Violenza maschile: lettera aperta alle chiese

Da Riforma

Il documento richiede un investimento nella formazione sulla violenza di genere dal punto di vista pastorale

Dal 24 al 27 ottobre si è tenuto a Rocca di Papa un seminario di formazione per candidate e candidati al ministero pastorale e diaconale della chiese valdesi e metodiste, pastore e pastori in prova delle chiese battiste, pastore e pastori nei primi anni del loro ministero. Due volte all’anno la Commissione permanente per la formazione pastorale (Cpfp) organizza dei seminari di formazione ad hoc, per accompagnare le ministre e i ministri delle chiese battiste, metodiste e valdesi, nel loro operato. La novità è stato il tema di questo seminario: La violenza maschile. Il documento vuole offrire delle riflessioni alle chiese, anche in vista delle prossime importanti scadenze. Qui di seguito il testo del documento:

Care sorelle e cari fratelli, care chiese,

dal 24 al 27 ottobre si è tenuto a Rocca di Papa un seminario di formazione per candidate e candidati al ministero pastorale e diaconale della chiese valdesi e metodiste, pastore e pastori in prova delle chiese battiste, pastore e pastori nei primi anni del loro ministero. Questa non è una novità: due volte all’anno la Commissione permanente per la formazione pastorale (Cpfp) organizza dei seminari di formazione ad hoc, per accompagnare le ministre e i ministri delle chiese battiste, metodiste e valdesi, nel loro operato. La novità è stato il tema di questo seminario: La violenza maschile. Non si era mai fatto un seminario su questo argomento e da diverse parti c’erano delle perplessità, dei timori, degli imbarazzi. A partire dalle parole.

Si è deciso di utilizzare il termine “violenza maschile” perché si tratta di una questione principalmente maschile, mentre il più comune “violenza contro le donne” sembra suggerire che il problema sia “ femminile” e dalle donne debba essere risolto, indossando magari vestiti più pudichi, non andando in giro la sera tardi, allontanandosi da un partner violento, ecc. Si tratta di “violenza maschile” perché si riconosce che il fenomeno non è circoscritto ai singoli episodi di violenza, da cui possiamo tirarci fuori quando non siamo noi direttamente ad agire violenza, ma che essa è inserita in un sistema patriarcale che rende “normale”, e quindi in qualche modo accettata, la disparità di genere e, in ultimo, la violenza; è proprio questo sistema che tutti e tutte noi, a partire dagli uomini, siamo chiamati e chiamate a decostruire. Le parole, insomma, ci aiutano a vedere le cose da un’altra prospettiva. Abbiamo lavorato a partire dalle storie e dalle esperienze, personali e legate alle persone delle quali siamo chiamate e chiamati a prenderci cura, delle nostre chiese, delle nostre famiglie, ma anche dei contesti in cui viviamo.

Durante il seminario, siamo state accompagnate e condotti dalla pastora Gabriela Lio, direttora del centro battista di Rocca di Papa e ora presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia (Fdei), attraverso alcuni “testi dell’orrore” delle Scritture: leggendo Giudici 19, a esempio, siamo stati invitati a soffermarci sugli ambienti domestici, sulle relazioni tra uomini e sul posto lasciato alle donne. In un certo senso si potrebbe dire che non ne siamo rimasti sorpresi: sappiamo che le Scritture sono state scritte in un contesto patriarcale e distante, ma forse non avevamo mai messo in relazione questi testi con la quotidianità, con la vita, con l’essere ministre e ministri. Alcune e alcuni di noi non conoscevano i centri antiviolenza, né il numero di emergenza da chiamare in caso di violenze (1522, non dimenticatelo neanche voi!) né sapevano che cosa significasse violenza psicologica, violenza economica, spirale di violenza. O meglio, lo sapevamo, ma ci sembrava altro da noi. Poi abbiamo avuto una giornata di formazione con Olivier Malcor, formatore e attore del Teatro dell’oppresso, che con gradualità e simpatia ci ha fatto entrare nella dimensione della violenza di cui siamo imbevuti, di dinamiche di potere non simmetriche, di esempi di disprezzo, di sminuimento, ma anche di silenzio di fronte a episodi di violenza di cui siamo stati testimoni o soggetti.

Ed è per questo che vi scriviamo. In questi giorni in noi, tra noi, qualcosa si è smosso. Abbiamo voluto condividere gli uni con le altre alcune delle nostre storie, anche alcune delle ferite profonde che ci abitano e ci siamo detti che non vogliamo più colludere con la violenza. Desideriamo guardare, riconoscere, agire. Desideriamo impegnarci in prima persona: guardando le nostre ferite, riconoscendo i nostri limiti e agendo perché si possa cambiare lo sguardo anche nelle nostre chiese, a partire dall’uso che facciamo della lettura e dalla interpretazione delle Scritture. La violenza maschile è anche questione teologica, perché ha a che fare con la nostra quotidianità di persone credenti, con i tentativi di essere discepole e discepoli di Gesù Cristo. Ha a che fare con la trasformazione che Dio opera nelle nostre vite. Desideriamo agire perché ci siamo resi conto che nessuno di noi è immune alla violenza e che possiamo fare qualcosa. Avvertiamo la necessità di un percorso, che parte dalla gratitudine per le sorelle dei movimenti femminili e femministi. Pensiamo che sia importante camminare insieme, per entrare nel bosco fitto delle relazioni e sapere di non essere sole e soli. Vogliamo essere alleati, compagni e compagne di viaggio.

Certo, ci sono dei documenti sinodali, delle prese di posizione ecumeniche, delle giornate di preghiera e delle mobilitazioni contro la violenza contro le donne, le bambine e bambini, le persone più fragili, contro la violenza di genere, l’omotransfobia. Vorremmo, assieme a tutto questo, provare a invertire la marcia, provare ad andare più lentamente nel trovare le soluzioni e più approfonditamente, affinché il cambiamento possa essere duraturo. Con questa lettera aperta alle chiese desideriamo condividere il nostro impegno personale per la costruzione di relazioni il più possibili consapevoli del potere della violenza maschile su ciascuna e ciascuno di noi. Nella cura pastorale, nella formazione all’interno delle comunità locali, nella predicazione. Desideriamo così riconoscere che la potenza di Dio nelle nostre vite è la croce e che essa dà forma alle nostre relazioni. In quanto uomini, ci interessa la maschilità di Gesù come decostruzione degli stereotipi del “vero uomo”; in quanto donne riconosciamo che l’Evangelo di Gesù Cristo ci rende “autrici”, soggetti della propria storia e delle relazioni che intessiamo. Vogliamo impegnarci anche «in memoria di lei» (Marco 14, 3-9), in memoria di una donna che è stata riconosciuta autrice da Gesù, il quale ha fermato il disprezzo degli uomini nei suoi confronti, smascherando la loro ipocrisia.

Desideriamo rivolgerci anche agli Esecutivi delle nostre chiese, ai nostri Istituti di formazione, affinché si investa nella formazione sul tema della violenza maschile, dal punto di vista della pastorale nei confronti delle persone che subiscono e che agiscono violenza; affinché si promuova un percorso che porti al riconoscimento delle dinamiche di violenza che caratterizzano molte realtà anche nelle nostre chiese e nelle nostre istituzioni e, soprattutto, se ne possa parlare. Questo percorso esige la formazione non solo da parte delle ministre e dei ministri ma delle sorelle e dei fratelli di chiesa, affinché la paura di raccontarsi e raccontare, la paura di agire, la paura del giudizio non siano i sentimenti prevalenti che bloccano e che rendono le persone colluse con la violenza stessa.

Diversi possono essere i suggerimenti pratici: qui desideriamo proporre che alla prossima Assemblea-Sinodo, in via di organizzazione, venga inserita una serata sul tema della violenza maschile, per parlarne insieme e insieme trovare delle proposte operative concrete. Siamo guidate e guidati, in questi propositi, dalla certezza che «la pietra è già stata rotolata» (Marco 16, 4), che Cristo risorto illumina già le vite di ciascuna e di ciascuno.

Il Signore della vita benedica il cammino di ciascuna e ciascuno e della sua chiesa, ci rialzi dai nostri inciampi, ci accompagni lungo le strade ancora da percorrere, trasformate e trasformati dal suo amore.

Le e i partecipanti al seminario

Andrea Aprile, pastore battista della chiesa valdese di Riesi-Agrigento; Gabriele Bertin, candidato al ministero pastorale presso la chiesa valdese di Palermo via Spezio; Simone Caccamo, pastore locale della chiesa battista di Roma, via del Teatro Valle; Stanislao Calati, pastore della chiesa metodista di Vercelli e diaspora di Vintebbio;Marco Casci, pastore delle chiese metodiste di Udine e Gorizia e della diaspora valdese di Tramonti di Sopra; Maria Betania De Mato, pastora delle chiese battiste di Policoro e Cersosimo; Noemi Falla, pastora della chiesa metodista plurisede di Parma-Mezzani e chiesa metodista di Casalmaggiore; Alessandro Gatti, pastore locale della chiesa battista di Casorate Primo; Ioana Niculina Ghilvaciu, pastora delle chiese battiste di Siracusa e Floridia; Ilenya Goss, pastora della chiese valdesi di Mantova e Felonica Po; Sophie Langeneck, pastora della chiesa valdese di Torino; Nicola Laricchio, studente battista presso la Facoltà valdese di Teologia (Fvt); Francesca Litigio, studentessa battista presso la Fvt; Francesco Marfè, pastore della chiesa valdese di Foggia e dalla chiesa metodista di Venosa e Rapolla; Monica Natali, candidata al ministero diaconale, con cura della chiesa valdese di Corato-Bari;Daniele Podestà, pastore in prova presso la chiesa battista di Pordenone; Luca Reina, pastore delle chiese battiste di Matera e Miglionico; Nicola Tedoldi, pastore della chiesa metodista plurisede di Piacenza-Cremona, sovrintendente dell’VIII Circuito – chiese metodiste e valdesi.

La commissione Cpfp

Cristina Arcidiacono, pastora della chiesa battista di Milano via Jacopino, segretaria Dipartimento di teologia Ucebi;Daniele Bouchard, pastore chiese valdesi di Pisa, Livorno, Rio Marina, coordinatore Commissione Ministeri e Cpfp;Teresa Buzzetti, chiesa metodista di Bologna; Stefano D’Amore, pastore della chiesa valdese di Villar Pellice; Dario Monaco, pastore della chiesa battista di Mottola e Martina Franca; Monica Sappè, chiesa valdese di Luserna san Giovanni; Erica Sfredda, chiesa valdese di Torino; Karola Stobäus, diacona presso la chiesa valdese di Torre Pellice;Massimo Torracca, pastore locale della chiesa battista di Sarzana; Stefano Vinti, chiesa valdese di Pinerolo.

Per non dimenticare

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Prolusione Facoltà Valdese di Teologia

Da Riforma

La prolusione della pastora Letizia Tomassone sul variegato contributo femminile alla Riforma protestante

di Maria Teresa Piani

 

Sabato 5 ottobre, la Facoltà valdese di Teologia di Roma ha inaugurato il 165° anno accademico. Alla prolusione erano presenti il corpo docente, gli studenti e le studentesse iscritti alla Facoltà in vista del pastorato, gli iscritti al corso di Scienze bibliche e teologiche, gli studenti universitari ospiti del centro Melantone e gli aderenti al programma Erasmus. La prolusione, affidata per la prima volta a una donna, è stata tenuta dalla professoressa di Studi femministi e di genere Letizia Tomassone. Tema trattato: «Donne della Riforma. Un soggetto imprevisto?». Nella prolusione la Riforma è stata analizzata con criteri storici e con criteri di genere, attraverso l’analisi di testi scritti dalle donne che in vari modi ebbero parte attiva nel promuovere un cambiamento sociale e spirituale, nel XVI secolo.

 Si è approfondito il tema di come e se la Riforma portò trasformazioni per le donne nella chiesa e nella società. Se cambiarono i rapporti tra donne e uomini e come le prime poterono riappropriarsi e far valere i propri diritti: ricevere un’educazione, ereditare, avere proprietà, esercitare una professione.

Due principi della Riforma incisero sulla trasformazione sociale nella vita delle donne: il sacerdozio universale e il Sola Scriptura. La donna doveva essere sempre vista come sposa e legata alla vita familiare, al punto che era sconsigliata la condizione di vedovanza. Viene citato l’esempio di Wibrandis Rosenblatt che fu sposa di quattro Riformatori. L’unica possibilità socialmente riconosciuta era nel matrimonio e nella vita familiare. Ma, essendo la famiglia lo spazio in cui si svolgevano le attività artigianali e commerciali, la moglie diventava di fatto assieme al marito un’imprenditrice accettata e ascoltata. Un primo esempio lo abbiamo attraverso le molteplici attività imprenditoriali, come si direbbe oggi, di Katerina von Bora sposa di Lutero. Le donne, pur non avendo ufficialmente spazi di predicazione, o decisionali, o confessionali, furono molto attive proprio nella predicazione e nella diffusione delle idee della Riforma. Il principio del sacerdozio universale permette di poter vivere e far conoscere la propria fede nelle attività e nelle professioni da loro esercitate.

Nella prolusione è stata menzionata la situazione della città di Strasburgo, sede di una Riforma più tollerante e aperta di quella tedesca. In questa città un decimo della popolazione era di fede anabattista e due donne vengono ricordate: una come “anziano di Israele”, Barbara Rebstock, e Ursula Jost come guida e profetessa della comunità. Fu ancora una donna, Margarethe Pruess, audace editrice e tipografa che pubblicò le loro visioni. Margarethe rimase dentro le regole stabilite dalla società del suo tempo, accettando di prendere dei mariti tipografi con i quali poté mantenere e esercitare, con ruolo decisionale, la sua attività. Ciò le permise di far stampare scritti che apportarono un significativo contributo allo sviluppo dell’anabattismo. Ed è sempre una donna Katharina Zell, ex badessa che uscita dal convento sposò Matteo Zell, ad avere l’incarico di organizzare e coordinare l’accoglienza dei profughi in fuga dalle stragi legate alle guerre dei contadini. Il lavoro svolto dalla Zell fece sorgere l’idea che anche le donne potevano avere un ruolo e una vocazione nell’ambito della chiesa.

Per le donne era un epoca complessa:di scontri, di discussioni, di conversioni. Un periodo fiorente per la scrittura di epistole e di testi per la Riforma quali inni, poesie, profezie. Le donne pubblicano e per poterlo fare, il più delle volte attribuiscono il merito al marito oppure firmano solo con le iniziali. Come fa notare la prof. Tomassone: «Le donne della Riforma, sono state capaci di creare una rete, di dialogare tra loro e sostenersi a vicenda. La rete delle donne in dialogo fra loro creava una forte solidarietà e sostegno che poi si riversava anche sul versante maschile delle relazioni».

Un’ altra spinta teologica della Riforma è stata la necessità di saper leggere e scrivere per accostarsi alla Scrittura in modo individuale. Per Lutero è importante che anche le donne sappiano predicare affinché, nel momento di forte necessità in mancanza dell’uomo, esse siano in grado di sostituirlo. «Quando non ci sono uomini che parlano, è necessario che lo facciano le donne». Diventa obbligatorio che i genitori, facciano frequentare le scuole sia ai figli che alle figlie. Con la Riforma anche i mariti si fanno carico e partecipano alla cura della prole. La scuola, pubblica e gratuita, verrà affidata ai magistrati civili che sostituiranno l’opera dei conventi. A Ginevra, alle ragazze della seconda generazione della Riforma, sarà preclusa l’istruzione gratuita delle scuole superiori. Questo comporterà gravi conseguenze che si protrarranno per lungo tempo.

Pertanto, le donne sono riuscite a contribuire attivamente ai cambiamenti che la Riforma ha portato nella società e nella chiesa, superando gli ostacoli imposti dalla mentalità del tempo.

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Giovedì in nero

Durante l’ultimo Sinodo, appena concluso a Torre Pellice, è stato approvato un ordine del giorno che sensibilizza le chiese contro la violenza sulle donne aderendo all’iniziativa “Giovedì in nero”.

Thursdays in black è la Campagna di sensibilizzazione, nata in seno al CEC diversi anni fa, che si oppone allo stupro e alla violenza. Ogni giovedì, chi riconosce la violenza contro le donne come una piaga delle nostre società – chiese incluse – è invitato a indossare indumenti neri.

Il sinodo ha invitato le chiese ad organizzare iniziative ogni giovedì e pubblicizzarle nell’ambito locale. 

Il Consiglio ecumenico delle chiese ha, quindi,  deciso di pubblicare ogni giovedì una serie di interviste a persone che operano come «ambasciatori»contro la violenza di genere.

Come riportato da Riforma.it  Agnes Abuom è la prima a essere intervistata sul sito internet del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) nel nuovo ciclo di incontri redazionali dedicati alla Campagna internazionale del Giovedì in nero. Abuom – originaria del Kenya – è la moderatora del Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec).

Qui potete trovare sul sito di Riforma l’intervista alla moderatora del Comitato Centrale del CEC.

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Moderatora o moderatrice? Il perché di una parola

 Alessandra Trotta e Carola Tron – Foto di Nadia Angelucci

Da NEV

Roma (NEV), 5 settembre 2019 – All’indomani della nomina di Alessandra Trotta quale nuova moderatora della Tavola valdese, molte persone si sono chieste il motivo della parola: “moderatora”. Vezzo femminista? Forzatura di un linguaggio inclusivo? Errore grammaticale? Niente di tutto questo. Vediamo il perché.

Interpellata dall’Agenzia NEV, Alessandra Trotta ha dichiarato di aver scelto questo titolo “in continuità con la scelta compiuta dalla prima donna chiamata a rivestire questo ruolo” (la pastora Maria Bonafede, prima donna in assoluto a ricoprire l’incarico di guida della Tavola valdese, organo collegiale di governo fra un sinodo e l’altro, cui è anche affidata la rappresentanza ufficiale delle chiese metodiste e valdesi nei rapporti con lo Stato, ndr).

Spiega Maria Bonafede: “Quando sono stata eletta ho assunto il titolo dalla chiesa sorella sudamericana per coniare in Italia un termine nuovo, che rendesse ragione della novità della presenza di una donna in un incarico per secoli maschile”. Bonafede aveva ricevuto questa sollecitazione da altre donne protestanti: “A molte di loro non sembrava sufficiente il femminile italiano e vollero, quindi, una parola che indicasse sia la forza innovativa di un ruolo finalmente aperto alle donne, sia la sorellanza con la Mesa valdense, omologa latinoamericana della Tavola”.

Ricordiamo che l’attuale Moderadora dell’unione delle chiese valdesi del Rio de la Plata è Carola Tron, prima donna a ricoprire questa posizione oltre oceano.

Quindi, nessuna trovata femminista, né tanto meno un errore grammaticale, bensì una precisa e coraggiosa scelta, sulla linea di tante altre che i movimenti delle donne, e, perché no, le teologhe, hanno portato avanti.

Quanto al linguaggio inclusivo, una piccola precisazione. L’italiano permette di declinare al femminile tutti i sostantivi attraverso le desinenze -a, -aia (fioraia), -aiola (pizzaiola), -iera (giardiniera), -sora (assessora), e l’uso del relativo articolo femminile, solo per fare alcuni esempi. Ne parlava in modo approfondito già più di trent’anni fa Alma Sabatini nel suo Il sessismo nella lingua italiana, redatto su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Spesso con la scusa del “suona male” si rinuncia ad applicare le regole grammaticali, per cui “suonano bene” infermiera, operaia, impiegata, ma non vale altrettanto per ministra, assessora o avvocata (fatta eccezione per Maria, la mamma di Gesù, definita “avvocata nostra” nella preghiera cattolica “Salve regina”). L’entrata in scena delle donne in professioni e ruoli maschili impone un cambio di paradigma, ricordando comunque che non è la regola a fare il linguaggio, ma il linguaggio a creare la regola. O, come dice l’Accademia della crusca, una parola diventa “nuova” quando si diffonde ed entra negli usi collettivi della lingua per un periodo di tempo significativo.

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Minoranze valdesi fra Italia e Uruguay: ritratto di una somiglianza

da Nev

Intervista alla “Moderadora” della Mesa valdense del Rio de La Plata Carola Tron, giovane pastora della chiesa di San Salvador, ospite del Sinodo recentemente concluso a Torre Pellice

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Sojourner Truth

Pubblichiamo l’intervento di Angelita Tomaselli su Sojourner Truth, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

La Bibbia è la fonte primaria di autorità per le donne nere. Nelle sue pagine esse hanno imparato a rifiutare gli stereotipi che descrivono la loro gente come semplici numeri che reagiscono soltanto all’onnipresente oppressione razziale.

Il conoscere i racconti su Gesù del Nuovo Testamento aiuta le donne a prendere coscienza degli alloggi inadeguati, del superlavoro delle madri, del sottolavoro dei padri, dell’analfabetismo funzionale, della malnutrizione ancora diffusi nella comunità nera.

Tuttavia, come donne timorate di Dio, esse sostengono che la vita dei neri è qualcosa di più di una reazione difensiva a circostanze oppressive di angoscia e disperazione. La vita della gente nera è la ricca e variopinta creatività che è emersa e riemerge nella sua ricerca della dignità umana.

Il comprendere la tradizione profetica della Bibbia rende le donne nere capaci di elaborare una serie di valori, secondo il loro proprio punto di vista, oltreché di capire, radicalizzare e talvolta distruggere gli orientamenti negativi imposti dalla società nel suo complesso.

Esse sono come profetesse contemporanee, che chiamano altre donne a sbarazzarsi anch’esse delle ideologie oppressive e dei sistemi di credenze che presumono di definire la loro realtà. La coscienza femminista nera può essere più accuratamente identificata come coscienza “womanist” nera[1].

La parola “womanist” è stata introdotta dalla scrittrice africana americana Alice Walker[2]con una definizione in forma di lemma di dizionario, per sottolineare la pluralità dei significati del termine.

Uno di questi è “colei che è impegnata nella sopravvivenza e nel benessere del popolo intero, uomini e donne[3], ma sono contemplate altre sfumature: l’importanza delle reti familiari e sociali centrate sulle donne e su valori e tradizioni dell’Africa occidentale, le relazioni tra donne, l’attivismo collaborativo, la dimensione spirituale.

Attiviste quali Alice Walker, bell hooks, Delores Williams, Audre Lorde e Angela Davis, costruirono tra gli anni Sessanta e Settanta un paradigma per dare nome al potere trasformato delle azioni di resistenza individuale e collettiva al razzismo, al sessismo e allo sfruttamento di classe. Cardine di questo paradigma è la critica al concetto astratto di donna, che nella sua assenza di specificazioni presuppone la sostanziale omogeneità nelle esperienze dei soggetti di genere femminile[4].

Per le teoriche e le attiviste africane americane, il carattere di universalità presente nel termine “donna” non è neutrale, ma nasconde rapporti di potere così profondamente sbilanciati a favore delle americane bianche da rendere l’appartenenza al genere femminile un elemento fra gli altri, non il solo e non necessariamente il principale, per un indicare come un soggetto si situa nel mondo.

Negli anni Novanta il vocabolario critico del pensiero womanist si arricchisce del contributo della giurista e attivista africana americana Kimberlé Crenshaw, che introduce il concetto di intersezionalitàper descrivere la complessità delle forme di oppressione di cui hanno fatto esperienza le donne nere.

Nel corso degli anni Novanta il termine è entrato a far parte del vocabolario degli studi di genere e post coloniali per dar voce non solo ai contributi delle africane americane, ma anche a quelli di soggetti provenienti da ex colonie o da percorsi di migrazione, che vivono forme diverse di discriminazione multipla.

La coscienza femminista delle donne afroamericane non può essere compresa e spiegata senza tener conto del contesto storico in cui le donne nere si sono trovate ad agire come soggetti morali.

In tutta la storia degli Stati Uniti lo stretto rapporto tra la supremazia bianca e la superiorità maschile ha caratterizzato la realtà della donna nera, facendone una situazione di lotta: lotta per sopravvivere contemporaneamente in due mondi contraddittori, l’uno bianco, privilegiato e oppressivo, l’altro nero, sfruttato ed oppresso.

La donna nera, in quanto schiava, aveva lo status di un oggetto posseduto: il padrone aveva su di lei un potere assoluto, e negava a lei e ai suoi figli i più elementari legami sociali, quelli della famiglia e della parentela.

Come schiava e femmina, la donna nera doveva subire ogni genere di prevaricazioni. Nella cultura bianca erano correnti certi preconcetti circa la natura della gente nera, come “esseri di un ordine inferiore”, come una specie che stava tra il mondo animale e quello degli esseri umani.

La tradizione womanist nera fornisce l’incentivo per erodere le strutture oppressive. Le womanist nere s’identificano con quei personaggi biblici che si aggrappano alla vita nonostante un’oppressione schiacciante.

Delores Williams in Sisters in the Wilderness[5]propone una complessa declinazione teologica del pensiero womanist che, attraverso una lettura dei due racconti biblici di Genesi 16:1-16 e Genesi 21:9-21 dal punto di vista della schiava egiziana Agar, elabora l’esperienza storica di oppressione delle sue antenate che vissero in schiavitù in America.

La lettura womanist mette in rilievo la trama sottostante il conflitto tra Agar e Sara attraverso due temi: la maternità e la sopravvivenza legata all’esperienza del deserto.

Il forte valore simbolico del deserto è documentato dalle autobiografie delle ex schiave, in cui ricorre il tema di Dio come unico sostegno.

Tra queste, ha forte valore simbolico e storico la testimonianza della ex schiava e attivista Sojourner Truthdurante un suo famoso discorso alla Women’ Right Convention in Ohio, nel 1852: “Ho partorito tredici figli e li ho visti quasi tutti venduti in schiavitù. E quando ho gridato l’angoscia di una madre, soltanto Gesù mi udì[6].

Una delle più famose ed ammirate donne afro-americane della storia degli Stati Uniti, Sojourner Truth cantava, predicava e discuteva nei raduni all’aperto in giro per il paese, guidata dalla sua devozione al movimento anti schiavistico e dal suo ardente desiderio di perseguire i diritti delle donne.

Oratrice affascinante ed implacabile profetessa, Sojourner incantava l’uditorio con le storie sulla sua vita in schiavitù e con le sue toccanti interpretazioni di inni metodisti e di inni da lei stessa conosciuti.

Frederick Douglass ha descritto il suo messaggio come “una strana combinazione di testimonianza e saggezza, di selvaggio entusiasmo e di un buonsenso duro come una pietra”.

La vita di Sojouner[7]attraversa il periodo della schiavitù e dell’emancipazione. Nacque sul finire del 1790 e visse fino al 1883.

Ha vissuto approssimativamente metà della sua vita in schiavitù a New York, città che divenne “stato libero” il 4 Luglio 1827, e l’altra metà l’ha vissuta come donna emancipata.

Il 1843 fu un momento di svolta per Sojourner. Divenne metodista e cambiò il suo nome da Isabella Baumfree a Sojourner Truth. Disse ai suoi amici: “Lo Spirito mi chiama ed io devo andare”.

Così si mise in viaggio ed iniziò a predicare sull’abolizione della schiavitù.

Si guarda alla vita di Sojourner come esempio delle lotte, tipiche della schiavitù, per l’umanità e la libertà. La sua vita dopo l’emancipazione rappresenta la ricerca delle donne nere di avere voce, autonomia ed uguaglianza che caratterizzano il periodo dell’emancipazione.

Lo straordinario racconto “Narrative of Sojourner Truth”, pubblicato per la prima volta nel 1850, offre uno sguardo unico sul mondo della schiavitù nel Nord degli Stati Uniti.

Truth racconta la sua vita come schiava nella New York rurale, la sua separazione dalla famiglia, la sua conversione religiosa e la sua vita come predicatrice in viaggio negli anni’40 del 1800.

Sojourner racconta anche del suo lavoro come riformatrice sociale, consulente di ex schiavi e promotrice di una migrazione nera verso l’ovest degli Stati Uniti.

Come lo storico Nell Painter nota, in diversi modi Sojourner era “una donna afro americana rappresentativa” di questi due periodi. Truth era rappresentativa delle lotte di quel periodo così come delle speranze e delle ricerche sotto il profilo spirituale[8].

Sojourner ha viaggiato per il paese cogliendo l’opportunità di parlare, anche quando parte della folla preferiva che ella rimanesse in silenzio.

La sua voce era quella pubblica sollevata per intraprendere la battaglia per l’uguaglianza delle donne nere e dei neri in generale.

Frances Gage racconta che prima del famoso discorso di Sojourner “Nonsono io una donna” tenuto ad Akron, nell’Ohio, alcune persone nella folla urlarono, “Non lasciatela parlare, non lasciatela parlare”. Sojourner era determinata a rispondere alla pretesa che gli uomini avessero diritti e privilegi superiori rispetto alle donne. Un ministro di culto nella folla dichiarò, “se Dio avesse voluto l’uguaglianza delle donne, egli avrebbe dato loro qualche segno della sua volontà attraverso la nascita, la vita e la morte del Salvatore[9].

Sojourner si fece strada sul davanti e con la folla in protesta, iniziò a parlare.

Il tumulto si placò all’improvviso, ed ogni occhio era puntato su questa quasi figura di Amazzone, che in piedi era alta circa sei piedi, testa dritta, ed occhi perforanti l’aria sovrastante, come qualcuno che sogna.

Alla sua prima parola ci fu un profondo silenzio[10].

Sojourner si accattivò la folla e pronunciò il suo discorso.

Sojourner era ben nota ad amici, sostenitori e a coloro i quali si opponevano a lei e al suo programma.

Nel “Book of Life” di Sojourner, ella racconta di un incontro con il Presidente Abramo Lincoln per ringraziarlo del suo ruolo nella liberazione degli schiavi. Sojourner ha ringraziato il Presidente Lincoln per essere uno strumento di Dio per emancipare la sua gente. Ella ha ammesso al Presidente di non aver mai sentito parlare di lui prima che si candidasse come Presidente.

Lincoln le sorrise e le rispose, “Ho sentito parlare di te molte volte prima di questa”. Nella maniera in cui Sojourner era ben nota e ben rispettata da molti, un giornale del New Jersey fece commenti dispregiativi e stereotipici su di lei.

Il giornale riportava che una chiesa in Springfield, Union Country, New Jersey fu “honored on Wednesday night by the presence of that lively old negro mummy [sic], whose age ranges among the hundreds – Sojourner Truth – who fifty years ago was considered a crazy woman. When respectable churches consent to admit to the houses open for worship of God every wandering negro minstrel or street spouter who profess to have a peculiar religious experience, or some grievance to redress, they render themselves justly liable to public ridicule…

She is a crazy, ignorant, repelling negress, and her guardians would do a Christian act to restrict her to private life[11].

Sojourner non fu dissuasa dalla sua missione da una simile diffamazione di reputazione.

Mentre gli abusi sessuali di Sojourner non vengono più menzionati nel suo “Book of Life”, la questione se lei fosse o meno una donna era solo una disumanizzazione.

Sebbene Nell Painter contesti la validità del racconto, Frances Gage raccontava che Sojourner si denudò il seno per provare che era davvero una donna. Sojourner continuò a camminare orgogliosamente “con l’ariadi una regina” e a combattere per il diritto di parlare dell’oppressione delle donne e dei neri in generale.

Vale la pena di riportare, dalle pagine del racconto su Sojourner già menzionato, la testimonianza che riguarda l’approccio che la donna aveva nei confronti delle Scritture. Neill Painter riferisce che Sojourner si faceva leggere la Bibbia da persone adulte ma questo comportava il fatto che esse apportassero sempre dei commenti ai passi.

Così la donna decise di farsi leggere la Bibbia dai bambini, sicura del fatto che essi non avrebbero commentato. Ciò divenne prassi per lei. E questo è dovuto al fatto che Sojourner desiderava confrontare i racconti biblici con la testimonianza di cui ella era portatrice e concluse che lo spirito della verità ha parlato in quei racconti ma i narratori li hanno mescolati alle loro idee ed interpretazioni. Questo è indubbiamente uno dei tratti che contraddistinguono l’energia ed il carattere indipendente di Sojourner Truth.

 

Angelita Tomaselli

 


[1]Vedi Katie Geneva Cannon, “L’emergere della coscienza femminista nera” in Letty M. Russell, Interpretazione femminista della Bibbia, Cittadella Editrice, Assisi 1991, p. 39 sgg.

[2]Vedi A. Walker, In Search of Our Mothers’ Gardens: Womanist Prose, Harcourt Brace Jovanovich, San Diego 1983, pp. 11-12. La Walker chiarisce che il termine womanistderiva “da womanish (contrapposto a girlish, ossia frivolo, irresponsabile, non serio): una femminista nera o una femminista di colore.” Il movimento womanist riguarda solo le donne nere e quelle di colore degli USA, senza confronto o contrapposizione con le femministe bianche.

[3]Vedi A. Walker, In Search, cit., p. 11.

[4]Cfr. P. Ottone, Il punto di vista womanist su Agarin L. Tomassone, Figlie di Agar. Alle origini del monoteismo due madri, Effatà Editrice, Torino 2014, p. 96 sgg.

[5]D. Williams, Sisters in the Wilderness: The challenge of Womanist God-Talk, Orbis Books, Maryknoll, NY 1993.

[6]…and when I cried with my mother’s grief, none but Jesus heard me!” Sojourner Truth, citata in D. Williams, Sisters, cit., p. 38.

[7]Vedi A. Elaine Brown Crawford, Hope in the Holler. A Womanist Theology, Westminster John Knox Press, Kentucky 2002, pp. 49-51.

[8]Sulla figura di Sojourner Truth vedi Nell Painter, Sojourner Truth: A Life, a Symbol, W. W. Norton, New York 1996; Henry Louis Gates Jr., Narratives of Sojourner Truth: A Bondswoman of Olden Time, with a History of Her Labors and Correspondence Drawn from Her “Book of Life”, Oxford University Press, New York 1991; Gilbert Olive, Narrative of Sojourner Truth, Dover Publications, New York 1997.

[9]Henry Louis Gates Jr., Narratives of Sojourner Truth, cit., pp. 132-133.

[10]Ibid., p. 133.

[11]Ibid., pp. 203-204.

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Ellen G. White

Pubblichiamo l’intervento di Franca Zucca su Ellen G. White, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

 

DOVERI VERSO LA SOCIETA’

Presentare in modo esauriente la figura di questa donna è praticamente impossibile. Farlo richiederebbe molto tempo e il contesto di oggi pomeriggio non lo permette. Quindi ciò che presenterò saranno delle “pennellate”. Certi passaggi saranno necessariamente tagliati un po’ con l’accetta. Era doveroso per me fare questa premessa. Mi limiterò ad alcuni aspetti della vita di EGW che è stata cofondatrice del Movimento Avventista che, successivamente, prenderà il nome di Chiesa Avventista del 7° Giorno.

“Assidua studiosa della Bibbia, sentiva il bisogno di predicare e contribuire al bene dell’umanità. Viaggiò negli USA, in Australia e in Europa e scrisse oltre centomila pagine affrontando vari argomenti: dalla spiritualità, all’educazione, alla famiglia, al lavoro, ai giovani, alla salute, al problema della schiavitù, alla dignità delle donne. Affermò che ‘la donna dovrebbe occupare la posizione che Dio le ha assegnato all’origine, cioè essere l’ugualedell’uomo, non uguale a lui, ma con pari dignità. Insistette molto sulle influenze prenatali e sulla cura da riservare al benessere psicofisico delle future mamme. Fondò molte scuole, tutte egualmente aperte a ragazzi e a ragazze. Scrisse diversi libri, fondò seminari e diversi ospedali, tra cui il Loma Linda Sanitarium. Si adoperò per un stile di vita sano valorizzando le risorse naturali e un’alimentazione tendenzialmente vegetariana. Nel suo ultimo viaggio durato 5 mesi, a 82 anni, parlò in pubblico 72 volte in 27 luoghi diversi.”

UN PO’ DI BIOGRAFIA

Nasce a Gorham, nel Maine, il 26 novembre 1827. I suoi genitori, Robert ed Eunice erano membri della chiesa metodista episcopale dove avevano ricoperto dei ruoli di spicco lavorando per la conversione delle persone e per il consolidamento della Causa di Dio. Ebbero la gioia di vedere tutti i loro 8 figli convertirsi a Cristo.

A 9 anni ebbe un incidente gravissimo che condizionò la sua salute fisica per l’intera esistenza. Mentre camminava per una strada di Portland assieme alla sorella gemella e a una loro compagna di scuola, fu colpita al naso con un sasso lanciato da una ragazzina. Debilitata, debolissima,  rimase a letto per molte settimane ed era convinta di morire. Lo stato di salute non le permise più di frequentare la scuola.                                                                                                        Qualche cenno sulla sua famiglia di origine, anche per capire lo stile di vita che ha segnato Ellen. La serietà spirituale, l’attaccamento alla Bibbia, l’amore per la conoscenza, l’onestà, la laboriosità, il senso del dovere, ossia gli elementi centrali della migliore tradizione puritana, hanno orientato sul piano educativo questa grossa famiglia (8 figli). Ellen ebbe un’infanzia felice in una cornice famigliare severa ma giusta e amorevole.                                                                                                               Nel 1846 si sposa con il past. James White. Hanno 4 figli: Henry Nichols che morirà a 16 anni, James Edson, William, Herbert che morirà dopo alcuni mesi dalla nascita. Come madre, non è stata esente da sofferenze e da distacchi dolorosi.

Per 35 anni lei e il marito lavorarono insieme, infaticabili, in favore dell’opera avventista. Viaggiarono, predicarono, scrissero, organizzarono l’opera delle pubblicazioni, il sistema della gestione delle finanze della chiesa, l’organizzazione della Conferenza Generale (che è l’organo amministrativo della chiesa più elevato) e altro ancora. Nel 1881 muore il marito James. Nonostante il dolore per la perdita del suo compagno continua il lavoro iniziato con il marito. EGW è stata sicuramente un personaggio di spicco del movimento avventista delle origini. Con una sensibilità particolare ne fu l’ispiratrice e guida. Interessante notare che gli iniziatori, per così dire, del movimento avventista, erano tutti molto giovani. EGW è stata una donna come le altre, durante un secolo che non è stato il secolo delle donne. Non istruita, non ricca, non sempre in buona salute (come abbiamo detto prima), grazie al sostegno di Dio in cui credeva intensamente, poté essere accolta in una società dominata da uomini. Devo dire che gli esordi non furono facili neanche nella chiesa: era pur sempre una donna, per di più molto giovane, non le è stato facile farsi accettare. Scrisse moltissimo, nonostante il rammarico per non avere potuto istruirsi e non avere alcun titolo di studio. Era una lavoratrice instancabile: quando partecipava a un congresso le preparavano molte tappe intermedie e in ognuna riusciva a incoraggiare, correggere, promuovere.

IL PERIODO STORICO/RELIGIOSO IN CUI VISSE

Il periodo che va dal 1840 in poi, è segnato, in America, da un profondo risveglio religioso. Si organizzavano riunioni speciali nelle quali persone non ancora convertite avevano l’opportunità di cercare il Signore. Si organizzavano riunioni di preghiera e tra le varie denominazioni ci fu un risveglio generale. Questo era il contesto dove iniziò a operare EGW.

L’IMPRONTA LASCIATA NEL CAMPO DELLA SALUTE

Il problema numero uno del mondo di quell’epoca era il problema della salute. Proprio in quel tempo, 1820-1860, si svilupparono movimenti riformatori che risultarono vincenti e contribuirono a mutare la faccia di quel mondo. Questi sforzi riformatori riuscirono a introdurre novità nelle abitudini malsane, nell’igiene, nelle cure mediche, che erano le maggiori cause di malattie e di morte.

Una delle abitudini malsane era, ad esempio, quella di considerare l’uso di vegetali e frutta, veicolo di colera. Per le donne le cattive abitudini riguardavano l’abbigliamento: il giro vita doveva essere da vespa, costretta in corsetti; gli abiti erano lunghi fino a terra tanto da spazzare le strade, strade che non erano asfaltate e che spesso erano degli immondezzai. Malsano era, ovviamente, l’uso e l’abuso degli alcolici che provocavano disastri sociali. In quel periodo nacquero le società di Temperanza e la prima legge proibizionista.

Per quanto riguarda l’igiene: alcuni dati ci informano che sino al 1830 la maggior parte degli americani non si era mai fatta un bagno completo durante l’intera vita. A New York solo poco più di un migliaio di famiglie possedeva una tinozza e poco più di 10.000 famiglie avevano il gabinetto. Le strade erano degli immondezzai. Non mi dilungo su questo.

Le cure mediche praticamente facevano morire i malati. Salassi, purghe, interventi chirurgici senza anestesia erano le pratiche utilizzate. Si diventava medici in 8 mesi.

In tutto questo panorama EGW stimolò l’avventismo a inserirsi nei processi riformatori e si può capire bene perché parlasse della Riforma Sanitaria come del braccio destro dell’Evangelizzazione. Oltre a scrivere in tal senso, articoli e libri (The Ministry of Healing, in italiano Sulle Orme del Gran Medico), lei stessa, molto sensibile verso i temi della salute, fondò assieme ad altri leader della chiesa, ospedali e cliniche tra questi il Loma Linda Sanitarium. Attualmente è conosciuto come Loma Linda University Medical Center ed considerato tra i più importanti ospedali a livello mondiale. E’ stato tra i primi ospedali e centri di ricerca a trattare il trapianto di organi sui bambini (Baby Fae 1984-trapianto di cuore di babbuino), a praticare il trattamento al protone su certi tipi di cancro. L’ospedale ha una media di 16.000 pazienti ricoverati l’anno e di 470.000 pazienti ambulatoriali. E’ anche un’università con facoltà di medicina e chirurgia, farmacia, odontoiatria, infermieristica, salute pubblica, religione, terapia di coppia e della famiglia, traumi ecc. Inoltre vi è un vasto reparto solo per i bambini.

Commento: la tenacia di una donna che aveva una visione molto chiara e pratica sui temi della salute ha fatto scaturire qualche cosa di importante che, nel tempo si è sviluppato e sta portando aiuto a molta gente non solo negli USA ma nel mondo.

L’IMPRONTA LASCIATA IN ALTRI AMBITI (TRAMITE I SUOI SCRITTI E PRESE DI POSIZIONE)

Il movimento di liberazione degli schiavi

EGW prese nette posizioni antischiaviste e addirittura “sostenne la disobbedienza civile per gli schiavi fuggitivi, con l’argomento che quando la legge degli uomini entra in conflitto con la legge di Dio bisogna ubbidire a quest’ultima” 1T 201-202

EGW affermò che i problemi dei neri del suo tempo erano il risultato della schiavitù e della relativa oppressione. Dichiarò: “Molti non hanno avuto la possibilità di esprimere la loro capacità, ma se fossero stati benedetti dalle opportunità simili a quelli dei bianchi, le avrebbero manifestate” (lettera 80a, 1895). Affermò anche: “Dev’essere fatto ogni sforzo per cancellare il male terribile che è stato fatto loro” (SW 15).

Il ruolo della donna

Negli USA agli inizi del 1800 le donne non avevano diritto di voto, posto nei college, diritto di proprietà se sposate, diritto di parola in chiesa. Il grande revivalista Finney creò scandalo quando permise alle donne di testimoniare in una pubblica riunione. EGW, come donna, chiamata a predicare dalle società di temperanza del tempo, fu in sé un fatto rivoluzionario.

Per quanto riguarda i diritti delle donne, come sappiamo il cammino generale è stato lungo e faticoso. Ellen non aveva dubbi che Dio avesse creato l’uomo e la donna eguali, ma poco si inserì in queste lotte forse non condividendone i mezzi adoperati. Proprio con il suo ministero, comunque, incoraggiò fortemente le donne della chiesa a scoprire e mettere al servizio della chiesa e della società i loro doni e capacità. Ciò ha in seguito fatto nascere il Dipartimento dei Ministeri Femminili che attualmente è operativo a livello mondiale, ma questa è un’altra storia.

Ellen è stata prima di tutto una donna autentica, onesta, coraggiosa, generosa, appassionata, che ha vissuto la sua vocazione sino in fondo, al limite delle sue possibilità, ma con grande equilibrio, mai dimenticando la sua umana limitatezza, mai prevaricando la Scrittura e la chiesa.

La vita non le aveva risparmiato nessun dolore: la morte delle persone più care, l’ingratitudine e il tradimento dei compagni di lotta, le calunnie. Ma la serenità degli ultimi anni è stata rivelatrice della consapevolezza di ciò che di meraviglioso la vita le aveva regalato.

Una delle sue ultime dichiarazioni: “Nel rileggere la nostra storia passata, ripercorrendone ogni passo fino alla nostra situazione attuale, posso dire: Sia lode a Dio! Nel vedere il lavoro svolto da Dio sono piena di stupore e di fiducia in Cristo come guida. Non abbiamo niente da temere per il futuro se non il rischio di dimenticare il modo in cui il Signore ci ha guidati nel passato.”

 

Franca Zucca

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Elisabeth Cruciger

Pubblichiamo l’intervento di Doris Esch su Elisabeth Cruciger, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

 

Care sorelle e cari fratelli nella fede,

parlo per la Chiesa luterana e desidero rifarmi al periodo iniziale della Riforma, in Germania. La donna che presenterò per la Chiesa luterana non sarebbe stata forse la prima a “protestare” come “protestante” ad alta voce. Ma la sua vita, la sua breve vita, è altamente rappresentativa di molte donne degli inizi della Riforma! È certo che, senza il riscontro spontaneo, senza la comprensione di queste donne, la Riforma sarebbe stata meno “interiorizzata”.

(Non voglio presentare Katharina von Bora, moglie di Martin Lutero. Di lei si sanno molte cose; è stata oggetto di pubblicazioni, di trattazioni scientifiche e di rappresentazioni letterarie e artistiche. Katharina, come sapete, entrò in convento a 6 anni; a 16 fece i voti di professa come monaca cisterciense. Presa e contagiata dalla nuova dottrina, nel 1523, insieme con altre monache, abbandonò di nascosto il convento, in cerca di qualcosa di nuovo e di un futuro incerto.)

Molte altre donne dei conventi, con storie simili, fecero altrettanto e lasciarono i monasteri: cisterciensi, maddalene, premonstratensi. Lasciare il convento (magari senza l’abito) senza il permesso della direzione era un’infrazione grave, un peccato, era apostasia, ed veniva punito pesantemente, fino alla detenzione nel carcere del convento. Si doveva rischiare molto; bisognava escogitare un modo sofisticato di scappare.

Monaca (delle premostratensi del convento di Marienbusch, nella Pomerania orientale) era anche Elisabeth von Meseritz (poi Elisabeth Cruciger), originaria della Pomerania. È di lei che vi parlerò.

Nacque intorno all’anno 1500. Come molte altre ragazze, di solito figlie di famiglie nobili povere, fu messa in convento quando era giovanissima, per assicurarle un’esistenza educativa in cui non le mancasse nulla. In questo monastero dell’ordine delle premonstratensi (un tipo di monache benedettine), a Marienbusch, in Pomerania, oggi Polonia, aveva ricevuto la sua formazione religiosa e intellettuale. Naturalmente, aveva imparato a leggere e scrivere; era istruita in economia domestica, nel senso più ampio del termine. Inoltre, aveva studiato latino e canto corale; le erano familiari la preghiera delle ore, testi biblici, nozioni di teologia e mistica, e sapeva discutere di teologia. Se Elisabeth entrasse volentieri o malvolentieri in convento, non lo sappiamo. Ma che ricevesse un’ottima istruzione è certo: i pochi testi di sua mano lo testimoniano. Il resto è merito suo.

Le donne, allora, avevano poche possibilità di andare per la propria strada. Fuori da un’associazione, in pratica, non era possibile vivere. Quanto alle figlie di famiglie nobili povere, semplicemente si doveva provvedere a loro. Di fatto avevano solo tre possibilità: sposarsi; essere parte di un famiglia numerosa in qualità di zia (nella famiglia Lutero c’era una di tali zie, “zia Lene”) oppure entrare in convento, quanto prima possibile (qui c’erano possibilità di carriera!). Nel migliore dei casi, interiorizzavano la vita del convento, che non avevano scelto. (Magari, nel segreto avranno pensato: come ne esco?).

Istruite e addestrate in convento riguardo la fede, l’istruzione e la condotta di vita, erano però preparate nel modo migliore ed erano recettive alle idee fresche, nuove, stimolanti della Riforma. (Le assorbivano come spugne). Si può dire che si appropriano della Riforma al volo! Ecco! La Riforma divampò! E poi ci fu l’incontro con Johannes Bugenhagen, teologo e amico di Lutero.

Vicino al monastero premonstratense di Marienbusch, dove si trovava Elisabeth, era situato il convento maschile (Belbuck). Lì insegnava teologia l’amico di Lutero, il doctor Pomeranus Johannes Bugenhagen (presto sarebbe diventato professore all’Università di Wittenberg); teologia che aveva già l’impronta della Riforma. Elisabeth se ne lasciò contagiare. Poco dopo, decise di lasciare il convento, di seguire Bugenhagen, venendo ospitata dalla sua famiglia a Wittenberg (Bugenhagen si era appena sposato). Lì prese parte a tutti gli scambi di idee. Lì incontrò Martin Lutero; lì, nel 1524 sposò (celebrante Lutero) Caspar Cruciger, teologo, umanista, collaboratore di Lutero. A Wittenberg, partecipò alle discussioni a casa di Lutero, e lo fece – alla pari – da moglie, madre e compagna di riflessioni (diciamolo pure: con cura pastorale). Ebbe la stima di Lutero (ella ponderò addirittura la possibilità che le donne predicassero! Ne sarebbe stata capace). I coniugi Cruciger ebbero due figli: [Caspar, che divenne anch’egli teologo, ed Elisabeth, che sposerà un figlio di Lutero, Johannes.] Certo non fu loro concessa una lunga vita coniugale: Elisabeth morì nel 1535, con profondo dolore del marito.

Una vita tranquilla, ma profonda, secondo i pochi testi che abbiamo di Elisabeth Cruciger. Per esempio, si è conservata una lettera in cui cerca di consolare un ebreo battezzato, Joachim, e lo fa con parole proprie, che scaturiscono da esperienza profonda:

Do una parafrasi del tedesco:

Caro fratello, consolaTi, guarda, anch’io sono una compagna di sofferenza, che ha la stessa Tua malattia; guarda: davanti agli occhi divini ho implorato Dio con pazienza; guarda, Ti auguro e Ti trasmetto la misericordia e la pace che Egli ci ha comunicato colla Sua forza. Misericordia e pace non di questo mondo, ma che vengono da Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo (non mediante un Angelo e neanche per mezzo di Mosè!). Su, caro fratello, sii contento, fatti animo: chi ha cominciato l’opera buona e la beatitudine in noi, la condurrà a compimento, senza dubbio: Egli stesso si metterà al nostro posto e coprirà i nostri peccati affinché nessuno possa più accusarci. Di questo sii felice, e consolaTi, caro fratello – perchè di questo sono felice e mi consolo  anch’io. Prendi dunque questa lettera e lascia che sia di conforto per Te.

Elisabeth Cruciger sapeva esprimere e trasmettere la sua esperienza della fede con parole proprie; in questa lettera, ha messo tutte le sue conoscenze bibliche e tutta la sua umanità.

Ma le riuscì ancor meglio di farlo con un inno spirituale, che è il primo inno di chiesa della Riforma scritto da una donna. Fu presente già nell’innario di Lutero del 1524 e viene cantato ancora oggi: “Herr Christ der einig Gotts Sohn” (“Del Padre eterno, Figlio”). Lo trovate nell’innario italiano della CELI al numero 130 (N.B.: più tardi, l’inno fu attribuito a un uomo; ma è suo!).

L’inno, composto per il periodo dell’Epifania, nel suo tedesco d’allora, ma  tutto fatto di idee bibliche, mi colpisce molto. Qui, tutto è armonioso. Cerco di fare una parafrasi dell’ultimo verso, dove si tratta (del tutto nel senso di S. Paolo) dell’uomo nuovo:

Parafrasi:

Con Tua benignità ci uccide,

con Tua grazia ci risveglia;

mortifica il vecchio uomo,

affinchè il nuovo si rialzi

e qui, su questa terra,

mente, pensiero, desideri

– tutto si volga a Te”.

 

Oppure, nella versione metrica di Anna Belli:

“Nostra vita trasforma

con Tua gran bontà.

Il vecchio uom riforma,

il nuovo allor vivrà;

Dio fa che in questo mondo

in noi ogni profondo

sentir aneli a Te.”

Così come Elisabeth Cruciger è riuscita a infondere conforto, a meditare in modo completo sulla propria fede e a comunicarla in modo convincente, così questo dovrebbe riuscire anche a noi, oggi e qui.

Anche per noi è vero che non siamo soli, e che la nostra voce viene ascoltata.

Doris Esch