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Farsi prossimo

Care sorelle e cari fratelli, dovrete sopportarmi in questi minuti in cui cercherò di riflettere insieme a voi partendo dal nostro servizio e dal brano scelto per oggi.

“Non ho tempo per avere fretta”. Questa la frase di Wesley che campeggia sulle nostre magliette, e che mi sembra adattissima oggi, insieme alla canzone scritta da Giorgio Gaber negli anni 70 “C’e solo la strada”, che recitava che bisogna ritornare nella strada perché in casa ti allontani dalla vita, dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.

Tempo Fretta Strada.

Veniamo al nostro brano. Un italiano stava scendendo dalla stazione Termini verso piazza Venezia. Arrivano degli uomini e gli chiedono dei soldi; al diniego lo riempiono di botte e, rubandogli tutto, lo lasciano moribondo sul ciglio di via Nazionale. Passa un sacerdote, un pastore, un rabbino lo vede e passa oltre. Passa una suora, un diacono/a, lo vede e passa oltre. Passa un uomo di colore (un extracomunitario, oppure un rom, un disabile, anche qui mettiamoci la categoria che preferiamo), lo vede, si commuove e si ferma. Ecco una nelle migliaia di possibilità che racconterebbe forse oggi Gesù se camminasse e predicasse nella nostra Roma.

Il nostro brano, che inizia con una discussione teologica molto usuale tra i rabbì del tempo di Gesù, si potrebbe dividere in quattro scene.

“Si alzò” dice Luca. Domanda per avere una risposta o per mettere alla prova Gesù, quasi per sfidarlo? I nostri rapporti, le nostre discussionisono per crescere insieme o solo per mettere in difficoltà l’altro?  Gesù non cade nella trappola e mischia le carte, e distruggendo le certezze della prassi consolidata,  preferendo il piano morale a quello cultuale: alla giustizia della religione antepone un’altra giustizia, quella perla persona.

In alto c’è Gerusalemme, con le sue mura sicure,  la certezza di essere la città di Dio, protetta, bella, dove la presenza di Dio si palpa. Molto più giù c’è Gerico, pensate ad un dislivello di oltre 1000 m, la città dove risiedevano moltissimi sacerdoti. La strada tra le due città è aspra, desertica, piena di imprevisti e pericoli. Un uomo scende…

Scende dalla città di Dio alla città degli uomini. Una strada che da Dio porta lontano da Gerusalemme, porta verso la testimonianza verso l’uomo. L’uomo che scende non ha aggettivi, non è descritto. È un uomo e basta.

Chi era? anzi, chi è? Chi è oggi? Non ha nome, non ha una carta d’identità (tanto meno il samaritano gli chiederà documenti). Non un segno per sapere chi fosse, anzi chi sia, chi è. Poteva essere,  può essere, è un ebreo o un palestinesi; un ragazzo o un vecchio, un ricco o un povero, un onesto o un disonesto; può essere un bianco, un nero, un europeo, un americano, un cinese; può essere un cattolico, un evangelico, un musulmano… Può essere perfino un brigante anche lui; un assassino… Ma è sempre un rischio fermarsi non ad aiutare ma perfino a guardare.

Questo uomo che scende è uno dei tanti compagni di strada del Breakfast Time che dormono nelle vie vicino al nostro tempio.

Di quest’uomo non si sa il nome e il cognome, ma in compenso abbiamo molti particolari; un incalzare di note, una più grave dell’altra: spogliato, percosso, abbandonato, emarginato. È il Vangelo a dire “mezzo morto”, non mezzo vivo: un Vangelo che tende al peggio.

Un uomo: uno dei tanti uomini spogliati, percossi, umiliati, sfruttati, offesi, morenti, abbandonati ai margini della cosiddetta civiltà, ai margini delle grandi arterie della vita, delle organizzazioni criminali dei barconi, dell’industria, del commercio illegale delle nostre vie; abbandonati al limitare del deserto o nei lager libici; o ricacciati indietro verso i loro aguzzini. Un uomo di molti uomini; centinaia di milioni di indiani, di africani, di asiatici, di cinesi.

Il secondo momento è il penoso spettacolo della durezza, della indifferenza del sacerdote e del levita. Che camminano, vedono e passano oltre. Vedono con uno sguardo vuoto, con negligenza. La loro indifferenza è la nostra di fronte a molte situazioni. È la nostra immagine. Vediamo e passiamo oltre. Per rispettare una legge, per la fretta, perché guardiamo senza osservare, perché……

Non osserviamo perché la fretta ci impedisce di osservare.

PIGRIZIA, INCERTEZZA, INERZIA, TIMIDEZZA, PAURA, NEGLIGENZA

Queste sono le parole che fanno da sfondo all’atteggiamento del sacerdote e del levita. Sono le stesse che incontriamo camminando sulle strade della nostra città. Parlando tra noi, alcuni hanno condiviso la stessa preoccupazione: paura ad incontrare i “barboni”. Paura. Io stesso, quando con Luciano abbiamo proposto il servizio, avevo una grandissima paura. L’uomo della strada era stato per me sempre un tabù. Un pericolo, uno da aiutare, ma a debita distanza. Quasi da non toccare, figurare parlarci, fermarsi.

Tra il gesto criminale e l’aiuto del samaritano c’è un intervallo temporale importante: è il momento dell’egoismo del sacerdote e del levita che passano oltre. Questo atteggiamento è di ognuno di noi. Pensiamo a quando incontriamo dei barboni, dei neri, dei rom, delle persone sporche, con malattia della pelle, che puzzano.

Passare oltre:

per indifferenza …. Non mi interessa;

per fretta ….Devo fare cose più importanti;

per paura….. Cosa dirò, cosa farò.

 

Trovare una scusa è la cosa più semplice.

Passare oltre perché tante cose sono più urgenti, importanti. Più importanti di Ivan senza stampelle, dell’americano senza pantaloni, o di Christine senza vocabolario, di Agrid che ti fa un favore a prendere i nostri panini, ed oggi per la prima volta li ha rifiutati.

La fretta della società di oggi è la modalità del non fermarsi. Tutto è già vecchio appena lo leggo o lo scrivo, o lo posto sui social. Tutto vale un attimo sui social o nell’universo web.

E ciò che nella “non fretta” andrebbe coltivato diventa difficile, complesso, da aver paura, compresi i rapporti tra persone che hanno bisogno di tempo, di calma, di vissuti da condividere e sicuramente non di fretta.

E la fretta crea troppe volte rapporti anonimi, lontano dai sentimenti e dai vissuti.

Una delle cose belle del nostro giro è il fermarsi, e dopo alcuni mesi, parlare, chiedere un semplice come stai, è un fidarsi loro di noi e noi di loro. È un non passare oltre al prossimo senza fissa dimora perché ho due-cinque minuti a persona.

Farsi prossimo è creare  relazione. Ma una relazione  necessita di tempo.

Noi non abbiamo fretta, non abbiamo l’orologio che detta e che impone, che ci rende frenetici. Abbiamo tempo per loro, ma soprattutto per noi.

Ancora le frase di Wesley allora: non ho tempo per avere fretta.

Nella fretta del sacerdote e del levita c’è anche un’altra realtà: la paura di impegnare la propria persona.

Come ricordavo prima, la paura anche nel nostro Breakfast Time in molti di noi c’era. Paura nel non sentirsi capaci di relazionarsi con l’altro sconosciuto. Ma abbiamo vinto la paura, le pretese possessive, verso solo ciò che ci piace, che non costa fatica, che impone il fermarsi e sprecare tempo. Paura di impegnarsi in prima persona.

Noi questa paura l’abbiamo vinta. Nella consapevolezza che non puoi risolvere la povertà nel mondo, il problema degli alloggi, del lavoro per tutti ecc. ecc.Possiamo cambiare la vita di queste persone? No, ma possiamo “curare” e far curare. Infatti cerchiamo di indirizzare e dare indicazioni utili. Ma non potremmo mai risolvere. Anche perché molti di loro forse neanche lo vogliono.

Terzo momento: è carico della parola “fu mosso a compassione”. Che letteralmente nel vangelo di Luca indica l’essere preso alle viscere, come un morso, un crampo allo stomaco, uno spasmo, una ribellione, qualcosa che si muove dentro. È il cuore e la pancia. È la com-passione, è la passione con, insieme, è la commozione attiva, è la pietà, non il pietismo, è la Carità, non l’essere caritatevole alla Teresa di Calcutta. Non solo i buoni sentimenti, ma il dinamismo. Il samaritano passa con sguardo attento e risponde con l’azione.

I cammini del sacerdote, del levita e del samaritano sono gli stessi: solo che i due sono in compagnia di loro stessi e di un Dio-legge, l’altro invece è in cammino attento. L’attenzione ci fa aprire a nuove esperienze, ci fa nascere domande. Lui fa esperienza sul valore della persona, e questa esperienza gli dischiude nuove potenzialità relazionali e lo ha spinge a farsi prossimo.

Il samaritano è l’opposto dei due personaggi precedenti. Non va al tempio di Gerusalemme, non può; non ha paura di contaminarsi, perché per un ebreo osservante lui è già immondo in quanto samaritano.

Egli, emarginato religiosamente, non ha preoccupazioni cultuali. È capace di essere umano, di rimanere umano e provare compassione.

Quanto è difficile oggi rimanere umani. Basta guardare quello che accade intorno a noi. Momaude o la ragazza sul treno Milano-Venezia. Non ci indigniamo più neanche. Sommiamo i casi in una assuefazione che ci fa essere meno umani volta per volta.

Il samaritano nell’incontro e nella cura diventa più umano, anzi resta umano. La società, se ci lasciamo avviluppare, vincere da lei, ci rende meno umani. Pensiamo alle nuove politiche per le migrazioni, pensiamo alla società che sta distruggendo il creato, dono di Dio. Pensiamo alla logica del furbo. Ma soprattutto alla lenta infezione del silenzio di fronte alle piccole o grandi furberie. O ai germi di razzismo che stanno lievitando.

Il samaritano invece si fa prossimo perché si avvicina, si approssima, sana come se fosse se stesso, non bada alla fede, alla nazionalità, allo status sociale.

Quarto momento: il samaritano si prende cura, fascia le ferite nel presente e nel futuro. Non  abbandona il ferito al proprio destino. Prendersi cura è non fermarsi al presente, ma cercare di cambiare il futuro.

Se sono salvato e amato, non posso che vivere questo amore e questo bene, questa salvezza nel mio mondo, nel mio territorio, nelle mie relazioni vicine, prossime.

Se poniamo questo brano in relazione con Mt 25 una cosa che colpisce è che Dio non chiede quanto mi hai amato, quanto hai pregato, ci chiede come il suo amore, la sua salvezza sia stata condivisa con l’uomo e la donna vicino a noi. Non è il quanto che salva, ma il farsi prossimo perché siamo amati e salvati.  Il brano di Luca ci pone non tanto la domanda chi è il mio prossimo, ma chi si è fatto prossimo. Gesù ribalta il tutto in un gioco: certo, il derelitto è il mio prossimo, ma io sono capace di farmi suo prossimo?

E farsi prossimo è avvicinarsi all’uomo e alla donna con la stessa “tenerezza” di Dio, sincera e operosa. Anche piccola all’inizio, perché è un cammino di crescita. Non è che oggi decido di farmi prossimo.

Nel farmi prossimo grido, mi indigno, denuncio, condanno le ingiustizie, le violenze, le povertà, in una parola il non amore.

Una bellissima cosa nel nostro Breakfast Time è l’assenza di delega. Che bravi che siete, continuate anche per noi. Vi deleghiamo, rappresentate la comunità.

Tutto questo non credo che l’abbiamo vissuto o sentito. Almeno io no, anzi ho respirato il contagio continuo di fratelli e sorelle che, anche se non possono venire, si sono interrogati su come essere prossimi insieme a noi. Come farci sentire che ci sono anche loro. E vi confesso che sentiamo che non siamo delegati vostri, ma siamo noi tutti insieme a fare questo. Ognuno con le proprie possibilità.

In un momento in cui il disinteresse per chi è in difficoltà è un leit motiv della nostra società, dove le guerre tra poveri è sono un arma sociale per conquistare visibilità e voti, abbiamo riflettuto che il nostro no era rispondere I care. A non è un mio problema, non possiamo accogliere tutti, non possiamo aiutare chi vive in strada ecc, noi abbiamo cercato di rispondere I care. Mi stai a cuore, è un mio problema perché sei mio fratello e mia sorella. I care è farsi prossimo.

Non chiediamoci quindi chi è il mio prossimo, ma chiediamoci a chi ci approssimiamo. Essere prossimo dipende da noi. Ed essere prossimo di qualcuno ci fa comunicare vita. Nel senso più piccolo: un sorriso, una parola, far sentire l’altro soggetto della mia relazione, non oggetto. Senza chiedere nulla in cambio, senza aspettarsi neanche un grazie, che però viene quasi sempre offerto.

L’incontro tra noi e con loro. Non come slogan bello, ma come vita vissuta. C’è chi non vuole parlare, chi ti vuole raccontare tutta la sua vita in tre minuti. Chi dorme e lasciamo lì e andiamo via. Chi ti guarda con meraviglia. Chi ti benedice non per il sacchetto ma perché vuoi incontrarlo come persona,  perché lo rendi importante e degno di un incontro. O la trans sudamericana che ti chiede un parrucchiere per essere bella per il suo compagno, alcolizzato che vive accanto a lei a cui sistema maglia e capelli e lo bacia teneramente.

E farsi prossimo è creare un rapporto di reciprocità. Perché noi non diamo soltanto, ma anche riceviamo, in termini di doni spirituali:

  • innanzi tutto i nostri amici ci insegnano l’ umiltà.  perché ci dicono dei no: a volte rifiutano il cibo, a volte disprezzano quello che diamo loro, chiedendo qualcosa di diverso, o fanno gli schizzinosi, pregandoci, ad esempio, di non toccare il bicchiere con le nostre mani. Ci rimaniamo male: perché? Perché diamo per scontato che il nostro buonismo deve essere apprezzato, ci sentiamo superiori, ma loro ci riportano su un piano di parità.
  • la solidarietà. Queste persone, che vivono nell’indigenza e hanno bisogno di tutto, hanno un pensiero per gli altri: per la compagna che sta mendicando altrove, per l’amico che si è allontanato. Sono pronti a condividere.Si accontentano di quello che diamo, non si approfittano, non chiedono denaro
  • infine la serenità. Queste persone non sono arrabbiate col mondo, non si lamentano, non piangono, non cercano di impietosire col racconto dei loro guai: sorridono, ringraziano, ci benedicono, ci augurano buona domenica, ci trasmettono una serenità interiore che non ha prezzo.

L’amore di Dio che ci riempie, ci renda disponibili ad imitare, a donare, a testimoniare l’amore scoperto, riconosciuto e vissuto.

Amen

 

Fabio Perroni

Protetto: Prossimi gruppi del BreakfastTime

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La Parole e le parole da portare

Sermone su: Isaia 50,4-9

Care sorelle e cari fratelli,

Tra le mille notizie drammatiche di questi giorni, colpisce per la sua particolare tragicità la morte di una donna al settimo mese di gravidanza, respinta al valico alpino dalle autorità francesi. L’ennesima storia di povertà, emarginazione, fuga alla ricerca di una vita nuova… negate e recluse da un sistema che ormai non riesce più a gestire in maniera umana i poveri che esso stesso produce. Lo sanno bene anche quelli tra noi che, all’alba della domenica, vanno a distribuire le colazioni ai senzatetto intorno a piazza della Repubblica.

Per capire meglio il problema, ho appena finito di leggere un libro di S. Baumann, Le nuove povertà. La sua analisi ci fa capire come la povertà sia stata percepita dalle culture umane nel tempo in modi molto differenti. Nel medioevo il povero garantiva a se stesso e al ricco la salvezza eterna. Con la modernità il povero diventa un potenziale operaio, in attesa di essere impiegato nella fabbrica e di svolgere il suo ruolo sociale; il welfare state è stato inventato anche per garantire che, in questo tempo di attesa, la situazione non degenerasse. Oggi, il capitale ha imparato a fare altissimi profitti con poca manodopera, e così i poveri sono diventati un peso inutile per l’economia. L’assistenza sociale è sempre più vista come insostenibile e ideologicamente ingiustificata. Si arriva così alla criminalizzazione del povero e dallo stato sociale si passa a quello di polizia, come ci insegnano gli Stati Uniti, il cui sistema carcerario è teso esattamente a questo fine. Il problema è che ci stanno convincendo con tutti i mezzi possibili che questo modo di pensare sia quello giusto. Ricordiamoci solo, però, che cosa è successo i Germania quando alcuni gruppi sociali sono state bollate come un inutile peso, anzi, come un pericolo per l’odine sociale…

Ebbene, ci tengo a dire che oggi, domenica delle Palme, noi ci prepariamo a festeggiare la Pasqua con la convinzione che non solo tutto questo è sbagliato, ma che c’è un’alternativa ben precisa. Gesù entra a Gerusalemme facendo capire che lui è il Signore del mondo e che in lui tutte e tutti noi, a partire proprio dai poveri e dagli emarginati, abbiamo un’altra possibilità. I poteri di questo mondo capiscono al volo il significato dell’azione di Gesù e, infatti, cercano di toglierlo di mezzo. Dio, però, lo resuscita e rimette in gioco la vita di tutti quelli che si fidano di lui. Nel Cristo risorto un nuovo sistema di valori, una nuova percezione della vita e dei rapporti umani è possibile, e noi siamo chiamati a realizzarla. Ma come?

La parola di Isaia ce ne dà un esempio eloquente. Nel “terzo canto del servo”, il profeta è rappresentato come colui che ha il dono di parlare come un maestro, ma che ogni giorno deve prima di tutto ascoltare la voce di Dio, proprio come uno scolaro. Eppure il profeta ne ha di esperienza, ha un rapporto diretto con Dio, è uomo che conosce il suo tempo e la sua gente. Proprio la sua condizione di profeta lo porta allo scontro duro con i suoi avversari, contro coloro, cioè, che non possono accettare la Parola del Signore, e quindi tormentano e perseguitano il profeta. La prima cosa che fa, però, e di mettersi in ascolto della parola di Dio: anche lui deve ricevere ogni giorno l’insegnamento dal Suo Signore, proprio come uno scolaretto. Ogni mattino il Signore apre il suo orecchio alla Sua parola, che lo ammaestra. La stessa cosa vale per ogni discepolo del Signore. Abbiamo il dono grande, direi il privilegio, di poter portare al mondo la parola di Dio, ma siamo anche chiamati all’umiltà di aprire ogni giorno la Bibbia e imparare, affinché le parole di Dio non si confondano con le nostre parole. Perfino i discepoli di Gesù, che erano con lui ogni giorno, riuscirono a comprendere quel che era avvenuto la domenica delle Palme solo dopo aver ricevuto la buona notizia della resurrezione.

A proposito dell’ascolto della Parola, in questi giorni sta accadendo un fatto che non ci può lasciare indifferenti: fine mese chiude l’agenzia italiana della Società Biblica Britannica e Forestiera. Chiude dopo 210 anni di lavoro capillare per la diffusione della Bibbia in questo paese. Senza il suo servizio il protestantesimo italiano non esisterebbe. Tocca alla Società biblica in Italia trovare le modalità per portarne avanti l’eredità, ma questo sarà possibile solo se troveremo le forze per farlo: le nostre chiese credono ancora nel progetto della diffusione della Bibbia? In questi tempi di crisi, cioè di “giudizio”, il mondo ha bisogno di persone che sappiano vivere coraggiosamente la loro vocazione ad essere gli araldi dell’evangelo, pur nell’umiltà di chi sa farsi discepolo ogni giorno, per aiutare con la parola chi è stanco.

Solo se ci saremo posti all’ascolto dell’evangelo, della Parola, potremo agire in questo mondo per dire ad alta voce che un’altra via è possibile, che si può vivere la nostra relazione con l’altro e con l’altra partendo dall’amore di Dio. C’è una speranza per tutte e tutti, anche e soprattutto per i poveri, per gli emarginati, per quella gente che oggi l’economia considera un peso inutile. E, anche se ci sentiamo stanchi e demotivati, e se vediamo intorno a noi persone che hanno perso la speranza, ricordiamoci la nostra vocazione ad essere araldi della Buona Notizia! Il mondo ha bisogno di una parola di conforto: gli sfruttatori sono sotto il giudizio di Dio, il quale sta dalla parte delle vittime e propone a tutti, in Cristo, una via di riconciliazione tra esseri umani e tra esseri umani e Dio. Dobbiamo trovare il coraggio di dirlo a muso duro come il profeta, perché in questo il Signore ci accompagna. Abbiamo bisogno di farlo anche nei piccoli gesti quotidiani che possono sembrare una goccia d’acqua nell’oceano, ma che conservano il loro valore di testimonianza. Pensiamo al progetto delle colazioni ai senzatetto, pensiamo anche ad un progetto lontano nello spazio ma che la nostra chiesa, tramite l’8×1000 ha deciso di finanziare: la ricostruzione della casa delle donne di Kobane, nel Kurdistan. I curdi sono di nuovo sotto attacco e forse questa volta saranno i turchi a distruggerla un’altra volta. Ma noi saremo con chi vorrà ricostruirla, testardamente, perché là dove c’è violenza, ingiustizia, sopraffazione, noi dobbiamo essere presenti con gesti profetici.

Gesù, dunque, viene a Gerusalemme come luce del mondo, per una sua ultima e definitiva manifestazione come Messia, come Signore di questo mondo. C’è ancora una possibilità per i suoi contemporanei, ma i suoi avversari irrigidiscono ancora di più la loro posizione e si preparano ad ucciderlo. Come il servo sofferente di Isaia, egli si prepara al martirio, ad obbedire fino alla fine. I suoi discepoli guardano la scena, ma non comprendono. Capiranno dopo la resurrezione. Noi siamo come loro, chiamati ad una vocazione importante, ma allo stesso tempo discepoli, che devono imparare e studiare ogni giorno. Per poter così portare con coraggio, testardamente, quella parola che dischiude il senso della vita, che svela la verità, che ci aiuta a comprendere le contraddizioni di questo mondo e le nostre. Quella parola che siamo chiamati a portare e che, sola, può rimettere in piedi chi è stanco, liberare chi è oppresso, e manifestare la luce là dove sono le tenebre.

Amen

prof. eric Noffke

Riforma su Breakfast Time Roma

Quando il buon esempio è contagioso

Dopo Milano, anche la chiesa metodista di Roma attiva Breakfast Time, servizio di aiuto ai senzatetto

In questi giorni di freddo intenso e neve, si intensificano le iniziative per aiutare le persone più bisognose: stazioni ferroviarie che diventano dormitori, volontari armati di coperte e cibi caldi che “pattugliano” centri e periferie per portare conforto a chi vive in strada.

Esattamente un anno fa avevamo parlato qui dell’iniziativa nata all’inizio del 2016 all’interno della comunità metodista di Milano, battezzata Breakfast Time. Un buon esempio che è risultato “contagioso”, infatti anche la chiesa metodista di Roma ha da poco avviato un progetto analogo. Stesse pettorine rosse, stesso calore umano accanto a quello “fisico” delle bevande e delle coperte, stessa voglia di aiutare i meno fortunati.

Domenica 25 febbraio c’è stata la prima uscita, come ha raccontato ai microfoni di Radio Beckwith evangelica Fabio Perroni, uno dei coordinatori, che spiega: «L’esperienza di Milano è stata contagiosa, ci è piaciuta fin dall’inizio. I fratelli e le sorelle di Milano ci sono stati molto vicini con i loro consigli, una di noi è andata a Milano per vedere il loro lavoro, ma anche l’approccio con le persone. Ad esempio ci hanno insegnato come approcciarci, non svegliarli se stanno dormendo, interagire se lo vogliono, ma senza disturbare troppo. Abbiamo copiato quasi tutto, a cominciare dal nome della iniziativa, che in questo modo diventa più riconoscibile».

L’esempio di Milano è stato utile anche nel stabilire la cadenza: «Inizialmente si era pensato a una cadenza quindicinale, ma i fratelli di Milano ci hanno consigliato di cominciare subito con un appuntamento settimanale, più facile da ricordare. Abbiamo accettato il consiglio, vista la situazione di emergenza di questi giorni e anche perché il numero di volontari che hanno aderito è stato più alto del previsto».

Il gruppo è formato da una quindicina di volontari, che si alterneranno in gruppi di 5 nelle varie uscite domenicali. Per il momento sono tutti membri della comunità metodista, ma si prevedono anche delle collaborazioni con associazioni e chiese sensibili. Infatti, spiega Perroni, «abbiamo già preso contatti con il portale Roma altruista che fa da trait d’union fra volontari e associazioni che cercano volontari per le proprie iniziative, in modo poterci avvalere anche di volontari che provengono da altre realtà». Inoltre, spiega ancora Perroni, «è già arrivata la disponibilità della parrocchia cattolica vicina al tempio metodista per alcuni pacchi alimentari, e durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, a fine gennaio, hanno fatto una colletta per questo progetto».

L’avvio della parte operativa giunge dopo 3-4 mesi di organizzazione e confronto fra le varie persone disponibili, con alcuni «sopralluoghi per vedere dove si fermavano maggiormente le persone, in modo da organizzare un itinerario di circa un’ora e mezza di servizio, che ruota nella zona intorno al tempio metodista: via Nazionale, piazza Esedra, ministero del Tesoro, via XX settembre, fino al teatro dell’opera, via Torino, tutte zone centrali vicino alla stazione Termini».

Il lavoro dei volontari prevede anche la preparazione della “colazione” solidale: «Prepariamo noi i cibi nella cucina nei locali della chiesa, e portiamo le bevande nei termos In questi giorni la cosa più importante è una bevanda molto calda, poi per questa prima uscita abbiamo offerto un panino con frittate e verdure, una merendina e un frutto».

Sul sito www.metodistiroma.it si trova una pagina dedicata al progetto con un form da compilare per segnalare la propria disponibilità. C’è anche una pagina Facebook per seguire le attività del gruppo, Breakfast TIME – ROMA (https://www.facebook.com/BreakfastTimeRoma/).

Radio Beckwith parla di Breackfast Time Roma

Anche la chiesa metodista di Roma propone il Breakfast Time. Un progetto di solidarietà e di diaconia, offerto alle persone senza fissa dimora del quartiere.

Iniziata all’inizio di questo 2018, prende spunto dall’omologa iniziativa della chiesa metodista di Milano, di cui abbiamo parlato in questo articolo su Riforma.it.

Un gruppo di una quindicina di volontari ha impostato il lavoro in questi mesi, cercando anche collaborazioni con associazioni e chiese sensibili.
Domenica 25 febbraio c’è stata la prima uscita sul territorio, per offrire ai senzatetto una bevanda calda e un piccolo sacchetto di viveri. L’obiettivo è quello di distribuire una trentina di colazioni nelle zone limitrofe al tempio di via XX Settembre, fra Palazzo Massimo, Teatro dell’Opera, via Nazionale e piazza della Repubblica.

Ne parliamo con Fabio Perroni, della chiesa metodista di Roma, uno dei coordinatori di Breakfast Time.

Sul sito www.metodistiroma.it si trova un form che si può compilare per segnalare la propria adesione al progetto.

Qui per ascoltare l’intervista

È ora di colazione. È tempo di solidarietà. Una iniziativa della Chiesa metodista di Roma

Breakfast Time Roma, è un progetto di solidarietà lanciato dalla chiesa metodista di Roma, e che riprende un’omonima iniziativa milanese. Verrà avviato domenica 25 febbraio 2018 e prevede la distribuzione di 30 colazioni (bevanda calda, un panino, frutta e un dolce) nelle zone limitrofe al tempio di via XX Settembre. “Fra Palazzo Massimo, Teatro dell’Opera, via Nazionale e piazza della Repubblica sono molte le persone senza fissa dimora che desideriamo aiutare. Per ora inizieremo a domeniche alternate, ma speriamo presto di poter fornire questo servizio tutte le domeniche”, ha annunciato Fabio Perroni, della chiesa metodista di Roma. “È un’iniziativa aperta a tutti, che ci permette di fare la nostra parte insieme a tante realtà religiose e laiche già attive sul territorio”. Per partecipare o contribuire scrivere a info@metodistiroma.it.

Ma il mondo evangelico ha da tempo avviato anche altre iniziative analoghe. Ad esempio, “Cappuccino in sospeso”, promosso dall’Esercito della Salvezza (EdS), un movimento internazionale evangelico particolarmente dedito ad opere di carità e di assistenza ai bisognosi. Il progetto, realizzato grazie al contributo della Federazione italiana pubblici esercizi (FIPE) della Confcommercio Roma prevede la possibilità di lasciare, presso gli esercizi che aderiscono all’iniziativa, un caffè o un cappuccino pagato, in ‘in sospeso’ per un avventore nel bisogno. Da quest’anno l’iniziativa si allarga e le “tazze solidali” saranno presenti anche nei bar storici del centro di Roma.

Nella sola capitale l’EdS in un anno sono stati distribuiti circa 15.000 i pasti. Inoltre, grazie a diversi progetti EdS – fra cui il banco alimentare, il soccorso invernale, l’accoglienza ai rifugiati, gli interventi delle unità mobili con coperte e medicine – le persone assistite in un anno sono state 57.779.

L’EdS non promuove “solo” i cappuccini sospesi. Ci sono anche progetti come progetti Angel Tree, per esaudire i desideri di bambini in famiglie poco abbienti; gli interventi con le prostitute e vittime di tratta; i centri di accoglienza di Atena Lucana in Campania; il laboratorio di Castelvetrano in Sicilia per minori stranieri non accompagnati con la collaborazione di alcune sarte anziane; senza tralasciare il Selah Caffè in Piemonte, luogo di incontro e scambio per rimettere insieme una comunità.

Parlano di noi

Emergenza freddo. Esercito della Salvezza e metodisti in prima linea

Per i senza tetto l’Esercito della Salvezza lancia la Campagna 2018 “cappuccino in sospeso”, mentre la comunità metodista di Roma ogni domenica offre “colazioni in strada”

Roma (NEV), 19 febbraio 2018 – “Accanto alla povertà che si vede c’è anche una povertà di relazioni, che possiamo superare nell’incontro con gli altri” ha dichiarato all’Agenzia stampa NEV Francesca Danese, responsabile relazioni esterne dell’Esercito della Salvezza (EdS), nel presentare la campagna “Cappuccino in sospeso” lanciata ieri a Roma. “Il nostro grazie va a tutti quelli e quelle che contribuiranno a donare un po’ di calore umano acquistando un caffè, un cappuccino e lo lasceranno ‘in sospeso’ per un avventore nel bisogno”, così Massimo Tursi capo del Comando EdS Italia e Grecia, che prosegue: “La nostra riconoscenza va anche a Fabio Spada, presidente della Federazione italiana pubblici esercizi (FIPE) della Confcommercio Roma, che ci ha permesso di allargare l’offerta accogliendo le nostre tazze solidali anche nei bar storici del centro”. Da questa mattina sono già 90 gli scontrini raccolti per il cappuccino sospeso.

Nella sola capitale l’EdS in un anno ha distribuito 15.000 i pasti. Grazie a diversi progetti EdS– fra cui il banco alimentare, il soccorso invernale, l’accoglienza ai rifugiati, gli interventi delle unità mobili con coperte e medicine – le persone assistite in un anno sono state 57.779.

“Sono in aumento, fra le persone senza fissa dimora, le donne, i giovani e anche uomini in giacca e cravatta che faticano ad arrivare alla fine del mese. Le nostre parole chiave sono rispetto, ascolto e dignità”, dice Danese. Ma l’EdS non promuove “solo” i cappuccini sospesi. “Il nostro obiettivo – aggiunge Danese – è liberare le persone dalla povertà”, ed illustra anche i progetti Angel Tree, per esaudire i desideri di bambini in famiglie poco abbienti; gli interventi con le prostitute e vittime di tratta; i centri di accoglienza di Atena Lucana in Campania; il laboratorio di Castelvetrano in Sicilia per minori stranieri non accompagnati con la collaborazione di alcune sarte anziane; il Selah Caffè in Piemonte, luogo di incontro e scambio per rimettere insieme una comunità.

Sulla stessa linea, il progetto Breakfast Time Roma, che la chiesa metodista della capitale ha ripreso dall’omonima iniziativa milanese e che verrà avviato domenica prossima, 25 febbraio 2018, e che prevede la distribuzione di 30 colazioni (bevanda calda, un panino, frutta e un dolce) nelle zone limitrofe al tempio di via XX Settembre. “Fra Palazzo Massimo, Teatro dell’Opera, via Nazionale e piazza della Repubblica sono molte le persone senza fissa dimora che desideriamo aiutare. Per ora inizieremo a domeniche alternate, ma speriamo presto di poter fornire questo servizio tutte le domeniche” fa sapere Fabio Perroni, della chiesa metodista di Roma. “È un’iniziativa aperta a tutti, che ci permette di fare la nostra parte insieme a tante realtà religiose e laiche già attive sul territorio”. Per partecipare o contribuire scrivere a info@metodistiroma.it.