Magliette rosse


La chiesa metodista di Roma, via XX settembre, aderisce all’appello “Una #magliettarossa per #fermarelemorragia di umanità” promosso da Libera e primo firmatario don Luigi Ciotti.
Molti dei nostri membri di chiesa indosseranno oggi una maglietta rossa. Inoltre alcune magliette rosse saranno poste sulla facciata della nostra chiesa per testimoniare la condivisione e la richiesta per politiche di umanità e condivisione.
L’appello

Una #magliettarossa per #fermarelemorragia di umanità
indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace
di coniugare sicurezza e solidarietà

Rosso è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.
Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura. L’Europa moderna non è questa. L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

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Welcoming Europe

La Chiesa metodista di Roma aderisce alla campagna Welcoming Europe.

Puoi firmare online qui

Abramo il primo migrante

“Il Signore disse ad Abramo: “Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre e va’ nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra.” Abramo partì, come il Signore gli aveva detto e Lot andò con lui. Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Caran.” (Genesi 12, 1-4)

 

A volte succedono delle cose strane. E’ capitato questo testo che parla di vocazione e migrazione proprio in questi giorni in cui la situazione dei migranti è stata più parossistica. Gli storici le chiamano coincidenze particolari. Abram era ricco, ben piantato a Ur, centro importante dei Sumeri, all’inizio del II° millennio a.C. e aveva già iniziato a spostarsi da Ur a Carran, altra città importante del nord della Mesopotamia, con cui Ur aveva legami religiosi e commerciali. Potremmo dire da Napoli a Milano, dalla capitale storica e culturale a quella economica, posta sulla via del Mare, che costeggiava e risaliva l’Eufrate verso il Mediterraneo e l’Egitto. Con il padre, la moglie e il nipote poteva fermarsi a Carran, dove si stabilirono, in un luogo più aperto, centrale, ma ancora  legato alla cultura mesopotamica. E invece no. Dio lo chiama, lo fa uscire dalla sua terra, dalle sue tradizioni, dalla sua cultura e dalle sue certezze per mandarlo verso una terra che Lui gli indicherà. Questa è la vocazione per eccellenza nel testo biblico, in genere uno sta facendo una certa cosa, Dio ti chiama e ti dice di partire, di andare a fare un’altra cosa che tu non avevi previsto, una cosa che non conosci. E Abramo si affida al progetto di Dio. Questa è la vera fede, quella che lascia le certezze per affidarsi al progetto di Dio lanciandosi nel vuoto, nel baratro delle incertezze. Lo stesso sarà per Mose e per vari Profeti, per esempio Giona. Quindi una vocazione comporta sempre una migrazione e una migrazione può comportare una vocazione. Tutti i migranti che arrivano qui lo fanno per un motivo particolare, un bisogno, una fuga, un sogno, ma non sanno che magari Dio ha fatto un progetto su ognuno di loro e lo porterà a termine. Nella prima lettura, Luca 5,1-11 abbiamo la pesca miracolosa e la chiamata dei primi discepoli, Simone, Giacomo e Giovanni. Interessante la presenza delle due barche, che potrebbero simboleggiare due chiese, due comunità, due culture oppure l’Acquarius e la Lifeline, le due navi che in questi giorni hanno vagato nel Mediterraneo, cariche di migranti. Gesù sale su una di esse, perché ci piaccia o no Gesù è su quelle barche, è tra gli ultimi, sappiamo che questo è il nocciolo dell’Evangelo. Sale su una delle due e invita a spingersi al largo, a lasciare la riva, la certezza. Soltanto dopo aver eseguito l’ordine di Gesù si raggiunge l’obbiettivo e si raggiunge insieme (v.7). Importante il v.11, in cui le barche vanno tirate in secca e lasciate con tutte le loro sovrastrutture, per seguirlo. Infine in I Corinzi 1,18-25, la seconda lettura, abbiamo due culture a confronto, quella giudaica e quella greca. I Giudei, più abituati alla potenza di Dio, chiedono segni, cioè miracoli. I Greci, che costituivano la punta intellettuale dell’epoca, cercano Dio attraverso la sapienza. Il giudeo-cristianesimo dell’epoca opera una sintesi tra queste due culture: al v.24 “Per coloro che sono chiamati, invece, sia Giudei sia Greci, Cristo è potenza e sapienza di Dio”. Speriamo che il cristianesimo odierno sappia operare una analoga sintesi di culture.

Amen

 Francesca Marini.