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I mafiosi ultimi calvinisti?

da Riforma

di Peter Ciaccio

Le parole di Roberto Saviano al Festival del Cinema di Venezia sono profondamente errate. Lettera aperta allo scrittore da parte del pastore Peter Ciaccio

 

Caro Roberto Saviano,

ti scrivo perché non riesco a credere a quanto avresti detto alla Mostra del Cinema di Venezia durante il lancio della nuova serie tv ZeroZeroZero, tratta dal tuo libro e diretta da Stefano Sollima. Non riesco a crederci per la stima che ho per te, per il tuo lavoro, anzi per la tua missione. O, calvinisticamente, potrei dire, che ho stima della tua vocazione e di come combatti per non cedere alla tentazione di mollare tutto, di ritirarti, di far vincere “loro”.

Non sono riuscito a trovare la citazione esatta di quanto hai detto a Venezia. Tuttavia, comparando le diverse testate, il concetto che hai voluto esprimere appare alquanto chiaro: nella criminalità organizzata esiste una mistica del potere, una dimensione religiosa e, in quest’ottica, i boss sono “gli ultimi calvinisti” del mondo.

Potrei dirti che questa espressione è sbagliata, fuorviante e offensiva. Chi ti scrive conosce l’opera di Giovanni Calvino ed è pastore della Chiesa Valdese, espressione “ufficiale” del calvinismo in Italia. Certo, la fama dei calvinisti è quella di essere sobri, puritani, dedicati al lavoro, rigorosi. Max Weber ha addirittura associato al calvinismo lo “spirito del capitalismo”, con buona pace dei cattolicissimi fiorentini, inventori della cambiale e dell’espressione “bancarotta”. Ma non è questo il punto.

Il calvinismo è la prima confessione cristiana che si comprende come minoranza: gli ugonotti in Francia e i valdesi in Italia sanno che non possono (e forse non devono) aspirare a comandare, a diventare religione di stato. Pertanto, nel rapporto tra chiesa e società, i calvinisti non tramano contro la legge, ma ricercano il bene della città, come diceva il profeta Geremia agli esuli in Babilonia. Non è detto che poi nei fatti vada sempre così, ma questa è almeno la teoria. Per questo, ad esempio, i valdesi in Italia hanno il pallino della laicità dello stato, usano la libertà di cui godono per fare in modo che altri abbiano riconosciuti i diritti negati, usano l’Otto per Mille per progetti umanitari, sociali e culturali e non per pagare i pastori o ristrutturare le chiese.

Per carità, non siamo dei “santi”, come suol dirsi. Anzi, come scriveva Heinrich Böll, siamo ossessionati dalla precisione e dal dettaglio e, come probabilmente si evince da queste righe, puntigliosi fino a risultare antipatici. Nonostante questo, però, associare l’atteggiamento egoista, violento, idolatra, malvagio di un boss mafioso al calvinismo non è una piccola deviazione, un dettaglio sbagliato, una semplice imprecisione, ma è una sciocchezza enorme.

E, per dimostrarti quanto un calvinista può essere antipatico nell’essere puntiglioso, ti dico che il motivo per cui ti scrivo non è farti una lezione su chi sono veramente gli ultimi calvinisti d’Italia. Il motivo è riflettere sulla tua vocazione, che è quella di raccontare la mafia con semplicità e forza narrativa, di usare l’arma che ti è concessa, quella penna che è più potente della spada, come il piccolo Davide usò la fionda contro la potenza del gigante Golia. A differenza di Davide che poi divenne re, il successo di Gomorra ti ha trasformato in un recluso. Nonostante questo sei andato avanti per la tua strada da “calvinista” (se me lo concedi); in sintesi, possono farti di tutto, ma non toglierti la tua vocazione, che è raccontare come stanno le cose con una grande capacità comunicativa.

Ecco perché non puoi concederti una sciocchezza come quella che hai detto sui boss calvinisti: non perché sia falso (ed è falso), ma perché ne va della tua vocazione.

Calvinisticamente tuo,

Peter Ciaccio

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Metodista e donna, la nuova moderatora della tavola valdese. intervista ad Alessandra Trotta

Da Adista

di Luca Kocci

 

TORRE PELLICE (TO)-ADISTA. Una Chiesa a trazione femminile. È quella che emerge dal Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, che si concluso a Torre Pellice (To) lo scorso 30 agosto con l’elezione della nuova moderatora della Tavola valdese, la palermitana Alessandra Trotta, avvocata civilista, diacona e metodista, che succede al pastore Eugenio Bernardini, moderatore dal 2012 al 2019 (v. Adista Notizie n. 30/19).

È la prima volta che una metodista guiderà l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi, unite da un patto di integrazione dal 1975. Ed è la seconda volta di una donna moderatora (finora c’è stata solo Maria Bonafede, dal 2005 al 2012). Ma è l’intera Tavola valdese ad essere “rosa”, con cinque donne su sette, fra cui anche la vice-moderatora, la pastora valdese Erika Tomassone, eletta alla seconda votazione, dopo aver fallito il quorum alla prima (gli altri componenti della Tavola valdese sono: Laura Turchi, Italo Pons, Greetje van der Veer, Dorothea Müller, Ignazio Di Lecce).

Cinquantuno anni, laureata in Giurisprudenza a Palermo, Alessandra Trotta ha esercitato la professione di avvocato civilista sino al 2001. Ha diretto il Centro diaconale “La Noce” dal 2002 al 2010. Presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi) dal 2009 al 2016, ha successivamente svolto il ministero diaconale al servizio delle Chiese metodiste e valdesi del XIII Circuito (Campania). Membro della Tavola valdese dal 2018, fra gli altri incarichi ecclesiastici ricoperti ci sono quello di sovrintendente del XVI Circuito (Sicilia), presidente del Sinodo, membro della Commissione per le discipline, membro dell’esecutivo del Consiglio metodista europeo (Cme), responsabile dell’Ufficio affari legali della Tavola valdese e coordinatrice del gruppo di lavoro per la tutela dei minori. Adista l’ha intervistata.

È la seconda volta di una donna alla guida della Tavola valdese. Ed è tutta la Tavola ad essere al femminile, con cinque donne su sette componenti. Quali sono state le ragioni di questa scelta da parte del Sinodo?

In realtà siamo arrivati ad un punto per cui queste decisioni per noi sono piuttosto ordinarie, perché abbiamo raggiunto una grande libertà di scelta. Sono già molti anni che, nelle nostre Chiese, le donne ricoprono posizioni di grande responsabilità. Credo che si sia raggiunta la maturità di individuare le persone che sono, o che sembrano, giuste in quel ruolo, al di là del fatto che si tratti di uomini o di donne. Quindi non credo che sia stata una scelta deliberata. Anzi mi pare molto rilevante il fatto che scegliere una donna per un ruolo di così grande responsabilità non costituisca un tema, non sia un fatto straordinario, ma una decisione in un certo senso ordinaria.

Una Tavola a grande maggioranza femminile può costituire un’opportunità in più, o diversa, per le Chiese metodiste e valdesi?

Io credo che l’apporto sia significativo quando gli organi dirigenti sono misti, ovvero costituiti da uomini e da donne che decidono insieme. È questo l’elemento che fa la differenza, perché non c’è dubbio che ci sono sensibilità differenti, modi diversi di affrontare anche le tematiche quotidiane: le donne conoscono alcune fatiche della vita quotidiana che gli uomini ignorano, gli uomini portano uno sguardo diverso su altre questioni. Non mi piacciono le assemblee di soli uomini. Ma non mi piacciono tutte le assemblee di un colore solo. Non penso che si tratti di difendere qualcuno, ma di portare nei luoghi in cui si decide insieme la possibilità di una sensibilità diversa, che fascia meglio la realtà, che ne ha una visione più ampia, più allargata, più completa.

Lei è anche la prima metodista moderatora della Tavola valdese…

In effetti al nostro interno è questo l’elemento che viene qualificato e sentito di più come segno di novità. Non è mai successo nella nostra storia, e noi metodisti siamo una componente largamente minoritaria nelle nostre Chiese. Il nostro percorso di integrazione, iniziato nel 1975, presuppone una unità plurale che non vuole eliminare le differenze, ed evidentemente anche questo percorso è giunto ad una fase di maturazione, visto che questo elemento non fa più problema. In effetti da quando la mia candidatura è cominciata ad emergere, nelle discussioni non è stato particolarmente accentuato come tema di rilievo.

La Tavola valdese è l’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi che, fra l’altro, tratta direttamente con lo Stato italiano. Come pensa di interpretare il suo ruolo sotto questo aspetto?

Il mio vissuto in Sicilia mi fa dire che i rapporti con le Istituzioni non sono sempre trasparenti e liberi. Credo che sia uno di quegli ambiti nei quali la fede conta molto. Il riconoscimento della signoria di Dio ci permette di guardare alle autorità umane con il rispetto loro dovuto in quanto responsabili del bene comune, ma di non considerarle assolute ed indiscutibili. Credo, ovviamente, che sia necessario avere un rapporto di collaborazione con le autorità civili, ma anche dialettico, quando è necessario.

Firmando i decreti sicurezza, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto dei richiami alla Costituzione perché alcuni punti siano modificati. L’ormai ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ha invocato i «pieni poteri» per governare il Paese, salvo poi far cadere il governo e finire all’opposizione, diversamente dai suoi progetti. Crede che in Italia ci sia un rischio costituzionale? Cioè che la Costituzione possa venire erosa?

Il rischio maggiore che avverto e che mi preoccupa più di tutti gli altri è rappresentato dal fatto che ci siano pezzi di società e tanti nostri concittadini che hanno perso la capacità di riconoscere l’importanza di alcuni principi fondamentali. Non si è più in grado di comprendere quanto siano importanti i diritti costituzionali, come le libertà e i diritti delle persone. Più che le forze politiche, è questo che mi preoccupa: che nel corpo sociale i valori costituzionali siano messi al di sotto rispetto ad altre preoccupazioni immediate e quotidiane e vengano considerati in un certo senso astratti, di competenza di chi ha una mentalità più intellettuale, senza capire che invece hanno a che fare con la vita quotidiana di tutti quanto il cibo e la casa.

Nel suo discorso all’assemblea sinodale, subito dopo l’elezione, facendo riferimento alla sua esperienza in Sicilia e a Palermo, ha parlato di «un contesto anche socialmente impegnativo, che allena a lottare per ottenere ciò che dovrebbe invece essere un diritto, per te e per gli altri; e alla resistenza contro le ingiustizie» (il discorso integrale può essere letto sul sito web delle Chiese metodiste e valdesi: www.chiesavaldese.org). Non pensa che troppo spesso il messaggio evangelico sia stato addomesticato e svuotato dei suoi contenuti di liberazione?

Il Vangelo viene usato come anestetico, nella storia è successo tante volte. Si accentua il suo valore di consolazione, di rassicurazione, che indubbiamente c’è, e si attenua la sua forza di rottura delle proprie abitudini, consuetudini, tradizioni, la sua capacità di spingere a compiere delle scelte che non sono le più naturali, le più comode, le più semplici. Quando questo accade, quando si ricerca solo una dimensione religiosa rassicurante, c’è un problema.

Ancora nel suo discorso al Sinodo ha parlato di «un ideale di convivenza umana coerente con il cuore dell’Evangelo, dunque aperta, solidale, inclusiva, che viene ridicolizzato, osteggiato, addirittura additato come causa dei problemi?» Stava pensando alla situazione dei migranti?

Certamente oggi si tratta della situazione più visibile. Però la sensazione è che in generale la diversità spaventi molto. La comunità umana è una comunità in cui le persone stanno con quelli che ci sono, si accolgono reciprocamente per quelli che sono, in un’ottica di convivenza, di solidarietà, nonostante le differenze. E quindi da questo punto di vista non riguarda solo i migranti. Oggi qualsiasi elemento di diversità, di non conformità viene considerato preoccupante, ansiogeno.

«Capovolgimento» e «ribaltamento» sono due parole che ha utilizzato nello stesso discorso. Cosa bisogna capovolgere?

Va capovolto lo sguardo, per vivere le relazioni umane alla luce del Vangelo. Invertendo le priorità del prima gli italiani e poi gli altri, prima io… Il Vangelo invece ci dice di decentrarci, e questo ci rende più felici, più liberi.

È il «noi universale, non contrapposto ad un voi che individua i nemici da cui difendersi » di cui ha parlato al Sinodo…

Esattamente. Il noi viene considerato io e la mia famiglia, io e la mia comunità. Mentre il noi del piano di Dio è l’umanità intera, quindi è necessariamente inclusivo, aperto, non è settario, elitario ed escludente. Una bella differenza dal noi che sentiamo tanto spesso pronunciato con violenza, talvolta odio, per contrapporre e dividere.

Qual è il ruolo di metodisti e valdesi nella società italiana di oggi?

Prima di tutto voglio dire che noi, benché siamo una minoranza, per quanto possibile cerchiamo di non viverci come una minoranza, ma come una componente della società a pieno titolo. Mi resta molto difficile pensare i contributi specifici di metodisti e valdesi in una logica non ecumenica. Le sfide di questo tempo le stiamo affrontando insieme ad altri cristiani, per dare una testimonianza di unità di Chiesa. E questo sta accadendo anche in Italia, dove in passato i rapporti ecumenici non sono stati sempre facili, perlomeno su alcuni temi centrali. Diamo il nostro contributo a partire da quello che noi siamo: credenti, aperti a tutti, che vivono le relazioni di Chiesa in modo non gerarchico.

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Giovedì in nero

Durante l’ultimo Sinodo, appena concluso a Torre Pellice, è stato approvato un ordine del giorno che sensibilizza le chiese contro la violenza sulle donne aderendo all’iniziativa “Giovedì in nero”.

Thursdays in black è la Campagna di sensibilizzazione, nata in seno al CEC diversi anni fa, che si oppone allo stupro e alla violenza. Ogni giovedì, chi riconosce la violenza contro le donne come una piaga delle nostre società – chiese incluse – è invitato a indossare indumenti neri.

Il sinodo ha invitato le chiese ad organizzare iniziative ogni giovedì e pubblicizzarle nell’ambito locale. 

Il Consiglio ecumenico delle chiese ha, quindi,  deciso di pubblicare ogni giovedì una serie di interviste a persone che operano come «ambasciatori»contro la violenza di genere.

Come riportato da Riforma.it  Agnes Abuom è la prima a essere intervistata sul sito internet del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) nel nuovo ciclo di incontri redazionali dedicati alla Campagna internazionale del Giovedì in nero. Abuom – originaria del Kenya – è la moderatora del Comitato centrale del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec).

Qui potete trovare sul sito di Riforma l’intervista alla moderatora del Comitato Centrale del CEC.

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Moderatora o moderatrice? Il perché di una parola

 Alessandra Trotta e Carola Tron – Foto di Nadia Angelucci

Da NEV

Roma (NEV), 5 settembre 2019 – All’indomani della nomina di Alessandra Trotta quale nuova moderatora della Tavola valdese, molte persone si sono chieste il motivo della parola: “moderatora”. Vezzo femminista? Forzatura di un linguaggio inclusivo? Errore grammaticale? Niente di tutto questo. Vediamo il perché.

Interpellata dall’Agenzia NEV, Alessandra Trotta ha dichiarato di aver scelto questo titolo “in continuità con la scelta compiuta dalla prima donna chiamata a rivestire questo ruolo” (la pastora Maria Bonafede, prima donna in assoluto a ricoprire l’incarico di guida della Tavola valdese, organo collegiale di governo fra un sinodo e l’altro, cui è anche affidata la rappresentanza ufficiale delle chiese metodiste e valdesi nei rapporti con lo Stato, ndr).

Spiega Maria Bonafede: “Quando sono stata eletta ho assunto il titolo dalla chiesa sorella sudamericana per coniare in Italia un termine nuovo, che rendesse ragione della novità della presenza di una donna in un incarico per secoli maschile”. Bonafede aveva ricevuto questa sollecitazione da altre donne protestanti: “A molte di loro non sembrava sufficiente il femminile italiano e vollero, quindi, una parola che indicasse sia la forza innovativa di un ruolo finalmente aperto alle donne, sia la sorellanza con la Mesa valdense, omologa latinoamericana della Tavola”.

Ricordiamo che l’attuale Moderadora dell’unione delle chiese valdesi del Rio de la Plata è Carola Tron, prima donna a ricoprire questa posizione oltre oceano.

Quindi, nessuna trovata femminista, né tanto meno un errore grammaticale, bensì una precisa e coraggiosa scelta, sulla linea di tante altre che i movimenti delle donne, e, perché no, le teologhe, hanno portato avanti.

Quanto al linguaggio inclusivo, una piccola precisazione. L’italiano permette di declinare al femminile tutti i sostantivi attraverso le desinenze -a, -aia (fioraia), -aiola (pizzaiola), -iera (giardiniera), -sora (assessora), e l’uso del relativo articolo femminile, solo per fare alcuni esempi. Ne parlava in modo approfondito già più di trent’anni fa Alma Sabatini nel suo Il sessismo nella lingua italiana, redatto su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Spesso con la scusa del “suona male” si rinuncia ad applicare le regole grammaticali, per cui “suonano bene” infermiera, operaia, impiegata, ma non vale altrettanto per ministra, assessora o avvocata (fatta eccezione per Maria, la mamma di Gesù, definita “avvocata nostra” nella preghiera cattolica “Salve regina”). L’entrata in scena delle donne in professioni e ruoli maschili impone un cambio di paradigma, ricordando comunque che non è la regola a fare il linguaggio, ma il linguaggio a creare la regola. O, come dice l’Accademia della crusca, una parola diventa “nuova” quando si diffonde ed entra negli usi collettivi della lingua per un periodo di tempo significativo.

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Minoranze valdesi fra Italia e Uruguay: ritratto di una somiglianza

da Nev

Intervista alla “Moderadora” della Mesa valdense del Rio de La Plata Carola Tron, giovane pastora della chiesa di San Salvador, ospite del Sinodo recentemente concluso a Torre Pellice

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“Professione” pastore

Durante l’ultimo Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, pastori e pastore, diacone e diaconi hanno adottato un codice deontologico: gestione delle relazioni, comunicazione e formazione permanente i temi centrali

Che cos’hanno in comune una giornalista, una psicologa e un pastore? Tutti e tre fanno un “mestiere” che si basa sulla comunicazione e sulla relazione interpersonale, e tutti e tre hanno un ruolo che, se svolto in modo scorretto, può portare alla manipolazione dell’altra persona. Da qui l’importanza di avere un Codice deontologico: da oggi anche gli iscritti e le iscritte ai ruoli della Tavola valdese, pastori e pastore, diacone e diaconi, ce l’hanno.

Nel corso dell’ultimo Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, infatti, conclusosi venerdì scorso a Torre Pellice, dopo circa tre decenni di discussioni è stato approvato il documento presentato nell’incontro degli iscritti al ruolo di mercoledì sera, dalla segreteria dell’assemblea degli iscritti e delle iscritte a ruolo. Il giorno seguente ne è stata data comunicazione all’assemblea sinodale, ma senza un’approvazione formale da parte di quest’ultima. Qual è il significato di questo, al di là degli aspetti tecnici? Come sottolineano alcuni membri della segreteria, composta da Hiltrud Stahlberger, Michel Charbonnier, Marco Fornerone (pastori), Karola Stobäus e Massimo Long (diaconi), si tratta di un documento di autoregolamentazione, non calato dall’alto, da una decisione delle autorità (Tavola o Sinodo) ma elaborato dagli stessi addetti ai lavori.

Il documento, che entrerà subito in vigore e sarà disponibile sul sito www.chiesavaldese.org, nasce, spiega Marco Fornerone, che ne ha curato la stesura, «da una riflessione ampia nella Chiesa, che risponde a un’accresciuta ed evoluta sensibilità su questi temi: abbiamo consapevolezze diverse, visioni diverse dei rapporti e delle relazioni e in qualche modo anche del ministero. Il codice deontologico è uno strumento utile per gli iscritti e le iscritte a ruolo, ma anche per tutta la Chiesa, che non tutela solamente i primi ma anche le persone affidate alla cura pastorale, in particolare i minori, e qui ci si ricollega a un documento già approvato dal Sinodo, le Linee guida per la tutela dei minori e la prevenzione degli abusi».

Oltre alla parte principale dedicata alle relazioni nell’esercizio del ministero, si approfondisce il tema della comunicazione, «vigilando sul linguaggio d’odio, sulla diffusione di notizie false e facendosi promotori di una comunicazione non violenta e costruttiva». Un’altra parte, spiega Fornerone, è dedicata al profilo del ministero, alla necessità, per esempio, «di una condotta coerente in tutti gli ambiti della vita, non solo negli spazi strettamente lavorativi», con indicazioni pratiche anche sugli aspetti amministrativi e sul «non facile ma necessario equilibrio tra vita privata e ministero». Infine, non meno importante, la formazione permanente. Assumendo una decisione adottata negli anni scorsi, l’obbligatorierà di una formazione “professionale” continua, questa viene formalizzata attraverso il sistema dei crediti (100 in 3 anni), supervisionato dalla segreteria dell’assemblea degli iscritti.

Per la redazione del Codice «il primo riferimento – spiega Fornerone –, oltre alle nostre Discipline, è stato il documento redatto dalla commissione del Corpo pastorale per la deontologia». Si è poi fatto riferimento «a codici di Chiese sorelle estere, ad esempio per la parte sulla comunicazione al recente documento della Chiesa protestante unita di Francia, o documenti simili delle chiese tedesche, della Chiesa presbiteriana di Scozia e delle chiese metodiste». Spunti utili sono emersi anche dai codici deontologici di altre professioni (giornalisti, psicologi) che «hanno aspetti confinanti con il ministero pastorale, quali la comunicazione e la relazione personale».

Comincia ora un anno di sperimentazione, si prevedono già modifiche e integrazioni, aspetti da approfondire, che emergeranno nel momento in cui ci si confronterà con casi concreti.

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Sojourner Truth

Pubblichiamo l’intervento di Angelita Tomaselli su Sojourner Truth, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

La Bibbia è la fonte primaria di autorità per le donne nere. Nelle sue pagine esse hanno imparato a rifiutare gli stereotipi che descrivono la loro gente come semplici numeri che reagiscono soltanto all’onnipresente oppressione razziale.

Il conoscere i racconti su Gesù del Nuovo Testamento aiuta le donne a prendere coscienza degli alloggi inadeguati, del superlavoro delle madri, del sottolavoro dei padri, dell’analfabetismo funzionale, della malnutrizione ancora diffusi nella comunità nera.

Tuttavia, come donne timorate di Dio, esse sostengono che la vita dei neri è qualcosa di più di una reazione difensiva a circostanze oppressive di angoscia e disperazione. La vita della gente nera è la ricca e variopinta creatività che è emersa e riemerge nella sua ricerca della dignità umana.

Il comprendere la tradizione profetica della Bibbia rende le donne nere capaci di elaborare una serie di valori, secondo il loro proprio punto di vista, oltreché di capire, radicalizzare e talvolta distruggere gli orientamenti negativi imposti dalla società nel suo complesso.

Esse sono come profetesse contemporanee, che chiamano altre donne a sbarazzarsi anch’esse delle ideologie oppressive e dei sistemi di credenze che presumono di definire la loro realtà. La coscienza femminista nera può essere più accuratamente identificata come coscienza “womanist” nera[1].

La parola “womanist” è stata introdotta dalla scrittrice africana americana Alice Walker[2]con una definizione in forma di lemma di dizionario, per sottolineare la pluralità dei significati del termine.

Uno di questi è “colei che è impegnata nella sopravvivenza e nel benessere del popolo intero, uomini e donne[3], ma sono contemplate altre sfumature: l’importanza delle reti familiari e sociali centrate sulle donne e su valori e tradizioni dell’Africa occidentale, le relazioni tra donne, l’attivismo collaborativo, la dimensione spirituale.

Attiviste quali Alice Walker, bell hooks, Delores Williams, Audre Lorde e Angela Davis, costruirono tra gli anni Sessanta e Settanta un paradigma per dare nome al potere trasformato delle azioni di resistenza individuale e collettiva al razzismo, al sessismo e allo sfruttamento di classe. Cardine di questo paradigma è la critica al concetto astratto di donna, che nella sua assenza di specificazioni presuppone la sostanziale omogeneità nelle esperienze dei soggetti di genere femminile[4].

Per le teoriche e le attiviste africane americane, il carattere di universalità presente nel termine “donna” non è neutrale, ma nasconde rapporti di potere così profondamente sbilanciati a favore delle americane bianche da rendere l’appartenenza al genere femminile un elemento fra gli altri, non il solo e non necessariamente il principale, per un indicare come un soggetto si situa nel mondo.

Negli anni Novanta il vocabolario critico del pensiero womanist si arricchisce del contributo della giurista e attivista africana americana Kimberlé Crenshaw, che introduce il concetto di intersezionalitàper descrivere la complessità delle forme di oppressione di cui hanno fatto esperienza le donne nere.

Nel corso degli anni Novanta il termine è entrato a far parte del vocabolario degli studi di genere e post coloniali per dar voce non solo ai contributi delle africane americane, ma anche a quelli di soggetti provenienti da ex colonie o da percorsi di migrazione, che vivono forme diverse di discriminazione multipla.

La coscienza femminista delle donne afroamericane non può essere compresa e spiegata senza tener conto del contesto storico in cui le donne nere si sono trovate ad agire come soggetti morali.

In tutta la storia degli Stati Uniti lo stretto rapporto tra la supremazia bianca e la superiorità maschile ha caratterizzato la realtà della donna nera, facendone una situazione di lotta: lotta per sopravvivere contemporaneamente in due mondi contraddittori, l’uno bianco, privilegiato e oppressivo, l’altro nero, sfruttato ed oppresso.

La donna nera, in quanto schiava, aveva lo status di un oggetto posseduto: il padrone aveva su di lei un potere assoluto, e negava a lei e ai suoi figli i più elementari legami sociali, quelli della famiglia e della parentela.

Come schiava e femmina, la donna nera doveva subire ogni genere di prevaricazioni. Nella cultura bianca erano correnti certi preconcetti circa la natura della gente nera, come “esseri di un ordine inferiore”, come una specie che stava tra il mondo animale e quello degli esseri umani.

La tradizione womanist nera fornisce l’incentivo per erodere le strutture oppressive. Le womanist nere s’identificano con quei personaggi biblici che si aggrappano alla vita nonostante un’oppressione schiacciante.

Delores Williams in Sisters in the Wilderness[5]propone una complessa declinazione teologica del pensiero womanist che, attraverso una lettura dei due racconti biblici di Genesi 16:1-16 e Genesi 21:9-21 dal punto di vista della schiava egiziana Agar, elabora l’esperienza storica di oppressione delle sue antenate che vissero in schiavitù in America.

La lettura womanist mette in rilievo la trama sottostante il conflitto tra Agar e Sara attraverso due temi: la maternità e la sopravvivenza legata all’esperienza del deserto.

Il forte valore simbolico del deserto è documentato dalle autobiografie delle ex schiave, in cui ricorre il tema di Dio come unico sostegno.

Tra queste, ha forte valore simbolico e storico la testimonianza della ex schiava e attivista Sojourner Truthdurante un suo famoso discorso alla Women’ Right Convention in Ohio, nel 1852: “Ho partorito tredici figli e li ho visti quasi tutti venduti in schiavitù. E quando ho gridato l’angoscia di una madre, soltanto Gesù mi udì[6].

Una delle più famose ed ammirate donne afro-americane della storia degli Stati Uniti, Sojourner Truth cantava, predicava e discuteva nei raduni all’aperto in giro per il paese, guidata dalla sua devozione al movimento anti schiavistico e dal suo ardente desiderio di perseguire i diritti delle donne.

Oratrice affascinante ed implacabile profetessa, Sojourner incantava l’uditorio con le storie sulla sua vita in schiavitù e con le sue toccanti interpretazioni di inni metodisti e di inni da lei stessa conosciuti.

Frederick Douglass ha descritto il suo messaggio come “una strana combinazione di testimonianza e saggezza, di selvaggio entusiasmo e di un buonsenso duro come una pietra”.

La vita di Sojouner[7]attraversa il periodo della schiavitù e dell’emancipazione. Nacque sul finire del 1790 e visse fino al 1883.

Ha vissuto approssimativamente metà della sua vita in schiavitù a New York, città che divenne “stato libero” il 4 Luglio 1827, e l’altra metà l’ha vissuta come donna emancipata.

Il 1843 fu un momento di svolta per Sojourner. Divenne metodista e cambiò il suo nome da Isabella Baumfree a Sojourner Truth. Disse ai suoi amici: “Lo Spirito mi chiama ed io devo andare”.

Così si mise in viaggio ed iniziò a predicare sull’abolizione della schiavitù.

Si guarda alla vita di Sojourner come esempio delle lotte, tipiche della schiavitù, per l’umanità e la libertà. La sua vita dopo l’emancipazione rappresenta la ricerca delle donne nere di avere voce, autonomia ed uguaglianza che caratterizzano il periodo dell’emancipazione.

Lo straordinario racconto “Narrative of Sojourner Truth”, pubblicato per la prima volta nel 1850, offre uno sguardo unico sul mondo della schiavitù nel Nord degli Stati Uniti.

Truth racconta la sua vita come schiava nella New York rurale, la sua separazione dalla famiglia, la sua conversione religiosa e la sua vita come predicatrice in viaggio negli anni’40 del 1800.

Sojourner racconta anche del suo lavoro come riformatrice sociale, consulente di ex schiavi e promotrice di una migrazione nera verso l’ovest degli Stati Uniti.

Come lo storico Nell Painter nota, in diversi modi Sojourner era “una donna afro americana rappresentativa” di questi due periodi. Truth era rappresentativa delle lotte di quel periodo così come delle speranze e delle ricerche sotto il profilo spirituale[8].

Sojourner ha viaggiato per il paese cogliendo l’opportunità di parlare, anche quando parte della folla preferiva che ella rimanesse in silenzio.

La sua voce era quella pubblica sollevata per intraprendere la battaglia per l’uguaglianza delle donne nere e dei neri in generale.

Frances Gage racconta che prima del famoso discorso di Sojourner “Nonsono io una donna” tenuto ad Akron, nell’Ohio, alcune persone nella folla urlarono, “Non lasciatela parlare, non lasciatela parlare”. Sojourner era determinata a rispondere alla pretesa che gli uomini avessero diritti e privilegi superiori rispetto alle donne. Un ministro di culto nella folla dichiarò, “se Dio avesse voluto l’uguaglianza delle donne, egli avrebbe dato loro qualche segno della sua volontà attraverso la nascita, la vita e la morte del Salvatore[9].

Sojourner si fece strada sul davanti e con la folla in protesta, iniziò a parlare.

Il tumulto si placò all’improvviso, ed ogni occhio era puntato su questa quasi figura di Amazzone, che in piedi era alta circa sei piedi, testa dritta, ed occhi perforanti l’aria sovrastante, come qualcuno che sogna.

Alla sua prima parola ci fu un profondo silenzio[10].

Sojourner si accattivò la folla e pronunciò il suo discorso.

Sojourner era ben nota ad amici, sostenitori e a coloro i quali si opponevano a lei e al suo programma.

Nel “Book of Life” di Sojourner, ella racconta di un incontro con il Presidente Abramo Lincoln per ringraziarlo del suo ruolo nella liberazione degli schiavi. Sojourner ha ringraziato il Presidente Lincoln per essere uno strumento di Dio per emancipare la sua gente. Ella ha ammesso al Presidente di non aver mai sentito parlare di lui prima che si candidasse come Presidente.

Lincoln le sorrise e le rispose, “Ho sentito parlare di te molte volte prima di questa”. Nella maniera in cui Sojourner era ben nota e ben rispettata da molti, un giornale del New Jersey fece commenti dispregiativi e stereotipici su di lei.

Il giornale riportava che una chiesa in Springfield, Union Country, New Jersey fu “honored on Wednesday night by the presence of that lively old negro mummy [sic], whose age ranges among the hundreds – Sojourner Truth – who fifty years ago was considered a crazy woman. When respectable churches consent to admit to the houses open for worship of God every wandering negro minstrel or street spouter who profess to have a peculiar religious experience, or some grievance to redress, they render themselves justly liable to public ridicule…

She is a crazy, ignorant, repelling negress, and her guardians would do a Christian act to restrict her to private life[11].

Sojourner non fu dissuasa dalla sua missione da una simile diffamazione di reputazione.

Mentre gli abusi sessuali di Sojourner non vengono più menzionati nel suo “Book of Life”, la questione se lei fosse o meno una donna era solo una disumanizzazione.

Sebbene Nell Painter contesti la validità del racconto, Frances Gage raccontava che Sojourner si denudò il seno per provare che era davvero una donna. Sojourner continuò a camminare orgogliosamente “con l’ariadi una regina” e a combattere per il diritto di parlare dell’oppressione delle donne e dei neri in generale.

Vale la pena di riportare, dalle pagine del racconto su Sojourner già menzionato, la testimonianza che riguarda l’approccio che la donna aveva nei confronti delle Scritture. Neill Painter riferisce che Sojourner si faceva leggere la Bibbia da persone adulte ma questo comportava il fatto che esse apportassero sempre dei commenti ai passi.

Così la donna decise di farsi leggere la Bibbia dai bambini, sicura del fatto che essi non avrebbero commentato. Ciò divenne prassi per lei. E questo è dovuto al fatto che Sojourner desiderava confrontare i racconti biblici con la testimonianza di cui ella era portatrice e concluse che lo spirito della verità ha parlato in quei racconti ma i narratori li hanno mescolati alle loro idee ed interpretazioni. Questo è indubbiamente uno dei tratti che contraddistinguono l’energia ed il carattere indipendente di Sojourner Truth.

 

Angelita Tomaselli

 


[1]Vedi Katie Geneva Cannon, “L’emergere della coscienza femminista nera” in Letty M. Russell, Interpretazione femminista della Bibbia, Cittadella Editrice, Assisi 1991, p. 39 sgg.

[2]Vedi A. Walker, In Search of Our Mothers’ Gardens: Womanist Prose, Harcourt Brace Jovanovich, San Diego 1983, pp. 11-12. La Walker chiarisce che il termine womanistderiva “da womanish (contrapposto a girlish, ossia frivolo, irresponsabile, non serio): una femminista nera o una femminista di colore.” Il movimento womanist riguarda solo le donne nere e quelle di colore degli USA, senza confronto o contrapposizione con le femministe bianche.

[3]Vedi A. Walker, In Search, cit., p. 11.

[4]Cfr. P. Ottone, Il punto di vista womanist su Agarin L. Tomassone, Figlie di Agar. Alle origini del monoteismo due madri, Effatà Editrice, Torino 2014, p. 96 sgg.

[5]D. Williams, Sisters in the Wilderness: The challenge of Womanist God-Talk, Orbis Books, Maryknoll, NY 1993.

[6]…and when I cried with my mother’s grief, none but Jesus heard me!” Sojourner Truth, citata in D. Williams, Sisters, cit., p. 38.

[7]Vedi A. Elaine Brown Crawford, Hope in the Holler. A Womanist Theology, Westminster John Knox Press, Kentucky 2002, pp. 49-51.

[8]Sulla figura di Sojourner Truth vedi Nell Painter, Sojourner Truth: A Life, a Symbol, W. W. Norton, New York 1996; Henry Louis Gates Jr., Narratives of Sojourner Truth: A Bondswoman of Olden Time, with a History of Her Labors and Correspondence Drawn from Her “Book of Life”, Oxford University Press, New York 1991; Gilbert Olive, Narrative of Sojourner Truth, Dover Publications, New York 1997.

[9]Henry Louis Gates Jr., Narratives of Sojourner Truth, cit., pp. 132-133.

[10]Ibid., p. 133.

[11]Ibid., pp. 203-204.

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Ellen G. White

Pubblichiamo l’intervento di Franca Zucca su Ellen G. White, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

 

DOVERI VERSO LA SOCIETA’

Presentare in modo esauriente la figura di questa donna è praticamente impossibile. Farlo richiederebbe molto tempo e il contesto di oggi pomeriggio non lo permette. Quindi ciò che presenterò saranno delle “pennellate”. Certi passaggi saranno necessariamente tagliati un po’ con l’accetta. Era doveroso per me fare questa premessa. Mi limiterò ad alcuni aspetti della vita di EGW che è stata cofondatrice del Movimento Avventista che, successivamente, prenderà il nome di Chiesa Avventista del 7° Giorno.

“Assidua studiosa della Bibbia, sentiva il bisogno di predicare e contribuire al bene dell’umanità. Viaggiò negli USA, in Australia e in Europa e scrisse oltre centomila pagine affrontando vari argomenti: dalla spiritualità, all’educazione, alla famiglia, al lavoro, ai giovani, alla salute, al problema della schiavitù, alla dignità delle donne. Affermò che ‘la donna dovrebbe occupare la posizione che Dio le ha assegnato all’origine, cioè essere l’ugualedell’uomo, non uguale a lui, ma con pari dignità. Insistette molto sulle influenze prenatali e sulla cura da riservare al benessere psicofisico delle future mamme. Fondò molte scuole, tutte egualmente aperte a ragazzi e a ragazze. Scrisse diversi libri, fondò seminari e diversi ospedali, tra cui il Loma Linda Sanitarium. Si adoperò per un stile di vita sano valorizzando le risorse naturali e un’alimentazione tendenzialmente vegetariana. Nel suo ultimo viaggio durato 5 mesi, a 82 anni, parlò in pubblico 72 volte in 27 luoghi diversi.”

UN PO’ DI BIOGRAFIA

Nasce a Gorham, nel Maine, il 26 novembre 1827. I suoi genitori, Robert ed Eunice erano membri della chiesa metodista episcopale dove avevano ricoperto dei ruoli di spicco lavorando per la conversione delle persone e per il consolidamento della Causa di Dio. Ebbero la gioia di vedere tutti i loro 8 figli convertirsi a Cristo.

A 9 anni ebbe un incidente gravissimo che condizionò la sua salute fisica per l’intera esistenza. Mentre camminava per una strada di Portland assieme alla sorella gemella e a una loro compagna di scuola, fu colpita al naso con un sasso lanciato da una ragazzina. Debilitata, debolissima,  rimase a letto per molte settimane ed era convinta di morire. Lo stato di salute non le permise più di frequentare la scuola.                                                                                                        Qualche cenno sulla sua famiglia di origine, anche per capire lo stile di vita che ha segnato Ellen. La serietà spirituale, l’attaccamento alla Bibbia, l’amore per la conoscenza, l’onestà, la laboriosità, il senso del dovere, ossia gli elementi centrali della migliore tradizione puritana, hanno orientato sul piano educativo questa grossa famiglia (8 figli). Ellen ebbe un’infanzia felice in una cornice famigliare severa ma giusta e amorevole.                                                                                                               Nel 1846 si sposa con il past. James White. Hanno 4 figli: Henry Nichols che morirà a 16 anni, James Edson, William, Herbert che morirà dopo alcuni mesi dalla nascita. Come madre, non è stata esente da sofferenze e da distacchi dolorosi.

Per 35 anni lei e il marito lavorarono insieme, infaticabili, in favore dell’opera avventista. Viaggiarono, predicarono, scrissero, organizzarono l’opera delle pubblicazioni, il sistema della gestione delle finanze della chiesa, l’organizzazione della Conferenza Generale (che è l’organo amministrativo della chiesa più elevato) e altro ancora. Nel 1881 muore il marito James. Nonostante il dolore per la perdita del suo compagno continua il lavoro iniziato con il marito. EGW è stata sicuramente un personaggio di spicco del movimento avventista delle origini. Con una sensibilità particolare ne fu l’ispiratrice e guida. Interessante notare che gli iniziatori, per così dire, del movimento avventista, erano tutti molto giovani. EGW è stata una donna come le altre, durante un secolo che non è stato il secolo delle donne. Non istruita, non ricca, non sempre in buona salute (come abbiamo detto prima), grazie al sostegno di Dio in cui credeva intensamente, poté essere accolta in una società dominata da uomini. Devo dire che gli esordi non furono facili neanche nella chiesa: era pur sempre una donna, per di più molto giovane, non le è stato facile farsi accettare. Scrisse moltissimo, nonostante il rammarico per non avere potuto istruirsi e non avere alcun titolo di studio. Era una lavoratrice instancabile: quando partecipava a un congresso le preparavano molte tappe intermedie e in ognuna riusciva a incoraggiare, correggere, promuovere.

IL PERIODO STORICO/RELIGIOSO IN CUI VISSE

Il periodo che va dal 1840 in poi, è segnato, in America, da un profondo risveglio religioso. Si organizzavano riunioni speciali nelle quali persone non ancora convertite avevano l’opportunità di cercare il Signore. Si organizzavano riunioni di preghiera e tra le varie denominazioni ci fu un risveglio generale. Questo era il contesto dove iniziò a operare EGW.

L’IMPRONTA LASCIATA NEL CAMPO DELLA SALUTE

Il problema numero uno del mondo di quell’epoca era il problema della salute. Proprio in quel tempo, 1820-1860, si svilupparono movimenti riformatori che risultarono vincenti e contribuirono a mutare la faccia di quel mondo. Questi sforzi riformatori riuscirono a introdurre novità nelle abitudini malsane, nell’igiene, nelle cure mediche, che erano le maggiori cause di malattie e di morte.

Una delle abitudini malsane era, ad esempio, quella di considerare l’uso di vegetali e frutta, veicolo di colera. Per le donne le cattive abitudini riguardavano l’abbigliamento: il giro vita doveva essere da vespa, costretta in corsetti; gli abiti erano lunghi fino a terra tanto da spazzare le strade, strade che non erano asfaltate e che spesso erano degli immondezzai. Malsano era, ovviamente, l’uso e l’abuso degli alcolici che provocavano disastri sociali. In quel periodo nacquero le società di Temperanza e la prima legge proibizionista.

Per quanto riguarda l’igiene: alcuni dati ci informano che sino al 1830 la maggior parte degli americani non si era mai fatta un bagno completo durante l’intera vita. A New York solo poco più di un migliaio di famiglie possedeva una tinozza e poco più di 10.000 famiglie avevano il gabinetto. Le strade erano degli immondezzai. Non mi dilungo su questo.

Le cure mediche praticamente facevano morire i malati. Salassi, purghe, interventi chirurgici senza anestesia erano le pratiche utilizzate. Si diventava medici in 8 mesi.

In tutto questo panorama EGW stimolò l’avventismo a inserirsi nei processi riformatori e si può capire bene perché parlasse della Riforma Sanitaria come del braccio destro dell’Evangelizzazione. Oltre a scrivere in tal senso, articoli e libri (The Ministry of Healing, in italiano Sulle Orme del Gran Medico), lei stessa, molto sensibile verso i temi della salute, fondò assieme ad altri leader della chiesa, ospedali e cliniche tra questi il Loma Linda Sanitarium. Attualmente è conosciuto come Loma Linda University Medical Center ed considerato tra i più importanti ospedali a livello mondiale. E’ stato tra i primi ospedali e centri di ricerca a trattare il trapianto di organi sui bambini (Baby Fae 1984-trapianto di cuore di babbuino), a praticare il trattamento al protone su certi tipi di cancro. L’ospedale ha una media di 16.000 pazienti ricoverati l’anno e di 470.000 pazienti ambulatoriali. E’ anche un’università con facoltà di medicina e chirurgia, farmacia, odontoiatria, infermieristica, salute pubblica, religione, terapia di coppia e della famiglia, traumi ecc. Inoltre vi è un vasto reparto solo per i bambini.

Commento: la tenacia di una donna che aveva una visione molto chiara e pratica sui temi della salute ha fatto scaturire qualche cosa di importante che, nel tempo si è sviluppato e sta portando aiuto a molta gente non solo negli USA ma nel mondo.

L’IMPRONTA LASCIATA IN ALTRI AMBITI (TRAMITE I SUOI SCRITTI E PRESE DI POSIZIONE)

Il movimento di liberazione degli schiavi

EGW prese nette posizioni antischiaviste e addirittura “sostenne la disobbedienza civile per gli schiavi fuggitivi, con l’argomento che quando la legge degli uomini entra in conflitto con la legge di Dio bisogna ubbidire a quest’ultima” 1T 201-202

EGW affermò che i problemi dei neri del suo tempo erano il risultato della schiavitù e della relativa oppressione. Dichiarò: “Molti non hanno avuto la possibilità di esprimere la loro capacità, ma se fossero stati benedetti dalle opportunità simili a quelli dei bianchi, le avrebbero manifestate” (lettera 80a, 1895). Affermò anche: “Dev’essere fatto ogni sforzo per cancellare il male terribile che è stato fatto loro” (SW 15).

Il ruolo della donna

Negli USA agli inizi del 1800 le donne non avevano diritto di voto, posto nei college, diritto di proprietà se sposate, diritto di parola in chiesa. Il grande revivalista Finney creò scandalo quando permise alle donne di testimoniare in una pubblica riunione. EGW, come donna, chiamata a predicare dalle società di temperanza del tempo, fu in sé un fatto rivoluzionario.

Per quanto riguarda i diritti delle donne, come sappiamo il cammino generale è stato lungo e faticoso. Ellen non aveva dubbi che Dio avesse creato l’uomo e la donna eguali, ma poco si inserì in queste lotte forse non condividendone i mezzi adoperati. Proprio con il suo ministero, comunque, incoraggiò fortemente le donne della chiesa a scoprire e mettere al servizio della chiesa e della società i loro doni e capacità. Ciò ha in seguito fatto nascere il Dipartimento dei Ministeri Femminili che attualmente è operativo a livello mondiale, ma questa è un’altra storia.

Ellen è stata prima di tutto una donna autentica, onesta, coraggiosa, generosa, appassionata, che ha vissuto la sua vocazione sino in fondo, al limite delle sue possibilità, ma con grande equilibrio, mai dimenticando la sua umana limitatezza, mai prevaricando la Scrittura e la chiesa.

La vita non le aveva risparmiato nessun dolore: la morte delle persone più care, l’ingratitudine e il tradimento dei compagni di lotta, le calunnie. Ma la serenità degli ultimi anni è stata rivelatrice della consapevolezza di ciò che di meraviglioso la vita le aveva regalato.

Una delle sue ultime dichiarazioni: “Nel rileggere la nostra storia passata, ripercorrendone ogni passo fino alla nostra situazione attuale, posso dire: Sia lode a Dio! Nel vedere il lavoro svolto da Dio sono piena di stupore e di fiducia in Cristo come guida. Non abbiamo niente da temere per il futuro se non il rischio di dimenticare il modo in cui il Signore ci ha guidati nel passato.”

 

Franca Zucca

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Elisabeth Cruciger

Pubblichiamo l’intervento di Doris Esch su Elisabeth Cruciger, tenuto durante l’incontro “Prendere la Parola” del 7 aprile scorso.

 

Care sorelle e cari fratelli nella fede,

parlo per la Chiesa luterana e desidero rifarmi al periodo iniziale della Riforma, in Germania. La donna che presenterò per la Chiesa luterana non sarebbe stata forse la prima a “protestare” come “protestante” ad alta voce. Ma la sua vita, la sua breve vita, è altamente rappresentativa di molte donne degli inizi della Riforma! È certo che, senza il riscontro spontaneo, senza la comprensione di queste donne, la Riforma sarebbe stata meno “interiorizzata”.

(Non voglio presentare Katharina von Bora, moglie di Martin Lutero. Di lei si sanno molte cose; è stata oggetto di pubblicazioni, di trattazioni scientifiche e di rappresentazioni letterarie e artistiche. Katharina, come sapete, entrò in convento a 6 anni; a 16 fece i voti di professa come monaca cisterciense. Presa e contagiata dalla nuova dottrina, nel 1523, insieme con altre monache, abbandonò di nascosto il convento, in cerca di qualcosa di nuovo e di un futuro incerto.)

Molte altre donne dei conventi, con storie simili, fecero altrettanto e lasciarono i monasteri: cisterciensi, maddalene, premonstratensi. Lasciare il convento (magari senza l’abito) senza il permesso della direzione era un’infrazione grave, un peccato, era apostasia, ed veniva punito pesantemente, fino alla detenzione nel carcere del convento. Si doveva rischiare molto; bisognava escogitare un modo sofisticato di scappare.

Monaca (delle premostratensi del convento di Marienbusch, nella Pomerania orientale) era anche Elisabeth von Meseritz (poi Elisabeth Cruciger), originaria della Pomerania. È di lei che vi parlerò.

Nacque intorno all’anno 1500. Come molte altre ragazze, di solito figlie di famiglie nobili povere, fu messa in convento quando era giovanissima, per assicurarle un’esistenza educativa in cui non le mancasse nulla. In questo monastero dell’ordine delle premonstratensi (un tipo di monache benedettine), a Marienbusch, in Pomerania, oggi Polonia, aveva ricevuto la sua formazione religiosa e intellettuale. Naturalmente, aveva imparato a leggere e scrivere; era istruita in economia domestica, nel senso più ampio del termine. Inoltre, aveva studiato latino e canto corale; le erano familiari la preghiera delle ore, testi biblici, nozioni di teologia e mistica, e sapeva discutere di teologia. Se Elisabeth entrasse volentieri o malvolentieri in convento, non lo sappiamo. Ma che ricevesse un’ottima istruzione è certo: i pochi testi di sua mano lo testimoniano. Il resto è merito suo.

Le donne, allora, avevano poche possibilità di andare per la propria strada. Fuori da un’associazione, in pratica, non era possibile vivere. Quanto alle figlie di famiglie nobili povere, semplicemente si doveva provvedere a loro. Di fatto avevano solo tre possibilità: sposarsi; essere parte di un famiglia numerosa in qualità di zia (nella famiglia Lutero c’era una di tali zie, “zia Lene”) oppure entrare in convento, quanto prima possibile (qui c’erano possibilità di carriera!). Nel migliore dei casi, interiorizzavano la vita del convento, che non avevano scelto. (Magari, nel segreto avranno pensato: come ne esco?).

Istruite e addestrate in convento riguardo la fede, l’istruzione e la condotta di vita, erano però preparate nel modo migliore ed erano recettive alle idee fresche, nuove, stimolanti della Riforma. (Le assorbivano come spugne). Si può dire che si appropriano della Riforma al volo! Ecco! La Riforma divampò! E poi ci fu l’incontro con Johannes Bugenhagen, teologo e amico di Lutero.

Vicino al monastero premonstratense di Marienbusch, dove si trovava Elisabeth, era situato il convento maschile (Belbuck). Lì insegnava teologia l’amico di Lutero, il doctor Pomeranus Johannes Bugenhagen (presto sarebbe diventato professore all’Università di Wittenberg); teologia che aveva già l’impronta della Riforma. Elisabeth se ne lasciò contagiare. Poco dopo, decise di lasciare il convento, di seguire Bugenhagen, venendo ospitata dalla sua famiglia a Wittenberg (Bugenhagen si era appena sposato). Lì prese parte a tutti gli scambi di idee. Lì incontrò Martin Lutero; lì, nel 1524 sposò (celebrante Lutero) Caspar Cruciger, teologo, umanista, collaboratore di Lutero. A Wittenberg, partecipò alle discussioni a casa di Lutero, e lo fece – alla pari – da moglie, madre e compagna di riflessioni (diciamolo pure: con cura pastorale). Ebbe la stima di Lutero (ella ponderò addirittura la possibilità che le donne predicassero! Ne sarebbe stata capace). I coniugi Cruciger ebbero due figli: [Caspar, che divenne anch’egli teologo, ed Elisabeth, che sposerà un figlio di Lutero, Johannes.] Certo non fu loro concessa una lunga vita coniugale: Elisabeth morì nel 1535, con profondo dolore del marito.

Una vita tranquilla, ma profonda, secondo i pochi testi che abbiamo di Elisabeth Cruciger. Per esempio, si è conservata una lettera in cui cerca di consolare un ebreo battezzato, Joachim, e lo fa con parole proprie, che scaturiscono da esperienza profonda:

Do una parafrasi del tedesco:

Caro fratello, consolaTi, guarda, anch’io sono una compagna di sofferenza, che ha la stessa Tua malattia; guarda: davanti agli occhi divini ho implorato Dio con pazienza; guarda, Ti auguro e Ti trasmetto la misericordia e la pace che Egli ci ha comunicato colla Sua forza. Misericordia e pace non di questo mondo, ma che vengono da Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo (non mediante un Angelo e neanche per mezzo di Mosè!). Su, caro fratello, sii contento, fatti animo: chi ha cominciato l’opera buona e la beatitudine in noi, la condurrà a compimento, senza dubbio: Egli stesso si metterà al nostro posto e coprirà i nostri peccati affinché nessuno possa più accusarci. Di questo sii felice, e consolaTi, caro fratello – perchè di questo sono felice e mi consolo  anch’io. Prendi dunque questa lettera e lascia che sia di conforto per Te.

Elisabeth Cruciger sapeva esprimere e trasmettere la sua esperienza della fede con parole proprie; in questa lettera, ha messo tutte le sue conoscenze bibliche e tutta la sua umanità.

Ma le riuscì ancor meglio di farlo con un inno spirituale, che è il primo inno di chiesa della Riforma scritto da una donna. Fu presente già nell’innario di Lutero del 1524 e viene cantato ancora oggi: “Herr Christ der einig Gotts Sohn” (“Del Padre eterno, Figlio”). Lo trovate nell’innario italiano della CELI al numero 130 (N.B.: più tardi, l’inno fu attribuito a un uomo; ma è suo!).

L’inno, composto per il periodo dell’Epifania, nel suo tedesco d’allora, ma  tutto fatto di idee bibliche, mi colpisce molto. Qui, tutto è armonioso. Cerco di fare una parafrasi dell’ultimo verso, dove si tratta (del tutto nel senso di S. Paolo) dell’uomo nuovo:

Parafrasi:

Con Tua benignità ci uccide,

con Tua grazia ci risveglia;

mortifica il vecchio uomo,

affinchè il nuovo si rialzi

e qui, su questa terra,

mente, pensiero, desideri

– tutto si volga a Te”.

 

Oppure, nella versione metrica di Anna Belli:

“Nostra vita trasforma

con Tua gran bontà.

Il vecchio uom riforma,

il nuovo allor vivrà;

Dio fa che in questo mondo

in noi ogni profondo

sentir aneli a Te.”

Così come Elisabeth Cruciger è riuscita a infondere conforto, a meditare in modo completo sulla propria fede e a comunicarla in modo convincente, così questo dovrebbe riuscire anche a noi, oggi e qui.

Anche per noi è vero che non siamo soli, e che la nostra voce viene ascoltata.

Doris Esch