Amore per Dio e amore per il prossimo

Cari fratelli e care sorelle,

qualche anno fa mi era stata consigliata la lettura di un libro dal titolo “donne che amano troppo” che penso che alcuni di voi conoscano. E’ un libro scritto negli anni ’70 da una psicologa americana, Robin Norwood, che parla di alcune sue pazienti che avevano sviluppato una dipendenza affettiva dai loro compagni e per stare con loro avevano rinunciato alla felicità e a loro stesse. Potrebbe sembrare un paradosso per noi cristiani: non ci è stato sempre detto di dover amare il nostro prossimo come noi stessi? Cosa vuol dire amare troppo? Non dovrebbero esserci dei limiti nell’ amore! Purtroppo però nei nostri giorni il concetto dell’amore viene spesso abusato. In Italia purtroppo c’è un triste primato per le donne che perdono la vita “per mano di coloro che dicevano di amarle”, per molte relazioni si parla di amore tossico o amore malato, molte donne pensano che gli uomini siano possessivi perché le amano tanto e per lo stesso motivo si rifiutano di denunciare alle autorità gli abusi subiti. Molte volte anche i genitori, pensando di fare il bene dei loro figli, si mettono contro i loro insegnanti non tollerando un rimprovero o una bocciatura. Anche questo, a mio parere, può essere classificato come una forma di amore malato.

Oggi i nostri testi biblici ci parlano dell’amore e ci spiegano come l’amore per Dio e l’amore per il prossimo siano due cose imprescindibili l’una dall’altra.  In Prima Giovanni leggiamo infatti che “se uno non ama il prossimo che si vede, non può amare Dio che non si vede ” e anche Gesù, parlando con questo dottore della Legge, conferma che occorre amare Dio con tutte le forze e il prossimo come noi stessi. Devo ammettere di essere molto grata a questo dottore della legge, perché con la sua domanda, seppure il suo intento fosse quello di giustificarsi, provoca la risposta di Gesù che racconta questa parabola a mio parere molto semplice ma piena di significato. Il dottore della legge chiede infatti “e chi è il mio prossimo” e Gesù non risponde con una semplice definizione, il tuo prossimo è….. ,ma con la storia di questo uomo che viene spogliato  e percosso dai briganti e viene soccorso solo dal Samaritano, una persona che nella società ebraica non era molto considerata, a differenza del sacerdote e del levita.

Questa storia potrebbe sembrare lontana dai nostri tempi per i modi in cui si svolge, ma credo che in realtà sia molto attuale. Innanzitutto mi vorrei soffermare su questi briganti che percuotono l’uomo e lo lasciano a terra quasi morto. Oggi queste cose non succedono quasi più, sono abbastanza rare, e tuttavia abbiamo altri briganti da affrontare che lasciano le persone mezze morte. In primis mi viene in mente la solitudine, poi la depressione, il precariato, la malattia fisica o mentale, la povertà, l’invidia, la calunnia, il bullismo e il cyberbullismo. Questi e tanti altri sono i mostri di oggi che possono veramente rovinare la vita e l’equilibrio psico-fisico di una persona. Molte persone muoiono sole senza che nessuno se ne accorga, sebbene viviamo in un periodo abbastanza ricco e di benessere molti si sentono sempre più vuoti dentro e non hanno uno scopo. Proprio l’altro giorno ho letto un articolo su un nuovo fenomeno dilagante tra i ragazzi , alcuni decidono di chiudersi per anni dentro la loro stanza senza mai uscire, passano le loro giornate a guardare film e a giocare ai videogames, complice anche proprio il troppo benessere che abbiamo. Dunque sono questi i briganti che ci spogliano e ci lasciano mezzi morti. E a questo punto interviene il samaritano, dopo che due altre persone prima di lui erano passate dalla parte opposta della strada senza prestare soccorso. Trovo molto interessante i verbi che vengono usati per descrivere come questo samaritano si avvicina a questo uomo semimorto “ gli passò accanto, lo vide, ne ebbe compassione e gli si avvicinò”.  In poche parole possiamo vedere un movimento dentro al cuore di questo samaritano. Quante volte magari ci è capitato di fare l’elemosina a qualcuno solo per levarcelo di torno? Quanta gente pensa solo agli aspetti materiali del dare per sentirsi a posto con la coscienza? Qui invece si parla di vedere e avere compassione. Tutti e tre gli uomini che passano da li vedono infatti quella persona abbandonata a sé stessa, ma solo una ne ebbe compassione e si avvicinò. Il samaritano poi gli cura le ferite con quello che ha, olio e vino, lo carica sulla sua montatura e chiede all’oste di prendersene cura fino  a che non tornerà.

Per questo motivo penso che anche noi non siamo chiamati soltanto a un dare anonimo, ma ad avvicinarci agli altri, essere vigili verso chi abbiamo intorno e a quali sono i briganti che lo assalgono e curare le ferite, che vuol dire essere vicino a queste persone, non solo materialmente ma anche spiritualmente.

Come ultima cosa vorrei far notare che il dottore della Legge aveva chiesto chi è il mio prossimo, ma Gesù alla fine della parabola dice “chi pensi che sia stato il prossimo di colui che era stato percosso”?. Quindi, forse, più che chiederci chi è il nostro prossimo, ergo chi è meritevole di un nostro aiuto in una logica puramente di esclusione, dovremmo imparare a farci, a diventare prossimo dell’altro. La domanda non dovrebbe essere su chi mi devo concentrare nel dare il mio supporto, ma cosa posso fare io oggi per tutti coloro che mi stanno intorno, come posso fare a diventare io il loro prossimo. Non importa in quale situazione ci troviamo, se sul lavoro, in chiesa, nelle nostre famiglie o altrove, è sempre importante avere un cuore aperto al vedere cosa succede intorno, a sviluppare la compassione e ad agire di conseguenza. Questo è l’amore vero che ci insegna la Parola di Dio, un amore libero da egoismi e non possessivo come gli esempi che menzionavo all’inizio del sermone. Noi come uomini e donne siamo fallibili e, come ci insegna la Parola, peccatori, quindi facilmente ci troviamo a inquinare il concetto dell’amore, ma tramite la Parola di Dio sappiamo quale è la sua vera entità e possiamo imparare a metterlo in pratica.

Cari fratelli e care sorelle, oggi ricorre un anno dall’inizio dell’attività della nostra chiesa del Breakfast time, una attività che all’inizio  faceva un po’ paura, pensavamo di non riuscire a portarla avanti, invece Dio non  ha fatto mai mancare i volontari per ogni domenica e i fondi per acquistare quello che ci serviva. Devo essere sincera, io ho partecipato soltanto una volta a questa attività, per cui devo tirarmene fuori!  Quindi mi rivolgo a voi carissimi Fabio, Luciano, Lucia, Pietro, Paola, Marco, Joilyn, Erica, Rowena, Daniele, Antonella, Cesar, Enrica, Letizia, e tutti noi della comunità che a vario titolo partecipiamo a questa iniziativa o ad altre sempre per l’aiuto di chi ci è vicino. Anche noi, siamo semplici uomini e semplici donne che mettono a disposizione quello che hanno per le persone “assalite dai briganti”. Ogni domenica in cui vi alzate all’alba per portare la colazione agli amici senza dimora, ogni volta che cercate di migliorare la loro condizione coinvolgendo anche gli altri servizi del territorio procurando abiti, cure mediche, un posto dove stare o semplicemente un po’ di compagnia e un sorriso, sono certa che state rallegrando anche il cuore di Dio, che vi sostiene e vi benedice in quello che fate. In queste ultime settimane ci siamo incontrati diverse volte e abbiamo condiviso anche altre nuove idee per migliorare e ampliare il nostro servizio. Sono certa che anche in questo caso Dio non ci farà mancare le risorse che servono  per implementare progetti nuovi, ma anzi susciterà nuove vocazioni e nuove energie a servizio di ciò .

Allora vogliamo pregare affinchè come uomini e donne non ci stanchiamo mai di farci prossimo esercitando l’amore vero che Gesù oggi ci insegna ed evitando il più possibile l’amore che uccide con i suoi egoismi. Amen.

Il frutto dello Spirito

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

nelle Filippine, il 14 febbraio, viene festeggiato tanto; è il giorno di San Valentino, il giorno degli innamorati. Sì, si sente tanto il bisogno di dare e di ricevere fiori e regali,  segni tangibili  d’amore per l’altro/a. E nello stesso giorno in cui molti di noi che siamo  nati in questa data riceviamo la gioia di sentire tanto amato. In quel giorno, mi sono riempita di messaggi, ho ricevuto molte telefonate da diverse parti del mondo tra tanti parenti e amici, lontani e vicini. Mi sono molto rallegrata e sono veramente grata al Signore per quell’amore che mi sono sentita riempire, come un bicchiere riempirsi d’acqua poco a poco.

Quanto amore è necessario per colmare questo mondo!. Finché questo mondo non passa penso che ce ne voglia per l’intera sua esistenza. Senza amore l’uomo continua a vivere nella tribolazione incessante. Non ha riposo e continua a vivere nella fatica. Così Dio Parola deve intervenire per donargli la sua pace. Il Signore disse: «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno» (Mc. 13,31)

 

Il testo della predicazione che ho scelto per questo oggi è sui frutti dello Spirito.

L’apostolo Paolo aveva scritto  alla comunità di Galasia, con intento direi molto forte, per esortare quella comunità e noi oggi ad accorgersi della crescita nel nostro essere credente di quel frutto, nato e maturato.

Infatti, questi specifici versetti, i vv. 22-23 non hanno solo parlato di amore, frutto dello Spirito (nato come un figlio) ma tra questi anche di gioia, di pace, di pazienza, di gentilezza, di generosità, di fiducia, di  mansuetudine, di autocontrollo. Sono elencati in nove, i frutti che quando hanno raggiunto la loro maturazione in noi ci sentiamo sazi, come cibi che danno tanti sapori buoni.

Non sappiamo come si elaborano nel nostro essere, è quello che chiamiamo unmiracolo  che Dio ha potuto fare nella nostra esistenza umana. Ciò che succede dentro di noi è un lavoro sicuramente molto impegnativo. Perché? Il seme nasce simile ad un figlio, come lo Spirito di Dio che da frutto. Essi sono figli chiamati per nome: amore, gioia, … Soffermandomi solo con l’effetto dell’amore, … quel  frutto dello spirito che quando si nasce e si cresce nel corpo terreno, collocata e trovata la giusta posizione nell’essere del credente,  raggiunge il massimo della sua manifestazione.

L’effetto si sente tanto prima dentro del proprio essere poi lo spinge a manifestare nel suo agire. Il cambiamento dunque parte dal di dentro così come conseguenza il frutto dello spirito di Dio in noi si coglie, si raccoglie nel tempo giusto dopo che ha già raggiunto la sua maturazione.

Ogni  frutto dello Spirito è un dono, rimane tale, è un regalo e non si acquista con il denaro ma si può percepire nel tempo giusto.

Un credente impara a rendersene conto ascoltando in sé la possibilità di crescere con l’aiuto che gli viene dato attraverso una spiegazione continua della Parola cioè leggendo sempre più la Bibbia, ascoltando le predicazioni, frequentandosi gli studi biblici e i fratelli e le sorelle di chiesa come deve essere. Non è, perciò, un prodotto della propria elaborazione dell’essere umano ma dello Spirito Istruttore, in chiunque, in lui  o in lei si elabora ma non è frutto di se stesso. Dio Spirito che aveva dato quel frutto. Dio aveva seminato il frutto dello Spirito.  In Gesù uomo aveva potuto far nascere,  in lui l’aveva coltivato e  l’aveva potuto raccogliere il frutto al massimo della sua possibilità.

 

Nella Bibbia Dio è presentato per primo il Dio Creatore nella creazione.

Poi il Signore agricoltore nella parabola della semente. Gesù nel vangelo di Giovanni il racconto della parabola  della vite e suoi tralci Dio era definito il vignaiolo. Colui che si era messo all’opera per fare in modo che la vite desse tanti frutti. Suoi tralci erano i suoi discepoli ben innestati per portare i frutti.  Gesù disse: «Io sono la vite voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta un frutto abbondante, perché senza di me non potete fare nulla».Gv.15,5

 

Il teologo Helmut Gollwitzer scrisse: “Se il discepolo vuole rimanere legato al suo Signore, dovrà costruire tutta la sua vita sulla parola di Dio; questa è la sua pratica della vita cristiana. Questa parola del Signore deve essere legata indissolubilmente alla vita del discepolo, esattamente come una casa edificata sulla roccia fa corpo unico con il proprio fondamento”.

 

Care sorelle e cari fratelli, l’apostolo Paolo aveva scritto alla comunità di Galasia queste parole divine. Il frutto dello Spirito sono queste.

Vi invito perciò di partire da un  fatto concreto e reale cioè dalla verità assoluta che non c’è frutto senza considerare questi elementi che hanno contribuito di avere un prodotto. Per avere un frutto ci devono essere questi: almeno un seme, un pezzo di terra su cui piantare,  un essere vivente (un uomo, una donna) che lo pianta e lo curi per farla raggiungere alla sua crescita, dando un frutto. Il miracolo accade quando questo seme trova la sua collocazione adatta. Così il successo di un seme è di far nascere un altro seme, completando il ciclo della sua vita che continua ad esistere.

Mi sono chiesta l’importanza di raggiungere il frutto dello Spirito nel contesto/nell’ ambiente dell’essere chiesa.  Se ne parla lì, ma difficilmente si raggiunga la sua maturazione perché  anche negli uomini e nelle donne di chiesa bisogna lavorare tanto, anche se lì laddove si potrebbe aspettare che quell’ essere è il buon terreno per piantare quel seme di amore, quel seme di gioia, quel seme di pace… di Dio  Spirito.

C’è da aspettare tanto per avere un buon frutto. Quel seme piantato deve crescere bene per dare frutto.

Noi chiesa di Dio, non dobbiamo ostacolare la crescita dei doni dello spirito abbandonando l’odio, l’egoismo, presunzione, .. non dobbiamo lasciarli che assumano e consumano il nostro essere occupandoci mente e cuore di tutta la nostra anima. Inoltre, perché laddove c’è la chiesa, in cui è disseminato, sparso quel buon seme viene trascurato a quell’opera di coltivarlo. Nella chiesa convertita dalla parola del Vangelo in Cristo Gesù  sembra che tutti i membri siano pronti a lavorare, a gettare quel «seme» che hanno ricevuto ma con la parola «frutto» chiave della comprensione dell’opera dello Spirito, il messaggio della salvezza  deve ancora prima elaborare nell’essere e attraverso l’essere di ciascuno individuo per essere fatto e pronto poi a seminare. Le parole buone e divine che Paolo aveva scritto ai Galati sono per noi oggi, che partecipiamo al loro destino di essere portato, offerto, condiviso,  gettato ovunque siamo. Se noi non facciamo l’attenzione a queste parole divine colui che ha piantato non vedrà il frutto di quello che ha seminato in noi. Questi versetti 22-23 del capitolo 5 ai Galati mi hanno fatto riflettere quanto importante ricordare la parola seminata in ciascuna /o di noi. Come il contadino che ha gettato il seme/i semi in terrene  diverse così Dio in Gesù l’ha fatto.

 

Ecco perché nella chiesa di Dio ci bisogno di capire se stessa e accettare che deve lavorare molto di se stessa per restituire quel frutto a colui che lo ha seminato. Senza quel lavoro di collaborazione non c’è frutto divino maturato, prodotto  nel tempo giusto, l’ora  dello Spirito. L’apostolo scrisse  ai Corinti: Io ho piantato, Apollo ha annaffiato Dio fa crescere. (1 Cor.3,6) Dio  ha donato il seme della Parola di vita che è cresciuto in ciascuno e ciascuna di noi per vedere e dimostrare che suo regno è già piantato sulla terra.

Così ci chiediamo. Ci facciamo un auto-esame.

Si può chiamare chiesa se non c’è amore, se non è abitata dell’ amore?

Si può chiamare chiesa se non c’è gioia, se non è abitata di gioia?, se non vi abita gioia?

Si può chiamare chiesa se non c’è pace, se non è abitata di pace? se non vi abita pace.

Si può chiamare chiesa se non c’è gentilezza, se non è abitata di gentilezza? se non vi abita gentilezza?

Si può chiamare chiesa se non c’è generosità, se non è abitata di generosità? se non vi abita generosità?

Si può chiamare chiesa se non  c’è fiducia, se non è abitata di fiducia? se non vi abita fiducia?

Si può chiamare chiesa se non  c’è mansuetudine, se non è abitata mansuetudine? se non vi abita mansuetudine?

Si può chiamare chiesa se non c’è autocontrollo? se non vi abita l’autocontrollo?

 

Come possiamo chiamarci chiesa se non siamo capaci di amare, di gioire, di essere pacifico, di essere gentile, di essere generoso, di essere fiducioso, di essere mansuetudine, di aver l’autocontrollo. Ci vuole tempo per farci maturare queste attitudini. Ci vogliono le armature  di Dio per  combattere e vincere,  per superare noi stessi del nostro egoismo, del nostro orgoglio di credere di sapere, di avere già raggiunto la maturità nella fede. Bisogna che ci fermiamo per cercare di capire se siamo una chiesa e se vogliamo che lo siamo. Perché così possiamo sentire che in noi qualcuno ha potuto piantare una parola all’altra, diversa dalle nostre parole che ha il potere di dare sazietà, compimento al nostro essere presente e viva.

Teniamo conto quel piccolo seme che ha avuto occasione di crescere giorno per giorno, attimo per attimo nel nostro essere trasformando la nostra vita dandoci amore, pazienza…..Il miracolo succede ancora nel tempo di un divenire, quella crescita che è avvenuta solo nel tempo di Dio Spirito nella nostra vita di credente dimorando, rimanendo fermi nella sua parola. L’apostolo Paolo coglie la nostra attenzione e ci invita a tornare al nostro piccolo prezioso seme che aveva anche lui gettato e seminato alle chiese antiche in onore della sua chiamata di essere portatore, ambasciatore della parola in Cristo Gesù. La parola di Dio così agisce in noi liberamente ma che ha bisogno la nostra predisposizione.

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

che cosa succederebbe se nella chiesa non si sente più il frutto dello Spirito? Che cosa succederebbe se nella chiesa non prevale più il frutto dello Spirito? Alla chiesa, alla comunità è donato lo Spirito di Dio nella quale opera per trasformare ogni membro di essa. Quell’ essere umano in cui ha avuto il seme, quella parola che è stata seminata in lui da un essere umano che con la sua mossa del gettare ha avuto come il terreno dove ha potuto attecchire e crescere. E’ nell’essere umano e attraverso l’essere umano che questo dono dello Spirito opera.   Gesù come diceva l’evangelista Marco, egli insegnava molte cose alla folla (a tutti, chiunque insieme ai discepoli) con parabole.(Marco 4,2). Ma quando fu solo con i suoi discepoli  gli istruiva(gli insegnava ) dandogli spiegazioni, risposte alle loro interrogazioni.

Le parabole che li raccontava avevano lo scopo di svelare i significati solo a questi e non a tutti come diceva loro: «a voi è stato dato il mistero del regno di Dio, a quelli fuori invece tutto si propone con parabole, perché vedendo vedano ma non capiscano, ascoltando ascoltino ma non comprendano, perché non si convertano e non siano perdonati»(Marco 4,10)Sappiamo come l’intento di Gesù di insegnare le parabole perché le sue parole sono come i semini  gettati perché nascano e crescano nei suoi discepoli.  «E’ per grazia che siete stati salvati». (Efesini 2,5) Amen

past. Joylin Galapon

La memoria e l’indifferenza

Nei giorni appena trascorsi, in corrispondenza con la giornata della memoria, mi è capitato di rivedere una bella quanto inquietante puntata di Ulisse, la trasmissione di Alberto Angela.

In quella trasmissione viene raccontata, tra l’altro, la storia di quello che è stato chiamato il Binario 21 della stazione Centrale di Milano – un binario che in realtà non fu considerato all’epoca delle deportazioni neppure degno di un numero – forse perché il suo uso faceva troppo orrore per volerlo identificare, forse perché era meglio dimenticarlo, far finta che non esistesse.

Un binario che anche oggi non ha un nome né un numero, perché Binario 21 alla Stazione Centrale di Milano vuol dire solo, e maledettamente, il posto sotterraneo da dove gli Ebrei rastrellati da tutta Italia venivano fatti partire verso la loro morte, ed il loro sperato sterminio.

In quel luogo, il memoriale è stato affidato, tra l’altro, ad una parola scritta in rilievo, a caratteri cubitali, su tutta la parete – quella parole è “indifferenza”.

Ed in effetti, l’indifferenza – ossia la mancanza di reazione ad un evento – è ciò che ha segnato la condanna di molti, durante quei terribili avvenimenti storici: lo dimostrano le tante storie, fortunatamente, grazie a Dio, tante storie in cui coloro che non sono rimasti indifferenti a quel che stava accadendo hanno salvato le vite di molti.

Dell’indifferenza tra noi esseri umani hanno parlato molti: da anton Cechov, che la definì “la paralisi dell’anima e la morte prematura” a David Grossman, lo scrittore ebreo, che ne parlò definendolo “il male dell’epoca” e ne diede una spiegazione – non certo una giustificazione, credo – notando che “è difficile scegliere di soffrire”.

In realtà, anche senza bisogno di disturbare i letterati, tutti noi sappiamo che cosa è l’indifferenza; ma c’è ancora una cosa che, al riguardo, dobbiamo tenere presente, e cioè che l’indifferenza, per sua natura, non è mai “per caso.

Per rimanere indifferente verso qualcosa, devo necessariamente, almeno per una volta, almeno superficialmente, pensarci – per decidere che non mi interessa, cioè che non è qualcosa che riguarda me, che tocca me.

Per questo l’indifferenza fa così male – perché è la conseguenza di un giudizio, un giudizio di svalutazione.

Per questo l’indifferenza di Madre Natura – ossia dell’Essere Supremo – è così tremenda, così disperante, in quel dialogo di Leopardi che tutti abbiamo studiato a scuola, il dialogo tra la Natura e un islandese, che racconta le domande che l’essere umano fa a chi riconosce rivestito di potere – e delle risposte, anzi della risposta: quando io vi faccio del male, risponde la dea terribile, io neanche me ne accorgo, come non mi accorgo se vi faccio del bene, o del male.

Questo atteggiamento è esattamente il contrario di quel che la Bbbia ci mostra e ci dice di Dio- un Dio che non è il parto della fantasia di uno scrittore, ma è qualcosa di diverso da noi e con il quale interagiamo – quando decidiamo di non restare indifferenti a lui – che stende tutto il giorno le braccia verso di noi, come dice Isaia al capitolo 65 – ho steso tutto il giorno le mie mani verso un popolo ribelle, noi, che camminiamo per una via non buona, seguendo i nostri pensieri. Un popolo che rimane indifferente verso di me, il Signore, dicono di noi queste parole, e questo è poi in fondo – e neppure tanto – la fonte di tutti i problemi che abbiamo, potremmo dire “la madre” di ogni nostro guaio: la misura di quanto riusciamo a restare indifferenti a Dio.

Però, prima di vedere – contemplare, e ringraziare per – la reazione di Dio a quel che avviene a noi, vorrei che pensassimo insieme ancora un po’ a tutti i modi in cui riusciamo ad essere spaventosamente indifferenti gli uni agli altri.

Certo la mente corre subito a discorsi che siamo costretti a sorbirci tutti i giorni e che avnno dall’”aiutiamoli a casa loro” al “questa è una guerra, e in guerra i morti ci sono, non c’è nulla da fare, è la vita, bellezza”; alle donne uccise due giorni dopo che hanno sporto denuncia contro il loro persecutore che ha deciso di amarle troppo per lasciarle andare; ai morti sul lavoro per mancanza di sicurezza; alle violenze in famiglia, di cui nessuno si accorge mai, finché non ci scappa il morto.

Ma in realtà le facce dell’indifferenza sono infinite – magari non tutte mortali, per la vita fisica di chi ne subisce lo sguardo sinistro – ma quasi sempre devastanti per le vite che ammorbano.

Siamo indifferenti quando pretendiamo qualcosa, e non vediamo gli sforzi che sono stati fatti per noi, solo perché non vediamo il risultato che speravamo.

Siamo indifferenti quando non vogliamo accettare, come risposta, null’altro che un sì.

Siamo indifferenti quando allontaniamo ciò che non capiamo, invece che cercare di intenderne le ragioni e le possibili soluzioni.

Siamo indifferenti quando non cerchiamo soluzioni, ma solo modi per limitare i danni, in nome di una forzata sopportazione – quella che si chiamava un tempo “cristiana rassegnazione “.

E quando siamo indifferenti diamo origine a conseguenze. Magari anche piccole, sull’oggetto della nostra indifferenza, perché la dose di potere umano di cui ci è capitato di poter fruire è piccola. Ma sicuramente – fatalmente, disperatamente – quando restiamo indifferenti noi usciamo dalla sfera restando nella quale ci è concesso di dare testimonianza, di essere davvero a immagine e somiglianza di Dio: usciamo, infatti dalla sua presenza.

Nei mille discorsi che sentiamo tutti i giorni raramente, rarissimamente, capita di riconoscere l’esistenza, in chi parla o peggio bercia, dell’opzione “Dio”.

C’è chi usa l’Evangelo per tirare l’acqua al suo mulino (il Libro degli Atti insegna quel che accade a chi usa la Parola di Dio per il proprio tornaconto); c’è chi si schiera tra i buoni probabilmente un po’ cretini e chi si dedica a trovare tutti i possibili interessi personali che sporcano, o potrebbero/dovrebbero sporcare, l’azione dei suddetti buoni che, da “un po’ cretini”, diventano “molto corrotti”.

Chi non ha sentito, in occasione della chiusura del CARA di Castelnuovo del Porto, la litania dei costi che quella struttura aveva, e di come quei costi escono dalle nostre tasche (come se uscissero da altre tasche i costi della politica, di gran parte dell’informazione, delle infrastrutture con i ponti che cadono)?

La maschera del dio denaro ha nascosto, sotterrato, ammazzato a bastonate, il pensiero che nessuno, o quasi ha espresso, e che pochissimi hanno condiviso quando lo hannp scoltato: che aldi là dei costi e della eventuale corruzione di questa ed altre strutture, questa ed altre strutture sono il solo modo per non restare indifferenti alla sofferenza, alla debolezza, alla umanità di chi ci vive, o ci viveva dentro.

Dal punto di vista umano, si potrebbe dire che se la corruzione è la malattia, di solito la cura migliore non è ammazzare il malato.

Ma noi siamo qui, in una chiesa, perché crediamo in Dio. Perché Dio è il nostro Signore. Per noi il problema inaccettabile, disperante, è constatare che l’opzione “umanità” ha seguito l’opzione “Dio”, nel cestino della spazzatura.

I discepoli sono raccolti in una barca che, di notte, solca il mare di Galilea, il Lago di Tiberiade.

Il posto è pericoloso: il lago conosce improvvise tempeste, e la barca è poco più che un guscio di noce.

Nello stesso modo, la comunità dei santi, la chiesa dei credenti, naviga in un mondo in cui le tempeste che potrebbero inghiottirla possono venire da qualunque direzione.

La bufera si alza, infatti.

Le onde sono altissime e già riempiono la barca, che è in procinto di affondare.

A bordo, Gesù dorme.

Sembra impossibile, in quel caos spaventato e illuminato dalla luce livida dei lampi – guerre, uccisioni, fame, malattie – ma lui, dorme.

I discepoli vorrebbero che Gesù arrivasse come un supereroe e risolvesse la situazione. Forse vorrebbero convincersi che la sua sola presenza sulla barca sia sufficiente per preservarsi dalla tempesta.

Invece, lui dorme. E loro devono chiamarlo, pregarlo, invocarlo, ma non ti importa che noi moriamo?

Gesù, ossia la Parola di Dio, a quel punto interviene.

Come già all’inizio dei secoli, mette ordine e rimanda acque e venti là dove loro compete.

Poi, fa la domanda: ed è la domanda che rivolge a tutti noi, qui, stamattina: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?

Perché siamo così paurosi? Perché non abbiamo il coraggio di vivere ogni momento della nostra vita a partire dal criterio che ci è stato dato, quel giorno cge Dio ci ha chiamato per nome, e ci ha versato in grembo una misura scossa e ben pigiata, frlls fede in lui, da cui ha origine la nostra testimonianza?

Perché siamo umani, viene da dire.

Eppure questo lato oscuro della nostra umanità, è esattamente quello che Cristo ha reso cancellabile, superabile, con la sua morte in Croce per noi, e la sua Resurrezione come primizia di quella vita nuova che ha seminato nei nostri cuori e nei nostri cervelli.

Per vincere l’indifferenza del mondo una sola arma: vincere la nostra personale indifferenza.

Per vincere la nostra personale indifferenza, il Signore, quello stesso Signore che non è mai rimasto indifferente al nostro grido d’aiuto, ci ha dato un’arma potente: la nostra fede in lui.

Più forte – perché in realtà non è nostra, ma sua – di ogni tempesta.

Sia dunque , sorelle e fratelli, la fede nel Dio onnipotente, nel Dio mai indifferente, ciò che costituisce il punto di partenza di ogni nostro pensiero, di ogni nostra decisione.

Così gli saremo testimoni, fino al giorno benedetto e speriamo vicino, in cui tornerà per stabilire definitivamente il Suo Regno tra noi.

Amen.

past. Giovanna Vernarecci

 

Rianimare la speranza

 1Tessalonicesi 1:2-10

Rendiamo continuamente grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e incessantemente rammentando l’opera della vostra fede, la fatica dell’amore, la perseveranza della speranza del Signore nostro Gesù Cristo davanti a Dio, Padre nostro, ben conoscendo,
fratelli amati da Dio, la vostra elezione.  Il nostro vangelo, infatti, non vi è giunto soltanto tramite parola, ma anche mediante potenza, Spirito santo e nella più piena certezza; sapete bene come ci siamo comportati tra voi e in vostro favore. Anche voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore,
avendo accettato la Parola in grande tribolazione, con la gioia dello Spirito santo, al punto da diventare un modello per tutti quelli che credono, in Macedonia e in Acaia. Da voi, infatti, si spande la parola del Signore non solo in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio è giunta in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne. Essi stessi, infatti, raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siate rivolti a Dio allontanandovi dagli idoli, per servire il Dio vivente e veritiero e aspettare dai cieli suo Figlio, che egli risuscitò dai morti: Gesù, coluiche ci libera dall’ira che viene.

Care sorelle e cari fratelli,

è di qualche giorno fa la notizia che la nostra chiesa ha dato la disponibilità ad accogliere gli immigrati che da giorni vagavano per mare sulla Sea Watch. Per la prima volta da chissà quando il nome della nostra chiesa è stato ripetuto più volte su tutti i telegiornali nazionali e sulla rete hanno circolato notizie sulla nostra chiesa, ignota a milioni di Italiani. Un breve momento di notorietà e poi di nuovo torneremo nell’oblio di sempre! La cosa divertente è stato anche vedere su internet i nostri soliti detrattori coprirci di insulti perché vanagloriosi, venduti al mondo ecc, le solite
banalità di animi invidiosi. Non credo che ci sia nulla di male nel godersi quei cinque minuti di celebrità, con tutte le responsabilità che comportano… In fondo, qualcuno diceva che l’unica forma di immortalità che ci è concessa è il ricordo, ed è umano desiderare di essere ricordati per
qualcosa di buon che abbiamo fatto. Ma è solo il ricordo, una scia di affetti, quella che lasciamo nella nostra vita? No, certo, per chi crede c’è la certezza di una vita eterna con Dio, ed è questa che conta. Non è, però, questo il tema che vorrei approfondire, vorrei piuttosto riflettere all’inizio
della lettera di Paolo. Dopo duemila anni, infatti, noi dalle parole di Paolo abbiamo un ricordo, una testimonianza forte sulla fede di nostre sorelle e nostri fratelli di duemila anni fa. È quasi una rarità, perché la stessa cosa non avviene di molte altre chiese del passato! Dei corinzi, ad esempio, tutti
si ricorderanno la loro litigiosità…
A questo punto mi chiedo: chissà, in un futuro lontano, come ci ricorderanno i nostri discendenti! Sarebbe bello ricevere parole come quelle di Paolo. Sarebbe bello se qualcuno ricordasse la nostra opera di fede, la nostra fatica d’amore, la nostra costanza nella speranza… In
effetti, se guardiamo all’inizio di questa lettera ai Tessalonicesi, ci rendiamo conto della grande differenza tra la chiesa di allora e la nostra di oggi. Con questo non voglio dire che loro fossero meglio di noi. Credo che alla fine condividessero molti dei nostri problemi, che fanno parte di
qualsiasi comunità umana. Tutto sommato, non possiamo dire di avere anche noi l’opera della fede? Certo, la perfezione è lontana, ma anche noi ci impegniamo dare una forma concreta alle nostre convinzioni. Le attività della nostra chiesa sono numerose, a cominciare dai culti domenicali, fino ai bazar, alle riunioni famigliari, alle colazioni distribuite ai senzatetto. Anche nella nostra vita privata, sappiamo quanto può essere difficile essere coerenti in un mondo come il nostro, quando siamo travolti da un’esistenza sempre più complicata… Ma ci proviamo! Lo stesso
possiamo dire della fatica dell’amore e della costanza nella speranza. Pensiamo ai fratelli o alle sorelle che stanno male nella nostra chiesa: non è una fatica d’amore quella di chi li accompagna? Pensiamo a quante volte la nostra speranza viene messa alla prova dagli eventi quotidiani, dalle
ingiustizie che si realizzano sotto il nostro naso, da quelle che subiamo sul lavoro e nella vita di ogni giorno.
Quello, però, che ci distingue profondamente dalla chiesa antica è lo slancio evangelistico. La chiesa di Tessalonica viene ricordata da Paolo, perché si fa testimone dell’evangelo in tutta la regione. Noi, invece, da anni e anni non apriamo una chiesa nuova. Credo che l’ultima sia stata
quella di Colleferro e Ferentino nel dopoguerra. Se saremo ricordati per le cose che facciamo, certo noi non lo saremo per il nostro slancio evangelistico. Ed è forse di qui che dovremmo ripartire nella riflessione sulla nostra vocazione qui a Roma. Perché non proviamo, di nuovo, a coinvolgere nuove persone nella vita della nostra chiesa? Perché non proviamo a rilanciare la nostra evangelizzazione? Perché non ci dotiamo degli strumenti e delle energie necessarie? Potremmo fare molte cose, dallo studiare nuovo materiale, all’abbellire la nostra chiesa e al fare un corso per evangelisti. In fondo, non siamo sostenuti dalla stessa speranza che animava i cristiani della chiesa antica di Tessalonica? La fede è la medesima, il progetto di fede, culturale e volendo anche politico è anche più articolato. Perché non passare riusciamo a trasmettere tutto questo? Ieri, all’assemblea della Società Biblica in Italia ci chiedevamo: perché uno si dovrebbe associare e restare socio? Facciamoci la stessa domanda per la nostra chiesa: perché si dovrebbe diventare membri di questa comunità? Perché ci si deve rimanere, una volta passato il primo entusiasmo?
Dalla chiesa di Tessalonica possiamo ricevere un incoraggiamento: condividiamo la stessa opera della fede, la stessa fatica d’amore, la stessa costanza nella fede. Dobbiamo “solo” riscoprire lo slancio evangelistico.
Poi Paolo continua e, con due tratti di penna molto ben riusciti, descrive la vita della comunità: essersi convertiti agli idoli, per servire il Dio vivente e vero, e aspettare dai cieli la sua venuta. Ci ritroviamo in questo quadro? Direi di sì. Se siamo qui, è perché abbiamo lasciato alle spalle gli idoli vani che ci tenevano prigionieri e perché sappiamo che questa lotta è quotidiana e per vincerla abbiamo bisogno della forza dello Spirito Santo. Abbiamo rifiutato tutto ciò che, nella nostra vita tende ad allontanarci dal Signore, ed a sostituirsi a lui. Sappiamo quanto è difficile, ma noi siamo qui per testimoniare al Signore la nostra volontà. Di conseguenza, noi siamo qui per servire il Signore con un impegno che modella la nostra vita, perché nasce spontaneamente dalla scelta fondamentale che abbiamo fatto per lui. Certo deve essere coltivato con la lettura della Bibbia e con la preghiera, ma servire il Signore è qualche cosa che nasce spontaneamente nel nostro cuore dalla volontà nuova di vita che lo Spirito ci dona. Bisogna solo organizzare questo desiderio e dargli forma con efficacia. Per questo è fondamentale che i nostri organismi, come il consiglio di chiesa, siano efficaci nel loro lavoro di programmazione e di amministrazione.
È anche interessante mettere in evidenza l’ultimo punto che Paolo richiama ai Tessalonicesi. Egli dice, infatti, che noi serviamo il Signore mentre attendiamo la venuta del Regno. Forse l’idea dell’attesa ci può indurre in inganno, quasi che fosse un’attesa passiva…
Quello che abbiamo appena detto sul servizio, però, non ci permette di pensarlo neanche per un momento. Questo è un tempo ricco di attività, a cominciare dall’evangelizzazione: dovremmo vivere la prospettiva del Regno come una realtà che ci trasforma mediante lo Spirito Santo, una
realtà nuova di cui noi siamo portatori e di cui noi dobbiamo farci interpreti di fronte al mondo che ci circonda.

La parola di Paolo che abbiamo letto questa mattina è, dunque, una parola che ci incoraggia a continuare nel cammino fin qui percorso, esortandoci a riprendere la testimonianza dell’evangelo nella nostra vita, in questa nostra città. Ci siamo rispecchiati nella comunità di Tessalonica? Un po’ sì, un po’ no. Facciamoci coraggio, però, e continuiamo a portare questa
parola con caparbietà. Magari un giorno anche di noi qualcuno scriverà le belle parole che Paolo scrisse della chiesa di Tessalonica!

prof. Eric Noffke

Tu devi vivere alla grande!

Lc 3, 15-16 21-22

Tu sei, prediletto, compiaciuto.

Tu devi vivere alla grande!

Sembra questo il senso delle parole uscite dallo squarcio del cielo. Il battesimo di Gesù, come raccontato da Luca, arriva del tutto inaspettato, quasi non lo trovi scorrendo il testo. E Giovanni non si accorge per nulla di aver battezzato proprio la persona di cui parlava: si perde nella folla. Come si perde nelle frenesie delle nostre giornate la presenza di Dio, l’azione di Dio. Nel 1° libro dei Re al capitolo 19, come abbiamo ascoltato, Dio si manifesta nel vento sottile, quasi impercettibile. (1 Re 19, 11-13). Dio non era nel tuono. Non era nel terremoto, non era nel vento impetuoso, non era nel fuoco. Era in una leggera brezza. Quasi impercettibile!

Il vento. Quanto nella Bibbia è presente. Sarebbe bello uno studio biblico sul vento, fuoco ecc. Alito di Dio soffiato sulla creta di Adamo, vento leggero  sull’Oreb, vento impetuoso di Pentecoste.

Vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite. Libere vite.

Dove passa anche oggi. Passa in una stalla di Betlemme, o come qualcuno il giorno di Natale attualizzando ha detto: “lo troverete nella spazzatura”. Lo troveremo dove meno ce lo aspettiamo. E soprattutto non nei grandi eventi o nelle situazioni che colpiscono la nostra attenzione per la magnificenza. Dio va scoperto e trovato nella piccolezza.

Ma è una presenza, presenza costante, puntuale, attenta ma discreta.

Ma se il libro dei re ci dice dove sta Dio domandiamoci: Dove sta l’uomo? Dove sto io? E la domanda che Dio ha abbandonato la terra ci risuona sempre come una tentazione continua. Invece di saper cogliere, si cogliere, il vento leggero e piacevole della Sua presenza. È più semplice constatare e lamentarsi dell’assenza di Dio che della sua presenza costante, amorevole. Anche se difficile non farlo se pensiamo ai porti chiusi, alle politiche di chiusura, ai 4 clochard già morti a Roma dal 1 di gennaio. Però la scrittura tutta ci descrive questa piena e totale presenza sempre, anche quando non la cogliamo. Lui c’è. E opera, salva, perdona. E agisce. Le nostre chiese hanno aperto, hanno accolto, hanno testimoniato amore e presenza.

Tornando a Luca, il passo, però segna il passaggio dalla predicazione di Giovanni a quella di Gesù, che concretizza le parole del Battista. È interessante che venga raccontato come un’esperienza intima, quasi interiore. Sembra come se solo Gesù, nella preghiera, si accorgesse dello Spirito e della voce. In fondo, però, di pubblico finora c’è stato solo Giovanni Battista. Tutte le storie che riguardano Gesù fino a dopo le tentazioni sono personali, quasi segrete…

È interessante notare come il Gesù di Luca prega al Battesimo, come inizio della sua vita pubblica, e sulla croce, momento ultimo della sua esistenza.

Se ci fermassimo qui, la nostra esperienza di fede dal Battesimo in poi sarebbe un fatto personale, chiuso, nel mio cuore, nella mia testa, quasi un rapporto esclusivo, quasi, lasciatemi dire egoistico con Dio. Ma quel cielo che si apre e le parole «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» operano una conversione totale del rapporto con Dio, di Gesù ieri e di me oggi.

 

Trasportiamoci in quel giorno

Sono uno dei tanti della folla dei battezzati in quel giorno da Giovanni. Perché sono qui? Cosa cerco? Sicuramento un perdono dei peccati, che non credo venga più dagli sterili rituali del Tempio. Da animali offerti, da parole vuote, quasi magiche, da riti che non hanno significato di profonda conversione del mio essere. Infiniti mea culpa, lunghe processioni di penitenti, litanie interminabili, noiosi riti da sinagoga, tempio o chiesa poco importa. A questo sono legato?

Sono qui a chiedere un perdono dalle catene del peccato, catene che tengono la mia mente e il mio corpo legate ad una delle tante schiavitù del momento, dalle dipendenze della moda, dagli slogan in voga degli urlatori di turno. Troppe scorie, troppi legacci piccoli ma forti, condizionanti. Talmente forti che non riesco a liberarmene e troppe volte neanche a dare loro un nome.

Ci vuole uno stop nella mia vita, un punto di non ritorno. Ecco l’acqua, ecco le promesse del Battista. Sono titubante, come è debole la mia fede. Mi lancio allora? Chissà che non vada bene. 

Succedeva che invece di pensare al passato, a quello che ero stato fin allora e allemacerie che avrei dovuto rimuovere, mi ritrovavo una voglia matta di sprint come diconogli americani, un prurito addosso che mi diceva ma dai ma che aspetti a cominciare? Non

lo vedi che vogliono te, non ti rendi conto che sei necessario e forse indispensabile.

Incerto lo sono sempre stato, timido non ne parliamo, con la stima per me stesso sotto lasuola delle scarpe. Figurati alla mia età andare a capo e… signori si parte. No, ma che,non se ne parla proprio. E Invece…

Invece fu davvero così, non ci credo neanche adesso.

Stiamo finendo. Aspetta c’è ancora uno, il solito ritardatario. L’acqua è impregnata dei nostri peccati. Non l’acqua benedetta pulita dei nostri battesimi odierni. Ecco si avvicina, il ritardatario. È muto, assorto. Continua dopo essersi bagnato, a pregare in silenzio.


Non so gli altri, ma io, all’improvviso, vedo il cielo aprirsi in modo spettacolare e si apre sopra di lui. Il ritardatario. Quel cielo che era chiuso, con un Dio che ormai sembrava lontano, che si fosse dimenticato dell’uomo, del mondo, della vita.

Perché proprio su di lui? Chi è?

Ma che significa quel cielo aperto su quell’ultimo uomo? Ora con un colpo da circo si cala una corda, o una scala e fugge lontano per estraniarsi completamente da questo mondo balordo, non-umano, non inclusivo, non….. Perché proprio su di lui? E non su di me che ho tanto bisogno di sentire la presenza di Dio? Ma chi è mai?

Tutto il contrario, tutto l’opposto. 

Figlio, l’Amato, il Preferito. Quelle parole udite e non udite su quell’ultimo uomo arrivato in ritardo apparve, risuonò, rimbombò ai miei occhi e nel cervello come preferito, prediletto da Dio. 

Una consacrazione, un’investitura, una trasfigurazione. Una fede.

 

Questo forse fu il battesimo di Gesù quel giorno.

«Scese lo Spirito Santo» si può quindi tradurre così: «Scese la vita di Dio». Soffio che rianima, respiro profondo dell’essere, soffio di primavere.

Quella voce dal cielo annuncia tre cose:
Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, abbiamo Dio nel sangue.
Amato.Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard).
Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l’idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice.

Se ogni mattina potessimo ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di ognuno e ognuna di noi come un abbraccio; sentire il Padre/Madre che ci dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; e come un bambino abbandonarsi felici e senza timore fra le braccia dei genitori, questa forse sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.

Figlio è colui che prolunga nella sua vita la vita del padre e della madre.

Una investitura, una chiamata, la scoperta di chi fosse. E queste domande sono rivolte a noi continuamente, non solo nel giorno del battesimo. Chi sono? A quale vocazione sono chiamato? Quale progetto di vita? Come vivere l’essere figlio, l’amato il prediletto?

Oggi come ieri viviamo momenti di narcisismo estremo che riempiono spazi e tempi, l’intimità della preghiera può essere un valido contraltare. Preghiera che è fare silenzio dentro di noi, lasciare spazio per accogliere lo Spirito e ascoltare.

La fede esibizione viene qui completamente oscurata dalla dimensione personale e prima di tutto privata della vocazione. Ma se la motivazione rimane nel cuore, la persona viene comunque gettata nel mondo e chiamata a prendere posizione. E quanto oggi come discepoli siamo chiamati a prendere posizione. Lo deve fare il Gesù lucano, lo devono fare i discepoli. Lo dobbiamo fare noi. Si noi. Siamo sicuri anche noi?

Risposta scontata. In quel giorno Gesù scopre quindi chi è: figlio amato, prediletto. Figlio di cui il Padre si compiace. Non la rivelazione di una verità astratta, ma la metafora e la realtà di una relazione concreta, stretta, profonda, come è quella tra padre e figlio. Lo sappiamo che il nostro con Dio è un rapporto tra padre e figlio.

Un rapporto che è la nostra vita quotidiana di padri/madri o di figli/e. Una realtà che tutte e tutti abbiamo vissuto, viviamo. Ma quanto è presente realmente nella fede questa modalità, o meglio questa relazione?

Una vita, una chiamata. Datti da fare allora, è di nuovo il tuo momento, non perdere tempo.

E soprattutto una frase che ancora mi porto sul petto come un tatuaggio: scopri chi sei.

Come chi sono? Chi sei? E di nuovo il rapporto padre figlio ci aiuta. Un padre ci aiuta a scoprire, accettare e vivere quello che è il figlio.

Quindi scopri, scopriamo chi siamo e certi “peccati, riti, pensieri” facciamoceli passare.

Mettiamoci in moto che è già tardi, che troppo abbiamo sbagliamo in questa Storia, in questo mondo e forse siamo già ad un punto di non ritorno, perché quel cielo che si apre è metafora del mondo nuovo di Dio e noi non possiamo che essere soggetti protagonisti. Un mondo di Dio in continua relazione con il mondo dell’uomo, come il rapporto reciproco di attenzione, costante e di amore di un padre e un figlio. Che il Padre amore onnipotente ci riempia della brezza leggera, delicata della sua presenza. Perché anche ognuno e ognuna di noi è il prediletto o la prediletta del Padre. Lasciamo quindi contagiare da questa delicata presenza, dalla profondità dell’essere figlio di un Padre amore. Lasciamo contagiare da questo cielo che si apre.

Quindi convertiamoci, ossia osiamo la vita, mettiamola in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza; non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco; ciò che toglie le ombre dal cuore non è un obbligo o un divieto, ma una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo.
Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
Conversione, non comando ma opportunità: cambiate lo sguardo con cui vedete gli uomini e le cose, cambiate strada, sopra i miei sentieri il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile.

Conversione significa anche abbandonare tutto ciò che fa male all’uomo, scegliere sempre l’umano contro il disumano. Come fa Gesù: per lui l’unico peccato è il disamore, non la trasgressione di una o molte regole, ma il trasgredire un sogno, il sogno grande di Dio per noi. (Ermes Ronchi)

E quel ritardatario al Giordano ha saputo quindi donarci questo sogno di Dio e donarci sguardi nuovi sul nostro cammino. Ci ha donato nuove primavere.

E quanto ne abbiamo bisogno, ancora oggi!  Amen.

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Il mondo la mia parrocchia

Breve messaggio per il capodanno 2019

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, vi esorto, rallegriamoci.

Ci rallegriamo perché fin qui siamo arrivati.

Dio, il Signore della nostra vita, ci ha donato un nuovo giorno,  un nuovo anno,  è il primo giorno dell’anno 2019.

Siamo qui oggi perché la nostra volontà di servire il Signore e il prossimo ci induce a dichiarare pubblicamente in maniera collettiva e quindi comunitaria le parole d’impegno formulate dal padre fondatore del metodismo John Wesley.

L’apostolo Paolo scrisse nella sua prima lettera alla comunità di Corinto al capitolo 3 verso 1: <<ho dovuto parlarvi come a bambino in Cristo>> (1 Cor. 3,1)  poi al capitolo 13 verso 11: << quando ero bambino parlavo da bambino>> , poi nello stesso versetto termina con queste parole: << ho smesso le cose da bambino>>.

Queste parole dell’apostolo, che sono già per me parole d’esortazione per il lavoro che svolgo di cura pastorale in questa comunità variegata della chiesa metodista di via XX settembre, possono essere paragonate alle parole che erano state usate nei diversi momenti in cui Paolo svolse il suo servizio di apostolo alle comunità primitive. Egli scrisse: <<11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. 12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto>>.1 Cor.13,11-12
All’inizio l’apostolo parlava alla comunità di Corinto come se fosse un interlocutore infantile, paragonandola ad una bambina nell’aspetto di vivere la fede nel Signore.

Successivamente descrisse se stesso,  come egli agiva da bambino e smise di agire come tale dal momento che aveva raggiunto l’età matura.

Ora che cosa mi dicono queste  parole dell’apostolo Paolo in riferimento al  nostro tempo e alle parole di J. Wesley:  <<Il mondo è la mia parrocchia>>?  Quali sono il rapporto di essi?

A mio avviso mi esortano a rivedere il servizio di cura pastorale che rendo a tutti quelli che entrano e escono in questa chiesa metodista di via XX settembre.

E’ una comunità italiana ma in realtà essa è composta da credenti che appartengono a culture e tradizioni diverse dovuto alle loro origini come me dalla chiesa metodista unita nelle filippine.

Quando abitavo nelle Filippine, ai credenti che appartenevano alla denominazione metodista unita, la frase di J. Wesley: << il mondo è la mia parrocchia>> ha un significato parziale di vivere e praticare la  fede.

Ho notato vivendo in Italia che queste parole di J. Wesley hanno un significato più profondo, assumendo un significato olistico, tanto grande come è il mondo nella vita di chi crede nel Signore.

Il mondo ha bisogno dei credenti perché svolgano l’impegno di cura e d’amore, la chiesa ha un impegno di curare non solo il suo interno ma anche il suo esterno, e tutta la terra, saper dire quanto Dio ha dato della sua vita nel figlio Gesù Cristo per salvarci.

Così, nel mio e nel tuo rapporto con gli altri popoli, italiani, coreani, cinesi, inglesi, africani e tutti coloro in quell’unica sola fede e solo spirito di Dio, si manifesti la volontà e l’amore Suo.

Io ringrazio Luca e Grace della comunità battista di Centocelle perché sono qui, per la loro volontà di  partecipare a questo culto di rinnovamento del patto con Dio coinvolgendo il coro Coram Deo purché anche loro riconsacrassero il loro impegno e la loro dedizione di cantare inni di lode al Signore con il dono della loro voce e di servire la chiesa di Dio il nostro unico Signore.

Così, cominciando il mese di gennaio facciamo chiarezza al significato del nostro coinvolgimento al dialogo fra noi cristiani di confessione cattolici, protestanti, ortodossi nel testimoniare l’evangelo in Cristo Gesù in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Rinnoviamo la nostra volontà di servire le persone senza fissa dimora come il breakfast time e ecc.

Dio vuole che gli preghiamo, che gli chiediamo per darci un futuro migliore di prima.

L’anno scorso, per quelli che erano presenti in quel primo giorno dell’ anno 2018 avevate ricevuto un segnalibro e ho ritenuto opportuno darvi anche questo anno come ricordo in cui è scritto il nostro impegno comune.

Vedete, da un lato l’immagine della vite, i suoi  tralci e suoi frutti parlano  tutto di noi, di come siamo uniti e uno in Cristo Gesù, il logo segno distintivo della chiesa metodista in cui Wesley vuole dire a ciascuno/a di noi credenti dell’impegno globale in cui deve essere vissuta la fede nel Signore Cristo Gesù.

Le parole che dichiariamo sono le nostre promesse in risposta a Dio che ha voluto pianificare tutto per la salvezza dell’intera umanità, del mondo che ha creato.

Allora, chiediamo al Signore di rigenerare la nostra forza, volontà, fede, speranza  e amore  e ci accompagni perché è lui la fonte di essi per poter compiere i  nostri buoni propositi.

Ognuno e ognuna nel proprio cuore ha assunto davanti a Dio diverse responsabilità. Che il Signore conceda il suo sì a ogni obiettivo che vogliamo raggiungere in questo nuovo anno.

Ora vi invito ad alzarvi in piedi per dichiarare le parole che trovate sull’ordine del culto oppure sul segna libro. ognuna/o nella propria lingua, prima in tagalog, poi in coreano, e finiamo in italiano perché è la nostra lingua comune.

Tungkuling Pangako(Filippini)

 

Hindi ko na pag-aari ang aking sarili, kundi sa iyo. ilagay mo ako sa iyong kagustuhan, ilapit mo sa akin ang sinuman mong gusto.  Naway lagi akong iyong tagapagpatotoo, maging sa panahon na ako’y masigla, nasa kahinaan, kagalakan, at sa pagdurusa.Ama, Anak at Banal na Espiritu, ikaw ay akin at ako ay iyo. Malaya at buong puso na ako’y susunod sa iyong kagustuhan at iniaalay ko ang lahat sa paglilingkod sa iyo. At ang kasunduan na ginawa ngayon sa lupa, ay mapahitulutan din  sa langit. Ikaw ang aming Diyos at kami ay iyong sambayanan. Amen.

 

Coreani

저는더이상저자신의것이아니요. 주님의것임을고백합니다.

저를주님이원하시는것을행하는도구로삼아주시옵소서.

주님이원하시는사람들과함께나를들어써주시옵소서.

저로하여금주님의사역과고난에동참하게하옵소서.

저로하여금주님을위하여일하게하옵소서.

주님을위하여영광스러운일이나모든일에사용하여주옵소서.

저는마음을다하여자원하는심정으로주님의기쁨과뜻에모든것을헌신하겠습니다.

주님은우리의하나님이시요우리는주님의백성입니다.                                                                                    아멘

 

Impegno(Tutti)

Signore, io non appartengo più a me stesso, ma a te. Impegnami in ciò che vuoi, mettimi a fianco di chi vuoi; che io sia sempre tuo testimone, sia nella pienezza delle forze, sia quando le forze vengono meno, sia che io mi trovi nella gioia, sia che io mi trovi nel dolore. Liberamente e di pieno cuore mi sottopongo alla tua volontà e metto ogni cosa al tuo servizio. Tu sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo. Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Colui che viene dall’alto

Giovanni 3,31-36

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore Buon Natale.

Accogliamo la grazia di Dio Padre. La benedizione sovrabbonda con il  dono del Figlio nel giorno di Natale. Colui che è nato in mezzo agli uomini e alle donne è confermato il figlio di Dio. Questo messaggio è anche  confermato nell’uomo credente, suggellato dallo Spirito di verità. Dal cielo Dio ha inviato suo figlio, è il Suo primo testimone.

La testimonianza di Gesù che Dio c’è e esiste è veritiera. Gesù è sceso dall’alto, venendo in terra in mezzo agli uomini e alle donne per testimoniare a loro chi è Dio, suo Padre.

Giuseppe sognò  un figlio, che sarà suo.

Egli mentre dormiva ricevette una rivelazione di avere un figlio con Maria.

Questo è quello che dice nel vangelo di Matteo. Così il vangelo di Giovanni testimonia a noi questa verità che Colui che è stato inviato da Dio,  è nato in terra e si chiamerà  Gesù, è sceso dal cielo per testimoniare Dio Padre.

Chi crede che Gesù il figlio che viene dal Padre avrà il sigillo dello Spirito.

Dio mette il suo Spirito a colui che crede nella testimonianza del figlio.

E’ quello che chiamiamo  il battesimo dello SPIRITO.

Dall’alto al basso, dal basso all’alto.

Il movimento è chiaro, è disceso e poi è asceso.

Nel vangelo di Giovanni , in questo brano la dinamica è molto chiara.

Colui che è venuto dall’alto è il testimone di Dio.35 Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano.

Così, Gesù disse nel vangelo di Matteo al cap. 28 versetti 19 e 20:  <<Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del padre, del Figlio e dello spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente>>

All’inizio del terzo capitolo Gesù e Nicodemo ebberouna conversazione intima. Gesù parlò con Nicodemo della nuova nascita, il brano poi prosegue con la testimonianza di Giovanni sul Cristo, colui che è lo Sposo, il più grande di lui.

L’ insegnamento di Gesù sulla ri- nascita dell’uomo che anche se è già di età avanzata nella vita spirituale è possibile, poiché non si tratta di un processo naturale di “tornare al grembo per poi nascere di nuovo”, può essere paragonato all’uomo che crede che Gesù è venuto dall’alto dei cieli e, in conseguenza,  può testimoniare di Dio.

 

Questi ultimi versetti racchiudono ciò che voleva dire Gesù con  Nicodemo.

Nicodemo come esempio dell’ uomo vecchio avrà la vita eterna perché, credendo nella parola di Gesù, alla sua testimonianza sul Dio Padre, lui è diventato un uomo nuovo, e questo viene sigillato dallo Spirito.

All’uomo che crede ciò che dice Gesù, ponendo in Gesù la sua fede,  l’ira di Dio non rimarrà in lui.

Verrà tolto in lui il castigo di Dio perché ha creduto in colui che Dio ha mandato affinché compia la sua volontà.

L’opera di Dio, padre, figlio e Spirito è narrata (come è riassunto)  in questo brano.

 

A natale,la nascita di Dio nel figlio è in contemporanea con la nuova nascita dell’uomo.

Credere in Dio testimoniato dal figlio è segno che Dio stesso è così potente da poter far nascere nell’uomo naturale, colui che non ha conosciuto Dio, la conoscenza stessa di Dio

La conoscenza di Dio, infatti, non è innata nell’ uomo.

Deve avvenire la nascita dell’uomo come nel racconto di Nicodemo, nella storia della sua rinascita nell’incontro personale con Gesù.

Il Natale di Gesù rappresenta la stessa nascita dell’uomo vero, che si rende consapevole di chi è Gesù.

L’uomo vero nella storia del natale di Gesù è colui che nasce nella fede ed è capace di vivere poi una vita avendo una guida, un rabbi, un maestro, un punto di riferimento che viene dall’alto.

Questa è la storia della nascita della chiesa e quella di tutti noi che crediamo di avere un Dio che ci insegna a vivere la nostra vita a partire dalla generazione originale dell’elezione del popolo d’Israele.

Nell’antico testamento, Israele è la stirpe a cui Nicodemo  apparteneva (essendo stato un giudeo) , ma essa ha avuto un ruolo anche nel Nuovo testamento (giudeo e cristiano ) per il nascente popolo ed erede di Dio, al quale svela l’intenzione di Dio di far nascere altri popoli come frutto della testimonianza di fede nel  Figlio. Così nella storia dell’uomo credente nell’epoca del Nuovo testamento, Dio ha compiuto il suo piano di rivelare se stesso definitivamente /completamente.

 

Gesù disse: Che crede in me , crede non in me, ma in colui che mi ha mandato>> Gv. 12,44 . Così, chi crede in lui è salvo, è redento dal castigo, dall’ira.

Le chiese sparse nel mondo hanno il compito di testimoniare questa opera redentrice di Dio nel figlio perché nascano ancora dei figli per mezzo di suo Figlio Gesù.

Il profeta Isaia ha profetizzato di questo figlio: <<2 Lo Spirito del SIGNORE riposerà su di lui: Spirito di saggezza e d’intelligenza, Spirito di consiglio e di forza, Spirito di conoscenza e di timore del SIGNORE. Is.11,2

 

Così il credente nel suo vivere la fede in Dio impara e segue continuamente le orme del figlio capace di rivelare tutto quello che il senso del vivere offre per opera dello Spirito del Signore.

 

L’apostolo Paolo dice: <<È grazie a Lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione>> I Corinzi 1, 30

Amen.

 

past. Joylin Galapon

 

 

Gesù dono del cielo

Giovanni 6, 31-38.47-51 (Jesus gift of heaven)

Jesus gift of heaven. Gesù è il dono del cielo perché è venuto dal cielo. E come lo sappiamo? la Bibbia ce lo dice. Gesù proviene dal cielo. Gesù insegnò ai suoi discepoli come dovevano pregare: “Padre nostro che sei nei cieli”. Così una delle preghiere di richiesta che rivolgiamo al Signore Dio è …Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

Perché Gesù è un dono dal cielo? Perché è il pane della vita.
Il pane che viene dal cielo è di Dio, ed è il modo più significativo di testimoniare se stesso, che Egli sostiene il suo popolo a partire dalla sua liberazione nella casa di schiavitù degli egiziani.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi è la terza domenica di avvento, il tempo liturgico ci indica ancora di attendere finché giunga il giorno di natale. E’ natale.
E’ nato il salvatore, il buon pane per il nutrimento che Dio offre e che sazia la fame dell’uomo dandolo sostentamento per la sua vita.
Questa è la prima dimostrazione e manifestazione della presenza di Dio.
Le chiese cristiane continuano ad insegnare, ma anche ad imparare il vero significato di Natale. Sottolineando così che il messaggio evangelico che porta questa nascita è inesauribile.
E’ nato il salvatore del mondo, ma ancor prima ha dato vita a questo mondo.
Ecco l’importanza dell’insegnamento del cristianesimo.

E’ nata la vera vita in Gesù bambino.
Abbiamo avuto il regalo più bello che dona significato della esistenza del mondo. Ci è donato un figlio, è un bambino. Così il messaggio del dono del figlio è narrato ogni anno nella storia delle chiese del Signore Dio.
Il gruppo dei filippini ha scelto per la predicazione il tema “Jesus gift of Heaven”, che siamo venuti oggi ad ascoltare.
Si Jesus ay regalo ng langit, siya ay mula sa langit. Si Jesus ay nanggaling sa langit, siya ay nagbuhat sa langit upang ipabatid sa atin ang katutuhanan tungkol sa nasaksikan niya sa Diyos, ama.
Sa ating nakaalam at naniwala sa kanya, tunggol sa Diyos ating naiintindihan kung anong ibig sabihin /o anong ibig ipakahulugan ng salitang nagmula/nanggaling/ sa langit na pinatutuhanan ng banal na salita ayun sa ating mga ninuno.
Ang galing sa Diyos na nasa langit, na regalo ng langit ay hindi kailan man natin matututulan dahil ito ay kanyang ibinubuhos na parang ulan na katulad ng manna para sa lahat. Walang sinuman ang makakatutol sa kanyang kalooban bilang Diyos na maykapal sapagkat ito ay galing sa langit. Hindi natin masasasalungat /masasaklawan ang kanyang mga plano kundi atin lamang itong tatanggapin ng buong puso o tatanggihan.
Tayong mga tao ay hindi makakagawa, hindi natin mababago itong kalooban, tanging sa makapangyarihang gawa lamang ng Diyos, kayat atin itong tatanggapin o tatanggihan, paniniwalaan o itatatwa.
Kung si Jesus ay mula sa langit , siya ay galing sa itaas at bumaba siya dito sa lupa.

Il Signore Dio guarda dal cielo. Osserva le sue creature.
Guarda dall’alto e provvede ciò di cui hanno bisogno.
La parola incarnata in Gesù diventò uomo e nel Vangelo di Giovanni si confronta con la “manna” dicendo: <<Io sono il pane della vita: i vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo >> ( Giov.6, 48-51)
Hesus ang diwa ng Pasko/Gesù è l’essenza del natale, il canto del gruppo dei filippini racconta questo fatto dell’essenza di Gesù nella vita del credente. Nella sua pienezza c’è vita. Dà vita al corpo umano, a tutte le membra del corpo dà la forza per potersi muovere. E’ nel Vangelo di Giovanni che proclama ancora <<io sono la vite, voi siete i tralci>> . Dall’unica vite i credenti, i suoi discepoli e le sue discepole traggono il loro nutrimento per vivere cioè l’essenza vitale del corpo. Quest’affermazione di Gesù della sua essenza è una che non si imputridisce/marcisce perciò questa è la grande differenza che i popoli del nuovo patto hanno avuto in dono, il pane che non andrà mai male e non si butta perché è l’alimento fondamentale che Dio unico ha offerto al mondo.
Gesù come pane della vita/the bread of life/ang pagkain sa buhay, il suo significato non si esaurisce mai nelle predicazioni, nelle parole che vengono trasmesse/predicate ogni domenica perché è il pane per chi è affamato e oppresso o chiunque di noi nel momento che parliamo, mangiamo, facciamo. Quindi tutto quello che siamo, tutto quello che facciamo ci fa esistere in lui.
Gesù è sceso dal cielo perché Dio l’ha mandato per dare alimento alle anime malate e ai corpi malati che hanno bisogno della guarigione.
In una delle domeniche di novembre scorso, ho predicato, al gruppo dei filippini, sulla manna nel libro dell’esodo cap. 16 .
Avevo chiesto lì se ci è mai venuto in mente che dopo 45 giorni che gli israeliti intrapresero il cammino nel deserto, quanto erano diventati più forti dopo aver mangiato la manna rispetto a loro, ai filippini, che al minimo mangiano tre volte al giorno?. Dio ordinò agli israeliti tramite Mosè di raccogliere ogni giorno la manna, ciò che occorreva soltanto per un giorno poiché non si perda .
Gli Israeliti solo dopo 45 giorni avevano sentito la fame ed così è logico che protestassero contro Mosè e Aronne. Senza indugio Dio che ascoltò il loro mormorio fece piovere dal cielo la manna(il pane per dare forza il loro corpo). Questa storia guardando indietro nel tempo, non ci si può dimenticare, un ricordo impossibile da crederci, questa memoria dell’esperienza di vita dei nostri padri e madri è solo una fra le tante perciò ci si chiede in ogni epoca di resistere.
Dio ha ascoltato e ha risposto al grido di fame del popolo d’Israele perché non muoia e così fino ad oggi donando suo figlio dal cielo per non farci più sentire/avere fame.

Il mondo non ha più fame; per mezzo di lui, è stato donato il pane materiale e spirituale per sostenere la vita, che dona resistenza, la vita nella forma di
vita eterna esiste in lui e questa è una sfida per noi ogni volta che ci sentiamo già sazi (o non ancora ) . Chi lo rispinge, e quindi non crede in lui non può sapere che cosa significhi avere la sazietà ed anche la fame di non averlo.
Chi non impara l’arte di resistere in questo mondo muore(cioè non ha speranza). Chi non grida aiuto a Dio perde la vita. Gesù dice che il suo corpo è il pane per il mondo perché con la sua esistenza nel corpo ha parlato, ha rivelato la parola di Dio suo Padre dal cielo alla terra testimoniandolo a tante persone che incrociava per strada allora.
Ancora in uno studio biblico a casa della famiglia Valete a La Storta noi che eravamo presenti abbiamo provato a dire riassumendo che cosa è per noi la Bibbia e da quando essa ci ha parlato. C’è chi ha detto che leggendo la Bibbia ha avuto consolazione. C’è chi ha detto che leggendo la Bibbia ha avuto la guida nel suo vivere. Per noi protestanti abbiamo dato e espresso molte interpretazioni alla Bibbia secondo al nostro vissuto e questo è molto importante ed è fondamentale perché è il nostro incontro personale con il Signore che ci sprona a raccontare il motivo della ri-nascita come uomo nuovo.
Perciò è la nostra responsabilità personale leggere ed interpretare la Bibbia.
Inoltre, ovunque siamo accade in un incontro, come il nostro essere chiesa insieme in questo luogo, si avvia la testimonianza reciproca della vita in Cristo Gesù che continua a trasformare (come un cominciare e ri-cominciare ad imparare a vivere l’evangelo del natale) .

La porta del tempio della chiesa metodista di via XX settembre è aperta e tutti sono benvenuti. Le nostre mani vengono usate per aprirla a tutti che sono accolti e abbracciati, (Vi rendete conto alla migliaia di persone che sono già entrate e uscite in quella porta, comprese noi. Le nostre mani sono piccole, ma sono sufficienti per accogliere il cibo che viene dal cielo e sulla terra e ci passiamo a vicenda come allora della prima volta che Dio ha fatto piovere di manna al suo popolo.
Secondo le mie osservazioni e considerazioni. Permettetemi di menzionare due parole che possano riassumere il nostro modo di vivere come essere chiesa insieme oggi. Nello stesso tempo, queste parole sono originariamente usate per definirsi un movimento MeToo(in italiano anch’io) che poi è diventato metwo(due sono io) sorto in Germania dai ragazzi figli di genitori stranieri e tedeschi come il tedesco-marocchino a Berlino.
Parallelamente, come i figli dei filippini, o cinesi, africani, coreani ecc. che sono nati qui con un genitore italiano, sono come quelle due facce della medaglia.
La chiesa metodista di via XX settembre in Italia rivive il percorso di integrazione nel senso che ci sono dei componenti filippini che si sono “mescolati”. L’integrazione si è avviata ed è in corso per dare prova e testimonianza al pensiero di J.Wesley della universalità/globalità dell’opera dello Spirito di Dio. Il prof. Assante del seminario metodista di Ghana ha condiviso al convegno del centro documentazione del metodismo il 29 novembre 2018 che lì nel loro paese, lo stato e le chiese vivono insieme con un senso di partnership.
Egli ha detto che ciò che distingue la collaborazione delle scuole dello stato con la chiesa metodista è che laddove c’è lo spirito del metodismo, si producono i migliori studenti per la loro capacità di far emergere l’essenza del pensiero del metodismo, quello spirito della libertà di pensiero. Ricordare e evocare ora questa base di apertura mentale nel pensiero di J. Wesley è quella che ha sostenuto il nostro percorso di integrazione. La chiesa di Dio in questo luogo ha donato il suo Spirito che con le preghiere, le costanze e le resistenze dei credenti, nel loro insieme sono esistiti e resistiti insieme.
Il me- two significa allora che in due(filippino e italiano) ci sono me-too anch’ io frutto di questa convivenza che è una sfida che incoraggia tutti a far vivere la propria fede in Cristo Gesù. L’essere chiesa del vissuto dei filippini e degli italiani credenti è fortificato dalla fede nel voler vivere insieme. La specificità di entrambi nel loro vivere le proprie culture e tradizioni si sono gradualmente svelate e praticate nella condivisione ma deve continuare/proseguire. Questa storia deve proseguire perché è la novità che Dio vuole far vivere in questo luogo. Una storia che diventa storia nella vita di ciascuno e ciascuna di noi. Le chiese di Dio di provenienze diverse , riunite e in comunione in questo tempio ha questa caratteristica che ci ha fatto rendere uguale davanti a lui. Due o più persone di nazionalità diversa che si esperimentano un percorso di fede all’ unico Dio.
Voglia il Signore benedire i nostri sforzi per mantenere tenacemente i nostri oggettivi per raggiungere il nostro traguardo, raggiungere la fine della corsa data a noi laddove ci aspetta Dio.
Il Signore ci benedica. Buon natale a tutte e a tutti, maligayang pasko sa inyong lahat mga kapatid sa Panginoon. Merry Christmas to all of you.

 

amen.

past. Joylin Galapon

Cos’è una promessa?

Luca 1,67-80

 

Care sorelle e cari fratelli,

cos’è una promessa? Possiamo spingerci in avanti con la fantasia e cercare nella nostra vita tempi, luoghi e persone che sono stati caratterizzati per noi dal senso profondo di una promessa: promesse d’amore, promesse di amicizia, promesse di lavoro, promesse di doni, promesse di abbracci, di mani tese e di sostegno nel bisogno, promesse confermate dai fatti, promesse rinnegate, promesse benedette e promesse tradite. Come è difficile credere ad una nuova promessa quando altre promesse si sono trasformate in fumo, in parole al vento.

Ma sopra ogni cosa la promessa è proprio una parola; ora fino a quando parliamo delle nostre parole certo abbiamo bisogno poi di trovare conferme in azioni concrete, le promesse umane non sono sufficienti, gli impegni presi nella parole devono poi devono diventare scelte conseguenziali, impegni, e promesse agiti, capaci di costruire veramente cose nuove. Le promesse devono trasformali le parole in atti. Una promessa detta deve diventare una realtà, una promessa agita, che sa far vedere che la parola della promessa non era cosa vana. Noi, uomini e donne, dobbiamo confermare le nostre promesse, dobbiamo realizzarle e così compierle, proprio come avevamo detto.

Ma, nonostante l’attesa tra la parola e l’azione della promessa, questa rimane un segno di benedizione. Una promessa è un’opera di benedizione, anche solo a livello dei rapporti umani, è un segno di parità, una parola che può guarire ferite passate, che può trasformare il tempo non più in un “non-tempo” di sofferenza, ma in un nuovo tempo di gioia. Ti prometto gioia!

Questo è il tempo dell’avvento, il tempo di una vita in avvento, la nostra vita è il tempo davanti alla promessa di Dio, davanti a quella parola già sufficiente in se stessa, una parola che agisce la promessa e la conferma proprio mentre la dice. Noi non attendiamo, nell’avvento, che Dio realizzi le promesse fatte, non stiamo aspettando che termini il travaglio per poi trovarci davanti al parto di Dio, al suo compimento. Tutte le promesse di Dio sono compiute, sono dietro di noi: “Il mondo ha raggiunto in Gesù Cristo il suo scopo e il suo fine. Tutto è già computo in lui. Dio non è soltanto un evento da attendere: esso è dietro di noi. Quando la chiesa predica, prega, testimonia, essa guarda indietro verso ciò che è già accaduto: il suo Signore è già venuto. L’ultima parola su di noi, sul mondo e sulla chiesa è già stata pronunciata. Viviamo su questo avvenimento e per questo ha senso il tempo dell’avvento: ci presentiamo davanti a colui che è venuto e che ha detto e fatto tutto per poterlo accogliere nella nostra esistenza” (Barth).

Noi ora siamo in attesa della vita piena, di vivere questa perfezione nella testimonianza, di poter dire: eccomi Signore sia fatta la tua volontà in me.

Noi siamo proprio come questo primo bambino del tempo dell’avvento, questo Giovanni per il quale Zaccaria canta la sua lode a Dio. Egli è il bambino testimone di Gesù quando questi non è ancora venuto. È una categoria particolare di testimoni: è il testimone prima! Prima dell’evento lui, il bambino di Zaccaria, per volontà di Dio ne è già il testimone. Egli, Giovanni, è proprio questo niente di più, è solo il testimone dell’Altissimo. Chi è allora questo bambino? Per rispondere a questa domanda non dobbiamo cercare nella sua carta di identità ma nella sua vocazione: egli è colui che è stato chiamato, scelto, dato alla storia per essere testimone dell’Altissimo, per annunciare che Gesù è colui che viene. Allora noi, la chiesa, questo siamo, solo questo ma addirittura questo: i testimoni di colui che è venuto e che continua a venire, è la gioia dell’avverarsi delle promesse di Dio. A noi non resta che la gratitudine, addirittura la gratitudine. In questo tempo di oscuri presagi di morte, di violenza, mentre siamo ostaggi dalla volontà di isolamento, di chiusure, mentre vince una cultura di odio, di inimicizia e i nostri giovani sono sempre più ostaggi della paura e dell’ignoranza con il rischio di ripercorrere antiche strade di dolore, in questo tempo la voca della chiesa – non c’è chiesa che non sappia gioire – deve alzarsi per testimoniare la gratitudine a Dio e la possibilità di essere testimoni del bene.

Questa è la nostra vocazione perché i nemici ancora sono alle porte. Ci sono nemici alle porte dell’Europa, nemici difficili da abbattere, ci sono nemici da respingere, allontanare, abbattere, ci sono nemici che vogliono parlare la nostra lingua e vivere come noi per poi colpirci alle spalle. Chi sono questi nemici, chi sono gli avversari? Chi ci libererà dalle mani dei nostri nemici? I nostri nemici sono: la superstizione, l’odio, la superficialità, l’infedeltà dei cristiani, l’eresia di considerare l’essere umano un nemico da respingere; i nostri nemici di cui il diavolo riempie i nostri cuori e le nostre menti hanno il nome della debolezza, della non curanza, del populismo, dell’arroganza, e della certezza che non si può fare nulla, che non si può più sognare una società più giusta e un tempo in cui le promesse del bene possano realizzarsi per tutti a prescindere dalle appartenenze religiose, etniche, sessuali, politiche, economiche.

Care sorelle e cari fratelli il nemico è l’infedeltà dell’uomo sull’uomo e questo è allora ancora di più il tempo della testimonianza che parte dalla gratitudine a Dio per il dono infinito della giustizia in Gesù Cristo. Questa testimonianza gioiosa inizia con il nome di Gesù nel quale noi tutti come dei nuovi Giovanni troviamo il senso della nostra vita, la condivisione della speranza perché Dio mantiene la sua fedeltà in eterno, anche in questo tempo, soprattutto in questo tempo. Egli è fedele alle sue promesse e ci dona il tempo della pace per vivere come figlie e figlie di Dio.

Amen.

 

past. Luca Anziani

Un nuovo cielo e una nuova terra.

L’altro giorno nel mantovano, quindi non nel profondo sud, l’ennesima storia di violenza domestica conclusasi in una tragedia che vede vittima il figlio di 11 anni. Un uomo ha incendiato la casa dove viveva la moglie. L’uomo italiano, di 52 anni, artigiano, è poi fuggito ma è stato bloccato da una pattuglia della polizia stradale. Qualche giorno fa era stato colpito da un provvedimento del gip di Mantova di divieto di avvicinamentoalla casa di famiglia, dove vivevano la moglie e i tre figli. Silvia, quando ha visto le fiamme, rientrando a casa, ha chiamato subito i carabinieri. L’ennesima telefonata disperata, seguita alla prima denuncia per maltrattamenti a luglio. E adesso Silvia racconta che a volte al telefono si è sentita rispondere: «Signora, deve portare pazienza…».

Non eravamo una coppia particolarmente felice, ma non si andava male avanti. Senza figli, con molti impegni, lavoravamo entrambi e avevamo molti amici. Una famiglia normale, una vita normale senza scossoni. Una sera d’estate avevamo amici a cena. Mio marito beveva, come al solito. In cucina si mise a darmi dei colpi, mi strappò la catenina lasciandomi dei segni sulla scollatura. Urlai, ma nessuno si mosse. Non era la prima volta. Poi diceva che era un gioco, io gli rispondevo che quel gioco non mi piaceva. Ugualmente, mi prendeva spesso con forza e io cercavo di trattenerlo, di rilassarlo. A volte ci riuscivo, a volte no. Mesi dopo gli dissi che volevo separarmi, lui mi puntò il fucile al volto. Nella notte sono scappata, in pigiama. Lo volevo denunciare, il carabiniere mi disse: «Signora, sicuramente ha un’amica da cui poter andare a dormire. Si riposi, torni domani». Non sono più tornata, né a casa mia né a denunciarlo. Non ho mai dimenticato il fucile puntato.

Due storie di violenza domestica. Una storia di questi giorni, l’altra la troverete nel “Diario dei 16 giorni della FDEI per vincere la violenza”. Le mura domestiche sono testimoni dell’80% dei maltrattamenti, e nel 70% dei casi sono coinvolti minori. Storie che raccontano il contrario di quanto abbiamo sentito nella lettura di Isaia. Le parole di Isaia non sono dei pii desideri, sono profezia! La profezia non è una semplice previsione del futuro, una specie di indovino. La profezia interpreta l’attuale situazione e poi dice se ti comporti secondo le parole di Dio, la nostra speranza, allora questa sarà la tua strada, e quindi se ti allontani da queste parole la strada sarà un’altra, l’opposto. La profezia è la parola di Dio sulla nostra vita. È una previsione del futuro in una certa ottica, ma soprattutto è un’interpretazione del vissuto.

Quando stavo riflettendo sulla preparazione di questo culto, mi è stato suggerito di prendere una storia biblica particolare, un passo biblico che parlava di donne. Ero tentata, ma quasi subito ho detto no. Prendo i versetti del giorno, va bene, di solito uso il lezionario internazionale, questa volta “Un giorno una parola”. Ogni storia biblica racconta qualcosa della nostra vita, che ha a che fare con la nostra vita. E le cifre dicono che la violenza domestica ha a che fare con la nostra vita, più di quanto vogliamo ammetterlo. È il nostro modo di vivere. Non è un’emergenza, è il nostro modo di vivere che deve essere impostato in un altro modo, e le scritture ci indicano in quale modo.

Volendo si può anche dire che si tratta di un sogno che non fugge dalla realtà, ma che va verso la realtà.  Che non molla la realtà, non la tradisce, le rimane fedele, anzi è in ricerca della realtà, quella realtà per noi che Dio ha davanti ai suoi occhi. Sto parlando del sogno ribelle della speranza, è il sogno di tutto ciò che in questo mondo può essere diverso, meglio, più giusto, più umano. Un sogno che è stato sognato tenacemente in tutte le fasi della storia da uomini e donne che si sono opposti a un mondo disgregato e invivibile. Un sogno reale, perché convinti che non la disperazione, ma la speranza ha l’ultima parola. È il sogno di Gesù, dei suoi discepoli, dei profeti.

E uno dei sogni più imponenti l’abbiamo sentito stamattina, è quello del profeta Isaia. Lui lo fa quando gli esuli tornano da Babolonia. Il periodo nell’esilio era un tempo di riflessione, hanno riflettuto sulle loro origini e sopratutto sulla loro relazione con Dio, il fondamento della vita, e hanno trovato la via per uscire perché hanno scoperto la loro destinazione, non l’impero di Babilonia, ma il sogno secolare della visione di pace, cioè una società giusta: un mondo in cui si vive bene. Con questo sogno nello zaino tornarono in Israele, dove, chi viveva lì non capiva per niente. Per loro quella visione era come un  castello in aria. Che delusione per quelli che tornarono con delle aspettative così alte. Sì, bisogna arrendersi ai fatti e rassegnarsi alla situazione? come dicevano gli abitanti che erano rimasti e che hanno continuato la vita di ogni giorno come prima. Questo mai, dice il profeta Isaia e per non far perdere la visione, la sogna di nuovo ad alta voce, con parole di fuoco, come quelle che hanno messo in fiamme e fuoco gli esuli in Babilonia, anzi di più: si fa portavoce di Dio, perché sognare nella Bibbia è partecipare alle attese alte di Dio, fonte della nostra vita, concordi con lui di desiderare il grande futuro, la grande estate.

 

Qualcosa per cui il Dio ci strappa la più profonda ammirazione è la sua illimitata fedeltà al lavoro delle sue mani. Egli ha cominciato a lavorare con questa terra e imperturbabilmente continua questo suo lavoro. Frutto delle sue mani, per così dire: creando ha impegnato il suo cuore per sempre. È impossibile per lui  ritornare sui suoi passi. Nonostante tutto ciò che succede, si occupi di essa, perseveratemente e energicamente.

Ma nel frattempo questo mondo è capace solamente di deludere Dio. Sembra che non risponda alle sue attese. Invece di gioia, gli procura dolore e non penso che sia esagerato dire che ne soffre. Nonostante tutto ciò non rompe la relazione con questo mondo. Non lo sa abbondonare. Egli sarà  soprattutto deluso riguardo all’essere umano, all’umanità. L’aveva pensata in un altro modo, creandola a sua immagine. L’essere umano è stato il più grande investimento di Dio durante tutta la creazione. Gli aveva dato tutto. Aveva creduto in lui. Non l’essere umano in Dio, ma Dio nell’essere umano, nell’umanità. Aveva talmente tanta fiducia che gli ha posto questo mondo nelle sue mani. All’umanità l’onore di agire come il suo rappresentante, di condividere il suo amore per il mondo. Ma che fa l’essere umano, cioè che facciamo noi, distruggiamo invece di proteggere. Nonostante tutti i bei discorsi in favore della vita, la maggior parte dei nostri sforzi va in direzione opposta. È da diventare disperati, ma qui ancora una volta Dio ha più fiducia in noi di quanto noi abbiamo in noi stessi. La grazia che ci ha mostrato in Gesù mostra il suo attaccamento al suo progetto e così ci propone ancora una nuova possibilità. Negli sforzi religiosi l’essere umano tende a divinizzare se stesso, guardando verso il suo Dio, ma la direzione opposta sta davanti a noi. Non l’essere umano che deve diventare divino, ma il divino umano: una umanità vivibile, un mondo in cui la donna e l’uomo hanno la stessa dignità. Con l’incarnazione di Gesù Dio si impegna totalmente, fino a diventare egli stesso essere umano, uomo. Finalmente l’essere umano come egli aveva inteso dal principio, da cima a fondo a sua immagine. È questo ciò che Dio fa: nonostante tutto egli crede nella sua creatura, crede che ce la fa, che ce la può fare.

 

Poiché ecco, creo un nuovo cielo e una nuova terra. Ne abbiamo bisogno. Suona pieno di promesse. Tutto nuovo. E poi, che la terra abbia bisogno di essere rinnovata, non c’è dubbio, in mezzo alla situazione vergognosa in cui ci troviamo, una dimensione che viviamo ogni giorno, ma il cielo? Anche il cielo ha bisogno di essere rinnovato? Ci abbiamo mai pensato?! Il cielo per noi è un’immagine di perfezione. Non è rimasto intatto dal principio?

Invece, anche il cielo ha bisogno di rinnovamento. Il cielo ha conosciuto dei tempi migliori. Non per niente si legge dappertutto nella Bibbia il cielo e la terra, è una coppia. Il cielo non fa coppia con l’inferno, ma con la terra. Dio, fonte della nostra vita, li ha creati insieme, dipendono l’uno dall’altro. Insiemerappresentano la buona creazione. Il cielo è come fosse un tetto sulla terra, un riparo, una mano, una benedizione. La separazione come noi la conosciamo, la conosciamo come divisione, due cose separate: un matrimonio fallito per così dire o in termini più biblici: una relazione disfatta. Da quando la terra ha bandito dal suo orizzonte il cielo, il cielo non è più il cielo: zoppica da solo. Come tetto, senza muri, cade e si sfascia.

C’è il cielo, se c’è una terra.

Quando il cielo diventerà nuovo? Solo nella riconciliazione con la terra. Si rianimerà quando può sostenere la sua parte originale insieme alla terra: una crezione ininterrotta, un mondo abitabile. Ciò che Isaia vede è letteralmente  e metaforicamente il cielo sulla terra, cioè Dio che abita vicino agli uomini e alle donne. Una situazione totalmente nuova.

Come è per la terra, che sarà questa terra rinnovata, così anche per il cielo. Non dobbiamo pensare a una creazione totalmente nuova, ma anzi pensare a una ri-creazione, una ri-creazione del cielo e della terra esistenti. Non si tratta di una costruzione nuova, ma di ricostruzione.

Questo lavoro di conciliazione e rinnovamento è un lavoro difficile. Il cielo e la terra si sono separati tantissimo, è difficile riunirli. La realtà terrestre deve cambiare radicalmente per poter sopportare l’immediata presenza di Dio, per avere la capacità di sopportare la diretta vicinanza del cielo. Deve attraversare una crisi profonda: si tratta di una rinascita completa. E quanto lavoro c’è da fare ce lo ricorda la violenza sulle donne. Come detto prima, non si tratta di un’emergenza, bisogna rifondare le fondamenta del nostro vivere insieme.

Quando diventerà realtà la visione di Isaia, la nuova terra sarà la stessa su cui adesso camminiamo, ma cambiata, totalmente. Tutto ciò che la rende vecchia, sarà sparito: ingiustizia e violenza, malattia e miseria, immondizia e deterioramento. Guarite le fratture e le ferite, e quante sono ce lo dimostrano le storie di violenza domestica. Finalmente vedremo la terra come è stata intesa dal principio e finalmente vedremo il cielo nella sua vera figura: il cielo sulla terra.

Ecco, questo cielo e questa terra rimarranno. C’è una linea ininterrotta. Il futuro, la nuova creazione, non è un fatto a sé stante, ma è il risultato di ciò che Dio muove qui, adesso, la nostra storia. Il nuovo cielo e la nuova terra sono fatti dello stesso materiale di cui sono fatti il vecchio cielo e la vecchia terra, cioè noi, le sue creature. Quindi, la nostra vita su questa terra non è senza senso, ma va interpreta in un nuovo modo, quello che Dio mette davanti a noi. Un segno che la nostra speranza non è invana, ma che ha delle solidi basi. Così la terra, così l’umanità, non spariremo nella nebbia, possiamo rimanere chi siamo: figlie e figli di Dio. Avendo questa visione davanti ai nostri occhi, occhi di vigilanza, le nostre relazioni cambiano, anche quelle fra donne e uomini.  Come già questo vecchio mondo cambia di carattere, anche noi possiamo cambiare adesso. Amen.

 

Pred. Greetje van der Veer