Raab e le spie

 

Giosuè 2,1-21

1 Or Giosuè, figlio di Nun, mandò segretamente da Sittimdue spie, e disse loro: «Andate, esaminate il paese e Gerico». Quelle andarono ed entrarono in casa di una prostituta di nome Raab, e vi alloggiarono. 2 Ciò fu riferito al re di Gerico, e gli fu detto: «Ecco, alcuni uomini dei figli d’Israele sono venuti qui per esplorare il paese». 3 Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: «Fa’ uscire quegli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua; perché sono venuti a esplorare tutto il paese». 4 Ma la donna prese quei due uomini, li nascose e disse: «È vero, quegli uomini sono venuti in casa mia, ma io non sapevo di dove fossero; 5 e quando si stava per chiuder la porta della città all’imbrunire(al tramonto), quegli uomini sono usciti; dove siano andati non so; rincorreteli senza perdere tempo, e li raggiungerete». 6 Lei invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti sotto gli steli di lino che vi aveva ammucchiato. 7 E la gente li rincorse per la via che porta ai guadi del Giordano; e, dopo che i loro inseguitori furono usciti, la porta della città fu chiusa. 8 Prima che le spie si addormentassero, Raab salì da loro sulla terrazza, 9 e disse a quegli uomini: «Io so che il SIGNORE vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi. 10 Poiché noi abbiamo udito come il SIGNORE asciugò le acque del mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quel che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio. 11 Appena l’abbiamo udito, il nostro cuore è venuto meno e non è più rimasto coraggio in alcuno, per causa vostra; poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. 12 Vi prego dunque, giuratemi per il SIGNORE, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro 13 che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte».14 Quegli uomini risposero: «Siamo pronti a dare la nostra vita per voi, se non divulgate questo nostro affare; e quando il SIGNORE ci avrà dato il paese, noi ti tratteremo con bontà e lealtà».15 Allora lei li calò giù dalla finestra con una fune; infatti la sua casa era addossata alle mura della città, e lei stava di casa sulle mura.  16 E disse loro: «Andate verso il monte, affinché non v’incontrino i vostri inseguitori, e rimanetevi nascosti per tre giorni fino al ritorno di coloro che v’inseguono; poi andrete per la vostra strada». 17 E quegli uomini le dissero: «Noi saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare, se tu non osservi quello che stiamo per dirti: 18 quando entreremo nel paese, attaccherai alla finestra per la quale ci fai scendere, questa cordicella di filo rosso; radunerai presso di te, in casa, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre. 19 Se qualcuno di questi uscirà in strada dalla porta di casa tua, il suo sangue ricadrà sul suo capo, e noi non ne avremo colpa; ma il sangue di chiunque sarà con te in casa ricadrà sul nostro capo, se uno gli metterà le mani addosso. 20 Se tu divulghi questo nostro affare, saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare». 21 E lei disse: «Sia come dite!».Poi li congedò, e quelli se ne andarono. E lei attaccò la cordicella rossa alla finestra.

Sermone:

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

il libro di Giosue fa seguito al Deuteronomio e copre un periodo di almeno venticinque anni. Esso descrive la conquista di Canaan, la terra promessa (iniziata intorno al 1400 o 1250 a.C. Il libro viene tradizionalmente attributo a Giosue, il figlio di Nun,il successore di Mosè e il nuovo capo del popolo d’Israele.

Allora vediamo stamattina il secondo capitolo del libro di Giosue, il testo della predicazione proposto dal libretto “un giorno, una parola”, che narra la conquista della terra di Gerico dal popolo di Israele, ricordando l’intervento particolare di una donna, chiamata Raab.

All’inizio del racconto, Giosue manda in missione due spie, che si recano a Gerico e prendono alloggio a casa di Raab(v1). Il racconto è strutturato su tre scene principali, ognuna delle quali mostrano una conversazione tra Raab e le spie, o tra Raab e i rappresentanti del re di Gerico.

  • ai vv.2-7 il re chiede, attraverso i suoi emissari, dove si trovano le spie: avendo nascosto i due uomini sotto il suo tetto, Raab dà al re informazioni false, che lo spingono a dare la caccia a un’oca selvatica;
  • l’episodio dei vv. 8-14 si svolgesulla terrazza della casa di Raab, dove le due spie sono nascoste sotto un mucchio di steli di lino; lì, Raab stringe con loro un patto, guadagnando così la salvezza per sé e la sua famiglia quando la città sarà distrutta;
  • nei vv. 15-21 Raab calai due uomini dalle mura della città e dà giuramento a Raab e le chiedono di appendere una corda rossa alla finestra, e di tenere la sua famiglia in casa durante l’invasione; prima di andarsene le impongono anche di mantenere il più assoluto riserbo riguardo alla loro missione di spie.

Semplificando, come abbiamo ascoltato il racconto, costruiamo una immagine della vicenda come in un film.

C’era una volta, una donna di nome Raab, che era stata definita una prostituta, ma il racconto con le prove dei fatti non avevano dimostrato come tale. La sua casa era situata al confine della città, che era proprio attaccata alle sue mura come un punto che divideva la terra da una parte all’altra. Considerando che molti uomini si erano passati, fermati e alloggiati da lei di notte per cogliere l’occasione di riposare dopo aver compiuto un  affare o una commissione, si era creato il sospetto che fosse una donna che vendeva dei rapporti sessuali. Questa donna era stata messa sotto i giudizi negativi della gente perché faceva ciò che era comodo per guadagnarsi da vivere, ma dall’altro lato le informazioni validissime e correttissime che ricevevano da lei, erano per tutti molto convenienti. Per quello che faceva, guadagnava non solo il denaro, ma anche la fiducia delle persone che incontrava.

Raab era di tutti e quindi faceva di tutto per essere al servizio di tutti. Era una donna multitasking con identità plurale, dotata di una capacità intuitiva, decisionale e perspicacia molto sviluppata, che come possiamo dire oggi, è dovuta alla sua professione. Ella aveva avuto la dimestichezza del suo mestiere  vivendo e trovandosi sempre a delle situazioni di vita parallela, e tra loro diverse. Il suo mestiere di affrontare le situazioni particolari del suo popolo ed altri, le ha consentito di occuparsi di molti. Aveva il compito di bilanciare i fatti  per dare le soluzioni migliori, traeva o faceva scaturire delle opzioni dalle informazioni che le aveva raccolte dalle persone che incontrava. Ella era in between/nel mezzo dei popoli.

Invece, noi lettori credenti che cosa possiamo dire di lei dopo aver letto questo pezzo della sua vita e testimonianza di fede?Leggendo tra le righe, a mio avviso, in questo racconto lei aveva avuto un ruolo eccezionale che nessuno di noi lo potrebbe dimenticare. Raab era una donna, prostituta, alberghiera, spia, credente, nativadi Gerico, e nello stesso divenne straniera nel suo paese quando il popolo di Israele aveva conquistato la sua terra. Non aveva una famiglia sua, non era sposata, non aveva quindi un marito, né figli né figlie proprie. Lei era una donna sola ma aveva dimostrato  di voler donare un patrimonio di eredità per tutta la sua famiglia con il patto “d’amore” verso al suo popolo in cambio della salvezza che avevano avuto i due esploratori di Giosue.

Qual è il cuore del racconto?Il patto. E’ stato il tema centrale della fede salvifico che aveva posto Raab. Una visione futura, e il progetto perenne di convivenza tra i popoli di Dio cioè  il patto di integrazione.

Rileggiamo una parte del racconto in cui Raab dichiara queste parole a partire dal verso 9: «Io so che il SIGNORE vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi. 10 Poiché noi abbiamo udito come il SIGNORE asciugò le acque del mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quel che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio. 11 Appena l’abbiamo udito, il nostro cuore è venuto meno e non è più rimasto coraggio in alcuno, per causa vostra; poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. 12 Vi prego dunque, giuratemi per il SIGNORE, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro 13 che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte».

 

Mi chiedo qual è il futuro di quel/di questo patto?.

Il patto di Raab con le due spie(esploratori), visto nel presente, dice molto alla realtà nostra di oggi. Raab aveva partecipato al progetto del futuro della sua famiglia. Aveva avuto una scintilla, una sentinella, un sogno, un progetto, una visione di futuro da realizzare e ciò era di conservare e mantenere viva la sua discendenza. Il patto sarà estesa tra i due popoli. Essi avranno un futuro ricco perché ci sarà un legame stretto di fusione e di integrazione con entrambi i popoli. Per l’ennesima volta vediamo un’integrazione di fedi e di culture. Sarà unica fede in Dio professato sovrano, ma espresso in forme differenti nelle culture diverse.

Il patto di Dio di dare la terra al popolo di Israele era irrevocabile e si era dimostrato nel aver mantenuto le sue promesse ad esso, determinando così un futuro di pace e benessere. Raab aveva fatto un patto con gli uomini di Dio per fare ciò che era necessario nelle vite dei popoli. Dio unico creatore del cielo e della terra dovrà essere conosciuto come tale per tutti i popoli. Così stranieri e autoctoni secondo il fenomeno del flusso migratorio sapranno riconoscere che possono vivere ugualmente ove siano. Qui, però, si intuisce che il problema è sempre in noi. Il discorso del “io e voi”, e come questi soggetti divengono noinel processo di integrazione.

Vediamo che molti anni erano passati, molte esperienze erano state dimenticate, ma non possiamo dimenticare questo episodio, nel tempo della conquista, in cui due popoli si insediarono nello stesso paese.  Durante il tempo di conquista territoriale, nella vita del popolo di Israele e degli altri, era evidente che il problema era sempre quello di far convivere l’identità di appartenenza, la lingua, la tradizione (come abitudine), e la cultura di ogni popolo; Era necessario fare una “scuola” , imparare un percorso di conoscenza reciproca, come dovere gli uni verso gli altri e lavorare con insistenza nella perseveranza di costruire insieme un futuro a partire dal presente a nome o in base alla nostra fede comune dell’unico Signore Dio.

Nel commentario del primo volume della Bibbia, l’autrice Danna Nolan Fewell,  una statunitense e professoressa di Teologia dell’AT, aveva messo in evidenza questa storia dei popoli definiti l’uno «insider»e l’altro «outsider», seguito da una fusione diventandone tutti degli INSIDER. Così, Raab e la sua famiglia erano diventati parte integrante del popolo di Israele, riacquistando la loro cittadinanza quasi perduta, con il diritto, inoltre, di avere “una doppia cittadinanza” – il discorso di inclusione. Raab aveva compiuto la sua missione con successo. Raab era una straniera e quindi non apparteneva alla gente di Dio, ma con il patto che fece con i due  israeliti (gli esploratori, le spie) ebbe innestato, ebbe avuto la terra promessa. Le parole «insider» e «outsider» si intrecciano fra di loro.  Insider erano gli israeliti, e outsider erano quelli stranieri nell’economia della salvezza. Dunque gli «outsider», gli abitanti di Gerico, divennero insider nella vita del popolo di Israele. Due popoli divennero UNO nel tempo della conquista guidato da Giosue, attraverso ciò che aveva commesso Raab nel conoscere le promesse che Dio ha fatto al popolo di Israele.

Per concludere, che cosa rappresentava la cordicella rossa alla finestra?.

Era un pegno, era un sigillo di patto di fedeltà, ed era anche il ricordo della bontà di Raab segno tangibile della salvezza avuto dagli esploratori Israeliti da lei.

Ringraziamo Dio per la voce profetica che svolge ancora oggi Raab,  che possa aiutarci a dare senso al nostro essere chiesa insieme, un progetto in corso, un processo di integrazione che era stato sognato più di 20 anni fa, e oggi praticato lentamente a causa della nostra resistenza e del nostro limite culturale.

Che Dio ci aiuti ad affrontare con coraggio le sfide della nostra convivenza. Amen.

past. Joylin Galapon

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Prolusione Facoltà Valdese di Teologia

Da Riforma

La prolusione della pastora Letizia Tomassone sul variegato contributo femminile alla Riforma protestante

di Maria Teresa Piani

 

Sabato 5 ottobre, la Facoltà valdese di Teologia di Roma ha inaugurato il 165° anno accademico. Alla prolusione erano presenti il corpo docente, gli studenti e le studentesse iscritti alla Facoltà in vista del pastorato, gli iscritti al corso di Scienze bibliche e teologiche, gli studenti universitari ospiti del centro Melantone e gli aderenti al programma Erasmus. La prolusione, affidata per la prima volta a una donna, è stata tenuta dalla professoressa di Studi femministi e di genere Letizia Tomassone. Tema trattato: «Donne della Riforma. Un soggetto imprevisto?». Nella prolusione la Riforma è stata analizzata con criteri storici e con criteri di genere, attraverso l’analisi di testi scritti dalle donne che in vari modi ebbero parte attiva nel promuovere un cambiamento sociale e spirituale, nel XVI secolo.

 Si è approfondito il tema di come e se la Riforma portò trasformazioni per le donne nella chiesa e nella società. Se cambiarono i rapporti tra donne e uomini e come le prime poterono riappropriarsi e far valere i propri diritti: ricevere un’educazione, ereditare, avere proprietà, esercitare una professione.

Due principi della Riforma incisero sulla trasformazione sociale nella vita delle donne: il sacerdozio universale e il Sola Scriptura. La donna doveva essere sempre vista come sposa e legata alla vita familiare, al punto che era sconsigliata la condizione di vedovanza. Viene citato l’esempio di Wibrandis Rosenblatt che fu sposa di quattro Riformatori. L’unica possibilità socialmente riconosciuta era nel matrimonio e nella vita familiare. Ma, essendo la famiglia lo spazio in cui si svolgevano le attività artigianali e commerciali, la moglie diventava di fatto assieme al marito un’imprenditrice accettata e ascoltata. Un primo esempio lo abbiamo attraverso le molteplici attività imprenditoriali, come si direbbe oggi, di Katerina von Bora sposa di Lutero. Le donne, pur non avendo ufficialmente spazi di predicazione, o decisionali, o confessionali, furono molto attive proprio nella predicazione e nella diffusione delle idee della Riforma. Il principio del sacerdozio universale permette di poter vivere e far conoscere la propria fede nelle attività e nelle professioni da loro esercitate.

Nella prolusione è stata menzionata la situazione della città di Strasburgo, sede di una Riforma più tollerante e aperta di quella tedesca. In questa città un decimo della popolazione era di fede anabattista e due donne vengono ricordate: una come “anziano di Israele”, Barbara Rebstock, e Ursula Jost come guida e profetessa della comunità. Fu ancora una donna, Margarethe Pruess, audace editrice e tipografa che pubblicò le loro visioni. Margarethe rimase dentro le regole stabilite dalla società del suo tempo, accettando di prendere dei mariti tipografi con i quali poté mantenere e esercitare, con ruolo decisionale, la sua attività. Ciò le permise di far stampare scritti che apportarono un significativo contributo allo sviluppo dell’anabattismo. Ed è sempre una donna Katharina Zell, ex badessa che uscita dal convento sposò Matteo Zell, ad avere l’incarico di organizzare e coordinare l’accoglienza dei profughi in fuga dalle stragi legate alle guerre dei contadini. Il lavoro svolto dalla Zell fece sorgere l’idea che anche le donne potevano avere un ruolo e una vocazione nell’ambito della chiesa.

Per le donne era un epoca complessa:di scontri, di discussioni, di conversioni. Un periodo fiorente per la scrittura di epistole e di testi per la Riforma quali inni, poesie, profezie. Le donne pubblicano e per poterlo fare, il più delle volte attribuiscono il merito al marito oppure firmano solo con le iniziali. Come fa notare la prof. Tomassone: «Le donne della Riforma, sono state capaci di creare una rete, di dialogare tra loro e sostenersi a vicenda. La rete delle donne in dialogo fra loro creava una forte solidarietà e sostegno che poi si riversava anche sul versante maschile delle relazioni».

Un’ altra spinta teologica della Riforma è stata la necessità di saper leggere e scrivere per accostarsi alla Scrittura in modo individuale. Per Lutero è importante che anche le donne sappiano predicare affinché, nel momento di forte necessità in mancanza dell’uomo, esse siano in grado di sostituirlo. «Quando non ci sono uomini che parlano, è necessario che lo facciano le donne». Diventa obbligatorio che i genitori, facciano frequentare le scuole sia ai figli che alle figlie. Con la Riforma anche i mariti si fanno carico e partecipano alla cura della prole. La scuola, pubblica e gratuita, verrà affidata ai magistrati civili che sostituiranno l’opera dei conventi. A Ginevra, alle ragazze della seconda generazione della Riforma, sarà preclusa l’istruzione gratuita delle scuole superiori. Questo comporterà gravi conseguenze che si protrarranno per lungo tempo.

Pertanto, le donne sono riuscite a contribuire attivamente ai cambiamenti che la Riforma ha portato nella società e nella chiesa, superando gli ostacoli imposti dalla mentalità del tempo.

Predicazione per l’apertura dell’anno accademico FVT 2019/2020

Isaia 58: 6-12 (Nuova Riveduta)

6 Il digiuno che io gradisco non è forse questo:

che si spezzino le catene della malvagità,

che si sciolgano i legami del giogo,

che si lascino liberi gli oppressi

e che si spezzi ogni tipo di giogo?

7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame,

che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo,

che quando vedi uno nudo tu lo copra

e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?

8 Allora la tua luce spunterà come l’aurora,

la tua guarigione germoglierà prontamente;

la tua giustizia ti precederà,

la gloria del SIGNORE sarà la tua retroguardia.

9 Allora chiamerai e il SIGNORE ti risponderà;

griderai, ed egli dirà: “Eccomi!”

Se tu togli di mezzo a te il giogo,

il dito accusatore e il parlare con menzogna;

10 se tu supplisci ai bisogni dell’affamato, e sazi l’afflitto,

la tua luce spunterà nelle tenebre,

e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno;

11 il SIGNORE ti guiderà sempre,

ti sazierà nei luoghi aridi,

darà vigore alle tue ossa;

tu sarai come un giardino ben annaffiato,

come una sorgente la cui acqua non manca mai.

12 I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine;

tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età

e sarai chiamato il riparatore delle brecce,

il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese.

 

 

 

Uno dei trattati più importanti del Talmud babilonese è intitolato Ta’anit. Da un anno ormai possiamo leggere in italiano questo documento della tradizione ebraica in un’eccellente traduzione italiana curata dalla Casa editrice Giuntina di Firenze. Ta’anit significa sostanzialmente digiuno che, nella nostra contemporanea società, suona strano sia come termine (magari immediatamente riferito solo ad una prassi dietetica) sia come argomento da trattare. Eppure, nel testo appena proclamato questo termine è assolutamente centrale. Per l’Israele della Torah, in passato e oggi, l’importanza del digiuno viene sempre ribadita e tramandata alle nuove generazioni perché il digiuno, come forma rituale ebraica, esprime la contrizione di fronte a una disgrazia che ha colpito o minaccia di colpire la collettività o un singolo. È uno strumento di teshuvà, di pentimento, di ritorno al Signore. La teshuvàè una nuova consapevolezza, l’essere umano prende atto che quanto avviene non è casuale, bensì coniuga opera di Dio e conseguenze delle nostre azioni.

L’intreccio fra l’Altissimo che continua ad operare nelle vicende umane e la libertà delle persone e della collettività per plasmare e decidere il loro presente, viene in qualche modo illuminato e indirizzato dall’astensione del cibo che, però, da sola non è sufficiente ma deve essere accompagnata dalla preghiera e dalla riflessione sincera sulle proprie azioni perché una teshuvàpossa davvero incarnarsi. È abbastanza evidente che il trattato talmudico raccoglie il pensiero contenuto nel capitolo 58 di Isaia, meglio del Terzo Isaia, il profeta che deve confrontarsi con l’esigenza di ricostruire non solo le mura e le case ma anche – o forse soprattutto – la consapevolezza del popolo. Un popolo che oscilla tra superstizione, formalismo religioso e grave ingiustizia sociale. Ammettiamo con tutta la sincerità che tale oscillazione non può essere circoscritta o limitata a una sola epoca storica né a un solo popolo. Non mi riferisco tanto all’epoca in cui viviamo quanto a Isaia 1,16-17: Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova!

Tutta la terza parte di Isaia (cc. 56-66) ritorna su questo tasto: la delusione della realtà; l’accusa di una mistificazione della speranza dei semplici; il ritorno alle ingiustizie sociali, le divisioni causate dall’egoismo, dalla mancanza di giustizia. I piccoli e i poveri soffrono ancora, oppressi dai propri fratelli; non resta a questi che il grido al cielo. Tutto dimostra che non si è imparato nulla dalla sofferenza: gli egoismi riappaiono, l’infedeltà domina, la religiosità puramente formale dà il tono a tutto. Al profeta non rimane che un’ultima risorsa: rimettere alla venuta definitiva del servo del Signore – il misterioso personaggio del capitolo 61 – l’instaurazione di una nuova storia di libertà e santità.

Vediamo di entrare più in profondità nel testo, per scoprire – dietro le parole del profeta – il messaggio più profondo di Dio. Il testo nella sua concretezza pratica potrebbe favorire una lettura immediatamente moralistica, perfino un esame di coscienza. Bisogna evitare questa scorciatoia moralistica. Vediamo piuttosto di arrivare alla sostanza vitale di questa pagina profetica.

  1. Il profeta parla di fronte ad un’assemblea liturgica, in un contesto religioso, rituale e formale molto evidente. La sua funzione in questo momento è quella di smascherare le ipocrisie, il ritualismo vuoto, l’egoismo che si nasconde anche nelle cose sacre. Non ha un compito facile, perché nel popolo c’è una sensazione che non valga la pena fare quel digiuno: tanto Dio non ci bada (v. 3). Tutto all’apparenza è corretto, c’è una ricerca di Dio, dei suoi giudizi, della sua vicinanza: ma non succede nulla. Non è facile smascherare la falsa religiosità, la sicurezza di chi si crede a posto, e si attende che Dio gli dia ragione e gli confermi benevolenza. Anzi gli spiani la via togliendogli ogni problema di ricostruzione, e facilitandogli la nuova coabitazione. Il profeta mette subito in chiaro le cose: non è Dio che non risponde. La questione è un’altra: un digiuno così non bisogna farlo, non rende onore all’Eterno, ma aggrava ancor di più la malvagità della condotta ingiusta. Perché si vorrebbe rendere il popolo innocente, ma senza una vera conversione: e così ne svela piuttosto il peccato. Si tratta di una falsa ricerca di Dio, di un alibi per tacitare le coscienze. Un vero oppio per la coscienza collettiva: fare tanto fumo davanti a Dio; e intanto, dietro, si trama contro il debole, non si condivide, non si rispettano i diritti, non si vive la fraternità veramente.
  2. Il linguaggio del profeta mescola ironia e realismo, domande e dubbi retorici. Ha il coraggio di profanare certe ritualità che si vorrebbe far passare per espressione di autentica religiosità: il capo chino, il vestito povero e lacero, il letto scomodo. Ma accenna anche alle invocazioni classiche della religiosità: chiedere a Dio i giusti giudizi, la sua vicinanza, le sue vie. Dietro la correttezza più tradizionale e le forme penitenziali più generose, non c’è nulla, dice il profeta. Solo apparenza e alibi: mentre gli operai sono angariati (si usa lo stesso verbo della situazione degli ebrei in Egitto), i rapporti reciproci sono guastati con urla e alterchi. A Dio sale più il chiasso del litigio aggressivo che la lode rituale.

Questo modo di parlare è comune a tutti i profeti: e anche Gesù userà questa forma di ironia. Anche Gesù smaschera il formalismo esteriore che non può nascondere la falsità interiore, il vuoto di valori. Tutta la letteratura profetica ha nella falsa religiosità uno dei suoi cavalli di battaglia: perché sempre nei momenti di crisi, si cercano compensazioni religiose, invece che sottoporsi ad un serio esame dei propri atti e delle conseguenze che ne sono derivate.

Il vero digiuno – ossia la vera forma di onorare il Signore liberatore, e non un idolo a nostra misura – sta nell’imitazione del suo stile, in tutte le azioni. Cioè nel “privarsi” di quelle azioni che esprimono oppressione, sofferenza, emarginazione, sfruttamento. E qui il profeta si esprime con una duplice richiesta. Da un lato rompere con le forme di oppressione: si tratta di donare libertà, dignità, giustizia a chi ne è stato privato. È una fase di rottura instauratrice: che ha presente categorie ben precise di povertà e sofferenza. Si sente un’eco soprattutto delle forme di schiavitù da cui sono appena tornati liberi.

Prima di concludere questa riflessione ritorniamo alla definizione del digiuno contenuta in Levitico 16,29: ponete a digiuno i vostri respiri: tə-‘an-nū ’ e ṯ- nap̄-šō-ṯê-ḵem. Lascio agli ebraisti più bravi di me l’analisi del campo semantico del sostantivo ta’anit e del verbo tə-‘an-nū. Penso invece che conosciamo tutte e tutti il significato della parola ebraica nepheš: l’alito vitale, anima, in altre parole il principio vitale invisibile che anima l’intera esistenza di un essere umano. Sia la mistica ebraica (consapevolmente) sia le correnti mistiche delle grandi religioni mondiali (forse inconsapevolmente) concordano sull’interpretazione di questo concetto: svuotare lo spazio interiore affinché la nostra intera esistenza possa essere impregnata dall’alito divino. In Filippesi 2:7 leggiamo che Cristo Gesù “spogliò (svuotò) sé stesso, prendendo forma di servo”. Il testo della predicazione di oggi incoraggia ciascuna e ciascuno di noi a spogliarsi (svuotarsi) dal nostro ego per servire soltanto Dio diventando realmente ministre e ministri della sua Parola.

 

 

Sermon for the Opening Worship Service of the Waldensian Faculty of Theology (FVT) academic year 2019/2020

Isaiah 58: 6-12 New Revised Standard Version (NRSV)

Is not this the fast that I choose:
to loose the bonds of injustice,
to undo the thongs of the yoke,
to let the oppressed go free,
and to break every yoke?
Is it not to share your bread with the hungry,
and bring the homeless poor into your house;
when you see the naked, to cover them,
and not to hide yourself from your own kin?
8 Then your light shall break forth like the dawn,
and your healing shall spring up quickly;
your vindicator[a] shall go before you,
the glory of the Lord shall be your rear guard.
9 Then you shall call, and the Lord will answer;
you shall cry for help, and he will say, Here I am.

If you remove the yoke from among you,
the pointing of the finger, the speaking of evil,
10 if you offer your food to the hungry
and satisfy the needs of the afflicted,
then your light shall rise in the darkness
and your gloom be like the noonday.
11 The Lord will guide you continually,
and satisfy your needs in parched places,
and make your bones strong;
and you shall be like a watered garden,
like a spring of water,
whose waters never fail.
12 Your ancient ruins shall be rebuilt;
you shall raise up the foundations of many generations;
you shall be called the repairer of the breach,
the restorer of streets to live in.

 

 

One of the most important Tractates of the Babylonian Talmud is entitled Ta’anit. In 2018 this document of the Jewish tradition was published in an excellent Italian translation edited by Giuntina, publishing house in Florence. Ta’anit basically means “fasting” which, in our contemporary society, sounds strange both as a term (nowadays usually referring just to a dietary practice) and as a discussion topic.

Yet, in the text we just read this term is absolutely central. For the Torah’s Israel, in the past and today, the importance of fasting is continuously reaffirmed and handed down to the new generations because fasting, as a Jewish ritual form, expresses contrition in front of a distress that has struck or threatens to strike the community or an individual. It is an instrument of teshuvà, of repentance, of return to the Lord. Teshuvàis a new awareness, the human being recognizes that what happens is not casual, accidental, but combines God’s work and the consequences of human actions.

The combination of God’s action in human affairs and freedom of individuals and  community to shape and decide their present, is somehow illuminated and directed by the abstention from food which, however, is not alone enough but must be accompanied by prayer and sincere meditation on one’s actions so that a teshuvacan truly be incarnated. It is quite evident that the Talmudic tractate gathers the thought contained in Isaiah, Chapter 58 – more precisely: in the Third Isaiah – the prophet confronted to the need to rebuild not only walls and houses but also – or perhaps above all – the awareness of his people. A people that oscillates between superstition, religious formalism and major social injustice. Honestly, let us admit that this oscillation can’t be circumscribed or limited to one single historical period or to one single people. I am not referring so much to the age in which we are living (our times) as to Isaiah 1,16-17: Wash yourselves; make yourselves clean; remove the evil of your doings from before my eyes; cease to do evil, learn to do good; seek justice, rescue the oppressed, defend the orphan, plead for the widow!

The whole third part of Isaiah (chapters. 56-66) comes back to this point: disappointment by reality; accusation against mystification of simple people’s hope; return to social injustices, divisions caused by selfishness, lack of justice. The weak and the poor still suffer, oppressed by their brothers; Nothing is left to them but a cry to Heaven. Everything proves that nothing has been learned from suffering: selfishness reappears, infidelity dominates, purely formal religiosity sets the tone. The prophet has only one last resource left: to refer to the final coming of the Servant of the Lord – the mysterious character in chapter 61 – for the establishment of a new story of freedom and holiness.

Let us try to go deeper into the text, to discover – behind the words of the prophet – the essence of God’s message. The text in its practical concreteness might favour a straightforward moralistic interpretation, even an examination of conscience. We must avoid this moralistic shortcut. Let us rather look at the vital substance of this prophetic page.

  1. The prophet speaks to a liturgical assembly, in a very evident religious, ritual and formal context. His role here is to unmask hypocrisies, empty ritualism, selfishness, which hide even in sacred matters. He does not have an easy task, because the people feels that it is not worth fasting: God “doesn’t notice” (v. 3). Everything in appearance is correct, there is a search for God, for his judgments, for his closeness: but nothing happens. It is not easy to unmask false religiosity, self-confidence of those who think their own ways are right, who expect God to agree with them and to confirm them His benevolence. Even more: they expect God to pave their way by removing any reconstruction problem, and facilitating the new cohabitation. The prophet immediately makes things clear: it is not God who does not answer. The issue is another: such a fast must not be done, it does not honour the Eternal, but worsens the wickedness of unjust conduct. Because
    one would like to make the people innocent, but without a real conversion: and so it rather reveals its sin. It is a false search for God, an alibi to silence consciences. A true opium for collective conscience: we make a lot of smoke in front of God; and meanwhile, behind his back, we conspire against the weak, we do not share, we do not respect rights, we do not really live fraternity.
  2. The language of the prophet mixes irony and realism, rhetorical questions and doubts. He has the courage to desecrate rituals that others would like to pass off as an expression of authentic religiosity: bowed heads, poor and torn clothes, uncomfortable beds. But he also mentions the classic invocations of religiosity: asking God for the right judgments, his closeness, his ways. There is nothing behind the most traditional correctness and most generous penitential forms, says the prophet. Only appearance and alibi: while workers are oppressed (the same verb used to describe the situation of Hebrews in Egypt), and mutual relations are spoiled by shouts and altercations. To God rises more the noise of aggressive quarrels than ritual praise.

This way of speaking is common to all the prophets: Jesus too will use this form of irony. Jesus too unmasks the external formalism that can’t hide internal falsehood, lack of values. The whole prophetic literature has one of its strong points in false religion: because always, in times of crisis, religious compensations are sought, rather than undergoing a serious examination of one’s own deeds and the consequences that derive from them.

The true fast – that is, the true form of honouring God the Liberator, and not an idol to our measure – lies in the imitation of his style, in all our actions. In other words, in “depriving oneself” of those actions expressing oppression, suffering, marginalization, exploitation. And here the prophet expresses a double request. On the one hand, breaking with all forms of oppression: giving freedom, dignity and justice to those who have been deprived of them. This breaking point concerns specific categories of poverty and suffering. An echo may be heard of the main forms of slavery from which they have just been set free.

Before concluding this reflection let us return to the definition of fasting in Leviticus 16.29: you shall afflict (humble) your souls: tə-‘an-nū’ e ṯ-nap̄-šō-ṯê-ḵem. I leave to Hebraists more competent than me the analysis of the semantic field of the noun ta’anit and of the verb tə-‘an-nū. I think instead that we all know the meaning of the Hebrew word nepheš: vital breath, soul, in other words the invisible vital principle that animates the whole existence of a human being. Both Jewish mysticism (consciously) and mystical currents of the great world religions (probably unconsciously) agree on the interpretation of this concept: empty the inner space so that our entire existence can be impregnated by the divine breath. In Philippians 2:7 we read that Jesus Christ “emptied himself, taking the form of a slave“.The text of today’s preaching encourages each of us to strip (empty ourselves) from our ego to serve only God, thus becoming real ministers of his Word.