Tu devi vivere alla grande!

Lc 3, 15-16 21-22

Tu sei, prediletto, compiaciuto.

Tu devi vivere alla grande!

Sembra questo il senso delle parole uscite dallo squarcio del cielo. Il battesimo di Gesù, come raccontato da Luca, arriva del tutto inaspettato, quasi non lo trovi scorrendo il testo. E Giovanni non si accorge per nulla di aver battezzato proprio la persona di cui parlava: si perde nella folla. Come si perde nelle frenesie delle nostre giornate la presenza di Dio, l’azione di Dio. Nel 1° libro dei Re al capitolo 19, come abbiamo ascoltato, Dio si manifesta nel vento sottile, quasi impercettibile. (1 Re 19, 11-13). Dio non era nel tuono. Non era nel terremoto, non era nel vento impetuoso, non era nel fuoco. Era in una leggera brezza. Quasi impercettibile!

Il vento. Quanto nella Bibbia è presente. Sarebbe bello uno studio biblico sul vento, fuoco ecc. Alito di Dio soffiato sulla creta di Adamo, vento leggero  sull’Oreb, vento impetuoso di Pentecoste.

Vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite. Libere vite.

Dove passa anche oggi. Passa in una stalla di Betlemme, o come qualcuno il giorno di Natale attualizzando ha detto: “lo troverete nella spazzatura”. Lo troveremo dove meno ce lo aspettiamo. E soprattutto non nei grandi eventi o nelle situazioni che colpiscono la nostra attenzione per la magnificenza. Dio va scoperto e trovato nella piccolezza.

Ma è una presenza, presenza costante, puntuale, attenta ma discreta.

Ma se il libro dei re ci dice dove sta Dio domandiamoci: Dove sta l’uomo? Dove sto io? E la domanda che Dio ha abbandonato la terra ci risuona sempre come una tentazione continua. Invece di saper cogliere, si cogliere, il vento leggero e piacevole della Sua presenza. È più semplice constatare e lamentarsi dell’assenza di Dio che della sua presenza costante, amorevole. Anche se difficile non farlo se pensiamo ai porti chiusi, alle politiche di chiusura, ai 4 clochard già morti a Roma dal 1 di gennaio. Però la scrittura tutta ci descrive questa piena e totale presenza sempre, anche quando non la cogliamo. Lui c’è. E opera, salva, perdona. E agisce. Le nostre chiese hanno aperto, hanno accolto, hanno testimoniato amore e presenza.

Tornando a Luca, il passo, però segna il passaggio dalla predicazione di Giovanni a quella di Gesù, che concretizza le parole del Battista. È interessante che venga raccontato come un’esperienza intima, quasi interiore. Sembra come se solo Gesù, nella preghiera, si accorgesse dello Spirito e della voce. In fondo, però, di pubblico finora c’è stato solo Giovanni Battista. Tutte le storie che riguardano Gesù fino a dopo le tentazioni sono personali, quasi segrete…

È interessante notare come il Gesù di Luca prega al Battesimo, come inizio della sua vita pubblica, e sulla croce, momento ultimo della sua esistenza.

Se ci fermassimo qui, la nostra esperienza di fede dal Battesimo in poi sarebbe un fatto personale, chiuso, nel mio cuore, nella mia testa, quasi un rapporto esclusivo, quasi, lasciatemi dire egoistico con Dio. Ma quel cielo che si apre e le parole «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» operano una conversione totale del rapporto con Dio, di Gesù ieri e di me oggi.

 

Trasportiamoci in quel giorno

Sono uno dei tanti della folla dei battezzati in quel giorno da Giovanni. Perché sono qui? Cosa cerco? Sicuramento un perdono dei peccati, che non credo venga più dagli sterili rituali del Tempio. Da animali offerti, da parole vuote, quasi magiche, da riti che non hanno significato di profonda conversione del mio essere. Infiniti mea culpa, lunghe processioni di penitenti, litanie interminabili, noiosi riti da sinagoga, tempio o chiesa poco importa. A questo sono legato?

Sono qui a chiedere un perdono dalle catene del peccato, catene che tengono la mia mente e il mio corpo legate ad una delle tante schiavitù del momento, dalle dipendenze della moda, dagli slogan in voga degli urlatori di turno. Troppe scorie, troppi legacci piccoli ma forti, condizionanti. Talmente forti che non riesco a liberarmene e troppe volte neanche a dare loro un nome.

Ci vuole uno stop nella mia vita, un punto di non ritorno. Ecco l’acqua, ecco le promesse del Battista. Sono titubante, come è debole la mia fede. Mi lancio allora? Chissà che non vada bene. 

Succedeva che invece di pensare al passato, a quello che ero stato fin allora e allemacerie che avrei dovuto rimuovere, mi ritrovavo una voglia matta di sprint come diconogli americani, un prurito addosso che mi diceva ma dai ma che aspetti a cominciare? Non

lo vedi che vogliono te, non ti rendi conto che sei necessario e forse indispensabile.

Incerto lo sono sempre stato, timido non ne parliamo, con la stima per me stesso sotto lasuola delle scarpe. Figurati alla mia età andare a capo e… signori si parte. No, ma che,non se ne parla proprio. E Invece…

Invece fu davvero così, non ci credo neanche adesso.

Stiamo finendo. Aspetta c’è ancora uno, il solito ritardatario. L’acqua è impregnata dei nostri peccati. Non l’acqua benedetta pulita dei nostri battesimi odierni. Ecco si avvicina, il ritardatario. È muto, assorto. Continua dopo essersi bagnato, a pregare in silenzio.


Non so gli altri, ma io, all’improvviso, vedo il cielo aprirsi in modo spettacolare e si apre sopra di lui. Il ritardatario. Quel cielo che era chiuso, con un Dio che ormai sembrava lontano, che si fosse dimenticato dell’uomo, del mondo, della vita.

Perché proprio su di lui? Chi è?

Ma che significa quel cielo aperto su quell’ultimo uomo? Ora con un colpo da circo si cala una corda, o una scala e fugge lontano per estraniarsi completamente da questo mondo balordo, non-umano, non inclusivo, non….. Perché proprio su di lui? E non su di me che ho tanto bisogno di sentire la presenza di Dio? Ma chi è mai?

Tutto il contrario, tutto l’opposto. 

Figlio, l’Amato, il Preferito. Quelle parole udite e non udite su quell’ultimo uomo arrivato in ritardo apparve, risuonò, rimbombò ai miei occhi e nel cervello come preferito, prediletto da Dio. 

Una consacrazione, un’investitura, una trasfigurazione. Una fede.

 

Questo forse fu il battesimo di Gesù quel giorno.

«Scese lo Spirito Santo» si può quindi tradurre così: «Scese la vita di Dio». Soffio che rianima, respiro profondo dell’essere, soffio di primavere.

Quella voce dal cielo annuncia tre cose:
Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, abbiamo Dio nel sangue.
Amato.Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard).
Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l’idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice.

Se ogni mattina potessimo ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di ognuno e ognuna di noi come un abbraccio; sentire il Padre/Madre che ci dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; e come un bambino abbandonarsi felici e senza timore fra le braccia dei genitori, questa forse sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.

Figlio è colui che prolunga nella sua vita la vita del padre e della madre.

Una investitura, una chiamata, la scoperta di chi fosse. E queste domande sono rivolte a noi continuamente, non solo nel giorno del battesimo. Chi sono? A quale vocazione sono chiamato? Quale progetto di vita? Come vivere l’essere figlio, l’amato il prediletto?

Oggi come ieri viviamo momenti di narcisismo estremo che riempiono spazi e tempi, l’intimità della preghiera può essere un valido contraltare. Preghiera che è fare silenzio dentro di noi, lasciare spazio per accogliere lo Spirito e ascoltare.

La fede esibizione viene qui completamente oscurata dalla dimensione personale e prima di tutto privata della vocazione. Ma se la motivazione rimane nel cuore, la persona viene comunque gettata nel mondo e chiamata a prendere posizione. E quanto oggi come discepoli siamo chiamati a prendere posizione. Lo deve fare il Gesù lucano, lo devono fare i discepoli. Lo dobbiamo fare noi. Si noi. Siamo sicuri anche noi?

Risposta scontata. In quel giorno Gesù scopre quindi chi è: figlio amato, prediletto. Figlio di cui il Padre si compiace. Non la rivelazione di una verità astratta, ma la metafora e la realtà di una relazione concreta, stretta, profonda, come è quella tra padre e figlio. Lo sappiamo che il nostro con Dio è un rapporto tra padre e figlio.

Un rapporto che è la nostra vita quotidiana di padri/madri o di figli/e. Una realtà che tutte e tutti abbiamo vissuto, viviamo. Ma quanto è presente realmente nella fede questa modalità, o meglio questa relazione?

Una vita, una chiamata. Datti da fare allora, è di nuovo il tuo momento, non perdere tempo.

E soprattutto una frase che ancora mi porto sul petto come un tatuaggio: scopri chi sei.

Come chi sono? Chi sei? E di nuovo il rapporto padre figlio ci aiuta. Un padre ci aiuta a scoprire, accettare e vivere quello che è il figlio.

Quindi scopri, scopriamo chi siamo e certi “peccati, riti, pensieri” facciamoceli passare.

Mettiamoci in moto che è già tardi, che troppo abbiamo sbagliamo in questa Storia, in questo mondo e forse siamo già ad un punto di non ritorno, perché quel cielo che si apre è metafora del mondo nuovo di Dio e noi non possiamo che essere soggetti protagonisti. Un mondo di Dio in continua relazione con il mondo dell’uomo, come il rapporto reciproco di attenzione, costante e di amore di un padre e un figlio. Che il Padre amore onnipotente ci riempia della brezza leggera, delicata della sua presenza. Perché anche ognuno e ognuna di noi è il prediletto o la prediletta del Padre. Lasciamo quindi contagiare da questa delicata presenza, dalla profondità dell’essere figlio di un Padre amore. Lasciamo contagiare da questo cielo che si apre.

Quindi convertiamoci, ossia osiamo la vita, mettiamola in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza; non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco; ciò che toglie le ombre dal cuore non è un obbligo o un divieto, ma una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo.
Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
Conversione, non comando ma opportunità: cambiate lo sguardo con cui vedete gli uomini e le cose, cambiate strada, sopra i miei sentieri il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile.

Conversione significa anche abbandonare tutto ciò che fa male all’uomo, scegliere sempre l’umano contro il disumano. Come fa Gesù: per lui l’unico peccato è il disamore, non la trasgressione di una o molte regole, ma il trasgredire un sogno, il sogno grande di Dio per noi. (Ermes Ronchi)

E quel ritardatario al Giordano ha saputo quindi donarci questo sogno di Dio e donarci sguardi nuovi sul nostro cammino. Ci ha donato nuove primavere.

E quanto ne abbiamo bisogno, ancora oggi!  Amen.

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Il mondo la mia parrocchia

Breve messaggio per il capodanno 2019

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, vi esorto, rallegriamoci.

Ci rallegriamo perché fin qui siamo arrivati.

Dio, il Signore della nostra vita, ci ha donato un nuovo giorno,  un nuovo anno,  è il primo giorno dell’anno 2019.

Siamo qui oggi perché la nostra volontà di servire il Signore e il prossimo ci induce a dichiarare pubblicamente in maniera collettiva e quindi comunitaria le parole d’impegno formulate dal padre fondatore del metodismo John Wesley.

L’apostolo Paolo scrisse nella sua prima lettera alla comunità di Corinto al capitolo 3 verso 1: <<ho dovuto parlarvi come a bambino in Cristo>> (1 Cor. 3,1)  poi al capitolo 13 verso 11: << quando ero bambino parlavo da bambino>> , poi nello stesso versetto termina con queste parole: << ho smesso le cose da bambino>>.

Queste parole dell’apostolo, che sono già per me parole d’esortazione per il lavoro che svolgo di cura pastorale in questa comunità variegata della chiesa metodista di via XX settembre, possono essere paragonate alle parole che erano state usate nei diversi momenti in cui Paolo svolse il suo servizio di apostolo alle comunità primitive. Egli scrisse: <<11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. 12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto>>.1 Cor.13,11-12
All’inizio l’apostolo parlava alla comunità di Corinto come se fosse un interlocutore infantile, paragonandola ad una bambina nell’aspetto di vivere la fede nel Signore.

Successivamente descrisse se stesso,  come egli agiva da bambino e smise di agire come tale dal momento che aveva raggiunto l’età matura.

Ora che cosa mi dicono queste  parole dell’apostolo Paolo in riferimento al  nostro tempo e alle parole di J. Wesley:  <<Il mondo è la mia parrocchia>>?  Quali sono il rapporto di essi?

A mio avviso mi esortano a rivedere il servizio di cura pastorale che rendo a tutti quelli che entrano e escono in questa chiesa metodista di via XX settembre.

E’ una comunità italiana ma in realtà essa è composta da credenti che appartengono a culture e tradizioni diverse dovuto alle loro origini come me dalla chiesa metodista unita nelle filippine.

Quando abitavo nelle Filippine, ai credenti che appartenevano alla denominazione metodista unita, la frase di J. Wesley: << il mondo è la mia parrocchia>> ha un significato parziale di vivere e praticare la  fede.

Ho notato vivendo in Italia che queste parole di J. Wesley hanno un significato più profondo, assumendo un significato olistico, tanto grande come è il mondo nella vita di chi crede nel Signore.

Il mondo ha bisogno dei credenti perché svolgano l’impegno di cura e d’amore, la chiesa ha un impegno di curare non solo il suo interno ma anche il suo esterno, e tutta la terra, saper dire quanto Dio ha dato della sua vita nel figlio Gesù Cristo per salvarci.

Così, nel mio e nel tuo rapporto con gli altri popoli, italiani, coreani, cinesi, inglesi, africani e tutti coloro in quell’unica sola fede e solo spirito di Dio, si manifesti la volontà e l’amore Suo.

Io ringrazio Luca e Grace della comunità battista di Centocelle perché sono qui, per la loro volontà di  partecipare a questo culto di rinnovamento del patto con Dio coinvolgendo il coro Coram Deo purché anche loro riconsacrassero il loro impegno e la loro dedizione di cantare inni di lode al Signore con il dono della loro voce e di servire la chiesa di Dio il nostro unico Signore.

Così, cominciando il mese di gennaio facciamo chiarezza al significato del nostro coinvolgimento al dialogo fra noi cristiani di confessione cattolici, protestanti, ortodossi nel testimoniare l’evangelo in Cristo Gesù in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Rinnoviamo la nostra volontà di servire le persone senza fissa dimora come il breakfast time e ecc.

Dio vuole che gli preghiamo, che gli chiediamo per darci un futuro migliore di prima.

L’anno scorso, per quelli che erano presenti in quel primo giorno dell’ anno 2018 avevate ricevuto un segnalibro e ho ritenuto opportuno darvi anche questo anno come ricordo in cui è scritto il nostro impegno comune.

Vedete, da un lato l’immagine della vite, i suoi  tralci e suoi frutti parlano  tutto di noi, di come siamo uniti e uno in Cristo Gesù, il logo segno distintivo della chiesa metodista in cui Wesley vuole dire a ciascuno/a di noi credenti dell’impegno globale in cui deve essere vissuta la fede nel Signore Cristo Gesù.

Le parole che dichiariamo sono le nostre promesse in risposta a Dio che ha voluto pianificare tutto per la salvezza dell’intera umanità, del mondo che ha creato.

Allora, chiediamo al Signore di rigenerare la nostra forza, volontà, fede, speranza  e amore  e ci accompagni perché è lui la fonte di essi per poter compiere i  nostri buoni propositi.

Ognuno e ognuna nel proprio cuore ha assunto davanti a Dio diverse responsabilità. Che il Signore conceda il suo sì a ogni obiettivo che vogliamo raggiungere in questo nuovo anno.

Ora vi invito ad alzarvi in piedi per dichiarare le parole che trovate sull’ordine del culto oppure sul segna libro. ognuna/o nella propria lingua, prima in tagalog, poi in coreano, e finiamo in italiano perché è la nostra lingua comune.

Tungkuling Pangako(Filippini)

 

Hindi ko na pag-aari ang aking sarili, kundi sa iyo. ilagay mo ako sa iyong kagustuhan, ilapit mo sa akin ang sinuman mong gusto.  Naway lagi akong iyong tagapagpatotoo, maging sa panahon na ako’y masigla, nasa kahinaan, kagalakan, at sa pagdurusa.Ama, Anak at Banal na Espiritu, ikaw ay akin at ako ay iyo. Malaya at buong puso na ako’y susunod sa iyong kagustuhan at iniaalay ko ang lahat sa paglilingkod sa iyo. At ang kasunduan na ginawa ngayon sa lupa, ay mapahitulutan din  sa langit. Ikaw ang aming Diyos at kami ay iyong sambayanan. Amen.

 

Coreani

저는더이상저자신의것이아니요. 주님의것임을고백합니다.

저를주님이원하시는것을행하는도구로삼아주시옵소서.

주님이원하시는사람들과함께나를들어써주시옵소서.

저로하여금주님의사역과고난에동참하게하옵소서.

저로하여금주님을위하여일하게하옵소서.

주님을위하여영광스러운일이나모든일에사용하여주옵소서.

저는마음을다하여자원하는심정으로주님의기쁨과뜻에모든것을헌신하겠습니다.

주님은우리의하나님이시요우리는주님의백성입니다.                                                                                    아멘

 

Impegno(Tutti)

Signore, io non appartengo più a me stesso, ma a te. Impegnami in ciò che vuoi, mettimi a fianco di chi vuoi; che io sia sempre tuo testimone, sia nella pienezza delle forze, sia quando le forze vengono meno, sia che io mi trovi nella gioia, sia che io mi trovi nel dolore. Liberamente e di pieno cuore mi sottopongo alla tua volontà e metto ogni cosa al tuo servizio. Tu sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo. Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Colui che viene dall’alto

Giovanni 3,31-36

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore Buon Natale.

Accogliamo la grazia di Dio Padre. La benedizione sovrabbonda con il  dono del Figlio nel giorno di Natale. Colui che è nato in mezzo agli uomini e alle donne è confermato il figlio di Dio. Questo messaggio è anche  confermato nell’uomo credente, suggellato dallo Spirito di verità. Dal cielo Dio ha inviato suo figlio, è il Suo primo testimone.

La testimonianza di Gesù che Dio c’è e esiste è veritiera. Gesù è sceso dall’alto, venendo in terra in mezzo agli uomini e alle donne per testimoniare a loro chi è Dio, suo Padre.

Giuseppe sognò  un figlio, che sarà suo.

Egli mentre dormiva ricevette una rivelazione di avere un figlio con Maria.

Questo è quello che dice nel vangelo di Matteo. Così il vangelo di Giovanni testimonia a noi questa verità che Colui che è stato inviato da Dio,  è nato in terra e si chiamerà  Gesù, è sceso dal cielo per testimoniare Dio Padre.

Chi crede che Gesù il figlio che viene dal Padre avrà il sigillo dello Spirito.

Dio mette il suo Spirito a colui che crede nella testimonianza del figlio.

E’ quello che chiamiamo  il battesimo dello SPIRITO.

Dall’alto al basso, dal basso all’alto.

Il movimento è chiaro, è disceso e poi è asceso.

Nel vangelo di Giovanni , in questo brano la dinamica è molto chiara.

Colui che è venuto dall’alto è il testimone di Dio.35 Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano.

Così, Gesù disse nel vangelo di Matteo al cap. 28 versetti 19 e 20:  <<Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del padre, del Figlio e dello spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente>>

All’inizio del terzo capitolo Gesù e Nicodemo ebberouna conversazione intima. Gesù parlò con Nicodemo della nuova nascita, il brano poi prosegue con la testimonianza di Giovanni sul Cristo, colui che è lo Sposo, il più grande di lui.

L’ insegnamento di Gesù sulla ri- nascita dell’uomo che anche se è già di età avanzata nella vita spirituale è possibile, poiché non si tratta di un processo naturale di “tornare al grembo per poi nascere di nuovo”, può essere paragonato all’uomo che crede che Gesù è venuto dall’alto dei cieli e, in conseguenza,  può testimoniare di Dio.

 

Questi ultimi versetti racchiudono ciò che voleva dire Gesù con  Nicodemo.

Nicodemo come esempio dell’ uomo vecchio avrà la vita eterna perché, credendo nella parola di Gesù, alla sua testimonianza sul Dio Padre, lui è diventato un uomo nuovo, e questo viene sigillato dallo Spirito.

All’uomo che crede ciò che dice Gesù, ponendo in Gesù la sua fede,  l’ira di Dio non rimarrà in lui.

Verrà tolto in lui il castigo di Dio perché ha creduto in colui che Dio ha mandato affinché compia la sua volontà.

L’opera di Dio, padre, figlio e Spirito è narrata (come è riassunto)  in questo brano.

 

A natale,la nascita di Dio nel figlio è in contemporanea con la nuova nascita dell’uomo.

Credere in Dio testimoniato dal figlio è segno che Dio stesso è così potente da poter far nascere nell’uomo naturale, colui che non ha conosciuto Dio, la conoscenza stessa di Dio

La conoscenza di Dio, infatti, non è innata nell’ uomo.

Deve avvenire la nascita dell’uomo come nel racconto di Nicodemo, nella storia della sua rinascita nell’incontro personale con Gesù.

Il Natale di Gesù rappresenta la stessa nascita dell’uomo vero, che si rende consapevole di chi è Gesù.

L’uomo vero nella storia del natale di Gesù è colui che nasce nella fede ed è capace di vivere poi una vita avendo una guida, un rabbi, un maestro, un punto di riferimento che viene dall’alto.

Questa è la storia della nascita della chiesa e quella di tutti noi che crediamo di avere un Dio che ci insegna a vivere la nostra vita a partire dalla generazione originale dell’elezione del popolo d’Israele.

Nell’antico testamento, Israele è la stirpe a cui Nicodemo  apparteneva (essendo stato un giudeo) , ma essa ha avuto un ruolo anche nel Nuovo testamento (giudeo e cristiano ) per il nascente popolo ed erede di Dio, al quale svela l’intenzione di Dio di far nascere altri popoli come frutto della testimonianza di fede nel  Figlio. Così nella storia dell’uomo credente nell’epoca del Nuovo testamento, Dio ha compiuto il suo piano di rivelare se stesso definitivamente /completamente.

 

Gesù disse: Che crede in me , crede non in me, ma in colui che mi ha mandato>> Gv. 12,44 . Così, chi crede in lui è salvo, è redento dal castigo, dall’ira.

Le chiese sparse nel mondo hanno il compito di testimoniare questa opera redentrice di Dio nel figlio perché nascano ancora dei figli per mezzo di suo Figlio Gesù.

Il profeta Isaia ha profetizzato di questo figlio: <<2 Lo Spirito del SIGNORE riposerà su di lui: Spirito di saggezza e d’intelligenza, Spirito di consiglio e di forza, Spirito di conoscenza e di timore del SIGNORE. Is.11,2

 

Così il credente nel suo vivere la fede in Dio impara e segue continuamente le orme del figlio capace di rivelare tutto quello che il senso del vivere offre per opera dello Spirito del Signore.

 

L’apostolo Paolo dice: <<È grazie a Lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione>> I Corinzi 1, 30

Amen.

 

past. Joylin Galapon

 

 

Gesù dono del cielo

Giovanni 6, 31-38.47-51 (Jesus gift of heaven)

Jesus gift of heaven. Gesù è il dono del cielo perché è venuto dal cielo. E come lo sappiamo? la Bibbia ce lo dice. Gesù proviene dal cielo. Gesù insegnò ai suoi discepoli come dovevano pregare: “Padre nostro che sei nei cieli”. Così una delle preghiere di richiesta che rivolgiamo al Signore Dio è …Dacci oggi il nostro pane quotidiano.

Perché Gesù è un dono dal cielo? Perché è il pane della vita.
Il pane che viene dal cielo è di Dio, ed è il modo più significativo di testimoniare se stesso, che Egli sostiene il suo popolo a partire dalla sua liberazione nella casa di schiavitù degli egiziani.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi è la terza domenica di avvento, il tempo liturgico ci indica ancora di attendere finché giunga il giorno di natale. E’ natale.
E’ nato il salvatore, il buon pane per il nutrimento che Dio offre e che sazia la fame dell’uomo dandolo sostentamento per la sua vita.
Questa è la prima dimostrazione e manifestazione della presenza di Dio.
Le chiese cristiane continuano ad insegnare, ma anche ad imparare il vero significato di Natale. Sottolineando così che il messaggio evangelico che porta questa nascita è inesauribile.
E’ nato il salvatore del mondo, ma ancor prima ha dato vita a questo mondo.
Ecco l’importanza dell’insegnamento del cristianesimo.

E’ nata la vera vita in Gesù bambino.
Abbiamo avuto il regalo più bello che dona significato della esistenza del mondo. Ci è donato un figlio, è un bambino. Così il messaggio del dono del figlio è narrato ogni anno nella storia delle chiese del Signore Dio.
Il gruppo dei filippini ha scelto per la predicazione il tema “Jesus gift of Heaven”, che siamo venuti oggi ad ascoltare.
Si Jesus ay regalo ng langit, siya ay mula sa langit. Si Jesus ay nanggaling sa langit, siya ay nagbuhat sa langit upang ipabatid sa atin ang katutuhanan tungkol sa nasaksikan niya sa Diyos, ama.
Sa ating nakaalam at naniwala sa kanya, tunggol sa Diyos ating naiintindihan kung anong ibig sabihin /o anong ibig ipakahulugan ng salitang nagmula/nanggaling/ sa langit na pinatutuhanan ng banal na salita ayun sa ating mga ninuno.
Ang galing sa Diyos na nasa langit, na regalo ng langit ay hindi kailan man natin matututulan dahil ito ay kanyang ibinubuhos na parang ulan na katulad ng manna para sa lahat. Walang sinuman ang makakatutol sa kanyang kalooban bilang Diyos na maykapal sapagkat ito ay galing sa langit. Hindi natin masasasalungat /masasaklawan ang kanyang mga plano kundi atin lamang itong tatanggapin ng buong puso o tatanggihan.
Tayong mga tao ay hindi makakagawa, hindi natin mababago itong kalooban, tanging sa makapangyarihang gawa lamang ng Diyos, kayat atin itong tatanggapin o tatanggihan, paniniwalaan o itatatwa.
Kung si Jesus ay mula sa langit , siya ay galing sa itaas at bumaba siya dito sa lupa.

Il Signore Dio guarda dal cielo. Osserva le sue creature.
Guarda dall’alto e provvede ciò di cui hanno bisogno.
La parola incarnata in Gesù diventò uomo e nel Vangelo di Giovanni si confronta con la “manna” dicendo: <<Io sono il pane della vita: i vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo >> ( Giov.6, 48-51)
Hesus ang diwa ng Pasko/Gesù è l’essenza del natale, il canto del gruppo dei filippini racconta questo fatto dell’essenza di Gesù nella vita del credente. Nella sua pienezza c’è vita. Dà vita al corpo umano, a tutte le membra del corpo dà la forza per potersi muovere. E’ nel Vangelo di Giovanni che proclama ancora <<io sono la vite, voi siete i tralci>> . Dall’unica vite i credenti, i suoi discepoli e le sue discepole traggono il loro nutrimento per vivere cioè l’essenza vitale del corpo. Quest’affermazione di Gesù della sua essenza è una che non si imputridisce/marcisce perciò questa è la grande differenza che i popoli del nuovo patto hanno avuto in dono, il pane che non andrà mai male e non si butta perché è l’alimento fondamentale che Dio unico ha offerto al mondo.
Gesù come pane della vita/the bread of life/ang pagkain sa buhay, il suo significato non si esaurisce mai nelle predicazioni, nelle parole che vengono trasmesse/predicate ogni domenica perché è il pane per chi è affamato e oppresso o chiunque di noi nel momento che parliamo, mangiamo, facciamo. Quindi tutto quello che siamo, tutto quello che facciamo ci fa esistere in lui.
Gesù è sceso dal cielo perché Dio l’ha mandato per dare alimento alle anime malate e ai corpi malati che hanno bisogno della guarigione.
In una delle domeniche di novembre scorso, ho predicato, al gruppo dei filippini, sulla manna nel libro dell’esodo cap. 16 .
Avevo chiesto lì se ci è mai venuto in mente che dopo 45 giorni che gli israeliti intrapresero il cammino nel deserto, quanto erano diventati più forti dopo aver mangiato la manna rispetto a loro, ai filippini, che al minimo mangiano tre volte al giorno?. Dio ordinò agli israeliti tramite Mosè di raccogliere ogni giorno la manna, ciò che occorreva soltanto per un giorno poiché non si perda .
Gli Israeliti solo dopo 45 giorni avevano sentito la fame ed così è logico che protestassero contro Mosè e Aronne. Senza indugio Dio che ascoltò il loro mormorio fece piovere dal cielo la manna(il pane per dare forza il loro corpo). Questa storia guardando indietro nel tempo, non ci si può dimenticare, un ricordo impossibile da crederci, questa memoria dell’esperienza di vita dei nostri padri e madri è solo una fra le tante perciò ci si chiede in ogni epoca di resistere.
Dio ha ascoltato e ha risposto al grido di fame del popolo d’Israele perché non muoia e così fino ad oggi donando suo figlio dal cielo per non farci più sentire/avere fame.

Il mondo non ha più fame; per mezzo di lui, è stato donato il pane materiale e spirituale per sostenere la vita, che dona resistenza, la vita nella forma di
vita eterna esiste in lui e questa è una sfida per noi ogni volta che ci sentiamo già sazi (o non ancora ) . Chi lo rispinge, e quindi non crede in lui non può sapere che cosa significhi avere la sazietà ed anche la fame di non averlo.
Chi non impara l’arte di resistere in questo mondo muore(cioè non ha speranza). Chi non grida aiuto a Dio perde la vita. Gesù dice che il suo corpo è il pane per il mondo perché con la sua esistenza nel corpo ha parlato, ha rivelato la parola di Dio suo Padre dal cielo alla terra testimoniandolo a tante persone che incrociava per strada allora.
Ancora in uno studio biblico a casa della famiglia Valete a La Storta noi che eravamo presenti abbiamo provato a dire riassumendo che cosa è per noi la Bibbia e da quando essa ci ha parlato. C’è chi ha detto che leggendo la Bibbia ha avuto consolazione. C’è chi ha detto che leggendo la Bibbia ha avuto la guida nel suo vivere. Per noi protestanti abbiamo dato e espresso molte interpretazioni alla Bibbia secondo al nostro vissuto e questo è molto importante ed è fondamentale perché è il nostro incontro personale con il Signore che ci sprona a raccontare il motivo della ri-nascita come uomo nuovo.
Perciò è la nostra responsabilità personale leggere ed interpretare la Bibbia.
Inoltre, ovunque siamo accade in un incontro, come il nostro essere chiesa insieme in questo luogo, si avvia la testimonianza reciproca della vita in Cristo Gesù che continua a trasformare (come un cominciare e ri-cominciare ad imparare a vivere l’evangelo del natale) .

La porta del tempio della chiesa metodista di via XX settembre è aperta e tutti sono benvenuti. Le nostre mani vengono usate per aprirla a tutti che sono accolti e abbracciati, (Vi rendete conto alla migliaia di persone che sono già entrate e uscite in quella porta, comprese noi. Le nostre mani sono piccole, ma sono sufficienti per accogliere il cibo che viene dal cielo e sulla terra e ci passiamo a vicenda come allora della prima volta che Dio ha fatto piovere di manna al suo popolo.
Secondo le mie osservazioni e considerazioni. Permettetemi di menzionare due parole che possano riassumere il nostro modo di vivere come essere chiesa insieme oggi. Nello stesso tempo, queste parole sono originariamente usate per definirsi un movimento MeToo(in italiano anch’io) che poi è diventato metwo(due sono io) sorto in Germania dai ragazzi figli di genitori stranieri e tedeschi come il tedesco-marocchino a Berlino.
Parallelamente, come i figli dei filippini, o cinesi, africani, coreani ecc. che sono nati qui con un genitore italiano, sono come quelle due facce della medaglia.
La chiesa metodista di via XX settembre in Italia rivive il percorso di integrazione nel senso che ci sono dei componenti filippini che si sono “mescolati”. L’integrazione si è avviata ed è in corso per dare prova e testimonianza al pensiero di J.Wesley della universalità/globalità dell’opera dello Spirito di Dio. Il prof. Assante del seminario metodista di Ghana ha condiviso al convegno del centro documentazione del metodismo il 29 novembre 2018 che lì nel loro paese, lo stato e le chiese vivono insieme con un senso di partnership.
Egli ha detto che ciò che distingue la collaborazione delle scuole dello stato con la chiesa metodista è che laddove c’è lo spirito del metodismo, si producono i migliori studenti per la loro capacità di far emergere l’essenza del pensiero del metodismo, quello spirito della libertà di pensiero. Ricordare e evocare ora questa base di apertura mentale nel pensiero di J. Wesley è quella che ha sostenuto il nostro percorso di integrazione. La chiesa di Dio in questo luogo ha donato il suo Spirito che con le preghiere, le costanze e le resistenze dei credenti, nel loro insieme sono esistiti e resistiti insieme.
Il me- two significa allora che in due(filippino e italiano) ci sono me-too anch’ io frutto di questa convivenza che è una sfida che incoraggia tutti a far vivere la propria fede in Cristo Gesù. L’essere chiesa del vissuto dei filippini e degli italiani credenti è fortificato dalla fede nel voler vivere insieme. La specificità di entrambi nel loro vivere le proprie culture e tradizioni si sono gradualmente svelate e praticate nella condivisione ma deve continuare/proseguire. Questa storia deve proseguire perché è la novità che Dio vuole far vivere in questo luogo. Una storia che diventa storia nella vita di ciascuno e ciascuna di noi. Le chiese di Dio di provenienze diverse , riunite e in comunione in questo tempio ha questa caratteristica che ci ha fatto rendere uguale davanti a lui. Due o più persone di nazionalità diversa che si esperimentano un percorso di fede all’ unico Dio.
Voglia il Signore benedire i nostri sforzi per mantenere tenacemente i nostri oggettivi per raggiungere il nostro traguardo, raggiungere la fine della corsa data a noi laddove ci aspetta Dio.
Il Signore ci benedica. Buon natale a tutte e a tutti, maligayang pasko sa inyong lahat mga kapatid sa Panginoon. Merry Christmas to all of you.

 

amen.

past. Joylin Galapon

Cos’è una promessa?

Luca 1,67-80

 

Care sorelle e cari fratelli,

cos’è una promessa? Possiamo spingerci in avanti con la fantasia e cercare nella nostra vita tempi, luoghi e persone che sono stati caratterizzati per noi dal senso profondo di una promessa: promesse d’amore, promesse di amicizia, promesse di lavoro, promesse di doni, promesse di abbracci, di mani tese e di sostegno nel bisogno, promesse confermate dai fatti, promesse rinnegate, promesse benedette e promesse tradite. Come è difficile credere ad una nuova promessa quando altre promesse si sono trasformate in fumo, in parole al vento.

Ma sopra ogni cosa la promessa è proprio una parola; ora fino a quando parliamo delle nostre parole certo abbiamo bisogno poi di trovare conferme in azioni concrete, le promesse umane non sono sufficienti, gli impegni presi nella parole devono poi devono diventare scelte conseguenziali, impegni, e promesse agiti, capaci di costruire veramente cose nuove. Le promesse devono trasformali le parole in atti. Una promessa detta deve diventare una realtà, una promessa agita, che sa far vedere che la parola della promessa non era cosa vana. Noi, uomini e donne, dobbiamo confermare le nostre promesse, dobbiamo realizzarle e così compierle, proprio come avevamo detto.

Ma, nonostante l’attesa tra la parola e l’azione della promessa, questa rimane un segno di benedizione. Una promessa è un’opera di benedizione, anche solo a livello dei rapporti umani, è un segno di parità, una parola che può guarire ferite passate, che può trasformare il tempo non più in un “non-tempo” di sofferenza, ma in un nuovo tempo di gioia. Ti prometto gioia!

Questo è il tempo dell’avvento, il tempo di una vita in avvento, la nostra vita è il tempo davanti alla promessa di Dio, davanti a quella parola già sufficiente in se stessa, una parola che agisce la promessa e la conferma proprio mentre la dice. Noi non attendiamo, nell’avvento, che Dio realizzi le promesse fatte, non stiamo aspettando che termini il travaglio per poi trovarci davanti al parto di Dio, al suo compimento. Tutte le promesse di Dio sono compiute, sono dietro di noi: “Il mondo ha raggiunto in Gesù Cristo il suo scopo e il suo fine. Tutto è già computo in lui. Dio non è soltanto un evento da attendere: esso è dietro di noi. Quando la chiesa predica, prega, testimonia, essa guarda indietro verso ciò che è già accaduto: il suo Signore è già venuto. L’ultima parola su di noi, sul mondo e sulla chiesa è già stata pronunciata. Viviamo su questo avvenimento e per questo ha senso il tempo dell’avvento: ci presentiamo davanti a colui che è venuto e che ha detto e fatto tutto per poterlo accogliere nella nostra esistenza” (Barth).

Noi ora siamo in attesa della vita piena, di vivere questa perfezione nella testimonianza, di poter dire: eccomi Signore sia fatta la tua volontà in me.

Noi siamo proprio come questo primo bambino del tempo dell’avvento, questo Giovanni per il quale Zaccaria canta la sua lode a Dio. Egli è il bambino testimone di Gesù quando questi non è ancora venuto. È una categoria particolare di testimoni: è il testimone prima! Prima dell’evento lui, il bambino di Zaccaria, per volontà di Dio ne è già il testimone. Egli, Giovanni, è proprio questo niente di più, è solo il testimone dell’Altissimo. Chi è allora questo bambino? Per rispondere a questa domanda non dobbiamo cercare nella sua carta di identità ma nella sua vocazione: egli è colui che è stato chiamato, scelto, dato alla storia per essere testimone dell’Altissimo, per annunciare che Gesù è colui che viene. Allora noi, la chiesa, questo siamo, solo questo ma addirittura questo: i testimoni di colui che è venuto e che continua a venire, è la gioia dell’avverarsi delle promesse di Dio. A noi non resta che la gratitudine, addirittura la gratitudine. In questo tempo di oscuri presagi di morte, di violenza, mentre siamo ostaggi dalla volontà di isolamento, di chiusure, mentre vince una cultura di odio, di inimicizia e i nostri giovani sono sempre più ostaggi della paura e dell’ignoranza con il rischio di ripercorrere antiche strade di dolore, in questo tempo la voca della chiesa – non c’è chiesa che non sappia gioire – deve alzarsi per testimoniare la gratitudine a Dio e la possibilità di essere testimoni del bene.

Questa è la nostra vocazione perché i nemici ancora sono alle porte. Ci sono nemici alle porte dell’Europa, nemici difficili da abbattere, ci sono nemici da respingere, allontanare, abbattere, ci sono nemici che vogliono parlare la nostra lingua e vivere come noi per poi colpirci alle spalle. Chi sono questi nemici, chi sono gli avversari? Chi ci libererà dalle mani dei nostri nemici? I nostri nemici sono: la superstizione, l’odio, la superficialità, l’infedeltà dei cristiani, l’eresia di considerare l’essere umano un nemico da respingere; i nostri nemici di cui il diavolo riempie i nostri cuori e le nostre menti hanno il nome della debolezza, della non curanza, del populismo, dell’arroganza, e della certezza che non si può fare nulla, che non si può più sognare una società più giusta e un tempo in cui le promesse del bene possano realizzarsi per tutti a prescindere dalle appartenenze religiose, etniche, sessuali, politiche, economiche.

Care sorelle e cari fratelli il nemico è l’infedeltà dell’uomo sull’uomo e questo è allora ancora di più il tempo della testimonianza che parte dalla gratitudine a Dio per il dono infinito della giustizia in Gesù Cristo. Questa testimonianza gioiosa inizia con il nome di Gesù nel quale noi tutti come dei nuovi Giovanni troviamo il senso della nostra vita, la condivisione della speranza perché Dio mantiene la sua fedeltà in eterno, anche in questo tempo, soprattutto in questo tempo. Egli è fedele alle sue promesse e ci dona il tempo della pace per vivere come figlie e figlie di Dio.

Amen.

 

past. Luca Anziani

Un nuovo cielo e una nuova terra.

L’altro giorno nel mantovano, quindi non nel profondo sud, l’ennesima storia di violenza domestica conclusasi in una tragedia che vede vittima il figlio di 11 anni. Un uomo ha incendiato la casa dove viveva la moglie. L’uomo italiano, di 52 anni, artigiano, è poi fuggito ma è stato bloccato da una pattuglia della polizia stradale. Qualche giorno fa era stato colpito da un provvedimento del gip di Mantova di divieto di avvicinamentoalla casa di famiglia, dove vivevano la moglie e i tre figli. Silvia, quando ha visto le fiamme, rientrando a casa, ha chiamato subito i carabinieri. L’ennesima telefonata disperata, seguita alla prima denuncia per maltrattamenti a luglio. E adesso Silvia racconta che a volte al telefono si è sentita rispondere: «Signora, deve portare pazienza…».

Non eravamo una coppia particolarmente felice, ma non si andava male avanti. Senza figli, con molti impegni, lavoravamo entrambi e avevamo molti amici. Una famiglia normale, una vita normale senza scossoni. Una sera d’estate avevamo amici a cena. Mio marito beveva, come al solito. In cucina si mise a darmi dei colpi, mi strappò la catenina lasciandomi dei segni sulla scollatura. Urlai, ma nessuno si mosse. Non era la prima volta. Poi diceva che era un gioco, io gli rispondevo che quel gioco non mi piaceva. Ugualmente, mi prendeva spesso con forza e io cercavo di trattenerlo, di rilassarlo. A volte ci riuscivo, a volte no. Mesi dopo gli dissi che volevo separarmi, lui mi puntò il fucile al volto. Nella notte sono scappata, in pigiama. Lo volevo denunciare, il carabiniere mi disse: «Signora, sicuramente ha un’amica da cui poter andare a dormire. Si riposi, torni domani». Non sono più tornata, né a casa mia né a denunciarlo. Non ho mai dimenticato il fucile puntato.

Due storie di violenza domestica. Una storia di questi giorni, l’altra la troverete nel “Diario dei 16 giorni della FDEI per vincere la violenza”. Le mura domestiche sono testimoni dell’80% dei maltrattamenti, e nel 70% dei casi sono coinvolti minori. Storie che raccontano il contrario di quanto abbiamo sentito nella lettura di Isaia. Le parole di Isaia non sono dei pii desideri, sono profezia! La profezia non è una semplice previsione del futuro, una specie di indovino. La profezia interpreta l’attuale situazione e poi dice se ti comporti secondo le parole di Dio, la nostra speranza, allora questa sarà la tua strada, e quindi se ti allontani da queste parole la strada sarà un’altra, l’opposto. La profezia è la parola di Dio sulla nostra vita. È una previsione del futuro in una certa ottica, ma soprattutto è un’interpretazione del vissuto.

Quando stavo riflettendo sulla preparazione di questo culto, mi è stato suggerito di prendere una storia biblica particolare, un passo biblico che parlava di donne. Ero tentata, ma quasi subito ho detto no. Prendo i versetti del giorno, va bene, di solito uso il lezionario internazionale, questa volta “Un giorno una parola”. Ogni storia biblica racconta qualcosa della nostra vita, che ha a che fare con la nostra vita. E le cifre dicono che la violenza domestica ha a che fare con la nostra vita, più di quanto vogliamo ammetterlo. È il nostro modo di vivere. Non è un’emergenza, è il nostro modo di vivere che deve essere impostato in un altro modo, e le scritture ci indicano in quale modo.

Volendo si può anche dire che si tratta di un sogno che non fugge dalla realtà, ma che va verso la realtà.  Che non molla la realtà, non la tradisce, le rimane fedele, anzi è in ricerca della realtà, quella realtà per noi che Dio ha davanti ai suoi occhi. Sto parlando del sogno ribelle della speranza, è il sogno di tutto ciò che in questo mondo può essere diverso, meglio, più giusto, più umano. Un sogno che è stato sognato tenacemente in tutte le fasi della storia da uomini e donne che si sono opposti a un mondo disgregato e invivibile. Un sogno reale, perché convinti che non la disperazione, ma la speranza ha l’ultima parola. È il sogno di Gesù, dei suoi discepoli, dei profeti.

E uno dei sogni più imponenti l’abbiamo sentito stamattina, è quello del profeta Isaia. Lui lo fa quando gli esuli tornano da Babolonia. Il periodo nell’esilio era un tempo di riflessione, hanno riflettuto sulle loro origini e sopratutto sulla loro relazione con Dio, il fondamento della vita, e hanno trovato la via per uscire perché hanno scoperto la loro destinazione, non l’impero di Babilonia, ma il sogno secolare della visione di pace, cioè una società giusta: un mondo in cui si vive bene. Con questo sogno nello zaino tornarono in Israele, dove, chi viveva lì non capiva per niente. Per loro quella visione era come un  castello in aria. Che delusione per quelli che tornarono con delle aspettative così alte. Sì, bisogna arrendersi ai fatti e rassegnarsi alla situazione? come dicevano gli abitanti che erano rimasti e che hanno continuato la vita di ogni giorno come prima. Questo mai, dice il profeta Isaia e per non far perdere la visione, la sogna di nuovo ad alta voce, con parole di fuoco, come quelle che hanno messo in fiamme e fuoco gli esuli in Babilonia, anzi di più: si fa portavoce di Dio, perché sognare nella Bibbia è partecipare alle attese alte di Dio, fonte della nostra vita, concordi con lui di desiderare il grande futuro, la grande estate.

 

Qualcosa per cui il Dio ci strappa la più profonda ammirazione è la sua illimitata fedeltà al lavoro delle sue mani. Egli ha cominciato a lavorare con questa terra e imperturbabilmente continua questo suo lavoro. Frutto delle sue mani, per così dire: creando ha impegnato il suo cuore per sempre. È impossibile per lui  ritornare sui suoi passi. Nonostante tutto ciò che succede, si occupi di essa, perseveratemente e energicamente.

Ma nel frattempo questo mondo è capace solamente di deludere Dio. Sembra che non risponda alle sue attese. Invece di gioia, gli procura dolore e non penso che sia esagerato dire che ne soffre. Nonostante tutto ciò non rompe la relazione con questo mondo. Non lo sa abbondonare. Egli sarà  soprattutto deluso riguardo all’essere umano, all’umanità. L’aveva pensata in un altro modo, creandola a sua immagine. L’essere umano è stato il più grande investimento di Dio durante tutta la creazione. Gli aveva dato tutto. Aveva creduto in lui. Non l’essere umano in Dio, ma Dio nell’essere umano, nell’umanità. Aveva talmente tanta fiducia che gli ha posto questo mondo nelle sue mani. All’umanità l’onore di agire come il suo rappresentante, di condividere il suo amore per il mondo. Ma che fa l’essere umano, cioè che facciamo noi, distruggiamo invece di proteggere. Nonostante tutti i bei discorsi in favore della vita, la maggior parte dei nostri sforzi va in direzione opposta. È da diventare disperati, ma qui ancora una volta Dio ha più fiducia in noi di quanto noi abbiamo in noi stessi. La grazia che ci ha mostrato in Gesù mostra il suo attaccamento al suo progetto e così ci propone ancora una nuova possibilità. Negli sforzi religiosi l’essere umano tende a divinizzare se stesso, guardando verso il suo Dio, ma la direzione opposta sta davanti a noi. Non l’essere umano che deve diventare divino, ma il divino umano: una umanità vivibile, un mondo in cui la donna e l’uomo hanno la stessa dignità. Con l’incarnazione di Gesù Dio si impegna totalmente, fino a diventare egli stesso essere umano, uomo. Finalmente l’essere umano come egli aveva inteso dal principio, da cima a fondo a sua immagine. È questo ciò che Dio fa: nonostante tutto egli crede nella sua creatura, crede che ce la fa, che ce la può fare.

 

Poiché ecco, creo un nuovo cielo e una nuova terra. Ne abbiamo bisogno. Suona pieno di promesse. Tutto nuovo. E poi, che la terra abbia bisogno di essere rinnovata, non c’è dubbio, in mezzo alla situazione vergognosa in cui ci troviamo, una dimensione che viviamo ogni giorno, ma il cielo? Anche il cielo ha bisogno di essere rinnovato? Ci abbiamo mai pensato?! Il cielo per noi è un’immagine di perfezione. Non è rimasto intatto dal principio?

Invece, anche il cielo ha bisogno di rinnovamento. Il cielo ha conosciuto dei tempi migliori. Non per niente si legge dappertutto nella Bibbia il cielo e la terra, è una coppia. Il cielo non fa coppia con l’inferno, ma con la terra. Dio, fonte della nostra vita, li ha creati insieme, dipendono l’uno dall’altro. Insiemerappresentano la buona creazione. Il cielo è come fosse un tetto sulla terra, un riparo, una mano, una benedizione. La separazione come noi la conosciamo, la conosciamo come divisione, due cose separate: un matrimonio fallito per così dire o in termini più biblici: una relazione disfatta. Da quando la terra ha bandito dal suo orizzonte il cielo, il cielo non è più il cielo: zoppica da solo. Come tetto, senza muri, cade e si sfascia.

C’è il cielo, se c’è una terra.

Quando il cielo diventerà nuovo? Solo nella riconciliazione con la terra. Si rianimerà quando può sostenere la sua parte originale insieme alla terra: una crezione ininterrotta, un mondo abitabile. Ciò che Isaia vede è letteralmente  e metaforicamente il cielo sulla terra, cioè Dio che abita vicino agli uomini e alle donne. Una situazione totalmente nuova.

Come è per la terra, che sarà questa terra rinnovata, così anche per il cielo. Non dobbiamo pensare a una creazione totalmente nuova, ma anzi pensare a una ri-creazione, una ri-creazione del cielo e della terra esistenti. Non si tratta di una costruzione nuova, ma di ricostruzione.

Questo lavoro di conciliazione e rinnovamento è un lavoro difficile. Il cielo e la terra si sono separati tantissimo, è difficile riunirli. La realtà terrestre deve cambiare radicalmente per poter sopportare l’immediata presenza di Dio, per avere la capacità di sopportare la diretta vicinanza del cielo. Deve attraversare una crisi profonda: si tratta di una rinascita completa. E quanto lavoro c’è da fare ce lo ricorda la violenza sulle donne. Come detto prima, non si tratta di un’emergenza, bisogna rifondare le fondamenta del nostro vivere insieme.

Quando diventerà realtà la visione di Isaia, la nuova terra sarà la stessa su cui adesso camminiamo, ma cambiata, totalmente. Tutto ciò che la rende vecchia, sarà sparito: ingiustizia e violenza, malattia e miseria, immondizia e deterioramento. Guarite le fratture e le ferite, e quante sono ce lo dimostrano le storie di violenza domestica. Finalmente vedremo la terra come è stata intesa dal principio e finalmente vedremo il cielo nella sua vera figura: il cielo sulla terra.

Ecco, questo cielo e questa terra rimarranno. C’è una linea ininterrotta. Il futuro, la nuova creazione, non è un fatto a sé stante, ma è il risultato di ciò che Dio muove qui, adesso, la nostra storia. Il nuovo cielo e la nuova terra sono fatti dello stesso materiale di cui sono fatti il vecchio cielo e la vecchia terra, cioè noi, le sue creature. Quindi, la nostra vita su questa terra non è senza senso, ma va interpreta in un nuovo modo, quello che Dio mette davanti a noi. Un segno che la nostra speranza non è invana, ma che ha delle solidi basi. Così la terra, così l’umanità, non spariremo nella nebbia, possiamo rimanere chi siamo: figlie e figli di Dio. Avendo questa visione davanti ai nostri occhi, occhi di vigilanza, le nostre relazioni cambiano, anche quelle fra donne e uomini.  Come già questo vecchio mondo cambia di carattere, anche noi possiamo cambiare adesso. Amen.

 

Pred. Greetje van der Veer

 

Sento tutte le mattine

Sento tutte le mattine il telegiornale – ormai anche io ho perso l’abitudine di leggere le notizie, persa nel disordine delle troppe cose da fare e da pensare – e forse anche per questo, che le notizie ormai si vedono per pochi minuti per poi abbandonarle alla digestione solo nei vari spettacoli di commento, ho spesso l’impressione di vedere un unico, lunghissimo film.
Un film di quelli all’antica: con i buoni che sono buoni ed i cattivi che si riconoscono subito dalla loro stessa faccia, ed ognuna delle due squadre segna punti senza mai arrivare a quello decisivo, tanto che alla fine la domanda che non voglio farmi – la domanda che nessuno di noi può farsi, perché le squadre giovano apposta in modo che non ce la facciamo, è: ma in quale campionato siamo? Quale coppa è in palio? – insomma un film in cui il finale non solo non si può immaginare, ma neppure si è sicuri che ci sia, che davvero ci sarà il fischio che manda tutti sotto la doccia. Insomma un film il cui scopo sembra essere solo quello di farci dimenticare del finale che ci aspetta – un film che alla fine nega il futuro costringendoci continuamente a concentrarci sull’oggi, anzi sull’adesso.
In questo film, la superficialità è quasi un dovere, perché fermarsi a pensare alle conseguenze può farci perdere tempo, ed il tempo è esattamente quello che non abbiamo.
Così, non importa se ci sarà gente che muore, se i porti vengono chiusi o le strade vengono lasciate senza manutenzione, o l’inquinamento consegna il mondo a uragani ed incendi. L’importante è che la squadra di quelli che dicono esattamente le cose che gli altri vogliono ascoltare segni un punto di più – magari convincendoci che a farci perdere il lavoro sono i migranti e non il potere nascosto e per questo inarrestabile che ci condanna a lavori precari pur di riuscire a pagare un’altra rata tra le tante che abbiamo da pagare.
Non importa se i bambini muoiono, fisicamente o nei social che li sfruttano, non importa neppure se ai bambini abbiamo tolto perfino l’infanzia costretti come siamo a proteggerli da tutto e a farne piccoli dèi cui nascondere il più a lungo possibile le difficoltà che dovranno prima o poi affrontare. L’importante è che un punto in più sia segnato dalla squadra di chi vende la consolazione precaria del “meglio che niente”, del “tanto così è e noi non possiamo farci nulla”, dell’ognun per sé e Dio per tutti.
Insomma non solo non pensiamo alle conseguenze di quel che facciamo, dei nostri pensieri, delle nostre parole, dei nostri silenzi, delle nostre opere e delle nostre omissioni (come si diceva un tempo) ma proprio non vogliamo pensarci: illusi forse che in questo modo le conseguenze non ci saranno, in una specie di politica planetaria dello struzzo, se fosse vero che gli struzzi nascondono la testa sotto la sabbia quando si trovano davanti ad un pericolo che immaginano più grande di loro.
Matteo 25, 36-46 ci racconta in maniera immediata e plastica quali sono le conseguenze di quella politica: gesti fatti senza accorgercene che invece sono prove di quel che siamo; azioni magari fatte per sentirci meglio con noi stessi che rivelano la loro inutilità quando è troppo tardi per cambiarne il corso, attenzioni che diamo inutilmente, distrazioni che ci rendono irrimediabilmente colpevoli di un egoismo che si rivela la nostra carta di identità.
Romani 8 e Apocalisse 2 ci dicono invece che, semplicemente, vivere come se il domani non ci fosse è sbagliato, perché il domani c’è, ed è di Dio: quel che aspettiamo non è una coppa, ma la corona della vita conquistata dal sangue di Cristo ma resa visibile solo con la perseveranza; ciò che ci attende, dice Paolo in Romani, ciò che dobbiamo riuscire a partorire nonostante i gemiti e il travaglio, nonostante tutto il dolore, la paura e la voglia di lasciar perdere, è la redenzione di ciò che siamo – ossia la vita che si può finalmente vivere libera dai giochi che illudendoci di farci vincere la paura di morire ci impediscono di accorgerci che la morte, in Cristo, non esiste più.
E la seconda Corinzi ci ricorda, come regola per la nostra partita, che certo, il domani esiste ed è messo al sicuro dalla Croce di Cristo; ma anche il giudizio c’è, ed è oggi: “Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore (poiché camminiamo per fede e non per visione); ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male”.
Certo è un testo difficile – perché a prima vista sembra dire esattamente il contrario di quel che siamo abituati a sentire, e cioè che siamo salvati per fede, e che le opere non hanno alcuna utilità.
Ma quel che in realtà ci dicono queste parole è che, se possiamo ed anzi dobbiamo avere piena fiducia nella misericordia di un giudice che è Dio, ed è quel Dio che ha tanto amato il mondo da venire a vivere in mezzo a noi ed a morire sulla croce affinché credendo in lui potessimo essere salvati, ciò non di meno ciò che facciamo, le nostre opere, hanno un’importanza enorme: perché è con quelle che dimostriamo, prima di tutto a noi stessi, che siamo di Cristo; ed è dunque con le nostre opere – ossia con quel che facciamo o non facciamo – che ubbidiamo, o non ubbidiamo, al mandato che Cristo ci ha affidato, di annunciare la sua salvezza a questo mondo in cui viviamo.
In altri termini, certo il nostro peccato è stato perdonato, in Cristo e per Cristo. Ma il modo come viviamo questo perdono, su questa terra, è la cifra che ci separa dall’inferno o dal paradiso, su questa terra – dalla superficialità che porta ineluttabilmente alla assenza di speranza, oppure dalla piena coscienza della presenza di Dio nella nostra vita, che è la fonte di una speranza che non può venire meno.
Se tutto questo ci sembra un po’ troppo astratto per noi, pensiamo a quando Paolo scrisse queste parole, alla situazione in cui si trovava. La seconda ai Corinzi, c’è chi la vede come una lunga lettera unitaria, ma probabilmente è invece una specie di mosaico, le cui tessere sono state messe vicine ma non sono nate nello stesso momento.
La comunità di Corinto, la conosciamo per queste due lettere: una chiesa entusiasta nata dalla predicazione di Paolo, sicuramente innamorata di Cristo, sicuramente desiderosa di seguire Cristo. Ma umana. E forse anche un po’ immatura. Alcuni avevano preso fischi per fiaschi, e si erano convinti che al perdono di Cristo seguisse non la libertà, ma il libertinaggio, l’assenza di responsabilità. Altri avevano delegato la comunione in Cristo al futuro nel Regno dei Cieli, e preferivano, su questa terra, starsene per conto loro portandosi il pranzo da casa invece che prendere la stessa Cena e tutti insieme. Molti, se non tutti, erano ancora preda del demonio del giudizio: giudicavano i fratelli e le sorelle, lo stesso Paolo, giudicavano tutti tranne sé stessi. Insomma c’era del buono, ma era ben nascosto.
Vi ricorda qualcosa? Noi siamo così diversi?
Io non lo so. E non lo posso sapere, a che punto stiamo nel cammino della santificazione che ci è richiesta, non lo posso sapere neppure di me stessa – tra l’altro non è affar mio, perché il giudizio ed il domani, il futuro, sono solo di Dio.
Ma, dico a me stessa, e a chi vorrà ragionarci un po’ su, che dovunque io sia, è la mia vita – ossia quel che penso, faccio, dico o meglio ancora: quel che mi permetto di pensare, di fare e di dire – che segna dove sto. E poiché il futuro – ossia il domani, ed il giudizio, il tribunale di Cristo – arrivano, personalmente voglio che nel momento in cui tutto questo arriverà, io possa essere trovata occupata a vivere – pensare dire e fare – nel modo che piace a Cristo: occupata a ricercare la purezza del cuore, la mansuetudine, la misericordia; affamata ed assetata di giustizia desiderosa di portare la pace.
Lo desidero per me, lo desidero per ciascuno di voi, lo desidero per la chiesa in cui servo e per tutti coloro che amo.
Non perché io abbia paura di quel Tribunale, in cui so che abbiamo il migliore degli avvocati, Gesù. Ma perché sono consapevole che è solo vivendo come lui vuole, che potrò rendermi conto che le porte dell’inferno non prevarranno.
Che il Signore ci benedica, permettendoci di vivere la nostra vita – di fare, dire e pensare – secondo la sua santa volontà.
Amén.

Past. Giovanna Vernarecci

Il giudizio contro le nazioni

Matteo 25, 31-46

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, domenica scorsa il nostro culto è stato tenuto dal gruppo di Breakfast time Milano-Roma con il sermone del nostro fratello Fabio Perroni sul brano del buon samaritano (Luca 10, 25-37). Tutto lo svolgimento del culto verteva sulle idee sviluppate e sperimentate in questi mesi di servizio comunitario. Così pure l’incontro con questi fratelli e queste sorelle aveva come scopo quello di motivare ancora di più ad esercitare insieme le opere di carità e di scambiare propositi su come rafforzare la volontà di fare delle buone opere nei confronti delle persone disagiate, e ,in generale, di poter aiutare coloro che si trovano in difficoltà.

Abbiamo ospitato tre sorelle e tre fratelli della Chiesa Evangelica Metodista di Milano, la comunità dove ero provenuta nel 1995. Pensate un po’, sono già passati 23 anni ma ciò che mi stupisce e forse a tutti noi è la forza di volontà che molte volte ci spinge ad incontrare una persona cara o le persone che ci sono care. Personalmente, mi ha fatto molto piacere rivedere e rincontrare una delle due sorelle filippine che sono venute; fu già presente quando ero a Milano, prima che intraprendessi lo studio in Teologia e si chiama Bernadeth. Mi ha ribadito che per lei è stata un piacere rincontrarmi così come anche per me per rinnovare il nostro legame di fraternità nel nome del Signore Gesù Cristo. Si è ricordata del mio amore per le piante e i fiori perciò mi ha portato l’azalea, quella che vedete sul piano forte qui davanti a voi. Ciò che ci lega e ci incoraggia a intraprendere un viaggio pur lontano, è il desiderio di incontrare le persone che amiamo per rinnovare il nostro rapporto con loro. Quel buon ricordo del passato è fondamentale e ci permette di rivivere il percorso e il cammino nella fede fatto insieme per l’edificazione reciproca.

Nelle nostre comunità cristiane innanzitutto si costruisce un legame profondo di fraternità nel Signore Gesù Cristo , e questo è sicuramente come un biglietto di visita che rimane e che non muore mai. Io penso anche che per noi cristiani, è profondamente incarnato l’insegnamento del nostro maestro Cristo Gesù di eseguire le opere di bene perciò ovunque venga praticato attirerà l’attenzione di tutti.

La Bibbia ci aveva raccontato di questo legame, ci aveva narrato dei percorsi delle comunità, gli apostoli avevano fatto dei viaggi missionari insegnando la legge dell’ amore di Dio e le comunità si scambiavano le visite, le notizie attraverso loro con gli apostoli stessi. Nella Bibbia abbiamo conosciuto Dio, solo leggendo la Bibbia siamo riusciti a trovare la parola Yahweh, Dio, Signore, l’Io sono quello che sono, Gesù Cristo, l’Amen.

Nella Bibbia o attraverso la Bibbia abbiamo potuto incontrare i nostri antenati, i fratelli e le sorelle che avevano professato la loro fede allora. Così, avevamo constatato che a causa della PAROLA VIVA del Signore, Dio della nostra vita, la presenza e la visita dei nostri fratelli e delle nostre sorelle della chiesa di Milano è stata per noi un fuoco di amore ardente, che ha riscaldato i nostri cuori con il messaggio che ci hanno portato. Le due chiese, le due comunità si sono incontrate attraverso questa visita e quest’opera del breakfast time, l’iniziativa voluta da tutte e due le comunità. Sia lodato il Signore.

Care e cari, oggi abbiamo ascoltato e letto l’evangelo di Matteo al capitolo 25, versetti da 31 a 46. Ho voluto proporvi oggi questo testo per la nostra riflessione proprio perché domenica scorsa i due gruppi di breakfast time Milano- Roma hanno fatto un culto dedicato a quest’opera diaconale e comunitaria. Sappiamo che nessuno di loro abbia avuto in mente di esaltarsi o vantarsi per le opere buone compiute nei confronti delle persone meno fortunate, coloro che si trovano svantaggiate ma proprio per questo motivo che vorrei ci ricordassimo sempre che il nostro Signore ci guida, ci porta a camminare con lui per la via come i suoi discepoli e le sue discepole e che ciò che si conserva nei cuori nostri è la gioia di averle fatto ringraziando il Signore per queste occasioni o opportunità .

L’evangelista Matteo ci ha raccontato la parabola del giudizio contro le nazioni cioè il giudizio finale su come sarebbe andato la fine dei tempi, quando saremmo tutti chiamati e radunati, davanti all’ unico giudice e saremmo giudicati attraverso le nostre opere buone e cattive che abbiamo compiuto. Tutte le nazioni saranno giudicate secondo le loro opere buone , giuste o contrarie negli occhi dell’unico giudice di tutti gli uomini e di tutte le donne. Saremo tutti insieme davanti a lui, poi sarà lui a separarci in un gruppo alla destra e in un altro alla sinistra in base a ciò che avremmo dovuto fare o non, nei confronti del nostro prossimo considerato minimo.

Questa parabola del giudizio alla fine dei tempi è facile da capire nel suo insieme cominciando dal figlio dell’uomo, il Signore, il re che sarà il giudice di tutti , come abbiamo imparato dalla lettura della Bibbia . La folla radunata saremo noi, quella che sarà sottoposto al giudizio, ma alla fine però nessuno di questa massa di gente saprà più dire o potrà poi confermare quando ognuno ha compiuto queste opere o non <<dare da mangiare a chi è affamato, dare acqua a chi ha sete, dare vestito a chi non ne ha per coprirsi, dare medicina a chi è malato, andare a visitare chi è in prigione, accogliere nella propria casa a chi si trova senza un luogo per dormire>>….

Questa parabola ci sembra dire che alla fine dei tempi nessuno si ricorderà più di quello che ha fatto se non colui che sarà l’unico che ha il compito di giudicare.

Come mai questi che erano stati davanti al re, non erano più in grado di riconoscere ‘quando’ avevano fatto il bene o no. Per questo motivo che non sappiamo esattamente quando abbiamo incontrato il fratello considerato minimo del re, colui che in condizione del bisogno. Forse, ciò che è necessario ricordare è metterci sempre nei panni del nostro prossimo, essere per lui e per noi in qualunque situazione, evitandoci di distinguere da lui poiché abbiamo le stesse necessità. Il re rivendica la causa del minimo, del vero povero e davanti a lui, saremo giudicati per quello che abbiamo potuto fare e dare d’aiuto con le nostre capacità. Non si organizza mai la “giusta accoglienza” bensì è spontanea, ed è così che dobbiamo essere in ogni momento della nostra vita.

Immaginate come sarebbe questo racconto, se il re si metterebbe a sedere su una poltrona con i suoi angeli custodi, davanti ad una folla di gente che aspettano il suo verdetto. Come sarebbe stata quest’attesa che terminerà solo con la pronuncia di poche parole di salvezza, di tutti noi uomini e donne?

Siamo pronti veramente a incontrare faccia a faccia il re della nostra vita perché siamo stati obbedienti a questa legge del dare/delle opere? Al ricco Gesù disse: se vuoi essere perfetto va’ e vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli>> Mt. 19,21<<vai e fai anche tu la stessa cosa>>. Se davvero abbiamo creduto in lui, oggi saremo in grado di dire: << sono pronto Signore a incontrarti , anche adesso>>. Oppure, vogliamo che rallenti il compimento del suo giudizio, perché non siamo ancora pronti? Le notizie di bisogno e richiesta ci giungono ogni attimo quindi sempre. Questo impegno è l’unico che ce lo chiede perché è urgente e non si può mai rimandarlo per quello che vediamo ovunque.

Qual è lo scopo di questo racconto per ciascuno di noi? Che senso ha nel nostro vivere in questo momento, nel nostro rapporto con l’altro, con il povero, con lo straniero?

Come comprendete i testi biblici sul giudizio finale? Come leggete i testi che riguardano gli ultimi dei tempi? Che visione traete e che senso vi danno in rapporto con il vostro vivere il tema sul giudizio finale ? Scegliamo forse di fare il bene perché abbiamo paura del giudizio?

Tu uomo che cosa pensi di te stesso? Chi sei e che fai tu in questo mondo?

Che cosa vedi? Che visione hai per il tuo futuro? Qual è la tua visione per il tuo futuro?

Pensi che il tuo futuro ha a che fare con il tuo passato o con il tuo presente? Che cosa pensi tu com’è un cristiano? Che cosa ti fai pensare di essere un cristiano? Che cosa ti fa convincere dal messaggio che porta la Bibbia? E tu credi veramente della visione del giudizio finale? Che cosa pensi del giudizio finale?

Perché scegli di fare il bene e non il male? Che rapporto ha per te il fare del bene, o scegliere di fare le opere di bene perché hai paura di essere giudicato stolto e di andare poi nello stagno di fuoco?

Che senso ha per te venire in chiesa o andare allo studio biblico se non per farti scoprire insieme ad altri che cosa la Sacra Scrittura dice che Dio gradisce che venga fatta?

L’ascolto della Parola insieme ad altri ti dà la forza o la carica?

Allora tutto sommato, vediamo che il nostro rapporto con Dio ha a che fare con ciò che facciamo ad altri.

Il profeta Michea dice al capitolo 6,8 nel suo libro: << O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? >>

Riprendendo l’iniziativa del breakfast time, con lo scopo di compiere le opere buone , è stato per noi una svolta, ci ha tutti insieme uniti, mandandoci fuori dalle nostre mura per estendere il nostro servizio di lode di ogni domenica al Signore.

Così, torniamo anche alla nostra base, al nostro punto di partenza come abbiamo compreso la Bibbia. Come abbiamo voluto leggerla.

“Come leggeremo la Bibbia?” Esiste un modo ‘giusto’ per leggere la Bibbia?

Quattro punti quelli che sono stati proposti fino ad ora, più o meno, come dobbiamo leggere la Bibbia. Molti di noi sanno già questi ma è importanti che rinnoviamo insieme la nostra conoscenza di essi.

1) Il primo è fare silenzio davanti al testo, affinché sia lui a parlare e noi ad ascoltare. Significa che noi credenti in Dio, impariamo ad ascoltare il Signore che si è rivelato, obbedendo ciò che è scritto nella Bibbia per il nostro vivere bene.
2) il secondo è tener conto della storicità del testo, quindi delle condizioni storiche, culturali, sociali, ecc. in cui esso è nato. Chi ignora la storicità del testo viene condannato al non capire e a non cogliere il messaggio. Significa che attraverso la storia del popolo di Israele eletto da Dio comprendiamo il modo di vivere degli uomini e delle donne cioè di un popolo di una nazione in cui ci permette ad imparare a comprendere anche noi stessi e a confrontarci da essa perché ogni generazione è altra ma è simile.
3) il terzo criterio è imparare a distinguere il “compito delicato, ma non impossibile”, quello che nella Bibbia appartiene al quadro culturale caduco (provvisorio, temporaneo) da quello che invece appartiene al messaggio salvifico permanente. Significa che siamo chiamati a leggere i testi biblici imparando a mettere da parte il messaggio di salvezza che Dio ha voluto per tutta l’umanità come progetto, piano, decisione, volontà perenne. Conoscere e riconoscere il Dio misericordioso e che il suo giudizio universale sia indipendentemente dalle nostre opere, e per il suo amore.
4) il quarto è cercare nel testo, come suggeriva Lutero- “ciò che mette in evidenza CRISTO” Significa che nel nome di Cristo Gesù c’è rivelato la salvezza il perdono dei nostri peccati.
Che il Signore ci ravviva la nostra consapevolezza del nostro bisogno e dell’altro nel termine dell’ospitalità o accoglienza giusta. Che Dio ci sia con noi. Amen.

past. Joylin Galapon

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Farsi prossimo

Care sorelle e cari fratelli, dovrete sopportarmi in questi minuti in cui cercherò di riflettere insieme a voi partendo dal nostro servizio e dal brano scelto per oggi.

“Non ho tempo per avere fretta”. Questa la frase di Wesley che campeggia sulle nostre magliette, e che mi sembra adattissima oggi, insieme alla canzone scritta da Giorgio Gaber negli anni 70 “C’e solo la strada”, che recitava che bisogna ritornare nella strada perché in casa ti allontani dalla vita, dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.

Tempo Fretta Strada.

Veniamo al nostro brano. Un italiano stava scendendo dalla stazione Termini verso piazza Venezia. Arrivano degli uomini e gli chiedono dei soldi; al diniego lo riempiono di botte e, rubandogli tutto, lo lasciano moribondo sul ciglio di via Nazionale. Passa un sacerdote, un pastore, un rabbino lo vede e passa oltre. Passa una suora, un diacono/a, lo vede e passa oltre. Passa un uomo di colore (un extracomunitario, oppure un rom, un disabile, anche qui mettiamoci la categoria che preferiamo), lo vede, si commuove e si ferma. Ecco una nelle migliaia di possibilità che racconterebbe forse oggi Gesù se camminasse e predicasse nella nostra Roma.

Il nostro brano, che inizia con una discussione teologica molto usuale tra i rabbì del tempo di Gesù, si potrebbe dividere in quattro scene.

“Si alzò” dice Luca. Domanda per avere una risposta o per mettere alla prova Gesù, quasi per sfidarlo? I nostri rapporti, le nostre discussionisono per crescere insieme o solo per mettere in difficoltà l’altro?  Gesù non cade nella trappola e mischia le carte, e distruggendo le certezze della prassi consolidata,  preferendo il piano morale a quello cultuale: alla giustizia della religione antepone un’altra giustizia, quella perla persona.

In alto c’è Gerusalemme, con le sue mura sicure,  la certezza di essere la città di Dio, protetta, bella, dove la presenza di Dio si palpa. Molto più giù c’è Gerico, pensate ad un dislivello di oltre 1000 m, la città dove risiedevano moltissimi sacerdoti. La strada tra le due città è aspra, desertica, piena di imprevisti e pericoli. Un uomo scende…

Scende dalla città di Dio alla città degli uomini. Una strada che da Dio porta lontano da Gerusalemme, porta verso la testimonianza verso l’uomo. L’uomo che scende non ha aggettivi, non è descritto. È un uomo e basta.

Chi era? anzi, chi è? Chi è oggi? Non ha nome, non ha una carta d’identità (tanto meno il samaritano gli chiederà documenti). Non un segno per sapere chi fosse, anzi chi sia, chi è. Poteva essere,  può essere, è un ebreo o un palestinesi; un ragazzo o un vecchio, un ricco o un povero, un onesto o un disonesto; può essere un bianco, un nero, un europeo, un americano, un cinese; può essere un cattolico, un evangelico, un musulmano… Può essere perfino un brigante anche lui; un assassino… Ma è sempre un rischio fermarsi non ad aiutare ma perfino a guardare.

Questo uomo che scende è uno dei tanti compagni di strada del Breakfast Time che dormono nelle vie vicino al nostro tempio.

Di quest’uomo non si sa il nome e il cognome, ma in compenso abbiamo molti particolari; un incalzare di note, una più grave dell’altra: spogliato, percosso, abbandonato, emarginato. È il Vangelo a dire “mezzo morto”, non mezzo vivo: un Vangelo che tende al peggio.

Un uomo: uno dei tanti uomini spogliati, percossi, umiliati, sfruttati, offesi, morenti, abbandonati ai margini della cosiddetta civiltà, ai margini delle grandi arterie della vita, delle organizzazioni criminali dei barconi, dell’industria, del commercio illegale delle nostre vie; abbandonati al limitare del deserto o nei lager libici; o ricacciati indietro verso i loro aguzzini. Un uomo di molti uomini; centinaia di milioni di indiani, di africani, di asiatici, di cinesi.

Il secondo momento è il penoso spettacolo della durezza, della indifferenza del sacerdote e del levita. Che camminano, vedono e passano oltre. Vedono con uno sguardo vuoto, con negligenza. La loro indifferenza è la nostra di fronte a molte situazioni. È la nostra immagine. Vediamo e passiamo oltre. Per rispettare una legge, per la fretta, perché guardiamo senza osservare, perché……

Non osserviamo perché la fretta ci impedisce di osservare.

PIGRIZIA, INCERTEZZA, INERZIA, TIMIDEZZA, PAURA, NEGLIGENZA

Queste sono le parole che fanno da sfondo all’atteggiamento del sacerdote e del levita. Sono le stesse che incontriamo camminando sulle strade della nostra città. Parlando tra noi, alcuni hanno condiviso la stessa preoccupazione: paura ad incontrare i “barboni”. Paura. Io stesso, quando con Luciano abbiamo proposto il servizio, avevo una grandissima paura. L’uomo della strada era stato per me sempre un tabù. Un pericolo, uno da aiutare, ma a debita distanza. Quasi da non toccare, figurare parlarci, fermarsi.

Tra il gesto criminale e l’aiuto del samaritano c’è un intervallo temporale importante: è il momento dell’egoismo del sacerdote e del levita che passano oltre. Questo atteggiamento è di ognuno di noi. Pensiamo a quando incontriamo dei barboni, dei neri, dei rom, delle persone sporche, con malattia della pelle, che puzzano.

Passare oltre:

per indifferenza …. Non mi interessa;

per fretta ….Devo fare cose più importanti;

per paura….. Cosa dirò, cosa farò.

 

Trovare una scusa è la cosa più semplice.

Passare oltre perché tante cose sono più urgenti, importanti. Più importanti di Ivan senza stampelle, dell’americano senza pantaloni, o di Christine senza vocabolario, di Agrid che ti fa un favore a prendere i nostri panini, ed oggi per la prima volta li ha rifiutati.

La fretta della società di oggi è la modalità del non fermarsi. Tutto è già vecchio appena lo leggo o lo scrivo, o lo posto sui social. Tutto vale un attimo sui social o nell’universo web.

E ciò che nella “non fretta” andrebbe coltivato diventa difficile, complesso, da aver paura, compresi i rapporti tra persone che hanno bisogno di tempo, di calma, di vissuti da condividere e sicuramente non di fretta.

E la fretta crea troppe volte rapporti anonimi, lontano dai sentimenti e dai vissuti.

Una delle cose belle del nostro giro è il fermarsi, e dopo alcuni mesi, parlare, chiedere un semplice come stai, è un fidarsi loro di noi e noi di loro. È un non passare oltre al prossimo senza fissa dimora perché ho due-cinque minuti a persona.

Farsi prossimo è creare  relazione. Ma una relazione  necessita di tempo.

Noi non abbiamo fretta, non abbiamo l’orologio che detta e che impone, che ci rende frenetici. Abbiamo tempo per loro, ma soprattutto per noi.

Ancora le frase di Wesley allora: non ho tempo per avere fretta.

Nella fretta del sacerdote e del levita c’è anche un’altra realtà: la paura di impegnare la propria persona.

Come ricordavo prima, la paura anche nel nostro Breakfast Time in molti di noi c’era. Paura nel non sentirsi capaci di relazionarsi con l’altro sconosciuto. Ma abbiamo vinto la paura, le pretese possessive, verso solo ciò che ci piace, che non costa fatica, che impone il fermarsi e sprecare tempo. Paura di impegnarsi in prima persona.

Noi questa paura l’abbiamo vinta. Nella consapevolezza che non puoi risolvere la povertà nel mondo, il problema degli alloggi, del lavoro per tutti ecc. ecc.Possiamo cambiare la vita di queste persone? No, ma possiamo “curare” e far curare. Infatti cerchiamo di indirizzare e dare indicazioni utili. Ma non potremmo mai risolvere. Anche perché molti di loro forse neanche lo vogliono.

Terzo momento: è carico della parola “fu mosso a compassione”. Che letteralmente nel vangelo di Luca indica l’essere preso alle viscere, come un morso, un crampo allo stomaco, uno spasmo, una ribellione, qualcosa che si muove dentro. È il cuore e la pancia. È la com-passione, è la passione con, insieme, è la commozione attiva, è la pietà, non il pietismo, è la Carità, non l’essere caritatevole alla Teresa di Calcutta. Non solo i buoni sentimenti, ma il dinamismo. Il samaritano passa con sguardo attento e risponde con l’azione.

I cammini del sacerdote, del levita e del samaritano sono gli stessi: solo che i due sono in compagnia di loro stessi e di un Dio-legge, l’altro invece è in cammino attento. L’attenzione ci fa aprire a nuove esperienze, ci fa nascere domande. Lui fa esperienza sul valore della persona, e questa esperienza gli dischiude nuove potenzialità relazionali e lo ha spinge a farsi prossimo.

Il samaritano è l’opposto dei due personaggi precedenti. Non va al tempio di Gerusalemme, non può; non ha paura di contaminarsi, perché per un ebreo osservante lui è già immondo in quanto samaritano.

Egli, emarginato religiosamente, non ha preoccupazioni cultuali. È capace di essere umano, di rimanere umano e provare compassione.

Quanto è difficile oggi rimanere umani. Basta guardare quello che accade intorno a noi. Momaude o la ragazza sul treno Milano-Venezia. Non ci indigniamo più neanche. Sommiamo i casi in una assuefazione che ci fa essere meno umani volta per volta.

Il samaritano nell’incontro e nella cura diventa più umano, anzi resta umano. La società, se ci lasciamo avviluppare, vincere da lei, ci rende meno umani. Pensiamo alle nuove politiche per le migrazioni, pensiamo alla società che sta distruggendo il creato, dono di Dio. Pensiamo alla logica del furbo. Ma soprattutto alla lenta infezione del silenzio di fronte alle piccole o grandi furberie. O ai germi di razzismo che stanno lievitando.

Il samaritano invece si fa prossimo perché si avvicina, si approssima, sana come se fosse se stesso, non bada alla fede, alla nazionalità, allo status sociale.

Quarto momento: il samaritano si prende cura, fascia le ferite nel presente e nel futuro. Non  abbandona il ferito al proprio destino. Prendersi cura è non fermarsi al presente, ma cercare di cambiare il futuro.

Se sono salvato e amato, non posso che vivere questo amore e questo bene, questa salvezza nel mio mondo, nel mio territorio, nelle mie relazioni vicine, prossime.

Se poniamo questo brano in relazione con Mt 25 una cosa che colpisce è che Dio non chiede quanto mi hai amato, quanto hai pregato, ci chiede come il suo amore, la sua salvezza sia stata condivisa con l’uomo e la donna vicino a noi. Non è il quanto che salva, ma il farsi prossimo perché siamo amati e salvati.  Il brano di Luca ci pone non tanto la domanda chi è il mio prossimo, ma chi si è fatto prossimo. Gesù ribalta il tutto in un gioco: certo, il derelitto è il mio prossimo, ma io sono capace di farmi suo prossimo?

E farsi prossimo è avvicinarsi all’uomo e alla donna con la stessa “tenerezza” di Dio, sincera e operosa. Anche piccola all’inizio, perché è un cammino di crescita. Non è che oggi decido di farmi prossimo.

Nel farmi prossimo grido, mi indigno, denuncio, condanno le ingiustizie, le violenze, le povertà, in una parola il non amore.

Una bellissima cosa nel nostro Breakfast Time è l’assenza di delega. Che bravi che siete, continuate anche per noi. Vi deleghiamo, rappresentate la comunità.

Tutto questo non credo che l’abbiamo vissuto o sentito. Almeno io no, anzi ho respirato il contagio continuo di fratelli e sorelle che, anche se non possono venire, si sono interrogati su come essere prossimi insieme a noi. Come farci sentire che ci sono anche loro. E vi confesso che sentiamo che non siamo delegati vostri, ma siamo noi tutti insieme a fare questo. Ognuno con le proprie possibilità.

In un momento in cui il disinteresse per chi è in difficoltà è un leit motiv della nostra società, dove le guerre tra poveri è sono un arma sociale per conquistare visibilità e voti, abbiamo riflettuto che il nostro no era rispondere I care. A non è un mio problema, non possiamo accogliere tutti, non possiamo aiutare chi vive in strada ecc, noi abbiamo cercato di rispondere I care. Mi stai a cuore, è un mio problema perché sei mio fratello e mia sorella. I care è farsi prossimo.

Non chiediamoci quindi chi è il mio prossimo, ma chiediamoci a chi ci approssimiamo. Essere prossimo dipende da noi. Ed essere prossimo di qualcuno ci fa comunicare vita. Nel senso più piccolo: un sorriso, una parola, far sentire l’altro soggetto della mia relazione, non oggetto. Senza chiedere nulla in cambio, senza aspettarsi neanche un grazie, che però viene quasi sempre offerto.

L’incontro tra noi e con loro. Non come slogan bello, ma come vita vissuta. C’è chi non vuole parlare, chi ti vuole raccontare tutta la sua vita in tre minuti. Chi dorme e lasciamo lì e andiamo via. Chi ti guarda con meraviglia. Chi ti benedice non per il sacchetto ma perché vuoi incontrarlo come persona,  perché lo rendi importante e degno di un incontro. O la trans sudamericana che ti chiede un parrucchiere per essere bella per il suo compagno, alcolizzato che vive accanto a lei a cui sistema maglia e capelli e lo bacia teneramente.

E farsi prossimo è creare un rapporto di reciprocità. Perché noi non diamo soltanto, ma anche riceviamo, in termini di doni spirituali:

  • innanzi tutto i nostri amici ci insegnano l’ umiltà.  perché ci dicono dei no: a volte rifiutano il cibo, a volte disprezzano quello che diamo loro, chiedendo qualcosa di diverso, o fanno gli schizzinosi, pregandoci, ad esempio, di non toccare il bicchiere con le nostre mani. Ci rimaniamo male: perché? Perché diamo per scontato che il nostro buonismo deve essere apprezzato, ci sentiamo superiori, ma loro ci riportano su un piano di parità.
  • la solidarietà. Queste persone, che vivono nell’indigenza e hanno bisogno di tutto, hanno un pensiero per gli altri: per la compagna che sta mendicando altrove, per l’amico che si è allontanato. Sono pronti a condividere.Si accontentano di quello che diamo, non si approfittano, non chiedono denaro
  • infine la serenità. Queste persone non sono arrabbiate col mondo, non si lamentano, non piangono, non cercano di impietosire col racconto dei loro guai: sorridono, ringraziano, ci benedicono, ci augurano buona domenica, ci trasmettono una serenità interiore che non ha prezzo.

L’amore di Dio che ci riempie, ci renda disponibili ad imitare, a donare, a testimoniare l’amore scoperto, riconosciuto e vissuto.

Amen

 

Fabio Perroni

Ietro e Mosè

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, questa mattina abbiamo letto e ascoltato il racconto del capitolo 18 del libro di Esodo.

Questo capitolo ci ricorda la visita di Ietro a Mosè; lo scopo principale di essa era, in primo luogo, confermare che Dio è il più grande di tutti gli dei, così con un culto di ringraziamento il sacerdote offrì un olocausto, un’espressione di riconoscenza davanti a lui  per tutto quello che ha fatto per Mosè e per il popolo d’Israele a partire dalla sua liberazione dalla mano del faraone e degli egiziani.

In secondo luogo, dargli il consiglio di come doveva procedere nella guida di questo popolo. Mosè da solo, secondo Ietro non doveva amministrare la giustizia al popolo,  per ogni faccenda di ogni singola persona,  ma il suo compito specifico era di insegnare i decreti e le leggi alle persone riconosciuti CAPACI e TIMORATI di Dio, poiché per questo motivo potrà poi resistere, arrivando alla loro destinazione.

Immaginate questo racconto di un popolo nella quale ciascuno doveva cominciare a mettere a posto ogni cosa nella propria vita. Era fondamentale implementare la pratica di ordine a nome della buona convivenza, in rapporto con gli altri e su ogni cosa che poteva causare il disordine.

Dopo che il popolo si mise a camminare e finalmente fu liberato; cominciò ad imparare cosa vuol dire essere tale: “libero seguendo le leggi di Dio”.

Con la visita sacerdotale e il consiglio di Ietro  di Madian, Mosè non dovrà più amministrare la giustizia al popolo ma altri se ne faranno carico a patto che fossero stati capaci e timorati di Dio.

Quindi, sia che doveva amministrare un gruppo grande o uno piccolo, è necessario avere la capacità e il timore del Signore, il Dio più grande.

Qual è la prima cosa che doveva fare Mosè?

Egli doveva insegnare i decreti e le leggi di Dio(i comandamenti) a queste persone e riconoscere in loro la capacità e il timore in Dio prima di governare una migliaia, una centinaia, una cinquantina o una decina di persone. Il consiglio di Ietro era di incominciare a costituire e a informare loro ciò che dovrebbero fare per governare bene un popolo o un’intera nazione. La costituzione dei gruppi dai più numerosi ai più pochi era fondamentale nella pratica dell’ordine di convivenza di un popolo secondo il parere di Ietro, che fu consigliato a Mosè, suo genero.

Questo brano ci insegna che nel governare un popolo è necessario avere delle persone formate che hanno avuto una formazione uguale al primo eletto CAPO di tutti gli eletti come Mosè così che non si possa sbagliare sulle normi e sulle leggi di Dio. Questi eletti devono manifestare anche loro la capacità di giudicare, di risolvere i problemi di ogni singola persona  nella vita quotidiana. Questi uomini eletti da Mosè saranno quelli che dovranno prendere cura e decidere per il bene di ognuno. Le cause difficili devono arrivare al capo di tutti.

Nella lettera di Paolo ai Romani 13,1-7 si allude che loro sono le persone  riconosciute nelle chiese antiche, le  nostre  Autorità superiori, autorizzate ad esercitare un ruolo di giudicare ciò che è bene e ciò che è male. <<Ogni persona sia sottomessa alle autorità superiore, perché non vi è autorità se non da Dio, le autorità che esistono sono stabilite da Dio>>. Romani 13,1

Vorrei  leggere queste parole che ha scritto la nostra sorella Chica Vezzosi, un ordine del giorno appoggiato da tutti al termine della nostra Assemblea di Chiesa, avvenuta la domenica 14 ottobre 2018.

L’assemblea della chiesa metodista di Roma via XX Settembre, riunita il 14 ottobre 2018, rivolge richiesta formale all’OPCEMI, alla Tavola Valdese e alla FCEI di far udire con tutti i mezzi possibili – dalla stampa all’uso dei socials – la nostra voce di condanna assoluta per le gravi situazioni di crescente accanimento xenofobo che si stanno verificando nel nostro paese nei confronti degli immigrati, compresi i bambini (come ad esempio a Lodi e Monfalcone).

Non possiamo far passare sotto silenzio gli atti di discriminazione e di violenza non solo morale che ultimamente si moltiplicano nella nostra casa comune, addirittura fomentati dalle autorità che dovrebbero gestire le cose correttamente.

 

Noi abbiamo ricevuto le norme, le prescrizioni e le leggi di Dio. Noi siamo credenti in Dio, abbiamo il dovere di volgere verso di lui. La nostra coscienza non ci lascia tacere. Ci sentiamo un’enorme inquietudine quando si trascura l’insegnamento dell’amore verso il nostro prossimo. Quell’amore che sappia riconoscere che ogni  persona è da rispettare, dando il nostro sostegno per poter vivere in questo mondo, un compito di accogliere e di ospitare.

Ora le nostre autorità superiori in Italia rifiutano e limitano l’accoglienza agli immigrati, ai rifugiati e non solo. Questo forse avverte la loro incapacità di giudicare e la mancanza di timore a Dio?Se Dio ha creato il mondo, la terra è per tutti e non per un solo popolo.Forse ciò che ci manca ora è quell’insegnamento base che gli israeliti di allora, come popolo, ricevettero dal consiglio del sacerdote Ietro.I decreti e le leggi di Dio sono tutto in un quadro cioè è per tutto il mondo, valido per ogni nazione, così l’Italia, che è un paese come tutti gli altri, ogni uomo è libero di lavorare e di stabilirsi.

Certamente, ci vuole una formazione continua di ogni singolo individuo, di ogni categoria(classe, genere, ordine, tipologia).  Dobbiamo accettare e riconoscere che non siamo tutti uguali. Questo fatto ci mette in difficoltà ed è la crisi che stiamo affrontando.

Il popolo di Israele fu sottomesso e soggiogato dal popolo egiziano, ebbe una storia di cammino per lunghi anni nel deserto con esperienze di dura prova.Aveva avuto questo ricordo/memoria in passato perciò era raccomandato di non trattare male lo straniero, l’altro, il suo prossimo. <<Amate lo straniero anche voi foste straniero nel paese di Egitto>> Dt. 10,19 Le nostre autorità superiori, quelle che governano l’Italia ora, sono giovani(immaturi), non hanno avuto queste esperienze di difficoltà, non vi sono paragoni a quell’esperienza del popolo d’Israele nel mettere in ordine ogni cosa e ogni bisogno partiva dalla richiesta del sostegno materiale come acqua e/o cibo. La mancanza dell’insegnamento a causa dalle poche esperienze non fa crescere una persona, perché nella vita, è nell’incontro con le persone che si impara molto, soprattutto dalle esperienze dure e difficoltà nel risolvere i problemi legati alle situazioni concrete di tutti noi. Cittadini italiani, stranieri, immigrati, rifugiati ecc. ora si sono mescolati tutto in Italia perciò abbiamo una grande crisi da affrontare con coraggio e speriamo che il Signore Dio ci aiuti.

Ho sentito molto dire dagli italiani anziani che si erano dati da fare, avevano imboccato le maniche per avere tutto questo benessere di oggi, e le autorità superiori ora vogliono dire al suo popolo, ai suoi compatrioti che non c’è posto per l’accoglienza agli immigrati.Esercitare l’ospitalità per noi credenti in Dio a chiunque è fondamentale, noi crediamo che siamo tutti figli di Dio sparsi nel mondo.E’ difficile affrontare la nostra situazione di oggi in Italia perché c’è una scarsa conoscenza delle leggi di Dio e nella sua pratica, quello che aveva voluto che si facesse  per tutta l’umanità.L’Italia è solo una porzione di terra nel mondo così come tutti i paesi e vuole amministrare la sua giustizia in questo modo, tralasciando il compito, il dovere di tutelare e proteggere tutti i diritti umani.

Ieri sera abbiamo ricordato Martin Luther King, il suo pensiero d’uguaglianza degli uomini e delle donne come medesimi figli quindi fratelli nel Signore, ci accompagna tutt’ora.  Sono passati ormai 50 anni dalla la sua morte e noi vediamo o scorgiamo che nella nostra convivenza con gli altri siamo ancora in cammino a un altro tipo di percorso nel deserto.

Siamo chiamati ora a superare le nostre difficoltà di mettere in ordine o di trovare un modo di mettere in ordine il nostro vivere pregando Dio che è l’ autorità suprema, la nostra guida sicura.

Come chiesa evangelica metodista di via XX settembre dobbiamo fare la nostra parte.Che cosa? Dovremo impegnarci a trovare il modo giusto di affrontare l’argomento dell’essere chiesa insieme. Come vedete, con questa comunità rappresentiamo un elemento di questo paese e nel nostro interno abbiamo eletto degli uomini e delle donne capaci e timorati di Dio per governare la  chiesa del Signore.

Quest’assemblea di ottobre è un momento /un tempo dedicato per provare a individuare le piste da  seguire.In qual è  direzione vogliamo andare? Cercando sempre di trovare i modi e mezzi per arrivare ad un punto di traguardo.Nel discutere l’aspetto della vita della chiesa nel nostro chiamato “essere chiesa insieme” si è tentato di risolvere e di dissolvere nel nostro linguaggio le parole che ci portano a dividerci e distinguerci. Vogliamo essere chiamati la chiesa evangelica metodista di via XX settembre punto, basta.La nostra  comunità è una chiesa, ma per descriverla poi è inevitabile dire che ci sono i gruppi: dei filippini, degli italiani, dei cinesi, qualche fratello malgascio, coreano e altri che compongono ad essa.Nel nostro parlare, nel nostro linguaggio riferito all’essere chiesa insieme, è inevitabile l’uso di parole che ci distinguono e ci accomunano ma ricordiamo che la nostra comunione nella fede in Gesù Cristo è il primo che deve occupare la nostra mente e il nostro cuore quindi il nostro essere chiesa.Il nostro essere chiesa insiemeva vissuto mettendo e disponendo insieme i nostri talenti e doni spirituali.

Voglia il Signore benedire la nostra testimonianza di fede, di speranza  e d’amore. Amen.

 

past. Joylin Galapon