Questa dichiarazione degli apostoli è fondata dalla loro convinzione, è la loro confessione di fede, il frutto del vissuto, della loro esperienza con il loro Maestro, il loro Rabbi. <<e voi, che dite che io sia>>? Chiese ai suoi discepoli. Simon Pietro gli rispose: << Sei tu il Cristo, il figlio del Dio vivente>>Matteo 16,15-16. Fino adesso questa domanda e risposta è ancora validissima per distinguere chi è il testimone vero, colui che crede e che si rende partecipe avendo visto nella persona di Gesù le opere di Dio.

Leggendo tutto il capitolo del vangelo di Giovanni 9, in cui viene narrato l’episodio famoso dell’uomo nato cieco, ci dà l’occasione di trovare il nesso, un parallelismo, con il testo che oggi stiamo analizzando. Troviamo che la loro radice comune sta nel modo in cui la guarigione di entrambi sia avvenuta; l’uomo cieco e l’uomo zoppo erano stati guariti perché Dio aveva operato attraverso i suoi inviati, prima Gesù poi gli apostoli. I versetti dal 2 al 5 al cap. 9 di Giovanni leggiamo: “I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; (la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo,) io sono la luce del mondo”.
Gesù guarì l’uomo nato cieco davanti ai suoi discepoli poiché così a loro volta se lo ricordassero con questo intento di dare testimonianza che Dio manifesta le sue opere laddove l’uomo non avrebbe più potuto vivere una vita normale, come l’uomo cieco, l’uomo zoppo, l’uomo sordomuto, coloro che non avevano più la speranza di poter vivere autonomamente come gli altri. Pietro e Giovanni furono messi alla prova per dare testimonianza della potenza di Dio che in Gesù, il loro maestro, avevano assistito, vedendolo all’opera.

Permettetemi di dire attraverso questo racconto e quello di Giovanni cap. 9, “il nato cieco”, che Dio per mezzo di Gesù il Cristo (il suo mandato guaritore) si compiace nel fare la sua volontà nei confronti degli uomini e delle donne, a patto che si ricordino del suo ESSERE per loro. Devono ricordare che per cambiare la condizione della loro vita e di ogni uomo, devono essere loro i primi a testimoniare la verità e il fondamento del loro credo. Dio era entrato così nella vita dei primi credenti e seguaci della nuova Via, fatta dagli insegnamenti di Gesù Cristo nell’era della Pentecoste, il tempo del dono dello Spirito Santo.
Nel vangelo di Marco al cap. 7, ciò che abbiamo letto e ascoltato confermava le opere di Gesù attraverso le testimonianze, pieni di stupore, degli infermi per la loro guarigione e interventi di successo, dicendo: << Egli ha fatto ogni cosa bene; sordi li fa udire, e i muti li fa parlare >> Mc. 7,37

Giacomo dice: << la preghiera della fede (sottointeso dell’uomo credente) salverà il malato>>Gc. 5,15; la preghiera del giusto (sottointeso dell’uomo credente) ha una grande efficacia>> 5,16. Che cos’è allora la preghiera? Perché la Potenza di Dio emana quando il credente prega? Perché Dio vuole essere riconosciuto Colui che può donare tutto il bene, che ogni uomo ne riceve e ne gode. La preghiera precede le conversioni, precede le manifestazioni di ogni promessa di Dio e precede ogni miracolo. Perciò l’ora della preghiera è importante!
Quali sono i piccoli momenti in cui attraverso i nostri occhi abbiamo avuto la sensazione di un effetto positivo all’altro? Pensiamo alle volte in cui abbiamo manifestato uno sguardo amorevole? Pensiamo uno sguardo di commozione? Pensiamo ad uno sguardo compassionevole? Pensiamo alle volte in cui abbiamo manifestato la nostra fede che suscita bontà e che gli altri l’hanno percepito come veramente contagiosa?
La fede guarisce. La potenza della guarigione si esperimenta tra l’incontro degli uomini che con la fede e la fiducia ogni richiesta verrà accolta. Dio ascolta ed esaudisce le nostre preghiere perché possiamo conoscere per primo i suoi interventi miracolosi.
Per chi vuole essere un Suo testimone bisogna ricordarsi sempre ed essere consapevoli e coscienti di saper pregare a Colui che può tutto, laddove le forze umane risultano inutili. Siamo totalmente dei mendicanti, come questo uomo zoppo, spronati a pregare per una manifestazione di un intervento di guarigione di Dio. Infatti, M. Lutero morendo, diceva: <<Siamo tutti mendicanti >>; non vuol dire che siamo dei miserabili; vuol dire che l’essenziale, cioè la vita, la salvezza, la vita eterna, le possiamo soltanto ricevere. la fede non è una specie di impegno o di lotta che sarà ricompensata, non è un pagamento anticipato o posticipato. Fede è accettare da Dio la sua grazia come un neonato accetta dalla mamma nutrimento e affetto.

Domenica scorsa il past. Luca Baratto ha parlato della manna che aveva avuto i figli di Israele. Dio li aveva provveduto come segno della sua presenza in quanto compagno del loro cammino. Per mezzo della fede ci fu spiegata che solamente la giusta e sufficiente quantità veniva dato al credente per dare testimonianza e che l’uomo deve imparare ad avere fiducia di Colui che gli donerà tutto per fargli vivere giorno per giorno.
La grazia di Dio è la manna che viene data ogni giorno laddove uno possa sentire soddisfatto.
Noi dobbiamo imparare a leggere la nostra storia personale con Dio trino attraverso la lettura della sacra scrittura per poter testimoniare, e per essere dei fedeli testimoni.

Smettiamo di trattare Dio come se fosse un nostro benefattore di ogni nostri desideri. Anzi impariamo a cercarlo laddove il suo intervento straordinario sia manifestato e in conseguenza suscitando stupore e glorificazione del suo Nome. Dio deve parlare attraverso le opere delle nostre mani, bocche, orecchie. La porta Bella dove si trovava l’uomo zoppo e che infine fu sollevato da lì poiché era guarito tramite l’incoraggiamento dei credenti ad alzarsi, potrebbe essere una nostra ispirazione, nel sollevare gli altri vincendo le nostre incredulità. Aprire la porta del nostro tempio, è come aprire i nostri cuori per accogliere chiunque. Abbiamo bisogno di questo luogo per dare una svolta alla nostra continua trasformazione, quella conversione che è sempre pronta a ricevere Dio e a confessarlo.

Le preghiere di Pietro e di Giovanni, le nostre preghiere sono rivolte a Dio soprattutto per coloro che sono senza Dio, senza Cristo Gesù, senza lo Spirito Santo. Coloro che non sentono di credere in Dio, coloro che non sentono di aver bisogno della chiesa. Fuori della comunità cristiana ci sono quelli che non vivono o non provano la presenza dell’altro. Noi invece possiamo, se vogliamo. Ci viene offerto continuamente. Spero che guardiamo il nostro prossimo, il nostro vicino come avrebbe voluto che lo facessimo. Ebbene chi è un testimone di Dio? Chi, dunque, riesce a far alzare, o a far camminare un altro uomo come fecero gli apostoli? I credenti, coloro che seguono il loro maestro Gesù Cristo. Essi sono i testimoni di oggi perché Dio opera ancora.
Chi siamo noi?

Preghiamo:
Strada facendo laddove l’incontro avviene, laddove non ce l’aspettavamo la nostra preghiera si realizza, come il racconto della guarigione dell’uomo nato zoppo.
Signore Dio, guarda noi!
Signore, guardaci.
Abbi misericordia di noi, noi che manchiamo e pecchiamo continuamente.
Facci esperimentare per primo il tuo sguardo amorevole.
Facci esperimentare la potenza della tua mano capace di rialzarci, cosicché noi a nostra volta possiamo rialzare chi giace, chi rimane immobile e paralizzato a causa delle difficoltà che ci assalgano continuamente.
Facci esperimentare ancora la gioia di essere chiamato a testimoniare la tua volontà, questo è il servizio che abbiamo da te e in te ricevuto. Serviti di noi. Amen.

Past. Joylin Galapon

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Giovedì in nero

Durante l’ultimo Sinodo, appena concluso a Torre Pellice, è stato approvato un ordine del giorno che sensibilizza le chiese contro la violenza sulle donne aderendo all’iniziativa “Giovedì in nero”.

Thursdays in black è la Campagna di sensibilizzazione, nata in seno al CEC diversi anni fa, che si oppone allo stupro e alla violenza. Ogni giovedì, chi riconosce la violenza contro le donne come una piaga delle nostre società – chiese incluse – è invitato a indossare indumenti neri.

Il sinodo ha invitato le chiese ad organizzare iniziative ogni giovedì e pubblicizzarle nell’ambito locale. 

Il Consiglio ecumenico delle chiese ha, quindi,  deciso di pubblicare ogni giovedì una serie di interviste a persone che operano come «ambasciatori»contro la violenza di genere.

Come riportato da Riforma.it  Agnes Abuom è la prima a essere intervistata sul sito internet del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) nel nuovo ciclo di incontri redazionali dedicati alla Campagna internazionale del Giovedì in nero. Abuom – originaria del Kenya – è la moderatora del Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec).

Qui potete trovare sul sito di Riforma l’intervista alla moderatora del Comitato Centrale del CEC.

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Moderatora o moderatrice? Il perché di una parola

 Alessandra Trotta e Carola Tron – Foto di Nadia Angelucci

Da NEV

Roma (NEV), 5 settembre 2019 – All’indomani della nomina di Alessandra Trotta quale nuova moderatora della Tavola valdese, molte persone si sono chieste il motivo della parola: “moderatora”. Vezzo femminista? Forzatura di un linguaggio inclusivo? Errore grammaticale? Niente di tutto questo. Vediamo il perché.

Interpellata dall’Agenzia NEV, Alessandra Trotta ha dichiarato di aver scelto questo titolo “in continuità con la scelta compiuta dalla prima donna chiamata a rivestire questo ruolo” (la pastora Maria Bonafede, prima donna in assoluto a ricoprire l’incarico di guida della Tavola valdese, organo collegiale di governo fra un sinodo e l’altro, cui è anche affidata la rappresentanza ufficiale delle chiese metodiste e valdesi nei rapporti con lo Stato, ndr).

Spiega Maria Bonafede: “Quando sono stata eletta ho assunto il titolo dalla chiesa sorella sudamericana per coniare in Italia un termine nuovo, che rendesse ragione della novità della presenza di una donna in un incarico per secoli maschile”. Bonafede aveva ricevuto questa sollecitazione da altre donne protestanti: “A molte di loro non sembrava sufficiente il femminile italiano e vollero, quindi, una parola che indicasse sia la forza innovativa di un ruolo finalmente aperto alle donne, sia la sorellanza con la Mesa valdense, omologa latinoamericana della Tavola”.

Ricordiamo che l’attuale Moderadora dell’unione delle chiese valdesi del Rio de la Plata è Carola Tron, prima donna a ricoprire questa posizione oltre oceano.

Quindi, nessuna trovata femminista, né tanto meno un errore grammaticale, bensì una precisa e coraggiosa scelta, sulla linea di tante altre che i movimenti delle donne, e, perché no, le teologhe, hanno portato avanti.

Quanto al linguaggio inclusivo, una piccola precisazione. L’italiano permette di declinare al femminile tutti i sostantivi attraverso le desinenze -a, -aia (fioraia), -aiola (pizzaiola), -iera (giardiniera), -sora (assessora), e l’uso del relativo articolo femminile, solo per fare alcuni esempi. Ne parlava in modo approfondito già più di trent’anni fa Alma Sabatini nel suo Il sessismo nella lingua italiana, redatto su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Spesso con la scusa del “suona male” si rinuncia ad applicare le regole grammaticali, per cui “suonano bene” infermiera, operaia, impiegata, ma non vale altrettanto per ministra, assessora o avvocata (fatta eccezione per Maria, la mamma di Gesù, definita “avvocata nostra” nella preghiera cattolica “Salve regina”). L’entrata in scena delle donne in professioni e ruoli maschili impone un cambio di paradigma, ricordando comunque che non è la regola a fare il linguaggio, ma il linguaggio a creare la regola. O, come dice l’Accademia della crusca, una parola diventa “nuova” quando si diffonde ed entra negli usi collettivi della lingua per un periodo di tempo significativo.

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Intervento di Maria Grazia Mazzola alla serta pubblica del Sinodo

 

La distorsione del fenomeno migratorio sul piano dell’informazione è un dato certo divulgato anche dall’Eurispes. Oltre 60 milioni di utenti in Italia non hanno una visione reale del fenomeno migratorio. E non solo sulle migrazioni aggiungo. Abbiamo assistito a titoli terroristici sull’invasione dei barconi, nonostante i dati fossero invece in diminuzione. Frasi rilanciate come un dogma: ‘la pacchia è finita, chiusi i porti’. Attenzione, riflettiamo bene però su un punto, sono frasi rassicuranti per tantissimi cittadini che non arrivano alla fine del mese, che non hanno una casa di proprietà, che hanno perso il lavoro, che non hanno servizi né pensione, anche se non c’è alcuna correlazione tra la loro condizione e i flussi migratori, ma sono frasi rassicuranti anche per certi imprenditori ricconi e sfruttatori. Sono frasi rassicuranti per gli schiavisti. ‘Ah finalmente basta co sti neri delinquenti, stupratori e usurpatori dei nostri redditi’. ‘Stai bene a 2 euro l’ora. Ti dò una stamberga e un po’ divitto… lavora 12 ore al giorno…’. Pochi giorni fa sono stati arrestati a Bari due imprenditori agricoli che pagavano 30 centesimi l’ora i pastori, un ghanese e un cittadino del Mali. Vergogna. Ho documentato tante volte non lo sfruttamento ma la riduzione in schiavitù anche alle porte di Roma. È un modello economico medievale.

Guardate, la questione è drammatica e non si risolve così facilmente perché riguarda una forma mentis radicata da una parte sulla malafede e dall’altra sull’ignoranza priva di ogni ragionevoledubbio, e invece di provvedere a cercare di conoscere i fatti e i dati, salta ogni processo logico perché’ ha come riferimento la dogmaticità fobica, la chiusura mentale, le frustrazioni, l’impotenza e una estrema fragilità unita a tanto egoismo, non c’è ragionamento sui fatti. Attenzione, le fake news non sono una banalità, ma un mondo, modi di essere che spostano l’elettorato e influenzano le opinioni dei consumatori e producono business.

Un fiume di parole nei tg fino allo stordimento non fa l’informazione. Le persistenti suggestioni degli slogan gridati in numerose tv, sulle immagini dei barconi con i fuggitivi disperati, neanche quella è informazione. Il termine ‘invasione’ che gioca in modo maligno sulle sofferenze dei migranti e sullemancate risposte di chi guarda in tv i barconi nell’assenza di informazioni rigorose basate sui fatti, si chiama malafede. Una domanda: qualcuno di voi vede nei tg le inchieste sulla guerra in Siria, nello Yemen, in Africa? Ciò che sta accadendo nel Salvador e nelle altre parti del mondo?

Non c’è informazione completa: ti mostro i barconi e ti affianco l’inchiesta sul paese di origine dei migranti, punto i riflettori sulla provenienza, questa è informazione. Ti mostro da dove e da cosa fuggono e come vivono nel loro paese. Ti mostro la rete dei trafficanti di esseri umani. Ti mostro con le immagini e i documenti cosa realmente sia oggi la Libia. E non ti metto gli approfondimenti in terza serata che non li vede quasi nessuno. Perché non si punta sull’informazione in prima serata? Meglio la distrazione che l’impegno, meglio l’ignoranza?

E una volta si lavorava così nel tg: la notizia affiancata alla scheda o all’inchiesta. Ma si sa, i tempi dei tg sono ristretti e preziosi. Molto preziosi, è una corsa a gestire il potere della visibilità,

dell’esserci in quel punto della scaletta di massimo ascolto. I minuti sono oro. E quel tempo che dovrebbe essere dedicato a capire e a informare, ecco che viene dedicato alle dichiarazioni dei leader partitici. Metà tg è appaltato ai partiti. Dunque, barconi più dichiarazioni partitiche e slogan…non fanno neanche qui l’informazione. Il fatto diventa strumentale alla dichiarazione del partito.

Per la legge dell’insiemistica, 2 patate più 2 cipolle non fanno 4. In Italia ci convincono invece del contrario, fanno 4. Noi viviamo sull’equivoco dei salti logici, delle addizioni che non si possono fare ma in Italia si fa di tutto! Quella urgenza ossessiva del ricorso continuo, spasmodico quasi come un‘mayday’ del termine ‘italiano’, ’italiani’ per ogni punto e virgola, lo equiparo all’insorgenza di una malattia che si è diffusa come un virus contagioso… che ci coglie alle spalle e di lato e ci avvolge,entra dentro di noi nelle nostre case dalla finestra. Ci ritroviamo cosparsi, unti direi, di termini falsi e impropri, quasi non ce ne accorgiamo più. ‘Prima gli italiani!’. Questa centrifuga disinformativa che mescola fatterelli ai comizi demagogici di certa parte politica medievale e schiavista che nasconde un modello economico redditizio: lo sfruttamento dei migranti fino all’estirpazione totale della dignità. Attenzione: nel nostro paese la riduzione in schiavitù è sentenza definitiva. L’ostentazione nei tg di certo linguaggio dai contenuti subliminali dei ‘loro’ e dei ‘noi’. ‘Prima gli italiani. E poi quelli…’, ‘Clandestino’, il linguaggio di odio.

Ma che vuol dire? Che banalità è mai questa? C’è un prima e c’è un dopo? Abbiamo visto tutti cosa ha prodotto questa disinformazione nelle periferie romane con l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia rom a Casal Bruciato, con le minacce di stupro. Si è persa la civiltà. Il cronista è testimone della realtà. Un giornalista che racconta i fatti ha il dovere di correggere i linguaggi, di intervenire mentre registra le affermazioni false e il linguaggio di odio. Non si possono mettere in onda, come megafoni, fatti deformati. Eppure, spesso, si fa… C’è la responsabilità dell’essere testimoni e la deontologia che impongono correttezza. La responsabilità.

È come giocare a carte truccate una partita …e non riesci più a venire fuori dall’inganno di quellecarte truccate. Se non butti a terra tutte le carte per denunciare che sono manipolate. Se non cambi le carte, se entri a far parte del gioco truccato, ti renderai complice inevitabilmente della falsa informazione fino ad arrivare alla propaganda. È in gioco la responsabilità di ciascuno di noi e la dobbiamo esercitare. L’Italia siamo anche noi: giornalisti, impiegati, ciabattini, panettieri, professionisti, operai, casalinghe, pensionati, studenti… ciascuno per la propria parte dobbiamo avere il coraggio di svelare quando le carte sono truccate. Dobbiamo farcene carico. Le chiese sono scese in campo e lo hanno fatto con l’azione! Si sono schierate. Non si può rimanere a guardare. Il cristianesimo, la missione della ricerca della verità coinvolge tutti in modo attivo. C’è un popolo che tiene lampade accese in mano in Italia, un popolo che sta salvando il paese, che ci rende orgogliosi: volontari, società civile, laici e religiosi, le ONG. No non siamo Ponzio Pilato, non ce ne laviamo le mani, i diritti umani non si barattano, non si negoziano. Sono indiscutibili.

Quelle carte truccate non le prenderò in mano: ho il dovere di mostrare l’inganno. Sapete, il Contratto nazionale dei giornalisti ha un articolo che consente al giornalista di ritirare la firma se gli viene chiesto di firmare un servizio falso o manipolato o incompleto, cioè di parte… ma quanti ritirano la firma? Chi lo fa e l’ha fatto ha lo stipendio fermo da anni, la carriera bloccata. È un linguaggio duro quello che richiede il pagamento di un prezzo per attenersi a una informazione vera,concreta, di fatti rigorosi… il fiume si adegua all’andazzo, meglio la vita comoda di un giornalismo di apparenza e salottiero, al trucco e al parrucco. Bisogna che ci diciamo i fatti. Non c’è più tempo da perdere. Questo è uno dei drammi del nostro paese: la mancata informazione completa e corretta.

Se andiamo a vedere quanti paesi sono in guerra in Africa, se dovessi elencarli tutti, occorrerebbeuna buona mezz’ora… immaginate nei tg. Noi viviamo al buio. Una persona che prende il suo tempo per informarsi autonomamente lo sa bene che è così! L’informazione italiana non è esterofila: è un labirinto basato sullo psicodramma dei partiti propri, di cosa ha detto pinuccio, cosa ha risposto gennaro, cosa gli manda a dire filomena e via di seguito. Una informazione che tende a parlarsi addosso e autoreferenziale. Se non guardiamo agli esteri abbiamo perso la bussola come riferimento: siamo in mare aperto e non sappiamo più dove si trova la nostra imbarcazione. Il riferimento sono gli altri popoli, non il nostro ombelico. Bruciamo i minuti preziosi di informazione dietro a Salvini o a chi per lui. Quando Presidente del consiglio è stato Renzi, era una melassa in tv, imbarazzante e onnipresente. Ci sono le parole in tv, ma i fatti raccontati, spiegati e mostrati sono pochi, con esempi virtuosi, certo. Pochi i giornali e i tg con le lampade in mano. La maggior parte delle persone forma la sua opinione in tv. Immaginate… il modello informativo è il New York Times: Europa, Asia, Africa, Nord America, Sudamerica, USA ecc. Provate a entrare sul sito del NYT e vedete il mondo delle notizie.

La distorsione o l’assenza delle notizie non riguarda solo il fenomeno migratorio. Ma anche l’Europa: noi non conosciamo nulla dei fatti di cronaca europei. Non abbiamo tg europei. Non sappiamo che le mafie si sono radicate in Europa e hanno in mano una buona parte dell’economia: società, ristoranti, immobili, eolico, energie, smaltimento rifiuti, trasporti sui tir, stanno frodando i fondi europei in Slovacchia impedendo ai piccoli agricoltori di accedervi e tentando di rubargli le terre. Hanno aggredito e picchiato i contadini e ne hanno assassinato un altro. Un fenomeno analogo a ciò che le mafie consumano sui pascoli italiani e con le frodi europee nel silenzio più assoluto, mentre qui vanno in onda ore e ore di tv sui capi dei partiti e sulle loro parole. Parole, parole che usurpano i fatti dovuti ai cittadini. Sulle terre nel mondo si sta consumando una guerra priva di informazione,ci accorgiamo dell’Amazzonia solo perché brucia. La disperazione degli indigeni è davanti al mondo, dietro c’è lo scempio degli interessi degli allevatori. L’informazione corretta appartiene ai cittadini, ne hanno, ne abbiamo diritto. La verità dei fatti è sbiadito sullo sfondo e la sovrastano le opinioni con milioni di parole. E dunque non stiamo vivendo una democrazia autentica.

Di Europa si parla solo in funzione dei partiti e solo per riflesso alla politica interna. Ma questa non è la verità; e la realtà dei fatti di cronaca dov’è? Il sistema nel quale viviamo è abbastanza mistificato e immeritocratico, dunque diventa sovversiva la ricerca della verità e sovversivo è quel magistrato, quel giornalista, quelle donne e uomini di chiesa o laici che la affermano. Il problema sei tu se dici la verità in un mare di menzogne.

Per questo sono stati assassinati i giornalisti investigativi Jan Kuciak con la sua compagna Martina Kusnirova in Slovacchia e Daphne Caruana Galizia a Malta, fatta saltare in aria con un’autobomba.Siamo in Europa e non conosciamo ancora la verità su questi tre omicidi. I colleghi indagavano infatti sul riciclaggio, corruzione politica e mafie, scrivevano verità tra tante menzogne. E oggi rischia la vita chi si avvicina a questi fili. Pretendere la verità è d’obbligo, scavare e indagare è indispensabile, tanto quanto accertare le responsabilità sui mandanti esterni e i depistaggi della strage di via d’Amelio. Il mio appello è rivolto alle lampade in mano: non spegnetele. Indaghiamo sui fatti, il giornalismo investigativo è sale della democrazia. Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza accertamento della verità, dice il vangelo.

Maria Grazia Mazzola

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Minoranze valdesi fra Italia e Uruguay: ritratto di una somiglianza

da Nev

Intervista alla “Moderadora” della Mesa valdense del Rio de La Plata Carola Tron, giovane pastora della chiesa di San Salvador, ospite del Sinodo recentemente concluso a Torre Pellice

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“Professione” pastore

Durante l’ultimo Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, pastori e pastore, diacone e diaconi hanno adottato un codice deontologico: gestione delle relazioni, comunicazione e formazione permanente i temi centrali

Che cos’hanno in comune una giornalista, una psicologa e un pastore? Tutti e tre fanno un “mestiere” che si basa sulla comunicazione e sulla relazione interpersonale, e tutti e tre hanno un ruolo che, se svolto in modo scorretto, può portare alla manipolazione dell’altra persona. Da qui l’importanza di avere un Codice deontologico: da oggi anche gli iscritti e le iscritte ai ruoli della Tavola valdese, pastori e pastore, diacone e diaconi, ce l’hanno.

Nel corso dell’ultimo Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, infatti, conclusosi venerdì scorso a Torre Pellice, dopo circa tre decenni di discussioni è stato approvato il documento presentato nell’incontro degli iscritti al ruolo di mercoledì sera, dalla segreteria dell’assemblea degli iscritti e delle iscritte a ruolo. Il giorno seguente ne è stata data comunicazione all’assemblea sinodale, ma senza un’approvazione formale da parte di quest’ultima. Qual è il significato di questo, al di là degli aspetti tecnici? Come sottolineano alcuni membri della segreteria, composta da Hiltrud Stahlberger, Michel Charbonnier, Marco Fornerone (pastori), Karola Stobäus e Massimo Long (diaconi), si tratta di un documento di autoregolamentazione, non calato dall’alto, da una decisione delle autorità (Tavola o Sinodo) ma elaborato dagli stessi addetti ai lavori.

Il documento, che entrerà subito in vigore e sarà disponibile sul sito www.chiesavaldese.org, nasce, spiega Marco Fornerone, che ne ha curato la stesura, «da una riflessione ampia nella Chiesa, che risponde a un’accresciuta ed evoluta sensibilità su questi temi: abbiamo consapevolezze diverse, visioni diverse dei rapporti e delle relazioni e in qualche modo anche del ministero. Il codice deontologico è uno strumento utile per gli iscritti e le iscritte a ruolo, ma anche per tutta la Chiesa, che non tutela solamente i primi ma anche le persone affidate alla cura pastorale, in particolare i minori, e qui ci si ricollega a un documento già approvato dal Sinodo, le Linee guida per la tutela dei minori e la prevenzione degli abusi».

Oltre alla parte principale dedicata alle relazioni nell’esercizio del ministero, si approfondisce il tema della comunicazione, «vigilando sul linguaggio d’odio, sulla diffusione di notizie false e facendosi promotori di una comunicazione non violenta e costruttiva». Un’altra parte, spiega Fornerone, è dedicata al profilo del ministero, alla necessità, per esempio, «di una condotta coerente in tutti gli ambiti della vita, non solo negli spazi strettamente lavorativi», con indicazioni pratiche anche sugli aspetti amministrativi e sul «non facile ma necessario equilibrio tra vita privata e ministero». Infine, non meno importante, la formazione permanente. Assumendo una decisione adottata negli anni scorsi, l’obbligatorierà di una formazione “professionale” continua, questa viene formalizzata attraverso il sistema dei crediti (100 in 3 anni), supervisionato dalla segreteria dell’assemblea degli iscritti.

Per la redazione del Codice «il primo riferimento – spiega Fornerone –, oltre alle nostre Discipline, è stato il documento redatto dalla commissione del Corpo pastorale per la deontologia». Si è poi fatto riferimento «a codici di Chiese sorelle estere, ad esempio per la parte sulla comunicazione al recente documento della Chiesa protestante unita di Francia, o documenti simili delle chiese tedesche, della Chiesa presbiteriana di Scozia e delle chiese metodiste». Spunti utili sono emersi anche dai codici deontologici di altre professioni (giornalisti, psicologi) che «hanno aspetti confinanti con il ministero pastorale, quali la comunicazione e la relazione personale».

Comincia ora un anno di sperimentazione, si prevedono già modifiche e integrazioni, aspetti da approfondire, che emergeranno nel momento in cui ci si confronterà con casi concreti.

50 anni di Fgei : una bella storia

da Riforma

Un numero particolare della rivista, in occasione dell’anniversario della Federazione giovanile evangelica in Italia

La Federazione giovanile evangelica in Italia compie 50 anni e la rivista Gioventù evangelica ne racconta la storia: la Fgei fu costituita nell’aprile 1969, contemporaneamente allo scioglimento delle Federazioni denominazionali valdese, battista e metodista (Fuv, Mgb e Gem).

L’introduzione è di Ermanno Genre, allora studente alla Facoltà valdese di Teologia, che racconta la sua storia personale, vissuta cercando una sintesi tra impegno politico e confessione di fede. Proprio questo sarà il tema dominante agli inizi della Fgei, e anche nel rapporto con le chiese. I giovani fgeini facevano una scelta di campo netta: siamo contro il capitalismo. Ma come essere anche testimoni dell’Evangelo e come vivere l’essere chiesa con chi non la condivide?

A questa riflessione fanno seguito le interviste ad alcuni dei protagonisti. Roberta Peyrot e il sottoscritto parlano degli esperimenti interdenominazionali prima che ci fosse la Fgei, del clima vissuto al Congresso del 1969, dei conflitti con alcune chiese e della “rifondazione” della rivista.

Il decennio successivo, 1979-89, si caratterizza con l’impegno per la pace: ne parlano Bruno Gabrielli e Paola Robert; poi viene il decennio 1989-99 che porta nella Fgei il femminismo e le teologie “contestuali” (Daniela Di Carlo e Silvia Rostagno) sempre in modo dialettico e in alcuni casi critico; cambiano le immagini di Dio, si sperimenta il linguaggio inclusivo, ci sono i primi contatti con gli immigrati, la Fgei partecipa al lavoro per “essere chiesa insieme”.

Continuità ma anche forti cambiamenti avvengono nella Federazione degli anni 2000. Nel racconto di Alessandro Spanu emerge l’importanza della cura delle relazioni, della riflessione sul proprio rapporto con Dio. Non scompare la politica ma si affaccia un termine nuovo, relativamente poco usato in ambito protestante: spiritualità.

Gli anni più recenti sono raccontati da Claudio Paravati: nel tempo della globalizzazione, delle migrazioni massicce, chi siamo noi, chi è il nostro prossimo, che cosa vuol dire essere credenti? Nella Fgei si cercano risposte, grande importanza e impegno viene rivolto alla formazione. Il panorama sulla Fgei comprende infine una scheda di Gianna Urizio sulle “comuni”, il punto di vista di un giovane fgeino (Emanuele De Bettini) e uno sguardo al futuro della nuova segretaria Annapaola Carbonatto. Lo studio biblico è di Gabriele Bertin.

Gioventù evangelica n. 243, www.gioventuevangelica.it.