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Metodista e donna, la nuova moderatora della tavola valdese. intervista ad Alessandra Trotta

Da Adista

di Luca Kocci

 

TORRE PELLICE (TO)-ADISTA. Una Chiesa a trazione femminile. È quella che emerge dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, che si concluso a Torre Pellice (To) lo scorso 30 agosto con l’elezione della nuova moderatora della Tavola valdese, la palermitana Alessandra Trotta, avvocata civilista, diacona e metodista, che succede al pastore Eugenio Bernardini, moderatore dal 2012 al 2019 (v. Adista Notizie n. 30/19).

È la prima volta che una metodista guiderà l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi, unite da un patto di integrazione dal 1975. Ed è la seconda volta di una donna moderatora (finora c’è stata solo Maria Bonafede, dal 2005 al 2012). Ma è l’intera Tavola valdese ad essere “rosa”, con cinque donne su sette, fra cui anche la vice-moderatora, la pastora valdese Erika Tomassone, eletta alla seconda votazione, dopo aver fallito il quorum alla prima (gli altri componenti della Tavola valdese sono: Laura Turchi, Italo Pons, Greetje van der Veer, Dorothea Müller, Ignazio Di Lecce).

Cinquantuno anni, laureata in Giurisprudenza a Palermo, Alessandra Trotta ha esercitato la professione di avvocato civilista sino al 2001. Ha diretto il Centro diaconale “La Noce” dal 2002 al 2010. Presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi) dal 2009 al 2016, ha successivamente svolto il ministero diaconale al servizio delle Chiese metodiste e valdesi del XIII Circuito (Campania). Membro della Tavola valdese dal 2018, fra gli altri incarichi ecclesiastici ricoperti ci sono quello di sovrintendente del XVI Circuito (Sicilia), presidente del Sinodo, membro della Commissione per le discipline, membro dell’esecutivo del Consiglio metodista europeo (Cme), responsabile dell’Ufficio affari legali della Tavola valdese e coordinatrice del gruppo di lavoro per la tutela dei minori. Adista l’ha intervistata.

È la seconda volta di una donna alla guida della Tavola valdese. Ed è tutta la Tavola ad essere al femminile, con cinque donne su sette componenti. Quali sono state le ragioni di questa scelta da parte del Sinodo?

In realtà siamo arrivati ad un punto per cui queste decisioni per noi sono piuttosto ordinarie, perché abbiamo raggiunto una grande libertà di scelta. Sono già molti anni che, nelle nostre Chiese, le donne ricoprono posizioni di grande responsabilità. Credo che si sia raggiunta la maturità di individuare le persone che sono, o che sembrano, giuste in quel ruolo, al di là del fatto che si tratti di uomini o di donne. Quindi non credo che sia stata una scelta deliberata. Anzi mi pare molto rilevante il fatto che scegliere una donna per un ruolo di così grande responsabilità non costituisca un tema, non sia un fatto straordinario, ma una decisione in un certo senso ordinaria.

Una Tavola a grande maggioranza femminile può costituire un’opportunità in più, o diversa, per le Chiese metodiste e valdesi?

Io credo che l’apporto sia significativo quando gli organi dirigenti sono misti, ovvero costituiti da uomini e da donne che decidono insieme. È questo l’elemento che fa la differenza, perché non c’è dubbio che ci sono sensibilità differenti, modi diversi di affrontare anche le tematiche quotidiane: le donne conoscono alcune fatiche della vita quotidiana che gli uomini ignorano, gli uomini portano uno sguardo diverso su altre questioni. Non mi piacciono le assemblee di soli uomini. Ma non mi piacciono tutte le assemblee di un colore solo. Non penso che si tratti di difendere qualcuno, ma di portare nei luoghi in cui si decide insieme la possibilità di una sensibilità diversa, che fascia meglio la realtà, che ne ha una visione più ampia, più allargata, più completa.

Lei è anche la prima metodista moderatora della Tavola valdese…

In effetti al nostro interno è questo l’elemento che viene qualificato e sentito di più come segno di novità. Non è mai successo nella nostra storia, e noi metodisti siamo una componente largamente minoritaria nelle nostre Chiese. Il nostro percorso di integrazione, iniziato nel 1975, presuppone una unità plurale che non vuole eliminare le differenze, ed evidentemente anche questo percorso è giunto ad una fase di maturazione, visto che questo elemento non fa più problema. In effetti da quando la mia candidatura è cominciata ad emergere, nelle discussioni non è stato particolarmente accentuato come tema di rilievo.

La Tavola valdese è l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi che, fra l’altro, tratta direttamente con lo Stato italiano. Come pensa di interpretare il suo ruolo sotto questo aspetto?

Il mio vissuto in Sicilia mi fa dire che i rapporti con le Istituzioni non sono sempre trasparenti e liberi. Credo che sia uno di quegli ambiti nei quali la fede conta molto. Il riconoscimento della signoria di Dio ci permette di guardare alle autorità umane con il rispetto loro dovuto in quanto responsabili del bene comune, ma di non considerarle assolute ed indiscutibili. Credo, ovviamente, che sia necessario avere un rapporto di collaborazione con le autorità civili, ma anche dialettico, quando è necessario.

Firmando i decreti sicurezza, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto dei richiami alla Costituzione perché alcuni punti siano modificati. L’ormai ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ha invocato i «pieni poteri» per governare il Paese, salvo poi far cadere il governo e finire all’opposizione, diversamente dai suoi progetti. Crede che in Italia ci sia un rischio costituzionale? Cioè che la Costituzione possa venire erosa?

Il rischio maggiore che avverto e che mi preoccupa più di tutti gli altri è rappresentato dal fatto che ci siano pezzi di società e tanti nostri concittadini che hanno perso la capacità di riconoscere l’importanza di alcuni principi fondamentali. Non si è più in grado di comprendere quanto siano importanti i diritti costituzionali, come le libertà e i diritti delle persone. Più che le forze politiche, è questo che mi preoccupa: che nel corpo sociale i valori costituzionali siano messi al di sotto rispetto ad altre preoccupazioni immediate e quotidiane e vengano considerati in un certo senso astratti, di competenza di chi ha una mentalità più intellettuale, senza capire che invece hanno a che fare con la vita quotidiana di tutti quanto il cibo e la casa.

Nel suo discorso all’assemblea sinodale, subito dopo l’elezione, facendo riferimento alla sua esperienza in Sicilia e a Palermo, ha parlato di «un contesto anche socialmente impegnativo, che allena a lottare per ottenere ciò che dovrebbe invece essere un diritto, per te e per gli altri; e alla resistenza contro le ingiustizie» (il discorso integrale può essere letto sul sito web delle Chiese metodiste e valdesi: www.chiesavaldese.org). Non pensa che troppo spesso il messaggio evangelico sia stato addomesticato e svuotato dei suoi contenuti di liberazione?

Il Vangelo viene usato come anestetico, nella storia è successo tante volte. Si accentua il suo valore di consolazione, di rassicurazione, che indubbiamente c’è, e si attenua la sua forza di rottura delle proprie abitudini, consuetudini, tradizioni, la sua capacità di spingere a compiere delle scelte che non sono le più naturali, le più comode, le più semplici. Quando questo accade, quando si ricerca solo una dimensione religiosa rassicurante, c’è un problema.

Ancora nel suo discorso al Sinodo ha parlato di «un ideale di convivenza umana coerente con il cuore dell’Evangelo, dunque aperta, solidale, inclusiva, che viene ridicolizzato, osteggiato, addirittura additato come causa dei problemi?» Stava pensando alla situazione dei migranti?

Certamente oggi si tratta della situazione più visibile. Però la sensazione è che in generale la diversità spaventi molto. La comunità umana è una comunità in cui le persone stanno con quelli che ci sono, si accolgono reciprocamente per quelli che sono, in un’ottica di convivenza, di solidarietà, nonostante le differenze. E quindi da questo punto di vista non riguarda solo i migranti. Oggi qualsiasi elemento di diversità, di non conformità viene considerato preoccupante, ansiogeno.

«Capovolgimento» e «ribaltamento» sono due parole che ha utilizzato nello stesso discorso. Cosa bisogna capovolgere?

Va capovolto lo sguardo, per vivere le relazioni umane alla luce del Vangelo. Invertendo le priorità del prima gli italiani e poi gli altri, prima io… Il Vangelo invece ci dice di decentrarci, e questo ci rende più felici, più liberi.

È il «noi universale, non contrapposto ad un voi che individua i nemici da cui difendersi » di cui ha parlato al Sinodo…

Esattamente. Il noi viene considerato io e la mia famiglia, io e la mia comunità. Mentre il noi del piano di Dio è l’umanità intera, quindi è necessariamente inclusivo, aperto, non è settario, elitario ed escludente. Una bella differenza dal noi che sentiamo tanto spesso pronunciato con violenza, talvolta odio, per contrapporre e dividere.

Qual è il ruolo di metodisti e valdesi nella società italiana di oggi?

Prima di tutto voglio dire che noi, benché siamo una minoranza, per quanto possibile cerchiamo di non viverci come una minoranza, ma come una componente della società a pieno titolo. Mi resta molto difficile pensare i contributi specifici di metodisti e valdesi in una logica non ecumenica. Le sfide di questo tempo le stiamo affrontando insieme ad altri cristiani, per dare una testimonianza di unità di Chiesa. E questo sta accadendo anche in Italia, dove in passato i rapporti ecumenici non sono stati sempre facili, perlomeno su alcuni temi centrali. Diamo il nostro contributo a partire da quello che noi siamo: credenti, aperti a tutti, che vivono le relazioni di Chiesa in modo non gerarchico.

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