Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite – culto contro l’omofobia

11 giugno 2017

Romani 12.14

 

Dunque, non so voi ma, dopo aver letto questo testo, il mio primo pensiero è stato “ecco, bell’idea, noi sono anni che lottiamo affinché cessino violenze, aggressioni e discriminazioni verso persone omosessuali e transessuali; e poi arriva Paolo che dice cosa? Benedite quelli che vi perseguitano?! e magari poteva anche aggiungere state cheti e non vi ribellate! Ma io gli faccio un fondello così!”. Poi, ecco, diciamo che ho fatto un paio di respiri profondi e a mente lucida ho ritenuto che sarebbe stato poco proficuo fare un sermone su quanto mi sembrino fuori luogo queste parole dell’apostolo. E sapete che vi dico? La mia ritrovata calma è stata premiata, se così vogliamo dire, qualche versetto dopo. Al versetto 20 della medesima lettera Paolo scrive «Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo»».

Alla luce di questo versetto le precedenti affermazioni hanno improvvisamente assunto tutto un altro aspetto. E così mi sono chiesto, stai a vedere che lo stesso principio dei carboni accesi vale anche nella dinamica benedici chi ti maledice? Se prendiamo per buona questa teoria la dinamica cambia parecchio; ma andiamo con ordine.

Riprendiamo dal primo pezzo di Romani 12.14 “benedite – quelli – che vi perseguitano”. Benedire, come anche il perdonare non è un qualcosa di banale, se fatto dal profondo del cuore. Nella benedizione c’è anche la dimensione della condivisione, io benedico un’azione quando ritengo che quell’azione rispecchi pienamente la mia opinione, la mia deontologia e la mia persona. Come posso dunque benedire il mio aggressore? Come posso essere d’accordo con il suo gesto violento nei miei confronti fino al punto di benedirlo? Significa forse che me lo merito? Significa che tutte le discriminazioni di cui sono vittima sono la giusta conseguenza del mio comportamento? Cosa sono dunque i loro gesti? L’ultimo disperato tentativo di salvarmi da una via deviata dalla moralità corrotta? Dalla mia sessualità contro natura?

No, assolutamente no. La violenza non ha giustificazione, mai! Chi rinuncia al dialogo e passa all’aggressione, che sia verbale, fisica, psicologica o anche tutte queste assieme, ha semplicemente rinunciato alla sua intelligenza e si è lasciato prostrare dai sentimenti di rabbia, rabbia spesso scaturita dalla paura dell’ignoto, del diverso, di ciò che la loro mente reputa controsenso. Benedire i nostri aggressori significa dimostrare loro che l’alternativa alla violenza esiste, vuol dire dimostrare loro che noi siamo più forti dei loro insulti dei loro calci dei loro abusi. Subire per poi maledire, in questo caso, assumerebbe la stessa capacità di cambiamento dell’espressione infantile “specchio riflesso”. Rispondere al male con altro male non può che portare ad un’escalation di violenza, la violenza si spegne solamente con l’amore, che nel testo di Paolo si trasforma in benedizioni, persino contro i persecutori.

Mi rendo conto che in questo momento sembrano solamente parole, molti di voi staranno magari pensando che la realtà è molto più cruda. Ed io vi do ragione, questa è la teoria, la pratica è molto più faticosa.
Ma se avessimo deciso che tanto non c’è nulla da fare, cosa ci faremmo noi qui? Per ricordare le vittime non c’è bisogno necessariamente di un culto, anzi, le veglie sono decisamente una formula più appropriata. Noi siamo qui perché abbiamo deciso di dire a tutti coloro che ci voglio male che la nostra fede è più forte dei loro pugni, che noi non siamo soli, che le vittime non rimangono sole, che la persona a terra non rimarrà a terra ma si rialza, e contro qualunque aspettativa non brama la vendetta, anzi fa qualcosa di ancora più forte, è pronta a perdonare la tua debolezza, la debolezza che ti ha portato alla paura, la paura che ha innescato il tuo gesto.

Benedire, dunque, non significa sottomettersi o trasformarsi in vittime silenti che subiscono senza fiatare. Benedire significa guardare l’aggressore a testa alta e con decisione affermare che si è liberi dalle catene dell’odio.
Cari fratelli e care sorelle, resistere all’impulsività dei sentimenti non è mai facile; e nessuno pretende che lo sia. Paolo con le sue parole non ci sta ammonendo, ci sta invitando a riflettere sulle nostre azioni e reazioni, ci sta invitando a fare la differenza.

Possano dunque i nostri gesti accompagnare nei fatti le nostre parole. Amen

Giovanni Bernardini

 

lo Spirito di Dio, il Trasformatore

4 giugno 2017

Ora vado
Non mi chiedete: dove vai? Ma conviene che io vada .
Se non vado…non verrà
Ma se vado lo manderò.
E quando verrà … vi guiderà.

Cari fratelli e care sorelle, questa che vi ho appena riportato non è una conversazione telefonica tra persone che si accordano sul da farsi, ma uno degli annunci più straordinari di tutto l’Evangelo.
Un annuncio rivolto ad un gruppo di amici così come Gesù chiama i suoi discepoli.

E nell’intimità di questa amicizia Gesù si stupisce del fatto che dopo aver rivelato ogni cosa, nessuno di loro gli chiede “dove vai?”
Nell’intimità di questa amicizia Gesù si rende conto che i dodici non hanno ancora capito nulla.

E’ la loro tristezza a renderli muti ciechi e sordi, a renderli disinteressati al messaggio. Una cosa sola hanno compreso, un notizia che li terrorizza: Gesù se ne andrà.
E noi? Che fine farà tutto quello che abbiamo fatto? Che senso ha avuto lasciare la propria casa, la famiglia per seguirlo se proprio ora Lui ci abbandona.

Se questi erano i sentimenti e le domande nascoste nel loro cuore, Gesù dà ai discepoli una seconda spiegazione che è a tutti gli effetti una conditio sine qua non: “è bene per voi che io me ne vada. Se non vado non verrà il Paracleto”. Una condizione che è però l’annuncio definitivo che Dio dà all’umanità. L’annuncio che non è tutto finito. L’annuncio che il piano di Dio prevede ancora qualcosa di grande per ogni uomo e donna di questo mondo. Gesù annuncia la sua dipartita che non è la fine dell’Emmanuele, il Dio-con-noi, ma l’inizio di un nuovo tempo e di un tempo nuovo nello Spirito. E’ questo l’annuncio cari fratelli e care sorelle che il vangelo di Giovanni oggi fa a ciascuno e ciascuna di noi! Voi avete ricevuto il Paracleto! E se oggi siamo qui in questa chiesa di Roma non è per caso, non è perché non avevamo meglio da fare in questa giornata di inizio giugno. Se oggi siamo qui è perché il Paracleto ci ha convocati ed in particolare modo oggi nel q uale ricordiamo il giorno di Pentecoste durante il quale lo Spirito Santo è sceso su quella piccola chiesa domestica di cui facevano parte i discepoli.

A Pentecoste quella piccola cellula di uomini e donne in preghiera, nascosti per paura dei Giudei, viene trasformata per l’azione dello Spirito Santo in un esercito di apostoli nutriti dalla speranza. Quella speranza che, come abbiamo ascoltato dalla lettera di Paolo ai Romani, “non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Un amore che come un fiume in piena ha preso possesso dell’umanità nella nuova era dello Spirito.

Ma chi è questo Paracleto di cui parla Gesù? Questo è un termine che solo l’evangelista Giovanni utilizza nei suoi scritti. Abbiamo letto nella nostra Bibbia che viene tradotto con CONSOLATORE, altri lo traducono con AVVOCATO, altri con DIFENSORE, altri con AIUTO.

Personalmente preferisco chiamarlo con il nome che Giovanni ha utilizzato e sentire in questa parola della lingua greca quello che è il suo vero significato: Paracletos è “colui che è chiamato al fianco, vicino”. E’ colui che, caro fratello e cara sorella che sei qui stamattina, si è fatto vicino a te, è colui che in questo momento ti sta scaldando il cuore nell’ascolto della predicazione della Parola. Il Paracleto è colui che si fa vicino a noi anche quando la nostra freddezza e la nostra indifferenza non si accorgono della sua presenza.

Volendo tradurre il termine Paracletos, non per il suo significato etimologico ma per le azioni che svolge, io lo chiamerei il TRASFORMATORE.
Un termine che possiamo sperimentare anche oggi su noi stessi. Noi che siamo stati trasformati da gente assonnata della domenica mattina a popolo in cammino che si vuole riunire per dar lode a Dio.

Noi che uscendo di qui scopriremo di essere trasformati in persone rinnovate dalla Parola, trasformati in missionari dell’evangelo dal gesto della grazia che tra poco andremo a condividere nella Santa Cena.
In questo senso lo Spirito è consolatore, perché trasforma la tristezza in gioia.

In questo senso lo Spirito è avvocato e difensore, perché da peccatori ci trasforma in salvati.
Nel giorno di Pentecoste lo Spirito ha creato la chiesa non perché ha unito persone diverse con un unico ideale, ma perché ha trasformato un gruppo di ascoltatori della Parola in un esercito di Predicatori. Pentecoste è la grande festa della predicazione, tutti possono parlare nella propria lingua ed essere compresi, tutti possono comprendere il significato della gradi opere di Dio per noi.

E’ la festa della missione perché tutti siamo mandati ad annunciare che l’umanità è stata trasformata dall’amore di Dio per mezzo dello Spirito Santo. Un amore così grande da farsi uomo in Gesù Cristo, un amore così grande da prendere su di sé tutto il male del mondo e trasformarlo in grazia per l’umanità.

Quando lo Spirito TRASFORMATORE verrà, lui CONVINCERA’ il mondo, dice Gesù, riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio.
Mio Signore, quanto abbiamo bisogno di questo! Quanto abbiamo bisogno che il mondo si convinca!

Si convinca prima di tutto che è grazie all’opera dello Spirito che la potenza divina entra concretamente nella vita di ognuno ed ognuna di noi. Non cogliere questa presenza nella nostra vita, non prendere sul serio le prove di quell’amore infinito di Dio che entra nella finitezza della nostra vita, significa commettere il peccato più grave, quello imperdonabile che Gesù stesso chiama la bestemmia conto lo Spirito.

Il mondo si deve convincere che non c’è futuro per l’umanità senza la piena accettazione che è Dio che interviene nelle nostre azioni quotidiane e che ci ha dato la prova concreta della sua presenza nel suo Figlio Gesù.
In Lui ancora oggi noi sperimentiamo cosa significhi dire Spirito Santo: non un dio minore, spesso dimenticato, impalpabile, invisibile, irraggiungibile. Non un’immagine simbolica spesso raffigurata da una colomba o dal soffiare del vento. Anche oggi l’esperienza dello Spirito Santo vive di una concretezza palpabile perché tutto il suo agire rimanda a Gesù e a tutte le parole che ha pronunciato. E’ proprio grazie alla concretezza del Paracleto che Cristo si fa presente in mezzo a noi nella Parola e nei sacramenti. Modificando un’affermazione di un famoso teologo tedesco direi che “nel Paracleto, il Dio incarnato diventa il Dio presente”.

Non credere a questo significa cadere nell’errore di pensare che tutta la storia di Gesù si è conclusa con la sua ascensione al cielo e che ora lui è là seduto alla destra del Padre in attesa di accoglierci alla nostra morte. Un errore questo, che significa credere che Dio ha abbandonato questo mondo al suo destino. Un errore che significa aderire all’idea che tutte le nostre preghiere, i nostri culti, le nostre lodi siano rivolte al cielo solo in virtù del nostro essere credenti e buoni cristiani.

Fratelli e sorelle, in questa Pentecoste dobbiamo chiedercelo con forza: crediamo davvero che, grazie allo Spirito Santo, Gesù è qui, ora, in mezzo a noi? Non per un gioco di magia o per l’evocazione di un fantasma, non per una facile creduloneria o per una misera speranza. Se Dio oggi ci ha convocato qui, se oggi ci ha parlato in questo modo, se oggi ci chiama a spezzare il pane insieme, se oggi ci trasforma con la sua forza in uomini e donne nuove, allora SI possiamo dire senza timore che lo Spirito è con noi.

Gesù ha parlato dello Spirito come Spirito di verità.
Anche in questo lo Spirito trasforma; perché attraverso la verità rendi gli schiavi uomini liberi.
E’ questa libertà che oggi noi chiediamo al Signore, la libertà di poterci affidare a lui senza paura.
La libertà di poter dire di no a coloro che ci vogliono convincere che si può vivere benissimo senza Dio
La libertà di potersi opporre a tutte le malvagità del mondo, ai seminatori di morte, a coloro che violentano i corpi e le coscienze, a tutti quelli che tolgono la speranza.
La libertà di poter parlare anche quando si rischia la vita
La libera di opporsi a coloro che con ingordigia si appropriano delle cose degli altri. La libertà di costruire un mondo dove non ci sia più chi mangia tre volte al giorno e chi non mangia affatto.
La libertà di sentirsi dalla parte giusta quando siamo dalla parte degli ultimi. Carissimi questa è la nostra Pentecoste. Allo Spirito Santo Paracleto chiediamo di accompagnarci per mano verso quel Padre che ci attende a braccia aperte come figli e figlie sue creature volute ed amate. Amen!

Nicola Tetoldi

Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo – culto a cura della FGEI

28 maggio 2017

 

Cari fratelli e care sorelle,

“Tu vedi un blocco di marmo, pensa all’immagine: l’immagine è dentro, basta soltanto spogliarla”. Questa è una celebre frase di Michelangelo, che abbiamo voluto associare a questa statua per iniziare il nostro culto di stamattina (proiezione statua). Michelangelo intendeva la materia come una prigionia, come qualcosa di più da cui liberarsi per poter far emergere la forma essenziale dell’umano e liberarla. Quest’idea dello scultore porta con sé la necessità di spogliarsi dal superfluo, appunto come una presenza soffocante e scomoda che impedisce la reale libertà.

Forse in maniera diversa, ma ancora oggi ci è rimasta quest’idea di un di più da eliminare per rispondere a qualcosa che ci viene chiesto per sentirci liberi e accettati, e rispondere alle aspettative di bellezza. Preparando questo culto ci siamo chiesti come giovani se e come abbiamo le nostre prigioni. Ci siamo interrogati se la reale prigionia sta nel dover coprire se stessi-e con un velo che lasci solo intravedere gli occhi, o se non è possibile farsi la barba perché non è da veri uomini una barba corta, o se dover rischiare di svenire sulla metro a giugno perché non si è mangiata colazione per poter indossare il costume nelle vacanze di luglio al mare, ed essere guardati-e dagli altri.

Qual è la reale libertà per noi? Forse non abbiamo le idee chiare su quale sia il ruolo del corpo. Da un lato c’è l’esaltazione del corpo come apparenza, come primo mezzo con cui ci si relaziona con gli altri, come prima carne su cui si possono gettare gli occhi. Dall’altra c’è la sottovalutazione del corpo, interpretato come un peso che ci impedisce di vivere la reale libertà spirituale che sta in noi, e per questo è necessario abbandonarlo sempre di più, trascurarlo per concentrarsi su qualcosa di realmente importante.

Una sociologa americana ha detto che il corpo è come un foglio bianco sul quale noi scriviamo la nostra storia, ma allo stesso tempo siamo scritti dagli eventi che viviamo e soprattutto dalla cultura che ci circonda. Scriviamo e siamo scritti…siamo attori ma allo stesso tempo diretti da un regista. E questo ci può rendere padroni-e del nostro corpo, ma a volte la situazione può degenerare e la storia purtroppo ci insegna che controllare un corpo vuol dire controllare la persona nella sua totalità. Siamo ogni giorno compressi dalla tensione fra l’AVERE un corpo, e l’ESSERE corpo. E in questa pressione ci aggiungiamo il modo di vivere il corpo, e vivere con il corpo. Poter esprimere le proprie sensazioni, le proprie emozioni…poter vivere realmente il corpo come il canale numero uno di incontro con il mondo.

Il salmo scelto per la preparazione di questo culto, però, ci consola e ci rassicura, dicendoci che Dio è sempre con noi ma non solo, è sempre stato con noi e ci conosce. Ci conosce sin da quando eravamo massa informe. Quindi massa, materia, corpo senza forma e non ancora delineato. Eppure anche allora Egli già conosceva i nostri giorni, potremmo dire il nostro cammino, la nostra personalità, la nostra identità, che qui appare intimamente legata al corpo. CORPO e IDENTITÁ, in tutte le sue forme e declinazioni.

“Io ti celebrerò perché sono fatto in modo stupendo”

Leggendo questo versetto del Salmo ci hanno attraversato due pensieri opposti. Il primo è andato a quei corpi che guardandosi in uno specchio non si riconoscerebbero stupendi, alle persone per cui il corpo diventa una prigione: i corpi umiliati dalla violenza, dal bullismo, dal cyberbullismo, corpi sfiniti dalla fatica da viaggi disumani, corpi schiavi di disturbi fisici o alimentari. Se torniamo a quel nesso di prima fra corpo e identità, corpo e spirito, fisico e psiche, l’esistenza di questi corpi umiliati, esclusi, emarginati rischia di diventare “brutta”, misera.

Ma concludendo il versetto 14 leggiamo “meravigliose sono le tue opere, e la mia anima lo sa molto bene”. Ed arriviamo al nostro secondo pensiero. Scoprendoci creature di Dio, creature di un Dio che ci ama che ci conosce, riscoprendo il rapporto con lui, ci riscopriamo meravigliosi e meravigliose. Questo amore libera il corpo umiliato, lo include in una bellezza universale che va oltre i canoni umani che sono limitato e ristretti, effimeri e variabili di epoca in epoca. È una scoperta che ci alleggerisce e ci aiuta a vivere più serenamente il rapporto con il nostro corpo, rapporto che può diventare complesso; è una scoperta che ci aiuta a riconciliarci con la nostra massa, la materia di cui siamo fatti e che spesso sottovalutiamo.

Il Salmo ci parla anche di un Dio tessitrice, che con pazienza e amore crea ogni singola parte di noi, sue creature, e affida a ciascuna di esse una funzione che sia equilibrata ed amata nel complesso. Dio tesse e noi formiamo un arazzo, e nello stesso tempo siamo creature che vengono intessute e che tessono a loro volta: tessiamo storie, relazioni, crisi, amori, amicizie e tessiamo luoghi dove possiamo incontrarci e riscoprirci nella nostra totalità come persone e creature uniche e stupende. Dio tesse noi e noi tessiamo con gli altri e le altre. Abbiamo un rapporto unico ed intimo con Dio, a tal punto che il salmista canta la sua presenza fin da quando eravamo informi. Dio ha tessuto cose stupende per noi, conosce le nostre storie e pre-conosce i nostri giorni che lui ha scritto e con pazienza attende che si verifichino…accompagnandoci ogni giorno con la sua presenza, con il nostro essere corpi vivi.

Lettura 19-24

Eppure spesso nel nostro essere limitati-e associamo impulsivamente due parole: Perfetto e stupendo. L’essere stupendi non vuol dire essere perfetti. Ma vuol dire anche saper riconoscere che la perfezione a volte la mettiamo nelle cose negative, come nell’odiare. Siamo spesso consumati dalla gelosia, dall’invidia a tal punto che creiamo in noi un odio perfetto che ci assorbe totalmente e ci aliena. Eppure questo non fa crollare il nostro essere stupendi. Questo è qualcosa di scritto con l’indelebile sui fogli bianchi dei nostri corpi. L’essere stupendi porta con sé l’accettare e saper di essere accettati con i nostri perfetti limiti e mancanze. Può succedere che accresciuti dalla presunzione di dover difendere Dio in ogni suo aspetto, ci ergiamo a suoi avvocati in terra, e ci lanciamo contro i SUOI nemici, facendoli diventare anche nostri e rompendo quella comunione a cui lui ci chiama in nome della sua creazione.

Dal farci giudici, ci riscopriamo però esposti al suo giudizio. Anzi, lo chiediamo. “Esaminami, conosci il mio cuore, mettimi alla prova, conosci i miei pensieri, vedi se c’è in me, guidami”. Un susseguirsi di verbi rivolti a Dio che concludono il Salmo con una richiesta di tessere di nuovo una intima relazione con Lui…quella che a volte con i nostri difetti tendiamo a soffocare ma non riusciremo mai a spezzare. L’ultimo verbo è proprio una supplica all’accompagnamento, all’essere sempre presente e di sostegno. A riconoscere la Sua onnipresenza non come un controllo che incute inquietudine o che richiede la perfezione, ma come una custodia, una protezione una sicurezza che ci sostiene. E ci accompagna ovunque i nostri passi ci conducano.

Fratelli e sorelle, vorremmo tornare a quest’immagine di Michelangelo con la quale abbiamo voluto aprire il nostro sermone. Guardandola, forse ci accorgiamo come il tentativo dello scultore di far emergere la perfezione spirituale, l’essenza, dalla materia sia un compito impossibile, che altro non fa che creare l’ennesima prigione mentale e fisica. Così come l’Atlante di Michelangelo ora si trova incastrato e soffocato dal marmo dal quale lo si voleva liberare. Il corpo vittima di un ideale di perfezione, che vive nella dualità fra corpo e spirito perde la sua potenzialità e fa affievolire l’intima conoscenza di Dio. Il nostro corpo non è solo un foglio, ma è un dono. È un luogo che racchiude e conserva il nostro essere persone. Ma senza il contenuto, questo contenitore si ritrova vuoto, involucro senza funzione. Ma il contenuto, senza contenitore diventa puro ideale effimero, incapace di lasciare un segno nella storia, o nei cammini quotidiani, o anche solo di vivere.

Allora cara comunità, che il Signore ci insegno a vivere la nostra corporeità come dono, come qualcosa di cui gioire e di cui essere fieri. Ma soprattutto ci ricordi il nostro essere CHIESA: assemblea di corpi riportati alla vita e alla speranza, che riscoprono insieme di essere un solo corpo, con le persone fratelli e sorelle che Dio ha chiamato insieme a noi. Che il Signore ci aiuti a ricordare ogni giorno il nostro essere stupendi, e a scriverlo sul foglio bianco del nostro prossimo, perché possa ricordarlo e riscoprirsi nella sua totalità corpo-spirito-identità. Persona amata voluta e conosciuta nella sua intimità da Dio. AMEN

Diversità vive

14 maggio 2017

Matteo 21, 14-17

Cara comunità,
Oggigiorno, i giovani non hanno più valore. Nella società, non è loro lasciato spazio per pensare ad un futuro, non è permesso esprimersi totalmente, non trovano luoghi o situazioni nel quale lavorare per affermare la loro identità, non è possibile trovar stabilità lavorativa. Insomma, si è soliti dire “largo ai giovani” oppure “i giovani sono il nostro futuro” ma questi si trovano privati del loro presente. E non c’è bisogno di andare lontano, ma basta guardare fra le panche delle nostre chiese: sempre meno giovani. Si avverte un diffuso disinteresse e incapacità di rimanere sulle radici: magari fanno il catechismo per piacere ai genitori, o comunque non sentono loro quel percorso di fede che si è cercato più o meno di trasmettere in famiglia. Succede che quando qualche giovane decide di impegnarsi nelle chiese, lo si sommerge di aspettative, di ruoli o di responsabilità. Oppure, la reazione totalmente opposta: i giovani non hanno esperienza, sono troppo lontani dalle consuetudini ecc.., quindi meglio che aspettino per portesi prendere delle responsabilità. Vediamo che ci manca un po’ quella capacità di creare un equilibrio sul quale poter costruire un qualcosa in comune.
E in maniera simile, le nostre società non riescono a farsi portavoce delle persone definite come diverse: migranti, donne, comunità LGBT, disabili o portatori di handicap e la lista potrebbe proseguire. Là dove la personalità non corrisponde a dei canoni potremmo dire estetici o di produttività, ci si ritrova direttamente o indirettamente emarginati. E questo si ripercuote anche sulle nostre chiese e sull’attività quotidiana. Il detto “Il mondo è bello perché è vario”, rischia di trasformarsi in “il mondo è diviso, perché è vario”. Le ricchezze che le nostre diversità portano con loro, rischiano di essere schiacciate dai criteri che noi stessi ci creiamo, forse per tutelarci, per darci scurezza…E quando queste corrispondenze non si verificano viene a crearsi un principio di esclusione, che può degenerare in uno scontro: vecchi giovani, donne uomini, colonne portanti delle chiese e nuovi iscritti ecc…
Il racconto del vangelo di Matteo proposto per oggi si apre proprio con questa situazione di scontro. Gesù ha appena cacciato i mercanti dal tempio, criticando così non solo la loro azione di compra-vendita nella casa di Dio, ma soprattutto le persone che lo permettevano, cioè i capi dei sacerdoti e le èlites del tempio. In un momento di massima tensione fra Lui e coloro che lo circondano, egli dirotta l’attenzione sulle parole dette dai bambini, persone giovani e ritenute inesperte, per far risuonare il loro annuncio di speranza nel tempio. L’azione di Gesù porta con sé un nuovo modo di vedere la realtà. Egli in pochi versetti: purifica il tempio, riporta l’attenzione dell’uditorio sulle funzioni da compiere al suo interno e rivaluta le persone che li si trovano. È proprio quest’ultima azione che ci viene descritta nei versetti dal 14 al 17, ovvero un avvicinarsi di Gesù alle persone scartate dalla società, per prendersi cura di loro con i primi (zoppi e ciechi) e dare voce ad altri, come i bambini. Gesù fa una scelta in linea col suo ministero basato sull’amore del prossimo: egli decide di qualificare gli esclusi, creando loro uno spazio non solo nel regno dei cieli, ma già sulla terra. Questa sua scelta scombina la tradizione e indigna la classe dirigente, e facendo ciò altri sono allontanati. Si potrebbe trovare l’eco di questa storia nel dire: “Là dove due o tre si radunano nel nome di Gesù, un quarto è escluso”. Là dove Gesù crea uno spazio sulla terra per gli esclusi, altri si escludono: dove zoppi e ciechi sono guariti e assumono una nuova identità, i mercanti sono cacciati e i sacerdoti si allontanano dal messaggio di Gesù. Chiaramente la difficoltà oggi di pensare al fatto che il discorso di amore di Gesù non sia accolto da tutti, o che a volte il suo agire sia esclusivo, ci spiazza. Siamo soliti parlare e predicare un Gesù venuto per tutti e tutte, senza pensare che non sempre le sue parole sono state la fonte di integrazione, ma di esclusione come per i mercanti o di auto-esclusione, come per i sacerdoti. Forse è compito nostro oggi riconoscere che la venuta di Gesù ha cambiato le carte in tavola, e non tutti sono disposti ad accettare questo cambiamento. L’universalità di Gesù trovò allora e trova ancora oggi terreni non fertili, porte che vogliono restare chiuse.
Però questa è la chiesa di Gesù, ed è anche la nostra. E forse ciò che il Vangelo ci chiede oggi è di provare a vivere la chiesa, creando un dialogo ed un ascolto genuini e reciproci ricordandoci le parole che abbiamo ascoltato prima sempre nel vangelo di Matteo, cioè che le grandi cose a Dio è piaciuto rivelarle ai piccoli, coloro che vivono nella semplicità e nella sincerità. Il centro del brano di oggi, è l’atteggiamento di Gesù: un tentativo di reintegrare coloro che sono esclusi all’interno della chiesa di Dio, facendole sentire allo stesso tempo parte della creazione divina, in quanto persone, ridando a loro una speranza e un nuovo ruolo consapevole. Il Vangelo ci chiama ad essere costruttori-trici di pace, ma questo non corrisponde ad essere perfetti. Oggi siamo chiamati ad essere soprattutto tessitori di relazioni: quelle stesse relazioni che poi costituiscono le basi della chiesa, che siano la fonte dell’energia di cui abbiamo tutti e tutte bisogno. La chiesa, quindi, si dovrebbe pensare come il luogo di incontro fra persone portatrici di differenze: siano di cultura, di storie di doni…differenze che non siano fonte di divisione, ma valorizzate agli occhi di Dio, poiché parte della sua creazione varia e splendida allo stesso tempo.
L’appello che ci rivolge il vangelo con la storia di stamattina è di creare spazi di accoglienza e di annuncio, senza cancellare le differenze che ci caratterizzano. Fare ancora nostro il progetto di accoglienza che Gesù rivolge a quelli che la società del tempo, ma forse non solo, definiva gli outsiders, e creare nuove strade comuni consapevoli dei nostri limiti umani. E probabilmente non c’è luogo più adatto delle nostre chiese per ripensare a questi percorsi: luoghi dove il vangelo annunciato si incarna in una realtà sempre più interculturale, e intergenerazionale. E oggi qui ne abbiamo un esempio, nel gruppo degli studenti LINFA, il laboratorio interculturale di formazione e accoglienza. Loro incarnano il senso del sermone di oggi, cioè che nelle loro diversità che li caratterizzano, possano lavorare per creare dei luoghi metodi e materiali per costruire una chiesa insieme. Luogo che accolga le differenze e trovi in loro una ricchezza e non un motivo per separarsi.
Se ripensiamo alla storia della vocazione di Samuele, letta poco fa, questa ci insegna che è stato Eli per primo capace a riconoscere la chiamata che Dio stava rivolgendo a Samuele. Solo parlandone e confrontandosi con qualcuno diverso da sé, Samuele ha avuto la capacità e la fiducia di dire a Dio: “parla, poiché il tuo servo ti ascolta”. Questo ci invita a ripensare ad una leadership positiva: là dove ci si trova nelle chiese a costruire percorsi che mettano insieme pezzi di storie anche estremamente differenti, è necessario che si creino figure di leader positivi, che sappiano avere uno sguardo lungo ed esterno, per gestire le crisi e i conflitti. La storia di Samuele ci presenta così un sacerdote come Eli che con la sua esperienza, riesce ad indirizzare Samuele a riconoscere la chiamata di Dio ed accettare la sua vocazione.
Cari fratelli e sorelle, il racconto di Matteo si conclude con l’apice dello scontro fra Gesù e i suoi avversari, con le conseguenze che sappiamo. La possibilità che è data a noi oggi attraverso queste parole, è di essere trasformatori delle situazioni di scontro in quelle di comunione fraterna. Un progetto senza dubbio complesso e lungo una vita, ma che può proprio partire da come ci è rappresentato Gesù al versetto 14: egli si prende cura e dà voce agli emarginati. Cercare di imitare quello che fece Gesù, per poter ogni giorno scommettere su di noi e sulla nostra realtà di credenti e di chiesa, provare ad aspettarci l’un l’altro, parlare con semplicità e ascoltandosi, ma soprattutto riconoscendo nell’altro-a un pezzo del volto amorevole di Dio. Solo provandoci e credendoci, potremmo riuscire a fare nostro e gridare come chiesa insieme, la confessione di fede che Matteo mette qui in bocca ai più piccoli: “Osanna al figlio di Davide”.
Ritornando un’ultima volta alla storia di Samuele, ci è detto che a quel tempo le visioni erano rare e la parola di Dio non si faceva udire. Forse, fratelli e sorelle, la crisi che viviamo oggi ci sembra insuperabile, ma come dice questa storia, l’agire di Dio è sorprendente ed inatteso, e ci viene chiesto di vivere nella fiducia che nessuna delle sue parole andrà a vuoto. Che il Signore ci aiuti a sentire ogni giorno di nuovo la sua Parola e ci aiuti a metterla in pratica come credenti, come chiesa, come singoli e singole amate da Dio e chiamate ad amarci gli uni gli altri. AMEN.

Gabriele Bertin

In memoria di lei

9 aprile 2017

Maria di Betania unge il capo a Gesù Lu 7:36-50
Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore  ; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo. Alcuni, indignatisi magari geloso o invidiosi di Gesù, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d’olio? Si poteva vendere quest’olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei. Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un’azione buona verso di me. Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l’unzione del mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei».

 

Cara comunità, oggi è la domenica delle Palme, ricordiamo il giorno in cui la gente aveva osannato Gesù: il Benedetto del Signore.

Oggi è esattamente la domenica che precede il tempo in cui sarebbe avvenuta  la risurrezione secondo il nostro calendario liturgico.

Il testo che abbiamo letto è molto ricco di spunti di riflessione: la donna senza saperlo ha compiuto un qualcosa di buono, che l’ha resa indimenticabile, e Gesù ha ritenuto che quell’azione della donna sia stata  eccezionale…nonostante  i discepoli  manifestassero la loro obiezione a questo gesto. Ciò, però è da non sottovalutare. La loro obiezione di non sprecare quel profumo,  testimonia oggi, che per noi che seguiamo le  orme di Gesù, il fare del bene ai poveri è un compito  doveroso e costantemente da compiere e affidato a noi finché siamo in vita. Come dice il versetto 7 di questo brano: << Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre>>. La povertà e  quindi i poveri ce li carichiamo perché Gesù ha dato la sua vita per loro. Siamo forse  tutti noi quei poveri cominciando da questi suoi discepoli di allora?

L’azione della donna però  è  stata talmente buona che accompagnerà l’annuncio dell’evangelo, quella che sarà la buona notizia che subito dopo questa scena compirà Gesù, soffrendo fino alla sua morte per amore dei suoi discepoli, amici e per l’intera umanità.

Questa è la buona notizia che sarà annunciata, predicata, proclamata insieme all’azione della donna, perché è stata compiuta, nel tempo giusto e nel momento opportuno. Ciò che ha fatto la donna su Gesù e la risposta di Gesù sarà divulgato in memoria di lei, per la gloria del Dio Santo, e diventerà la parola evangelica che oggi stesso  potrebbe rafforzare il senso del nostro vivere, meditando il contenuto di questo brano e ciò che lo seguirà come il racconto della passione di Gesù.

Quello che hanno fatto Gesù e la donna  insieme sono  l’evangelo per noi oggi, perché è stato ritenuto giusto secondo le Scritture, il  Signore Gesù è colui  che ci ha donato  la nostra vita, e appartenendogli  facciamo parte della vita eterna.

Voi  lo credete? Il gesto della generosità e riverenza di Maria (forse di Betania)nei confronti di Gesù, ungendolo dal capo ai piedi con quel profumo, nel contesto in cui è  compiuto, ha inaugurato  il motivo centrale  dell’avvicinamento del tempo della sua passione.

Il titolo di questo brano è Maria di Betania unge il capo a Gesù, ma leggendo il brano ha parlato sempre di una donna .

Comunque, Maria è un nome molto conosciuto nel Nuovo testamento e in particolare in relazione con la vita di Gesù. E con una donna di nome Maria che Gesù ha avuto relazioni profonde nei diversi momenti della sua vita.

Sappiamo che Gesù era nato da una donna che si chiamava Maria. È stata lei che lo ha messo  al mondo. L’ha allevato come un figlio. L’ha fatto crescere in una nazione, in un paese piccolo che si chiama Betlemme. Betlemme, era un paese piccolo, ed è diventato grande a causa sua. Gesù e Maria sono nomi  che come nel nostro brano di oggi sono inseparabili. Le loro storie sono raccontate nel mondo, ovunque. Gesù è diventato  straordinario per quello che ha fatto, così come è stato riconosciuto dagli ebrei- cristiani e dai pagani, dai gentili che sono diventati seguaci suoi, il Cristo di Dio. Così anche  quella donna, è diventata famosa, conosciuta per quello che ha fatto a Gesù prima della sua sepoltura.

Voi, ve lo credete? Infatti, Io credo che quando si compie un’azione buona, è giusto che venga raccontato chi l’ha fatta e a chi l’ ha fatta. Nella vita  di Gesù ci sono  delle cose buone che ha ricevuto da questa donna che si chiama Maria?.  Sì, vi ricordate le due sorelle Maria e Marta e loro fratello  Lazaro l’amico risuscitato da Gesù come ci ha raccontato nel vangelo di Giovanni capitolo 12. E per riconoscenza che questa donna  ha fatto questo gesto di versare l’olio profumato e prezioso a Lui.

Davanti alla gente, ai discepoli di Gesù è stato fatto questo gesto perché diventino e rimangono  degli agenti e dei testimoni  nello stesso tempo.

In una comunità è molto importante questa testimonianza dei personaggi e si riflette anche nella nostra vita ,oggi. Quando una cosa è fatta non sempre siamo tutti d’accordo. Vengono sollevate delle questioni. Alcuni/e dicono come i discepoli in questo racconto che questo profumo si poteva vendere per fare del bene ai poveri(questo è giusto); alcuni  dicono  che il gesto della donna doveva essere fatto allora perché era quello che occorreva. Gesù il maestro ha dato qui la sua valutazione perché non c’era più altro tempo che gli rimaneva, ma nessuno di loro poteva sapere tutto questo e anche lo scopo. Questo è il disegno di Dio della vita di tutti noi, non siamo mai pienamente capaci di scorgere, capire la sua volontà ma il suo compito è di mettere insieme quello che riusciamo a fare per farlo diventare un atto buono.

Infatti, se voi vi ricordate in questi anni qui nella nostra chiesa, quante volte che voi non avete avuto le stesse opinioni nel fare una cosa e questo è normalmente ciò che succede nelle famiglie, nelle comunità, e quindi nella società in cui siamo tutti coinvolti.

Chi ha più potere decide, chi ha più autorità vince, chi è più convincente normalmente ottiene la nostra adesione.  Ma chi è veramente il più giusto? NOI SPESSO NON LO SAPPIAMO! Sì, abbiamo delle motivazioni giuste ma poi si cerca comunque insieme di esaminare tali motivazioni così si sceglie la più giusta da fare , in un tempo determinato, considerando il contesto e anche e sempre seguendo l’esempio di Gesù, ciò che ha detto e  fatto. Così, penso che il nostro racconto ci dica la stessa cosa. Ci testimonia il buono che ha fatto Dio in Gesù, del buono che ha fatto Gesù, e dell’azione della donna IN QUANTO TALE. Questa è la buona notizia: la pienezza del messaggio evangelico si compie in persone scelte da Dio per fare la sua volontà per testimoniare se stesso e quanto è buono per tutti e tutte.

Gesù ha avuto a che fare sin dalla sua nascita con tale nome perché sua madre si chiamava Maria. Era lei la prima donna che ha compiuto la volontà di Dio permettendo che nascesse un figlio, il salvatore del mondo che donando la propria vita l’ha donata a noi.

E nel brano di oggi noi ricordiamo un’altra Maria che con gratitudine e riconoscenza ha voluto con la sua spontaneità versare, dal capo al piede  di Gesù l’olio di grande valore.

Se oggi questo brano dovesse essere raccontato in un film e se oggi fossimo tutti davanti a guardarlo e  io non facessi  una predicazione ora diremmo tutti  che  questo film ci avrebbe fatto molto bene .  L’amato Gesù ha avuto questa giusta e buona occasione di vivere questo particolare momento prima di affrontare la sua  fine martoriato e  torturato.

La donna di questo racconto ha infranto diverse consuetudini di buona educazione secondo il criterio degli uomini di allora ma proprio per questo motivo  ci ha lasciato un insegnamento molto profondo che  il nostro comportamento deve andare oltre all’apparenza. Che Dio continui a illuminare il nostro cammino di  riflessione che ci porta ad agire e che ci aiuti a compiere delle buone azioni secondo il suo criterio. Amen.

past. Joylin Galapon09

Cristo è risorto!

16 aprile 2017

I Corinzi 15,1-11

Care sorelle e cari fratelli,

forse non è usuale predicare per Pasqua su questo brano. In genere si preferiscono i testi dei vangeli che subito ci portano alla memoria il racconto della resurrezione.

Eppure, se riflettiamo bene su questo brano ci rendiamo conto quanto sia vicino al sentire di coloro che non hanno assistito ad un evento, ma ne sentono raccontare.

L’apostolo comincia questo brano con l’affermazione: “vi ricordo il vangelo che vi ho annunziato…” e poi ancora “vi trasmetto come ho ricevuto…”.

È su queste due affermazioni dell’apostolo vorrei che insieme riflettessimo…

Innanzitutto, “vi ricordo”.

Ricordare è importante sia per le persone sia per le società. Per le persone senza la memoria la vita si impoverisce, si perdono comprensione della realtà e relazioni, pensiamo al caso limite di chi è effetto da Alzaimer.

Mentre per le società, senza memoria storica, lo sappiamo bene qui in Italia dove invece si tende a dimenticare persino quanto è accaduto il giorno prima, non si formano nuove generazioni, non si cresce come nazione. La memoria storica, inoltre, permette di comprendere quanto accaduto nel passato così da ottenerne insegnamenti per il presente. Diciamo quando questo avviene.

Come se ciò non bastasse, nel mondo ebraico, da cui proveniva l’apostolo Paolo, al secolo Saul, il campo semantico del ‘ricordare, zacar’ aveva una rilevanza fondamentale per l’ambito della fede.

Pensiamo a tutti i salmi e i testi dei profeti dove il popolo è chiamato a ricordare le azioni di liberazione e di salvezza messe in atto da Dio in loro favore. Eppure questo ricordare biblico non è esclusivamente un esercizio celebrale, ma ha la forza del rendere attuale e vivo un evento del passato.

Nel seder, nel corso della cena pasquale, far memoria di Pesach per gli ebrei significa riviverla in tutto e per tutto, staccarla dal passato e ancorarla alla realtà attuale per farla crescere nella vita dei credenti come il lievito con la farina.

Questo vale per il mondo ebraico, ma in egual misura questo dovrebbe valere per noi cristiani.

Allora c’è da chiedersi qual è il contenuto di questa memoria vivente?

Ecco che allora giungiamo alla seconda affermazione di Paolo, “vi trasmetto”.

Egli è l’ultimo di una serie di testimoni che hanno incontrato il risorto. L’esperienza gli ha cambiato la vita, ma è solo a partire dalla testimonianza di altri che hanno avuto questa esperienza prima di lui che essa assume il valore di annuncio.

In poche righe l’apostolo riassume gli eventi racchiusi nei tre giorni più importanti e fondamentali per la nostra vita di fede: il venerdì quando Gesù “morì per i nostri peccati”; il sabato quando “fu seppellito” e la domenica ove si annuncia che Gesù “è stato risuscitato”.

Eppure quello di Paolo non è un semplice e asettico reportage giornalistico, il suo è un lieto annuncio, è una proclamazione pronunciata con forza: “Cristo è risorto!”

Così semplicemente detto, verrebbe da domandarsi perché questa affermazione dovrebbe avere delle conseguenze nella nostra esistenza!?

E perché senza questa convinta affermazione Paolo sostiene che la nostra fede e la nostra predicazione sarebbero vane?

Se ci pensiamo bene, il cristianesimo è l’unica religione che si fonda sulla resurrezione.

Certo che mettere alla base della fede la proclamazione che Gesù, il Cristo, è stato risuscitato dalla morte, è metterla su un terreno per lo meno insidioso perché volersi confrontare con gli altri a partire da un evento cui nessuno ha assistito direttamente ha del paradossale, soprattutto nella società attuale, secolarizzata e smaliziata.

Meglio per noi sarebbe stato fondare il cristianesimo sulla vita di Gesù, così esemplare e ricca di significato; meglio sarebbe stato fondarlo sul suo pensiero colmo di una grande profondità spirituale e di una forza liberante da essere ammirato da credenti di ogni fede, ma anche da atei ed umanisti.

Meglio sarebbe stato fondarlo sulla suo passione e morte, sul modo con cui ha affrontato il potere religioso e politico del suo tempo e sul modo in cui ha perdonato i suoi carnefici.

Tutto sarebbe più semplice…ma non sarebbe la stessa cosa…

Per prima cosa direi che se non ci fosse stata la resurrezione, non ci sarebbe nemmeno la chiesa come la intendiamo e viviamo.

Al massimo si sarebbe costituita una scuola in cui si sarebbe coltivato il suo pensiero e si sarebbe cercato di diffonderlo.

La chiesa non è fondata solo su un ricordo del passato, ma attraverso lo Spirito di Dio questo passato si fa presente vivo, cosicché la resurrezione di Cristo porta a determinare la nostra resurrezione.

Questo è ciò che accadde quando Egli si presentò in mezzo ai suoi discepoli subito dopo la resurrezione, ed accadde di nuovo il giorno di Pentecoste attraverso lo Spirito Santo facendo di donne e uomini paurosi, scoraggiati e rassegnati dei coraggiosi testimoni di una verità liberante, paradossale e scomoda.

E può accadere ancora oggi tra noi se quando ci riuniamo nel suo nome e condividiamo il pane e il vino, se avvertiamo che lui è davvero presente e vivo tra noi e con noi.

Se, invece, la morte in croce fosse stata l’ultima parola su Gesù, lo sarebbe stata anche per l’umanità, il mondo si sarebbe perduto senza speranza e la morte avrebbe conseguito la vittoria sul Dio della vita.

La nostra fede e la nostra predicazione sarebbero vuote perché non potrebbero proclamare la liberazione dal peccato, perché svuotate della testimonianza del potere salvifico di Dio che restituisce alla vita ciò che è morto.

L’umanità, per conseguenza, verrebbe lasciata alla sua condanna, all’assenza di un Dio che salva e libera.

Insomma l’umanità sarebbe lasciata in balia di se stessa e tutta la creazione con essa.

Per l’apostolo, invece, Cristo diviene il primo tra molti che seguiranno, la sua resurrezione diventa il principio attivo che attrae gli altri a sé verso la loro futura resurrezione.

Gesù Cristo – scrive il teologo e pastore Jorg Zink – …non ha aperto una porta per poi richiuderla subito dopo dietro a sé, ma ha portato via l’intera porta”.

Ecco perché il centro della fede cristiana è e deve essere la resurrezione. Non evento del passato volto a consegnare un alone di divinità al Gesù di Nazareth, figlio di un falegname, ma evento che restituisce la vita, che fonda oggi la speranza e l’azione dei credenti che nella resurrezione di Cristo possono vedere già i segni di quello che sarà il futuro dell’umanità e della creazione tutta.

La resurrezione manifesta la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, della verità che testimoniamo sulla menzogna dei falsi idoli della nostra società, della solidarietà sullo sfruttamento, dell’accoglienza e dell’apertura reciproca all’altro sui muri fisici e mentali, di una pace giusta sulla guerra, sempre ingiusta.

Noi cristiani siamo chiamati a vivere ed operare nella storia umana come ciò che ancora non siamo, ma che ci attende.

Per questo, per noi come lo fu per l’apostolo Paolo, è importante ricordare, credere e trasmettere agli altri che Gesù è il Risorto e che tutto non si è fermato al Venerdì Santo.

Il superamento del morire è nelle possibilità umane, ma il superamento della morte significa resurrezione… – scrive Dietrich Bonhoeffer – a partire dalla resurrezione di Cristo può spirare un vento nuovo e purificante per il mondo d’oggi…Se due uomini credessero realmente a ciò e, nel loro agire sulla terra, si facessero muovere da questa fede, molte cose cambierebbero.

Vivere a partire dalla resurrezione: questo significa Pasqua

Amen

 

Past. Mirella Manocchio

 

 

Dio parla anche alle persone senza volto

2 aprile 2017

Genesi 3,1-21

Spesse volte mi è capitato di parlare con persone che di recente si erano avvicinate alle nostre chiese o con amici cattolici, critici nei confronti di manifestazioni e dettami della loro propria ecclesiologia.

Il discorso scivolava facilmente sulle ragioni del loro avvicinamento al protestantesimo e la risposta più frequente era che nelle nostre chiese si respira un’aria di maggiore libertà, un’assenza di costrizioni, intendendo non la mancanza di una chiara visione di fede e il cedimento al libertinismo godereccio, ma invece l’assenza di un atteggiamento dogmatico, vincolante il pensiero e la coscienza.

Certamente, care sorelle e cari fratelli, un bell’apprezzamento per le nostre comunità, figlie di quella Riforma che aveva visto nel ritorno alla parola dell’Evangelo, della Scrittura, il centro della sua predicazione.

La Riforma che, mettendosi sulla scia di quanto predicato dall’apostolo Paolo, ha voluto aiutare uomini e donne a divenire adulti, a divenire persone mature, autonome, capaci di libere scelte perché da Dio stesso chiamate a libertà.

Un discorso quello di Paolo e della Riforma non facile da portare avanti soprattutto nell’odierna società italiana in cui due fronti, uno esterno –potremmo dire- e uno interno al protestantesimo, sottolineano con forza la medesima tendenza: porre i credenti nuovamente sotto il vincolo della legge.

Da una parte, è la chiesa cattolica che propone i suoi dogmi etici su problemi di scottante attualità, come i matrimoni omosessuali, la procreazione assistita, l’eutanasia, cercando come sempre di costringere il nostro paese, laico per costituzione, a farne leggi dello stato, vincolanti per tutti i cittadini.

Dall’altra, vi sono le chiese evangelicali, pentecostali e carismatiche, in genere molto conservatrici che insistono sull’osservanza di prescrizioni relative al fumo, alla sessualità, all’abbigliamento come lasciapassare per l’appartenenza a queste comunità di credenti.

Paolo sottolinea però con forza che non è certo ridurre il Vangelo di grazia ad una nuova legge che farà di noi veri figli e figlie di Dio. Infatti, “Cristo ci ha liberati, perché fossimo liberi”; ma nemmeno il lasciarsi vivere permettendo che nelle nostre comunità e nel mondo si creino situazioni di ingiustizia che finiscano con il ledere la libertà stessa. Non è facile portare avanti la propria vocazione di credenti senza cadere in questi due estremi, mantenendo alto il valore della libertà, del rispetto e dell’amore per tutti. Lutero ci ha dato una splendida sintesi di questa visione di vita nel suo scritto del 1520 ‘La libertà del cristiano’:

«Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno.
Un cristiano è un servo volenteroso in ogni cosa, e sottoposto ad ognuno»

Questa è quella che paradossalmente Paolo chiama nel capitolo sesto della lettera ai Galati, la legge di Cristo: essa non è un peso gettato dal più forte sulle spalle del più debole e non è nemmeno un giogo che il Signore ci chiede di portare da soli. È, invece, l’ascolto condiviso della Parola di Dio, la ricerca comune e comunitaria di uomini e donne che riconoscono in Cristo il loro Signore e liberatore, colui che ha fatto di ognuno di noi figli di Dio, eredi per grazia. Entra qui in gioco allora, come l’altra faccia della medaglia libertà, la responsabilità.

Rispondere di sé e delle proprie azioni è proprio la libertà più difficile.
Credo che il testo di Genesi mostri in tal senso proprio la nostra difficoltà umana nel recepire questo senso più profondo della libertà come responsabilità.

Questo testo è quel che gli esegeti chiamano un racconto eziologico, un racconto cioè che spiega l’origine di eventi e situazioni che ogni persona ha sotto gli occhi.
In esso si rispecchia l’enigmaticità dell’esistenza umana che diventa comprensibile solo attraverso la polarità tra nascita e morte, tra gioia e dolore, tra vetta ed abisso.

Qui è messa in scena l’enigmatica forza della tentazione e della seduzione che appartiene all’essere umano, indica insomma un limite dell’uomo.
Di tutto il lungo racconto di Genesi vorrei soffermarmi su una scena in particolare: quando Dio sul far della sera cammina nel giardino dell’Eden e con voce sommessa chiama Adamo chiedendogli “Dove sei?”.

Ogni volta che leggo questo testo, mi sembra di vedere la reazione che tutti i bambini hanno dopo aver commesso una marachella alquanto grossa. Anche a me è successo di fare qualcosa che non dovevo mentre i miei erano assenti. Tipo bisticciare con mio fratello, oppure rompere il vaso preferito da mia madre che centomila volte mi aveva detto di non toccare, di non prendere dalla mensola nel salotto perché fragile. Mi ricordo benissimo che la prima cosa che ho fatto, sentendo la voce dei miei genitori che rientravano a casa, è stata quella di nascondermi e poi, sapendo che non avevo dove scappare, di cercare una qualche giustificazione alla mia malefatta.

Adamo ed Eva si comportano esattamente come dei bambini: cercano di nascondersi, ma scoperti cercano una giustificazione alla loro azione.
È proprio in questo preciso istante che il vaso – diciamo così – va in frantumi: Dio sa benissimo cosa è accaduto, ma non punta l’indice accusatore contro la coppia primigenia, piuttosto offre loro la possibilità di spiegarsi, di ammettere l’errore.

Adamo invece di accettare lo sbaglio accusa Eva, “la donna che tu mi hai messa accanto” rimbrotta a Dio.

Il vaso comincia a frantumarsi, l’equilibrio si sta rompendo: la donna che prima era per l’uomo, “ossa delle mie ossa e carne della mia carne”, la compagna ideale, diviene nemica, e sottilmente Adamo accusa Dio di questo, poiché è lui che le ha posto accanto la donna che l’ha spinto verso la trasgressione. Eva a sua volta incolperà il serpente.

Ecco andato in frantumi l’idilliaco rapporto tra uomo e donna, tra la creatura umana e il suo Creatore, tra gli esseri umani e la natura.
Dio ha offerto all’umanità uno spazio di libertà nel quale accettare le proprie responsabilità, ma Adamo ed Eva hanno preferito rimanere bambini, non divenire adulti.

E Dio li ha accettati per quello che erano: ha fatto per loro delle tuniche di pelle, ben più solide delle foglie di vite, affinché si potessero proteggere dalle difficoltà della vita. Allo stesso modo, Dio ha continuato ad occuparsi di tutta l’umanità: ci ha dato Gesù Cristo, suo figlio affinché potessimo finalmente divenire liberi, liberi da noi stessi, dal nostro farci bambini ed accettare anche la responsabilità che questa nostra libertà comporta. Non come un peso, ma come atto liberatorio: “si, sono stato io!”

Care sorelle e fratelli,

mi fermo qui.
Ognuno può e deve fare le sue riflessioni su cosa significa essere figli e figlie di Dio, eredi della grazia, chiamati a libertà.
Cosa significa essere membri di una comunità dove insieme si ricerca la volontà di Dio, si discutono i problemi e infine si rispettano, senza giudizi e senza scomuniche, le decisioni che ciascuno si assume in libertà e responsabilità.
Cosa significa essere credenti che vivono come cittadini di un mondo in cui la libertà e il rispetto di ogni singola persona sono troppe volte messe sotto i piedi, sono atterrate dal nostro non voler vivere la nostra responsabilità.
Amen

past. Mirella Manocchio

Liberazione

26 marzo 2017

Cari fratelli e care sorelle,

Oggi voglio iniziare da un avvenimento storico…

Ci troviamo nel 1943, nello specifico: il 10 Luglio del ’43: in piena seconda guerra mondiale.

In questa data, gli alleati – Stati Uniti ed Inghilterra – dopo una dura e vittoriosa battaglia contro le forze nemiche Nazi-Fasciste nel continente Africano, riuscirono ad aprire un varco fondamentale nel territorio europeo, sbarcando in Sicilia.

L’intento era quello di usufruire di questo nuovo fronte per attaccare direttamente e sconfiggere definitivamente, uno dopo l’altro, le forze fasciste (Italia) e in fine quelle naziste (Germania).

Quello che però accadde in seguito a tale data, purtroppo non fu delle più piacevoli. Mussolini fu imprigionato, il Re strinse un’alleanza con gli alleati, e i tedeschi, sentendosi traditi, invasero il nostro territorio. Ci vollero circa 2 anni, grazie alla continua lotta delle forze alleate e dei partigiani, per liberare passo dopo passo la nostra nazione.

Per questo motivo, in memoria di quell’evento, il 25 Aprile è stata stabilita una festa. Ogni anno infatti, in questo giorno, le principali piazze italiane si riempiono di cittadini che ricordano e testimoniano degli avvenimenti accaduti in quell’epoca.

Dopo questa breve introduzione, cari fratelli e care sorelle, immagino vi stiate chiedendo il motivo di tale scelta…

Ebbene, il motivo per cui ho deciso di iniziare facendo un piccolo ripasso storico, è perché i versetti della predicazione di oggi, e la festa del 25 Aprile, hanno qualcosa in comune.

Dalla lettera ai Romani 8,12-15 leggiamo:

[12 Così dunque, fratelli, non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne, 13 perché se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete. 14 Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio. 15 E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»]

A primo impatto, immagino non sia facile intuire un collegamento tra l’introduzione e i versetti appena letti.  Ma a parer mio, ovviamente in forme non proprio identiche, ciò che li accomuna è il tema della LIBERAZIONE.

La differenza risiete nel fatto che, diversamente dalla nostra ricorrenza nazionale, la liberazione di cui l’Apostolo Paolo ci parla in questi versi non è DA UN NEMICO ESTERNO che con violenza e arroganza viene e prende il dominio di noi e delle nostre proprietà. Il nemico di cui l’Apostolo ci parla, convive con noi, ci conosce fin da quando esistiamo…perché egli/esso/essa, siamo noi stessi: la nostra CARNE!

Certo…quando sentiamo parlare di CARNE nel contesto biblico, viene naturale pensare a peccati come LUSSURIA, GOLA, SUPERBIA, il che non è tutto sbagliato…

Ma la causa in principio di tutto ciò, secondo Paolo, è uno stile di vita che mira a soddisfare solo i propri bisogni – IO al CENTRO di OGNI VALORE.

E la carne, o meglio il nostro pensare principalmente a noi stessi, cari fratelli e care sorelle, in questa lettera VIENE descritta dall’Apostolo come una grande potenza: ancora più potente della LEGGE, in quanto essa non sia stata capace di reprimerla.

Per questo il Signore, mediante il sacrificio vivente nella persona di Gesù Cristo, suo Figlio, ad un certo punto della storia, ha deciso di SALVARE le sue creature, dandogli la possibilità di sconfiggere questa POTENZA della carne, mediante un’altra POTENZA – che oserei definire, la potenza di vita: il suo SPIRITO.

Per questo motivo e con questa certezza, Paolo invita i destinatari della sua lettera a non essere più schiavi della carne, siccome il suo frutto porta solo alla morte, ossia all’allontanarsi da Dio e dalla sua volontà, ma a ricevere e seguire questo SPIRITO, che dà VITA.

Ma come seguire questo Spirito viene da chiedersi…

A mio avviso, un suggerimento ci è dato dall’ evangelo secondo Giovanni. Gesù, nel suo lungo discorso di commiato, disse ai suoi discepoli:

15 «Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16 e io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Consolatore perché sia con voi per sempre: 17 Lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi.»

Dunque caro fratello e cara sorella, osserviamo i comandamenti di Cristo affinché il Suo Spirito dimori in noi.

È solo seguendo il suo invito, che si riassume con l’amore verso Dio e verso il prossimo, che riusciremo a liberarci da noi stessi.

Con Cristo come nostro CAPO, non ci sarà più un IO al CENTRO di OGNI VALORE…e finalmente, riusciremo ad accorgerci di come utili e necessari possiamo essere nei confronti di chi è meno fortunata di noi.

“E voi – prosegue l’Apostolo nella sua lettera – non avete ricevuto uno spirito di servitù – ovvero che ci chiama al servizio – per ricadere nella paura – ossia alle dipendenze della carne – ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!»

Devo confessarmi, cari fratelli e care sorelle, che questo passaggio mi piace assai. Perché per l’ennesima volta, mediante il dono della salvezza, Dio non solo ci chiama alla libertà e alla riconciliazione…ma va oltre ad esso… ci permette ADIRITTURA di essere suoi figli e sue figlie: per ADOZIONE.

Come sappiamo, uno solo è Figlio – Generato e non creato. Ma grazie al sacrificio di questo Suo Figlio, anche noi oggi, CREATURE del Signore, possiamo entrare a far parte della famiglia di Dio, avendo la possibilità di rivolgerci a Lui come Gesù faceva, chiamandolo ABBA/PAPÀ/FATHER/TATAY.

Perciò cari fratelli e care sorelle, ricollegandoci alle righe iniziali del sermone, come la nazione italiana e molte altre nazioni, anche noi POPOLO di DIO, abbiamo un giorno dedicato alla memoria della nostra liberazione: la Domenica. Esso è sì il giorno di RIPOSO, ma non per rimanere a casa e dedicare tempo solo a NOI STESSI…ma per festeggiare insieme ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, cantando inni e ascoltando LA PAROLA, il gran dono di LIBERAZIONE che abbiamo ottenuto GRATUITAMENTE dal nostro PAPÀ. _ AMEN

 

Kassim Conteh

Io sarò per voi

12 febbraio 2017

Esodo 3,1-14

Nelle settimane passate poco dopo l’attentato di Berlino, mi ricordo di aver assistito ad un susseguirsi di servizi televisivi e articoli che cercavano di capire le ragione del gesto dell’attentatore, il tunisino Anis Amri, partendo dalla sua storia, dai suoi dati biografici.

Insomma la domanda ‘perché l’ha fatto?’ era strettamente collegata all’altra: “Chi era Anis?”

In questo brano di Esodo due sono i personaggi che si muovono sulla scena e di entrambi qualcosa si sa, qualcosa si svela, qualcosa cambia.

Se certamente nel brano i personaggi sono due, è Dio colui che muove l’azione: tutto quel che accade in questo momento e che accadrà nella vita di Mosè avviene per iniziativa divina.

E Dio, per far risuonare la sua voce, per iniziare questa relazione con Mosè che avrà carattere personale e dialogico, sceglie una localizzazione non tradizionale e non religiosa, ma che nella Bibbia ha un valore altamente simbolico: il monte Horeb. Luogo fondamentale anche per un altro incontro, quello di Dio con il profeta Elia, e che porta ad un altro tipo di Esodo: il profeta che esce e lascia la caverna per andare in missione.

Ma torniamo al nostro testo e qui ciò che cattura l’interesse di Mosè e lo muove all’incontro è una visione. “La curiosità conduce alla vocazione” scrive l’esegeta Fretheim.

La visione del pruno che arde senza consumarsi non è, però, solo un fatto accessorio, ma aggiunge qualcosa all’ascolto perché Dio si presenta come colui che viene incontro e si rivela non solo a livello celebrale, ma afferrando la persone che ha scelto nella loro completezza, nella loro totalità anche carnale.

È un Dio che utilizza la natura come un suo strumento per rivestire quel che naturale non è, un Dio che infrange le leggi della natura per suscitare l’incontro, eppure lo fa attraverso “un’apparizione umile”, osservano i rabbini, come ad offrire all’umanità la possibilità di entrare in un dialogo genuino con lui.

Infatti, in questo incontro Dio non chiede a Mosè, e a tutti coloro che Egli sceglie e chiama, di auto-annullarsi: non siamo destinatari passivi, ma interlocutori attivi, e spesse volte oppositori.

In effetti, se ci pensiamo bene, qualcosa del genere accade a Mosè che, dopo essersi avvicinato per vedere il pruno ardente, quando comprende chi ha dinnanzi nasconde la faccia. Normalmente si è portati a pensare che questo sia un atto di deferenza, di rispetto nei confronti della maestà divina.

Però si potrebbe tentare un’altra spiegazione e sono proprio l’atteggiamento e le parole divine, secondo me, ad offrircela.

Dio si presenta come colui che ha un legame storico e affettivo con Mosè perché è il Dio dei suoi padri, degli antenati.

Ma Egli è anche colui che ha visto la sofferenza del popolo d’Israele che egli definisce il suo popolo.

Dio non osserva la sofferenza da fuori, ma se ne sente personalmente coinvolto e la partecipazione empatica, che poi diviene azione, è marcata proprio da quel ‘vedere’.

Il volto di Dio che guarda verso l’essere umano è per il salmista segno di relazione e favore divino, ma anche noi esseri umani nel voler istaurare o meno una relazione guardiamo chi ci sta innanzi o distogliamo lo sguardo.

E quante volte capita di farlo di fronte alle insopportabili sofferenze di tante vite umane?! Quante volte distogliamo lo sguardo per non essere toccati dalla sofferenza?!

Ma Dio no. Dio guarda, osserva, ascolta il grido di dolore e si muove incontro all’umanità per liberarla da ciò che provoca sofferenza, schiavitù.

Non un movimento per migliorare la situazione di questi derelitti rendendola più accettabile, ma una radicale e totale liberazione.

Questa comprensione del Dio Uno come sorgente di libertà umana si sviluppa attraverso tutti gli scritti dell’Antico Testamento fino al Nuovo trovando nell’Abbà Padre di Gesù la sua piena manifestazione.

Ma la storia di relazione tra Dio e Mosè fa qui un salto in avanti perché da questo incontro sulla scia di una promessa di libertà nasce anche la vocazione dell’essere umano a partecipare a questa liberazione.

Ed ecco che quella chiamata per nome cui l’ebreo fuggitivo riparato a Madian aveva risposto prontamente ‘Eccomi’, viene ora come fermata dalla titubanza umana: “Chi sono io per partecipare a quanto mi chiedi? È compito troppo arduo per la mia pochezza”.

In queste titubanti parole di Mosè, colme di falsa umiltà e di molta provvida viltà, tanti di noi e le nostre chiese nel complesso possono tranquillamente rispecchiarsi…

A questa, che è solo una delle otto obiezioni che l’eroe di Israele solleva per il suo mandato, Dio replica asserendo che Egli stesso starà con lui in tutto quello che intraprenderà.

L’io di Mosè sarà sempre accompagnato dall’Io divino, da quel Dio che lo conosce, che conosce Israele e la sua sofferenza e che conosce chi siamo noi.

Ed in effetti, Dio non chiama persone qualificate, ma qualifica le persone che chiama cui assicura la sua presenza costante e per conseguenza anche la certezza della vocazione anche se una tale consapevolezza giunge a Mosè come segno, e anche a noi direi, solo dopo che gli accadimenti sono avvenuti.

Al momento possiamo andare solo con la fiducia in questo Dio che sarà con noi, cui fa da pendant teologico la domanda retorica: “E se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm. 8,31b)

La stessa fiduciosa domanda che un Wesley ormai anziano e privo di forze fisiche, ma non certo mentali e spirituali, rivolgeva in una lettera al deputato americano anti schiavista, William Wilberforce per sostenerlo nel suo impegno di liberazione.

Ebbene nel dialogo serrato che avviene tra l’essere umano e il divino ecco che sorge un’altra domanda che si lega alla prima: dal “chi sono io?”, Mosè passa al “Chi sei tu che prometti di camminare con me?”

La disponibilità umana si incontra con la disponibilità divina.

Dio si rivela interagendo con l’interlocutore umano che lo interroga.

Ecco che qui si presenta uno dei versetti su cui si sono maggiormente spesi i traduttori, gli esegeti e i teologi, quello che indica il nome divino: “elyeh asher elyeh” composto da una voce del verbo essere in ebraico, ripetuta due volte alla prima persona al singolare, più un pronome personale.

Questa frase è normalmente tradotta con “Io sono colui che sono” o “Io sarò quel che sarò”, ma potrebbe anche essere tradotta, e più correttamente secondo Fretheim, “Io sarò quel che sono/Io sono quel che sarò” che indicherebbe “Io sarò Dio per e con voi” quindi non solo ora ma pure nel futuro.

E allora quel “Io sarò con te” detto a Mosè al versetto 12 anticipa l’indicazione del Nome divino.

Pertanto nell’indicare il suo nome, il Signore esplicita anche la sua relazione con il popolo d’Israele e l’umanità tutta perché se da una parte vi è il legame con la storia del popolo attraverso l’essere il Dio dei patriarchi, dall’altra vi è pure in quel “Io sarò Dio per voi” un impegno forte ad essere una parte della storia attraverso un legame personale anche con i singoli che questo popolo compongono.

Ma far conoscere il proprio nome implica pure una certa vulnerabilità e un mettersi a disposizione di coloro, in ogni tempo, di cui si ascolta il grido di dolore.

Questo vale per Dio che si rivela e definisce nel suo nome relazionale, ma vale anche per l’eroe e profeta del mondo ebraico che nella sua chiamata in missione, nel cammino di fede con il Creatore del cielo e della terra, scoprirà pure la sua identità.

Un progetto e una rivelazione in divenire.

Sorelle e fratelli,

se Dio è il Dio per noi che ci chiama, la nostra missione in quanto singoli e come chiesa metodista è, come quella di Mosè, di cooperare a liberare il popolo dall’oppressione e riconoscere agli altri il diritto alla libertà.

La chiamata ci può giungere ogni giorno in un luogo che non è sacro per definizione, ma che lo diventa in virtù di questo incontro. E Dio si incontra con noi nella nostra unicità e ci coinvolge in una missione di salvezza dove ognuno di noi è chiamato a svolgere la sua parte unica, irripetibile.

Anche nel nostro vagare distratto, annoiato, possiamo inciampare nei nostri pruni ardenti – sono le brucianti opportunità che Dio ci offre per catturare la nostra attenzione nel quotidiano.

Ci lasceremo cogliere dallo stupore e dalla curiosità per una passione che nel bruciare non si consuma?

“Suolo sacro” per noi anche in assenza di templi, di chiese, perché da questo evento noi udremo la voce di Dio che ci chiama per nome, come chiamò l’ebreo fuggitivo, e da questa chiamata fa nascere la nostra vocazione che è pure un impegno per l’umanità, come lo esprimeva Wesley sintetizzandolo nel motto: “la mia parrocchia è il mondo”.

E Dio, il nostro Dio, “il sarò per voi” fornirà a noi suoi chiamati gli strumenti necessari, non per farci saltare in aria come il presunto Dio del giovane tunisino, ma per farci partecipi di un’azione di liberazione in una situazione di abbandono e di degrado che sembra essere senza via di uscita, eppure non lo è se Dio è con noi.

Amen

Pastora Mirella Manocchio

 

 

 

 

 

 

 

Letture bibliche: Matteo 17,1-9; Romani 8,31-34

La missione di Mosè

5  febbraio 2017

 

Esodo 3,1-14

Il pruno ardente; la chiamata di Mosè
At 7:30-34 (Es 2:23-25; 6:2-8) Am 7:14-15
1 Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. 2 L’angelo del SIGNORE gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
3 Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» 4 Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». 5 Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». 6 Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d’Abraamo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
7 Il SIGNORE disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. 9 E ora, ecco, le grida dei figli d’Israele sono giunte a me; e ho anche visto l’oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. 10 Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo, i figli d’Israele».
11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall’Egitto i figli d’Israele?» 12 E Dio disse: «Va’, perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

 

La missione di Mosè
De 32:3; Es 4:28-5:4
13 Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?» 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi”».

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

il 15 gennaio, il nostro un giorno una parola ha proposto di interrogarci sulla richiesta di Mosè a Dio di farsi vedere, di rivelare il suo volto.

Dio non ha esaudito la sua richiesta ma gli ha fatto sapere che assicurerà a lui la sua bontà, il suo nome, la sua grazia e la sua pietà.

Oggi facciamo un passo indietro perché l’incontro di Mosè con Dio è successo per un motivo preciso,  per un incarico,  per una missione. Dio disse: <<Io ti mando, va!>>.

Ciò che farà Mosè dopo questo incontro è di eseguire la richiesta di portare alla libertà il popolo di Israele dalla mano del Faraone.  Mosè sarà quello che dovrà far uscire gli israeliti dalla casa di Egitto.

Da questo intervento Dio  sarà riconosciuto il liberatore, colui che è, colui che opera attraverso l’uomo che sceglie.

È  attraverso questa persona  che  manifesta la sua potenza.

E  in cambio sarà lui(il Dio) proclamato e adorato dalla comunità dei credenti liberati.

Il monte Oreb diventa santo perché lì si incontrano l’adorato e gli adoratori a partire dall’incontro di Dio e Mosè.

Il monte Oreb è il luogo di una conversazione intima: il luogo di preghiera

Dio e Mosè si sono parlati, Dio ha profetizzato sull’ obiettivo da raggiungere.

Per un lungo tempo, Dio e Mosè  devono proseguire insieme il cammino per una buona causa, per liberare un popolo dalla sofferenza creata da un altro.

Questo significa che anche  oggi,  in primo luogo,  Dio continua a chiamare un uomo  per un compito ben preciso da svolgere. Non importa quando ciò avvenga.  In secondo luogo il chiamato diventa uno che porta avanti questo compito per l’altro o per gli altri.

Gli israeliti saranno liberati dalla schiavitù degli egiziani.

Essi saranno liberati dalla mano, dal dominio di un altro popolo.

Il Dio dei padri (Abramo, Isacco e Giacobbe) è quello che manderà Mosè a compiere il compito di liberare un popolo, il popolo di Israele.

Mosè mostra curiosità durante il primo incontro con Dio.

Mosè, che accompagnava il gregge di suo suocero Ietro , deve cambiare mestiere e assumere un compito molto importante e come diciamo spesso  servire Dio e fare la sua volontà è un compito serio. E uno non si sente spesso all’altezza o in grado di farlo. Solo con Dio si può fare: <<io posso con colui che mi fortifica>>come dice l’apostolo Paolo.

L’umiltà è un atteggiamento molto positivo da acquisire anche per la nostra comunità come chiesa, perché come dice ancora  l’apostolo Paolo: << noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi>>.

Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a esaminare meglio questa grande visione e come mai il pruno non si consuma! Questo fatto avvia una comunicazione tra Mosè e Dio. << Il SIGNORE vide che egli si era mosso per andare a vedere>>. Mosè è andato a focalizzare meglio quella visione, fatta dall’angelo del Signore  e  Dio  ha visto che lui si è mosso.

Molte volte ci sarà capitata questa esperienza e a causa della nostra curiosità siamo andati oltre. Per un tempo abbiamo, probabilmente, abitato in un luogo con i nostri cari e per stare con loro ci siamo fermati.

Poi, magari, per alcuni di noi vedere una fotografia bella di un  paesaggio, di una città bella da visitare ha cambiato la nostra vita.

Altri e altre a causa di un incontro hanno fatto insieme un lungo cammino come nel caso della vocazione  matrimoniale. Un patto di due persone credenti porta a   sperimentare e vivere un matrimonio vissuto cristianamente perché Dio le impegna a compiere questo incarico.

Andare e vedere con i nostri occhi una cosa, incontrare una persona può essere sempre  un punto di partenza. Così è successo a Mosè. Con la sua curiosità, certo, non si aspettava questo compito. Il mondo si apre davanti a noi dopo una semplice curiosità.

Io sono in partenza.

Andrò a Chicago e per 2 mesi cercherò di raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissata. Ho fatto un progetto in cui mi sarei impegnata a focalizzare il mio tempo analizzando il programma sull’ essere chiesa insieme, negli stati uniti a partire dalla chiesa presbiteriana di Edgewater e fare un confronto con la nostra esperienza in Italia.

Ma  il racconto di questo episodio mi fa pensare che la mia curiosità di conoscere una parte del popolo statunitense e un paese nuovo potrebbe portarmi a riconsiderare le mie idee e di conseguenza la direzione della mia vita.

Penso che questo possa essere capitato a molti di noi se non a tutti noi. Andiamo a vedere  un posto nuovo e Dio si fa vedere e lì che ci accorgiamo che è sempre presente per condurci e guidarci. Entra nella nostra vita per potenziare la nostra capacità di affrontare la realtà e ci conduce a vivere una vita più vasta e più ampia.

In questi  giorni ho avuto degli incontri con alcune e alcuni di voi. Ogni incontro è stato molto intenso perché il vostro racconto di vita e le vostre esperienze  sono state molto interessanti.

Il vostro scopo di venire a Roma per studiare o lavorare non è stato solo raggiunto e ottenuto ma a ciò si è aggiunto anche qualcosa di molto più importante: quello di aver trovato un compagno o una compagna di vita per fare un cammino insieme.

L’incontro, poi, la decisione di stare insieme e fare un percorso di vita e di crescita è ciò che succede a noi tutti quando decidiamo di stabilirci in un luogo. Il luogo in cui possiamo liberamente stabilire e costruire la nostra vita, casa e famiglia.

Quanti di voi , nostri fratelli e sorelle italiani, sono venuti  a Roma da un’altra città? Anche noi tutti stranieri che siamo venuti da più lontano impariamo a capire che siamo andati via dal nostro  paese, da una cultura diversa ma abbiamo deciso di restare qui per una ragione specifica. La realtà della vita la creiamo noi, l’ambiente dipende da noi: <<il mondo cambia quando cambiamo noi>>. Dio ci accompagna nella nostra curiosità e ricerca continuamente.

Per noi credenti che abbiamo osato  allontanarci dalle nostre  origini  e dalla nostra terra ci accorgiamo forse di più  che Dio ci ha accompagnato dove siamo arrivati.

Siamo cambiati tanto da quando abbiamo deciso di andare via. Come  Mosè che ha detto: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» forse anche noi abbiamo pensato <<vado la’ a vedere e, quindi, a sperimentare una realtà diversa da quella che abbiamo sempre fatta  >>

Questa scelta diventa  punto di partenza per  scoprire una nuova strada  con il Dio nostro che vive insieme a noi.

Grazie a questa esperienza di Mosè scritta nella Bibbia,  libro scritto dagli uomini ispirati da Dio, abbiamo un quadro chiaro della vita di un uomo credente.

Chiaro nel senso che c’è un punto di partenza dell’uomo nel suo cammino, un progetto  da realizzare,  ma poi lungo il cammino ci saranno altre  tappe per raggiungere ciò che Dio vuole per ciascuno/a di noi.

<<Le vie del Signore sono infinite>> perché ha infinite  vie che percorre  con noi.

Noi scegliamo e ci accompagna per una buona causa.

Ha ragione Dio quando disse a Mosè <<tu non mi puoi vedere>>(in questo senso che  il volto di Dio è presente nel suo percorrere la terra con noi tutti.

Dove siamo c’è anche il nostro Dio: <<l’io sono colui che sono, o io sarò colui che sarò>> il vivente è proprio il Dio dei nostri padri: Abramo, Isacco, Giacobbe.

Cara comunità, se oggi abbiamo ricordato attraverso il libro dell’ Esodo, il Dio santo che ha scelto Mosè  per liberare il popolo di Israele, ciò rinnova la nostra consapevolezza del nostro essere stati liberati e siamo liberi di fare ciò che è bene per noi e per gli altri.

Vito Mancuso, un professore universitario,  ha scritto  un libro di recente  intitolato: <<Il coraggio di essere liberi>>. Rifacendomi al suo pensiero, ricordiamo di essere già stati liberati da Dio, quindi ciò che dobbiamo fare è di vivere veramente la nostra libertà.   È contro la volontà di Dio che  l’uomo domina un altro uomo nel senso che  lo schiavizza, lo maltratta, lo fa lavorare duramente per il suo interesse. Come adesso c’è un popolo che soggioga(sottomette)  un altro popolo.

Ora, Donald Trump, il presidente neoeletto degli stati uniti ha cominciato a governare il popolo americano. Vuole implementare un governo che limita il flusso migratorio fra i popoli. Un pensiero, un’idea che vuole innanzitutto selezionare, delimitare, confinare. Alcuni  popoli stranieri non hanno più la  possibilità di entrare negli stati uniti quindi non è più un paese democratico, perché non tutti  avranno più la possibilità di accesso.

Penso che sia difficile giudicare questo fatto giusto o meno, ma come  credente io credo  che lui debba rendere conto a Dio, in qualità di capo di una parte d’umanità che deve dare una mano ad emancipare. Lo scambio di popoli immigrati che hanno dei talenti porta sempre un beneficio e una crescita a un paese come gli stati di America. Quando parliamo però di povertà nelle sue varie sfaccettature, l’aiuto deve essere un compito perenne ovunque siamo. I poveri ci sono sempre e vanno aiutati.

Dio e Mosè hanno parlato di liberazione, ognuno ha il dovere di lottare per non essere sottomesso quindi per essere libero. Dio tramite Mosè ha operato, ha lottato insieme a lui perché un popolo fosse liberato. Si lotta con Dio per una buona causa. Dio ci ha donato la nostra libertà per fare la sua volontà e questa libertà non vuol dire essere liberi di fare quello che vogliamo, ma liberi per liberare l’altro che  è oppresso. Dio ci guarda e vede le nostre mosse e conta molto sul nostro operare.

Penso che sia molto importante  farci guidare e accompagnare  da lui in questo senso, finché viviamo come suoi popoli liberati dai nostri peccati.

Dal tempo in cui Dio è sceso a dimorare fra noi, egli non ha smesso di cercare e trovare nella storia degli uomini coloro che potevano liberare gli oppressi dagli oppressori.

In questo racconto Dio ci svela di nuovo che ha bisogno di persone che dicano come il canto che abbiamo cantato nel coro: <<Eccomi Signore, è proprio io Signore/Here I am, Lord, is it I Lord?>>.

Che il Signore diriga i nostri passi e che ci accompagni nelle nostre scelte di vita. Amen.

 past. Joylin Galapon