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Dopo la quarantena Che cosa resterà degli incontri Zoom?

da Riforma

Roberto Davide Papini

E con i templi aperti che faremo?  Butteremo via i culti su Zoom, le meditazioni in diretta Facebook, la preghiera su Whatsapp, le presentazioni dei libri e i dibattiti online? Che cosa resterà di queste esperienze spirituali vissute davanti a un monitor o a uno smartphone? Vedremo. Con l’allentarsi progressivo delle restrizioni per il Coronavirus cerchiamo di guadagnare ogni giorno un pezzetto di “normalità” in più. Piano piano sarà così anche per i luoghi di culto e, dopo settimane passate su varie “diavolerie” informatiche, sarà bello ritrovarci in carne e ossa e (quando sarà possibile) abbracciarci.

Ricordiamo, però, che questi marchingegni sono stati strumenti indispensabili per stare insieme a distanza, raccolti come comunità di fede. È stata un’esperienza forzata, ma ha dimostrato la vitalità delle nostre chiese, spesso un po’ pigre (se non proprio restìe) nell’affrontare strade nuove, capaci nell’emergenza di inventarsi nuovi modi di fare comunità. È stata una bella esperienza di fede, non virtuale bensì molto reale, una crescita della nostra realtà, un’occasione per ripensare a quanto il modello tradizionale di chiesa abbia funzionato, individuando i punti di forza e quelli di debolezza e dove e come, appunto, i nuovi strumenti di comunicazione possano aiutarci a migliorarlo.

Credo che questi nuovi strumenti si- ano ormai un patrimonio prezioso che dobbiamo continuare a sfruttare. Certo, non in maniera esclusiva come siamo stati costretti a fare durante il lockdown, ma resteranno la possibilità e la ricchezza di poter partecipare a uno studio biblico o seguire una meditazione a centinaia di chilometri o ancora un culto online se si ha l’impossibilità di recarsi fisicamente al tempio. Così, una proposta è quella di riprendere le belle esperienze inter-denominazionali di questa emergenza, affidando ogni settimana a diversi esponenti delle varie chiese della Fcei (a rotazione, ogni domenica a persone differenti) la cura di culti online da offrire in maniera continuativa oltre alle tradizionali attività locali. Sarebbe una bella esperienza di unità nella preghiera e nel culto e un’occasione di evangelizzazione. Ovunque e con qualsiasi strumento venga utilizzato per annunciarla, quella del vangelo resta una Parola di libertà che non possiamo confinare tra le mura dei nostri templi. Soprattutto ora che ab- biamo imparato a usare Zoom.

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Giornata interreligiosa globale di preghiera

Signore, Dio d’amore, di pienezza e di vita,

noi ci rivolgiamo a te in preghiera e ti portiamo la sofferenza del nostro mondo e dell’umanità di cui facciamo parte.

In preghiera facciamo cordoglio per le tante vite perse e ti presentiamo le tante vite fragili di chi è più esposto al virus.

In preghiera ti chiediamo di essere vicino a chi si espone ogni giorno per il bene di tutti negli ospedali e nei luoghi di lavoro.

In preghiera portiamo l’incertezza per il futuro nostro e del nostro prossimo. E preghiamo: possa l’amore e non la paura diventare virale.

Perché se nel mondo c’è paura, non c’è bisogno che ci sia anche odio; se c’è isolamento non deve esserci anche solitudine; se c’è preoccupazione, non c’è bisogno che ci sia anche meschinità.

Aiutaci a trovare nuovi modi creativi per rimanere uniti in spirito e solidarietà.

Oggi tendiamo la mano verso chi prega con noi, qualunque sia il suo credo, in qualunque parte del mondo viva, qualunque lingua parli: le loro parole sono preziose, la loro umanità è uguale alla nostra. Insieme donaci di costruire un mondo migliore, più pacifico e solidale.

Donaci la gioia della tua presenza, secondo la tua promessa: sarò con voi ogni giorno della vostra vita.

Nel nome di Gesù, Amen.

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No all’omotransfobia. Sì all’arcobaleno della nostra umanità

Dire no alla discriminazione con una consapevolezza diversa: ora sappiamo tutti che cosa significa vivere ai margini, isolati, esclusi. 17 maggio giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia

Anche questanno il 17 maggio vengono ricordate le vittime dellomofobia e della transfobia in occasione della giornata internazionale. Particolarmente intenso il versetto scelto: «Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3, 28).

Racconta Innocenzo Pontillo, del progetto Gionata: «La pandemia che stiamo vivendo ha influenzato tutta la nostra vita, azzerando la vita comunitaria e ci ha costretto a chiederci anche il senso del nostro cammino di fede. In questi mesi in cui siamo stati a casa, ognuno di noi ha potuto ripensare al proprio cammino spirituale: come poteva essere comunitario non potendo più frequentare una comunità? Anche le veglie, che sono sempre state iniziative delle comunità, hanno dovuto essere ripensate».

I credenti Lgbt sparsi su tutto il territorio nazionale, che utilizzano normalmente gli incontri virtuali e le tecnologie per potersi ritrovare e confrontare, hanno messo a disposizione delle varie comunità le conoscenze nel settore. Sono state avviate conferenze bibliche settimanali a cui hanno partecipato pastori, pastore, sacerdoti e membri di chiese o simpatizzanti per riflettere sulla Parola. Conferma Innocenzo: «È stato bellissimo poter ritrovare una comunità, decisamente assortita per provenienza e confessione religiosa. Ognuno ha portato la sua storia e abbiamo ritrovato il senso del nostro incontrarsi. Le veglie proseguiranno questo cammino, questo percorso avviato. In questa settimana sono proposti vari momenti di riflessione, preghiera, testimonianze».

Incontri virtuali in cui si ribadirà ancora una volta il NO allomofobia, alle discriminazioni. Le veglie di questanno nascono anche da una consapevolezza diversa: tutti infatti ora sappiamo che cosa significa vivere ai margini, isolati. «Normalmente quando parliamo di persone ai margini è come se affrontassimo la teoria dellargomento – aggiunge Innocenzo Pontillo – Invece il coronavirus ha fatto vivere a ognuno e ognuna di noi la sensazione di sentirci ai margini, lontani ed esclusi: tutti indistintamente, qualsiasi fosse il nostro censo, la nostra età, la nostra posizione geografica. Una persona gay, lesbica, trans vive questa discriminazione per qualcosa che non ha fatto, ma per qualcosa che è, perché è Dio che ha voluto così, in questo arcobaleno della nostra umanità. Questanno vorremmo riflettere quindi utilizzando lonline, tutti possono essere protagonisti: basta un clic per ascoltare le riflessioni, partecipare e portare la propria partecipazione alle veglie di preghiera».

Ecco allora qualche indicazione: sul sito www.gionata.org si trova l’elenco degli appuntamenti, segnaliamo in particolare oggi mercoledì 13 maggio alle 18, su Radio Stonata, nel programma Il diario di Gionata” si parla di Veglie per il superamento dellomofobia. Dal veto allaccoglienza” con i cristiani Lgbt del gruppo Ali daquila e il pastore Peter Ciaccio della chiesa valdese di Palermo (info qui).

Domani, giovedì 14 maggio alle 19, in diretta Facebook, il comitato organizzatore delle veglie per il superamento dellomotransfobia di Palermo ha previsto una preghiera collettiva coinvolgendo oltre venti realtà palermitane, tra cui la chiesa valdese locale (per partecipare clicca qui).

Domenica 17 si terranno varie veglie di preghiera ecumeniche, da Milano a Genova, dall’Emilia Romagna a Trieste.

Per quanto riguarda le iniziative delle chiese battiste, metodiste e valdesi, come ogni anno la commissione bmv Fede e Omosessualità ha predisposto la liturgia scaricabile dal sito  www.chiesavaldese.org. Inoltre, spiega Daniela Di Carlo, pastora della chiesa valdese di Milano e coordinatrice della componente valdese e metodista, domenica 17 maggio si celebrerà un culto preparato dalla Commissione, trasmesso sui social di Radio Beckwith evangelica alle ore 11.00, con la partecipazione dello studente in teologia Pier Giovanni Vivarelli.

Inoltre, durante il consueto culto domenicale su ZoomWorship Daniela Di Carlo spiegherà il significato della giornata e Luciano Lattanzi dedicherà una preghiera alle vittime di omo/transfobia.

«Tutte le nostre chiese locali – spiega Di Carlo – hanno ricevuto la liturgia e le note omiletiche e si spera che anche localmente sia possibile moltiplicare questi spazi di riflessione contro le discriminazioni legate al genere e allorientamento sessuale. Non è stato per ora possibile organizzare, come avevamo pensato, una veglia ecumenica nazionale vista la diversità dei cammini intrapresi sin qui. Siamo però certi che presto arriverà il tempo nel quale sia possibile».

Un altro appuntamento è quello di Torino, dove (spiega Sophie Langeneck, pastora della chiesa valdese) «da diversi anni si organizza una serata pubblica contro l’omo-transfobia, che non è esattamente una veglia di preghiera, ma un momento di riflessione, anche biblica, con diverse associazioni e chiese presenti in città». Quest’anno, nell’impossibilità di incontri dal vivo, si è pensato di organizzare, insieme ad associazioni tra cui il gruppo di cristiani lgbt Pozzo di Sicar di Torino, il coro lgbtqiae (Qoro) e membri di altre chiese, una serata online, che si svolgerà domenica 17 alle 20,30 utilizzando la piattaforma Google Meet. Tutti possono partecipare con i propri dispositivi (computer, smartphone, ma anche il telefono fisso), seguendo le informazioni sulla pagina Facebook e sul sito Internet della chiesa valdese.

La serata si svolgerà, spiega Langeneck, «a partire dal versetto scelto per quest’anno, sul tema della richiesta di asilo per persone lgbt provenienti da Paesi in cui sono perseguitate per questo. Avremo momenti di testimonianza, interventi di esperti, la meditazione biblica curata dalla pastora Maria Bonafede e intermezzi musicali offerti come di consueto dal Qoro. Per informarsi e prepararsi a questa giornata,  da ieri vengono diffusi sui social dei vari soggetti partecipanti video e infografiche».

 

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I protestanti italiani aderiscono alla preghiera globale anti-covid

Anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) partecipa alla preghiera di giovedì 14 maggio promossa dall’Alto Comitato per la Fraternità umana, di cui è parte il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC)

La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) aderisce alla giornata di preghiera globale anti-covid di giovedì 14 maggio. L’iniziativa congiunta dell’Alto Comitato per la Fraternità umana, di cui fa parte anche il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), è rivolta a tutti i leader religiosi e ai popoli di tutto il mondo.

A mezzogiorno si riuniranno in preghiera milioni di persone, anche se molte iniziative sono previste nell’arco di tutta la giornata.

“L’adesione della Federazione è innanzitutto per l’idea di fondo che ha animato la convocazione di questa preghiera” spiega all’agenzia NEV il pastore valdese Pawel Gajewski, coordinatore della sezione “Dialogo” della Commissione Studi Dialogo Integrazione (COSDI) della FCEI.

La Federazione invita tutte le sue chiese membro e tutti i credenti a riunirsi in preghiera il 14 maggio “proprio pensando alla situazione senza precedenti che stiamo vivendo – prosegue il pastore –. È un gesto di solidarietà con tutte le persone che hanno subito perdite, che sono ammalate o che soffrono a causa della pandemia. Sarà una preghiera di intercessione per tutte queste persone e un impegno ad aiutarle, a creare modalità adeguate per rispondere alle loro esigenze spirituali e materiali”.

Alla preghiera globale anti-covid hanno aderito anche numerose chiese a livello locale, singole persone credenti, organismi religiosi ed ecumenici, fra cui anche il gruppo Dialogo ebraico cristiano islamico (DECI) di Firenze e L’Unione induista italiana.

Sono previsti incontri virtuali sulle piattaforme web e preghiere in contemporanea nelle singole case e abitazioni.

“Come FCEI abbiamo deciso di proporre una preghiera tratta dal fascicolo della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (SPUC) 2020, in particolare nella 4^ giornata della settimana – conclude Gajewski –. La mettiamo a disposizione di chiunque lo desideri, e chiediamo di divulgarla, di condividerla nei gruppi, via web o in altri modi in quanto si tratta di una preghiera dal respiro fortemente ecumenico”.


Preghiera globale del 14 maggio 2020

Signore, Dio d’amore, di pienezza e di vita,
noi ci rivolgiamo a te in preghiera e ti portiamo la sofferenza del nostro mondo e dell’umanità di cui facciamo parte.

In preghiera facciamo cordoglio per le tante vite perse e ti presentiamo le tante vite fragili di chi è più esposto al virus.

In preghiera ti chiediamo di essere vicino a chi si espone ogni giorno per il bene di tutti negli ospedali e nei luoghi di lavoro.

In preghiera portiamo l’incertezza per il futuro nostro e del nostro prossimo.

E preghiamo: possa l’amore e non la paura diventare virale.

Perché se nel mondo c’è paura, non c’è bisogno che ci sia anche odio; se c’è isolamento non deve esserci anche solitudine; se c’è preoccupazione, non c’è bisogno che ci sia anche meschinità.

Aiutaci a trovare nuovi modi creativi per rimanere uniti in spirito e solidarietà.

Oggi tendiamo la mano verso chi prega con noi, qualunque sia il suo credo, in qualunque parte del mondo viva, qualunque lingua parli: le loro parole sono preziose, la loro umanità è uguale alla nostra. Insieme donaci di costruire un mondo migliore, più pacifico e solidale.

Donaci la gioia della tua presenza, secondo la tua promessa: sarò con voi ogni giorno della vostra vita.

Nel nome di Gesù, Amen.

Trotta: la fede cristiana è comunitaria, nella crisi riconosciamo le priorità

Riccardo Maccioni (da Avvenire)
Parla la moderatora della Tavola valdese, prima metodista a ricoprire tale incarico: «Forse è un bene che non si torni a come eravamo Troppe cose anormali nella normalità di prima»

Dall’emergenza alla normalità che, almeno all’inizio non sarà “normale” per niente. La crisi legata al contagio da coronavirus ridisegna le abitudini quotidiane, rende conquista ciò che prima era consueto, quasi banale. Vale anche per le Chiese, costrette da oltre due mesi a rinunciare ai culti pubblici, cioè alla presenza fisica della gente. Un sacrificio grande, che però in molti casi è diventato anche un’opportunità: di riflessione, di creatività pastorale, di ripensamento della vita di fede, soprattutto comunitaria.

Adesso, spiega Alessandra Trotta moderatora della Tavola valdese e prima metodista a ricoprire tale incarico, si tratta di cogliere, di valorizzare l’insegnamento maturato in questi giorni. Nei rapporti interni, come nel confronto istituzionale. In tal senso oggi potrebbe essere raggiunto l’accordo sul protocollo che disciplinerà la ripresa delle attività, in parallelo a quanto deciso per la Chiesa cattolica.

«Con il ministero dell’interno abbiamo lavorato – spiega Trotta – a un bellissimo tavolo, molto plurale, in cui noi Chiese valdesi e metodiste eravamo rappresentati dalla Fcei (Federazione delle Chiese evangeliche in Italia). Bella la circolazione di intenti come l’ascolto delle diverse sensibilità e l’idea che, fatte salve alcune prescrizioni generali in ordine alla salute, l’adattamento dei riti, la loro organizzazione siano affidati alla responsabilità delle singole autorità ecclesiastiche, religiose. Lo Stato detta alcune prescrizioni generali, poi decidere come concretizzarle nelle pratiche spetta alle Chiese».

Il ritorno delle normali celebrazioni concluderà almeno in parte una stagione che non potrà non segnare la vita dei credenti. «Per noi i locali di culto non sono spazi sacri ma luoghi privilegiati dell’incontro con Dio e comunitario, della comunità intorno alla Parola. Questo ha reso meno drammatico il problema della “riapertura”.

La crisi ha semmai reso più evidente che la comunità non vive soltanto di un incontro fisico ma che esistono altre modalità di stare insieme. Molte delle nostre Chiese hanno dovuto mettersi in discussione, cercare delle vie alternative per continuare a mante- nere i legami, curare le persone, spezzare la Parola, renderla accessibile a tutti».

In questo, le realtà digitali, stanno svolgendo un ruolo importante. «Sono i mezzi che hanno aiutato di più però al tempo stesso escludono delle persone, che hanno bisogno di altri sistemi per comunicare. Diciamo che si è creato un grandissimo movimento che ci deve far riflettere su cosa sia una comunità cristiana, e su come alimentarla nonostante le restrizioni all’incontro fisico. La fede cristiana è sociale, comunitaria, non individuale. In questo senso il bilancio è positivo perché ha risvegliato in molte persone e in forme diverse, il bisogno di spiritualità».

Ora si tratta di intercettarlo e capirlo. «Bisogna chiedersi quanto sia una spiritualità da pronto soccorso e quanto di conversione in cui cioè la Parola ti consola ma qualche volta ti dà anche un ceffone, ti richiama a mettere in discussione i tuoi stili di vita, la tua menta-lità, il tuo modo di rapportarti agli altri e di vedere il mondo». Accanto alla vita dello spirito c’è una dimensione che riguarda più direttamente il giorno dopo giorno, i problemi dell’esistenza quotidiana. Va in questa direzione lo stanziamento di otto milioni di euro per fronteggiare la crisi. «Abbiamo destinato a quest’emergenza una parte consistente dei fondi del nostro otto per mille – aggiunge la moderatora – senza però che venisse meno il resto degli obiettivi cui è finalizzato, in particolare l’aiuto a enti e associazioni del terzo settore, realtà varia e variamente qualificata il cui sostegno, crediamo, nei prossimi mesi sarà importante per la ripresa».

Gli interventi hanno seguito fasi differenti. «I primi sono stati destinati a ospedali e al rafforzamento della medicina di territorio, che ha un’importanza strategica nel fronteggiare le emergenze. Inoltre abbiamo raddoppiato i fondi a disposizione delle Chiese locali per i bisogni essenziali delle persone, come gli aiuti alimentari, o il pagamento delle bollette e dell’affitto. In un secondo tempo valuteremo come destinare l’altra parte dei fondi d’emergenza, che vorremmo raggiungessero le fasce della popolazione che pagheranno il prezzo più alto a questa situazione drammatica».

In Italia proprio sul terreno della prassi, si pensi ai “corridoi umanitari”, la collaborazione tra le Chiese sta dando bei risultati. Un dialogo che l’emergenza coronavirus non sembra aver raffreddato. «Già da alcuni anni stiamo vivendo una bella stagione ecumenica nella quale si è rafforzata l’esigenza di parlare con una voce comune di fronte ai grandi problemi del mondo. E all’Europa in particolare in una fase molto cruciale della UE in cui si avverte forte il rischio di una chiusura. Su alcuni temi le Chiese cristiane o parlano la stessa lingua dicendo cose coerenti con l’Evangelo o vengono meno alla loro missione».

Ora la sfida, come singoli e, soprattutto, come comunità sarà tradurre in vita vissuta l’eredità di questo tempo così speciale, valorizzare il buono che sta emergendo pur in mezzo a tanto dolore. «Abbiamo visto svelarsi situazioni, realtà che già esistevano ma di cui ogni tanto non ci rendevamo più conto. Cioè le grandi diseguaglianze, le interconnessioni tra i tanti elementi del creato, per cui se ne tocchi uno si verificano sconvolgimenti su ogni altro. Dalla questione ambientale alle grandi ingiustizie, tutti temi con cui ci confrontiamo drammaticamente da molto tempo e verso cui il punto di vista occidentale è molto protetto, parte da una condizione economica privilegiata e per questo risulta più distratto. La crisi ha fatto emergere priorità più prioritarie di altre: la tutela della salute, le uguaglianze, la corretta distribuzione delle risorse, la sostenibilità ambientale».

L’emergenza comunque è destinata a durare a lungo. «Dobbiamo chiederci quanto fosse normale la normalità di prima. Forse è un bene che non si torni a com’eravano perché in quella normalità c’erano tante cose anormali. Adesso la sfida è ricostruire su basi che vadano incontro alle vere priorità. L’essere umano è tassello di una creazione molto più ampia, più ricca e che si tiene tutta. Da credenti dovremmo saperlo, ma alcune situazioni lo rendono più evidente».

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Consultazione metodista solo online

Da Riforma
Si è scelta una modalità alternativa per mantenere questo momento di confronto
«Finito il triste e difficile periodo di lockdown, siamo entrati nella cosiddetta fase 2, altrettanto complessa ma forse con un maggior grado di incertezza anche a fronte di una crisi economica che morde ferocemente la vita di molti».
In questa situazione, spiega la pastora Mirella Manocchio, presidente del Comitato permanente (Cp) dell’Opcemi (Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia), si è ritenuto che non fosse possibile svolgere la Consultazione metodista secondo le consuete modalità. Pertanto, come preannunciato nella circolare di Pasqua, si è deciso di svolgerla in via telematica domenica 24 maggio, giornata che ricorda la cosiddetta “conversione” di John Wesley.
Il Cp, continua Manocchio, «ha ritenuto importante salvaguardare la possibilità per le chiese metodiste di partecipare al consueto incontro nazionale sebbene in una forma differente. Questo è possibile per la Consultazione metodista perché non è un’assemblea decisionale, ma un momento di incontro e confronto».L’idea è offrire alle chiese la possibilità di un confronto non solo sull’operato del Comitato, ma un tempo per riflettere sulle conseguenze di questa pandemia a ogni livello, anche spirituale. «Il focus della Consultazione sarà, infatti, – spiega la presidente –
su quattro temi centrali: l’azione sociale delle nostre chiese, i rapporti internazionali e l’ecumenismo, la gestione del bilancio e una riflessione prospettica su questo tempo che ci attraversa».
I lavori si svolgeranno dalle 9,30 dopo un momento di preghiera e accoglienza musicale, con l’analisi della relazione del Cp e un breve dibattito su alcune parti della relazione. La mattina si concluderà con alcuni saluti istituzionali. I lavori riprenderanno alle 14,30 con brevi comunicazioni e alle 15 si terrà il culto di Rinnovamento del Patto, organizzato dal Cp in collaborazione con la redazione di Confronti, sfruttando il consolidato modello dello ZoomWorship, in modo da coinvolgere anche persone non appartenenti alle chiese metodiste.
Proprio in un momento così difficile è importante la partecipazione cospicua di sorelle e fratelli delle chiese locali, dei consigli e degli iscritti a ruolo impegnati in chiese metodiste, di direttori e direttrici e membri dei comitati delle opere, per condividere riflessioni, tracciare prospettive future, condividere la Parola e lo spirito di comunione al quale il Signore ci chiama.Per partecipare alla Consultazione si deve scrivere all’email metodismo@chiesavaldese.org. La relazione del Cp verrà inviata a chi di diritto entro il 15 maggio, e in prossimità del 24 maggio verrà inviato un link per en-
trare nella piattaforma su cui si terrà la Consultazione.

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Cancellato il Sinodo 2020

Rinviata di un anno l’annuale assemblea delle chiese metodiste e valdesi da chiesa valdese.org

Torre Pellice, 10 Maggio 2020

L’annuale Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, che avrebbe dovuto svolgersi dal 23 al 28 agosto prossimo a Torre Pellice (TO), non avrà luogo a causa delle limitazioni e prescrizioni imposte dall’emergenza sanitaria in corso. Ad annunciarlo è la Tavola Valdese in una lettera alle chiese. Le forti limitazioni alla libertà di circolazione delle persone e la logistica della complessa macchina sinodale renderebbero assai difficile l’organizzazione della massima assemblea delle chiese metodiste e valdesi. Dopo un’attenta valutazione di opzioni alternative che non si sono rivelate fattibili, la Tavola Valdese ha deciso di rimandare l’appuntamento all’agosto 2021. Naturalmente resta aperta, ove dovessero verificarsi situazioni di emergenza, la convocazione di un Sinodo straordinario. Anche le Conferenze distrettuali (le assemblee regionali di ognuno dei quattro distretti in cui sono suddivise le chiese metodiste e valdesi), in programmazione nel mese di giugno, non avranno luogo.

“Si tratta di una decisione molto dolorosa – si legge nella lettera alle chiese –. Il nostro Sinodo rappresenta molte cose: è spazio di dibattito aperto, luogo di orientamento e di decisione sui temi cruciali per la vita della chiesa; è strumento attraverso il quale si realizza il controllo sull’operato e il rinnovo dei mandati delle Commissioni sinodali incaricate di compiti importanti in ambiti essenziali della vita della chiesa, nonché di verifica del lavoro dei Comitati di gestione di opere di rilevo nazionale. Il Sinodo è anche spazio festoso di incontro allargato fra fratelli e sorelle impegnati a vivere e testimoniare l’Evangelo in aree diverse del Paese, ma anche con fratelli e sorelle che rappresentano Chiese sorelle in Italia e all’estero con cui viviamo una profonda comunione e un significativo impegno di collaborazione nella missione. Il Sinodo è, per finire, un momento importante di presenza nello spazio pubblico della chiesa, che si mostra nella sua variegata realtà, nel suo essere plurale, nella sua dialettica anche vivace su molti temi; a partire dal ritrovarsi in luoghi pregni di una storia di fede e di lotta per la libertà che parla ancora oggi; una storia significativa anche per l’identità civile di questo speciale lembo di terra italiana che chiamiamo Valli valdesi”.

Per i mandati dei componenti gli organi eletti annualmente dal Sinodo soccorrerà l’istituto della prorogatio, e dunque una prosecuzione degli incarichi fino a nuova elezione. Resta invece assicurato il regolare svolgimento dei processi di report e di controllo. La Tavola Valdese, infine, ideerà e organizzerà, insieme agli altri organismi competenti, opportuni spazi di analisi e confronto ai vari livelli della vita della Chiesa sui temi più rilevanti, in modo da alimentare una circolazione trasparente delle informazioni, un’ampia condivisione e un ricco dibattito i cui frutti potranno arricchire la preparazione del Sinodo 2021.

Covid19 e pratica religiosa. Il Viminale consulta le confessioni diverse dalla cattolica

Negro (FCEI): “Un incontro costruttivo alla ricerca di un equilibrio tra sicurezza sanitaria e esigenze del culto”

Una procedura inedita, dettata dall’emergenza Covid 19, quella che ha indotto il Ministero dell’Interno a organizzare ieri una conferenza telematica con i rappresentanti delle varie aree confessionali, per definire un protocollo di comportamento che consenta alle varie comunità di fede di riprendere almeno alcune attività, nel rispetto delle norme di prevenzione indicate dalla Presidenza del Consiglio. All’incontro hanno partecipato esponenti dell’Unione delle comunità ebraiche, baha’i e sikh, delle chiese ortodosse e di quella anglicana, delle associazioni islamiche, dei mormoni. Per le chiese evangeliche erano presenti il Presidente della FCEI, pastore Luca M. Negro; i pastori Gaetano Montante in rappresentanza delle Assemblee di Dio in Italia (ADI); Michele Passeretti, per la Consulta evangelica; Davide Romano, per l’Unione cristiana avventista.

L’incontro è stato convocato e presieduto dal prefetto Michele Di Bari, Direttore del Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione che, portando il saluto della Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, ha invitato tutti i partecipanti a segnalare eventuali criticità rilevate nella pratica delle religiosa delle varie comunità e a impegnarsi perché le norme di sicurezza e prevenzione del contagio vengano adottate e fatte rispettare con scrupolo e nell’interesse della collettività anche nei luoghi di culto. 

“Le chiese della FCEI – ha affermato il presidente Negro – apprezzano l’iniziativa del Ministero che riconosce l’importanza del pluralismo religioso e avvia un dialogo con varie rappresentanze confessionali. Confermano inoltre il loro atteggiamento di responsabilità: riconosciamo la gravità della situazione – ha sottolineato – e sosteniamo i provvedimenti adottati dal governo e dalle regioni per contrastare la diffusione del virus. Al tempo stesso – ha ancora affermato Negro – segnaliamo la necessità che i pastori possano svolgere la loro attività muovendosi sul territorio, anche attraversando confini regionali e che, man mano che ci si avvicina alla normalità, ai fedeli sia possibile raggiungere i luoghi di culto anche quando sono distanti dalle loro residenze”.

In qualità di consulenti del Ministero sono intervenuti anche i proff. Pierluigi Consorti dell’Università di Pisa e Paolo Naso della Sapienza – Università di Roma, apprezzando “il metodo adottato – come ha affermato quest’ultimo – e prendendo atto del senso di responsabilità con cui le varie confessioni hanno riorganizzato attività pastorali e liturgiche, nel nome di un principio superiore e universale quale la sicurezza collettiva. Quanto ai temi ancora aperti – ha ancora dichiarato – andranno affrontati adottando il metodo dell’analogia per cui anche ai ministri di culto e alle comunità religiose vanno riconosciute le libertà di movimento e organizzazione adottate per altre figure professionali e altre formazioni sociali”.

Per la FCEI è stato dunque “un incontro indubbiamente positivo”, come ha poi concluso anche il prefetto Di Bari, annunciando la presentazione di un protocollo che farà tesoro delle osservazioni emerse nel corso dell’incontro o che, in tempi assai brevi, le varie confessioni faranno pervenire al Ministero dell’Interno.

Essere Chiesa con i templi chiusi

di Paolo Naso (Da Riforma n. 20)
Èdiventata una delle questioni più dibattute, complicate e controverse degli ultimi giorni. Ci riferiamo al recente decreto del presidente del Consiglio che mantiene la sospensione delle cerimonie non solo civili ma anche religiose.
Per semplificare, diciamo che in questo dibattito si confrontano due ragioni in sé pienamente valide e comprensibili. Da una parte la ragione dello Stato che, come recita l’articolo 32 della Costituzione, «tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». E credo ci siano pochi dubbi che ancora in questi giorni la tutela passi per l’applicazione di dolorose e faticose misure restrittive delle proprie libertà. Il divieto di assembramenti e il distanziamento sociale – ci spiegano gli scienziati – sono indispensabili per evitare il contagio e la diffusione del virus.

E poi c’è l’altra ragione, quella del diritto alla libertà religiosa garantita – e citiamo nuovamente la Costituzione – dall’articolo 19 che afferma che la Repubblica garantisce il diritto di professare
liberamente la propria fede religiosa… e di esercitarne in privato o in pubblico il culto. L’articolo è uno dei pilastri su cui si regge il sistema della libertà religiosa e del pluralismo confessionale in Italia. E dobbiamo capire che, soprattutto in tempi di intensa sofferenza individuale e collettiva, c’è chi rivendica a pieno titolo il diritto a trovare sollievo e conforto nella pratica spirituale.
In tempi normali queste due ragioni – quella della tutela della salute e quella del diritto alla pratica religiosa – convivono senza problemi. In questi ultimi giorni, invece, sono entrate in conflitto tra loro. In una nota assai critica nei riguardi del Governo, la Conferenza episcopale italiana ha dichiarato di non potere «accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto».

Come spesso accade in Italia, i giornali hanno dato conto di questa tensione tra il Governo e i vertici dell’episcopato italiano ignorando altri soggetti. Questa volta hanno sorprendentemente
dedicato scarsa attenzione anche alle chiare e incisive parole di Papa Francesco che, prendendo le distanze dai suoi stessi vescovi italiani, ha invitato tutti alla «prudenza e obbedienza alle disposi-
zioni perché la pandemia non torni».

Ora, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese sembra orientata ad avviare un dialogo per definire un protocollo di comportamento per le varie comunità di fede e quindi anche con gli evangelici italiani. Che cosa diranno questi ultimi? Anche tra di loro vi sono sensibilità diverse e se le chiese storiche della Riforma – valdesi, metodisti, battisti, luterani – sembrano più orientate a riaffermare le ragioni della sicurezza collettiva e del rispetto delle norme che impongono distanziamento sociale e chiese chiuse al culto pubblico – sia pure per il tempo strettamente necessario – altre rivendicano il diritto a tornare al più presto alla normalità.

Linee operative diverse, unite però, da una stessa idea di fondo ribadita in un documento comune della Presidenza di un organismo che raccoglie la maggioranza delle chiese evangeliche, quelle storicamente derivate dalla Riforma e quelle con una storia più recente. Ribadiamo, scrivono gli estensori del documento «che la Chiesa cristiana non è un luogo fisico ma una comunità di creden-
ti che vive nella comunione in Cristo e che pertanto la sua Chiesa ha vissuto e vive anche quando i templi sono chiusi, nella preghiera, nella fraternità e nel servizio agli altri».

In conclusione, anche nell’isolamento fisico e nel silenzio degli absidi e delle navate, la comunità dei cristiani è Chiesa e, in un tempo ancora pasquale, testimonia che la vita dell’amore in Cristo
prevale sulla morte del Covid-19.

La rubrica «Essere chiesa insieme», a cura di P. Naso, è andata in onda domenica 3 maggio
durante il «Culto evangelico», trasmissione di Radiouno a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia

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Covid-19. Alessandra Trotta: Parole e opere di speranza

La Tavola valdese ha destinato la prima parte degli 8 milioni di euro dei fondi dell’Otto per mille per l’emergenza Covid-19. Intervista alla moderatora Alessandra Trotta di Alberto Corsani, direttore di Riforma

(NEV/Riforma.it), 27 aprile 2020 – Pubblichiamol’intervista integrale del direttore di Riforma Alberto Corsani alla diacona Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese


La Tavola valdese ha comunicato il 19 marzo scorso di intervenire con 8 milioni di fondi Otto per mille
per contribuire a gestire l’emergenza Coronavirus nel nostro Paese. Una decisione tempestiva, ma con la consapevolezza di guardare oltre: considerando cioè le conseguenze economiche, psicologiche e sociali della pandemia, intuibili già a marzo, e che oggi vediamo confermate. Come si articolava dunque questo duplice intendimento? Lo chiediamo alla diacona Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese.

In effetti abbiamo pensato a un piano in due tempi: un primo tempo con interventi a supporto dell’impegno di diagnosi, cura e contenimento del contagio da parte del sistema sanitario, con un’attenzione rivolta non solo agli ospedali e alle regioni più colpite, ma anche a quei servizi di medicina territoriale e di prossimità che, molto indeboliti negli ultimi anni dalle scelte compiute nella gestione della sanità pubblica, mostrano in questo momento di avere un’importanza fondamentale nella prevenzione dei rischi e nella garanzia di adeguatezza di cura per tutti. Seguirà un secondo piano di interventi che sarà orientato a contribuire, con qualche misura più sistematica, alla ripresa sociale ed economica del Paese, a partire dai bisogni delle fasce della popolazione più esposte a subire le conseguenze devastanti dei provvedimenti assunti per fronteggiare questa emergenza. Ci tengo a precisare che, accanto a questi interventi straordinari, proseguirà l’ordinario supporto al prezioso impegno sociale ed assistenziale portato avanti dai tantissimi enti del Terzo settore (673 nel 2019) che ogni anno accedono con i loro progetti a un finanziamento dell’otto per mille assegnato alle nostre chiese.

Possiamo vedere nel dettaglio a chi si indirizza l’intervento della prima fase?

Questa parte dell’intervento ha raggiunto innanzitutto gli ospedali di Bergamo e Brescia, città fra le più colpite, finanziando l’acquisito di importanti attrezzature, ma anche, a Bergamo, l’intervento di personale specializzato per la gestione di nuovi posti letto di terapia intensiva. Sono state raggiunte anche le Marche, supportando un intervento di sostegno nell’ospedale di Pesaro e in varie RSA e la formazione di personale medico e paramedico da impegnare nelle cure domiciliari in varie città. Sono state messe a disposizione delle risorse, ancora, per gli Ospedali evangelici di Genova e di Napoli, che hanno dovuto profondamente modificare la propria organizzazione per concorrere alle necessità dei sistemi sanitari ligure e campano di fronte all’emergenza. Un’altra parte degli interventi già attuati ha raggiunto, poi, le campagne del Foggiano e le periferie di Roma, attraverso l’attivazione di cliniche mobili attrezzate per la prevenzione del rischio presso fasce di popolazione che vivono in condizione di particolare fragilità. Restano da attuare due interventi: un contributo a un’importante azione istituzionale in fase di definizione in Calabria, con l’attivo coinvolgimento della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), per il superamento del grave fattore di rischio rappresentato dalle baraccopoli sorte intorno alle campagne della Piana di Gioia Tauro. E infine un intervento in Piemonte, in particolare nelle zone di Pinerolo e delle valli Germanasca, Chisone e Pellice, in cui la storica, significativa presenza delle nostre chiese ci fa sentire particolarmente responsabilizzati, ma anche capaci di offrire un’operatività che possa contribuire allo sviluppo della medicina territoriale e della domiciliarità con una presa in carico globale dei malati e delle loro famiglie in ambienti non ospedalieri.

Nel comunicato con cui la Tavola valdese ha illustrato la prima parte del piano di interventi per l’emergenza Covid si trovano effettivamente indicati molteplici livelli, fra questi anche il riferimento al sostegno alle chiese locali, per quella dimensione comunitaria che è un altro aspetto della diaconia stessa. Come mai ?

Questa domanda mi offre l’opportunità di precisare la centralità del ruolo delle nostre chiese locali anche in questo frangente. Le chiese valdesi e metodiste nel nostro Paese sono spesso conosciute soprattutto per alcuni pronunciamenti pubblici su grandi temi sociali o etici, per azioni umanitarie di grande visibilità come i corridoi umanitari o per gli interventi della nostra diaconia più istituzionale e organizzata in Centri conosciuti e apprezzati al livello locale o nazionale. Ma senza le piccole chiese locali, formate da membri di chiesa attivamente e appassionatamente impegnati nella predicazione dell’Evangelo e nell’alimentare una vita comunitaria nella quale trovi radicamento un cammino di fede che si esprime anche nella costruzione, alla luce dell’Evangelo, di relazioni umane radicalmente alternative, non vi sarebbero quelle Istituzioni sociali o assistenziali, non vi sarebbero quelle azioni di denuncia sociale, di promozione dei diritti, di lotta per la giustizia, che portiamo avanti perché vi riconosciamo una coerente espressione del compito di annuncio evangelico che la Chiesa è chiamata ad assolvere. In questa emergenza, abbiamo fiducia che le nostre chiese locali sapranno assolvere, con ulteriori interventi diretti per i quali la Tavola metterà a disposizione delle risorse raddoppiate, un compito di supporto a coloro che, intorno a loro, dentro o fuori le chiese, già vivono la marginalità o che, per il Covid-19, hanno ridotto o perso il lavoro e non possono più pensare con serenità a una tranquilla vita quotidiana.

Questo rilevante intervento da parte della Tavola valdese è anche espressione di una consapevolezza spirituale ed è di fatto anche una testimonianza: che cosa muove i e le credenti a rendersi disponibili a fianco ai loro concittadini e quale può essere il messaggio di speranza che i protestanti possono portare anche in questo momento che non è solo di emergenza sanitaria ma anche di disorientamento degli individui?

Le nostre chiese da sempre interpretano la fede cristiana come fiducia di essere parte di un piano di Dio per l’intera sua creazione – un piano di vita piena, buona e abbondante per tutti – che chiama ogni singolo individuo, riconosciuto e valorizzato nella sua unicità, dignità e libertà, a mettere a frutto i suoi talenti al servizio del bene comune. Come credenti che vivono così la loro fede, siamo sfidati a vivere questo tempo, dominato dal senso di precarietà e dal disorientamento di fronte a un mondo che sembra crollare nelle sue certezze, nel suo profondo significato spirituale, ponendoci all’ascolto di ciò che il Signore ci sta dicendo, cercando di leggere i segni dei tempi e reagendo in coerenza con l’Evangelo. Pensiamo a come questa situazione sta interrogando le categorie, anche biblicamente molto dense, di vicinanza/distanza, aperto/chiuso, schiavo/libero, solo/insieme. Sarebbe grave coltivare l’illusione di tornare, anche come chiese, alla normalità di prima, senza cogliere l’opportunità unica di una ricostruzione nella direzione della solidarietà sociale, della sostenibilità ambientale, della riduzione delle diseguaglianze, nell’accesso ai beni essenziali come la salute, l’educazione, la casa, di un sistema di organizzazione del lavoro che si concili meglio con le esigenza di cura familiare e del riposo. Invochiamo tutti, dunque, l’aiuto del Signore per crescere nella capacità di vivere come comunità evangeliche, contagiatrici, in parole ed opere, di una speranza viva di conversione e rinascita.