Solo due versetti che insegnano la fiducia e la preghiera

29 gennaio 2017

Matteo 14,22-23

Due versetti, solo due versetti tra due racconti importanti e famosi della vita e del ministero di Gesù: la moltiplicazione dei pani, da una parte, e Gesù che cammina sulla acque, dall’altra.

Come una sorta di parentesi introduttiva e poco influente a situazioni e azioni ben più rilevanti, ecco l’impressione che possono offrici questi due versetti del vangelo di Matteo.

Forse troppo poco per farne un sermone!

In fin de conti come non convogliare la nostra attenzione sul miracolo che segue questi due versetti e che ci parla di questo gruppo di discepoli che si ritrova scosso e spaurito nella tempesta e non sa cosa fare e come uscirne?

Solo l’intervento di Gesù, che qui si rivela come il Messia mandato da Dio per donare salvezza e tanto atteso dal popolo d’Israele, risolve in positivo la situazione che sembra essere senza speranza.

Un brano del vangelo questo che spesso pone problemi a noi cristiani moderni imbevuti di razionalismo illuminista perché fa sospendere le leggi naturali da un intervento soprannaturale.

Eppure non è forse vero che anche noi – tanto razionalisti, tanto legati alla scienza e alla tecnologia più sofisticate – in molte situazioni della vita vorremmo che un evento soprannaturale intervenisse a bloccare tragedie e disastri opera della natura o dell’essere umano?

Ammettiamolo!

E in effetti Gesù, che qui incarna veramente il Dio

salvatore, interviene in soccorso a coloro che sono sulla barca placando il vento.

Ma nella nostra vita non sempre questo miracolo accade o forse non accade nel modo in cui noi ci aspetteremmo…

Ora quale può essere la relazione tra questo racconto di miracolo e i due versetti che sono il centro di questa riflessione? A prima vista forse poca…

Abbiamo un Gesù che dopo l’altro miracolo, quello della moltiplicazione dei pani, obbliga i suoi discepoli a prendere il largo su una barca, mentre lui – dopo che la folla è andata via satolla di cibo materiale, ma anche di quello spirituale della sua Parola – si ritira in disparte a pregare…

Ma perchè pregare? Perché occupare questo tempo nella preghiera invece di aiutare i suoi che sono in balìa del vento?

Perché pregare?

Qualcuno ha scritto che la preghiera è come il respirare quasi che sia un atto spontaneo, ma in realtà non è così. Pregare è una scelta, è la conseguenza di un incontro e di una relazione – per quanto conflittuale e sfilacciata essa sia – con il nostro Dio che continuiamo a sentire come un Padre, e al quale ci rivolgiamo perché nel nostro profondo sappiamo che le nostre parole, rotte, povere, colme di gioia e gratitudine oppure di tristezza e di rabbia, in qualche modo verranno ascoltate: non cadranno nel vuoto!

Ma se di nuovo leggiamo il vangelo di Matteo al capitolo sesto proprio quando parla della preghiera per eccellenza, il Padre Nostro, e insegna alla moltitudine come pregare sembrerebbe chiaro che Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno per cui non è necessario usare molte parole…

Ma allora perché pregare?

In uno dei due gruppi di studio biblico che ora stanno studiando il Padre Nostro la domanda è stata posta e un nostro fratello ha risposto che pregare è un po’ come iniziare una conversazione telefonica tra amici: c’è bisogno che tu chiami l’altro perché questo possa risponderti anche se magari già sa di cosa vorrai parlargli.

Mi sembra un bel paragone!

Ma c’è anche chi, come il teologo e filosofo Soren Kierkegaard sosteneva che: “Non preghiamo per spiegare a Dio quel di cui abbiamo bisogno – Egli già lo sa – ma perché pregando finiamo col comprendere noi ciò di cui abbiamo veramente bisogno”.

Eppure ciò che caratterizza quei due versetti è che è Gesù che prega: egli in realtà lo fa in più occasioni e spesso in disparte, da solo in relazione con suo Padre. Spesse volte questi momenti precedono o seguono eventi di cruciale importanza per la vita e il ministero di Gesù, proprio come in questo caso.

Sembrerebbe che Egli senta il bisogno di entrare in dialogo e in relazione stretta con Dio per dare senso a quanto accaduto e per trovare forza e ragione in ciò che lo attende!

Credo che anche noi abbiamo fatto un’esperienza simile a Gesù. Egli anche in questo è davvero il nostro fratello maggiore che ci precede e guida verso il Padre.

E in effetti se ripensiamo al passo della II Corinzi che abbiamo ascoltato salta agli occhi come le comunità in un tempo di difficoltà siano invitate dall’apostolo a cooperare con la preghiera per alleviare le sue sofferenze e rivolgere ringraziamento a Dio che lo ha liberato e lo libererà ancora da un pericolo di morte.

Sorelle fratelli continuiamo a pregare: Padre Nostro liberaci dal male” sembrerebbe scrivere Paolo.

E Lutero la pensava come lui quando nel Grande Catechismo scriveva: “Sappiamo che la nostra difesa è esclusivamente nella preghiera. Teniamo salde le armi del cristiano: esse ci rendono capaci di combattere il diavolo. Che cosa ha riportato queste grandi vittorie sulle imprese dei nostri nemici che il diavolo ha utilizzato per asservirci, se non le preghiere di alcune persone che si sono erette come una muraglia di bronzo per proteggerci?

Ma spesse volte il male di cui si parla non viene dall’esterno.

Pure di questo l’apostolo ne è cosciente quando afferma che avevano loro stessi pronunciato la loro sentenza di morte così da non mettere “la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti.” (II Co. 1,9b)

Troppo spesso è la fiducia nelle nostre sole forze, nel poter fare tranquillamente a meno di Dio che tanto i miracoli dei vangeli non li fa più – se mai li ha fatti – che decreta in un certo senso la nostra sconfitta e la nostra morte.

Ecco cosa ci mostrano i discepoli sulla barca, o meglio tutti coloro che si trovano nei marosi della vita, e non sanno a chi affidarsi una volta che le proprie risorse e forze sono venute meno.

È pur vero che Gesù placherà il vento e la barca sarà in salvo, ma nel momento in cui egli si avvicina a Pietro e lo invita a scendere da quella barca per camminare con lui il mare è ancora in tempesta, il vento soffia ancora forte…

È questo il senso della preghiera e dell’affidamento a Dio.

Un atto di fede nella relazione con un Dio che libera, con un Dio che salva attraverso strade a noi sconosciute e misteriose, ma che ci chiede di affidarci a Lui e di abbandonare il dubbio che pure ci attanaglia in favore di una speranza più certa.

Eppure il Signore nostro Padre sa che questo per noi è tutto tranne che facile.

La nostra vita di credenti è tutta fatta di fede mista a dubbio e che soltanto per grazia è possibile che il dubbio sia messo in sott’ordine.

Come il padre del piccolo epilettico nel vangelo di Marco, quasi in un grido prega: “Io credo! Vieni in aiuto alla mia incredulità!” (Mc. 9,24) anche noi ci rivolgiamo a Dio così.

Ed è proprio tra il dubbio e la fede che si apre lo spazio per la preghiera: “Io credo Signore! Vieni in aiuto alla mia incredulità!”.

Amen

past. Mirella Manocchio

La diaconia della riconciliazione

22 gennaio 2017

2 Corinzi 5,14-20
infatti l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; e ch’egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Quindi, da ora in poi, noi non conosciamo più nessuno da un punto di vista umano; e se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così. Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove. E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione.  Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro colpe, e ha messo in noi la parola della riconciliazione. Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi supplichiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

nella seconda lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi cap. 5, versi da 14 a 20 innanzitutto si parla della  vocazione di Paolo di essere un ambasciatore della parola di riconciliazione.

Lui è stato chiamato da Dio per svolgere questa vocazione.

Originariamente appartenente alla religione ebraica, era stato un persecutore  dei cristiani e faceva cercare i credenti della nuova Via (<< Saulo, sempre spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote, e gli chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se avesse trovato dei seguaci della Via, uomini e donne, li potesse condurre legati a Gerusalemme.>>(Atti 9,1-2 ).

L’apostolo Paolo non ha smesso di ricordare alle comunità primitive la  storia della sua  vita passata per confermare di essere stato scelto da Dio come  testimone e al servizio di Gesù Cristo. Leggendo le sue lettere nel difendere la sua vocazione di essere ambasciatore del messaggio in Gesù Cristo, ci accorgiamo che ricorda sempre la sua provenienza,  perché solo per la grazia di Dio  era diventato un predicatore.

La sua identità religiosa del passato non lo rendeva  degno di poter svolgere l’annuncio dell’evangelo in Gesù Cristo, e  proprio per questo motivo che non poteva fare altro che ricordare  e difendere di fronte ai suoi avversari e alle comunità e in questo caso ai corinzi  la sua chiamata a svolgere questa vocazione.

Per grazia di Dio  egli proclamò l’evangelo di riconciliazione.

L’amore di Gesù Cristo ci spinge (ci costringe), perché siamo giunti a questa conclusione: <<che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; e ch’egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro>>.

In questi giorni dal 18 al 25, nell’arco di una settimana, i cristiani di confessione cattolica romana, ortodossa, protestante si incontrano per pregare insieme per la loro unità.

Osserviamo che non  tutte le chiese ne ospitano altre di confessione diversa da loro, perciò  il messaggio di iniziare un dialogo con l’altro deve essere, o potrebbe essere partito proprio dai responsabili che esercitano la guida delle chiese.

Il percorso di crescita di ogni chiesa locale è fondamentale per ospitare un’iniziativa di dialogo ecumenico.

Il tema della settimana di preghiera per l’ unità dei cristiani è una delle risposte di Dio. L’amore di Cristo ci spinge ad annunciare l’evangelo della riconciliazione come dice ancora l’apostolo Paolo a noi oggi. L’apostolo Paolo ha speso la sua vita svolgendo la sua vocazione proprio per annunciare la buona novella che Dio ha riconciliato se stesso all’umanità intera per l’amore di Gesù Cristo, lui morto per tutti i nostri peccati e risorto anche per darci una nuova vita perché Dio non ha voluto imputarci le nostre colpe. << Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove>>.

Giovedì scorso siamo andati nella parrocchia di S. Ponziano in 5 per rappresentare la nostra comunità.

I giovani che hanno rappresentato le nostre chiese hanno partecipato alla confessione dei peccati.

Ognuno di loro ha portato davanti, al centro, un mattone, uno per volta e piano piano hanno costruito il muro che rappresenta il muro di divisione che ogni chiesa costruisce  per dividersi dall’altra.

Un muro di mancanza d’amore, di odio e disprezzo, false accuse, discriminazione, persecuzione, comunione spezzata, intolleranza, guerre di religione, divisione, abuso di potere, indifferenza , isolamento e orgoglio.

Ma i ragazzi dopo hanno costruito con  questi mattoni la croce.

Così dunque il muro è diventato la croce.

Noi siamo partecipi tutti della sofferenza dell’altro perché costruiamo un muro che nello stesso tempo diventa una croce. Il muro e la croce  rappresentano tutto ciò che facciamo noi come chiesa che reca soltanto sofferenza o dolore all’altra.

Ognuna di queste chiese  deve rendersi conto dei muri che ha fatto crescere.

Facciamo un esame di coscienza e aumentiamo la nostra sensibilità per non costruire muri, perché è per questo motivo che Gesù ha voluto dimostrare il suo amore per noi sulla croce. Lui ha fatto la sua parte come aveva deciso il Dio Padre, e ora la nostra risposta deve essere quella della nostra assunzione di  responsabilità che a noi è stata rivelata e affidata, quella di annunciare il vangelo di amore.

La croce che rappresenta per noi la sofferenza di Gesù Cristo era per dimostrare l’amore appassionato per le creature di Dio.

È solo nell’amore e per amore che ci possiamo spingere verso questa meta . L’amore è la potenza di Dio che ci spinge a dover e voler fare una cosa buona che da beneficio a molti.

Le diverse confessioni cristiane  sono innanzitutto mattoni che segnano le divisioni, ma ora nel dialogo ecumenico delle chiese di cui facciamo parte, portiamo il messaggio che non dobbiamo più dividerci e allontanarci di più gli uni dagli altri, ma,  confrontarci e riconciliarci perché questo è ciò che ha voluto Dio per sé e per gli uomini e le donne come noi.

Se vi ricordate nell’anno 2015 il tema trattato per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani era tratto dal primo capitolo della prima lettera di Paolo ai Corinzi.

Cristo non può essere diviso come viene dichiarato in questo brano <<io sono di Paolo>> un altro dice <<io sono di Apollo>> un altro dice <<io sono di Pietro>>  un’altra ancora dice <<io sono di Cristo>>.

Le divisioni sorgono quando i cristiani non rimangono nella loro origine e radice.

Noi rappresentanti, guide delle varie confessioni della religione cristiana abbiamo come compito fondamentale di far si ché i credenti non debbano  perdere il loro sguardo al Signore. Hanno bisogno di noi  perché indichiamo loro il Cristo, il loro salvatore personale, Colui che ha donato la vita nuova, Colui che ha redento tutti dal peccato.

In Gesù Cristo siamo giunti alla conoscenza dell’universalità del peccato e dell’universalità della salvezza.  L’annuncio della salvezza in Cristo Gesù è il piano di Dio per salvare l’umanità(tutti) dal peccato.

L’apostolo Paolo ha ricevuto per rivelazione questo annuncio e lui è l’apostolo e il messaggero di ciò. La sua storia di conversione è fondamentale nell’annuncio della nuova Via nel Signore Gesù perché era nato ebreo, portava l’insegnamento della legge di Mosè nell’AT,  ma poi era ri-nato  dalla legge di Mosè al compimento della legge di amore che ha insegnato Gesù. Egli ha avuto una crisi esistenziale e attraverso questa  ha potuto trarre il nuovo insegnamento. La sua fede rinasce e rinnova  tutta la sua esistenza; è cambiata la sua mentalità e è convertito dal suo Dio.

È molto importante comprendere questo percorso di Paolo perché ognuno di noi possa testimoniare/evangelizzare  l’universalità della salvezza.

Io credo che ogni predicatore sul pulpito abbia solo un obiettivo da svolgere cioè di proclamare l’evangelo: la buona novella, la buona notizia che viene da Dio.

Io credo anche che l’unico scopo per cui noi che assumiamo questo compito e l’unica ragione per cui ci mettiamo dinanzi  alle persone, ai credenti  è affinché ricevano una risposta di consolazione,   di speranza e  di riconciliazione  e si sentono in pace con  Dio.

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è particolare anche in questo anno perché si celebra con lo stesso spirito con  cui si festeggia il  cinquecentenario della riforma.

Churches together in Rome(un gruppo dei pastori di lingua inglese sta leggendo un  libretto che si intitola <<from conflict to communion/dal conflitto alla comunione>> dice sostanzialmente che ora che siamo nel 2017, i cattolici e i luterani guardano insieme ciò che è  accaduto in questi 500 anni. E nello stesso tempo, essi devono anche riflettere sui 50 anni di dialogo ecumenico a livello mondiale.

Durante questo tempo, la comunione che hanno condiviso  è continuata a crescere.

Questo fatto incoraggia i luterani e i cattolici a celebrare insieme la comune testimonianza dell’evangelo di Gesù Cristo, che è il centro della loro fede comune.

Al di là delle celebrazioni, hanno  ragione a denunciare la sofferenza causata dalla divisione della Chiesa(c maiuscola), e a porre uno sguardo critico su loro stessi, non solo alla storia tutta ma anche attraverso le realtà odierna.

<<Dal conflitto alla comunione>  sviluppa una base per una commemorazione ecumenica che  contrasta con  i primi 500 anni. La commissione Luterana – Cattolica Romana sull’unità invita i cristiani a studiare le propri relazioni entrambi, con apertura mentale e in modo critico, per procedere lungo la strada verso la piena e visibile unità della Chiesa(C maiuscola). Le divisioni ci sono sempre state e quel libro che vi dicevo prima contiene delle nozioni  che ci aiutano a proseguire per il  cammino di dialogo ecumenico. Avere un’apertura mentale è un atteggiamento che aiuta a guarire le ferite della divisione  della chiesa per andare avanti.

Anche noi protestanti siamo divisi ,ora ,nel senso che c’è una pluralità di interpretazioni in base alle quali nascono nuove chiese.

Spesso la Bibbia, è soggetta a differenti  interpretazioni da parte nostra.

Il credente che la legge, legge come tale, per se stesso, parola per parola.

Siamo tutti lettori e ascoltatori di questa parola ma cerchiamo di far prevalere i messaggi di riconciliazione perché solo in Cristo Gesù possiamo riconoscere la nostra uguaglianza. La nostra riconciliazione è fatta da Dio in Cristo, è un regalo.

Poiché essa è un regalo abbiamo l’ occasione di riceverlo ancora e di donarlo.

Non è privato, non appartiene solo ad unica chiesa.

C’è molto da imparare essendo un credente considerando il passato, il presente e il futuro nel progetto di Dio. Tutta la nostra vita, tutta la nostra storia è descritta nella Bibbia in cui Egli ha dato la sua risposta. Dunque, l’attenzione è posta sulla risposta di Dio alla quale  anche il predicatore deve attenersi.

La chiesa di Dio è una e quella che si spende, si impegna con perseveranza e costanza nella sua vocazione di annunciare Gesù Cristo il Signore di tutte le chiese e di tutta l’umanità. In lui Dio ha depositato tutti i tesori a cui l’uomo credente può attingere per dimostrare nel mondo le sue opere di cambiamento delle vite di molte persone.

Cara comunità,

nella  chiesa in cui siamo cresciuti dobbiamo renderci conto della grazia che abbiamo ricevuto. Facciamo festa, celebriamo il Signore perché siamo tutti suoi.

Che ci sia questo spirito gioioso tra noi quest’anno in cui celebriamo i 500 anni dalla riforma della chiesa.  Amen.

past. Joylin Galapon

Il dio di Mosè

15 gennaio 2017

Esodo 33,17-23

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

nel libro dell’esodo è narrato il lungo viaggio del popolo di Israele.

Grazie ad esso capiamo che la vita di un credente in Dio è un percorso, un cammino e la presenza di Dio si manifesta nella storia dell’uomo.

Dio ha eletto Mosè perché guidasse un popolo.

Mosè  ha trovato grazia agli occhi suoi  e Dio l’ha conosciuto personalmente.

Dio ha conosciuto Mosè.

Egli ha ritenuto di rivelarsi  manifestandogli la sua gloria nella sua <<bontà, nel suo nome, nella sua grazia, e nella sua pietà>> con cui Dio ha sempre accompagnato Mosè.

A Dio vengono  attribuiti questi caratteri di cui l’uomo ha bisogno nel suo vivere. L’insieme di questi caratteri identifica Dio

Mosè non ha visto Dio.

Non l’ha potuto vedere. Dio non ha esaudito la richiesta di Mosè di farsi vedere cioè di mostrarsi, o di rivelare il suo volto. Dio nell’AT non aveva volto, solo dopo nel NT  si vedrà Dio nel Figlio. Cfr. Gv. 1 Questa è stata la volontà di Dio nei tempi che aveva  prestabilito.

Mosè  vedrà Dio in un’altra maniera,  mentre camminano e percorrono la strada della vita.

Dio sarà presente nella bontà, nella signoria, nella grazia e nella pietà che saranno esperienze di vita di Mosè, in cui testimonieranno la sua esistenza che appartengono solo a Lui.

Mosè aveva il compito di accompagnare un popolo, un gruppo, una massa di gente verso la terra che gli aveva indicato Dio stesso, la terra promessa.

Dio così si è rivelato a Mosè suscitando in lui quella presenza che dona pace interiore: la sua gloria si manifesterà.

Tutto questo avvertimento a Mosè, che nessuno avrebbe mai visto Dio, nella storia del popolo di Israele ci fa capire ancora di più l’atteggiamento che l’uomo ha di far prevalere la sua volontà di una rappresentazione esteriore di Dio, di creare un’ immagine di  Dio per se stesso.

Quindi la creazione del vitello d’oro è nata dalla volontà dell’uomo di realizzare un’immagine in cui fosse rappresentato  Dio.

In questo senso, si verifica ancora nella nostra epoca,  il bisogno costante dell’uomo  di voler soddisfare questa richiesta primordiale di Mosè.

Noi non abbiamo potuto purificare completamente la nostra fede(credendo solo in Dio tramite la sua parola)  e liberarci di tutte quelle credenze che continuano a rappresentare il falso volto di Dio, anche se, uno dei nostri principi del protestantesimo, è di eliminare tutte le immagini che si presume rappresentino Dio.

Non è facile per tutti noi  fare un lavoro di purificazione (ciò che chiamiamo la conversione/circoncisione del cuore, o il cambiamento radicale della mentalità).

Però, la purificazione della mente e del cuore è necessaria, ed è basilare per comprendere meglio che Dio non ha un volto, ma è colui che opera nel nostro essere per il nostro bene cioè l’opera dello Spirito Santo.

Dio ha voluto rivelare la sua presenza nell’ interiorità dell’uomo che si manifesta nel suo essere sereno, in pace, nella certezza di poter affrontare la vita quotidiana e fare il suo viaggio sulla terra.

Così Dio è intervenuto nella storia sia personale che collettiva.

 

L’uomo così come  Mosè deve avere la capacità di riconoscere  Dio nella sua vita, in questa maniera. La MANO del Signore è il suo scudo, che lo ripara da ogni assalto.

In alcune situazioni ci troviamo a dover lottare non essere  tentati di credere che Dio  non ci sia o che non sia presente.

Ad esempio nel tempo della scarsità?

Nel tempo del bisogno?

Nel tempo della malattia?

Nel tempo in cui affrontiamo situazioni difficili?

Sentire il bisogno di Dio è molto importante nella vita soprattutto dei credenti.

Perché? Perché è nell’ora delle  prove della vita che si manifesta la gloria di Dio.

La prova  più estrema che ha sperimentato Gesù è quando si è avvicinato il momento  della sua morte.

Lui ha gridato “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”.

Domenica scorsa ho fatto uno studio biblico sulla tentazione con il gruppo dei filippini. Un episodio testimoniato dai vangeli(Marco e Luca) è quello in cui Gesù viene tentato da Satana.

Satana lo tenta proprio sulla conoscenza di Dio. Chi è Dio? A partire da questo concetto di Dio  dobbiamo imparare a conoscere e riconoscere i suoi interventi.

Satana l’ ha tentato, ha provato a sedurlo e ad ingannarlo con  parole affascinanti per regnare in lui così dobbiamo anche lavorare molto sul concetto di tentazione. Per professare di avere Dio è molto importante avere l’atteggiamento di prudenza sia nella mente sia nel parlare.

Satana gli ha promesso l’abbondanza, il dominio, la signoria. Se Gesù si prostra a lui avrà tutto.

Gesù ci ha dato un esempio di come  distinguere la presenza di Dio nei suoi insegnamenti durante il suo ministero.

Quando ci siamo sentiti   abbandonati da Dio?

Gesù chiese:<<Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato>>è stato abbandonato dai suoi amici(discepoli).

Chi è malato di una grave malattia sente il dolore. Una sorella di chiesa ha avuto una esperienza di dolore fisico quando si è ammalata, ma mi ha confessato(confidato  che  si è sentita ancora peggio quando i suoi fratelli e le sue sorelle di chiesa non si sono fatti sentire, ovvero, quando non ha avuto quella presenza che si aspettava da loro e quindi si è  sentita più sola.

Ha cominciato a riflettere e ha pensato al suo rapporto con Dio e con il suo prossimo.

Con Dio ha sentito che la sua relazione era diventata più forte, il legame suo era diventato più stretto. Non l’ha abbandonato, ha afferrato, ha pregato che lui non l’abbandonasse. Non si è allontanata da Dio. Spesse volte ci sentiamo di essere abbandonati da Dio ma forse siamo noi che ci allontaniamo da Lui.

Con il prossimo ha detto a se stessa che non lascerà che altri si sentano abbandonati. Cercherà di farsi sentire, e di esserci vicino quando una o uno dei suoi fratelli o sorelle stanno attraversando un momento di difficoltà.

Per noi uomini e donne  è più difficile sopportare una malattia quando ci sentiamo soli e abbandonati dalle persone sulle quali contavamo.

Che cosa ci ha fatto credere che Dio  è presente nella nostra vita?

Spero  non solo quando abbiamo avuto la guarigione dalla nostra malattia.

Spero che non sia stato soltanto quando ci siamo salvati da un incidente e quindi siamo ancora in vita.

Spero  non solo quando abbiamo desiderato una cosa  così grande da poterla ottenere solo tramite la grazia di Dio.

Penso che in questo tempo abbiamo avuto molto dalla vita.

Il pericolo ora  è di essere increduli, è il non credere che tutto quello che esiste sulla terra sia a nostra disposizione e abbiamo anche la possibilità e libertà di scegliere.

La vera questione è come ci impegniamo a trovare il senso di una cosa a nostra disposizione per farla diventare una cosa che dà senso alla nostra vita.

Penso che una cosa ha senso per noi, innanzitutto, quando siamo noi ad accettarla per primi. Una cosa che abbiamo è utile, quando la scopriamo vera per noi stessi.

Il viaggio del popolo di Israele è stato lungo. Erano quaranta anni di cammino. In questo brano Mosè parlava direttamente con Dio. Si sente che il loro dialogo è stato molto intenso. Mosè chiede a Dio di mostrarsi, di far vedere la sua faccia.

Dio è pronto a farsi vedere da Mosè,  però non direttamente, ma, gli insegna a vederlo come, guida della vita ogni volta, che sente nascere nei suoi pensieri la bontà, la signoria, la grazia, la pietà di Dio nel cuor suo.

Essere davanti, è Dio stesso che  si mette davanti a lui, come uno scudo.

In questo senso Mosè impara a conoscere Dio, in colui che gli indica la via per arrivare alla sua meta.

Mosè accompagna un popolo, ma, egli è accompagnato da Uno, dal suo Dio che li libera da ogni schiavitù, dal  giogo del peccato.

Sono già più di 2mila anni che quel popolo è guidato dall’unico Dio. Tante esperienze sono successe e se vediamo Dio in quest’ottica saremo sempre più vicini a lui come era Mosè con il suo popolo.

 

Terence E. Fretheim un docente di AT presso il Luther Northwestern Theological Seminary di St Paul Minnesota commenta questo brano del libro dell’esodo dicendo: per Dio essere pienamente presente sarebbe una coercizione; la fede diventerebbe un qualcosa di visibile, e l’umanità non potrebbe far altro che credere.

La presenza di Dio non può diventare una cosa ovvia; deve rimanere un elemento di ambiguità, così da rendere possibile la non-fede.

Un senso del  mistero di Dio deve essere riservato. Questo testo dimostra che anche per Mosè c’è un mistero sostanziale di fronte a Dio.

La richiesta di Mosè di poter vedere Dio è umana, fa parte della nostra personalità. Vogliamo avere sempre quella presenza perché senza di essa siamo persi.

Sorelle e fratelli preghiamo a Dio di non farci mancare quella presenza nella sua bontà, nella sua Signoria, nella sua grazia, nella sua pietà. Amen.

past. Joylin Galapon

Rinnovamento del patto

8 gennaio 2017

Geremia 31,31-34 (Rinnovamento del Patto)

Siamo all’inizio di un Nuovo Anno e come tante altre domeniche ci troviamo ancora qui per lodare il nostro Signore, per ascoltare la Parola di Dio e riflettere su di essa.

A volte sembra di ascoltare sempre la stessa parola, sempre gli stessi discorsi sul nostro rapporto con Dio e anche se un anno è passato nulla sembra differente.

Altre volte la Parola ascoltata, anche se si tratta di un testo mille volte letto e studiato, sembra improvvisamente acquistare nuova vita e dirci qualcosa di profondamente nuovo e vero per noi.

La Parola di Dio smette di essere lettera morta e si anima di vita nuova, di rinnovata freschezza.

Che cosa è cambiato? Perché ora quel brano ci raggiunge e ci tocca nel profondo?

Sono cambiate le situazioni della vita, le esperienze personali?

È la bravura del predicatore?

Magari si è prestata maggiore attenzione a quel che veniva detto?

Forse un po’ tutti questi elementi messi insieme!

Sicuramente quel che abbiamo sperimentato è la novità dello Spirito Santo che attualizza il messaggio del vangelo così da rendere quel che la Bibbia dice di Dio e del suo rapporto con l’umanità non un vuoto teologumeno, ma la base e l’origine della nostra vicenda storica.

Ecco il profeta Geremia annuncia una parola nuova al popolo partendo da un messaggio che Israele ha tante volte ascoltato, e Dio stesso prende a parlare partendo da questa storia antica: “…il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto…”.

Un patto quello di Dio con Israele che parte da lontano, parte da Abramo per arrivare a Mosé.

Ma il patto di cui parla ora Dio per bocca del suo profeta, Geremia, assume diversi nuovi connotati:

  1. Non è un patto fatto di singole e minuziose leggi da seguire. Non è un contratto fatto per vedere se i due contraenti sono in grado di rispettarlo per cui la domanda di fondo è “cosa devo fare per non essere inadempiente?”

Il contenuto del patto di cui parla Geremia viene da Dio riassunto nella singola affermazione: “Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo”.

Se ascoltiamo bene questa frase non sembra anche a voi sul tipo delle promesse che ci si scambia il giorno del matrimonio quando i nubendi si promettono di darsi l’uno all’altro?

Ecco che il patto di Dio con il suo popolo sveste i connotati del contratto per assumere quelli di un matrimonio.

  1. I diversi patti presenti nell’Antico Testamento sono sempre espressi al passato ossia come un dato di fatto da cui poi procedere. Qui invece il discorso è espresso con tempi e prospettiva futuri come una meta promessa da raggiungere.

Noi sappiamo bene quante volte Israele sia stato infedele e se Dio si fosse attenuto ad una idea di contratto, il popolo sarebbe stato totalmente inadempiente e il contratto stracciato. Dio, però, ha accettato che il suo compagno sia debole ed infedele, ma non vuol darsi per vinto e decide di riprovare dando al rapporto come un nuovo inizio. Proprio come quando alle nozze d’argento o d’oro molte coppie fanno nuovo il loro patto d’amore.

Questa volta il patto non è però qualcosa di già dato, semmai è una promessa che Dio e il suo popolo si scambiano e, sebbene giungerà a compimento nel futuro, i suoi semi sono gettati nell’oggi.

  1. Eppure questo patto può esistere e sussistere solo perché Dio stesso lo ha stabilito e ha deciso di mantenersi ad esso fedele al di là delle azioni del suo popolo. Esso può esistere perché parte dalla volontà di perdono di Dio: “…Io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò dei loro peccati

Ecco il vero punto di partenza di questo rapporto rinnovato, ricreato: la grazia di Dio che giunge immeritata e che frantuma ogni visione meritocratica della relazione con il Signore, semplicemente perché, come si è visto nella storia d’Israele e poi della chiesa, i credenti non riescono ad essere sempre fedeli.

  1. Lo straordinario di questa Parola e promessa di Dio è che però nel momento in cui essa è pronunciata non rimane senza effetto: ha già in sé il germe del cambiamento per chi la riceve: “Io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore…”

L’essere umano non può più essere lo stesso dinanzi alla volontà di Dio e la questione per ognuno non può più essere l’adesione ad un dettato scritto esterno, ma un’adesione interiore, spirituale alla volontà di Dio, volontà di amore per l’umanità.

Gesù Cristo, in cui questo nuovo patto si è inverato, ha detto in uno dei suoi discorsi finali, prima della sua morte e resurrezione, che noi non siamo più come servi che non sanno la volontà del loro padrone. Il rapporto è cambiato per iniziativa di Dio: noi siamo chiamati suoi figli e figlie, quindi come tali siamo messi a parte della sua volontà. Tramite Gesù Cristo veramente la legge non è più un codice esterno, ma è parte di noi quando accettiamo di adorare Dio in spirito e verità.

Ma ciò di cui Geremia parla è una promessa e non uno stato di fatto. Solo in speranza siamo completamente salvati dai nostri rancori, dalle nostre aberrazioni.

Questo modo inedito di condursi da parte di Dio non è ancora totalmente realizzato, nemmeno in Gesù, il Cristo che non chiude la storia di questa relazione, semmai la amplia estendendola a tutti i popoli della terra e non solo ad Israele. Tramite Lui siamo messi in grado di avere una caparra, una anticipazione di quel che sarà il rapporto di completa unione con il nostro Signore il che per noi significa accogliere il patto di Dio senza escludere nulla della sua azione, soprattutto il perdono: “Benedite coloro che vi maledicono!

Significa rendere operante il dono di riconciliazione che ci è stato dato e che nella Cena del Signore si esprime come una mensa offerta idealmente a tutti gli esseri umani se vi si vogliono avvicinare; una mensa alla quale Dio ci accoglie perdonandoci per le nostre tante infedeltà e volendoci riconciliare con Lui.

Ecco questo è anche il modo in cui Egli poi ci invita a ricevere gli altri. In essa Cristo si dà a noi e i cristiani si danno gli uni agli altri liberamente.

Solo se sapremo vedere attraverso l’amore di Dio che ha amato il mondo intero pur con le sue storture, potremo vivere il suo patto nei nostri rapporti quotidiani e nelle nostre scelte di vita rinnovandoli nel profondo.

Così l’augurio, la promessa che ci scambiamo è che questo nuovo anno appena iniziato sia sotto il segno del patto universale di Dio che ci ha chiamati ad essere suoi figli e figlie. Amen

past. Mirella Manocchio

Nuovo anno di vita e di amore

1 gennaio 2017

Luca 4,16-21; Giovanni 14,1-6; Giacomo 4,13-15

Oggi è il primo giorno dell’anno 2017.

Forse alcune e alcuni di noi presenti oggi sono rimasti svegli stanotte e abbiamo voluto  far passare queste ultime ore insieme ad altri nelle nostre famiglie o con i nostri parenti e  amici oppure altri sono rimasti soli soltanto per  meditare e riflettere  su questo nuovo anno e ai nuovi impegni e nuove responsabilità che ci aspettano.

L’anno nuovo 2017 è già iniziato e oggi siamo qui insieme per lodare il nome del nostro Dio che ha creato tutti gli esseri viventi. Siamo una parte di essi.

Leggere i testi biblici della Bibbia che ha proposto questo primo giorno dell’ anno il nostro libretto un giorno una parola è una cosa fondamentale per noi credenti. Li ascoltiamo che cosa –Dio ci viene ad annunciare.

Di nuovo rimettiamo le nostre anime nelle  mani di Dio e così le nostre vite saranno benedette.

Domenica scorsa  abbiamo festeggiato il natale di Gesù e oggi come ha proposto il nostro libretto passiamo subito al suo ministero, il suo impegno sulla terra.  Perché Gesù era nato?

Quale era la proposta di Dio per l’umanità?

Perché lui si è fatto come noi? ‘Emmanuele’ Dio con noi.

Nel vangelo di Luca abbiamo letto che Gesù nel giorno di sabato, in quel giorno di riposo (shabat) per  i giudei nella sinagoga  Egli prese il libro e lo lesse.

E giunse il tempo in cui si adempì la sua vocazione di consolare tutti con le sue parole e opere soprattutto quelli/e  che erano nelle situazioni svantaggiate.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, in questo anno ricominciamo  con la parola di evangelizzazione: dell’annuncio  della buona notizia.   Noi cristiani che cosa dobbiamo fare in questo anno?

Leggere la Bibbia per poi annunciarla,

annunziare CHI è colui che è stato scelto per andare a portare il messaggio che consola,

colui che guarisce le ferite nel cuore,

colui che annuncia la parola che dona libertà a quelli che si sentono schiacciati, soffocati, nel tempo giusto che Dio ha stabilito.

Impariamo ad ascoltare con la giusta regola la parola di Dio per noi.

Leggere l’AT e poi rileggerla nel NT è un modo per noi di riprendere e riascoltare ciò che era scritto che vale in eternità, come dice il Signore:  <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>>Mc.13,31.  Il NT è una specie di rilettura dell’AT.

La buona notizia che abbiamo ascoltato nel giorno del natale è che è Gesù stesso, colui che si mette all’opere nella vita dei credenti per manifestare ciò che può compiere, soprattutto, nella  vita di chi si sente debole e carente.

Il coraggio di lottare e di vivere è una energia, è la forza che dona Dio.

Parola e Opera sono state insieme incarnate in Gesù, questa è la promessa che ogni volta si sente fra noi.

Gesù  ha svolto la sua vocazione /chiamata ispirato dalla profezia di Isaia che si trova nel cap. 61 versi 1-2 , e ciò che abbiamo letto nel vangelo di Luca

Luca 4, 18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me,
perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri;
mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri
e il ricupero della vista ai ciechi;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 per proclamare l’anno accettevole del Signore».

Che cosa vi fa pensare quando leggete testi biblici che riportano tutti e due i testamenti? Rileggere AT nel tempo Nuovo è come un ribadire un concetto, ricordare ciò che è stato detto per noi oggi, ora.

 

Come sapete  Sarah Mae, la nostra giovane animatrice  è stata negli stati uniti da maggio a agosto nell’ anno 2016. E una delle cose che ha portato a casa è  un film sulla vita di  John Wesley.

Mentre sua mamma e sua sorella sono state con noi in questi giorni  lei, ci ha fatto vedere questo film.

Abbiamo visto che J. Wesley era di una famiglia numerosa.

Una esperienza indimenticabile è stata quando  ci fu   un incendio  a casa loro di notte e tutti i suoi famigliari erano usciti e lui era rimasto in casa che dormiva.

Si salvò e questo fu riconosciuto come intervento di Dio. Sua mamma Susanna disse: ‘Dio ha un progetto per lui’.

Quando Wesley era diventato un predicatore ha  annunciato così la buona notizia dicendo a  qualcuno: Gesù ti salva,  Gesù ti guarisce, abbi fede in lui.

Il messaggio di  salvezza giungeva lì per lì,  all’orecchio dell’uomo che ne aveva bisogno.

Chiediamoci, domandiamoci se abbiamo sentito questo amore perché in questo modo che si fa trovare Dio.  Il vostro cuore è davvero riscaldato dal suo amore, altrimenti, non avrebbe senso la fede che professiamo in lui?

La conversione sta nel credere veramente alle sue parole, così come evangelizzava Wesley ad altri.

Wesley faceva sentire a quello che lo ascoltava come se stesso Gesù che parlasse con lui. Così ha svolto la sua missione nel nome di Gesù. Le profezie si avverano nei fedeli e nel  suo Nome.

Gesù ha svolto anche la sua missione , essendo stato obbediente alla volontà del Padre.  Egli  era nato per i poveri, per gli umili,  per gli oppressi, per gli schiavi.

Perciò in lui i poveri avranno un futuro.

La loro vita cambierà. La buona notizia è in questo.

Emmanuele “Dio con noi”. Dio si è avvicinato a noi affinché possiamo ascoltare la buona notizia.

Egli disse: Io sono venuto a cercare i perduti. I sani non hanno bisogno di un medico ma  lo sono i malati. E’ Per questo motivo che Gesù è stato inviato da Dio sulla terra. Gesù è venuto , è arrivato perché salvi coloro che sono perduti. Coloro che non sono perfetti( perché diventino perfetti in lui).

Con la presenza  di Gesù il vivere dell’uomo diventa completo/pienezza.

Come dice nel vangelo di Giovanni <<Io sono la via, la vita e la verità>>.

Dio si è incarnata in Gesù per avvicinarsi e incontrare  coloro che si sentono imperfetti cioè Gesù ha frequentato gli uomini e le donne che non avevano posto nella società. Quelli che sono stati emarginati. Quelli che in nessuno modo hanno possibilità di stare nei luoghi riservati ad altri uomini.

L’esempio modello di Gesù evangelizzatore è andare dappertutto per incontrare persone che sono malate. Gesù l’unto di Dio  è stato scelto per questi compiti  precisi per guarire e consolare nel tempo giusto.

Ricordiamo in questo primo giorno dell’anno che il tempio  riservato per ri-leggere e ri-ascoltare la profezia che si è avverata e che ci chiede di uscire  fuori ad annunciare e praticare,  non è ancora realizzato dappertutto. Perciò, molti sono ancora privi di un luogo per riunirsi liberamente per fare ciò.

Altri sono ancora perseguitati (nascosti) a causa della loro fede in Gesù.

Nell’AT i profeti ci hanno fatto sapere tante profezie: annuncio di condanna e quello di salvezza con la differenza che nel NT  il peccato c’è ancora ma viene perdonato per mezzo di Gesù il Cristo di Dio.

Noi che crediamo in lui siamo chiamati ad annunciare queste parole di salvezza.

Gesù è quello che ha portato guarigione a tante persone incontrandole e questo fatto deve essere uno dei motivi principali di testimonianza e conversione,

delle nostre testimonianze personali glorificando il suo santo nome e nello stesso tempo continua/segnala continuità della sua missione per mezzo di noi.

Quello che ho capito nella testimonianza di Wesley guardando quel  film sulla sua vita è che quando parlava con le persone che non credevano egli diceva proprio che il Signore le ama, il signore guarisce la loro malattia citando i versetti che testimoniavano questi fatti.

Significa che  ricordava loro quell’episodio in cui sono avvenuti questi avvenimenti.

Lui ha sperimentato  quella presenza, il suo cuore si è riscaldato  si leggeva un passo dei romani nella loro riunione.

Io ho creduto perciò ho parlato, si confessa con la bocca.

Bisogna che ci convertiamo nei fatti e non solo in parole.

Gesù è proprio con noi perché la sua sapienza continua a rinnovare la nostra vita portandoci verso la via della perfezione.

Noi non raggiungeremo mai la perfezione da soli ma con lui, come diceva ai suoi discepoli.

<<Senza di me non potete fare nulla>> disse ai suoi discepoli.

Fratelli e sorelle non dobbiamo stancarci di riascoltare le sue parole di insegnamento, per insegnarci/istruirci perché facendo così nutriamo le nostre anime di bene, per il nostro ben stare.

Gesù nel vangelo di Giovanni ha lasciato ancora questi parole ai suoi discepoli assicurandoli che li lascia per preparare i luoghi di dimora per loro.

Andare via in questo senso, lasciarli per preparare un luogo per loro è anche per noi oggi.

Questo anno che abbiamo lasciato ed è diventato il passato ci dice che dobbiamo solo aver sempre fiducia in lui.

Avere fiducia che in questo nuovo anno troveremo delle nuove case, delle nuove dimore in cui possiamo abitare insieme a lui. Iniziamo a creare e frequentare nuove persone, nuove amicizie, nuovi luoghi di incontro per sperimentare queste opportunità.

In questo anno cose vecchie sono passate, ecco vi sono le nuove. Io ho appena fatto il trasloco e abito ora qui nel primo piano. Ho già conosciuto un po’ dei miei vicini di casa. E forse ebbene che mi faccio conoscere a loro perché possano frequentare la nostra comune adunanza per ascoltare la parola, per spezzare il pane, e per donare ciò che abbiamo e possiamo.

Ogni cosa è provvisoria in questo mondo perciò cerchiamo di fare del  nostro meglio ogni giorno come se fosse l’ultimo giorno. Il tempo del domani è di Dio nostro.

Ogni anno, ogni settimana, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo conta nella nostra vita in lui.

Siamo chiamati a scandire , contare il tempo e questo è ciò ci ha fatto sapere colui che ci ha dato la vita come il salmista ci ha dichiarato.

ADP. L’anno scorso il pastore Noffke ha riassunto il suo sermone di capodanno in queste parole: ADP(il che vuol dire A Dio Piacendo).

Se Dio vuole quindi faremo questo o quell’altro.

Concludo il mio sermone invitandovi a recitare insieme come confessione di fede   i due testi biblici in cui è stata basata la prima tesi della Dichiarazione di Barmen nel 1934.

Gesù dice: <<Io sono la via , la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me>>. Gv. 14,6 <<In verità, in verità vi dico: chi non entra nella stalla delle pecore per la porta, ma da qualche altra parte, quello è un ladro e un assassino. Io sono la porta; chi entra attraverso di me, sarà salvo. Gesù Cristo, così come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte. Gv. 10,1-9

Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa; a fianco, a fianco e al di là di quest’unica Parola potrebbe e dovrebbe usare come base della propria predicazione anche altri eventi e forze, figure e verità, riconoscendo loro il carattere di rivelazione di Dio. Amen.

past. Joylin Galapon

Nasce l’Amore

25 dicembre 2016

Galati 4,4 – 7

Care sorelle e cari fratelli,

qualcuno dice criticamente e a ragione che oggi il Natale ha perduto il suo significato originario, che è diventata una festa consumistica e che per questo si punta molto sui bambini che sono i protagonisti di queste giornate di festa!

Eppure in questa idea del Natale come festa dei bambini e delle bambine vi è un fondo di verità, vi è un legame con la verità evangelica perché in fondo oggi noi celebriamo il fatto che Dio stesso, l’Iddio dell’universo, si è fatto bambino, misero, povero, insignificante, vulnerabile, inerme ma al contempo glorioso.

Ebbene dire che Dio si è fatto bambino, forse può risultare un’affermazione abbastanza scontata perché ripetuta in ogni sermone, in ogni poesia e preghiera, in ogni canto natalizio.

Eppure questa affermazione a ben guardare contiene ancora un sacco di sorprese…

Anche scegliere questo testo biblico per Natale può essere sorprendete.

Eppure il Natale “paolino” se ignora i cori angelici di pace, la preoccupazione per la dimora, la persecuzione di Erode o le belle annunciazioni a Zaccaria, padre del Battista, e a Maria, madre di Gesù, non ce ne sottrae la gioia e la potenza di annuncio, anzi ce ne riconsegna il significato liberatorio.

Il Natale di Paolo è la scarna notizia della venuta di Cristo attraverso una giovane donna del popolo d’Israele cui ne derivano conseguenze teologiche importanti: l’uomo “nato da donna” ci emancipa da ogni giogo secondo la legge.

Il brano che commentiamo è il canto natalizio della libertà umana dalla legge, da tutto ciò che non si compendia nella legge dell’amore.

È la libertà che nasce dalla venuta stessa del Salvatore giacché in lui noi diventiamo liberi ed eredi. Liberi da false osservanze, da riti propiziatori, da tutto ciò che dovrebbe proteggerci e invece ci lega a paure da superare.

Ma che senso ha libertà di cui Paolo parla nel suo annuncio natalizio del Cristo?

Il senso scaturisce dal fatto che questa libertà porta con sé il diritto, il privilegio, la grazia e il compito di essere figlie e figli di Dio!

E se dovessimo lasciare fuori dalla porta del nostro cuore e del nostro cervello, insomma dalla nostra vita quotidiana questo aspetto, allora finiremo con il ridurre la nascita di Gesù a un appiglio, a un pretesto, per celebrare ben altro.

Il rischio, fratelli e sorelle, sarebbe quello di addomesticare il significato del Natale se non cogliessimo la grazia che ci viene concessa e non ci fermassimo a riflettere su quali risvolti questa adozione può avere nella nostra vita!

Un primo risvolto è che, nel suo incarnarsi e donare la libertà per grazia, Dio infrange i muri di separazione tra buoni e cattivi, tra uomini e donne pii e invece peccatori destinati alla perdizione.

Dio si mostra quale genitore che ama tutti i suoi figli e figlie indistintamente e pertanto elimina le graduatorie o diversificazioni che noi costituiamo.

Ma ovviamente l’essere diventati figli e figlie di Dio per sua grazia e per mezzo dello Spirito Santo, porta anche un altro risvolto: la responsabilità di fare quanto il Padre ci chiede, la possibilità di seguire la strada aperta per noi da Gesù, nostro fratello maggiore!

Ma è pur vero che questo disegno divino per la nostra stessa vita, personale e collettiva, non può restare relegato a questo tempo, a queste celebrazioni liturgiche….

Sarebbe come ricevere un abbonamento annuo per la palestra ma usarlo soltanto uno o due giorni l’anno.

Sarebbe come dare una costituzione democratica a uno stato, ma applicarla soltanto alcuni giorni l’anno.

Per quanto noi restiamo incapaci di cogliere appieno le benedizioni e le implicazioni del nostro essere figli e figlie di Dio, del nostro essere sorelle e fratelli di Gesù, questo nostro essere è pur sempre una realtà che non vuole e che non può rimanere solo teorica e virtuale.

Natale allora può essere davvero la festa della figliolanza: una nuova occasione di scoprire ciò che Dio ci ha donato e continua a donarci, a cominciare dalla possibilità di vivere come tali. Ma come si fa?

Provo ad evidenziare alcune piste per rendere concreta e piena di speranza la nostra figliolanza.

  1. Con la sua misera nascita, Gesù ci insegna a prestare attenzione innanzitutto alla situazione delle persone piccole, povere, disagiate che magari, coi tempi che corrono, abitano pure a noi vicini. Costoro hanno non solo bisogno, ma diritto alla nostra solidarietà, alla nostra condivisione, alla nostra memoria.

Andiamo, cerchiamole, aiutiamole!

  1. Con la sua nascita come persona non accolta e accettata, Gesù ci rende sorelle e fratelli andando al di là dei legami di parentela, di appartenenza confessionale o etnica.

Ci insegna a interessarci per il diritto e per la dignità del nostro prossimo e ad accoglierlo concretamente proprio quando è diverso da noi.

Anche se questa diversità non è sempre facile da accettare perché è portatrice di valori differenti dai nostri.

  1. Con la sua nascita come bambino, Gesù pone al centro della nostra attenzione la situazione e il futuro di bambini e bambine del nostro tempo – intrappolati tra scandali di pedofilia (parola bruttissima per ciò che invece si nasconde dietro) e le tante guerre in atto dove spesso sono arruolati quali piccoli soldati oppure fanno da scudi umani.

Per non parlare di quanto sempre meno fanno i nostri governi perché la scuole che i bambini frequentano siano adeguate nei contenuti e nella struttura.

Lo sviluppo e l’avvenire di bambini e bambine, di ogni bambino e ogni bambina, non solo dei nostri s’intende, deve diventare per noi una priorità, farli sentire veramente amati sia la nostra necessità

  1. Con la sua nascita come figlio di Dio, Gesù infine incarna la promessa che Dio si prende cura di noi – e ci insegna a fare altrettanto, confidando nel fatto che siamo sorretti e sospinti al di là dei nostri angusti limiti del possibile da quello stesso Spirito che ci permette di chiamare Dio, Abbà, “Papà”, e, perché no, “Mamma” – nel senso più profondo di queste parole cariche di affetto e di relazione.

Celebriamo dunque, care sorelle e cari fratelli, in questo giorno di festa, la grazia e la sfida che sono contenute nel dono di Dio: nel dono di suo figlio e nel dono della nostra figliolanza.

Rallegriamoci e impegniamoci, scopriamoci nuovamente destinatari dell’immenso amore di Dio, e condiviamolo con chiunque ci sta accanto!

AMEN.

past. Mirella Manocchio

Lot, l’uomo ospitale

4 dicembre 2016

Genesi 19,1-11

Distruzione di Sodoma e di Gomorra
(Eb 13:2; Ge 18:1-8)(Ge 18:16-22; Ez 16:49-50) Gc 19
I due angeli giunsero a Sodoma verso sera. Lot stava seduto alla porta di Sodoma; come li vide, si alzò per andare loro incontro, si prostrò con la faccia a terra, e disse: «Signori miei, vi prego, venite in casa del vostro servo, fermatevi questa notte, e lavatevi i piedi; poi domattina vi alzerete per tempo e continuerete il vostro cammino». Essi risposero: «No, passeremo la notte sulla piazza». Ma egli fece loro tanta premura, che andarono da lui ed entrarono in casa sua. Egli preparò per loro un rinfresco, fece cuocere dei pani senza lievito ed essi mangiarono. L’ospitalità di Lot a tal punto che ha voluto sacrificarsi. Non fare male all’ospite, allo straniero.  In cambio ha dato le sue figlie. Ma prima che si fossero coricati, gli uomini della città, i Sodomiti, circondarono la casa: giovani e vecchi, la popolazione intera venuta da ogni lato. Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono venuti da te questa notte? Falli uscire, perché vogliamo abusare di loro». Lot uscì verso di loro sull’ingresso della casa, si chiuse dietro la porta, e disse: «Vi prego, fratelli miei, non fate questo male! Ecco, ho due figlie che non hanno conosciuto uomo: lasciate che io ve le conduca fuori, e voi farete di loro quel che vi piacerà; ma non fate nulla a questi uomini, perché sono venuti all’ombra del mio tetto». Essi però gli dissero: «Togliti di mezzo!» E ancora: «Quest’individuo è venuto qua come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a quelli!» E, premendo Lot con violenza, s’avvicinarono per sfondare la porta. Ma quegli uomini stesero la mano, tirarono Lot in casa con loro e chiusero la porta. Colpirono di cecità la gente che era alla porta della casa, dal più piccolo al più grande, così che si stancarono di cercare la porta.

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

Lot è il nostro protagonista oggi ma tutti i personaggi  intorno a lui in questo brano come in un film, hanno dei ruoli fondamentali che ci fanno riflettere.

Essi rivelano a ciascuno e ciascuna di noi la radice del nostro  agire nel presente e  forse nel nostro passato. Noi abbiamo deciso di rifiutare  alcuni  modi di comportarsi e soprattutto ci siamo già messi in guardia da certi atti orrendi perché recano solo danno a noi stessi.

Facciamo bene a dichiarare di non appartenere più a questa generazione ma è anche vero che facendo parte di questa umanità, le esperienze di violenze e tribolazioni  a cui assistiamo nelle cronache di tutti i giorni, vicine e lontane  ci testimoniano che non siamo stati ancora liberati.

Molti uomini e molte donne compiono ancora delitti e violenze, l’uno  contro l’altro facendo prevalere la prepotenza.

L’apostolo Paolo dice ai romani: <<Tutta la creazione geme ed è in travaglio>>   Romani 8,22.  Così noi attendiamo ancora con pazienza e perseveranza   il giorno promesso e stabilito dal Signore in cui Egli porrà fine ad ogni sofferenza.

 

Dunque questo brano che è stato  proposto per oggi, per questa seconda domenica di avvento, nonché domenica dedicata alla diaconia della nostra chiesa(l’opera diaconale della chiesa valdese),  dal mio collega pastore Francesco Sciotto ci permette di confrontarci oggi, con il nostro passato e il nostro presente .

 

Il nome di Lot appare a partire dal capitolo 11 del libro della Genesi viene descritto nell’albero  genealogico della sua famiglia.

Egli era uno dei nipoti di Abramo figlio di Aran suo fratello, quindi di provenienza ebraica , quella del popolo eletto di Dio.

Abramo e Lot partirono insieme, intrapresero un viaggio con le loro mogli ed il bestiame, si allontanarono dal loro paese, dal paese di Ur, Caldea.

Il giovane Abramo non ebbe nessun figlio da sua moglie Sarai perché lei era sterile.

Ma da uomo credente, Abramo ebbe un figlio da Sara nella sua vecchiaia chiamato Isacco, affinché si adempisse la promessa di Dio che rivela il  potere di cambiare la vita del suo eletto, chiamato per fare la sua volontà.

 

Lot  invece ebbe  due figlie da sua moglie.

Poi a causa di divisioni territoriali, Abramo decise che si separassero.  Quindi  per questo motivo Lot si trovò nella città di Sodoma, un uomo straniero, eletto  da Dio,  visse in mezzo ai sodomiti che non fecero altro se non il male secondo gli occhi di Dio. Tutti loro  furono definiti dei malvagi.

Ora il brano è molto chiaro per noi, Lot era diverso perché veniva  da una famiglia per bene, consanguineo di Abramo , e aveva ereditato la tradizione dell’ospitalità.

In Lot si era incarnato il giusto comportamento d’accoglienza allo straniero  e ovunque lui andasse ciò non era negoziabile.

Questo ci spiega nella lettera agli ebrei cap. 13,1-2 <<l’amore fraterno rimanga tra di voi. Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo hanno ospitato angeli>>.

Così Lot visse e accolse due uomini  che passavano davanti  casa sua considerandoli  ”due angeli”.

 

Sì, abbiamo letto questo brano, esemplare e straordinario  di come Lot abbia manifestato e dimostrato cosa vuol dire essere  ospitale in un paese che non era abituato all’accoglienza.

In questa occasione lui che non era mai stato accolto aveva potuto manifestare a questi due uomini, stranieri , la sua vera natura.

Il racconto dice, come li vide, si alzò per andare loro incontro, si prostrò con la faccia a terra, e disse: «Signori miei, vi prego, venite in casa del vostro servo, fermatevi questa notte, e lavatevi i piedi; poi domattina vi alzerete per tempo e continuerete il vostro cammino». Poi , egli preparò per loro un rinfresco, fece cuocere dei pani senza lievito ed essi mangiarono.

Cari e care, avete notato come era stato Lot nei confronti di questi due stranieri?

Io, rileggendo questi versetti sono stata colpita dalla personalità di uomo  accogliente di Lot.

Egli era seduto davanti  alla sua porta, all’ingresso della città di Sodoma, come se stesse aspettando che venissero persone nuove che portassero un cambiamento, una novità,  in quel  paese pieno di malvagità.

È così poi sono arrivati i suoi ospiti.

Due uomini che sono stati  persuasi dalla sua gentilezza.

Essi rimasero a casa sua per una notte, nella sua famiglia composta da tre donne con lui. Egli li ha accolti nel  massimo della sua possibilità.

Questo fatto era venuto a conoscenza dagli abitanti di Sodoma.

I giovani e gli anziani si erano messi insieme e avevano circondato la sua casa.

E Lot implorò  loro: «Vi prego, fratelli miei, non fate questo male! 8 Ecco, ho due figlie che non hanno conosciuto uomo: lasciate che io ve le conduca fuori, e voi farete di loro quel che vi piacerà; ma non fate nulla a questi uomini, perché sono venuti all’ombra del mio tetto».

Purtroppo, Lot, figlio di quell’epoca di padri padroni,  non era stato educato all’uguaglianza di diritti tra maschi e femmina come oggi, e  ha dovuto fare una specie di patto (ha contrattato con  i suoi vicini ).

Non aveva  scelta in cambio del  bene dei suoi ospiti se non dare le sue due donne

essendo loro considerate sottoposte ai loro maschi.

I suoi ospiti che si erano recati nella sua casa non dovevano subire per niente nessuno violenza perché erano sotto la sua responsabilità.

Veniamo a noi, questa faccenda  in confronto alla nostra epoca e concezione presenta un modo di fare ingiusto.

Non è giusto che il padre decida come vuole quindi come un padrone.

Non è giusto che la moglie debba fare ciò che dice il marito.

Non è giusto che sia la moglie che le figlie vengano viste come un oggetto, come una  merce.

Lot ha dovuto contrattare con gli uomini violenti del suo paese in cambio delle sue figlie.

Lot da un lato ha voluto fare un bene nei confronti dei suoi ospiti e dall’altro lato ha commesso un grave errore nei confronti della sua famiglia, nell’interezza della famiglia di Dio.

Tre donne, a partire da sua moglie e figlie non hanno avuto voce in capitolo e in più non le possiamo ricordare con il  loro proprio  nome senza nominare il nome di Lot.

Nella nostra epoca questo è impossibile perché ognuno/a deve avere il suo nome , Avere la  carta d’identità è segno di distinzione e appartenenza. E soprattutto  avere il proprio nome significa oggi essere riconosciuti come persona.

Mi ricordo  che prima di avere la cittadinanza italiana, ho avuto questioni sul mio nome perché era scritto sbagliato sul certificato di nascita.

Dalle filippine ho dovuto chiarire tutto, procurando i documenti che potevano dare prova che questi due nomi appartengono alla stessa persona che sono io.

Così non è stato facile per me acquisire la cittadinanza italiana e per esperienza ho imparato  quanto sia importante avere il  proprio nome scritto giusto.

La domenica del 20 nov. abbiamo fatto due culti, sia quello del gruppo filippino che quello dell’italiano sui i testi che condannano  la violenza sulle donne.

Abbiamo cercato di ricordare alla comunità di credenti in Dio di continuare a portare avanti l’impegno per la non violenza.

E’ un appello a non trascurare questo impegno da parte della chiesa di Dio alle comunità dei cristiani oggi.

Quanti di noi leggono la Bibbia, la storia di Dio sin dalla creazione dell’uomo e della donna, con la costanza e perseveranza per arrivare a dire a se stessi oggi di aver capito di dover migliorare il  rapporto con il proprio simile?

La Bibbia dice molto a noi oggi: sulla storia del popolo di Israele e di Dio, sulla storia dell’uomo  ,   sul rapporto tra i vari  popoli, sul presente e sul futuro di queste rapporti.

500 anni fa,   i nostri padri riformatori  hanno voluto  far riflettere gli uomini di allora fino a noi ora.

A questo proposito vi leggo i due testi biblici che il nostro  libretto ‘un giorno una parola’ con il pensiero di Bonhoeffer del 28 novembre propone e concludo qui la mia riflessione.

Alleluia.
Beato l’uomo che teme il SIGNORE
e trova grande gioia nei suoi comandamenti. Salmo 112,1

L’apostolo Paolo scrisse a Timoteo queste parole consigliandogli:

Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. 2Timoteo 3,14-15

E Bonhoeffer conferma con le sue parole con questa sua riflessione:

La Parola di Dio esige il mio tempo. L’essere cristiano non è un affare di un momento, ma esige tempo. Dio ci ha dato la Scrittura da cui trarre la conoscenza del suo volere. La scrittura deve essere letta e meditata di nuovo ogni giorno. La Parola di Dio non è un insieme di eterni princìpi universali, che io possa avere sempre presenti, ma è Parola di Dio a me rivolta, ogni giorno nuova nell’infinità ricchezza della interpretazioni. (Dietrich Bonhoeffer)

Grazie a Dio, penso che lui stia continuamente al nostro fianco  e ci guidi,; è davanti a noi per portare a compimento il suo piano di allargare il nostro orizzonte, e dietro di noi per sostenerci. Amen.

past. Joylin Galapon

 

 

 

 

 

 

 

La promessa di un germoglio giusto.

27 novembre 2016

Geremia 23 : 5 – 8

 

Miei cari, la parola ci ricorda ancora oggi la promessa del germoglio giusto. La domanda che ci si pone è: perché il termine germoglio giusto ? o più precisamente il re conforme ai criteri del vero re ?  In Romani 3 : 23 la parola di Dio afferma che “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”. Dunque sulla terra nessuna persona è giusta. Da qui dunque la promessa di Dio di rendere giusto ciò che è ingiusto dinnanzi a lui, di rendere perfetto ciò che dinnanzi a lui è imperfetto, accentuando il suo amore e la sua misericordia per l’intera umanità. Sì, poiché Dio è amore egli ha agito inviando Gesù Cristo il giusto, il perfetto per il mondo  (Giovanni 3 : 16). Così Dio vuole e sostiene che ci amiamo gli uni gli altri, poiché l’amore viene da LUI e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio (Giovanni 3 : 7). Dio ci ha amati per primo ed afferma: se qualcuno dice “Io amo Dio” ma odia il suo fratello è un bugiardo, perché colui che non ama suo fratello, che vede, non può amare Dio, che non vede (Giovanni 3 : 20).

Così, cari fedeli, la parola per bocca del profeta Geremia ci ricorda ancora oggi di non trascurare l’anima di una persona chiunque essa sia, né di sottovalutare una persona bensì di prenderci cura gli uni degli altri, di riunirci e di  consideraci uno davanti a Dio. In verità ogni persona è angelo custode, rimedio per tutti. Sì, io sono il vostro angelo custode, il vostro rimedio, e voi viceversa  siete lo stesso per me. Ecco il buon atteggiamento che Dio si aspettava da Israele e che si aspetta ancora da noi, popolo di Dio che crede in Cristo senza distinzione di paese, di razza, di etnie. L’Eterno afferma che respingerà la persona o le persone che agiranno all’incontrario (V 1-2).

In Cristo l’azione dell’Eterno consiste nel riunire tutti i credenti dispersi. Da qui la promessa di rivolgersi verso Dio solo, di avere fiducia in lui solo sotto la sua grazia feconda e molteplice. Così nessuno avrà più paura, nemmeno del terremoto e inoltre nessuno del gregge si perderà (Giovanni 6 : 39; 10 : 28).

Il germoglio giusto, il buon pastore, l’Eterno nostra giustizia è Gesù Cristo che Dio ha mandato per liberare, salvare e offrire la salvezza ad Israele e al mondo intero. L’evangelista Matteo ricorda il suo ingresso trionfale a Gerusalemme con la folla esultante che cantava il canto di gloria in onore di Cristo. Osanna al Figlio di Davide, preso dal salmo 118 che celebrava una liberazione nazionale (21 : 9).  Non dimentichiamo che Osanna significa letteralmente “Dio ci salva”.  Era la richiesta di aiuto che un popolo oppresso rivolgeva al suo re.

Ancora oggi, credenti in Cristo, la parola ci esorta ad essere pronti e a vivere l’amore reciproco gli uni verso gli altri senza alcuna eccezione. “Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge.” (Romani 13 : 8). E’ proprio ora di svegliarci dal sonno, poiché ora lì è la salvezza. Respingiamo dunque le opere delle tenebre  e  vestiamoci con le armi della luce, il Signore Gesù Cristo.

Benedica il Signore la sua parola !  AMEN !

 

past. Moussà

No alla violenza sulle donne

20 novembre 2016

Giudici 11,29-40

Care sorelle e cari fratelli,

eccoci confrontati con un testo che spesse volte, forse troppe volte, è stato utilizzato per evidenziare la differenza sostanziale tra il Dio cristiano, un Dio di misericordia e grazia, e il Dio dell’Antico Testamento, un Dio vendicativo e crudele.

E del resto leggendo il brano velocemente non è forse questa l’impressione che se ne può trarre?

Il Signore concede la vittoria al condottiero Iefte sugli Ammoniti e questi per contraccambio offre a Dio quanto gli spetta per aver rispettato il patto!

E chi ne fa le spese?

La giovane e innocente figlia di Iefte!!

Il 25 novembre verrà celebrata la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne e le tante morti che si ripetono a scadenze ravvicinate in Italia e nel mondo.

Noi oggi abbiamo voluto anticipare questo tema per poterci riflettere insieme…

Nel testo di Giudici che vi ho proposto per la nostra riflessione uno dei protagonisti della storia è questa giovane donna, sacrificata da un uomo, suo padre, sull’altare della religione!

Ma chi è questa giovane donna?

Di lei sappiamo che è figlia devota e obbediente.

E poi? E poi praticamente nulla…

Ecco vorrei soffermarmi con voi su quel che manca in questa storia.

In questa storia manca la figura della madre.

Manca una figura femminile che sia di guida e sostegno a questa giovane donna, soprattutto in un frangente così difficile.

E a volte riflettendo sulle dinamiche interne al genere femminile o nei casi di violenze sulle minori, non è forse vero che le madri siano come assenti, pallide figure di quel che dovrebbero essere, se non addirittura complici della violenza?!

Non è forse significativo che anche questo brano biblico non parli affatto di questa presenza, importante nella formazione e nella vita di una giovane donna?

E ancora nella storia manca il nome della stessa ragazza!

La crudezza della storia qui narrata è tale, verrebbe da pensare, che la ragazza sacrificata sull’altare della religione non riceve nemmeno l’onore di essere ricordata con il suo nome.

In realtà a me sembra che il brano biblico stia operando una scelta diversa: non è il nome che la qualifica e nemmeno la parentela con il condottiero vincitore Iefte che la rende degna di onore, ma la sua personalissima scelta di accettare il sacrificio della sua giovane vita che la rende degna di essere ricordata e onorata!

Le giovani donne d’Israele non la dimenticheranno, anzi avranno bene a mente cosa significa morire in questo modo: per mano di altri, per la visione egoistica di un uomo!

Anche noi forse dovremmo non dimenticare, ma ricordare e onorare le tante donne violate e uccise dagli uomini che sono loro accanto!

Dovremmo ricordare non tanto i loro nomi ma il senso, o meglio il non-senso, del loro sacrificio!

E così giungiamo a chi se non è del tutto assente, è come una presenza fuggevole in questo brano: Dio, il Dio d’Israele, il Dio che è Padre di Gesù Cristo.

Ma come, direte, non è Lui che regola tutto? Non è Lui che determina e dirige la storia?

Siamo certi che questo sia il modo in cui Dio dirige la Storia con la esse maiuscola e quella con la minuscola di tanti uomini e donne?

Dio, in effetti, appare attraverso il suo Spirito all’inizio del brano letto: “E allora lo Spirito del Signore venne su Iefte…” (v.29) e poi quando si dice: “Iefte marciò contro i figli di Ammon per fare loro guerra e il Signore glieli diede nelle mani.” (v. 32). Poi Dio scompare dalla storia, Dio manca, come manca la madre e il nome della ragazza.

Lo spirito di Dio, come accade per altri giudici d’Israele (Otniel, Gedeone e Sansone), giunge sul condottiero e lo mette in grado di avere la vittoria contro gli ammoniti.

Ma quel che Dio qui non fa è chiedere a Iefte qualcosa in cambio.

È il condottiero d’Israele stesso che promette il sacrificio in cambio della vittoria. È lui che ritiene che sia necessario dare qualcosa a Dio in cambio dei suoi servigi, come se fosse un mercenario di tante guerre che deve essere pagato per il suo sporco lavoro!!

Inoltre, Iefte nella sua arroganza pensa di poter avere diritto di vita e di morte sugli ebrei come fossero suo possesso, proprio come pensano tanti uomini delle loro compagne o ex compagne, delle loro figlie e parenti.

Ma il caso, o il Dio tirato per la giacchetta, fa si che la persona che dovrà essere sacrificata sia proprio la sua unica figlia!

Allora si potrebbe pensare che Jefte sia solo sfortunato o avventato?!

Alcuni commentatori hanno sottolineato come questo racconto sia simile alla storia di Euripide (410 a.C.) “Ifigenia in Tauride” in cui il re Agamennone, per ottenere i favori della dea, decide di sacrificarle la cosa migliore dell’anno e l’oracolo designa la figlia.

Non è un caso, sorelle e fratelli, che vi sia questa somiglianza con quanto può fare un pagano nei confronti di una divinità greca perché qui Iefte si è comportato esattamente come un pagano.

Egli ha confuso Dio con gli altri dèi del tempo, ha fatto ciò che faceva Israele all’epoca dei Giudici ossia “ciò che è male agli occhi del Signore” (10,6).

Ritenere che Dio sia manovrabile, sia acquistabile per mezzo di un sacrificio umano peraltro vietato dalla Torah in Levitico (Lev. 18,21; 20,2-5).

E poi in questa storia biblica emerge anche una bella dose di ironia: non è forse tristemente ironica la figura di un padre che per interesse politico sacrifica la figlia e poi nell’incontrarla dice a questa che è lei a farlo soffrire (vd. versetto 35)?!

Iefte è per tutti noi un esempio di quel che accade anche attualmente, vale a dire la volontà di usare Dio e il suo nome per nascondere i nostri personali ed egoistici interessi!!

Noi viviamo in un tempo in cui l’utilizzo strumentale di Dio è lampante. Possiamo forse negare che Dio è stato adoperato dagli esseri umani nel passato e come pure oggi per portare avanti interessi economici e politici mascherandoli con l’idea di agire in nome di Dio?

E non è forse vero che così agendo nei secoli come oggi si sono lasciati indietro tanti uomini e donne, sacrificati sull’altare del potere politico ed economico?

E non è forse ancora vero che vi siano tanti uomini, come pure donne, che ritengono di poter utilizzare gli altri come oggetti riempiendosi poi la bocca della parola ‘amore’.

E in effetti, le tante donne che sono morte in questi anni sono spietate testimoni di come molti uomini declinano la parola amore!

Ecco il peccato di cui si è macchiato anche Iefte, ecco il peccato che ha generato questo atroce sacrificio.

E sua figlia l’ha capito bene!

La scelta di trascorrere i suoi ultimi mesi di vita lontano dal padre, ma in compagnia di altre giovani che come lei potrebbero essere sacrificate sull’altare dell’interesse familiare deve far riflettere la nostra generazione!

Dobbiamo domandarci come credenti e cittadini quale esempio vogliamo essere per i nostri figli e figlie; dobbiamo essere onesti nel rispondere su come stiamo vivendo il nostro rapporto con Dio: un rapporto strumentale o una relazione colma di salda fiducia?

E quello con il nostro prossimo?

Sebbene il racconto non lo dica, mi piace pensare che Dio, come un vero genitore, come la madre che nel racconto non appare, tramite il suo Spirito sia stato accanto a questa fanciulla nei suoi ultimi mesi di vita, accompagnandola nel peregrinare sui monti lontano da un padre umano troppo egoista!

Amen

 

 

past. Mirella Manocchio

Pietro il primo apostolo

13 novembre 2016

Luca 5,1-11

Pietro è il primo (discepolo) che ha ricevuto come ordine la parola di  Gesù. La sua esperienza di pescatore gli ha insegnato che  ci sono i momenti in cui la pesca è generosa. Momenti in cui non si pesca  niente e talvolta tanto da quasi far affondare una barca.

La vera realtà che lui comprende è che  non dipende tutto da lui come  uomo ordinario, un pescatore di professione, ma  da diversi fattori. Il pescatore sa spiegare questo fatto. Mi sembra di aver sentito dai miei parenti che se c’è la luna piena è il momento più opportuno per pescare, gettare le reti per poter prendere tanti pesci.

Così egli ha risposto a Gesù: « Tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla». Come a dire: ho fatto tutto ciò che mi è stato possibile fare. Da parte mia ho già provato tutto. Quindi non c’è più niente da fare eppure è proprio in questo momento che Gesù rivolge la sua chiamata.  Come dire«prova ancora e vedrai».

Grazie a questa seconda volta, grazie ad un’altra possibilità la vita cambia immediatamente.  Bisogna riprovare, dice il Maestro Gesù. Perciò Simone Pietro ha aggiunto «però, secondo la tua parola, getterò le reti».

La professione come la missione sta in questo: ciò che posso fare, ciò che mi è possibile  fare lo faccio perché quello  da senso alla mia vita e ad altri. Gesù era in mezzo alla folla. Egli ha compiuto il suo mandato di far udire la parola di Dio e allo stesso tempo consegna una missione a qualcuno come Pietro: «Tu che hai ascoltato ciò che ti ho detto, facendolo, ti dico che ‘tu diventerai uno pescatore di persone, di uomini’».

Il mandato di Pietro  era chiaro: di essere un pescatore degli uomini, un mandato specifico rivolto a lui da Gesù. Simone il pescatore con  la sua barca e le sue reti lavorerà e collaborerà. Lascia insieme ad altri suoi compagni la pesca in mare per pescare in un altro senso. Rimane un pescatore ma questa volta di uomini. Egli li raccoglie in un luogo come la chiesa di Dio oggi. La chiesa come un gruppo di famiglia, un popolo appartenente ad una sola nazione o come noi oggi  di provenienza diversa, eppure siamo tutt’uno in Cristo Gesù.

 

 

Noi oggi siamo qui perché continuiamo ad ascoltare l’annuncio della parola di Dio, questo è chiaro  per me perché prima di annunciare la parola  di Dio, cerco di ascoltarla e  meditarla per poi  trasmetterla nella predicazione e  anche voi dovete trasmetterla ad altri. E’ una passa parola.

Siamo anche noi mandati da Gesù come è stato per Pietro ed i suoi compagni Giacomo e Giovanni.  Sono molto felice di fare questo cammino con voi. Mi rallegro molto nel pensare che a partire dal compito missionario del figlio di Dio ci siamo incontrati in questo luogo.

L’apostolo Paolo paragona la chiesa a un unico corpo con molte membra che hanno cura l’uno dell’altra. Prenderci cura a vicenda è il nostro obiettivo principale, questa è la vera comunità.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

grazie per tutte le occasioni in cui abbiamo potuto fare qualcosa per il bene della chiesa tutta e noi proseguiremo ancora per tutto il tempo che Dio ci darà. Quindi siamo tutti benefattori e beneficiari della sua chiesa.

Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che  mancava,  perché non ci fosse divisione nel corpo ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre.  Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui. L’apostolo Paolo ci parla e dà consiglio alle chiese di oggi perché sperimentino  nel loro vissuto la profondità della loro missione. Il corpo ha bisogno di cura e prima di tutto di curare se stesso, le stesse membra devono collaborare in maniera di farsi carico l’uno dell’altro.

La diversità delle chiese non significa divisione. Ci sono aspetti importanti come la pratica della fede che sono preziosi doni di contribuzione. Gli scambi dei doni delle chiese sono quelli che portano avanti la missione di Dio sulla terra.  Abbiamo bisogno oggi della collaborazione condividendo quello che abbiamo. Ciò di cui ha bisogno l’altro.

E’ bello ricordare che due  domeniche fa, il 30 ottobre , le chiese evangeliche sono state insieme proprio per condividere la loro comunione in Cristo Gesù in piazza Lutero. Noi c’eravamo. Potremmo incontrarci ancora lì, darci degli appuntamenti per chiacchierare e mangiarci un panino. Lì in quel giardino potremmo parlare della nostra fede.

Le chiese sono come le barche, le reti sono come la parola di Dio gettate perché si raccolgano gli uomini e le donne  che hanno bisogno delle cure: corpo e anime da curare da parte di quelli che sono stati chiamati a svolgere il compito di essere pescatori degli uomini come sono stati Simone Pietro, Giacomo e Giovanni.

I discepoli di Gesù d’allora sono tuttora importanti per la nostra missione. Oggi ricordiamo i tre discepoli che si sono dedicati a seguire Gesù e ad andare dappertutto per annunciare il motivo del loro  vivere. Da allora  Gesù  ha rivolto loro la chiamata e a coloro che hanno risposto di ‘sì’  ha ordinato che non si torna più indietro (Lc.9,57-62). Noi vediamo che i 12 discepoli o i 70 hanno adempiuto la loro missione fedelmente.  Il servizio cristiano è adatto solo a chi ha lo sguardo fisso alla meta! Rispondere di sì alla chiamata per l’annuncio del regno di Dio , significa impegnarsi per tutta la vita.

Care sorelle e cari fratelli in Cristo Gesù, il nostro buon Maestro rivolge a noi una fresca chiamata. Il nostro tempo è prezioso,  da non sprecare ma da utilizzare pienamente. Vivere il tempo per noi e per gli altri conta molto  perché non torna più.  Dio ci ha dato insieme l’occasione per testimoniare la verità che dà senso al nostro vivere su questa terra, in particolare in questa città.  La fedeltà di Dio ci accompagna con le sue promesse. Egli ci chiede di proseguire e  di non fermarci mai perché ci aspettano nuovi incontri, nuove responsabilità, nuove possibilità.

Gesù ha detto ai suoi discepoli di lasciare ciò che pesa soprattutto quando uno affronta un viaggio. Vuol dire che il discepolo deve essere più leggero nel suo spostarsi. Non deve essere carico.  In questa settimana, come sapete ho avuto un incontro di orientamento con i miei colleghi responsabili per il mio prossimo viaggio di formazione in una chiesa negli stati uniti e mi è stato detto di andare a Edgewater, Presbetarian Church a Chicago.

Saremo in cinque e ognuno di noi  è destinato a una chiesa in stati differenti. Due professori nostri, la nostra coach, i colleghi che sono andati prima di noi  ci hanno incontrati per aiutarci a prepararci psicologicamente e non solo. Essi ci hanno raccontato le loro esperienze che sono utili da conoscere. Dopo una settimana dal mio arrivo lì in febbraio compirò i  miei cinquant’anni. Io ritengo che questo viaggio sarà veramente una bella esperienza per me come lo sono tutti i viaggi, in generale. Conoscere nuova culture, nuovi posti sulla terra,  conoscere nuove persone  è un privilegio.

Personalmente, sono ancora più emozionata di conoscere questa terra  cioè un paese da cui qualcuno è partito per insegnare ai miei nonni  come vivere la fede nella tradizione protestante di denominazione metodista.  E’ molto interessante poi per me condividere con coloro  che incontrerò. Che sono stati gli americani a esportare una lingua straniera nel mio paese e  che hanno tuttora  molta influenza laggiù.

Persino nel mio paese sono stata sempre straniera parlando lingue diverse. Ma questa è stata anche una fortuna nella mia vita  perché ho imparato a leggere la Bibbia in italiano e ho avuto l’opportunità di stare con voi.  Il mandato di Pietro di diventare  un pescatore di uomini insegna a tutti noi credenti che c’è la possibilità per tutti noi di arrivare lontano per svolgere le nostre chiamate: la nostra missione sarà la nostra professione  in questa terra.  Non è facile affrontare una nuova realtà. Eppure il nostro padre Abramo fu mandato via dal suo paese, dai suoi parenti perché Dio potesse dimostrare che voleva cambiare la sua vita.

 

Pronti sempre ad esser dove Dio ci chiama. Il «DOVE» è una situazione, una persona, un rapporto, una cosa, un fatto. Un «dove»usuale, semplice, ovvio: quello della vita di ogni giorno. La sua grazia rende grande tutto ciò che è piccolo, quotidiano, banale. Riscatta l’apparente inutilità e la dichiara segno del  suo Regno che si compie.

Dio non sta mai alle spalle.

Non appartiene al passato, custodito nei ricordi.

È un Dio vivo, più vivo di noi: sta al presente e ci chiama dal futuro. «Maranatha»: ecco, il Signore che sempre viene.

 

Don Germano Pattaro. Nato a Venezia il 3 giugno 1925, fu ordinato sacerdote il 25 marzo 1950; svolse tutto il suo ministero pastorale nel Patriarcato di Venezia

 

past. Joylin Galapon