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La ripresa in sicurezza del culto

Cari fratelli, care sorelle,

Domenica 7 giugno riprendiamo il culto pubblico nel nostro tempio di via XX settembre.
Alleghiamo anche un modulo di consenso alla raccolta dei dati personali, (clicca qui)che ci consentirà di predisporre un elenco dei partecipanti al culto e quindi di rintracciare rapidamente tutte le persone che potrebbero essere entrate in contatto con una persona che dovesse risultare contagiata. Il consenso è volontario e non è condizione per la partecipazione al culto, ma confidiamo nella vostra comprensione. Vi preghiamo pertanto di compilarlo e rinviarlo firmato a: lauranitti@hotmail.com 
Aspettiamo con gioia chi, valutando con prudenza la propria situazione personale e familiare, potrà essere presente.

Proseguono i culti attraverso i canali internet, per continuare a vivere la comunione fraterna anche a distanza.

Un caro saluto
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Metodisti: guardare avanti, con fiducia e impegno

Si è tenuta in modalità online, ieri 24 maggio, la consultazione metodista prevista nel weekend al Centro Ecumene: l’emergenza Covid ha attraversato i molti temi di discussione, ma senza far prevalere il pessimismo

Unintensità spirituale che si percepiva anche dai monitor e dagli smartphone, dovuta a più motivi: loccasione (unassise che, non avendo prerogative decisionali, era attuabile nella modalità della videoconferenza) ma anche il desiderio, da parte dei e delle partecipanti, di condividere un momento forte di ascolto della Parola e di ragionamenti intorno alla vita di chiese e opere allinterno della realtà metodista italiana. Essere collegati in videoconferenza è stato, ed è, prezioso in questi mesi, e lo sarà ancora, ma non si può non guardare con rimpianto e nostalgia a assemblee, sinodi, conferenze distrettuali. Che sono non solo momenti istituzionali in cui procedere a adempimenti pur necessari e ricchi di significato, ma anche occasioni di incontro, fraternità, edificazione e ascolto reciproci, corroboranti per poi riprendere il lavoro per lopera del Signore.

La giornata d’incontro, tenutasi su Zoom, si è suddivisa fra la mattinata su quattro temi focali nella relazione del Comitato permanente Dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (Opcemi), presentati attraverso brevi introduzioni, commenti e testimonianze, alcuni momenti di saluti (gli interventi della moderatora della Tavola valdese Alessandra Trotta, della segretaria Fgei Annapaola Carbonatto, di Stefano Bertuzzi per il consiglio Fcei e del pastore Dominic Kofi Danso, che conclude il suo impegno in Italia per la Cevaa) e il culto pomeridiano, durante il quale si sono aggiunti, ai circa 120 partecipanti della Consultazione, coloro che da diverse settimane seguono l’iniziativa dello ZoomWorship.

Capovolgendo l’ordine della relazione, si è cominciato con “Bilancio e contribuzioni”, e il discorso si è presto ampliato alla dimensione della connection e al rapporto tra comunità locali e organismi centrali, tra i quali molti lamentano uno scollamento, una mancanza di fiducia reciproca. Il tema finanziario è stato ovviamente toccato dalle conseguenze del Covid-19, che impediscono di fare previsioni, così come gli altri temi: “Azione sociale e spazio pubblico”, con le testimonianze sull’iniziativa Breakfast Time per i senzatetto a Milano e Roma e i progetti di formazione professionale a Rapolla; Rapporti internazionali ed ecumenici”, a proposito dei quali, al di là della sospensione di molti incontri, si è ribadita l’importanza della rete internazionale in cui vivono le chiese metodiste italiane, e nella quale potrebbero portare un contributo prezioso. In particolare, su alcune questioni che stanno minando la “salute” del metodismo internazionale (e non parliamo di Covid), per esempio la visione dell’omosessualità nella Chiesa metodista unita (ne abbiamo parlato in diversi articoli). Il futuro che ci attraversa”, ultimo tema della mattinata e primo della relazione, di cui costituisce una sorta di introduzione, è anche il più intriso dalla complessità di questo periodo, fatta indubbiamente di problemi ma anche di opportunità e di scoperte positive, di cui la stessa consultazione in modalità online è stato un esempio, così come il culto che l’ha conclusa, svoltosi come culto di rinnovamento del Patto secondo la tradizione metodista.

Questo momento ha trovato come sempre una forte spinta nella componente musicale, che ha le sue basi nella produzione innologica di Charles Wesley: la parte musicale del culto del rinnovamento del patto è stata preparata da Antonio Montano e presentata da Stefanie Gabuyo..

La liturgia è stata condotta dai componenti del Comitato permanente Samuele Carrari e Alberto Bragaglia e dal pastore George Ennin, mentre la predicazione è stata tenuta in due momenti dalla presidente Manocchio e poi dal vicepresidente Enrico Bertollini a partire dall’ultimo capitolo del libro di Giosuè, il discorso che quest’ultimo, a Sichem, rivolge al popolo d’Israele, la cui parte centrale è l’ammonimento a temere il Signore e a servire lui solo e nessun altro.

Servire Dio – ha detto la pastora Manocchio – non è frutto della capacità di Israele, ma è opera di Dio; non sempre il popolo riesce a servirlo, ma sempre è in dialogo con Lui, e proprio in questa conversazione avverte il manifestarsi della sua grazia. Bertollini ha posto l’accento sul carattere “geloso” di Dio, che “pretende”: e il popolo può solo accettare questa scelta, già fatta da Lui, una scelta che – dice Giosuè – va fatta oggi, anche se il risultato della libertà e della vittoria sembra già raggiunto definitivamente. Oggi e ogni giorno. Da qui il senso del Rinnovamento del Patto che parla a tutti gli evangelici e la “nuova partenza”, resa visivamente dalle foto delle comunità mentre si alzavano le note di un ulteriore inno.

Che cosa lasceremo alle giovani generazioni?

Il futuro della chiesa: serve più attenzione alle persone che al mantenimento delle strutture

di Letizia Tomassone

da Riforma

(Riprendiamo con l’intervento di Letizia Tomassone il dibattito avviatosi sul n. 47/2019 da Davide Rostan, al cui articolo sono seguiti gli interventi di Alessia Passarelli (n. 6), della Ced/I Distretto (n. 7) e del pastore Peter Ciaccio (n. 11). Riportiamo come al solito, qui di seguito, le domande che la Tavola valdese aveva posto come stimolo di discussione alle chiese.
1. Quali sono, nella nostra struttura organizzativa, le maggiori difficoltà da gestire; quali gli elementi di maggiore pesantezza e inefficienza? 2. Quali sono, invece, gli elementi che funzionano meglio o ulteriormente da valorizzare per uno sviluppo positivo? 3. Che cosa si ritiene essenziale preservare come principi fondanti della nostra organizzazione ecclesiastica? 4. Quali mutamenti positivi (opportunità, potenzialità) si registrano, all’interno della Chiesa e della società, rispetto ai quali l’attuale organizzazione ecclesiastica appare non adeguata? 5. Quali elementi dell’organizzazione ecclesiastica andrebbero revisionati, modificati, adattati per potere cogliere al meglio queste opportunità e sviluppare le potenzialità presenti)

In questo periodo di chiusura fisica tutte le chiese hanno espresso notevoli capacità creative nel dare forme nuove ai culti e ai momenti d’incontro. La Parola è tornata di prepotenza al centro delle nostre riflessioni e abbiamo diffuso tra noi e su tutti i social una grande ricchezza di riflessioni, che ci fa capire quanto ancora la Scrittura sia centrale nel guidare la vita dei singoli credenti nel mondo protestante. Ma che ne è delle nostre strutture? Culti e commissioni di ogni tipo si sono trasferite sulla rete. Ma quanto ci mancano, già prima delle loro date, le nostre assemblee regionali e nazionali! Alcune si terranno comunque online, altre sono rinviate al prossimo anno.

Ci manca quella dimensione collettiva della chiesa che è fatta di incontri e dialoghi, di uomini e donne, amici e amiche, persone che stimiamo per quanto fanno e scrivono. È quasi sempre insieme, nel confronto, che facciamo emergere il nostro pensiero teologico e la forma della chiesa. Ci manca la discussione, l’elaborazione comune del pensiero, quel crescere nel dibattito che ci fa arrivare a prese di posizione comune, alla costruzione contrastata e sempre in movimento del nostro essere chiesa.

Ragionare oggi su ciò che ci manca di più ci può aiutare a capire come orientarci e su che cosa dobbiamo investire per il futuro. E ragionare su ciò che ci caratterizza, la lettura attenta della Parola, ci aiuta a capire cosa è essenziale e irrinunciabile della nostra identità oggi. Una identità definita da Cristo, dalla vocazione che riceviamo, dal confronto con una parola altra.

Lasciare a chi viene dopo la passione per la Parola è ciò che mi pare oggi essenziale. Parola ascoltata, letta e riletta. Sfrondata delle sue caratteristiche patriarcali o schiaviste, reinterpretata. Parola con cui scontrarsi per capirne il nocciolo di luce. Però resta che se siamo capaci di dire e ascoltare la Parola, siamo meno efficaci nel trarne le conseguenze dirette per il presente. Siamo timidi o forse mediocri, le fughe in avanti non ci piacciono perché appaiono spesso come estremiste. Abbiamo tra noi voci importanti, a volte profetiche, che si perdono però quando si tratta di decidere e prendere una parte nella società.

Da quando abbiamo imparato a incontrarci online, a rispettare i tempi di parola, a non viaggiare per poter avere una riunione di comitato, abbiamo fatto un grande balzo nella società digitale. Con i viaggi sono venute meno di colpo alcune delle pesantezze della nostra struttura, quella dei tanti Comitati, Consigli e Commissioni. Sono venute meno stanchezze, pesanti impronte ambientali, spese collettive e individuali. Eppure ci resta il disagio non solo di non poterci vedere intorno a un tavolo (con le mascherine non sarebbe meglio, e abbiamo imparato a fare due chiacchiere anche su zoom prima di iniziare le riunioni formali), ma di dipendere da un sistema di rete su cui abbiamo ben poco controllo e che monitora tutti i nostri incontri, non potendo più monitorare i nostri spostamenti. Per non parlare del digital divide che esiste anche fra noi, nelle nostre case, a seconda di dove abitiamo e di quanto potente o debole è il segnale con cui comunichiamo.

Questo lasceremo alle generazioni che vengono? Una dipendenza dai mezzi di comunicazione che farà a meno dei corpi? Non siamo attori, e dunque il fascino dei nostri incontri o culti online dipende molto dal fatto che già ci conosciamo e che ci dà gioia ritrovarci, seppure in video, e riconoscerci. Non le nostre performance ma le relazioni che ci tengono insieme costituiscono la forza maggiore di questo nostro tempo.
Che cosa dunque ci pare così essen

ziale da lasciare a chi viene dopo di noi? E come vorremmo essere ricordati? Come la generazione che ha fatto a meno di un Sinodo annuale? Tante chiese già ora hanno dei Sinodi che durano meno giorni, non hanno cadenza annuale, raccolgono meno deputati. Certo per noi il Sinodo è festa di popolo e occasione di incontro, e siamo campioni nel sostituire ad assemblee decisionali altri appuntamenti meno pesanti ma ugualmente impegnativi. Dunque saremo la generazione che ha cambiato il modo di incontrarsi? Per forza di cose, fino a che la convivenza con il virus continua. Ma anche per passione, se consideriamo ormai matura la riflessione sulle diverse forme del nostro riunirci in assemblea. Le nostre chiese sono tutte organizzate in modo collegiale. E in questo oggi scontano il limite di una certa lentezza nel prendere decisioni e posizione, nel fare dichiarazioni che se tardano a venire diventano ininfluenti nel flusso continuo di comunicazione rumorosa che ci fa da sottofondo.

Credo che dobbiamo lasciarci spingere di più dall’urgenza della condizione delle persone che soffrono, e meno dai vincoli della nostra collegialità. Dobbiamo uscire dal timore di tirare le conseguenze che vediamo della nostra fede, timore spesso dettato dal non voler spaccare la chiesa, ma che finisce per non farla neppure dialogare e confrontarsi.

Viviamo un tempo che necessita decisioni forti. Esprimere posizioni forti permette alla chiesa di discutere, crescere, confrontarsi con un evangelo che si fa vita e anche struttura. La profezia dovrebbe entrare un po’ di più nella nostra chiesa, nella forma di prese di posizione decise a favore degli ultimi, e del pianeta. La profezia e la poesia, come dice Walter Brueggemann, che possono trasformare la realtà.

 

 

 

 

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Dopo la quarantena Che cosa resterà degli incontri Zoom?

da Riforma

Roberto Davide Papini

E con i templi aperti che faremo?  Butteremo via i culti su Zoom, le meditazioni in diretta Facebook, la preghiera su Whatsapp, le presentazioni dei libri e i dibattiti online? Che cosa resterà di queste esperienze spirituali vissute davanti a un monitor o a uno smartphone? Vedremo. Con l’allentarsi progressivo delle restrizioni per il Coronavirus cerchiamo di guadagnare ogni giorno un pezzetto di “normalità” in più. Piano piano sarà così anche per i luoghi di culto e, dopo settimane passate su varie “diavolerie” informatiche, sarà bello ritrovarci in carne e ossa e (quando sarà possibile) abbracciarci.

Ricordiamo, però, che questi marchingegni sono stati strumenti indispensabili per stare insieme a distanza, raccolti come comunità di fede. È stata un’esperienza forzata, ma ha dimostrato la vitalità delle nostre chiese, spesso un po’ pigre (se non proprio restìe) nell’affrontare strade nuove, capaci nell’emergenza di inventarsi nuovi modi di fare comunità. È stata una bella esperienza di fede, non virtuale bensì molto reale, una crescita della nostra realtà, un’occasione per ripensare a quanto il modello tradizionale di chiesa abbia funzionato, individuando i punti di forza e quelli di debolezza e dove e come, appunto, i nuovi strumenti di comunicazione possano aiutarci a migliorarlo.

Credo che questi nuovi strumenti si- ano ormai un patrimonio prezioso che dobbiamo continuare a sfruttare. Certo, non in maniera esclusiva come siamo stati costretti a fare durante il lockdown, ma resteranno la possibilità e la ricchezza di poter partecipare a uno studio biblico o seguire una meditazione a centinaia di chilometri o ancora un culto online se si ha l’impossibilità di recarsi fisicamente al tempio. Così, una proposta è quella di riprendere le belle esperienze inter-denominazionali di questa emergenza, affidando ogni settimana a diversi esponenti delle varie chiese della Fcei (a rotazione, ogni domenica a persone differenti) la cura di culti online da offrire in maniera continuativa oltre alle tradizionali attività locali. Sarebbe una bella esperienza di unità nella preghiera e nel culto e un’occasione di evangelizzazione. Ovunque e con qualsiasi strumento venga utilizzato per annunciarla, quella del vangelo resta una Parola di libertà che non possiamo confinare tra le mura dei nostri templi. Soprattutto ora che ab- biamo imparato a usare Zoom.

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Covid-19. Alessandra Trotta: Parole e opere di speranza

La Tavola valdese ha destinato la prima parte degli 8 milioni di euro dei fondi dell’Otto per mille per l’emergenza Covid-19. Intervista alla moderatora Alessandra Trotta di Alberto Corsani, direttore di Riforma

(NEV/Riforma.it), 27 aprile 2020 – Pubblichiamol’intervista integrale del direttore di Riforma Alberto Corsani alla diacona Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese


La Tavola valdese ha comunicato il 19 marzo scorso di intervenire con 8 milioni di fondi Otto per mille
per contribuire a gestire l’emergenza Coronavirus nel nostro Paese. Una decisione tempestiva, ma con la consapevolezza di guardare oltre: considerando cioè le conseguenze economiche, psicologiche e sociali della pandemia, intuibili già a marzo, e che oggi vediamo confermate. Come si articolava dunque questo duplice intendimento? Lo chiediamo alla diacona Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese.

In effetti abbiamo pensato a un piano in due tempi: un primo tempo con interventi a supporto dell’impegno di diagnosi, cura e contenimento del contagio da parte del sistema sanitario, con un’attenzione rivolta non solo agli ospedali e alle regioni più colpite, ma anche a quei servizi di medicina territoriale e di prossimità che, molto indeboliti negli ultimi anni dalle scelte compiute nella gestione della sanità pubblica, mostrano in questo momento di avere un’importanza fondamentale nella prevenzione dei rischi e nella garanzia di adeguatezza di cura per tutti. Seguirà un secondo piano di interventi che sarà orientato a contribuire, con qualche misura più sistematica, alla ripresa sociale ed economica del Paese, a partire dai bisogni delle fasce della popolazione più esposte a subire le conseguenze devastanti dei provvedimenti assunti per fronteggiare questa emergenza. Ci tengo a precisare che, accanto a questi interventi straordinari, proseguirà l’ordinario supporto al prezioso impegno sociale ed assistenziale portato avanti dai tantissimi enti del Terzo settore (673 nel 2019) che ogni anno accedono con i loro progetti a un finanziamento dell’otto per mille assegnato alle nostre chiese.

Possiamo vedere nel dettaglio a chi si indirizza l’intervento della prima fase?

Questa parte dell’intervento ha raggiunto innanzitutto gli ospedali di Bergamo e Brescia, città fra le più colpite, finanziando l’acquisito di importanti attrezzature, ma anche, a Bergamo, l’intervento di personale specializzato per la gestione di nuovi posti letto di terapia intensiva. Sono state raggiunte anche le Marche, supportando un intervento di sostegno nell’ospedale di Pesaro e in varie RSA e la formazione di personale medico e paramedico da impegnare nelle cure domiciliari in varie città. Sono state messe a disposizione delle risorse, ancora, per gli Ospedali evangelici di Genova e di Napoli, che hanno dovuto profondamente modificare la propria organizzazione per concorrere alle necessità dei sistemi sanitari ligure e campano di fronte all’emergenza. Un’altra parte degli interventi già attuati ha raggiunto, poi, le campagne del Foggiano e le periferie di Roma, attraverso l’attivazione di cliniche mobili attrezzate per la prevenzione del rischio presso fasce di popolazione che vivono in condizione di particolare fragilità. Restano da attuare due interventi: un contributo a un’importante azione istituzionale in fase di definizione in Calabria, con l’attivo coinvolgimento della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), per il superamento del grave fattore di rischio rappresentato dalle baraccopoli sorte intorno alle campagne della Piana di Gioia Tauro. E infine un intervento in Piemonte, in particolare nelle zone di Pinerolo e delle valli Germanasca, Chisone e Pellice, in cui la storica, significativa presenza delle nostre chiese ci fa sentire particolarmente responsabilizzati, ma anche capaci di offrire un’operatività che possa contribuire allo sviluppo della medicina territoriale e della domiciliarità con una presa in carico globale dei malati e delle loro famiglie in ambienti non ospedalieri.

Nel comunicato con cui la Tavola valdese ha illustrato la prima parte del piano di interventi per l’emergenza Covid si trovano effettivamente indicati molteplici livelli, fra questi anche il riferimento al sostegno alle chiese locali, per quella dimensione comunitaria che è un altro aspetto della diaconia stessa. Come mai ?

Questa domanda mi offre l’opportunità di precisare la centralità del ruolo delle nostre chiese locali anche in questo frangente. Le chiese valdesi e metodiste nel nostro Paese sono spesso conosciute soprattutto per alcuni pronunciamenti pubblici su grandi temi sociali o etici, per azioni umanitarie di grande visibilità come i corridoi umanitari o per gli interventi della nostra diaconia più istituzionale e organizzata in Centri conosciuti e apprezzati al livello locale o nazionale. Ma senza le piccole chiese locali, formate da membri di chiesa attivamente e appassionatamente impegnati nella predicazione dell’Evangelo e nell’alimentare una vita comunitaria nella quale trovi radicamento un cammino di fede che si esprime anche nella costruzione, alla luce dell’Evangelo, di relazioni umane radicalmente alternative, non vi sarebbero quelle Istituzioni sociali o assistenziali, non vi sarebbero quelle azioni di denuncia sociale, di promozione dei diritti, di lotta per la giustizia, che portiamo avanti perché vi riconosciamo una coerente espressione del compito di annuncio evangelico che la Chiesa è chiamata ad assolvere. In questa emergenza, abbiamo fiducia che le nostre chiese locali sapranno assolvere, con ulteriori interventi diretti per i quali la Tavola metterà a disposizione delle risorse raddoppiate, un compito di supporto a coloro che, intorno a loro, dentro o fuori le chiese, già vivono la marginalità o che, per il Covid-19, hanno ridotto o perso il lavoro e non possono più pensare con serenità a una tranquilla vita quotidiana.

Questo rilevante intervento da parte della Tavola valdese è anche espressione di una consapevolezza spirituale ed è di fatto anche una testimonianza: che cosa muove i e le credenti a rendersi disponibili a fianco ai loro concittadini e quale può essere il messaggio di speranza che i protestanti possono portare anche in questo momento che non è solo di emergenza sanitaria ma anche di disorientamento degli individui?

Le nostre chiese da sempre interpretano la fede cristiana come fiducia di essere parte di un piano di Dio per l’intera sua creazione – un piano di vita piena, buona e abbondante per tutti – che chiama ogni singolo individuo, riconosciuto e valorizzato nella sua unicità, dignità e libertà, a mettere a frutto i suoi talenti al servizio del bene comune. Come credenti che vivono così la loro fede, siamo sfidati a vivere questo tempo, dominato dal senso di precarietà e dal disorientamento di fronte a un mondo che sembra crollare nelle sue certezze, nel suo profondo significato spirituale, ponendoci all’ascolto di ciò che il Signore ci sta dicendo, cercando di leggere i segni dei tempi e reagendo in coerenza con l’Evangelo. Pensiamo a come questa situazione sta interrogando le categorie, anche biblicamente molto dense, di vicinanza/distanza, aperto/chiuso, schiavo/libero, solo/insieme. Sarebbe grave coltivare l’illusione di tornare, anche come chiese, alla normalità di prima, senza cogliere l’opportunità unica di una ricostruzione nella direzione della solidarietà sociale, della sostenibilità ambientale, della riduzione delle diseguaglianze, nell’accesso ai beni essenziali come la salute, l’educazione, la casa, di un sistema di organizzazione del lavoro che si concili meglio con le esigenza di cura familiare e del riposo. Invochiamo tutti, dunque, l’aiuto del Signore per crescere nella capacità di vivere come comunità evangeliche, contagiatrici, in parole ed opere, di una speranza viva di conversione e rinascita.

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La necessità di costruire una chiesa nuova e un mondo nuovo

n una preghiera su Zoom, Irene Grassi nomina “positive e negativi, malati e asintomatiche, lavoratori essenziali e madri in smart-working, disoccupate e partite iva, bambine e bambini col naso schiacciato alla finestra … Non sono gli altri il nostro prossimo, ma siamo noi il prossimo per gli altri: il runner, la poliziotta, l’infermiere, lo spacciatore, la senzatetto, il presidente Conte…”

Roma (NEV), 27 aprile 2020 – Alla fine del “culto via Zoom” (ZoomWorship) di ieri, dopo la predicazione del presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Luca Maria Negro, e della pastora Dorothea Mülller, membro della Tavola valdese, i quasi trecento partecipanti hanno potuto condividere alcune preghiere. Fra queste, segnaliamo l’invocazione di Irene Grassi, membro della chiesa valdese di Pisa, che nella vita si occupa di comunicazione e raccolte fondi.

“Dio d’amore,
vieni a trovarci nelle case da cui non possiamo uscire – o da cui ci affacciamo rapidi, guardinghe, col volto coperto.

Vieni ad abbracciarci una per uno, positive e negativi, malati e asintomatiche, lavoratori essenziali e madri in smart-working, disoccupate e partite iva, bambine e bambini col naso schiacciato alla finestra.

Vieni a raccoglierci dal divano, o dal pavimento, stringici forte le mani, scuotici, soffia.
Fioriscici dentro.

Vieni a sederti nelle nostre bolle da un metro e ottanta e preparaci per quando, tra non molto, incontreremo i glicini ormai sfioriti, e i nostri simili, a distanza di sicurezza.

Vieni a tirarci i capelli quando ci dimentichiamo che non sono gli altri il nostro prossimo, siamo noi il prossimo per loro: il runner, la poliziotta, l’infermiere, lo spacciatore, la senzatetto, il presidente Conte.

Vieni a scompaginare le nostre Bibbie e mostraci la Parola che pensavamo di sapere. Vieni a prenderci per mano e portaci fuori, a combattere l’ingiustizia, la violenza, la sopraffazione, e poi la solitudine, l’angoscia, il dolore, nel rispetto della distanza fisica, e perciò con più forza, con più audacia, con più fermezza.

Vieni a sederti al nostro posto in chiesa, quando torneremo in chiesa, così da costringerci a vagare alla ricerca di un posto nuovo; così da convincerci alla necessità di costruire una chiesa nuova, un mondo nuovo, un assaggio – del tutto migliorabile! – di quel giorno che arriverà il Tuo Regno, quando saremo, finalmente, guarite/i.

Fino ad allora, che il Tuo Spirito ci guidi, e trapassi ogni mascherina”.

Il Signore è risorto

Vivere la gioia pasquale in questo momento difficile in cui come creato viviamo potrebbe sembrare difficile. L’annuncio che il Signore è risorto, irrompe maggiormente nella nostra vita quotidiana e nella nostra esperienza di fede. Spezza le catene della morte, certi di una vita che va al di là della nostra dimensione umana. L’annuncio di un amore immutabile, di un Dio che si offre sulla croce per la nostra salvezza, un amore immutabile che sconfigge le nostre paure, difficoltà.

L’augurio del Signore risorto riempia il nostro quotidiano e lo riempie di gioia, pace e fiducia!

I pastori delle comunità valdesi e metodiste di Roma hanno preparato un video con il messaggio della Resurrezione di Cristo e  per augurare a tutte e tutti una Pasqua di resurrezione.

past.Joylin Galapon, chiesa metodista via XX settembre

past.Emanuele Fiume, chiesa valdese di via IV novembre

past. Marco Fornerone, chiesa valdese di p. Cavour

past. Daniel Chaptman, chiesa metodista di ponte sant’Angelo

 

 

 

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Incontro Progetto Rosarno

Il prossimo 4 dicembre alle ore 18.00 presso il salone della Chiesa Metodista di Roma in via Firenze 38 sarà presentato il progetto Rosarno ideato e promosso dalla Federazioni delle Chiese Evangeliche in Italia. Parteciperanno:

Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope

Francesco Piobbichi, responsabile del progetto 

Operatori del progetto

 

Al termine si potranno assaggiare i prodotti coltivati e fare delle prenotazioni degli stessi.

Vi Aspettiamo!!

 

Qui sotto trovate un articolo di prestazione del progetto e la lettera di presentazione da parte della FCEI:

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Arance color giustizia. A Rosarno parte un nuovo progetto delle Chiese evangeliche per i migranti

ROMA-ADISTA. Arriva anche a Rosarno (Rc) Mediterranean Hope, il programma per rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), che così si arricchisce di una nuova presenza nel sud Italia: dopo Lampedusa e Scicli, in Sicilia, ora la piana di Gioia Tauro, con un intervento a Rosarno, “patria” delle arance calabresi, anni fa salito alla ribalta delle cronache per le aggressioni razziste-mafiose contro i migranti e la “rivolta” di questi ultimi, costretti a lavorare nei campi in condizioni disumane.

«L’iniziativa si sviluppa attraverso tre azioni principali – spiega Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope –: uno sportello sociale mobile che ha il compito di raccogliere e per quanto possibile soddisfare richieste di interventi sociali, sanitari e legali da parte di immigrati; il sostegno ad una scuola di italiano che opera nelle vicinanze della tendopoli di San Ferdinando; lo sviluppo, attraverso la promozione di un marchio “etico”, di una filiera “virtuosa” composta da aziende che, lottando contro la criminalità organizzata della ‘ndrangheta da una parte e la grande distribuzione dall’altra, cercano di realizzare un’economia sostenibile, ecologica e rispettosa dei diritti dei lavoratori, sia italiani che immigrati».

Il nuovo progetto, che verrà presentato il 4 dicembre alle 18.30 nel salone della Chiesa metodista di Roma (via Firenze, 38) da Naso e dal coordinatore Francesco Piobbichi, verrà portato avanti dalla Fcei in collaborazione con alcune realtà associative già impegnate da anni nella filiera “slavery free”, come la cooperativa SOS Rosarno (che, oltre ad un coraggioso impegno antimafia, ha promosso una rete di produzione e distribuzione di una produzione di eccellenza ottenuta nel pieno rispetto del lavoro degli immigrati) e la rete Calabria Solidale-Chico Mendes.

«Ci auguriamo – aggiunge Luca Maria Negro, presidente della Fcei – che le nostre chiese rispondano con entusiasmo alla campagna di promozione di agrumi e altri prodotti “etici” che abbiamo lanciato in questi giorni. È un modo concreto per esprimere il nostro impegno per la dignità del lavoro dei braccianti e per un’economia non solo equa e solidale ma anche ecologicamente sostenibile: gli agrumi che saranno distribuiti, infatti, sono di produzione rigorosamente biologica. Una campagna, dunque, che coniuga l’impegno per la giustizia con quello per la salvaguardia del Creato».

(la Fcei cerca anche volontari, in particolare per l’attività di sostegno alla scuola di italiano nei pressi della tendopoli di San Ferdinando. Per informazioni: mh.rosarno@fcei.it)

 

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Care sorelle e cari fratelli,

con molto piacere ci facciamo tramite di una bella iniziativa promossa dalla nostra Federazione delle chiese evangeliche in Italia, frutto del convegno organizzato dalla FCEI lo scorso ottobre a Rosarno (RC). Il progetto Rosarno nasce dalla necessità di tutelare i lavoratori immigrati a livello locale e di assicurare un’economia giusta e sostenibile, e si svilupperà attraverso tre piani di azione: uno sportello sociale mobile, il sostegno ad una scuola di italiano e la promozione di un marchio “etico”.

Di seguito la lettera ufficiale stilata dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI):

“Cari fratelli e sorelle,
come avrete letto su NEV e altri organi di stampa, il 22 e il 23 ottobre tra Reggio Calabria e Rosarno si è svolto un convegno in cui la FCEI, nell’ambito di Mediterranean Hope – Programma Rifugiati e migranti, ha presentato un nuovo intervento nella piana di Gioia Tauro (RC).
Questo intervento si sviluppa attraverso tre azioni principali:

uno sportello sociale mobile che ha il compito di raccogliere e per quanto possibile soddisfare richieste di interventi sociali, sanitari e     legali da parte di immigrati; il sostegno ad una scuola di italiano che opera nelle vicinanze della tendopoli di San Ferdinando; lo sviluppo, attraverso la promozione di un marchio “etico”, di una filiera “virtuosa” composta da aziende che, lottando contro la criminalità organizzata della ‘ndrangheta da una parte e la grande distribuzione dall’altra, cercano di realizzare un’economia sostenibile, ecologica e rispettosa dei diritti dei lavoratori, sia italiani che immigrati.

La richiesta che avanziamo è di un sostegno a questo marchio in via di registrazione invitando membri di chiesa, comunità, istituti ed opere sociali ad acquistare i prodotti commercializzati con questo marchio registrato di proprietà della FCEI.
Previa verifica dei luoghi e delle modalità di produzione, il marchio viene concesso, dagli operatori e da tecnici di MH a aziende che dimostrino di produrre, oltre che biologicamente, nel pieno rispetto dei diritti dei lavoratori italiani e immigrati.

Nel momento in cui partiamo con questo progetto, il referente primario è la Cooperativa SOS Rosarno (www.sosrosarno.org) che da anni si distingue, oltre che per un coraggioso impegno antimafia, per aver promosso una rete di produzione e distribuzione di una produzione di eccellenza ottenuta nel pieno rispetto del lavoro degli immigrati, vale a dire paghe negli standard sindacali, orari e condizioni di lavoro secondo le norme. Una quota del ricavato delle vendite va a progetti sociali e solidali da realizzarsi nel territorio calabrese.

Tra le aziende associate segnaliamo anche Sfruttazero, una cooperativa pugliese composta da giovani che hanno investito nel settore della produzione della passata di pomodoro.
Altra rete con la quale collaboriamo è quella delle associazioni raccolte sotto l’ombrello di Calabria Solidale-Chico Mendes, presso la quale è possibile comprare vari prodotti tipici regionali.Attraverso il marchio, Mediterranean Hope svolgerà un’attività di sostegno ad aziende virtuose, aiutandole ad aprirsi nuovi mercati in Italia e all’estero. Le chiese e le opere che intendono acquistare prodotti con il marchio etico possono comunicare i loro ordini direttamente a SOS Rosarno.

È evidente che un progetto come questo avrà successo se si accompagnerà a un’azione educativa e informativa sul tema della sostenibilità in agricoltura, delle distorsioni di un mercato che, mentre espande i costi della distribuzione, riduce quelli della produzione al punto da imporre salari che autorizzano la definizione di economia paraschiavistica.

L’ultimo appello che vogliamo rivolgere riguarda la possibilità di svolgere un periodo di volontariato presso questo nuovo progetto. In allegato troverete una scheda che spiega la natura del lavoro che viene richiesto e le competenze necessarie a svolgerlo. Crediamo che per molti, giovani ma non solo, possa essere una bella occasione di formazione, impegno e testimonianza.

Come FCEI intendiamo sostenere le chiese e le opere che vorranno misurarsi con questa sfida nel nome dei principi della giustizia e dei diritti umani. Siamo quindi pronti ad accogliere inviti per spiegare e promuovere il progetto, ed a inviare materiali di studio e approfondimento.
A tutti voi, sorelle e fratelli, chiediamo di accompagnare questo nuovo impegno degli evangelici italiani con la predicazione e la preghiera, perché il Signore benedica chi opera per la giustizia.”

 

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Umanità in cerca di pace

da Riforma

di Fabio Perroni

Afghanistan, Sudan, Repubblica democratica del Congo… Il lungo elenco degli Stati impegnati nei conflitti oggi in  corso ha dato inizio alla veglia di preghiera per la pace organizzata da alcune sorelle e fratelli di due chiese evangeliche di Roma presso la chiesa valdese di piazza Cavour, che ha aperto loro le porte lo scorso 18 ottobre. Dopo il saluto iniziale del pastore Marco Fornerone, brevi letture, preghiere spontanee,  brani sulla pace, testimonianze, hanno ritma- to il tempo della preghiera. Una preghiera silenziosa, vissuta, profonda. «L’umanità in cerca di pace» è stato il titolo della serata, seguito  dal versetto tratto dalle beatitudini di Matteo, «Beati coloro che si adoperano per la pace». Filo conduttore dei cinque momenti è stato il salmo 82, che ha modulato i tempi che hanno  visto alternare brevi brani della Parola, silenzio, brani musicali di pace eseguiti alla viola  da Emma Amarilli Ascoli. Dopo la lettura dei versetti un ampio spazio agli interventi liberi  dei partecipanti, che non hanno lasciato troppo tempo all’assenza di parole. Si sono ricordati  avvenimenti, persone, impegnate o vittime del- le guerre, curdi, iracheni, siriani, yemeniti ecc.  Il rischio di conformarsi, di assuefarsi, ha con- giunto ancora una volta la Parola, con i versetti  dell’epistola di Paolo ai Romani, con le nostre parole: essere attenti, il peccato di abituarsi alle situazioni di violenza, il non prestare orecchio  ai troppi conflitti come se non ci interessassero. Porre attenzione ha significato denunciare  anche le nostre responsabilità come italiani e denunciare le implicazioni che abbiamo in moltissime situazioni di guerra e come credenti aprirsi al disarmo. Proprio la parola disarmo è  risuonata forte, dura, profonda, tramite le parole del patriarca Atenagora: «Bisogna riuscire a disarmarsi. Io questa guerra l’ho fatta… ma ora sono disarmato. Non ho più paura di niente  perché l’amore scaccia la paura… Ma se ci disarmiamo, se ci spogliamo, se ci apriamo al Dio  uomo che fa nuove tutte le cose… allora è lui a  restituirci un tempo nuovo dove tutto è possibile». Anche la pace è possibile. Una pace ancora lontana riecheggiata nelle parole della poesia  in ricordo di Asia Ramazan Antar, eroina curda morta per combattere l’Isis: «Io vado, madre. Se non torno la mia anima sarà parola… per tutti i poeti». A conclusione della veglia, che ha visto  la partecipazione di oltre cento persone, appartenenti a diverse confessioni cristiane, si è letta  la presa di posizione della Tavola valdese che «si associa alla preghiera di molti credenti di tutte le religioni – musulmani, cristiani, ebrei e altri – e ai loro appelli a unirsi anche nell’impegno concreto accanto a tutti coloro che rivendicano e ricercano una pace giusta con parole e azioni  coerenti», seguita dalla recita comune del Padre nostro e dall’uscita silenziosa dal tempio  per tornare nella quotidianità dove far risuona- re e vivere «il tutto è possibile».

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I mafiosi ultimi calvinisti?

da Riforma

di Peter Ciaccio

Le parole di Roberto Saviano al Festival del Cinema di Venezia sono profondamente errate. Lettera aperta allo scrittore da parte del pastore Peter Ciaccio

 

Caro Roberto Saviano,

ti scrivo perché non riesco a credere a quanto avresti detto alla Mostra del Cinema di Venezia durante il lancio della nuova serie tv ZeroZeroZero, tratta dal tuo libro e diretta da Stefano Sollima. Non riesco a crederci per la stima che ho per te, per il tuo lavoro, anzi per la tua missione. O, calvinisticamente, potrei dire, che ho stima della tua vocazione e di come combatti per non cedere alla tentazione di mollare tutto, di ritirarti, di far vincere “loro”.

Non sono riuscito a trovare la citazione esatta di quanto hai detto a Venezia. Tuttavia, comparando le diverse testate, il concetto che hai voluto esprimere appare alquanto chiaro: nella criminalità organizzata esiste una mistica del potere, una dimensione religiosa e, in quest’ottica, i boss sono “gli ultimi calvinisti” del mondo.

Potrei dirti che questa espressione è sbagliata, fuorviante e offensiva. Chi ti scrive conosce l’opera di Giovanni Calvino ed è pastore della Chiesa Valdese, espressione “ufficiale” del calvinismo in Italia. Certo, la fama dei calvinisti è quella di essere sobri, puritani, dedicati al lavoro, rigorosi. Max Weber ha addirittura associato al calvinismo lo “spirito del capitalismo”, con buona pace dei cattolicissimi fiorentini, inventori della cambiale e dell’espressione “bancarotta”. Ma non è questo il punto.

Il calvinismo è la prima confessione cristiana che si comprende come minoranza: gli ugonotti in Francia e i valdesi in Italia sanno che non possono (e forse non devono) aspirare a comandare, a diventare religione di stato. Pertanto, nel rapporto tra chiesa e società, i calvinisti non tramano contro la legge, ma ricercano il bene della città, come diceva il profeta Geremia agli esuli in Babilonia. Non è detto che poi nei fatti vada sempre così, ma questa è almeno la teoria. Per questo, ad esempio, i valdesi in Italia hanno il pallino della laicità dello stato, usano la libertà di cui godono per fare in modo che altri abbiano riconosciuti i diritti negati, usano l’Otto per Mille per progetti umanitari, sociali e culturali e non per pagare i pastori o ristrutturare le chiese.

Per carità, non siamo dei “santi”, come suol dirsi. Anzi, come scriveva Heinrich Böll, siamo ossessionati dalla precisione e dal dettaglio e, come probabilmente si evince da queste righe, puntigliosi fino a risultare antipatici. Nonostante questo, però, associare l’atteggiamento egoista, violento, idolatra, malvagio di un boss mafioso al calvinismo non è una piccola deviazione, un dettaglio sbagliato, una semplice imprecisione, ma è una sciocchezza enorme.

E, per dimostrarti quanto un calvinista può essere antipatico nell’essere puntiglioso, ti dico che il motivo per cui ti scrivo non è farti una lezione su chi sono veramente gli ultimi calvinisti d’Italia. Il motivo è riflettere sulla tua vocazione, che è quella di raccontare la mafia con semplicità e forza narrativa, di usare l’arma che ti è concessa, quella penna che è più potente della spada, come il piccolo Davide usò la fionda contro la potenza del gigante Golia. A differenza di Davide che poi divenne re, il successo di Gomorra ti ha trasformato in un recluso. Nonostante questo sei andato avanti per la tua strada da “calvinista” (se me lo concedi); in sintesi, possono farti di tutto, ma non toglierti la tua vocazione, che è raccontare come stanno le cose con una grande capacità comunicativa.

Ecco perché non puoi concederti una sciocchezza come quella che hai detto sui boss calvinisti: non perché sia falso (ed è falso), ma perché ne va della tua vocazione.

Calvinisticamente tuo,

Peter Ciaccio