E’ la nostra storia

Atti 6 1-7 – Appoggio 1 Corinzi 12 7-10

Istituzione dei diaconi
1 In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell’assistenza quotidiana. 2I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. 3 Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4 Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola».
5 Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia. 6 Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7 La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche un gran numero di sacerdoti ubbidiva alla fede.

7Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. 8 Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; 9 a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; 10 a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l’interpretazione delle lingue; 11 ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.

Il libro degli Atti degli Apostoli è uno dei miei punti di riferimento preferiti quando si tratta di predicare,

i grandi racconti dell’Antico Testamento ci descrivono l’intervento di Dio nel mondo e il suo rapporto con l’uomo e sono ricchi di spunti anche per noi uomini tecnologici del XXI secolo, alcuni sono fantastici ed altri poco proponibili nella nostra società così differente ma restano sempre dei momenti molto utili per i credenti.

I testi del Nuovo Testamento che ci raccontano la presenza viva e pulsante di Gesù Cristo il Salvatore fra gli uomini e le donne sono ovviamente la base della nostra fede,

attraverso la descrizione dei miracoli operati dal Maestro, delle parabole da lui raccontate, delle sue parole e dai suoi gesti descritti nei vangeli noi siamo quelli che siamo oggi, sia come singoli credenti sia come comunità sia come chiesa organizzata.

Ed ancora le lettere di Paolo e degli altri scrittori che ci hanno tramandato le interpretazioni dell’opera di Gesù e le indicazioni per metterla in pratica in questa nostra società,

ci hanno messi in guardia verso i possibili errori in cui le chiese possono cadere e verso peccati e mancanze che l’animo umano non sempre riesce a tenere lontani.

Gli Atti degli Apostoli sono però una storia particolare, una bellissima e commovente storia, la storia di come la chiesa cristiana è nata, ha superato le prime difficoltà ed ha saputo iniziare l’opera di missione indicata da Gesù ai suoi discepoli.

E’ la storia di uomini e donne, si anche donne !!!, che hanno creduto nel Figlio di Dio, spesso senza averlo visto come noi, e che hanno deciso di impegnarsi per far conoscere le sue parole al mondo.

Il libro degli Atti è la storia di uomini e donne che hanno fatto una scelta e che nelle loro umane debolezza hanno cercato di portare avanti nel tempo.

E’ la storia di uomini e donne che arriva fino ad oggi qui in questa chiesa e che però prosegue domani e fino a che Nostro Signore vorrà nel futuro di questo mondo.

E’ la quindi anche la nostra storia fratelli e sorelle,

o meglio noi siamo un capitolo di questa storia, speriamo non l’ultimo, di quel libro, noi siamo il capitolo da aggiungere alla storia della chiesa, certo nessuno inserirà le vicende della chiesa di Roma XX Settembre, di Villa San Sebastiano, di Terni alla fine degli Atti nel canone Biblico

ma d’altra parte neanche Martin Lutero, John Wesley o Luther King ne hanno uno ma è indubbio che le loro vicende siano a tutti gli effetti “storia della chiesa”.

Insomma fratelli e sorelle, il libro degli Atti è la storia della nostra chiesa e come tale ci suggerisce molti spunti di riflessione perché alla fine l’animo umano è cambiato poco in questi secoli,

certo la società in cui le comunità si muovono è molto differente, la scolarizzazione, la comprensione di molti fenomeni naturali e no, la tolleranza sono del tutto differenti da allora ma se leggiamo oltre questi aspetti diciamo così “sociali” ci accorgiamo che poco è cambiato nell’ambito dei rapporti umani e dei rapporti con gli altri.

Di questo brano, che apre il sesto capitolo, possiamo intanto dire che normalmente si legge come la “presentazione” (fra virgolette) di Stefano, il primo martire della chiesa la cui vicenda è meglio narrata nel capitolo successivo che tutti noi ben conosciamo

e quindi viene velocemente narrato soffermandosi sulle vicende successive

oppure la riflessione si sofferma sul fatto che in questo brano vengono ufficialmente nominati, per la prima volta, i diaconi, ovvero i membri di una chiesa specificatamente consacrati per l’assistenza ai malati ed ai poveri.

Questa parte del testo, per noi di tradizione Metodista, è molto interessante essendo la diaconia nella società una parte molto importante se non distintiva del nostro modo di essere chiesa nel mondo.

Domandiamoci quindi perché in quella che ci viene descritta come una comunità ideale in cui molti (non proprio tutti se ricordiamo l’episodio di Saffira e Anania) mettono in comune i beni in vista di un ritorno di Gesù e dell’instaurazione del Regno dei Cieli

In una comunità che sembra essere quasi una prima realizzazione del regno di Dio in terra, in questo gruppo di credenti

“sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell’assistenza quotidiana”

Chi fossero gli ellenisti in quella particolare situazione non è chiaro, una delle ipotesi più attendibili teorizza che molti ebrei della diaspora tornassero a Gerusalemme in tarda età per vivere gli ultimi loro giorni vicino al tempio nella terra dei loro padri e lì seppelliti, le loro vedove non avendo famiglie alle spalle si trovavano in difficoltà alla morte dei mariti e appunto non avevano di che sostenersi.

Il fatto che venga citata l’assistenza quotidiana fa intendere che si trattasse proprio del pane per sopravvivere tutti i giorni.

Le vedove degli ebrei cioè di coloro che non si erano mai mossi dalla Palestina avevano quella che noi oggi chiamiamo “rete familiare” a sostenerle con la propria solidarietà e non versavano nella maggior parte dei casi in gravi problemi si sussistenza.

Anche nella comunità iniziale di Gerusalemme esistevano dunque gruppi o tendenze diverse ma questo non gli impediva di essere estremamente efficaci nella predicazione se il versetto sette ci dice che: “La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme”.

Sembra invece che l’assistenza ai deboli non fosse appunto uguale per tutti, che potessero quindi esistere delle discriminazioni a seconda del gruppo a cui di apparteneva.

Per risolvere questa situazione gli apostoli che secondo la definizione del testo sono tutti “Ebrei” decidono di eleggere delle persone specificatamente addette alla funzione di gestione dell’assistenza.

Questa elezione che deve far fronte a cause fin troppo umane: i mormorii di alcuni e le presunte discriminazioni di altre però ci fa riflettere, e questa riflessione è ancora valida per noi cristiani moderni.

Come abbiamo letto nel secondo brano cioè la lettera di Paolo ai Corinzi l’impegno nella chiesa è lodevole e nessuno ne è escluso ma ognuno di noi ha doni particolari regalatici dal Signore. L’utilizzo corretto e appropriato di questi doni è il modo in cui i fedeli servono la Chiesa.

La divisione del lavoro, chi ha il dono della predicazione non dovrebbe essere caricato di incarichi amministrativi (nel brano degli Atti sovrintendere alla distribuzione degli aiuti alle vedove) e questo vale anche all’incontrario chi è abile (ha il dono appunto) a gestire l’amministrazione non dovrebbe essere impiegato in mansioni che gli riescono peggio come predicare appunto.

Ogni fratello ed ogni sorella deve essere incoraggiato a servire il Signore secondo i suoi doni e non affidando tutti gli incarichi ai soliti volenterosi, prassi che nelle nostre chiese è invece troppo spesso seguita. Appena una persona si rende disponibile per magari fare il monitore alla scuola domenicale la si arruola anche nel catechismo, in consiglio di chiesa e magari gli si chiede anche qualche predicazione.

Certo anche la comunità di Gerusalemme seguiva poco questa saggia indicazione visto che almeno due dei sette diaconi sono famosi più per la loro predicazione (Stefano appunto e Filippo) che per l’amministrazione degli aiuti,

ma in quella situazione forse aveva prevalso maggiormente il voler affidare a membri della comunità di origine greca (tutti i nomi dei diaconi sono in effetti nomi greci) un ruolo per coinvolgerli maggiormente e rappresentare quella parte della comunità.

Una cosa ci ricorda ancora questo brano che ogni incarico di una chiesa dovrebbe essere affidato ad un credente, un fratello o una sorella che a fianco di una propria conoscenza tecnica della materia lavori sotto la guida dello Spirito Santo, questo garantisce che l’impegno cerchi il più possibile di essere conforme alla strada indicataci da Gesù.

Come possiamo quindi vedere anche questo brano del libro degli Atti ci restituisce molte note per la vita e la testimonianza di noi cristiani del XXI secolo.

Intanto il ricordarci che ognuno di noi ha ricevuto dal Signore un dono e nessuno di questi è inutile alla testimonianza della chiesa.

Certo alcuni possono sembrare più importanti e forse lo sono anche, certo la predicazione della Parola del Signore può sembrare il primo ma anche l’esempio fa da testimonianza molto importante, i molti martiri della fede fecero proseliti solamente con il loro comportamento senza bisogno di prediche, sermoni o bei discorsi.

Ricordiamoci poi sempre che se la predicazione è efficace lo si deve anche alla scuola che i predicatori frequentano o hanno frequentato da bambini, il predicatore è anche molto più efficace se qualcuno provvede alle sue necessità materiali magari concorrendo al fondo ministero che permette loro di preoccuparsi principalmente di testimoniare.

Ma in questo brano c’è di più, c’è il riconoscimento della testimonianza nella diaconia, nel servizio perché questo in greco vuol dire, “servire”

servire il fratello e la sorella in difficoltà è altrettanto importante perché anche questo è l’annuncio del Regno di Dio.

E’ un discorso che noi metodisti ci siamo ripetuti mille volte ma che rimane sempre utile ricordarci.

Ed ancora, ripensiamo all’inizio di questo brano e paragoniamolo alle situazioni attuali delle nostre comunità, anche adesso all’interno della Chiesa esistono sensibilità differenti, opinioni differenti, schieramenti differenti.

Pensiamo alla annosa questione dell’accettare o meno l’otto per mille, questione non del tutto chiusa, pensiamo alla benedizione delle coppie gay, pensiamo alle modifiche della liturgia per coinvolgere maggiormente i nostri fratelli provenienti da paesi e cultura differenti, pensiamo alle diverse sensibilità che esistono nell’amministrazione dei nostri stabili.

Riflettiamo e ricordiamoci su quante situazioni teologiche, economiche o amministrative all’interno delle nostre chiese si sono creati schieramenti di pensiero differenti.

sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei

Ecco quante volte sorgono anche oggi dei mormorii all’interno delle nostre chiese?

Quante volte sorgono dei mormorii all’interno di una stessa comunità?

E’ successo a Gerusalemme due millenni fa ed ancora si percepiva la presenza di Gesù fra loro volete che non possa succedere oggi fra noi? Noi credenti che siamo di fronte ad una società molto più complessa di quella dell’epoca?

Erano esseri umani e siamo esseri umani con tutti i nostri difetti, ma non è questo l’importante, la cosa che deve veramente farci riflettere è quanto enunciato nel versetto sette:

La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme;

Le discussioni nelle chiese che ci sono e ci sono sempre state non devono impedire ad esse di portare avanti il loro unico scopo nel mondo: la testimonianza di Gesù Cristo nostro Salvatore,

il che attenzione non vuol dire che i “panni sporchi si lavano in famiglia” come dice il proverbio mostrando quindi all’esterno un inesistente fronte uniforme per mascherare i possibili disaccordi interni, è giusto che una comunità discuta delle proprie differenze di sensibilità in maniera pubblica e onesta: il Sinodo che si aprirà fra poche settimane è proprio una di queste occasioni.

Ma deve avere comunque un obbiettivo preciso e fisso in mente, uguale per tutti i propri membri a prescindere dai doni che nostro Signore ci ha dato, e questo è, o dovrebbe essere, chiaro per tutti.

 

Preghiamo

Signore ti ringraziamo per la tua parola, ti preghiamo che il commento ad essa sia stato fedele al tuo pensiero e non sia stato usato e distorto da chi ha avuto il compito di portarlo alla tua comunità.

Fa che essa ne tragga giovamento e sprone per l’impegno che essa si e’ assunta in questa nostra società.

Perdonaci se così non è stato e dacci la forza per continuare l’opera della tua volontà Amen.Villa San Sebastiano 29 Luglio 2018

Montesacro 24 Febbraio 2019

Roma XX Settembre 18 Agosto 2019

Enrico Bertollini

 

O eterno fuoco, fiamma d’amore

Giov. 14, 23-26

Ho incontrato, ormai parecchi anni fa, un giovane, che chiameremo Evind, cresciuto in Albania, in un contesto, allora, completamente ateo, senza alcuna idea di che cosa potesse essere una vita nella fede o nella chiesa. Dopo la fine del regime comunista, alcuni missionari protestanti inserirono Evind nei loro programmi di formazione, in vista del battesimo. Di fronte alla sua fatica nel comprendere che cosa potesse essere la fede cristiana, i missionari dissero che le risposte decisive non potevano venire dai ragionamenti o dalle spiegazioni. Evind sarebbe stato battezzato e lo Spirito santo avrebbe risposto alla sue domande. Il giorno del battesimo venne, accolto con molta gioia e, anche, con infinita curiosità. Evind, infatti, non riusciva a immaginarsi che cosa si sarebbe dovuto aspettare. Certamente, però, sarebbe accaduto qualcosa che gli avrebbe chiarito le idee su Dio, Gesù Cristo, la salvezza e quella esperienza chiamata fede, della quale i missionari parlavano come se la conoscessero bene e la maneggiassero con molta sicurezza.
La sorpresa fu che, dopo il battesimo, le domande, i dubbi, le incertezze su questa faccenda di Gesù continuarono, più o meno come prima. Lo Spirito santo, a quanto pare, non era stato abbastanza chiaro; oppure il battesimo non era riuscito tanto bene; oppure c’era un altra spiegazione? Ma quale?

Secondo l’evangelo di Giovanni, in effetti, la venuta dello Spirito accade in uno spazio che, almeno a prima vista, è caratterizzato da una certa paura di fronte a un vuoto. Gesù moltiplica le rassicurazioni: “il vostro cuore non sia turbato”; “vado a prepararvi un luogo”; “se chiederete qualcosa nel mio nome, lo farò”; “non vi lascerò orfani”. Proprio l’abbondanza di esortazioni a star tranquilli, tuttavia, evidenzia il problema: Gesù sta per lasciare questo mondo e il vuoto che ciò determina turba i discepoli. Presenza è poter vedere, toccare, parlare: presenza è fisicità. Forse una delle caratteristiche del nostro tempo è precisamente il tentativo di riprodurre la fisicità della presenza anche in caso di assenza, attraverso la parola trasmessa in tempo reale, la voce e l’immagine veicolate da Skype. Dove va Gesù, però, non arriva nemmeno Skype. Si tratta di un’assenza che non può essere ridimensionata da imitazioni di presenza.
Le rassicurazioni di Gesù, in effetti, non parlano di surrogati: dopo la sua partenza, Gesù sarà più presente di quando era presente. Verrà lo Spirito di Dio, qui chiamato anche “il Consolatore”, ed egli “insegnerà ogni cosa” e “ricorderà” ai discepoli la parola di Gesù. Qui, però, si produce una situazione abbastanza simile a quella di Evind. Già il termine “spirito”, che nelle lingue della Bibbia è lo stesso che indica il “vento”, suggerisce qualcosa di inafferrabile che appunto, come dice Gesù altrove, “non si sa da dove viene e dove va”. Se diciamo che qualcuno è “presente nello spirito”, intendiamo di solito dire che appunto non c’è: noi ci ricordiamo di lui, precisamente perché non è qui.

In effetti è così: la fede cristiana parla in continuazione di un Signore Gesù Cristo che essa non vede, non tocca e non sente con le orecchie. E’ ovvio, certo, lo sappiamo bene. Ma forse il primo dono di Pentecoste, del Consolatore, è proprio questo, di spiegarci che non è così ovvio. La fede conosce la perplessità, il dubbio, del nostro Evind. Essa conosce la nostalgia e il desiderio per un Signore che non è presente qui, fisicamente, come lo siamo noi gli uni agli altri. La fede donata dallo Spirito conosce anche il dubbio e la tentazione dell’incredulità. Il Consolatore non ti permette di fare spallucce e di dire: Va beh, un po’ di religione va bene comunque.
Per noi, che siamo cresciuti, a differenza di Evind, in un contesto più o meno cristiano e facciamo parte di una chiesa questo è il primo dono di Pentecoste: lo Spirito non ci permette di addormentarci nella normalità religiosa. Dove accidenti è questo Cristo? Quando torna? Perché la storia del mondo parla di tutto tranne che di lui? Queste domande, spesso davvero inquietanti, sono spirituali, potremmo dire “pentecostali”. Quella di Evind, in questo senso, è stata in effetti un’esperienza dello Spirito: l’interrogazione, la ricerca, non finiscono con Pentecoste. Semmai, la venuta dello Spirito le rende acute, penetranti, sofferte anche.

Gesù, però, dice anche che lo Spirito “insegnerà ogni cosa”. Ma che cosa ci insegna, alla fine, se poi ci teniamo i nostri dubbi? Che cosa ci insegna, lo Spirito, su questo mondo pieno di lacrime e sangue? Come risponde alle domande che si affollano nel nostro cuore, quando ci sembra, molto semplicemente, che le parole su Gesù, e magari anche quelle di Gesù, che ascoltiamo nella Scrittura, siano vuote? Insomma: che cosa possiamo aspettarci, da questo benedetto Spirito? Non la fine delle domande, ma il fatto che esse sono rivolte sempre di nuovo a lui; non la fine della ricerca, bensì il fatto che essa non è condotta nel vuoto, o nella nebbia dei nostri umori psicologici o esistenziali, bensì in dialogo, magari polemico, ma reale, con Gesù. La fede non è nemmeno la fine del dubbio, anche profondo: bensì il fatto che il dubbio conduce, sempre di nuovo, a interrogare questo Gesù, insieme agli altri, nella chiesam quella reale, fatta di donne e di uomini.

Il nostro Evind, del quale abbiamo parlato all’inizio, è rimasto sorpreso, e anche un po’ deluso, precisamente perché, dopo il battesimo, le domande sono rimaste. L’evangelo, invece, è il contrario: lo Spirito ci conduce ogni giorno di nuovo a interrogare Gesù, a non lasciarlo in pace, come lui non lascia in pace noi. Dove il nome di Gesù è una specie di formuletta religiosa, o anche magica, che chiude le questioni. La speranza evangelica, e la preghiera della chiesa, sono che l’inquietudine, la curiosità, la passione, spesso la rabbia, altrettanto spesso la speranza, a volte la gioia, accese dal nome di Gesù siano il centro della vita di noi tutti.

Amen

prof. Fulvio Ferrario

Paolo e gli ateniesi

Sermone: Atti 17:22-34 (Il discorso di Paolo agli ateniesi)

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, per questa domenica ho scelto di riflettere con voi un brano dal libro degli Atti degli apostoli al capitolo 17 versetti da 22 a 34. Una delle letture bibliche che il nostro libretto un giorno una parola aveva indicato per oggi.
L’apostolo trattò in questi versetti due temi principali che attestano il vero Dio:
1) Dio colui che è la discendenza di tutti i popoli delle nazioni.
2) Dio per mezzo di Gesù risorto dai morti gli uomini saranno giudicati e credere in lui è la vera conversione.
Care e cari, uno dei luoghi oggetto del viaggio missionario di Paolo era in Grecia, a Atene.
L’apostolo Paolo andò lì ad annunciare l’evangelo in nome di Gesù Cristo. A questo proposito, o per questo intento, era apparso in lui osservando il popolo ateniese, che purtroppo il popolo adorava un Dio che non conosceva. La rivelazione di Dio, perciò, in ognuno e ognuna di noi viene messa in discussione a partire dalla nostra conoscenza o non conoscenza di chi è LUI. La distinzione tra DIO maiuscola e gli dei minuscole che sono le creazioni dell’uomo ci fa venire in mente il vitello d’oro che aveva costruito e adorato dal popolo d’Israele, facendo Dio si adirò a tal punto che l’aveva punito.

A partire da quest’esperienza dell’apostolo Paolo, la storia ci insegna che siamo fortunati ad aver superato in parte quel tipo di ignoranza che parlava nella vita vissuta dagli ateniesi. Un popolo religioso in dominio e in esso dominavano le credenze e le superstizioni portandoli a professare una fede sviluppata dalla mente attraverso concezioni vaghi, ingabbiandoli, anziché trovare il Dio che li possa liberare. Era opportuno e giusto quello che disse Paolo «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio>>.
Così, i versetti dal 24 al 26, ci fa ritornare in mente l’origine della fede con le testimonianze della descrizione del Dio che ha fondato il mondo, con piena convinzione l’apostolo Paolo dichiarò allora, indicando veramente chi è Dio, chi è il vero Dio. L’apostolo Paolo voleva dire nel suo discorso a Aeropago un nuovo insegnamento al popolo ateniese era antico e originale, ma era proprio la base. Ciò che crediamo a partire dal Credo che professiamo su Dio cioè che cosa deve credere veramente, ciò che deve tener in mente un uomo che è riguarda Dio.
La prima strofa dell’inno 31 che abbiamo cantato dice:
<<La terra ed i cieli con vivo fulgor, raccontan la gloria del Dio creator; tremenda ci mostran la sua maestà, ma pur ci rivelan la sua carità>>.
Allora, la fede dell’apostolo Paolo fu chiara, non ebbe alcun dubbio sulla sua conoscenza dell’identità di Dio. Il racconto della creazione, Lui è il principio di tutta la creazione così anche ‘Il credo apostolico’ sono le testimonianze dell’identità di Dio: Dio è colui che ha fatto il mondo. E’ il Signore del cielo e della terra. Egli ha fatto tutte le cose. Egli che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Insomma è il Dio della creazione.
Le parole del nostro credo, la professione della nostra fede che recitiamo insieme in comunità è necessario quando ci viene a mancare qualcosa durante i momenti del dubbio e della prova, soprattutto quando le notizie discriminanti dominano, prevalendo l’ignoranza della conoscenza di Dio vivente. Dio non abita nei templi costruiti da mani d’uomo. Egli non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa.

Vengo al secondo tema principale di questo discorso di Paolo in cui ci rammenta che ci sarà un momento di giudizio in cui darà a tutte le sue creature la prova della loro fede professata. Un vero credente è colui che professa di credere Dio che ha fatto tutto e allo stesso tempo colui che crede in Cristo Gesù suo Salvatore. In Lui Dio farà la giustizia al tempo giusto, in lui la giustizia era già rivelata e sarà compiuta al giudizio finale, l’ora del resoconto dei convertiti a lui. Perciò l’apostolo doveva a sua volta comandare a tutti e a ogni luogo di pentirsi, di ravvedersi dai propri peccati.
Il Dio sconosciuto, verrà conosciuto da tutti e da tutte le nazioni che chiederanno perdono dai loro peccati commessi. Il tempo dell’ignoranza è ormai passato. In questa predicazione dell’apostolo Paolo ci ricordiamo che non c’è più niente di nascosto in questo mondo. Tutto è rivelato poiché tutti sapranno chi è Dio. <<Essi mi conosceranno che io sono il Signore>> (Es. 3,7). La vera conversione dell’uomo credente si esprime nell’accettare che Cristo Gesù era risorto dai morti perché in questo modo Dio aveva voluto dimostrare che l’uomo non può mai salvare se stesso dai suoi peccati (non con le sue opere di devozione appunto con la sua religiosità), così credendo a questo piano di Dio l’uomo acquisisce una nuova vita, una vita che ha un senso. Inoltre, colui che crede nella risurrezione di Gesù fa nascere in sé la prova della presenza e vicinanza di Dio.

Nel libro degli atti degli apostoli in se sono racchiuse le testimonianze di come i discepoli di Gesù avevano svolto il loro mandato di annunciare l’evangelo del Cristo Risorto e le persecuzioni che avevano subito. Molti credettero così vediamo anche che la conversione serve in ogni epoca per testimoniare Dio affermato Sovrano Creatore del mondo e che vuole far vivere chiunque in pace.
“Ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio”.
Sappiamo la storia della conversione dell’apostolo Paolo e conosceva Dio e anche molto bene a causa di Gesù. Fu chiamato poi ad annunciarlo soprattutto agli stranieri e perché Dio si rivelò a lui ci furono delle conversioni che si proseguirono per la Nuova Via cioè l’evangelo in Cristo Gesù risorto. Era un messaggero del Dio vivente. Perciò Dio il divino non è un oggetto prezioso, come oro ed argento o una pietra scolpita. E’ il Dio vivente la fonte della tua e della mia vita.
Siamo ancora nel tempo della Pasqua, Gesù Cristo era risuscitato dalla morte.
Questo è il messaggio che risuona ancora nelle predicazioni delle nostre chiese.
Cogliamo in questo tempo di Pasqua il messaggio dell’apostolo Paolo che ci ricorda oggi il Dio della nostra discendenza. Sbarazziamoci ogni pensiero che distorce il vero volto di Dio. Non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana.

Appare anche a noi lettori di questo brano oggi, che l’apostolo aveva messo in evidenza la differenza fra l’uomo religioso e l’uomo credente. Pensate un atteggiamento di un uomo religioso, di avere un dio sconosciuto e adorarlo senza conoscerlo. E’ come dire ti rivolgo tutta la mia attenzione senza che io sapessi di te. Come si può dichiarare di amare UNO senza conoscerlo? Un gruppo di persone che professa una fede in un Dio che non conosce è il problema più grave che emerge da questo brano. Questo porta a creare confusione, disordini mentali e un’esistenza senza fondamento e senso. Per fortuna quando eravamo bimbini i nostri monitori e le nostre monitrici della Scuola domenicale ci avevano insegnato e letto la parola di Dio nella Bibbia, istruendoci piano piano chi è il Dio che dovevamo credere. Anche se fino adesso non possiamo pretendere di conoscerlo pienamente perché Lui è al di sopra di noi, ma possiamo porre la nostra fiducia che egli continuerà a rivelarsi a noi con la sua presenza nella nostra vita quotidiana. Amen.

past. Joylin Galapon

Pace a voi

Sermone: Giovanni 20,19-23

Care sorelle e cari fratelli nel Signore , <<Pace a voi>><<pace a te sorella mia e fratello mio>>. I cristiani si incontrano in chiesa, nei luoghi di culto e si salutano con queste parole del Signore Gesù.

Il primo giorno dopo il sabato, dopo che Gesù era risuscitato apparve a Maria Maddalena, poi dopo ai suoi discepoli. Gesù li salutò e disse: <<PACE A VOI>>. Poi soffiò un alito di vita dicendogli: << «Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». I discepoli ricevettero in eredità queste parole <<Pace a voi, ricevete lo Spirito Santo>> dal loro Maestro, il Rabbunì. Queste parole sono come un sigillo, un pegno, un tesoro che si depositerà in loro e per chi crederà nel vangelo del perdono, colui che sarà battezzato nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo. Gesù gli accompagnerà nel compiere il loro mandato, e saranno dei messaggeri della parola della risurrezione. Essi si recheranno alla gente per annunciare questa lieta notizia.

Pace a voi e ricevete lo Spirito Santo. Gesù lascia a loro queste parole rasserenanti. Egli donerà tranquillità e serenità nel loro percorso di vita e soprattutto per poter affrontare la loro missione. Così, non andranno ad evangelizzare a mani vuote, alla gente stanca e provata dall’esperienza di vita quotidiana, ma saranno dei portatori e promotori di pace e per chi in cerca di perdono l’otterrà perché saranno loro ad annunciare la rimessione dei peccati.

I discepoli saranno quelli che diranno: <<Voi che vi pentite dai vostri peccati, vi annunceremo il perdono >>.

Gesù lascia il mondo con questa certezza che i suoi discepoli si impegneranno a trasmettere la pace, partendo alla risurrezione e al perdono del peccato, della colpa, dell’ignoranza di chi riconosce di averli commessi ricordando Gesù che sulla croce non ha mostrato opposizioni per dare testimonianza che quella esperienza di morte era il prezzo dei peccati degli uomini e delle donne in questo mondo.

Ecco la teologia della croce: la parola di Dio rivelata per mezzo della morte di Gesù il Messia, salvatore dell’uomo peccatore. Dio sembrava completamente assente durante questa prova fino alla morte di Gesù; un completo abbandono, nonostante ci fosse un Dio buono, piena di bontà nei suoi confronti, per portare il peso del rinnegamento dell’uomo. L’uomo incredulo deve essere salvato dalla croce portata da Gesù.

Gesù, dopo tre giorni, Dio gli aveva innalzato: risvegliandolo dalla morte e risuscitandolo aveva voluto manifestare e dimostrare che il perdono vince e la vita supera la morte.

Oggi, il nostro libretto “Un giorno una parola” con le letture bibliche che abbiamo ascoltato ci invita a riflettere l’evangelo della risurrezione di Gesù che dona pace e il soffio dello Spirito di Gesù che sussurra nelle nostre orecchie e apre i nostri cuori proclamando il perdono dei peccati. Recuperiamo questo messaggio in questo tempo come dice l’apostolo Pietro: esultate<< gioite>>> è necessario che siate afflitti da svariate prove, 7 affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. L’apostolo Giacomo dice anche al cap. 1, 2-4 della sua lettera: << Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, sapendo che la prova svariata produce costanza. e la costanza compia pienamente l’opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti>>.

Gesù Cristo risorto dalla morte è con noi nelle nostre esperienze di dolore. Gesù con il suo Spirito ce ne dà testimonianza. Lo Spirito che aveva soffiato Gesù ai suoi discepoli è lo stesso , è quello che dona speranza alla nostra fede in Dio perché ci ri-sveglia, veglia su di noi. Quando siamo nei momenti di prove, sembriamo di affrontare un problema più grande della nostra possibilità, allora ricordiamoci che la nostra fiducia in lui ce lo fa superare. Con la nostra fede, con il nostro credere, ci fa attraversare questa prova. I nostri padri e le nostre madri affrontarono le prove nel deserto: ebbero sete, ebbero fame, ma Dio li vide e li procurò tutto quello di cui avevano bisogno.

Questo è una promessa di sostegno continuo, la sua mano ci afferra dal nostro cadere. <<Abbi fede sorella e fratello mio nel Signore>> Egli dice: <<non temere io sono con te dovunque tu andrai>> . E’ una promessa da generazione a generazione. Ogni tempesta nella vita sembra che ci faccia cadere in terra ma poiché abbiamo ricevuto la parola dal Signore che ci dona la pace, dobbiamo riuscire a farcela con il nostro corpo come una spugna imbevuta /impregnata di sentimento di serenità e di tranquillità.

<<Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente>>. Gen. 2,7 Ci rendiamo conto che il nostro corpo umano è così fragile come l’ ha descritto anche nel libro di Giobbe al capitolo 14,1-2 della verità della nostra consistenza umana quella identità di uomo riassunto con queste parole : 1 «L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni.2 Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura>>. Leggiamo anche nel libro di Geremia al cap. 18 il racconto della parabola del Vasaio e dei vasi. Dio è il vasaio e noi siamo i vasi che li ha scelti per depositare il suo tesoro.

Da un lato tutti costatiamo questo fatto così verace della nostra esistenza, ma dall’altra parte siamo tutti dei capolavori di Colui che ci ha creati, rivelando la nostra possibilità di rinascere continuamente, trasformando la nostra mentalità col suo aiuto attraverso lo Spirito che ravviva la nostra fede.

L’apostolo Pietro ci ricorda nei versetti 8 e 9 : <<8 Benché non l’abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, 9 ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.
Che cosa è la salvezza delle anime? E’ la piena convinzione di aver raggiunto alla consapevolezza nostra della redenzione che solo nella morte di Cristo Gesù l’uomo è salvato dai suoi peccati. E ciò come conseguenza possiamo vivere nello stato di stabilità e serenità che qualunque cosa accada siamo aggrappati in quella parola PACE che era promessa e donata d’allora del Signore in cambio della sua vita. Cristo è la nostra vita e salvezza perché è venuto in mezzo a noi e poi è salito alla destra del padre, ma la sua presenza è sempre con noi perché ci ha soffiato lo Spirito Santo.

Gesù aveva affidato agli apostoli la missione di diffondere queste parole di verità e grazia, conferendogli il potere di ascoltare e rimettere i peccati in suo nome. Cristo aveva fatto della comunità e del fratello credente, una fonte di grazia per noi perché ora il fratello sta al posto di Cristo. Domenica scorsa abbiamo ascoltato il racconto del primo incontro di Maria Maddalena con Gesù dopo la sua morte che le dice queste parole «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». Da quell’ora Maria non era più una donna qualunque ma il suo nome sarà riconosciuto come messaggero delle nuove identità. Gesù e i suoi discepoli saranno chiamati i fratelli>>. I fratelli di Gesù erano i discepoli.

Gesù chiama i suoi discepoli i miei fratelli e chiama Dio Padre mio e Padre vostro per sottolineare quella fratellanza; in quanto discepoli del risorto e credenti in lui, i fedeli diventano figli di Dio come egli è figlio di Dio, ma con questa unica differenza, che egli lo è senz’altro mentre essi non lo sono se non attraverso di lui. Rom. 8,29; Ebr. 2: 11, 12 cfr.17: 25,26) Quindi i credenti sono figli di Dio e fratelli di G. C.
Senza Cristo Gesù non sono chiamati figli di Dio in qualità di figli adottivi.
Attraverso Maria ai discepoli venne rivelato la loro appartenenza in Dio padre, Gesù è il loro fratello in lui. In questo modo dopo che Gesù salisse dal padre i discepoli diventarono i figli di Dio.
Cristo si è fatto nostro fratello per aiutarci, ora per suo mezzo il nostro fratello è divenuto il Cristo per noi, con il potere dell’incarico ricevuto.
<< A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi riterrete, saranno ritenuti>> significa che il fratello accoglie la nostra confessione di peccato al posto di Cristo e al Suo posto ci rimette il peccato, annunciandolo. La confessione tra fratelli è un atto di umiltà che deve essere fatto reciprocamente.
In questo modo ci viene offerto il perdono di Dio. l’apostolo Giacomo dice <<confessate l’uno all’altro i vostri peccati>>Gc.5,16. Bonhoeffer scrive “Chi resta solo con la propria malvagità resta solo completamente.
La confessione di peccato come il senso di colpa, l’inadeguatezza, l’incapacità di compiere il bene serve per realizzare la comunione.
Il credente confessa il proprio peccato al fratello. La natura stessa del peccato vuol stare inconfessata ma alla luce del vangelo costringe a confessare il peccato.
Il fratello che accoglie la confessione porta il peso del peccato.
Quindi in questo modo la comunione viene raggiunta.
È importante confessare il peccato perché la sua radice è formata da orgoglio e superbia. La confessione di peccato apre la strada verso la nuova vita in comunione con Cristo.
A chi si possano confessare?
Al fratello che vive sotto la croce di Gesù, chi ha riconosciuto in essa l’abisso(la profondità) del rinnegamento di Dio da parte di tutti gli uomini e del proprio cuore. Quindi, il fratello che capisce e comprende i peccati commessi dagli altri poiché a sua volta li ha anche sperimentati.
Il servizio del fratello che ascolta è importante perché vive le parole del crocifisso sotto la croce partecipando alle sofferenze del fratello.
Credere al Cristo risorto è il centro della fede cristiana come lo è anche la convinzione che nell’universo vi è un Dio potente capace di fare cose al di fuori della nostra possibilità umana.
Il Cristo risorto non ci abbandona mai perché apre i nostri cuori, ci conforta nella realtà del male del mondo e ci incoraggia e ci sostiene quando abbiamo paura. Le parole di Gesù non vanno mai dimenticate: <<Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me>> Giovanni 14,6. Amen.

past. Joylin Galapon

Maria pianse (domenica di Pasqua)

Sermone: Giovanni 20,11-18

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

Oggi è la domenica della risurrezione.

Oggi siamo pieni di gioia poiché Gesù il nostro Signore è risorto.

Siamo qui riuniti come testimoni del Signore risorto.

Dio è potente, egli  fa risorgere la vita, rivendicandola per noi.

Dio è donatore della vita, della nostra vita.

Dio è qui con noi per donarci la forza per stare in piedi e opporre a ciò che ci imprigiona.

Ci solleva, ci eleva dalla culla della morte, ove siamo sepolti di angoscia, di malattia e di tribolazione.

Gesù apparve per la prima volta a Maria Maddalena, ma non lo riconobbe.

Era offuscata dal suo sentimento di tristezza; il suo maestro di vita, colui che aveva dato ascolto di lei, colui che le aveva accolto non c’era più.

 

Maria pianse.

Una donna piange per una causa di ingiustizia.

Ella rivendica il suo diritto di comprendere e di essere compresa.

Non cede all’ignoranza perché vuole capire il suo stato.

Ci sono molti significati della parola piangere legato alla relazione delle persone.

Sara moglie di Abramo era sterile, sorrise quando il Signore le aveva detto una parola capace di cambiare la sua vita e divenne madre.

Anna moglie di Elcana pianse perché non ebbe un figlio poi Dio lo diede.

Ma queste donne, dopo aver sperimentato un dolore che aveva recato quell’impotenza, Dio di parola compì una promessa che segna la vittoria innalzandosi.Esse risorsero con Dio!

Maria pianse.

Maria scambia Gesù per l’ortolano.

Non gli riconosce, è confusa.

«Donna, perché piangi? Chi cerchi?»Maria perché piangi?

Ella si trovava lì al sepolcro ancora in cordoglio, in lutto, in dolore. Sapeva che Gesù era già morto, ma ella rimase lì come se aspettasse qualcosa. Infatti non era del tutto finito, dalla tomba in cui giaceva si era rialzato, era apparso per la prima volta dal sepolcro davanti a lei in piedi e aveva cominciato a parlare con Maria. Era di nuovo in vita, era  vivo.

 

Come noi essere umani, è nel cordoglio, nello stato di lutto impregnata nella nostra mente che con la morte non c’è più da fare. Il legame si  interrompe. Ma Dio ci visita con la sua parola e viene a rivelarci.

Il nostro amico, il nostro maestro di vita  è vivo per sempre. Dio è il vero testimone.

 

Questa è la fede che abbiamo.

Ci da speranza che non è finito qui con la morte.

Viene a dirci anche oggi che non è finito perché Egli ridona la vita.

 

Maria aveva avuto quest’esperienza che ci serve ora.  Ad un certo punto il suo pianto segnava di aver perso tutto ma poi, ma poi.Grazie a Dio che ci aveva fatto conoscere Gesù nella vita che ha vissuto sulla terra con noi. Sia lodato il Signore Dio!

16 Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico:

«Rabbunì!»che vuol dire: «Maestro

17 Gesù le disse:  «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro:  “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”».

18 Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

Maria da ora in poi, da quel momento cambia tutto la sua identità per il ruolo che investe.

Non doveva più piangere. Il suo incarico era di portare il lieto annuncio a tutti i discepoli di Gesù.

Da quell’ora Maria non era più una donna qualunque ma il suo nome sarà riconosciuto come messaggero delle nuove identità, portatrice della parola dei nuovi ruoli.Ella era la portatrice dell’identità equa «Gesù e i suoi discepoli saranno chiamati i fratelli». I fratelli di Gesù erano i discepoli.

Gesù era il primogenito di Dio Padre e i discepoli erano i suoi  fratelli.

Il giorno della risurrezione secondo il racconto dell’evangelista Giovanni è molto importante per noi oggi. Siccome questo racconto è per noi cristiani, credenti di un unico Dio, siamo chiamati a non dimenticare che siamo unacomunità, che come un corpo umano abbiamo bisogno di tutte e tutti  e per tutte e tutti.

Siamo complementari come era il progetto primordiale di Dio.

Appunto, l’identità di genere(maschio e femmina) è portatrice di differenti ruoli per il bene di una comunità come la nostra. Ci accorgiamo quanto importante ed è fondamentale l’identità che portiamo.

Care e cari, sono molto fiera che abbiamo avuto due occasioni in cui le testimonianze delle nostre madri protestanti erano state messe in dialogo tra le relatrici, sorelle nostre di fede, per ridare voce a loro. Il titolo di uno degli eventi sulle donne della tavola rotonda era proprio questo “Prendere la parola”.

Abbiamo avuto un tempo per ricordare ciò che avevano fatto per il bene della chiesa e in conseguenza nella società.

Raccontare la loro storia e scoperta è quello di cui abbiamo bisogno perché noi figlie di queste madri le dobbiamo molto grazie al loro coraggio e tenacia.

Penso che il ricordo di queste donne fu messo in un luogo sicuro, nel cuore di ognuna e ognuno di noi. Così, ci servono oggi, i luoghi, gli spazi per gli uomini , i discepoli in cui riflettono quanto sia fondamentale cambiare la loro mentalità riguardo allo stato della donna.

Queste donne  ci hanno generate  perché ci avevano seminato la parola di vita che non muore mai come l’acquisizione della consapevolezza del nome di Maria nel giorno della risurrezione denota il riconoscimento di sé che Gesù il primo che l’aveva fatto.Non era solo una donna, ma si chiamava Maria, chiamato dal Maestro perché fosse riconosciuta il messaggero della nuova vita.Non esiste una donna senza nome oggi.

Perciò l’invito a tutte e tutti noi di questo racconto è di portare avanti un percorso inclusivo laddove ognuno e ognuna ci venga riconosciuto/a di come è.

L’uguaglianza tra gli uomini e le donne sta nell’implementare, perseguire, promuovere le leggi di parità di diritti e di genere come un lavoro quotidiano.

Questo deve ora il nostro pane quotidiano.

La nostra comunità, essendoci credenti di un unico Dio deve promuovere ed esercitare questo suo ruolo di portatrice di riconoscimento grazie al continuo operare per la giustizia, pace, e amore.

Maria Maddalena obbedì e compì il suo mandato di rivelare ai suoi discepoli che Gesù (che sarebbe ritornato al padre) è ritornato al Padre. Nel giorno della risurrezione, allora tutti i personaggi: Gesù, discepoli, e Maria  acquisirono un livello d’identità più alto, lo stato di figliolanza a Dio, inaugurando così una nuova era, facendoci ricordare ciò che disse al vangelo di Giovanni cap. 12,32 «Quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me». Il verso 17 è molto chiaro che la risurrezione di Gesù non è un puro caso e un ritorno allo statodi prima, bensì un salire al Padre.

Così anche per Maria maddalena, Ella divenne una portavoce di Gesù risorto e che deve portare agli altri discepoli il messaggio che afferma che lui non è rimasto prigioniero della morte ma avendola vinta, è asceso vivente al Padre.

La visione che Maria Maddalena ha avuto, non è altro che un segno miracoloso di questo fatto essenziale; che Gesù morto , ma ora vivente- salito al padre.

Gesù chiama i suoi discepoli i miei fratelli e chiama Dio Padre mio e Padre vostro per sottolineare quella fratellanza; in quanto discepoli del risorto e credenti in lui, i fedeli diventano figli di Dio come egli è figlio di Dio, ma con questa unica differenza, che egli lo è senz’altro mentre essi non lo sono se non attraverso di lui. Rom. 8,29; Ebr. 2: 11, 12 cfr.17: 25,26)  Quindi i credenti sono figli di Dio e fratelli di  G. C.

Senza Cristo Gesù non sono chiamati figli di Dio in qualità di figli adottivi.

Attraverso Maria ai discepoli venne rivelato la loro appartenenza in  Dio padre,  Gesù  è il loro fratello in lui. In questo modo dopo che Gesù salisse dal padre i discepoli diventarono i figli di Dio.

Maria aveva avuto un ruolo di testimone fedele e verace.  Questo incarico è suo e dobbiamo a lei la riconoscenza e gratitudine per quello che siamo ora.

Il suo Rabbì, maestro, l’aveva riconosciuta e il rispetto dovuto a lei  conserviamo segno, in memoria del giorno della risurrezione.

Tenendo conto al valore di questo messaggio evangelico Chi è Maria Maddalena oggi?

Io penso che Maria abbia per noi oggi un ruolo determinante perché ella è  la porta voce di Gesù  della nuova identità e in conseguenza a ciò ha acquisito un riconoscimento che proprio lei chiamato per nome sarà ricordata anche nell’annuncio dell’evangelo della risurrezione.

Da questa chiave di lettura noi donne , riconosciute con i nostri nomi potremo essere di compagni di molti che con coraggio troveranno spazio in cui sono valorizzate soprattutto nelle chiese dov’è Dio governa e invita tutte e tutti a riflettere continuamente la propria identità come donna per opporre all’oppressione e all’ingiustizia nella comunità di fede.

Con questa  sua missione si incarnerà nella comunità delle donne e delle figlie, che in passato sono state vittime di oppressione e di violenza, lo splendore di  un nuovo giorno, pieno di gioia, e speranza diventandone realtà  poiché la vita viene affermata.

Il compito di Maria Maddalena passa attraverso ogni generazione, mentre lo conserviamo nel nostro cuore ci spinge a valorizzare tutto quello che siamo secondo la nostra chiamata e al bisogno e servizio della comunità di credenti .Perciò la vita di Gesù ha bisogno di risorgere tra noi e in noi.

Questo è per noi un segno della risurrezione che aveva sperimentato Gesù.   La parola di Dio, quella parola profetica, rimane viva in ogni epoca. Amen.

past. Joylin Galapon

La nostra bussola

 

Isaia 50,4-9a:

4 Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli.
5 Il Signore, DIO, mi ha aperto l’orecchio
e io non sono stato ribelle,
non mi sono tirato indietro.
6 Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva,
e le mie guance a chi mi strappava la barba;
io non ho nascosto il mio vòlto
agli insulti e agli sputi.
7 Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso;
perciò non sono stato abbattuto;
perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra
e so che non sarò deluso.
8 Vicino è colui che mi giustifica;
chi mi potrà accusare?
Mettiamoci a confronto!
Chi è il mio avversario?
Mi venga vicino!
9 Il Signore, DIO, mi verrà in aiuto;
chi è colui che mi condannerà?

 

Vorrei iniziare questa mia riflessione a partire da un oggetto, ormai un po’ antiquato e superato dal GPS, ma comunque ancora molto affascinante: ovvero la bussola. Non so quanti di voi hanno avuto esperienze con questo oggetto. Magari chi ha avuto occasione di far parte di un gruppo scout ha più familiarità con la bussola. Mi interessa questo oggetto proprio per la sua funzione. La bussola si usava, e ancora oggi si usa, per orientarsi. La bussola seguendo le linee di forza del campo magnetico terrestre punta sempre al nord, e così dà una direzione a seconda di dove si vuole andare. In alcuni casi può addirittura salvare la vita, quando per esempio ci si ritrova dispersi in mare o in una foresta. Insomma, un’invenzione che all’epoca fu rivoluzionaria proprio perché forniva facilmente un orientamento e una direzione.

Facendo uno sforzo di immaginazione, pensate quanto sarebbe bello avere una bussola personale che ci possa orientare quando ci sentiamo dispersi in una situazione difficile della nostra vita. Oppure una bussola che possa fornire alla comunità una direzione giusta da seguire di fronte alle scelte da fare. Non sarebbe male!

Sicuramente all’epoca nella quale fu scritto il testo che abbiamo letto (Isaia 50,4-9a) avrebbe fatto comodo a un israelita avere una “bussola magica” di quel tipo. Infatti ilpopolo d’Israele si trovava in una situazione difficile. Potremmo definirlo un popolo “scombussolato”, rimanendo all’interno della metafora della bussola. Un popolo disorientato in un luogo, Babilonia, lontano sia geograficamente che religiosamente da Israele. Come comportarsi in una situazione come quella? Quale atteggiamento adottare per rimanere fedeli a Dio, nonostante la realtà non fosse delle migliori?

Il profeta Isaia esprime delle indicazioni che possano orientare il popolo d’Israele e i suoi membri. Una testimonianza delle sua reazione di fronte alla difficoltà in grado di orientare anche il resto del suo popolo. Per ben quattro volte1, il profeta definisce se stesso e Israele come servo di Dio. Il rapporto fra il popolo e ogni singolo credente con Dio si pone dunque in termini di servizio e di discepolato.

Ed è interessante notare come il canto metta in evidenza diversi aspetti e diverse dimensioni fondamentali della vita di un credente o di una comunità che voleva restare fedele a Dio anche in quella situazione di smarrimento e di stanchezza. Un discepolato autentico ha diversi tratti che lo contraddistinguono. Io personalmente mi vorrei concentrare su tre aspetti del discepolato che, a mio avviso, emergono dal testo e che mi hanno particolarmente interessato: 1) il rapporto con la Parola di Dio; 2) la resilienza nella prova (cioè la capacità di assorbire un urto senza rompersi); 3) la fiducia nella promessa di Dio.

1) Rapporto con la Parola di Dio:

In primo luogo, il canto mette in evidenza l’importanza di tenere vivo quotidianamente il rapporto con la Parola (egli [il Signore] risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio). Invita a non dimenticarsi della Parola. Il rapporto con Essa è un elemento imprescindibile e costitutivo del discepolato. Eppure come è possibile coltivare tale rapporto?

Il testo dice attraverso l’ascolto. Ascoltare non significa semplicemente fare attenzione a quello che la Parola comunica, ma significa anche predisporre la propria mente a imparare qualcosa di nuovo. Un po’ come quando ci si sveglia per andare a scuola. Nel tempo che precede l’inizio della giornata ci si predispone per imparare nozioni nuove. Chissà cosa verrà insegnato oggi? Chissà cosa mi comunicherà oggi la Parola? Questo il primo punto che viene messo a fuoco: si è sempre discepoli e discepole a confronto con la Parola. C’è sempre da imparare, da sorprendersi, da emozionarsi. Ma ciò è possibile solo attraverso un continuo processo di ridimensionamento di se stessi, che ha origine dalla Parola ma che in seguito richiede a noi di predisporre l’orecchio a ciò che il Signore vuole comunicarci. Questo discorso valeva per il popolo d’Israele all’epoca, ma vale anche per noi oggi.

Inoltre il testo fornisce un’altra indicazione: il rapporto con la Parola si coltiva anche attraverso la sua trasmissione. Il messaggio che Dio infonde nei nostri cuori non è qualcosa da conservare gelosamente, ma è una buona notizia da portare fuori. Più precisamente per aiutare chi è stanco, per sostenere coloro ai quali sono negati i diritti, per soccorrere chi viene emarginato dalla società. Non è una Parola che schiaccia e imprigiona chi si trova in una condizione di debolezza. Al contrario è una Parola che valorizza il debole per come è e lo libera dai condizionamenti della società. L’aiuto a chi è stanco è dunque il criterio da tenere a mente nel trasmettere e annunciare la Parola, che a nostra volta riceviamo.

1 Sono quattro i canti riportati nel libro di Isaia (42, 1-4[5-9]; 49,1-6[7-12]; 50,4-9[10-11]; 52,13 – 53,12), nei quali il profeta definisce il popolo d’Israele o se stesso come servo di Dio. Infatti, seguendo l’ordine cronologico, il passaggio in questione è tradizionalmente definito il terzo canto del servo di Dio.

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2) Resilienza nella prova:

La trasmissione di un messaggio liberante, accogliente, valorizzante, solidale, fiducioso spesso non è popolare. È un’operazione che può esporre il credente a sua volta a subire l’ostilità di chi porta invece un messaggio di chiusura e, ahimè a volte come ci insegna la storia e il presente, anche l’ostilità delle autorità politiche e civili.

Una condizione, quella del servo di Dio e delle nostre piccole comunità protestanti in Italia, che può generare facilmente un senso di impotenza, di frustrazione, di scoraggiamento. Cosa può cambiare il nostro annuncio e la nostra azione di fronte a tanta ingiustizia, violenza, sofferenza delle quali ogni giorno veniamo a conoscenza? Io penso che in una condizione tale si possa facilmente inciampare in due reazioni: da una parte la paura e la paralisi che possono condurre al vittimismo o all’indifferenza; dall’altra parte il rancore e la rabbia che possono condurre alla maledizione (“dir male”) e alla violenza.

Ciò che invece è straordinario nel testo di Isaia è il cambiamento di prospettiva. A quanto pare un passaggio fondamentale e unico nell’Antico Testamento: niente più vittimismo, niente più maledizioni, ma resilienza! Non un invito all’accettazione passiva della propria situazione, bensì un invito alla resilienza attiva, caratterizzata dalla non-violenza. Un cambiamento di prospettiva che era anche espressione di una convinzione inedita: i mezzi che si usano caratterizzano anche i fini che si vogliono raggiungere. A questo riguardo trovo indicate le parole di Mahatma Gandhi: «il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero». E allo stesso modo Martin Luther King Jr. affermava: «la pace non è solo un fine remoto da raggiungere, ma un mezzo per raggiungere quel fine». Un cambiamento radicale nella storia d’Israele che ci rende attenti al tipo di testimonianza che vogliamo portare nella nostra società, ma che allo stesso tempo valorizza un’altra via. Anche una piccola testimonianza in un mondo molto vasto può fare la differenza. Anche se può comportare sconfitte, il discepolato richiede il porgere l’altra guancia.

3) Fiducia nella promessa di Dio:

Certo, non so a voi, a me viene da pensare: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Già, è proprio così! Una Parola da ascoltare e annunciare senza paura a chi si trova in uno stato di debolezza, portando avanti una testimonianza in grado di resistere alle pressioni sociali contrastanti e di farlo nello spirito della non-violenza. Facile a dirsi, decisamente più difficile a farsi! Come riuscirci allora? Come poter esprimere il nostro servizio a Dio, il nostro discepolato, come credenti e come comunità?

Il testo ci fornisce un terzo fondamentale elemento complementare ai precedenti che ci proietta su un altro piano: la fiducia nella promessa di Dio. La Parola che ci viene affidata è infatti una Parola profetica. Una Parola che decentra le nostre paure su Dio, cioè trasferisce il peso di ciò che ci blocca e rallenta su Colui che davvero può farsene carico. Una Parola che ci trasmette la speranza. Non siamo soli! Non dobbiamo giustificarci ed essere inavvertitamente gli avvocati di noi stessi! Il Signore è con noi. Se c’è un giudizio, una ricompensa del discepolato, allora spetta a Dio, e solo a Lui, esprimerla. A noi, invece, il compito di essere suoi messaggeri, nella consapevolezza di essere nelle sue mani, di poter appoggiare il nostro giogo su di Lui affinché ci alleggerisca, di essere protetti, di aver le spalle coperte, di non preoccuparci di giustificare quello che facciamo o non facciamo perché il Signore è la nostra garanzia per il futuro ed è infinitamente più forte di chi vorrebbe oscurare la sua Parola.

Riassumendo in una frase il senso del discepolato di Isaia: Dio ci dona una Parola profetica da ascoltare e trasmettere senza paura a chi ne ha bisogno. Una Parola che ridimensiona il nostro ego, decentra le nostre paure su Dio, proietta la nostra azione nella promessa di Dio, così da permetterci di esprimere un autentico discepolato.

Un autentico discepolato, quello del servo di Dio, che trova espressione in un altro membro del popolo di Israele: il discepolo Gesù. Oggi è la domenica della Palme che ci introduce al tempo della Passione e che ci rimanda a Colui che con la sua vita espresse i tre aspetti del discepolato descritti nel canto di Isaia. Un Gesù discepolo di Dio, che ha saputo ascoltare la Parola aprendo l’orecchio, che ha saputo trasmetterla verso gli “stanchi” (gli ultimi, gli emarginati) della sua società, che ha saputo resistere alle prove fino alla morte senza l’uso della violenza, sperando e credendo all’interno dei suoi limiti umani alla promessa di Dio. La sua persona ha incarnato la condizione di servo, ponendosi così come una bussola in grado di orientare ancora oggi le nostre esistenze e il nostro discepolato verso Dio.

Concludo, riprendendo l’oggetto con il quale ho iniziato questa riflessione: la bussola. Ci sentiamo disperse e smarriti in una situazione difficile della nostra vita? Come comunità non sappiamo quale siano le scelte giuste da prendere? Come portare avanti il nostro discepolato e servizio a Dio? Fratelli e sorelle, lasciamoci orientare dalla bussola Gesù Cristo. È una bussola che punta sempre verso l’ascolto quotidiano della Parola. Una bussola che indirizza sempre verso la trasmissione della Parola a chi si trova realmente nel bisogno con il suono della libertà, dell’accoglienza, dell’amore. È una bussola che orienta sempre verso la resilienza, non quella dettata dall’odio, ma dalla volontà di incontrasi come fratelli e sorelle, e per questo motivo priva di violenza. È una bussola che punta sempre verso la speranza, quella del Regno, che come discepole e discepoli già sperimentiamo e che un giorno vedremo pienamente realizzata.

Amen!

Simone di Giuseppe

Che cosa é verità?

Care sorelle, cari fratelli

questo brano offre moltissimi spunti per la predicazione partendo dal fatto che alla fine, e questo mi sembra l’obiettivo dell’Evangelista Giovanni, tutti si lavano le mani: i religiosi consegnano Gesù a Pilato con le parole: «A noi non è lecito far morire nessuno», Pilato si lava le mani e trova la via di uscita in un veloce referendum in cui deve decidere il popolo. Il popolo sceglie Barabba, ma in fondo è indifferente, uno deve pure morire.

Tutti si lavano le mani. E varrebbe un sermone intero per guardare meglio questa catena di lavaggio delle mani e forse anche della coscienza.

Io invece vorrei fermarmi su due parole di Pilato, visto che l’incontro di Gesù con Pilato è proprio al centro dei nostri versetti: «Che cos’è verità?» e «Ecco l’uomo!».

1. Che cos’è verità?

Pilato disse: «Che cos’è verità?» Pilato forse lo chiede perché l’incontro con Gesù lo ha coinvolto più di quanto avesse pensato prima, lo vedremo poi al secondo punto. Pilato però, a questa domanda, non riceve alcuna risposta. Comunque arriva alla conclusione: Io non trovo colpa in Gesù.

Che cos’è verità? Pilato non lo viene a sapere. Ma anche la storia umana non sembra avere una risposta a questa domanda: Che cos’è verità?

Infatti, verità o non verità è una diatriba di tutti tempi: filosofi, teologi e tanti altri pensatori da millenni cercano di dare una risposta.

Per la gente comune, fino a pochi decenni fa, la verità era una cosa vera- mente accaduta. Ciò che si vedeva nella Televisione o si leggeva nei gior- nali era vero, perché reale, raccontato come accaduto, portato da giornalisti nelle nostre case via etere. Verità è se il racconto combacia con l’accaduto.

Semplice, ma per le generazioni fino agli anni 80 era così. E questa idea di verità, cioè di cose realmente accadute, si faceva spazio anche nelle letture della letteratura antica, ma soprattutto per la Bibbia. Abbiamo spesso applicato l’idea del racconto biblico come un racconto realmente accaduto senza tenere conto che chi raccontava aveva un’idea completamente diversa di verità, cioè che ciò che veniva raccontato non per forza doveva essere reale nel nostro modo di pensare e di vedere le cose.

Dagli anni 80 in poi però, la questione della verità vista come realtà, cam- bia. Il sociologo e teorico dei mass-media statunitense Neil Postmann ci ha messo in guardia davanti al fatto che ciò che la televisione ci presenta non per forza dev’essere vero nel senso reale. Postman infatti si pone il problema che per una persona normale è difficile verificare se le cose stanno veramente come raccontato dalla televisione.

Infatti, Postmann dice che nei telegiornali le notizie sono volutamente messe in fila senza una logica, perché così è impossibile verificare.

Oggi più che mai sappiamo che non ci possiamo fidare della Televisione e nemmeno di ciò che ci viene raccontato dai social media, cioè Facebook, Twitter e pure youtube. Non solo non possiamo più controllare nel mare delle notizie se una notizia è vera o no, ma siamo inondati di fake-news, meglio: di notizie false volutamente messe in giro, una volta si chiamava- no bugie.

Oggi le fake-news servono alla politica, Trump è uno che mette in giro notizie false per screditare i suoi avversari, e se ci mettessimo a controlla- re la verità dei tweet dei nostri politici che talvolta soffrono di bulimia virtuale, vedremmo quante bugie sono in giro, ma soprattutto che tutto il sistema si basa su bugie, su notizie false.

Dalla fiducia nei mass media come TV e giornali siamo arrivati a dover ammettere che meglio non fidarsi e non cadere nelle trappole delle fake- news, delle bugie diventate socialmente accettate e utilizzate per il pro- prio vantaggio. E come non caderci, se pure giornalista talvolta ci cascano senza nemmeno fare un controllo.

Nella storia la verità invece era spesso vista come proprietà. Io ho la verità. E chi non l’aveva lo ha sentito sulla propria pelle, perché dichiarato eretico, persona senza diritto alla vita.

Insomma, la questione della verità ha tante sfaccettature.
Il Salmista del Salmo 25 prega: Guidami nella tua verità e ammaestrami;

poiché tu sei il Dio della mia salvezza.

E così quando la Bibbia parla di verità, la lega sempre a Dio e alla salvez- za. Direi che qui oggi abbiamo a portata di mano o meglio a portata di orecchio dei versetti centrali che ci possano indicare che cosa è verità, o meglio chi è verità.

Aggiungiamo a questa l’affermazione di Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Gesù non dice “io ho la verità” ma “io sono la verità”.

E allora impariamo che la verità non è un possesso, la verità non è a mia disposizione. Il modo giusto per affrontare la questione della verità è rela- zione, relazionarsi con colui è la verità. Questa relazione cambia la perso- na coinvolta.

Pilato ne è un esempio, e lo vediamo alla sua affermazione finale: ecco, l’uomo!

Pilato cambia e noi possiamo cambiare nella relazione con la verità. Pos- siamo cambiare in modo che non la vediamo più come possesso, la relazione con la verità può fare in modo che siamo più critici verso ciò che ci arriva via internet o TV – non per caso il pastore della mia chiesa nativa ci ha insegnato: non prendere mai niente per scontato, provare per approvare.

La relazione con la verità ci cambia in modo che anche la nostra relazione con il prossimo e con il Creato cambia e viene integrata nella partecipazione alla verità.

Ma veniamo al secondo punto.

2. Ecco, l’uomo

Ecco, l’uomo, due parole che hanno ispirato pittori, compositori e anche tanti scrittori. Nel nostro brano è il culmine dell’incontro fra Gesù e Pila- to. Ciò che per Pilato forse era una domanda filosofica e che poi – l’abbia- mo visto – diventa una questione di relazione e cambiamento, va oltre la narrazione di come continua la passione di Gesù.

Nel suo romanzo satirico “il maestro e Margherita”1 lo scrittore russo Mi- chail Bulgakov dà un ampio spazio all’incontro fra Pilato e Gesù: quando Pilato chiede a Gesù quale fosse il suo messaggio, la figura del romanza Jeschua afferma: ci sarà un Regno di verità in cui non ci sarà più alcuna violenza.

Ed ecco, l’ecco l’uomo, va oltre la questione della relazione della verità e prospetta una direzione che la relazione con la verità può portare. Pilato si ferma qui, non esce dal suo ruolo.

A noi rimane la domanda: ci vogliamo fermare all’ecco l’uomo o vediamo ciò che Bulgakov ha trovato come conseguenza della relazione con la verità?

Gesù, andando avanti, continua la sua strada della giustizia, di una nuova legge, quella dell’amore che prende sul serio tutti gli esseri umani, è la via che mette in dubbio il potere che Pilato sembra esercitare, una via dal basso che nella impotenza della croce dimostra la sua forza.

Andiamo oltre all’ecco l’uomo, mettiamoci in relazione con la verità e di conseguenza con gli altri e con il creato, affinché la violenza, l’oppressione, l’emarginazione non trovino più spazio. Amen.

Past. Jens Hansen

Il pane della vita

Giovanni 6,47-51

Care sorelle e cari fratelli,
perché Gesù disse che lui era il pane della vita?
Non sarebbe stato sufficiente allora l’insegnamento che mangiare facesse solo il bene del corpo degli esseri viventi? così non morerebbero?
Non basterebbe soltanto dire di mangiare così uno non sarebbe morto?

Perché fino ad ora per chi crede in Dio non si senterebbe di vivere avendo soltanto il mangiare per sostenere il corpo? (che cosa vuol dire credere?)
Qual è la differenza del mangiare soltanto per vivere e dal mangiare per compiere qualcosa di utile per il mondo, sentendo il senso del proprio vivere?

Care e cari, qual è il senso del vostro/nostro vivere ancora oggi?

Leggendo un libro con il commento del pastore e prof. Ricca che ha intitolato: ‘Il pane e il regno’ egli tratta il significato del pane, in relazione alla preghiera di una delle richieste al Padre Nostro<<dacci il pane quotidiano>> in cui Gesù aveva insegnato ai suoi primi discepoli. Egli fa notare: Il mondo ha bisogno del pane, ne ha bisogno per sfamarlo ogni giorno, quotidianamente. Senza pane non c’è possibilità di vita. (Sì, questo e vero e lo sappiamo anche noi).
I discepoli avevano chiesto Gesù d’insegnarli a pregare, vuol dire forse e anche d’ insegnarli a chiedere le cose fondamentali, le cose che veramente contano e danno senso alla loro vita , e al tempo della loro esistenza, rendendola possibile, significativa, e bella. Cioè in fondo, anche noi che crediamo chiediamo a Dio di aiutarci a distinguere tra il pane e ciò che non è pane, tra le cose che valgono e le cose che sono superflue oggi. Questo insegnamento, che dobbiamo tener conto è fondamentale perché è il cibo che ci rende veramente vivi, ci fa esistere e ci dona la capacità di vivere come testimoni della nostra vita donata nel nome di Gesù Cristo.

Gesù disse: 49 I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. In questo versetto, egli ricordò ai figli di Israele dei loro antenati nel deserto che mangiavano la manna per 40 anni, ma morirono lo stesso. Così, rivelò ai suoi discepoli che per quanto riguarda il cibo lui aveva qualcosa di più prezioso da dire, da rivelare a loro, che essi riceveranno in dono. Essi continueranno a mangiare il cibo ma c’è qualcosa in più che gli donerà e per mezzo di lui sarà quella che non gli faranno più morire, è quel legame spirituale che non li faranno morire.

Nella liturgia cattolica, questo è il tempo di penitenza: fare la quaresima, osservare il precetto dell’astinenza e del digiuno. Con l’occasione meditiamo alla parola che ci richiama alla conversione, ci risuona anche a noi di questo dono di sé del Signore.
Mancano tre settimane prima che celebriamo la Pasqua. Festeggiamo il giorno della resurrezione di Gesù Cristo. Perché dobbiamo prepararci prima di quell’ora? Perché un dovere farlo. Perché non è un giorno qualunque? E’ un giorno speciale per ricordare , per rievocare insieme il dono della vita eterna che Dio l’ha affermata nella vita di Gesù. L’apostolo Giovanni aveva narrato questa testimonianza di Gesù su di se. Il tempo era giunto in questo episodio insieme il materiale e lo spirituale, il significato del pane come cibo materiale e spirituale dovevano raggiungere lo scopo di manifestare nell’ essere discepolo e discepola. La vita dell’essere si nutre con il cibo materiale e spirituale con il senso di compimento che si incarna nell’esperienza del discepolo e della discepola, in cui Gesù vivrà come aveva voluto essere nel cristiano/a.
Egli disse: <<Io sono il pane che da vita. <<io sono il vivente che vi da il pane poiché viviate a patto che crediate. Credendo in me vivete la mia vita>>.
<<Io sono la vostra vita e perché vivrete>>.Gesù donandosi la vita e morendo sulla croce, corpo e sangue, è stato offerto al mondo per il prezzo di riscatto e di liberazione dei nostri propri peccati diventa noi, credente, il cibo. Egli dice il pane della vita è la mia carne ; poiché la sua vita viva nel mondo. Allora ci chiediamo c’è un altro cibo diverso per il mondo? Non c’è ne, per noi che crediamo nella sua parola. Gesù è l’unico “pane” che dona sazietà all’umanità.

Preghiamo il padre nostro e diciamo <<Dacci oggi il nostro pane quotidiano>>. Perché dobbiamo chiedere ancora di darci questo pane se l’abbiamo già avuto, sapendo che è già stato offerto e donato? Durante la nostra partecipazione della santa cena , la nostra comunione, viene commemorata il significato di essa e la ripetizione di quel gesto è memoriale “Ce lo ricorda e ci ricordiamo insieme mangiando, e spezzando il pane il nostro vero legame di fraternità in Gesù il Cristo nostro salvatore.”
La Parola di Dio è verità ma dobbiamo impararla, studiarla e meditarla nel suo vero senso per oggi poiché viva in ciascuno di noi. I padri della chiesa che l’avevano studiata, ci avevano insegnato e trasmesso la passione di essere capaci di distinguere il significato della fede vissuta dalla superstizione soprattutto a noi figli dei padri protestanti della Parola, perché siamo generati e viviamo dalla parola di grazia , perché siamo generati dalla parola che ci fa vivere questo nuovo giorno.
Ancora una volta, non parliamo qui di un altro giorno, ieri o domani ma oggi stesso.
Qui, in questo nostro mondo di oggi abbiamo imparato tanto dalle nostre esperienze e siamo stati anche capaci di realizzare delle innovazioni ma ciò nonostante siamo ancora affamati dal progresso, facendo che la ricerca continui.
Dov’è Dio che ha donato il cibo per la sua creazione?
Dov’è Gesù che dona se stesso per essere il cibo a migliaia di persone?
La risposta a queste domande è accentuata dalla nostra capacità di testimoniare la nostra fede che viviamo predicando nel nostro vissuto il significato della vita eterna oggi.
Gesù esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva» Giovanni 7, 37
e disse ancora: «Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Giovanni 6,35)
Un fratello di chiesa ha scritto una sua riflessione su questi versetti dicendo che Fame e sete…
– incubo di generazione di uomini e donne che non ne hanno a sufficienza
– incubo di molti nostri contemporanei, che ne hanno fin troppo e non sanno gestire l’abbondanza: il terribile paradosso del mondo moderno è che se 2/3 dell’umanità patisce la fame, il restante 1/3 deve curarsi da malattie legate al troppo mangiare!

Gesù usa un’immagine vicina alla nostra esperienza
– cibo e bevande, strumenti per placare sete e fame
– per descrivere gli effetti che può avere accogliendo l’Evangelo.
Sono per molti versi stupefacenti: innanzitutto l’Evangelo è un dono, non qualcosa da conquistare o guadagnare. È un dono completo: bevanda e cibo, tutto ciò che serve alla vita. Infine richiede la nostra partecipazione: ciascuno può andare a Gesù. E chi andrà a Lui, troverà ricche benedizioni!

L’evangelista Giovanni nel capitolo 6 ha messo l’episodio della moltiplicazione dei pani per cinquemila uomini dai versetti 1 a 15 e poi quello del pane della vita da vv. 22 a 59 dove è collocato i 4 versetti che stiamo riflettendo.
Gesù nel primo episodio egli era colui che aveva diviso i pochi pani in molti pezzi perché tutti potessero mangiare e poi come se non bastasse in quel gesto dello spezzare, della divisione per avere un momento di condivisione e di comunione egli aveva manifestato anche la sua volontà di donare se stesso, quel vero significato di donare ciò che è e ciò che ha. Insegnandoci la sua partecipazione completa e totalmente gratuita. Questo è davvero un insegnamento prezioso che Gesù il nostro maestro ha sottolineato nella possibilità e volontà di coinvolgimento.
Per essere un membro di ogni comunità, ad esempio di questa comunità nostra, è importante che ci ricordiamo della nostra appartenenza di essere confessanti di un credo, di essere corpo di Cristo Gesù che con questi gesti di partecipazione, ci nutriamo la parola e la pratica dell’essere suoi discepoli. Per essere un membro di questa comunità nostra è importante che ci ricordiamo della nostra appartenenza verso l’uno l’altro. Il nostro nutrimento dunque è la parola del Signore e anche quella del nostro fratello e della nostra sorella di questa comunità che si manifesta nell’edificazione continua. Quando questo insegnamento di Gesù che ha fatto non viene praticato quotidianamente diventa anche un cibo sprecato.

Cara sorella e caro fratello il pane sostiene la vita.
Il pane è un dono. Il pane suscita condivisione.
Il pane è comunione. Non esitare allora di partecipare, di coinvolgerti nella sua distribuzione. Gesù disse: io sono il pane della vita.
Gesù e per me e per te l’unico nostro nutrimento.

Tocca a noi oggi discutere e fare esame di coscienza con noi stessi che cosa facciamo di Cristo in noi come cibo da offrire per sfamare chi ne ha bisogno. Nel nostro contesto , il testo biblico fa emergere in noi la volontà di rinnovare la nostra capacità di distribuire ciò che abbiamo per sfamare tutti noi.

La nostra non conoscenza con l’altro non ci permette di donare quello che possiamo e che opportuno condividere nella vita di oggi. Amen.

past. Joylin Galapon

Sulla barca con Pietro

Matteo 14, 22-33:

22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo.
24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!». E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!». 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». 29 Egli disse: «Vieni!». E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!».

 

Il racconto bellissimo di “Gesù che cammina sul mare”, così come ci viene riportato dall’evangelista Matteo (diversamente da Marco 6, 45-52 e Giovanni 6, 15-21), ha due protagonisti principali che conosciamo molto bene: da una parte Pietro; dall’altra parte Gesù.

Chi è Pietro? La Bibbia ci presenta Pietro come un discepolo avventato, impulsivo, intraprendente e istintivo. Pietro è un discepolo che in diverse occasioni dimostra di non avere pazienza.
È infatti Pietro che durante la trasfigurazione di Gesù (Matteo 17, 1-13; Marco 9, 2-13; Luca 9, 28-36) suggerisce di fermarsi sul monte e di costruire delle tende per Gesù, Mosè ed Elia. Si stava troppo bene su quel monte, circondati dalla gloria di Dio, per scendere. Eppure non sapeva cosa stesse dicendo. Aveva parlato di getto senza pensare.

È sempre Pietro che dice a Gesù che non lo avrebbe mai rinnegato (Matteo 26, 30-35; Marco 14, 26-31; Luca 22, 31-39; Giovanni 13, 36-38). Per la precisione Pietro dice: «Quand’anche tu fossi per tutti un’occasione di caduta, non lo sarai mai per me»; «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Eppure i vangeli ci raccontano un esito diverso. Poco dopo sarà proprio Pietro a rinnegare per ben tre volte Gesù prima del canto del gallo per evitare di essere scoperto e catturato (Matteo 26, 69-75; Marco 14, 66-72; Luca 22, 55-62; Giovanni 18, 15-18 e 25-27), proprio come aveva predetto Gesù.

E ancora è sempre Pietro che verrà definito da Gesù stesso “Satana” (Matteo 16, 21-23; Marco 8, 31-9,1) perché non voleva che andasse a Gerusalemme a morire: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». Potremmo andare avanti con gli esempi, ma già appare chiaro che la Bibbia ci presenta Pietro come un discepolo avventato, impulsivo, intraprendente e istintivo; un discepolo che dimostra a più riprese di non avere pazienza; un discepolo che ama Gesù e che vorrebbe seguirlo ovunque, ma che si tira indietro nei momenti più difficili.

E anche nel nostro racconto compare lo stesso Pietro. Però stavolta non è da solo. Si trova infatti insieme agli altri discepoli su una barca in mezzo a un lago di notte. Gesù ha congedato

la folla, è andato a pregare in solitudine su un monte e ha lasciato andare avanti i discepoli. E mentre si trovano a molti stadi lontani da terra (quindi completamente in mezzo al lago), i discepoli sono colti da una tempesta con il vento che alza grandi onde contro la loro barca nel buio della notte. Stavolta Pietro si trova in questa prova, prima fisica e poi spirituale: sarà davvero Gesù colui che mi incoraggia e mi chiama? Pietro non lo sa: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». Se…! Pietro è dubbioso ancora prima di provare a camminare sull’acqua. Eppure lui è Pietro, il discepolo avventato, impulsivo, intraprendente, istintivo e quindi ci prova lo stesso. Ci prova lo stesso e fallisce perché, al posto di concentrarsi su Gesù, rivolge il suo sguardo verso il vento e si spaventa.

Un po’ come quando ci troviamo a salire su un sentiero di montagna scosceso oppure a scalare una roccia (vi sarà successo di sicuro almeno una volta nella vita) che, al posto di pensare alla meta da raggiungere, guardiamo in basso e le vertigini ci fanno tremare le gambe e perdere l’orientamento.

Così ancora una volta Pietro, il discepolo impavido, dubita, ha paura della minaccia, dell’insicurezza, della morte e inizia ad affondare e ad affogare.

Come è possibile leggere e ascoltare questa storia senza immedesimarci almeno per un secondo in Pietro? La situazione che attraversa l’apostolo è qualcosa che conosciamo molto bene. Su quella barca, insieme a Pietro, ci siamo trovati o ci troviamo anche noi.
A partire da questo testo sorgono spontanee alcune domande: chi sono io? Sono come Pietro? Quali prove ho attraversato o sto attraversando? Quali difficoltà sto patendo? Forse anche noi, come Pietro, siamo stati intraprendenti, ma poi, quando è arrivata la difficoltà, abbiamo dubitato o dubitiamo e ci sentiamo sprofondare nel buio. Forse anche noi, come Pietro, sentiamo che la nostra fede vacilla.

Mi ricordo che mi è stato raccontato che il pastore Scrajber, che svolse il suo servizio presso le chiese battiste della Val di Susa e di Milano nella prima metà del ‘900, era solito domandare dopo il culto domenicale “come sta la tua fede?”, al posto del classico “come stai?”. Già, come sta la nostra fede?

Ma facciamo un passo indietro, come dicevo all’inizio del mio discorso, Pietro non è l’unico grande protagonista di questo racconto. L’altro personaggio che entra in scena nel pieno della notte (alla quarta vigilia, ovvero circa le 3.00 del mattino) è Gesù. E anche in questo caso, come abbiamo fatto con Pietro (chi è Pietro?) e con noi stessi (chi sono io?), potremmo chiederci: Chi è Gesù? Questa sembra essere l’altra questione che si cela sotto il testo. Infatti Gesù prende diversi nomi.

In primo luogo, Egli viene scambiato per un fantasma. I discepoli vedono qualcosa avvicinarsi nel buio camminando sull’acqua e si spaventano, gridano dalla paura e pensano di aver visto un fantasma.
Subito Gesù li incoraggia a non avere paura e lui stesso si definisce “sono io”. Stavolta Gesù ricorda un po’ le parole che Dio rivolge al profeta Mosè: «io sono colui che sono» (Esodo 3, 14). Un Gesù che da fantasma diviene Qualcuno che rimanda a Dio.

Poi viene ipotizzato essere il Signore, colui nel quale riporre la propria fiducia.
Infine, Gesù viene riconosciuto essere il Figlio di Dio (titolo cristologico per eccellenza). Insomma, Gesù ha tante identità in questo racconto e la percezione che Pietro e i discepoli hanno di Lui si evolve nel corso della narrazione. Un Gesù che nella tempesta, nella prova, nelle grida di paura, nel rischio di affogamento, prende diverse forme e solo alla fine viene riconosciuto come il Figlio di Dio, come Colui che salva Pietro dall’abisso stendendo subito la mano al suono del suo grido: «Signore, salvami!».

La percezione dell’identità di Gesù va di pari passo con la fede di Pietro e del resto dei discepoli. È la stessa questione che il testo rivolge a noi oggi: chi è Gesù per noi? Un fantasma? Forse il Signore di cui fidarci? Il Figlio di Dio? Nelle difficoltà non è facile confidare in Dio. È normale avere poca fede e dubitare. È normale pensare che non ci sarà nessuno a salvarci dall’abisso che sentiamo sotto di noi, nessuno che verrà a soccorrerci. È normale non vedere in Dio il nostro punto di riferimento e scambiarlo per un fantasma.

Eppure non deve essere questa sensazione di incredulità a sopraffarci. Anche alla fine della nostra storia, Gesù dimostra di conoscere bene la condizione umana e si rivolge a Pietro dicendo: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Gesù non chiede a Pietro di essere un paladino della fede; sa bene che Pietro dubiterà ancora e ancora. La fede è sempre “poca fede”, un misto di coraggio e di paura, di ascolto del Signore e di sguardo rivolto al vento, di fiducia e di dubbio. Il dubbio è parte della fede. Lo dimostra il fatto stesso che Gesù dica a Pietro di non dubitare sotto forma di domanda e non di affermazione. Gesù invita piuttosto Pietro a credere che quando starà per affondare ancora, il Signore lo salverà ancora. La presenza salvifica di Dio non cancella le tempeste, ma si sperimenta nelle tempeste. Il credente sa che il Signore comprende il suo dubbio, lo supera e può salvarlo subito.

In questo senso, sono molto espressive le parole del pastore battista Martin Luther King: “Se avete fede in Dio come me questa mattina, non dovrete preoccuparvi. Potete stare in piedi nel mezzo delle tempeste. E questa mattina vi dico per esperienza, sì, che ho visto un lampo di luce. Ho sentito il rombo del tuono. Ho sentito il peccato infrangersi e provare a conquistare la mia anima. Ma ho sentito la voce di Gesù che mi dice ancora di lottare. Lui ha promesso di non lasciarmi mai, di non lasciarmi mai da solo. E quando avete questa fede, potete camminare con i vostri piedi saldi sul terreno e a testa alta e non temere nulla”1.

Quindi se abbiamo attraversato o se stiamo attraversando un momento difficile (magari per una malattia nostra o di nostro caro; magari per un lutto; magari per il senso di colpa che proviamo per un errore commesso; magari per la sofferenza dovuta alla fine di una relazione importante), se ci siamo trovati o se ci troviamo su quella barca, è normale dubitare. È normale non avere più forze, non vedere la luce, perdere la speranza. Eppure il Signore è con noi nella tempesta! Nell’ora più buia, proprio quella prima dell’alba, c’è il Dio che ci soccorre. L’ora più buia è anche l’ora della risurrezione!

Cari fratelli e care sorelle, possa questa consapevolezza rischiarare le nostre vite e la nostra fede. Possa farci vedere in Colui che è vicino a noi non un fantasma, ma il Signore, “Colui che è”, che ha mandato Gesù, suo Figlio, a salvarci, tendendoci la mano nel buio della notte.

Amen!

Simone Di Giuseppe

Le tentazioni

Matteo 4,1-11

“La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente, ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano (….) è appunto la conferma della abissale malvagità del male. (…) Il fanatico crede di potersi opporre al potere del male armato della purezza di un principio (…) Ma viene dilaniato dall’enormità dei conflitti nei quali è chiamato a scegliere, consigliato e guidato da nient’altro che la sua personale coscienza. Gli innumerevoli travestimenti, rispettabili e seducenti, nei quali il male gli si fa incontro, rendono ansiosa e insicura la sua coscienza, finché egli finisce coll’accontentarsi di salvarla, anziché di mantenerla buona (…) C’è chi invece, sfuggendo al confronto pubblico, sceglie l’asilo della virtù privata. Ma costui deve chiudere occhi e bocca davanti all’ingiustizia che lo circonda…” (pp. 60-61, Resistenza e Resa)

Quelle che vi ho letto sono parole scritte da Bonhoeffer nel lontano 1942 a bilancio di un decennio di attività lavorativa ed esperienze di vita, in un momento storico grandemente travagliato, quello della II guerra mondiale, e pertanto anche colmo di tentazioni.

Diavolo – letteralmente colui che fa inciampare e che divide – e tentazioni, termini che nelle nostre chiese protestanti occidentali si fa fatica a declinare, mentre sono ancora una realtà ben presente per le nostre sorelle e fratelli dall’Africa o dall’Asia. Eppure in questo testo il diavolo e le tentazioni mostrano la loro effettività e persino la loro attualità se guardiamo al nostro vissuto di credenti. Direi anche perché il Gesù sottoposto alle tentazioni le vive da vero uomo, chiamato da Dio ad una missione.

L’azione si svolge nel deserto, luogo da sempre ambivalente nella storia biblica.
Israele incontra Dio nel deserto e qui riceve le Tavole della Legge, ma è sempre qui che viene tentato e che si mette ad adorare il vitello d’oro. Lo stesso accade a Gesù che si ritira nel deserto per pregare in solitudine, per incontrare il Padre, ma è anche il luogo dove viene tentato.

È paradossale!
È come se noi venissimo tentati, sfidati, in chiesa, nel luogo in cui ci ritiriamo per sentirci più vicini a Dio, il luogo dove desideriamo adorarlo e pregarlo.
Altro elemento interessante da sottolineare è che Gesù è portato nel deserto dallo Spirito Santo, come se Dio stesso volesse provare la sua tempra morale prima di affidargli la grande missione, come se volesse fargli fare un percorso accidentato e pieno di pericoli per rafforzare il suo carattere prima della sfida del ministero e della morte in croce.
In effetti anche noi a volte ci sentiamo come testati da Dio sia come singoli sia come chiese evangeliche…

Ed ecco le tre tentazioni a cui Gesù viene sottoposto: una fa leva sulla necessità fisica del cibo per la sopravvivenza; l’altra sulla voglia di apparire trionfatore, di avere successo personale; l’altra ancora sul desiderio di potere.

In queste tre tentazioni il punto centrale e comune denominatore non è il riconoscimento di Gesù come Messia, ma la sfida a vivere ed agire indipendentemente dal Padre.

Nella prima tentazione si fa leva su un bisogno primario, quello di nutrirsi, per avvallare la possibilità umana di soddisfare ogni proprio desiderio a prescindere dall’ubbidienza a Dio.

Come Gesù patì la fame, anche Israele nel deserto soffrì la fame. In questo frangente quel che potrebbe emergere è quali devono essere le reali priorità dell’essere umano. Israele rispose che era meglio essere schiavi in Egitto ed avere qualcosa da mangiare che morire di fame nel deserto.

Gesù invece risponde: “Egli…ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna…per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma…di quanto esce dalla bocca del Signore.”

Forse dovremmo ricordarci di questa Parola di Gesù quando usiamo i bisogni nostri e dei nostri cari per allontanarci dalla volontà di Dio. Soprattutto dovremmo pensarci in una società dove si usa il necessario, come il lavoro, per costringerci ad essere schiavi di certe realtà economiche e sociali profondamente ingiuste.

Diavolo è chi vuole farci scegliere tra il lavoro di migliaia di operai e la salute di un’intera popolazione come l’Ilva di Taranto. Diavolo è chi ci vuol far barattare una salsa di pomodoro e delle arance a buon mercato con la vita da schiavi di tanti migranti.

E l’elenco potrebbe continuare…
Eppure in questo tempo liturgico di inizio Quaresima, in questo tempo in cui il nostro paese è ancora in crisi, l’esperienza dell’essere privati dei bisogni personali primari, o di quelli che riteniamo tali, sebbene certamente dolorosa, per noi credenti è possibile viverla senza lasciarsi andare alla disperazione, ma invece tornando a riflettere su quale base poggia fortemente la nostra esistenza.
La seconda tentazione riguarda il desiderio di “visibilità”, popolarità, successo personale che il Messia avrebbe dovuto incarnare per essere considerato tale.
Il secondo suggerimento di Satana, tocca nel profondo il contesto messianico del ministero di Cristo perché questi gli ricorda la profezia di Malachia (3:1): un Messia che entra trionfalmente nel suo tempio, scendendo dal cielo.
Il diavolo gli domanda: perché non fai subito quello che la gente si aspetta presentandoti in maniera imponente e maestosa?
Leggendo questa tentazione sono sicura che molti di voi hanno pensato al modo trionfale e fastoso con cui si presenta la Chiesa Cattolica. Certo per noi sarebbe facile puntare il dito contro questa confessione e dire: noi siamo diversi. Ma è poi così vero?

Se anche a noi venisse offerta la possibilità di presentarci alla società civile al meglio, trionfalmente, saremmo in grado di dire no? E perché dovremmo farlo?
Il diavolo, citando le Scritture, sottilmente fa intendere a Gesù che questa è forse anche la volontà di Dio…

Ecco il vero volto subdolo del male che prende l’aspetto del bene per spingere l’essere umano verso un cammino di morte e di schiavitù…
Cosa propone il diavolo a Gesù se non semplicemente di lasciar perdere la fatica di un ministero posto sempre in questione, l’umiliazione della sconfitta e la sofferenza della morte in croce?

Ma non è proprio questo cammino sofferto che Gesù deve compiere per rivelare l’amore di Dio al mondo? Condividere le sofferenze dell’umanità essendo vero uomo; mostrare la prospettiva del Regno nella sua predicazione controcorrente e nei segni visibili di guarigione e resurrezione non per costringere l’umanità ad aderire ad un’evidenza gloriosa, ma per convertirla alla volontà di vita di Dio.

Cosa dice questa scelta di Gesù a noi credenti di oggi?
E veniamo alla terza tentazione quella in cui il diavolo vuole offrire a Gesù il potere sul mondo.
In effetti, è il piano di Dio che Gesù sia il reggente del mondo, anche se di un mondo totalmente diverso da quello attuale.

In questo frangente, però, il padre della menzogna dice la verità: è lui il padrone di questo mondo, lui che ne detiene il potere.
Anche qui le finalità di Satana si mischiano, distorcendola, alla missione vera di Gesù. Diventare il Re di tutto, senza sofferenza, senza la croce e soprattutto senza ubbidire a Dio.

Insomma la prospettiva di Satana è quello di spingere Gesù a superare il suo status creaturale e a divenire lui stesso Dio.
La risposta di Gesù è perentoria, citando anche lui le Scritture, afferma: bisogna adorare solo Dio!!

“Adora il Signore Iddio tuo” non è soltanto una questione di culto liturgico ma, alla luce dell’Antico Testamento, è un mettere in pratica il suo patto, la sua giustizia, l’amore per il prossimo, a cominciare da coloro che sono ai margini della società. Significa non adorare gli idoli del mondo e quindi non avere altro Signore nella vita che Dio. Ammettere che DioèDioealuisolovailculto.

Su questa affermazione finale da parte di Gesù che non lascia spazio ad altre opportunità, si potrebbe riflettere su cosa per noi oggi significa adorare solo Dio!
Il contrasto è evidente soprattutto in questa nostra società che definiamo post-cristiana, secolarizzata.

Dio non è più al centro della nostra esistenza, sostituito dalle innumerevoli possibilità materiali e dalle tante opportunità che i nostri contesti socio-economici ci fanno intravedere.

La ricerca del successo e del potere determinano oggi il valore di ciascun individuo.
Non si vale perché si è, ma per ciò che si ha!
Le tentazioni emergono in scenari alla cui base stanno rapporti umani inquinati e le ingiustizie sono frutto di un rapporto con Dio che l’uomo non sente più necessario.

Si può benissimo essere dei “credenti-senza fede” o dei “credenti senza impegno” il tutto all’insegna del fatto che ciascuno di noi può essere sufficiente a se stesso senza bisogno di Dio…

Gesù ha resistito alla tentazione di porre i suoi bisogni prima di Dio; ha pure resistito alla tentazione di compiere miracoli per il gusto di soddisfare il proprio orgoglio o le pressioni della gente.

Le sue azioni sono state di servizio e in continua comunione con il Padre. Gesù non viene sconfitto dalla tentazione, sia essa proveniente dal Diavolo o dal proprio io. Egli sa farsi servitore e vince, vince anche per noi aprendo le porte al tempo della pace messianica di cui stiamo attendendo la realizzazione.

In questo tempo che ci separa dalla realizzazione, però, le tentazioni rimangono ancora forti e presenti. Eppure la lettera agli Ebrei ci dice che per questo Gesù è diventato il nostro sommo sacerdote, colui che può intercedere per noi, al quale possiamo avvicinarci in preghiera con piena fiducia.

Dobbiamo imparare a invocare Dio con fiducia perché ci permette di cambiare il sistema dell’aiuto visto come compromesso, per entrare nella dimensione del gratuito.
E la chiesa, come comunità di credenti, può guardare a Gesù nei tempi di forte crisi come i nostri perché egli c’insegna che le nostre debolezze e fragilità non sono alibi, ma risorse di umanità all’interno di una dimensione di promessa del Signore.

Chiedere aiuto nel nome del Signore questo ci può sostenere e le sue promesse ci possono permettere di riprendere il nostro cammino.
Allora vi lascio con la domanda che Bonhoeffer usa per chiudere la sua riflessione sull’essere umano e il suo agire: “chi resta saldo? Solo colui che non ha come criterio ultimo la propria ragione, il proprio principio, la propria coscienza, la propria libertà, la propria virtù, ma che è pronto a sacrificare tutto questo quando sia chiamato all’azione ubbidiente e responsabile nella fede e nel vincolo esclusivo a Dio.” (p. 62, Resistenza e Resa)

 

Amen

Past. Mirella Manocchio