No alla violenza sulle donne

20 novembre 2016

Giudici 11,29-40

Care sorelle e cari fratelli,

eccoci confrontati con un testo che spesse volte, forse troppe volte, è stato utilizzato per evidenziare la differenza sostanziale tra il Dio cristiano, un Dio di misericordia e grazia, e il Dio dell’Antico Testamento, un Dio vendicativo e crudele.

E del resto leggendo il brano velocemente non è forse questa l’impressione che se ne può trarre?

Il Signore concede la vittoria al condottiero Iefte sugli Ammoniti e questi per contraccambio offre a Dio quanto gli spetta per aver rispettato il patto!

E chi ne fa le spese?

La giovane e innocente figlia di Iefte!!

Il 25 novembre verrà celebrata la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne e le tante morti che si ripetono a scadenze ravvicinate in Italia e nel mondo.

Noi oggi abbiamo voluto anticipare questo tema per poterci riflettere insieme…

Nel testo di Giudici che vi ho proposto per la nostra riflessione uno dei protagonisti della storia è questa giovane donna, sacrificata da un uomo, suo padre, sull’altare della religione!

Ma chi è questa giovane donna?

Di lei sappiamo che è figlia devota e obbediente.

E poi? E poi praticamente nulla…

Ecco vorrei soffermarmi con voi su quel che manca in questa storia.

In questa storia manca la figura della madre.

Manca una figura femminile che sia di guida e sostegno a questa giovane donna, soprattutto in un frangente così difficile.

E a volte riflettendo sulle dinamiche interne al genere femminile o nei casi di violenze sulle minori, non è forse vero che le madri siano come assenti, pallide figure di quel che dovrebbero essere, se non addirittura complici della violenza?!

Non è forse significativo che anche questo brano biblico non parli affatto di questa presenza, importante nella formazione e nella vita di una giovane donna?

E ancora nella storia manca il nome della stessa ragazza!

La crudezza della storia qui narrata è tale, verrebbe da pensare, che la ragazza sacrificata sull’altare della religione non riceve nemmeno l’onore di essere ricordata con il suo nome.

In realtà a me sembra che il brano biblico stia operando una scelta diversa: non è il nome che la qualifica e nemmeno la parentela con il condottiero vincitore Iefte che la rende degna di onore, ma la sua personalissima scelta di accettare il sacrificio della sua giovane vita che la rende degna di essere ricordata e onorata!

Le giovani donne d’Israele non la dimenticheranno, anzi avranno bene a mente cosa significa morire in questo modo: per mano di altri, per la visione egoistica di un uomo!

Anche noi forse dovremmo non dimenticare, ma ricordare e onorare le tante donne violate e uccise dagli uomini che sono loro accanto!

Dovremmo ricordare non tanto i loro nomi ma il senso, o meglio il non-senso, del loro sacrificio!

E così giungiamo a chi se non è del tutto assente, è come una presenza fuggevole in questo brano: Dio, il Dio d’Israele, il Dio che è Padre di Gesù Cristo.

Ma come, direte, non è Lui che regola tutto? Non è Lui che determina e dirige la storia?

Siamo certi che questo sia il modo in cui Dio dirige la Storia con la esse maiuscola e quella con la minuscola di tanti uomini e donne?

Dio, in effetti, appare attraverso il suo Spirito all’inizio del brano letto: “E allora lo Spirito del Signore venne su Iefte…” (v.29) e poi quando si dice: “Iefte marciò contro i figli di Ammon per fare loro guerra e il Signore glieli diede nelle mani.” (v. 32). Poi Dio scompare dalla storia, Dio manca, come manca la madre e il nome della ragazza.

Lo spirito di Dio, come accade per altri giudici d’Israele (Otniel, Gedeone e Sansone), giunge sul condottiero e lo mette in grado di avere la vittoria contro gli ammoniti.

Ma quel che Dio qui non fa è chiedere a Iefte qualcosa in cambio.

È il condottiero d’Israele stesso che promette il sacrificio in cambio della vittoria. È lui che ritiene che sia necessario dare qualcosa a Dio in cambio dei suoi servigi, come se fosse un mercenario di tante guerre che deve essere pagato per il suo sporco lavoro!!

Inoltre, Iefte nella sua arroganza pensa di poter avere diritto di vita e di morte sugli ebrei come fossero suo possesso, proprio come pensano tanti uomini delle loro compagne o ex compagne, delle loro figlie e parenti.

Ma il caso, o il Dio tirato per la giacchetta, fa si che la persona che dovrà essere sacrificata sia proprio la sua unica figlia!

Allora si potrebbe pensare che Jefte sia solo sfortunato o avventato?!

Alcuni commentatori hanno sottolineato come questo racconto sia simile alla storia di Euripide (410 a.C.) “Ifigenia in Tauride” in cui il re Agamennone, per ottenere i favori della dea, decide di sacrificarle la cosa migliore dell’anno e l’oracolo designa la figlia.

Non è un caso, sorelle e fratelli, che vi sia questa somiglianza con quanto può fare un pagano nei confronti di una divinità greca perché qui Iefte si è comportato esattamente come un pagano.

Egli ha confuso Dio con gli altri dèi del tempo, ha fatto ciò che faceva Israele all’epoca dei Giudici ossia “ciò che è male agli occhi del Signore” (10,6).

Ritenere che Dio sia manovrabile, sia acquistabile per mezzo di un sacrificio umano peraltro vietato dalla Torah in Levitico (Lev. 18,21; 20,2-5).

E poi in questa storia biblica emerge anche una bella dose di ironia: non è forse tristemente ironica la figura di un padre che per interesse politico sacrifica la figlia e poi nell’incontrarla dice a questa che è lei a farlo soffrire (vd. versetto 35)?!

Iefte è per tutti noi un esempio di quel che accade anche attualmente, vale a dire la volontà di usare Dio e il suo nome per nascondere i nostri personali ed egoistici interessi!!

Noi viviamo in un tempo in cui l’utilizzo strumentale di Dio è lampante. Possiamo forse negare che Dio è stato adoperato dagli esseri umani nel passato e come pure oggi per portare avanti interessi economici e politici mascherandoli con l’idea di agire in nome di Dio?

E non è forse vero che così agendo nei secoli come oggi si sono lasciati indietro tanti uomini e donne, sacrificati sull’altare del potere politico ed economico?

E non è forse ancora vero che vi siano tanti uomini, come pure donne, che ritengono di poter utilizzare gli altri come oggetti riempiendosi poi la bocca della parola ‘amore’.

E in effetti, le tante donne che sono morte in questi anni sono spietate testimoni di come molti uomini declinano la parola amore!

Ecco il peccato di cui si è macchiato anche Iefte, ecco il peccato che ha generato questo atroce sacrificio.

E sua figlia l’ha capito bene!

La scelta di trascorrere i suoi ultimi mesi di vita lontano dal padre, ma in compagnia di altre giovani che come lei potrebbero essere sacrificate sull’altare dell’interesse familiare deve far riflettere la nostra generazione!

Dobbiamo domandarci come credenti e cittadini quale esempio vogliamo essere per i nostri figli e figlie; dobbiamo essere onesti nel rispondere su come stiamo vivendo il nostro rapporto con Dio: un rapporto strumentale o una relazione colma di salda fiducia?

E quello con il nostro prossimo?

Sebbene il racconto non lo dica, mi piace pensare che Dio, come un vero genitore, come la madre che nel racconto non appare, tramite il suo Spirito sia stato accanto a questa fanciulla nei suoi ultimi mesi di vita, accompagnandola nel peregrinare sui monti lontano da un padre umano troppo egoista!

Amen

 

 

past. Mirella Manocchio

13 novembre 2016

Luca 5,1-11

Pietro è il primo (discepolo) che ha ricevuto come ordine la parola di  Gesù. La sua esperienza di pescatore gli ha insegnato che  ci sono i momenti in cui la pesca è generosa. Momenti in cui non si pesca  niente e talvolta tanto da quasi far affondare una barca.

La vera realtà che lui comprende è che  non dipende tutto da lui come  uomo ordinario, un pescatore di professione, ma  da diversi fattori. Il pescatore sa spiegare questo fatto. Mi sembra di aver sentito dai miei parenti che se c’è la luna piena è il momento più opportuno per pescare, gettare le reti per poter prendere tanti pesci.

Così egli ha risposto a Gesù: « Tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla». Come a dire: ho fatto tutto ciò che mi è stato possibile fare. Da parte mia ho già provato tutto. Quindi non c’è più niente da fare eppure è proprio in questo momento che Gesù rivolge la sua chiamata.  Come dire«prova ancora e vedrai».

Grazie a questa seconda volta, grazie ad un’altra possibilità la vita cambia immediatamente.  Bisogna riprovare, dice il Maestro Gesù. Perciò Simone Pietro ha aggiunto «però, secondo la tua parola, getterò le reti».

La professione come la missione sta in questo: ciò che posso fare, ciò che mi è possibile  fare lo faccio perché quello  da senso alla mia vita e ad altri. Gesù era in mezzo alla folla. Egli ha compiuto il suo mandato di far udire la parola di Dio e allo stesso tempo consegna una missione a qualcuno come Pietro: «Tu che hai ascoltato ciò che ti ho detto, facendolo, ti dico che ‘tu diventerai uno pescatore di persone, di uomini’».

Il mandato di Pietro  era chiaro: di essere un pescatore degli uomini, un mandato specifico rivolto a lui da Gesù. Simone il pescatore con  la sua barca e le sue reti lavorerà e collaborerà. Lascia insieme ad altri suoi compagni la pesca in mare per pescare in un altro senso. Rimane un pescatore ma questa volta di uomini. Egli li raccoglie in un luogo come la chiesa di Dio oggi. La chiesa come un gruppo di famiglia, un popolo appartenente ad una sola nazione o come noi oggi  di provenienza diversa, eppure siamo tutt’uno in Cristo Gesù.

 

 

Noi oggi siamo qui perché continuiamo ad ascoltare l’annuncio della parola di Dio, questo è chiaro  per me perché prima di annunciare la parola  di Dio, cerco di ascoltarla e  meditarla per poi  trasmetterla nella predicazione e  anche voi dovete trasmetterla ad altri. E’ una passa parola.

Siamo anche noi mandati da Gesù come è stato per Pietro ed i suoi compagni Giacomo e Giovanni.  Sono molto felice di fare questo cammino con voi. Mi rallegro molto nel pensare che a partire dal compito missionario del figlio di Dio ci siamo incontrati in questo luogo.

L’apostolo Paolo paragona la chiesa a un unico corpo con molte membra che hanno cura l’uno dell’altra. Prenderci cura a vicenda è il nostro obiettivo principale, questa è la vera comunità.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

grazie per tutte le occasioni in cui abbiamo potuto fare qualcosa per il bene della chiesa tutta e noi proseguiremo ancora per tutto il tempo che Dio ci darà. Quindi siamo tutti benefattori e beneficiari della sua chiesa.

Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che  mancava,  perché non ci fosse divisione nel corpo ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre.  Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui. L’apostolo Paolo ci parla e dà consiglio alle chiese di oggi perché sperimentino  nel loro vissuto la profondità della loro missione. Il corpo ha bisogno di cura e prima di tutto di curare se stesso, le stesse membra devono collaborare in maniera di farsi carico l’uno dell’altro.

La diversità delle chiese non significa divisione. Ci sono aspetti importanti come la pratica della fede che sono preziosi doni di contribuzione. Gli scambi dei doni delle chiese sono quelli che portano avanti la missione di Dio sulla terra.  Abbiamo bisogno oggi della collaborazione condividendo quello che abbiamo. Ciò di cui ha bisogno l’altro.

E’ bello ricordare che due  domeniche fa, il 30 ottobre , le chiese evangeliche sono state insieme proprio per condividere la loro comunione in Cristo Gesù in piazza Lutero. Noi c’eravamo. Potremmo incontrarci ancora lì, darci degli appuntamenti per chiacchierare e mangiarci un panino. Lì in quel giardino potremmo parlare della nostra fede.

Le chiese sono come le barche, le reti sono come la parola di Dio gettate perché si raccolgano gli uomini e le donne  che hanno bisogno delle cure: corpo e anime da curare da parte di quelli che sono stati chiamati a svolgere il compito di essere pescatori degli uomini come sono stati Simone Pietro, Giacomo e Giovanni.

I discepoli di Gesù d’allora sono tuttora importanti per la nostra missione. Oggi ricordiamo i tre discepoli che si sono dedicati a seguire Gesù e ad andare dappertutto per annunciare il motivo del loro  vivere. Da allora  Gesù  ha rivolto loro la chiamata e a coloro che hanno risposto di ‘sì’  ha ordinato che non si torna più indietro (Lc.9,57-62). Noi vediamo che i 12 discepoli o i 70 hanno adempiuto la loro missione fedelmente.  Il servizio cristiano è adatto solo a chi ha lo sguardo fisso alla meta! Rispondere di sì alla chiamata per l’annuncio del regno di Dio , significa impegnarsi per tutta la vita.

Care sorelle e cari fratelli in Cristo Gesù, il nostro buon Maestro rivolge a noi una fresca chiamata. Il nostro tempo è prezioso,  da non sprecare ma da utilizzare pienamente. Vivere il tempo per noi e per gli altri conta molto  perché non torna più.  Dio ci ha dato insieme l’occasione per testimoniare la verità che dà senso al nostro vivere su questa terra, in particolare in questa città.  La fedeltà di Dio ci accompagna con le sue promesse. Egli ci chiede di proseguire e  di non fermarci mai perché ci aspettano nuovi incontri, nuove responsabilità, nuove possibilità.

Gesù ha detto ai suoi discepoli di lasciare ciò che pesa soprattutto quando uno affronta un viaggio. Vuol dire che il discepolo deve essere più leggero nel suo spostarsi. Non deve essere carico.  In questa settimana, come sapete ho avuto un incontro di orientamento con i miei colleghi responsabili per il mio prossimo viaggio di formazione in una chiesa negli stati uniti e mi è stato detto di andare a Edgewater, Presbetarian Church a Chicago.

Saremo in cinque e ognuno di noi  è destinato a una chiesa in stati differenti. Due professori nostri, la nostra coach, i colleghi che sono andati prima di noi  ci hanno incontrati per aiutarci a prepararci psicologicamente e non solo. Essi ci hanno raccontato le loro esperienze che sono utili da conoscere. Dopo una settimana dal mio arrivo lì in febbraio compirò i  miei cinquant’anni. Io ritengo che questo viaggio sarà veramente una bella esperienza per me come lo sono tutti i viaggi, in generale. Conoscere nuova culture, nuovi posti sulla terra,  conoscere nuove persone  è un privilegio.

Personalmente, sono ancora più emozionata di conoscere questa terra  cioè un paese da cui qualcuno è partito per insegnare ai miei nonni  come vivere la fede nella tradizione protestante di denominazione metodista.  E’ molto interessante poi per me condividere con coloro  che incontrerò. Che sono stati gli americani a esportare una lingua straniera nel mio paese e  che hanno tuttora  molta influenza laggiù.

Persino nel mio paese sono stata sempre straniera parlando lingue diverse. Ma questa è stata anche una fortuna nella mia vita  perché ho imparato a leggere la Bibbia in italiano e ho avuto l’opportunità di stare con voi.  Il mandato di Pietro di diventare  un pescatore di uomini insegna a tutti noi credenti che c’è la possibilità per tutti noi di arrivare lontano per svolgere le nostre chiamate: la nostra missione sarà la nostra professione  in questa terra.  Non è facile affrontare una nuova realtà. Eppure il nostro padre Abramo fu mandato via dal suo paese, dai suoi parenti perché Dio potesse dimostrare che voleva cambiare la sua vita.

 

Pronti sempre ad esser dove Dio ci chiama. Il «DOVE» è una situazione, una persona, un rapporto, una cosa, un fatto. Un «dove»usuale, semplice, ovvio: quello della vita di ogni giorno. La sua grazia rende grande tutto ciò che è piccolo, quotidiano, banale. Riscatta l’apparente inutilità e la dichiara segno del  suo Regno che si compie.

Dio non sta mai alle spalle.

Non appartiene al passato, custodito nei ricordi.

È un Dio vivo, più vivo di noi: sta al presente e ci chiama dal futuro. «Maranatha»: ecco, il Signore che sempre viene.

 

Don Germano Pattaro. Nato a Venezia il 3 giugno 1925, fu ordinato sacerdote il 25 marzo 1950; svolse tutto il suo ministero pastorale nel Patriarcato di Venezia

 

past. Joylin Galapon

 

Farsi carico, farsi prossimo

6 novembre 2016

Romani 14,7-12

“Ho spezzato i catenacci delle porte, più nulla mi parve imprigionato perché ero io la chiave di ogni cosa. Sono andato incontro a tutti i miei reclusi per liberarli perché nessuno sia più né carcerato né carceriere”. Questa frase tratta dalle Odi di Salomone mi è tornata in mente quando ho iniziato a riflettere su uno dei brani che il lezionario propone per la predicazione di questa domenica.

A prima vista sembrerebbe aver poca relazione con il testo di Romani, ma credo che riflettendo insieme sul modo in cui l’apostolo Paolo argomenta il suo discorso e sulle finalità cui vuol giungere, ne potremo cogliere la connessione.

Come era già accaduto a Corinto, anche a Roma il nostro si trova ad affrontare questioni che ineriscono alla coesistenza fraterna dei credenti.
La chiesa di Roma è composta da persone provenienti da differenti background culturali e religiosi: probabilmente vi sono credenti ex-ebrei, altri ex-pagani di varia nazionalità e altri ancora passati dal paganesimo al giudaismo per approdare al cristianesimo.

In tale contesto è facile che difficoltà e incomprensioni emergano forti, fino a dividere idealmente la comunità in due gruppi: i deboli e i forti nella fede, come li chiama l’apostolo. Egli si rivolge ad entrambi i gruppi ed ha una parola di richiamo per entrambi. Gli uni e gli altri, per motivi differenti, non si accettano nella loro singolarità cultural-religiosa, finendo col mettere in pericolo la vita stessa della comunità, vista come un edificio la cui costruzione si deve a Dio stesso per mezzo di Gesù Cristo.

Ho potuto costatare quanto la situazione descritta dall’apostolo sia ancora attuale la scorsa settimana mentre partecipavo come presidente del Cp-Opcemi all’assemblea dell’Ucebi.

Buona parte della discussione che ha investito i lavori rimandava proprio alla divergenza di posizioni, a tratti vissute come inconciliabili, tra coloro che si richiamano ad una comprensione letteralista e conservatrice della Bibbia e altri che sono più vicini alle posizioni del protestantesimo storico.

Se poi guardiamo alla nostra comunità non possiamo non notare come anche tra noi siano presenti persone provenienti da differenti background culturali, sociali e religiosi: ci sono italiani ex-cattolici, ex-pentecostali, alcuni valdesi e altri metodisti, vi sono poi persone originarie dalle Filippine, dalla Cina e da altre nazionalità e alcune di loro sono provenienti da differenti denominazioni (battisti, metodisti, presbiteriani, come pure pentecostali).

Insomma siamo proprio un bel mix e anche tra noi, come è accaduto a Roma e a Corinto, a volte vi sono difficoltà nel far viaggiare insieme queste differenze.
A volte vi sono argomenti sensibili, come è accaduto per le benedizioni di coppie omosessuali, che fanno emergere differenze sostanziali nell’interpretazione e comprensione della Bibbia.

Le difficoltà poi possono aumentare perché nelle nostre società è fortemente presente la paura del diverso e dello straniero che influisce pure sui nostri rapporti interni, dato che la chiesa non è mai e non deve essere una sorta di torre di avorio rispetto il resto della società.

In positivo non deve esserlo perché il suo compito è annunciare al mondo il messaggio di salvezza e libertà in Cristo, cosa impossibile se ci si auto isola dagli altri; in negativo, vivendo nel mondo la chiesa rischia di accogliere ed assumere come suoi, valori e idee che percorrono il nostro tessuto societario, come appunto la paura di e il giudizio su il diverso…

Come risponde l’apostolo alle difficoltà che emergono tra i due gruppi della chiesa romana?
Paolo, pur dimostrando di accogliere come sue le posizioni dei forti, riprende entrambi i gruppi, ugualmente responsabili di aver intaccato lo spirito di fratellanza che deve animare i membri della comunità cristiana.

Il motivo portante della paraclesi paolina è la mutua accoglienza come si esprime al capitolo 15 di questa lettera: “…accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio”.

Ma di quale accoglienza sta parlando? In fin de’ conti, in Italia e nelle nostre chiese non viene già praticata l’accoglienza? Troppo spesso si sente parlare di accoglienza di persone, di interi popoli, di culture diverse, di convinzioni diverse.

A volte sembra una parola velata di un vacuo buonismo, mentre in qualche caso equivale per chi è accolto al doversi uniformare alle abitudini e convinzioni di chi accoglie, con un vago sentore di messa in sudditanza…

Ebbene l’apostolo Paolo utilizza in questi versetti la forma media del verbo greco “proslambano” che indica ben più del semplice “accogliersi”, vuol dire “dare soccorso” e anche “prendere parte, acquisire”.

Per l’apostolo è necessario prendersi carico e assumere pienamente la complessità dell’altro vicendevolmente, senza ipocrisie, con tutte le sue fragilità, in un dialogo costante improntato alla libertà, ma nell’amore per l’altro.

Paolo chiede soprattutto a chi si ritiene più forte ed emancipato di assumersi la responsabilità di una tale azione: “…noi che siamo forti dobbiamo farci carico delle debolezze di quelli che forti non sono ed evitare di compiacere noi stessi.” (Rm. 15,1)

In effetti, a volte nelle nostre chiese in nome della libertà si fanno grandi balzi in avanti lasciando indietro coloro che non riescono a procedere col nostro passo, rischiando di fare un po’ come coloro che pretenderebbero d’imporre la democrazia ad altre nazioni con le armi o per legge….

Ma non dimentichiamo che il discorso di Paolo si rivolge anche ai cosiddetti deboli nella fede che vorrebbero giudicare le pratiche considerate libertarie dei forti.
Ad entrambi i gruppi egli ricorda che vi è un solo giudice al quale tutti, ciascuno per se stesso, deve rendere conto: Dio, al cui cospetto ogni ginocchio si piegherà.

Ecco che però emerge forte la novità dell’evangelo nel discorso paolino perché la reale accoglienza dell’altro/a, la comunione solidale dei credenti non vede il suo centro nell’insita bontà di ognuno di noi. Centro di unità è il rapporto totalizzante con Cristo, l’appartenenza a lui: “…se viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore.”

I credenti sono del Signore Gesù sempre e totalmente. Egli ci ha acquistati – dirà l’apostolo – a caro prezzo, quello della sua vita. Ed è infatti in virtù della sua morte e resurrezione che egli è divenuto “Signore dei morti e dei vivi”, ma lo è divenuto solo attraverso un immenso atto di amore come quello di dare la sua vita per gli altri. Gesù Cristo non è solo un modello da imitare, ma il fondamento stesso da cui nasce l’identità del credente. Però visto che nessuno, nemmeno il credente, è un’isola ma vive in relazione con gli altri, è nella comunità in prima istanza che il nostro essere in Cristo si rivela. Ecco che quindi il vero centro di unità della comunità è Cristo, all’interno del quale diverse prassi cultuali sono ammissibili.

Per Paolo non è importante stabilire chi abbia ragione o torto tra i deboli e i forti, visto che poi spesso questi ruoli possono essere intercambiabili, per lui è rilevante il rapporto di amore che vive nella comunità.

La libertà interiore non può attuarsi in modo esclusivista perché sarebbe egoismo: essa trova il suo criterio di autenticità nella premurosa attenzione alla situazione e realtà unica di chi ci sta dinanzi.

Ma nemmeno è possibile, con moderni vincoli mortali della legge, eliminare o ingabbiare la libertà alla quale Gesù Cristo stesso ci ha chiamati giudicando il prossimo in base ad una comprensione moraleggiante e letteralista della Parola.

Il faro che indirizza il nostro cammino di comunità è la grazia offertaci da Dio, essa stessa costruisce la chiesa, ma è necessario il nostro impegno affinché questa grazia possa divenire una realtà operante tra di noi.

Se così non fosse, finiremmo col perdere il senso finale del vivere insieme la fede in Cristo ossia che la nostra comunione solidale è in se stessa annuncio profetico del Regno di Dio in cui amore, giustizia e libertà sono sovrane.

L’obbedienza di cuore a Dio non è l’adesione ad un principio astratto e limitato dal tempo, è invece un processo vivo che si realizza quotidianamente nelle decisioni e nelle scelte concrete prendendo sul serio la complessità, a volte tragica, degli uomini e delle donne che ci stanno dinanzi.

Essere uno in Cristo non è un possesso, un qualcosa di già dato, ma è una realtà dinamica che s’identifica con i ritmi concreti dell’esistenza. Essere uno in Cristo è un processo da costruire insieme nelle difficoltà, con un dialogo aperto e, a volte, sofferto alla fine del quale nessuno di noi sarà più lo stesso, perché – come è detto nelle Odi di Salomone – “…nessuno sia più né carcerato né carceriere”.

Amen

Past. Mirella Manocchio

La prima impressione non è decisiva

23 ottobre 2016

Luca 18: 9 – 14

Non so se conoscete l’espressione: non hai mai una seconda possibilità per avere una prima impressione. E sappiamo quanto possa essere importante una prima impressione, spesso da questo dipende come una certa persona ti viene incontro, ti giudica, un giudizio che ti può perseguitare tutta la vita. In più, alcuni non hanno nemmeno la possibilità di fare questa prima impressione. Mi spiego, ci sono delle persone di cui è già predefinita la loro immagine. Perché è ampiamente diffuso l’abitudine di etichettare delle persone prima di conoscerle, o perché porta i capelli in un certo modo, o perché cammina in un certo modo, ecc. Spesso, troppo spesso si giudica a partire dagli stereotipi. Vedi qualcuno ed è subito classificato, gli è stato appiccicato un’etichetta. Gesù sfrutta abilmente questa abitudine nella parabola che abbiamo sentito.

Luca ci fa capire subito di che si tratta, infatti abbiamo sentito: Gesù disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri. E già c’è qualcosa che non va, perché essere giusti significa apprezzare, stimare gli altri. Essere giusto e disprezzare non sono due cose che vanno insieme. E quindi come lettore, come ascoltatore uno, una è subito incline a pensare, questa cosa non mi riguarda. E questo rende interessante questo racconto, questa parabola. Perché significa che ci siamo dati già una etichetta. Ci siamo già dati un’etichetta e per questo ci è difficile immedesimarci in uno di questi personaggi, ci sentiamo parte di quei certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri? In un primo momento assolutamente no, ma non ci vediamo nemmeno come un pubblicano, una specie di mafioso. Ma coincide questa nostra immagine di noi stessi con come ci vede Dio, di come siamo visti da Dio? Noi ci vediamo nel modo nostro, Dio nel modo suo.

Comunque questa parabola non racconta solo del fariseo e del pubblicano, ma anche di me, di noi, di come ci vediamo, di come ci giudichiamo, chi pensiamo di essere, ma anche di come pensiamo che Dio ci vede. Luca mette davanti a noi un duo in modo caricaturale, due stereotipi: un uomo pio, molto pio e a posto, ordinato e un tizio subdolo che è bravo a sottrare dei soldi, uno che approfitta della situazione e degli altri. Possiamo sapere che sono due caricature, perché un fariseo non era per forza un ipocrita, e un pubblicano poteva anche fare il suo lavoro senza approfittare degli altri.

Luca come un abile scrittore usa queste due immagini di uno che apparentemente sta dalla parte giusto e di uno che apparentemente sta dalla parte ingiusto. Il fariseo giusto sta in piedi, dritto, un uomo del diritto sta dritto, il pubblicano, l’ingiusto non sta dritto, non osa rivolgere gli occhi al cielo. Il giusto sta dritto, chi sente il giogo della colpa sta curvo. E proprio questo, alla fine, non risulta in questi termini (il buono diventa il cattivo e il cattivo il buono, diciamolo in questo modo un po’ tirato). Però siamo abituati a questi cambiamenti di scena nelle parabole di Gesù, proprio per questo colpiscono. Nei versetti immediatamente prima di questo brano si può leggere di un giudice ingiusto che fa alla fine giustizia a una donna che insiste nel chiedere giustizia, e nel capitolo prima è proprio un Samaritano che ritorna per ringraziare per la sua guarigione. L’immagine, l’impressione che si ha di questi personaggi all’inizio si rivela essere sbagliata. Bisogna quindi aggiustare la prima impressione.

Il tempio dovrebbe essere un luogo di una preghiera sincera, ma anche questo risulta essere diverso nel racconto. L’istituto non è una garanzia per purità e integrità per quanto riguarda la religione, la fede. Anche oggi, se uno entra in una chiesa, non per forza è una persona sincera ed integra, anche se si presume che sia così. Il fariseo non risulta essere un modello per un credente, mentre il pubblicano non risulta essere un modello esemplare di un peccatore incallito.

Il fariseo pregava per sé stesso, un esempio di un individualista quindi e comincia a ringraziare Dio. Ma il suo ringraziamento ha come misura sé stesso, non ha bisogno della misericordia del Signore, è felice che non è come gli altri, come tutti gli altri che non sono farisei. Il pubblicano, che si trova in fondo del tempio, per lui è come un ladro, un ingiusto, un adultero, oggi magari direbbe come uno corrotto, come un mafioso. Fra tutti questi il fariseo non fa delle differenze, sono tutti uguali per lui, è lui contro tutti gli altri, è un noi contro un loro. Un ragionamento pericoloso, lo sappiamo. Un ‘buoni’ contro i ‘cattivi’, bianco e nero. Spesso sono immagini fatte di stereotipi. Il fariseo si vanta, il digiuno è per lui un’abitudine. Digiuna molto di più di quanto è prescritto dalla Torà. Come si dice, più papista del papa, o in casa nostra più calvinista di Calvino. E a proposito di calvinisti mi permetto di raccontarvi una barzelletta, che riguarda anche uno che pensava di essere più buono, più giusto degli altri, ma riguarda anche l’immagine che abbiamo di noi e di Dio.

Nei Paesi Bassi ci sono molte chiese riformate che hanno una visione abbastanza letterale delle scritture, e quindi c’è tutta una fascia che attraversa i Paesi Bassi dove la domenica non si può fare assolutamente niente. Uno di loro si presenta davanti al Signore, ecco nelle barzellette cattoliche si arriva davanti a Pietro, noi andiamo direttamente dal Signore. E come il fariseo comincia a raccontare tutto ciò che ha fatto di buono e poi dice: la domenica non sono mai andato in bicicletta. Ah, che bello dice il Signore, chi te l’ha detto? Ecco un po’ di autocritica non fa mai male.

Come il nostro calvinista, anche il fariseo fa più di quanto previsto, forse per mostrare quanto è bravo, per distinguersi dagli altri.

Digiuna due volte a settimana, più di quanto prescrive la Torà , un rito forte che è diventato un’abitudine, il gesto come abitudine esprime più un ‘mettersi le mani davanti’, non un atto consapevole.

Nel racconto il pubblicano è consapevole del suo stato, sa di non essere perfetto. Una nozione che gli arriva attraverso la preghiera, almeno questo il testo ci fa supporre. In effetti la preghiera ci mette davanti noi stessi. Nella preghiera ci avviciniamo a colui, colei davanti a chi non ci possiamo nascondere, perché ci conosce e ci vede così come siamo, con i nostri lati luminosi e oscuri, e così ci vediamo come siamo e ci fa riflettere sulla nostra vita. Nella preghiera stiamo per così dire davanti uno specchio in cui ci vediamo come realmente siamo, senza doverci nascondere e farci più belli di quanto siamo, e così ci è rimessa un’immagine di noi stessi e ci rendiamo conto che non siamo perfetti.

Uno stato che ci mostra talvolta che siamo ingiusti e davanti a cui ci vogliamo nascondere, come si nasconde il pubblicano, come si nasconde anche quel altro pubblicano Zaccheo, il pubblicano questa volta non si nasconde in mezzo alle foglie di un albero, ma facendosi piccolo stringendosi fra le sue spalle, e comincia la sua preghiera con il pentimento, non prende se stesso come misura, ma una condizione fuori di lui, il paragone non è con se stesso, ma con una realtà di cui sa che richiede qualcosa da lui a cui non ha corrisposto, e fa un appello alla grazia di Dio, sa di avere bisogno della misericordia del Signore, è qui la differenza con il fariseo. E riceverà questa misericordia, grazia, in vs 14 il giusto è riferito al pubblicano, mentre all’inizio era riferito al fariseo. Chi pensava di essere giusto non lo è, chi pensava di non esserlo lo diventa, come altrove anche qui Gesù capovolge la situazione e facendo questo ci interroga, mette in discussione le immagini che abbiamo noi di noi stessi e di Dio. Certo ci fa piacere che Dio non si ferma alla prima impressione e può cambiare giudizio. Ma non so a quanti di noi piace un Dio che cambia idea, di solito l’immagine che abbiamo di Dio è un’immagine di uno che non cambia idea, che pensa sempre la stessa cosa, che per molti è un’espressione di integrità.

Ma come già detto l’evangelo, soprattutto nelle parabole, rovescia di continuo le situazioni, e le immagini ad esse connesse. Dopo questa parabola la prospettiva si allarga e ci mostra i bambini che non sono affette da certe immagini e pregiudizi, del pensiero noi-loro, di cui gli adulti soffrono di continuo. Chi a una prima impressione ha meno possibilità, come i bambini, come il Samaritano, come la vedova e il pubblicano delle parabole di Gesù, ci precedono nel Regno di Dio. Che il Regno di Dio è anche per loro, non ci fa problema, che ci precedono forse sì, siamo anche noi affetti, più di quanto vogliamo ammettere del pensiero di noi-loro.

Per fortuna, la prima impressione che Dio ha di noi non è decisiva. Non ci appiccica subito un’etichetta che ci condanna, ma dà al minore la possibilità di diventare il maggiore, dà la possibilità ai minimi di prendere interamente parte al suo Regno, e questo è una grande consolazione per noi, che abbiamo in noi più di quanto vogliamo ammettere del fariseo e del pubblicano, ma soprattutto più dell’individualismo del fariseo. I racconti biblici gettano sempre un’altra luce sulla nostra storia di vita. E così siamo liberati della nostra stile di vita individuale, siamo liberati per vivere in relazione con le altre persone. Da persone individuali diventiamo persone nuove, persone del patto, persone che si confrontano con Dio e che si lasciano interrogare da Dio. Davvero liberante che presso Dio la prima impressione non è decisiva. Una vita nuova, per tutte e tutti noi. Amen.

pred. Greetje van der Veer

 

L’armatura di Dio, l’Amore

16 ottobre 2016

2Timoteo 3,14-17 – 4,1-5;

Tu, invece, persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate, e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù.  Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.
1 Ti scongiuro, davanti a Dio e a Cristo Gesù che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua apparizione e il suo regno: 2 predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza. 3 Infatti verrà il tempo che non sopporteranno più la sana dottrina, ma, per prurito di udire, si cercheranno maestri in gran numero secondo le proprie voglie, 4 e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole. 5 Ma tu sii vigilante in ogni cosa, sopporta le sofferenze, svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo servizio.

Efesini 6,10-17

L’armatura del cristiano
1P 5:8-9; (Ro 13:12; 1Te 5:8) Cl 4:2-4
10 Del resto, fortificatevi nel Signore e nella forza della sua potenza.

11 Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie(INGANNI) del diavolo(tentazioni, prove);

12 il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti.

13 Perciò prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere (responsabilità, l’essere del cristiano)  .

14 State dunque saldi: prendete la verità per cintura dei vostri fianchi; rivestitevi della corazza della giustizia; 15 mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace; 16 prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno. 17 Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio;

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

oggi è una domenica molto importante per noi.

Oggi dopo pranzo abbiamo un momento in cui dobbiamo riflettere su come migliorare il servizio che rendiamo alla chiesa di Dio.

Il 25 di settembre i membri del consiglio di chiesa  si sono incontrati per discutere un lungo ordine del giorno appunto in vista dell’assemblea di chiesa.

Gli argomenti discussi erano molti e noi ve li presenteremo oggi.

Come assemblea di credenti siamo chiamati a discuterne e decidere il percorso che vogliamo intraprendere con un nuovo slancio.

I capi gruppi ci proporranno  piccoli cambiamenti e noi insieme ci impegneremo a portare avanti tutte le nostre attività di chiesa con l’atteggiamento del  soldato che il testo di predicazione di oggi ci propone.

Ci viene quindi in mente subito la figura di un soldato romano del  primo secolo che si rivestiva in  modo da essere protetto dal nemico che lo vuole colpire.

Cara comunità, i brani che abbiamo letto e ascoltato tratti dalle lettere dell’apostolo Paolo sono fondamentali per  essere cristiani.

L’apostolo  ricorda a noi così come alla comunità degli Efesini , di rivestirci sempre della completa armatura di Dio per non trovarsi impreparati nella vita in questo mondo.

L’armatura di Dio è un insieme di cose necessarie per proteggere un credente da ogni assalto del maligno.

In questi passi  l’apostolo ci ricorda che un cristiano è come un soldato, un guerriero  che dopo un lungo tempo preparatorio deve essere pronto a combattere.

Prima di affrontare la lotta nel  mondo esterno era necessario che avesse la preparazione corretta,  per vincere le sue battaglie in tutti i momenti della sua vita.

Quindi la sua immagine e  forza interiore devono coincidere con quella esteriore.

Allora per il cristiano per essere pronto alla lotta contro i principati, e i dominatori è fondamentale la  preparazione.

La lotta prima di essere combattuta fuori accade dentro  se stesso.

Egli deve affrontare due mondi. Perché?

Perché prima bisogna lottare nel mondo che è dentro di  se, in cui si mescolano inevitabilmente pensieri buoni e cattivi perché gli spiriti buoni e cattivi entrano nel cuore dell’uomo e diventano  parte del suo essere.

Dal cuore, lì cominciano  ad operare il potere del Dio buono e di quello malvagio.

Due mondi e due Dei che si mettono in concorrenza per vincere il cuore dell’uomo; e il frutto di  tale lotta  sarà un essere buono o uno cattivo.

Noi diciamo che l’uomo non nasce imparato,   Perciò dalla nascita impara ad essere uomo e mano mano che cresce, sono nelle mani dell’uomo la scelta di come deve vivere in questo terra.

Questo concetto è molto difficile  da capire ma si può imparare affrontando ogni giorno la realtà di questi  due mondi,  quello interno e quello esterno.

Infatti, l’apostolo Paolo ha scritto le sue lettere  alle comunità dei credenti perché essi imparassero come comportarsi in questi mondi che formano un insieme e non sono separati  e ogni momento in cui  l’ uomo deve decidere come agire deve confrontarsi con essi .

In questi due mondi il potere malvagio tende a dominare, soprattutto nei luoghi celesti cioè nei posti in cui si siedono, si incontrano i credenti per discutere i loro progetti, piani, obiettivi per fare il bene sia dentro che fuori della loro realtà quindi nella società.

Tutto ciò parte  dalla predicazione del pastore o della pastora.

Il dio potente malvagio entra nei pensieri dei credenti con  la sua potenza e non possiamo negare che ciò accada.

E’  sufficiente che si manifesti ad uno di loro per fare la sua volontà di distruggere o demolire ciò che piano piano , questo credente è riuscito a costruire per una buona causa.

Bisogna combattere i principati, i potenti, i dominatori,  soprattutto nei luoghi in cui si incontrano i credenti.

Ecco perché dobbiamo prepararci  oggi in particolare nella nostra assemblea di chiesa in cui siamo chiamati tutti a non far mancare la parola di Dio come  nostra armatura, che ci dà gli strumenti per difenderci dal male.

Chiediamo lo Spirito di saggezza e di discernimento a Dio che ci accompagni nel nostro lavoro di testimonianza di ciò che lui ha fatto per salvare questo mondo.

Purtroppo, il dio malvagio cammina e percorre la sua strada come il dio buono.

Dove si infila il dio malvagio?

Parte dal nostro pensiero dove cerca di inserirsi per ostacolare ogni programma  buono che vogliamo attuare per il bene della comunità.

Lui è capace di piantare la sua radice a partire dai nostri progetti, dai nostri obbiettivi più alti per fare un percorso che viaggia parallelamente con quello del Dio della verità e della giustizia.

Non è facile dunque  combattere perché lo spirito malvagio è pronto a fare quello che è perennemente il suo scopo ossia di sottomettere il cristiano.

Per questo motivo che  il credente deve  cercare la forza nella fede in Gesù Cristo che ha dato la sua vita perché il credente viva, perché resti saldo, perché  resista e perché non cada.

L’apostolo Paolo ha sperimentato nel suo vissuto di  credente e ministro della parola tutto quello che ha scritto alle comunità affinché siano ammonite ed esortate a non perdere la  speranza.

E egli dice: <<Noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi. Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all’estremo; perplessi ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo; infatti noi che viviamo siamo sempre esposti alla morte per amore di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale>> 2 Corinzi 4,7-12.

L’apostolo Paolo quindi ci ammonisce e ci esorta oggi a non dimenticare mai l’armatura di Dio che dobbiamo indossare sempre per essere pronti a combattere lo Spirito maligno.

L’apostolo dice:<<prendete la verità per cintura dei vostri fianchi>>

Ci cingiamo della verità di Dio. La verità che Dio è unico; Lui  ha creato tutto e tutti. Egli dona tutto a tutte le sue creature, dona a tutti senza favoritismi. Chiunque può essere interpellato per testimoniare la volontà di Dio.

Dunque,  la verità è l’aderenza assoluta all’evangelo; e  come cintura, permette piena libertà di movimenti nell’azione contro la menzogna.

L’apostolo dice: <<rivestitevi della corazza della giustizia>>

Ci rivestiamo della corazza della giustizia di Dio come  scudo, facciamo apparire davanti a noi il giusto giudizio di Dio che abbiamo imparato. Pratichiamo sempre di più l’uguaglianza, e siamo pronti a difendere la causa di molte persone che spesso subiscono discriminazioni. Difendiamo i diritti di molti e non solo  i nostri interessi.

Dunque, la giustizia indica, nei rapporti umani, un comportamento conforme alla volontà di Dio, che come corazza, rende inattaccabile il credente.

L’apostolo dice: << mettete come calzature ai vostri piedi lo zelo dato dal vangelo della pace>> Portiamo ovunque la buona notizia che è parola di riconciliazione e  non di divisione. Cerchiamo di comprendere meglio le nostre varie realtà essendo  figli dell’unico Dio e così superiamo le barriere che si manifestano giorno per giorno.

In Italia sono molte le razze, tradizioni, lingue e culture che si incrociano. Bisogna formare le persone affinché  ognuno/a di noi arrivi ad avere consapevolezza che Dio  ha voluto creare gli esseri umani di cultura diversa affinché nascano  nuove cose.

Dunque, l’annuncio della pace nell’Evangelo e della riconciliazione in Cristo, deve essere portato ai lontani e ai vicini.

Il credente è chiamato a farsi carico della difesa della pace e della riconciliazione là dov’è c’è lotta e ci sono  tensioni e divisioni.

Gesù disse: <<sono beati  quelli che  si adoperano per la pace>>. Mt.5,9

L’apostolo dice: << prendete oltre a tutto ciò lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno>>

Portiamo come difesa la nostra fiducia in Dio  contro il dubbio e la paura che in questo mondo vengono annunciati ogni giorno perché è difficile vedere un futuro positivo. Dio, però,  continua a costruire con noi un futuro, così come è stato per i nostri antenati e sarà per le generazioni future. Ogni giorno diventa un pezzettino di futuro quando c’è un cambiamento che è frutto della fiducia che abbiamo in lui e nella sua bontà infinità.

Dunque, la fede è confessione di Cristo come Signore, ma è anche atto di fiducia e come tale è paragonato allo scudo, strumento di protezione che dà sicurezza, ma è allo  stesso tempo una forza per spegnere e, annullare l’offensiva del maligno.

La fede in Dio ti protegge quando tu sei tentato di dubitare.

L’apostolo dice: <<Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio>>

La salvezza è l’opera che Dio compie per noi per mezzo di Cristo. E’ il dono della sua grazia, l’integrazione nel suo corpo. Essa è offerta come elmo, segno di distinzione, nonché di protezione.

La parola di Dio è definita parola della verità, evangelo della salvezza.

Essa è l’unica arma offensiva.

Il credente riceve dallo Spirito la possibilità e la capacità di usare la parola di Dio.

Noi siamo stati  saldi fino adesso perché Dio ci ha fornito tutto l’equipaggiamento necessario  per combattere.

Non dimentichiamo queste cose che ci servono per la nostra vita oggi .

Vegliamo! Rivestiamoci e guardiamoci bene perché  se dimentichiamo di indossare tutto quello che ci occorre per essere un soldato di Dio, il diavolo  coglie subito la nostra impreparazione.

Siamo la sua preda e lui gioisce davanti a Dio  quando riesce a vincere in ogni situazione, o circostanza in cui siamo di fronte ad una scelta.

La nostra libertà donata da Dio è compromessa dal momento che si mette in gioco la sua opera ingannatrice.

Aiutiamoci a ridestare la nostra fede in Dio per  conquistare il vero senso del nostro vivere ovunque siamo.

Siamo fortificati in Cristo Gesù e nella forza della sua potenza.

La forza di Dio che si irradia in noi rivela che lui vince il male con il bene che ha sparso nei nostri cuori.

Dietrich Bonhoeffer dice: <<Io credo che in ogni situazione critica Dio vuole darci tanta capacità di resistenza quanto ci è necessaria.

Ma non ce la dà in anticipo, affinché non facciamo affidamento su noi stessi, ma su lui soltanto. In questa fede dovrebbe essere vinta ogni paura del futuro>>. Così sia.

 

past. Joylin Galapno

Nessuno è straniero

9 ottobre 2016

Luca 17,11-19

Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre nel 2013 vicino le coste lampedusane affondò una cosiddetta ‘carretta del mare’ su cui erano stipati tantissimi uomini, donne e bambini. Ne morirono 366!

Questa strage colpì al cuore l’Italia e l’Europa tutta così fu istituita la giornata nazionale delle vittime dell’immigrazione mentre il presidente della Commissione Europea, Juncker, si recò a Lampedusa per dire “Mai più morti nel Mediterraneo”. Ma da allora a oggi sono morte altre undicimila persone, 3.500 solo nel 2016.

Nel ricordare queste tragiche morti nel Mediterraneo il 3 e 4 ottobre sono stati trasmessi film e documentari sul tema. Il grande scrittore Camilleri in un docu-film ha detto qualcosa che mi ha fatto riflettere: “oggi la parola straniero ha perso ogni valenza positiva, non indica più un portatore di novità ma di insicurezza e di terrore”.

Anche in questo brano si parla di uno straniero, uno straniero che vive ai margini della società israelita del tempo perché lebbroso, come lebbrosi sono gli altri nove che sono ebrei e che trovano in Gesù la guarigione. Ma quest’uomo poiché non solo è lebbroso, ma pure straniero, è emarginato tra gli emarginati.

Anche il luogo dove avviene questa guarigione è zona di passaggio, di transito per stranieri, tra la Samaria e la Gallilea.

È terra e momento di passaggio anche per Gesù perché il brano nel vangelo di Luca è collocato nella fase finale del suo ministero terreno: egli sta salendo verso Gerusalemme, così recita il testo in greco.

Egli sta lentamente avviandosi con i suoi discepoli verso il culmine del suo cammino fisico e simbolico: salire verso Gerusalemme significa per lui accingersi all’ultimo atto terribile della sua vita, salire verso la croce.

Eccoci fratelli e sorelle, è in questo contesto e dopo aver annunciato ai suoi già per due volte la sua Passione che Gesù incontra i dieci lebbrosi.

Essere lebbroso all’epoca di Gesù significava l’esclusione totale da ogni rapporto civile, sociale, umano a parte ovviamente chi si trovava nella stessa condizione tanto che si formavano delle vere e proprie comunità di derelitti in cui le differenze sociali ed etniche erano annullate, livellate dalla terribile malattia che li costringeva a vivere di elemosina!

Credo che un qualcosa di simile accada ancora oggi quando per vari motivi ci si trova a vivere per strada, senza una casa, senza una famiglia e una società che ti sostenga, senza dignità, sei un barbone, un senzatetto, sei solo questo italiano o straniero che tu sia!

Tornando al testo quanto detto spiega come sia possibile che nove lebbrosi ebrei vivano con un samaritano che per loro era molto più di un semplice straniero.

I samaritani erano per gli ebrei una razza deprecabile perché considerati eretici, mentre dal canto loro i samaritani si consideravano i veri possessori della Torah.

Tra i due popoli vi erano stati anche atti di guerriglia, incursioni nei territori e saccheggi di luoghi sacri…

Come somiglia questa situazione a quanto avveniva tra cattolici e protestanti durante la guerra dei Trent’anni nel seicento oppure in Irlanda durante il 19simo secolo!

Come somiglia a quanto accade tra ebrei e palestinesi ancora oggi!

Eppure dinanzi la malattia come dinanzi Gesù questi odi, queste differenze e separazioni perdono di significato, rimane solo il bisogno comune di guarigione, di salvezza da una vita segnata dall’esclusione e dalla perdita di dignità.

Ed ecco che questi 10 uomini, nel rispetto dei dettami della Torah (Lev. 13,4ss), chiedono da lontano a Gesù: “Maestro, abbi pietà di noi!”

Sorelle e fratelli è lo stesso grido di dolore, la stessa preghiera che si eleva dalle nostre bocche quando chiediamo a Dio di essere perdonati per il nostro peccato.

E non è un caso!

Infatti, nel mondo antico la malattia era vista come espressione fisica del peccato, quindi guarigione dalla malattia era pure espressione di salvezza, dell’essere nuovamente benedetti da Dio.

Ebbene Gesù in questa sua azione di guarigione agisce diversamente dal solito: normalmente all’attestazione di fede segue la guarigione, qui invece l’avviarsi con fiducia verso un sacerdote per farsi attestare la guarigione avvenuta è essa stessa espressione di fede!

Se le cose stanno così perché allora Gesù è rammaricato dal fatto che i nove ebrei non tornano indietro a ringraziarlo? Perché al solo samaritano che torna indietro glorificando Dio e gettandosi ai piedi di Gesù è detto “Alzati e va; la tua fede ti ha salvato”?

Si potrebbe forse dire che è più facile per Gesù guarire gli esseri umani dalla malattia che guarirli dall’ingratitudine!

Ma ciò che davvero lo rammarica è che questi nove siano ebrei, coloro ai quali lui aveva pensato di dover volgere il suo messaggio di salvezza.

Certamente nel racconto, com’è strutturato dal vangelo di Luca, vi è la volontà di rendere conto dell’inserimento dei non ebrei, dei pagani nel piano di salvezza di Dio.

Sicuramente vi è una polemica con il popolo ebraico che non ha accolto Gesù come il Messia atteso, ma credo che nel racconto di guarigione vi sia anche qualcos’altro che parla direttamente a noi, alla nostra attualità di vita e di fede.

I dieci lebbrosi hanno mostrato di attenersi alla Torah nel tenersi a debita distanza dai sani e quindi anche da Gesù. Ma Egli a sua volta risponde loro attenendosi alla Legge e mandandoli dal sacerdote per farsi attestare la purificazione avvenuta, solo strumento possibile per essere reintegrati nella società, per poter tornare alle loro famiglie.

Allora è facile capire la fretta che costoro hanno nell’andare dal sacerdote per essere puri non solo dinanzi a Dio, ma soprattutto dinanzi agli esseri umani.

Ed ecco il punto dirimente: tra i dieci uomini che si trovano nella stessa condizione, ve n’è uno che sceglie una priorità differente da quella degli altri nove.

Lui andrà dal sacerdote, ma successivamente: prima di recarsi dai sacerdoti, prima del reintegro religioso e sociale vi è qualcuno da ringraziare pubblicamente per la salvezza avvenuta.

Quest’uomo ha scelto e compreso che è necessario prima di ogni istituzione umana, seppur religiosa, glorificare Dio per la guarigione, glorificare Dio per avergli ridato vita, una vita dignitosa!

E Gesù è strumento di questa salvezza, ancora di più Egli è l’incarnazione del Regno di Dio e va accolto e glorificato qui ed ora.

Ma cosa vuol dire questo per noi sorelle e fratelli?

Nel Sinodo metodista e valdese di quest’anno uno dei temi che ci ha maggiormente coinvolti è se le nostre comunità sono ancora in grado di dire qualcosa ai suoi stessi membri e alla società. Come si è espresso il pastore Paolo Ribet nel sermone del culto di apertura, è la preoccupazione che la nostra chiesa sia vittima dell’astenia, in torpore, e che i suoi membri siano tiepidi.

Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh fossi tu pur freddo o fervente! Così perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente io ti vomiterò dalla mia bocca!

Così si rivolgeva l’Amen, il principio della creazione di Dio all’angelo della chiesa di Laodicea in Apocalisse…chissà se si rivolgerebbe allo stesso modo alla nostra chiesa?

Questa è per noi questione fondamentale: stiamo facendo noi la scelta fatta dal lebbroso samaritano? Noi glorifichiamo Dio per quanto fa nella nostra vita?

Abbiamo fatto noi quel mezzo giro fisico e simbolico che segna la conversione a Dio e che ha portato l’uomo a volgersi a Dio per mettere lui, il Dio della vita e della salvezza, al primo posto nelle sue priorità?

Abbiamo fatto e facciamo noi dell’annuncio pubblico della salvezza in lui trovata l’elemento imprescindibile della nostra fede che orienta e sostanzia ogni nostra azione concreta nel quotidiano?

Care sorelle e cari fratelli siamo all’inizio di un nuovo anno ecclesiastico, stiamo riprendendo le nostre attività, allora cerchiamo di farci ispirare dalla scelta del lebbroso samaritano nel nostro cammino nella certezza che il nostro Dio misericordioso ci riprende e corregge per riportarci alla vera vita.

“Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me.” (Ap. 3,19-20)

Amen

Past. Mirella Manocchio

Tra libertà e responsabilità

25 settembre 2016

Romani 14,13-19

Care sorella e fratelli,

eccoci confrontati con un brano di una lettera che l’apostolo Paolo aveva rivolto alla comunità cristiana di Roma. Che bella coincidenza!

Certo ho avuto qualche perplessità a scrivere un sermone su questo testo ad una chiesa nella quale sono appena giunta mentre Paolo si rivolgeva ad una chiesa che conosceva bene, di cui sapeva la storia e la composizione e di cui comprendeva le dinamiche interne.

Per me non è ovviamente così, ma credo che ugualmente le parole dell’apostolo siano molto attuali e possano aiutare noi tutti nella riflessione.

Ancora una volta l’apostolo è chiamato a dirimere controversie e dispute nate nel seno di comunità cristiane cercando di offrire una risposta in termini pastorali, ed ancora una volta, come era già successo a Corinto, la comunità si presenta divisa in due gruppi: i deboli ed i forti nella fede.

Differenti sono le opinioni di esegeti e storici su come identificare i due raggruppamenti, ma generalmente si propende per identificare i “forti nella fede” con cristiani che si sentono liberati dai vincoli a leggi alimentari, all’osservanza di digiuni o di particolari giorni sacri; mentre i deboli con coloro che ritenevano che l’ubbidienza a prescrizioni alimentari e rituali fosse una parte integrante della loro risposta di fede a Gesù Cristo, pur se non finalizzata al raggiungimento della salvezza.

Al di là di come identificare i due gruppi, la discussione che qui prende corpo sembrerebbe contrapporre due fronti: uno legato ancora all’asservimento alle leggi di purità ed un altro liberato da queste costrizioni rituali che guarda alla vita del Regno.

Insomma qui sembrerebbe esservi uno scontro tra libertà e asservimento nella fede. Ed è significativo che ‘un giorno una parola’ indichi tale brano per questa domenica se pensiamo che in questa data nel 1870 proprio qui, nella Roma appena liberata dal potere temporale dei papi, è stato celebrato il primo culto evangelico pubblico nella città.

Ma se leggiamo più attentamente questo testo ci rendiamo conto che l’accento è posto maggiormente nel rapporto tra libertà e responsabilità.

Paolo si schiera chiaramente con i forti, con chi ha in amore la libertà in Cristo Gesù, ma ricorda a costoro la necessità di non provocare scandalo nei deboli per evitare che questa sia occasione di caduta al fratello o alla sorella e quindi di distruzione della comunione. Proprio coloro che si ritengono forti nella fede, adulti al confronto di altri che sono ancora come bambini, sono quelli chiamati ad assumersi perciò stesso una maggiore responsabilità.

Al contempo, però, non dice a costoro che la soluzione risiede nell’accettare tout court l’osservanza di tali precetti alimentari e di particolari festività per compiacere i deboli.

La chiesa che Paolo prospetta ai romani è una comunità in cui è operante la diversità riconciliata tra i credenti in virtù della comune appartenenza a Cristo: «Nessuno di noi infatti vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; perché, se viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo nel Signore» afferma al versetto 7.

L’apostolo in realtà ammonisce gli uni e gli altri, rei di aver intaccato lo spirito di fratellanza che deve animare i membri della comunità cristiana il cui centro di unità è il rapporto totalizzante con Cristo, l’appartenenza a lui.

Se volessimo porre in parallelo le situazioni descritte nel brano di Romani e le nostre esperienze comunitarie forse avremmo qualche difficoltà nell’individuare i due gruppi poiché ognuno ed ognuna di noi ritiene a buon conto di essere forte nella fede, ed anche perché nel nostro ambito difficilmente si trovano gruppi legati a prescrizioni alimentari e a festività.

Ciò non toglie che tra noi permangano diverse sensibilità teologiche e liturgiche legate pure ad ambiti culturali e nazionali differenti, opinioni e modi diversificati di portare avanti la propria vocazione, magari una divisione tra chi vuole esprimere la propria testimonianza in ambito cultuale e di preghiera e chi invece vede anche l’impegno politico come espressione del proprio vissuto di fede.

Il punto centrale di Paolo, comunque, rimane: non un’uniformità che appiattisce, ma la solidarietà tra diversi deve caratterizzare la comunità cristiana, la mutua accoglienza in cui i deboli e i forti devono sapersi accettare come fratelli e sorelle nella loro alterità.

«Vivere vuol dire essere in solitudine. Nessun uomo conosce gli altri. Ogni uomo è solo»

È un’affermazione lapidaria e priva di speranza questa di Hermann Hesse, ma ad ogni buon conto ci sentiamo di dire che non sia del tutto vera?

Pensiamo un momento alla realtà che ci circonda, alle sfide epocali emerse con la globalizzazione: la tecnologia ci permette di essere in contatto con tutti in ogni parte del globo eppure aumenta il numero di coloro che muoiono in solitudine senza che nessuno se ne accorga; oggi è possibile raggiungere con voli velocissimi nazioni e continenti a noi lontanissimi eppure vi sono uomini e donne che per attraversare un lembo di mare o scavalcare un muro perdono la vita.

Nella moda, nella musica e nel cibo si mescolano colori, suoni e profumi di tutto il mondo eppure vediamo quanto sia difficile accogliere e rispettare la diversità vivente dell’altro quando ci tocca!!!

E nelle nostre chiese? Pensiamoci!

Sicuramente è più facile ed offre maggior sicurezza accogliere e dialogare chi è a noi simile secondo l’adagio “il simile ama il suo simile” e quando ciò non può avvenire, ecco allora emergere un atteggiamento di giudizio, una reazione colma di paura. È questa paura la radice del razzismo, dell’emarginazione, della censura di opinioni differenti e discordanti.

«Accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio» è invece la risposta conclusiva del ragionamento di Paolo nel capitolo 15 ed anche se qui la terminologia dell’amare non compare in modo esplicito, l’accogliere a cui l’apostolo si riferisce in contrapposizione al giudicare, mi pare che si muova lungo la stessa direttrice.

E qui l’apostolo utilizza non a caso un imperativo perché questa non è una possibile opzione tra le altre, ma è una scelta di campo basilare e su questa sì che si gioca l’aderenza o meno alla fede rivelata da Gesù Cristo.

Accogliete nel pieno rispetto chi è diverso, non solo chi è simile a voi – viene affermato con forza –  perché Dio stesso ha operato proprio così nei vostri confronti.

Lui, l’Altro per eccellenza, ha voluto condividere la nostra alterità nei suoi confronti in Gesù Cristo fino a soffrire e morire come uno di noi, per poi risorgere e così accoglierci come fratelli e sorelle rinati e innalzati alla gloria di Dio.

Questo pone ognuno di noi dinanzi ai propri limiti e al tempo stesso offre un nuovo orientamento per spezzarli, così da permettere ad ognuno di noi di saltare al di là della propria ombra e di capire con chi gli è prossimo che – come dice Bohnoeffer – <<sia lui sia io non possiamo vivere in nessun modo delle nostre parole e azioni, ma solo dell’unica parola ed azione che ci unisce nella verità, cioè la remissione dei peccati in Gesù Cristo >>.

Ma un altro punto vorrei sottolineare del discorso di Paolo che, secondo me, ci potrebbe permettere di avere uno sguardo alto e altro sulla questione.

Quando l’apostolo Paolo afferma in modo lapidario che “il Regno di Dio non consiste né in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito santo” offre a noi cristiani di ogni tempo e luogo l’opportunità di sollevare il capo dalle nostre a volte sterili dispute, dalle nostre controversie liturgiche e cultuali per porre lo sguardo verso l’orizzonte del Regno e il cammino che questo traccia per noi tutti.

Ed è solo su questo terreno che ognuno di noi può incontrare l’altro, su un terreno dove gioca solo l’amore di Dio che spinge noi tutti ad assumerci la responsabilità dell’altro in tutta la sua interezza, senza fermarci al solo ambito comunitario, ma operando secondo tale prospettiva anche in quello societario.

Amen 

Past. Mirella Manocchio