Un nuovo cielo e una nuova terra.

L’altro giorno nel mantovano, quindi non nel profondo sud, l’ennesima storia di violenza domestica conclusasi in una tragedia che vede vittima il figlio di 11 anni. Un uomo ha incendiato la casa dove viveva la moglie. L’uomo italiano, di 52 anni, artigiano, è poi fuggito ma è stato bloccato da una pattuglia della polizia stradale. Qualche giorno fa era stato colpito da un provvedimento del gip di Mantova di divieto di avvicinamentoalla casa di famiglia, dove vivevano la moglie e i tre figli. Silvia, quando ha visto le fiamme, rientrando a casa, ha chiamato subito i carabinieri. L’ennesima telefonata disperata, seguita alla prima denuncia per maltrattamenti a luglio. E adesso Silvia racconta che a volte al telefono si è sentita rispondere: «Signora, deve portare pazienza…».

Non eravamo una coppia particolarmente felice, ma non si andava male avanti. Senza figli, con molti impegni, lavoravamo entrambi e avevamo molti amici. Una famiglia normale, una vita normale senza scossoni. Una sera d’estate avevamo amici a cena. Mio marito beveva, come al solito. In cucina si mise a darmi dei colpi, mi strappò la catenina lasciandomi dei segni sulla scollatura. Urlai, ma nessuno si mosse. Non era la prima volta. Poi diceva che era un gioco, io gli rispondevo che quel gioco non mi piaceva. Ugualmente, mi prendeva spesso con forza e io cercavo di trattenerlo, di rilassarlo. A volte ci riuscivo, a volte no. Mesi dopo gli dissi che volevo separarmi, lui mi puntò il fucile al volto. Nella notte sono scappata, in pigiama. Lo volevo denunciare, il carabiniere mi disse: «Signora, sicuramente ha un’amica da cui poter andare a dormire. Si riposi, torni domani». Non sono più tornata, né a casa mia né a denunciarlo. Non ho mai dimenticato il fucile puntato.

Due storie di violenza domestica. Una storia di questi giorni, l’altra la troverete nel “Diario dei 16 giorni della FDEI per vincere la violenza”. Le mura domestiche sono testimoni dell’80% dei maltrattamenti, e nel 70% dei casi sono coinvolti minori. Storie che raccontano il contrario di quanto abbiamo sentito nella lettura di Isaia. Le parole di Isaia non sono dei pii desideri, sono profezia! La profezia non è una semplice previsione del futuro, una specie di indovino. La profezia interpreta l’attuale situazione e poi dice se ti comporti secondo le parole di Dio, la nostra speranza, allora questa sarà la tua strada, e quindi se ti allontani da queste parole la strada sarà un’altra, l’opposto. La profezia è la parola di Dio sulla nostra vita. È una previsione del futuro in una certa ottica, ma soprattutto è un’interpretazione del vissuto.

Quando stavo riflettendo sulla preparazione di questo culto, mi è stato suggerito di prendere una storia biblica particolare, un passo biblico che parlava di donne. Ero tentata, ma quasi subito ho detto no. Prendo i versetti del giorno, va bene, di solito uso il lezionario internazionale, questa volta “Un giorno una parola”. Ogni storia biblica racconta qualcosa della nostra vita, che ha a che fare con la nostra vita. E le cifre dicono che la violenza domestica ha a che fare con la nostra vita, più di quanto vogliamo ammetterlo. È il nostro modo di vivere. Non è un’emergenza, è il nostro modo di vivere che deve essere impostato in un altro modo, e le scritture ci indicano in quale modo.

Volendo si può anche dire che si tratta di un sogno che non fugge dalla realtà, ma che va verso la realtà.  Che non molla la realtà, non la tradisce, le rimane fedele, anzi è in ricerca della realtà, quella realtà per noi che Dio ha davanti ai suoi occhi. Sto parlando del sogno ribelle della speranza, è il sogno di tutto ciò che in questo mondo può essere diverso, meglio, più giusto, più umano. Un sogno che è stato sognato tenacemente in tutte le fasi della storia da uomini e donne che si sono opposti a un mondo disgregato e invivibile. Un sogno reale, perché convinti che non la disperazione, ma la speranza ha l’ultima parola. È il sogno di Gesù, dei suoi discepoli, dei profeti.

E uno dei sogni più imponenti l’abbiamo sentito stamattina, è quello del profeta Isaia. Lui lo fa quando gli esuli tornano da Babolonia. Il periodo nell’esilio era un tempo di riflessione, hanno riflettuto sulle loro origini e sopratutto sulla loro relazione con Dio, il fondamento della vita, e hanno trovato la via per uscire perché hanno scoperto la loro destinazione, non l’impero di Babilonia, ma il sogno secolare della visione di pace, cioè una società giusta: un mondo in cui si vive bene. Con questo sogno nello zaino tornarono in Israele, dove, chi viveva lì non capiva per niente. Per loro quella visione era come un  castello in aria. Che delusione per quelli che tornarono con delle aspettative così alte. Sì, bisogna arrendersi ai fatti e rassegnarsi alla situazione? come dicevano gli abitanti che erano rimasti e che hanno continuato la vita di ogni giorno come prima. Questo mai, dice il profeta Isaia e per non far perdere la visione, la sogna di nuovo ad alta voce, con parole di fuoco, come quelle che hanno messo in fiamme e fuoco gli esuli in Babilonia, anzi di più: si fa portavoce di Dio, perché sognare nella Bibbia è partecipare alle attese alte di Dio, fonte della nostra vita, concordi con lui di desiderare il grande futuro, la grande estate.

 

Qualcosa per cui il Dio ci strappa la più profonda ammirazione è la sua illimitata fedeltà al lavoro delle sue mani. Egli ha cominciato a lavorare con questa terra e imperturbabilmente continua questo suo lavoro. Frutto delle sue mani, per così dire: creando ha impegnato il suo cuore per sempre. È impossibile per lui  ritornare sui suoi passi. Nonostante tutto ciò che succede, si occupi di essa, perseveratemente e energicamente.

Ma nel frattempo questo mondo è capace solamente di deludere Dio. Sembra che non risponda alle sue attese. Invece di gioia, gli procura dolore e non penso che sia esagerato dire che ne soffre. Nonostante tutto ciò non rompe la relazione con questo mondo. Non lo sa abbondonare. Egli sarà  soprattutto deluso riguardo all’essere umano, all’umanità. L’aveva pensata in un altro modo, creandola a sua immagine. L’essere umano è stato il più grande investimento di Dio durante tutta la creazione. Gli aveva dato tutto. Aveva creduto in lui. Non l’essere umano in Dio, ma Dio nell’essere umano, nell’umanità. Aveva talmente tanta fiducia che gli ha posto questo mondo nelle sue mani. All’umanità l’onore di agire come il suo rappresentante, di condividere il suo amore per il mondo. Ma che fa l’essere umano, cioè che facciamo noi, distruggiamo invece di proteggere. Nonostante tutti i bei discorsi in favore della vita, la maggior parte dei nostri sforzi va in direzione opposta. È da diventare disperati, ma qui ancora una volta Dio ha più fiducia in noi di quanto noi abbiamo in noi stessi. La grazia che ci ha mostrato in Gesù mostra il suo attaccamento al suo progetto e così ci propone ancora una nuova possibilità. Negli sforzi religiosi l’essere umano tende a divinizzare se stesso, guardando verso il suo Dio, ma la direzione opposta sta davanti a noi. Non l’essere umano che deve diventare divino, ma il divino umano: una umanità vivibile, un mondo in cui la donna e l’uomo hanno la stessa dignità. Con l’incarnazione di Gesù Dio si impegna totalmente, fino a diventare egli stesso essere umano, uomo. Finalmente l’essere umano come egli aveva inteso dal principio, da cima a fondo a sua immagine. È questo ciò che Dio fa: nonostante tutto egli crede nella sua creatura, crede che ce la fa, che ce la può fare.

 

Poiché ecco, creo un nuovo cielo e una nuova terra. Ne abbiamo bisogno. Suona pieno di promesse. Tutto nuovo. E poi, che la terra abbia bisogno di essere rinnovata, non c’è dubbio, in mezzo alla situazione vergognosa in cui ci troviamo, una dimensione che viviamo ogni giorno, ma il cielo? Anche il cielo ha bisogno di essere rinnovato? Ci abbiamo mai pensato?! Il cielo per noi è un’immagine di perfezione. Non è rimasto intatto dal principio?

Invece, anche il cielo ha bisogno di rinnovamento. Il cielo ha conosciuto dei tempi migliori. Non per niente si legge dappertutto nella Bibbia il cielo e la terra, è una coppia. Il cielo non fa coppia con l’inferno, ma con la terra. Dio, fonte della nostra vita, li ha creati insieme, dipendono l’uno dall’altro. Insiemerappresentano la buona creazione. Il cielo è come fosse un tetto sulla terra, un riparo, una mano, una benedizione. La separazione come noi la conosciamo, la conosciamo come divisione, due cose separate: un matrimonio fallito per così dire o in termini più biblici: una relazione disfatta. Da quando la terra ha bandito dal suo orizzonte il cielo, il cielo non è più il cielo: zoppica da solo. Come tetto, senza muri, cade e si sfascia.

C’è il cielo, se c’è una terra.

Quando il cielo diventerà nuovo? Solo nella riconciliazione con la terra. Si rianimerà quando può sostenere la sua parte originale insieme alla terra: una crezione ininterrotta, un mondo abitabile. Ciò che Isaia vede è letteralmente  e metaforicamente il cielo sulla terra, cioè Dio che abita vicino agli uomini e alle donne. Una situazione totalmente nuova.

Come è per la terra, che sarà questa terra rinnovata, così anche per il cielo. Non dobbiamo pensare a una creazione totalmente nuova, ma anzi pensare a una ri-creazione, una ri-creazione del cielo e della terra esistenti. Non si tratta di una costruzione nuova, ma di ricostruzione.

Questo lavoro di conciliazione e rinnovamento è un lavoro difficile. Il cielo e la terra si sono separati tantissimo, è difficile riunirli. La realtà terrestre deve cambiare radicalmente per poter sopportare l’immediata presenza di Dio, per avere la capacità di sopportare la diretta vicinanza del cielo. Deve attraversare una crisi profonda: si tratta di una rinascita completa. E quanto lavoro c’è da fare ce lo ricorda la violenza sulle donne. Come detto prima, non si tratta di un’emergenza, bisogna rifondare le fondamenta del nostro vivere insieme.

Quando diventerà realtà la visione di Isaia, la nuova terra sarà la stessa su cui adesso camminiamo, ma cambiata, totalmente. Tutto ciò che la rende vecchia, sarà sparito: ingiustizia e violenza, malattia e miseria, immondizia e deterioramento. Guarite le fratture e le ferite, e quante sono ce lo dimostrano le storie di violenza domestica. Finalmente vedremo la terra come è stata intesa dal principio e finalmente vedremo il cielo nella sua vera figura: il cielo sulla terra.

Ecco, questo cielo e questa terra rimarranno. C’è una linea ininterrotta. Il futuro, la nuova creazione, non è un fatto a sé stante, ma è il risultato di ciò che Dio muove qui, adesso, la nostra storia. Il nuovo cielo e la nuova terra sono fatti dello stesso materiale di cui sono fatti il vecchio cielo e la vecchia terra, cioè noi, le sue creature. Quindi, la nostra vita su questa terra non è senza senso, ma va interpreta in un nuovo modo, quello che Dio mette davanti a noi. Un segno che la nostra speranza non è invana, ma che ha delle solidi basi. Così la terra, così l’umanità, non spariremo nella nebbia, possiamo rimanere chi siamo: figlie e figli di Dio. Avendo questa visione davanti ai nostri occhi, occhi di vigilanza, le nostre relazioni cambiano, anche quelle fra donne e uomini.  Come già questo vecchio mondo cambia di carattere, anche noi possiamo cambiare adesso. Amen.

 

Pred. Greetje van der Veer

 

Sento tutte le mattine

Sento tutte le mattine il telegiornale – ormai anche io ho perso l’abitudine di leggere le notizie, persa nel disordine delle troppe cose da fare e da pensare – e forse anche per questo, che le notizie ormai si vedono per pochi minuti per poi abbandonarle alla digestione solo nei vari spettacoli di commento, ho spesso l’impressione di vedere un unico, lunghissimo film.
Un film di quelli all’antica: con i buoni che sono buoni ed i cattivi che si riconoscono subito dalla loro stessa faccia, ed ognuna delle due squadre segna punti senza mai arrivare a quello decisivo, tanto che alla fine la domanda che non voglio farmi – la domanda che nessuno di noi può farsi, perché le squadre giovano apposta in modo che non ce la facciamo, è: ma in quale campionato siamo? Quale coppa è in palio? – insomma un film in cui il finale non solo non si può immaginare, ma neppure si è sicuri che ci sia, che davvero ci sarà il fischio che manda tutti sotto la doccia. Insomma un film il cui scopo sembra essere solo quello di farci dimenticare del finale che ci aspetta – un film che alla fine nega il futuro costringendoci continuamente a concentrarci sull’oggi, anzi sull’adesso.
In questo film, la superficialità è quasi un dovere, perché fermarsi a pensare alle conseguenze può farci perdere tempo, ed il tempo è esattamente quello che non abbiamo.
Così, non importa se ci sarà gente che muore, se i porti vengono chiusi o le strade vengono lasciate senza manutenzione, o l’inquinamento consegna il mondo a uragani ed incendi. L’importante è che la squadra di quelli che dicono esattamente le cose che gli altri vogliono ascoltare segni un punto di più – magari convincendoci che a farci perdere il lavoro sono i migranti e non il potere nascosto e per questo inarrestabile che ci condanna a lavori precari pur di riuscire a pagare un’altra rata tra le tante che abbiamo da pagare.
Non importa se i bambini muoiono, fisicamente o nei social che li sfruttano, non importa neppure se ai bambini abbiamo tolto perfino l’infanzia costretti come siamo a proteggerli da tutto e a farne piccoli dèi cui nascondere il più a lungo possibile le difficoltà che dovranno prima o poi affrontare. L’importante è che un punto in più sia segnato dalla squadra di chi vende la consolazione precaria del “meglio che niente”, del “tanto così è e noi non possiamo farci nulla”, dell’ognun per sé e Dio per tutti.
Insomma non solo non pensiamo alle conseguenze di quel che facciamo, dei nostri pensieri, delle nostre parole, dei nostri silenzi, delle nostre opere e delle nostre omissioni (come si diceva un tempo) ma proprio non vogliamo pensarci: illusi forse che in questo modo le conseguenze non ci saranno, in una specie di politica planetaria dello struzzo, se fosse vero che gli struzzi nascondono la testa sotto la sabbia quando si trovano davanti ad un pericolo che immaginano più grande di loro.
Matteo 25, 36-46 ci racconta in maniera immediata e plastica quali sono le conseguenze di quella politica: gesti fatti senza accorgercene che invece sono prove di quel che siamo; azioni magari fatte per sentirci meglio con noi stessi che rivelano la loro inutilità quando è troppo tardi per cambiarne il corso, attenzioni che diamo inutilmente, distrazioni che ci rendono irrimediabilmente colpevoli di un egoismo che si rivela la nostra carta di identità.
Romani 8 e Apocalisse 2 ci dicono invece che, semplicemente, vivere come se il domani non ci fosse è sbagliato, perché il domani c’è, ed è di Dio: quel che aspettiamo non è una coppa, ma la corona della vita conquistata dal sangue di Cristo ma resa visibile solo con la perseveranza; ciò che ci attende, dice Paolo in Romani, ciò che dobbiamo riuscire a partorire nonostante i gemiti e il travaglio, nonostante tutto il dolore, la paura e la voglia di lasciar perdere, è la redenzione di ciò che siamo – ossia la vita che si può finalmente vivere libera dai giochi che illudendoci di farci vincere la paura di morire ci impediscono di accorgerci che la morte, in Cristo, non esiste più.
E la seconda Corinzi ci ricorda, come regola per la nostra partita, che certo, il domani esiste ed è messo al sicuro dalla Croce di Cristo; ma anche il giudizio c’è, ed è oggi: “Siamo dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore (poiché camminiamo per fede e non per visione); ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore. Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male”.
Certo è un testo difficile – perché a prima vista sembra dire esattamente il contrario di quel che siamo abituati a sentire, e cioè che siamo salvati per fede, e che le opere non hanno alcuna utilità.
Ma quel che in realtà ci dicono queste parole è che, se possiamo ed anzi dobbiamo avere piena fiducia nella misericordia di un giudice che è Dio, ed è quel Dio che ha tanto amato il mondo da venire a vivere in mezzo a noi ed a morire sulla croce affinché credendo in lui potessimo essere salvati, ciò non di meno ciò che facciamo, le nostre opere, hanno un’importanza enorme: perché è con quelle che dimostriamo, prima di tutto a noi stessi, che siamo di Cristo; ed è dunque con le nostre opere – ossia con quel che facciamo o non facciamo – che ubbidiamo, o non ubbidiamo, al mandato che Cristo ci ha affidato, di annunciare la sua salvezza a questo mondo in cui viviamo.
In altri termini, certo il nostro peccato è stato perdonato, in Cristo e per Cristo. Ma il modo come viviamo questo perdono, su questa terra, è la cifra che ci separa dall’inferno o dal paradiso, su questa terra – dalla superficialità che porta ineluttabilmente alla assenza di speranza, oppure dalla piena coscienza della presenza di Dio nella nostra vita, che è la fonte di una speranza che non può venire meno.
Se tutto questo ci sembra un po’ troppo astratto per noi, pensiamo a quando Paolo scrisse queste parole, alla situazione in cui si trovava. La seconda ai Corinzi, c’è chi la vede come una lunga lettera unitaria, ma probabilmente è invece una specie di mosaico, le cui tessere sono state messe vicine ma non sono nate nello stesso momento.
La comunità di Corinto, la conosciamo per queste due lettere: una chiesa entusiasta nata dalla predicazione di Paolo, sicuramente innamorata di Cristo, sicuramente desiderosa di seguire Cristo. Ma umana. E forse anche un po’ immatura. Alcuni avevano preso fischi per fiaschi, e si erano convinti che al perdono di Cristo seguisse non la libertà, ma il libertinaggio, l’assenza di responsabilità. Altri avevano delegato la comunione in Cristo al futuro nel Regno dei Cieli, e preferivano, su questa terra, starsene per conto loro portandosi il pranzo da casa invece che prendere la stessa Cena e tutti insieme. Molti, se non tutti, erano ancora preda del demonio del giudizio: giudicavano i fratelli e le sorelle, lo stesso Paolo, giudicavano tutti tranne sé stessi. Insomma c’era del buono, ma era ben nascosto.
Vi ricorda qualcosa? Noi siamo così diversi?
Io non lo so. E non lo posso sapere, a che punto stiamo nel cammino della santificazione che ci è richiesta, non lo posso sapere neppure di me stessa – tra l’altro non è affar mio, perché il giudizio ed il domani, il futuro, sono solo di Dio.
Ma, dico a me stessa, e a chi vorrà ragionarci un po’ su, che dovunque io sia, è la mia vita – ossia quel che penso, faccio, dico o meglio ancora: quel che mi permetto di pensare, di fare e di dire – che segna dove sto. E poiché il futuro – ossia il domani, ed il giudizio, il tribunale di Cristo – arrivano, personalmente voglio che nel momento in cui tutto questo arriverà, io possa essere trovata occupata a vivere – pensare dire e fare – nel modo che piace a Cristo: occupata a ricercare la purezza del cuore, la mansuetudine, la misericordia; affamata ed assetata di giustizia desiderosa di portare la pace.
Lo desidero per me, lo desidero per ciascuno di voi, lo desidero per la chiesa in cui servo e per tutti coloro che amo.
Non perché io abbia paura di quel Tribunale, in cui so che abbiamo il migliore degli avvocati, Gesù. Ma perché sono consapevole che è solo vivendo come lui vuole, che potrò rendermi conto che le porte dell’inferno non prevarranno.
Che il Signore ci benedica, permettendoci di vivere la nostra vita – di fare, dire e pensare – secondo la sua santa volontà.
Amén.

Past. Giovanna Vernarecci

Il giudizio contro le nazioni

Matteo 25, 31-46

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, domenica scorsa il nostro culto è stato tenuto dal gruppo di Breakfast time Milano-Roma con il sermone del nostro fratello Fabio Perroni sul brano del buon samaritano (Luca 10, 25-37). Tutto lo svolgimento del culto verteva sulle idee sviluppate e sperimentate in questi mesi di servizio comunitario. Così pure l’incontro con questi fratelli e queste sorelle aveva come scopo quello di motivare ancora di più ad esercitare insieme le opere di carità e di scambiare propositi su come rafforzare la volontà di fare delle buone opere nei confronti delle persone disagiate, e ,in generale, di poter aiutare coloro che si trovano in difficoltà.

Abbiamo ospitato tre sorelle e tre fratelli della Chiesa Evangelica Metodista di Milano, la comunità dove ero provenuta nel 1995. Pensate un po’, sono già passati 23 anni ma ciò che mi stupisce e forse a tutti noi è la forza di volontà che molte volte ci spinge ad incontrare una persona cara o le persone che ci sono care. Personalmente, mi ha fatto molto piacere rivedere e rincontrare una delle due sorelle filippine che sono venute; fu già presente quando ero a Milano, prima che intraprendessi lo studio in Teologia e si chiama Bernadeth. Mi ha ribadito che per lei è stata un piacere rincontrarmi così come anche per me per rinnovare il nostro legame di fraternità nel nome del Signore Gesù Cristo. Si è ricordata del mio amore per le piante e i fiori perciò mi ha portato l’azalea, quella che vedete sul piano forte qui davanti a voi. Ciò che ci lega e ci incoraggia a intraprendere un viaggio pur lontano, è il desiderio di incontrare le persone che amiamo per rinnovare il nostro rapporto con loro. Quel buon ricordo del passato è fondamentale e ci permette di rivivere il percorso e il cammino nella fede fatto insieme per l’edificazione reciproca.

Nelle nostre comunità cristiane innanzitutto si costruisce un legame profondo di fraternità nel Signore Gesù Cristo , e questo è sicuramente come un biglietto di visita che rimane e che non muore mai. Io penso anche che per noi cristiani, è profondamente incarnato l’insegnamento del nostro maestro Cristo Gesù di eseguire le opere di bene perciò ovunque venga praticato attirerà l’attenzione di tutti.

La Bibbia ci aveva raccontato di questo legame, ci aveva narrato dei percorsi delle comunità, gli apostoli avevano fatto dei viaggi missionari insegnando la legge dell’ amore di Dio e le comunità si scambiavano le visite, le notizie attraverso loro con gli apostoli stessi. Nella Bibbia abbiamo conosciuto Dio, solo leggendo la Bibbia siamo riusciti a trovare la parola Yahweh, Dio, Signore, l’Io sono quello che sono, Gesù Cristo, l’Amen.

Nella Bibbia o attraverso la Bibbia abbiamo potuto incontrare i nostri antenati, i fratelli e le sorelle che avevano professato la loro fede allora. Così, avevamo constatato che a causa della PAROLA VIVA del Signore, Dio della nostra vita, la presenza e la visita dei nostri fratelli e delle nostre sorelle della chiesa di Milano è stata per noi un fuoco di amore ardente, che ha riscaldato i nostri cuori con il messaggio che ci hanno portato. Le due chiese, le due comunità si sono incontrate attraverso questa visita e quest’opera del breakfast time, l’iniziativa voluta da tutte e due le comunità. Sia lodato il Signore.

Care e cari, oggi abbiamo ascoltato e letto l’evangelo di Matteo al capitolo 25, versetti da 31 a 46. Ho voluto proporvi oggi questo testo per la nostra riflessione proprio perché domenica scorsa i due gruppi di breakfast time Milano- Roma hanno fatto un culto dedicato a quest’opera diaconale e comunitaria. Sappiamo che nessuno di loro abbia avuto in mente di esaltarsi o vantarsi per le opere buone compiute nei confronti delle persone meno fortunate, coloro che si trovano svantaggiate ma proprio per questo motivo che vorrei ci ricordassimo sempre che il nostro Signore ci guida, ci porta a camminare con lui per la via come i suoi discepoli e le sue discepole e che ciò che si conserva nei cuori nostri è la gioia di averle fatto ringraziando il Signore per queste occasioni o opportunità .

L’evangelista Matteo ci ha raccontato la parabola del giudizio contro le nazioni cioè il giudizio finale su come sarebbe andato la fine dei tempi, quando saremmo tutti chiamati e radunati, davanti all’ unico giudice e saremmo giudicati attraverso le nostre opere buone e cattive che abbiamo compiuto. Tutte le nazioni saranno giudicate secondo le loro opere buone , giuste o contrarie negli occhi dell’unico giudice di tutti gli uomini e di tutte le donne. Saremo tutti insieme davanti a lui, poi sarà lui a separarci in un gruppo alla destra e in un altro alla sinistra in base a ciò che avremmo dovuto fare o non, nei confronti del nostro prossimo considerato minimo.

Questa parabola del giudizio alla fine dei tempi è facile da capire nel suo insieme cominciando dal figlio dell’uomo, il Signore, il re che sarà il giudice di tutti , come abbiamo imparato dalla lettura della Bibbia . La folla radunata saremo noi, quella che sarà sottoposto al giudizio, ma alla fine però nessuno di questa massa di gente saprà più dire o potrà poi confermare quando ognuno ha compiuto queste opere o non <<dare da mangiare a chi è affamato, dare acqua a chi ha sete, dare vestito a chi non ne ha per coprirsi, dare medicina a chi è malato, andare a visitare chi è in prigione, accogliere nella propria casa a chi si trova senza un luogo per dormire>>….

Questa parabola ci sembra dire che alla fine dei tempi nessuno si ricorderà più di quello che ha fatto se non colui che sarà l’unico che ha il compito di giudicare.

Come mai questi che erano stati davanti al re, non erano più in grado di riconoscere ‘quando’ avevano fatto il bene o no. Per questo motivo che non sappiamo esattamente quando abbiamo incontrato il fratello considerato minimo del re, colui che in condizione del bisogno. Forse, ciò che è necessario ricordare è metterci sempre nei panni del nostro prossimo, essere per lui e per noi in qualunque situazione, evitandoci di distinguere da lui poiché abbiamo le stesse necessità. Il re rivendica la causa del minimo, del vero povero e davanti a lui, saremo giudicati per quello che abbiamo potuto fare e dare d’aiuto con le nostre capacità. Non si organizza mai la “giusta accoglienza” bensì è spontanea, ed è così che dobbiamo essere in ogni momento della nostra vita.

Immaginate come sarebbe questo racconto, se il re si metterebbe a sedere su una poltrona con i suoi angeli custodi, davanti ad una folla di gente che aspettano il suo verdetto. Come sarebbe stata quest’attesa che terminerà solo con la pronuncia di poche parole di salvezza, di tutti noi uomini e donne?

Siamo pronti veramente a incontrare faccia a faccia il re della nostra vita perché siamo stati obbedienti a questa legge del dare/delle opere? Al ricco Gesù disse: se vuoi essere perfetto va’ e vendi ciò che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli>> Mt. 19,21<<vai e fai anche tu la stessa cosa>>. Se davvero abbiamo creduto in lui, oggi saremo in grado di dire: << sono pronto Signore a incontrarti , anche adesso>>. Oppure, vogliamo che rallenti il compimento del suo giudizio, perché non siamo ancora pronti? Le notizie di bisogno e richiesta ci giungono ogni attimo quindi sempre. Questo impegno è l’unico che ce lo chiede perché è urgente e non si può mai rimandarlo per quello che vediamo ovunque.

Qual è lo scopo di questo racconto per ciascuno di noi? Che senso ha nel nostro vivere in questo momento, nel nostro rapporto con l’altro, con il povero, con lo straniero?

Come comprendete i testi biblici sul giudizio finale? Come leggete i testi che riguardano gli ultimi dei tempi? Che visione traete e che senso vi danno in rapporto con il vostro vivere il tema sul giudizio finale ? Scegliamo forse di fare il bene perché abbiamo paura del giudizio?

Tu uomo che cosa pensi di te stesso? Chi sei e che fai tu in questo mondo?

Che cosa vedi? Che visione hai per il tuo futuro? Qual è la tua visione per il tuo futuro?

Pensi che il tuo futuro ha a che fare con il tuo passato o con il tuo presente? Che cosa pensi tu com’è un cristiano? Che cosa ti fai pensare di essere un cristiano? Che cosa ti fa convincere dal messaggio che porta la Bibbia? E tu credi veramente della visione del giudizio finale? Che cosa pensi del giudizio finale?

Perché scegli di fare il bene e non il male? Che rapporto ha per te il fare del bene, o scegliere di fare le opere di bene perché hai paura di essere giudicato stolto e di andare poi nello stagno di fuoco?

Che senso ha per te venire in chiesa o andare allo studio biblico se non per farti scoprire insieme ad altri che cosa la Sacra Scrittura dice che Dio gradisce che venga fatta?

L’ascolto della Parola insieme ad altri ti dà la forza o la carica?

Allora tutto sommato, vediamo che il nostro rapporto con Dio ha a che fare con ciò che facciamo ad altri.

Il profeta Michea dice al capitolo 6,8 nel suo libro: << O uomo, egli ti ha fatto conoscere ciò che è bene; che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi la giustizia, che tu ami la misericordia e cammini umilmente con il tuo Dio? >>

Riprendendo l’iniziativa del breakfast time, con lo scopo di compiere le opere buone , è stato per noi una svolta, ci ha tutti insieme uniti, mandandoci fuori dalle nostre mura per estendere il nostro servizio di lode di ogni domenica al Signore.

Così, torniamo anche alla nostra base, al nostro punto di partenza come abbiamo compreso la Bibbia. Come abbiamo voluto leggerla.

“Come leggeremo la Bibbia?” Esiste un modo ‘giusto’ per leggere la Bibbia?

Quattro punti quelli che sono stati proposti fino ad ora, più o meno, come dobbiamo leggere la Bibbia. Molti di noi sanno già questi ma è importanti che rinnoviamo insieme la nostra conoscenza di essi.

1) Il primo è fare silenzio davanti al testo, affinché sia lui a parlare e noi ad ascoltare. Significa che noi credenti in Dio, impariamo ad ascoltare il Signore che si è rivelato, obbedendo ciò che è scritto nella Bibbia per il nostro vivere bene.
2) il secondo è tener conto della storicità del testo, quindi delle condizioni storiche, culturali, sociali, ecc. in cui esso è nato. Chi ignora la storicità del testo viene condannato al non capire e a non cogliere il messaggio. Significa che attraverso la storia del popolo di Israele eletto da Dio comprendiamo il modo di vivere degli uomini e delle donne cioè di un popolo di una nazione in cui ci permette ad imparare a comprendere anche noi stessi e a confrontarci da essa perché ogni generazione è altra ma è simile.
3) il terzo criterio è imparare a distinguere il “compito delicato, ma non impossibile”, quello che nella Bibbia appartiene al quadro culturale caduco (provvisorio, temporaneo) da quello che invece appartiene al messaggio salvifico permanente. Significa che siamo chiamati a leggere i testi biblici imparando a mettere da parte il messaggio di salvezza che Dio ha voluto per tutta l’umanità come progetto, piano, decisione, volontà perenne. Conoscere e riconoscere il Dio misericordioso e che il suo giudizio universale sia indipendentemente dalle nostre opere, e per il suo amore.
4) il quarto è cercare nel testo, come suggeriva Lutero- “ciò che mette in evidenza CRISTO” Significa che nel nome di Cristo Gesù c’è rivelato la salvezza il perdono dei nostri peccati.
Che il Signore ci ravviva la nostra consapevolezza del nostro bisogno e dell’altro nel termine dell’ospitalità o accoglienza giusta. Che Dio ci sia con noi. Amen.

past. Joylin Galapon

,

Farsi prossimo

Care sorelle e cari fratelli, dovrete sopportarmi in questi minuti in cui cercherò di riflettere insieme a voi partendo dal nostro servizio e dal brano scelto per oggi.

“Non ho tempo per avere fretta”. Questa la frase di Wesley che campeggia sulle nostre magliette, e che mi sembra adattissima oggi, insieme alla canzone scritta da Giorgio Gaber negli anni 70 “C’e solo la strada”, che recitava che bisogna ritornare nella strada perché in casa ti allontani dalla vita, dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.

Tempo Fretta Strada.

Veniamo al nostro brano. Un italiano stava scendendo dalla stazione Termini verso piazza Venezia. Arrivano degli uomini e gli chiedono dei soldi; al diniego lo riempiono di botte e, rubandogli tutto, lo lasciano moribondo sul ciglio di via Nazionale. Passa un sacerdote, un pastore, un rabbino lo vede e passa oltre. Passa una suora, un diacono/a, lo vede e passa oltre. Passa un uomo di colore (un extracomunitario, oppure un rom, un disabile, anche qui mettiamoci la categoria che preferiamo), lo vede, si commuove e si ferma. Ecco una nelle migliaia di possibilità che racconterebbe forse oggi Gesù se camminasse e predicasse nella nostra Roma.

Il nostro brano, che inizia con una discussione teologica molto usuale tra i rabbì del tempo di Gesù, si potrebbe dividere in quattro scene.

“Si alzò” dice Luca. Domanda per avere una risposta o per mettere alla prova Gesù, quasi per sfidarlo? I nostri rapporti, le nostre discussionisono per crescere insieme o solo per mettere in difficoltà l’altro?  Gesù non cade nella trappola e mischia le carte, e distruggendo le certezze della prassi consolidata,  preferendo il piano morale a quello cultuale: alla giustizia della religione antepone un’altra giustizia, quella perla persona.

In alto c’è Gerusalemme, con le sue mura sicure,  la certezza di essere la città di Dio, protetta, bella, dove la presenza di Dio si palpa. Molto più giù c’è Gerico, pensate ad un dislivello di oltre 1000 m, la città dove risiedevano moltissimi sacerdoti. La strada tra le due città è aspra, desertica, piena di imprevisti e pericoli. Un uomo scende…

Scende dalla città di Dio alla città degli uomini. Una strada che da Dio porta lontano da Gerusalemme, porta verso la testimonianza verso l’uomo. L’uomo che scende non ha aggettivi, non è descritto. È un uomo e basta.

Chi era? anzi, chi è? Chi è oggi? Non ha nome, non ha una carta d’identità (tanto meno il samaritano gli chiederà documenti). Non un segno per sapere chi fosse, anzi chi sia, chi è. Poteva essere,  può essere, è un ebreo o un palestinesi; un ragazzo o un vecchio, un ricco o un povero, un onesto o un disonesto; può essere un bianco, un nero, un europeo, un americano, un cinese; può essere un cattolico, un evangelico, un musulmano… Può essere perfino un brigante anche lui; un assassino… Ma è sempre un rischio fermarsi non ad aiutare ma perfino a guardare.

Questo uomo che scende è uno dei tanti compagni di strada del Breakfast Time che dormono nelle vie vicino al nostro tempio.

Di quest’uomo non si sa il nome e il cognome, ma in compenso abbiamo molti particolari; un incalzare di note, una più grave dell’altra: spogliato, percosso, abbandonato, emarginato. È il Vangelo a dire “mezzo morto”, non mezzo vivo: un Vangelo che tende al peggio.

Un uomo: uno dei tanti uomini spogliati, percossi, umiliati, sfruttati, offesi, morenti, abbandonati ai margini della cosiddetta civiltà, ai margini delle grandi arterie della vita, delle organizzazioni criminali dei barconi, dell’industria, del commercio illegale delle nostre vie; abbandonati al limitare del deserto o nei lager libici; o ricacciati indietro verso i loro aguzzini. Un uomo di molti uomini; centinaia di milioni di indiani, di africani, di asiatici, di cinesi.

Il secondo momento è il penoso spettacolo della durezza, della indifferenza del sacerdote e del levita. Che camminano, vedono e passano oltre. Vedono con uno sguardo vuoto, con negligenza. La loro indifferenza è la nostra di fronte a molte situazioni. È la nostra immagine. Vediamo e passiamo oltre. Per rispettare una legge, per la fretta, perché guardiamo senza osservare, perché……

Non osserviamo perché la fretta ci impedisce di osservare.

PIGRIZIA, INCERTEZZA, INERZIA, TIMIDEZZA, PAURA, NEGLIGENZA

Queste sono le parole che fanno da sfondo all’atteggiamento del sacerdote e del levita. Sono le stesse che incontriamo camminando sulle strade della nostra città. Parlando tra noi, alcuni hanno condiviso la stessa preoccupazione: paura ad incontrare i “barboni”. Paura. Io stesso, quando con Luciano abbiamo proposto il servizio, avevo una grandissima paura. L’uomo della strada era stato per me sempre un tabù. Un pericolo, uno da aiutare, ma a debita distanza. Quasi da non toccare, figurare parlarci, fermarsi.

Tra il gesto criminale e l’aiuto del samaritano c’è un intervallo temporale importante: è il momento dell’egoismo del sacerdote e del levita che passano oltre. Questo atteggiamento è di ognuno di noi. Pensiamo a quando incontriamo dei barboni, dei neri, dei rom, delle persone sporche, con malattia della pelle, che puzzano.

Passare oltre:

per indifferenza …. Non mi interessa;

per fretta ….Devo fare cose più importanti;

per paura….. Cosa dirò, cosa farò.

 

Trovare una scusa è la cosa più semplice.

Passare oltre perché tante cose sono più urgenti, importanti. Più importanti di Ivan senza stampelle, dell’americano senza pantaloni, o di Christine senza vocabolario, di Agrid che ti fa un favore a prendere i nostri panini, ed oggi per la prima volta li ha rifiutati.

La fretta della società di oggi è la modalità del non fermarsi. Tutto è già vecchio appena lo leggo o lo scrivo, o lo posto sui social. Tutto vale un attimo sui social o nell’universo web.

E ciò che nella “non fretta” andrebbe coltivato diventa difficile, complesso, da aver paura, compresi i rapporti tra persone che hanno bisogno di tempo, di calma, di vissuti da condividere e sicuramente non di fretta.

E la fretta crea troppe volte rapporti anonimi, lontano dai sentimenti e dai vissuti.

Una delle cose belle del nostro giro è il fermarsi, e dopo alcuni mesi, parlare, chiedere un semplice come stai, è un fidarsi loro di noi e noi di loro. È un non passare oltre al prossimo senza fissa dimora perché ho due-cinque minuti a persona.

Farsi prossimo è creare  relazione. Ma una relazione  necessita di tempo.

Noi non abbiamo fretta, non abbiamo l’orologio che detta e che impone, che ci rende frenetici. Abbiamo tempo per loro, ma soprattutto per noi.

Ancora le frase di Wesley allora: non ho tempo per avere fretta.

Nella fretta del sacerdote e del levita c’è anche un’altra realtà: la paura di impegnare la propria persona.

Come ricordavo prima, la paura anche nel nostro Breakfast Time in molti di noi c’era. Paura nel non sentirsi capaci di relazionarsi con l’altro sconosciuto. Ma abbiamo vinto la paura, le pretese possessive, verso solo ciò che ci piace, che non costa fatica, che impone il fermarsi e sprecare tempo. Paura di impegnarsi in prima persona.

Noi questa paura l’abbiamo vinta. Nella consapevolezza che non puoi risolvere la povertà nel mondo, il problema degli alloggi, del lavoro per tutti ecc. ecc.Possiamo cambiare la vita di queste persone? No, ma possiamo “curare” e far curare. Infatti cerchiamo di indirizzare e dare indicazioni utili. Ma non potremmo mai risolvere. Anche perché molti di loro forse neanche lo vogliono.

Terzo momento: è carico della parola “fu mosso a compassione”. Che letteralmente nel vangelo di Luca indica l’essere preso alle viscere, come un morso, un crampo allo stomaco, uno spasmo, una ribellione, qualcosa che si muove dentro. È il cuore e la pancia. È la com-passione, è la passione con, insieme, è la commozione attiva, è la pietà, non il pietismo, è la Carità, non l’essere caritatevole alla Teresa di Calcutta. Non solo i buoni sentimenti, ma il dinamismo. Il samaritano passa con sguardo attento e risponde con l’azione.

I cammini del sacerdote, del levita e del samaritano sono gli stessi: solo che i due sono in compagnia di loro stessi e di un Dio-legge, l’altro invece è in cammino attento. L’attenzione ci fa aprire a nuove esperienze, ci fa nascere domande. Lui fa esperienza sul valore della persona, e questa esperienza gli dischiude nuove potenzialità relazionali e lo ha spinge a farsi prossimo.

Il samaritano è l’opposto dei due personaggi precedenti. Non va al tempio di Gerusalemme, non può; non ha paura di contaminarsi, perché per un ebreo osservante lui è già immondo in quanto samaritano.

Egli, emarginato religiosamente, non ha preoccupazioni cultuali. È capace di essere umano, di rimanere umano e provare compassione.

Quanto è difficile oggi rimanere umani. Basta guardare quello che accade intorno a noi. Momaude o la ragazza sul treno Milano-Venezia. Non ci indigniamo più neanche. Sommiamo i casi in una assuefazione che ci fa essere meno umani volta per volta.

Il samaritano nell’incontro e nella cura diventa più umano, anzi resta umano. La società, se ci lasciamo avviluppare, vincere da lei, ci rende meno umani. Pensiamo alle nuove politiche per le migrazioni, pensiamo alla società che sta distruggendo il creato, dono di Dio. Pensiamo alla logica del furbo. Ma soprattutto alla lenta infezione del silenzio di fronte alle piccole o grandi furberie. O ai germi di razzismo che stanno lievitando.

Il samaritano invece si fa prossimo perché si avvicina, si approssima, sana come se fosse se stesso, non bada alla fede, alla nazionalità, allo status sociale.

Quarto momento: il samaritano si prende cura, fascia le ferite nel presente e nel futuro. Non  abbandona il ferito al proprio destino. Prendersi cura è non fermarsi al presente, ma cercare di cambiare il futuro.

Se sono salvato e amato, non posso che vivere questo amore e questo bene, questa salvezza nel mio mondo, nel mio territorio, nelle mie relazioni vicine, prossime.

Se poniamo questo brano in relazione con Mt 25 una cosa che colpisce è che Dio non chiede quanto mi hai amato, quanto hai pregato, ci chiede come il suo amore, la sua salvezza sia stata condivisa con l’uomo e la donna vicino a noi. Non è il quanto che salva, ma il farsi prossimo perché siamo amati e salvati.  Il brano di Luca ci pone non tanto la domanda chi è il mio prossimo, ma chi si è fatto prossimo. Gesù ribalta il tutto in un gioco: certo, il derelitto è il mio prossimo, ma io sono capace di farmi suo prossimo?

E farsi prossimo è avvicinarsi all’uomo e alla donna con la stessa “tenerezza” di Dio, sincera e operosa. Anche piccola all’inizio, perché è un cammino di crescita. Non è che oggi decido di farmi prossimo.

Nel farmi prossimo grido, mi indigno, denuncio, condanno le ingiustizie, le violenze, le povertà, in una parola il non amore.

Una bellissima cosa nel nostro Breakfast Time è l’assenza di delega. Che bravi che siete, continuate anche per noi. Vi deleghiamo, rappresentate la comunità.

Tutto questo non credo che l’abbiamo vissuto o sentito. Almeno io no, anzi ho respirato il contagio continuo di fratelli e sorelle che, anche se non possono venire, si sono interrogati su come essere prossimi insieme a noi. Come farci sentire che ci sono anche loro. E vi confesso che sentiamo che non siamo delegati vostri, ma siamo noi tutti insieme a fare questo. Ognuno con le proprie possibilità.

In un momento in cui il disinteresse per chi è in difficoltà è un leit motiv della nostra società, dove le guerre tra poveri è sono un arma sociale per conquistare visibilità e voti, abbiamo riflettuto che il nostro no era rispondere I care. A non è un mio problema, non possiamo accogliere tutti, non possiamo aiutare chi vive in strada ecc, noi abbiamo cercato di rispondere I care. Mi stai a cuore, è un mio problema perché sei mio fratello e mia sorella. I care è farsi prossimo.

Non chiediamoci quindi chi è il mio prossimo, ma chiediamoci a chi ci approssimiamo. Essere prossimo dipende da noi. Ed essere prossimo di qualcuno ci fa comunicare vita. Nel senso più piccolo: un sorriso, una parola, far sentire l’altro soggetto della mia relazione, non oggetto. Senza chiedere nulla in cambio, senza aspettarsi neanche un grazie, che però viene quasi sempre offerto.

L’incontro tra noi e con loro. Non come slogan bello, ma come vita vissuta. C’è chi non vuole parlare, chi ti vuole raccontare tutta la sua vita in tre minuti. Chi dorme e lasciamo lì e andiamo via. Chi ti guarda con meraviglia. Chi ti benedice non per il sacchetto ma perché vuoi incontrarlo come persona,  perché lo rendi importante e degno di un incontro. O la trans sudamericana che ti chiede un parrucchiere per essere bella per il suo compagno, alcolizzato che vive accanto a lei a cui sistema maglia e capelli e lo bacia teneramente.

E farsi prossimo è creare un rapporto di reciprocità. Perché noi non diamo soltanto, ma anche riceviamo, in termini di doni spirituali:

  • innanzi tutto i nostri amici ci insegnano l’ umiltà.  perché ci dicono dei no: a volte rifiutano il cibo, a volte disprezzano quello che diamo loro, chiedendo qualcosa di diverso, o fanno gli schizzinosi, pregandoci, ad esempio, di non toccare il bicchiere con le nostre mani. Ci rimaniamo male: perché? Perché diamo per scontato che il nostro buonismo deve essere apprezzato, ci sentiamo superiori, ma loro ci riportano su un piano di parità.
  • la solidarietà. Queste persone, che vivono nell’indigenza e hanno bisogno di tutto, hanno un pensiero per gli altri: per la compagna che sta mendicando altrove, per l’amico che si è allontanato. Sono pronti a condividere.Si accontentano di quello che diamo, non si approfittano, non chiedono denaro
  • infine la serenità. Queste persone non sono arrabbiate col mondo, non si lamentano, non piangono, non cercano di impietosire col racconto dei loro guai: sorridono, ringraziano, ci benedicono, ci augurano buona domenica, ci trasmettono una serenità interiore che non ha prezzo.

L’amore di Dio che ci riempie, ci renda disponibili ad imitare, a donare, a testimoniare l’amore scoperto, riconosciuto e vissuto.

Amen

 

Fabio Perroni

Ietro e Mosè

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, questa mattina abbiamo letto e ascoltato il racconto del capitolo 18 del libro di Esodo.

Questo capitolo ci ricorda la visita di Ietro a Mosè; lo scopo principale di essa era, in primo luogo, confermare che Dio è il più grande di tutti gli dei, così con un culto di ringraziamento il sacerdote offrì un olocausto, un’espressione di riconoscenza davanti a lui  per tutto quello che ha fatto per Mosè e per il popolo d’Israele a partire dalla sua liberazione dalla mano del faraone e degli egiziani.

In secondo luogo, dargli il consiglio di come doveva procedere nella guida di questo popolo. Mosè da solo, secondo Ietro non doveva amministrare la giustizia al popolo,  per ogni faccenda di ogni singola persona,  ma il suo compito specifico era di insegnare i decreti e le leggi alle persone riconosciuti CAPACI e TIMORATI di Dio, poiché per questo motivo potrà poi resistere, arrivando alla loro destinazione.

Immaginate questo racconto di un popolo nella quale ciascuno doveva cominciare a mettere a posto ogni cosa nella propria vita. Era fondamentale implementare la pratica di ordine a nome della buona convivenza, in rapporto con gli altri e su ogni cosa che poteva causare il disordine.

Dopo che il popolo si mise a camminare e finalmente fu liberato; cominciò ad imparare cosa vuol dire essere tale: “libero seguendo le leggi di Dio”.

Con la visita sacerdotale e il consiglio di Ietro  di Madian, Mosè non dovrà più amministrare la giustizia al popolo ma altri se ne faranno carico a patto che fossero stati capaci e timorati di Dio.

Quindi, sia che doveva amministrare un gruppo grande o uno piccolo, è necessario avere la capacità e il timore del Signore, il Dio più grande.

Qual è la prima cosa che doveva fare Mosè?

Egli doveva insegnare i decreti e le leggi di Dio(i comandamenti) a queste persone e riconoscere in loro la capacità e il timore in Dio prima di governare una migliaia, una centinaia, una cinquantina o una decina di persone. Il consiglio di Ietro era di incominciare a costituire e a informare loro ciò che dovrebbero fare per governare bene un popolo o un’intera nazione. La costituzione dei gruppi dai più numerosi ai più pochi era fondamentale nella pratica dell’ordine di convivenza di un popolo secondo il parere di Ietro, che fu consigliato a Mosè, suo genero.

Questo brano ci insegna che nel governare un popolo è necessario avere delle persone formate che hanno avuto una formazione uguale al primo eletto CAPO di tutti gli eletti come Mosè così che non si possa sbagliare sulle normi e sulle leggi di Dio. Questi eletti devono manifestare anche loro la capacità di giudicare, di risolvere i problemi di ogni singola persona  nella vita quotidiana. Questi uomini eletti da Mosè saranno quelli che dovranno prendere cura e decidere per il bene di ognuno. Le cause difficili devono arrivare al capo di tutti.

Nella lettera di Paolo ai Romani 13,1-7 si allude che loro sono le persone  riconosciute nelle chiese antiche, le  nostre  Autorità superiori, autorizzate ad esercitare un ruolo di giudicare ciò che è bene e ciò che è male. <<Ogni persona sia sottomessa alle autorità superiore, perché non vi è autorità se non da Dio, le autorità che esistono sono stabilite da Dio>>. Romani 13,1

Vorrei  leggere queste parole che ha scritto la nostra sorella Chica Vezzosi, un ordine del giorno appoggiato da tutti al termine della nostra Assemblea di Chiesa, avvenuta la domenica 14 ottobre 2018.

L’assemblea della chiesa metodista di Roma via XX Settembre, riunita il 14 ottobre 2018, rivolge richiesta formale all’OPCEMI, alla Tavola Valdese e alla FCEI di far udire con tutti i mezzi possibili – dalla stampa all’uso dei socials – la nostra voce di condanna assoluta per le gravi situazioni di crescente accanimento xenofobo che si stanno verificando nel nostro paese nei confronti degli immigrati, compresi i bambini (come ad esempio a Lodi e Monfalcone).

Non possiamo far passare sotto silenzio gli atti di discriminazione e di violenza non solo morale che ultimamente si moltiplicano nella nostra casa comune, addirittura fomentati dalle autorità che dovrebbero gestire le cose correttamente.

 

Noi abbiamo ricevuto le norme, le prescrizioni e le leggi di Dio. Noi siamo credenti in Dio, abbiamo il dovere di volgere verso di lui. La nostra coscienza non ci lascia tacere. Ci sentiamo un’enorme inquietudine quando si trascura l’insegnamento dell’amore verso il nostro prossimo. Quell’amore che sappia riconoscere che ogni  persona è da rispettare, dando il nostro sostegno per poter vivere in questo mondo, un compito di accogliere e di ospitare.

Ora le nostre autorità superiori in Italia rifiutano e limitano l’accoglienza agli immigrati, ai rifugiati e non solo. Questo forse avverte la loro incapacità di giudicare e la mancanza di timore a Dio?Se Dio ha creato il mondo, la terra è per tutti e non per un solo popolo.Forse ciò che ci manca ora è quell’insegnamento base che gli israeliti di allora, come popolo, ricevettero dal consiglio del sacerdote Ietro.I decreti e le leggi di Dio sono tutto in un quadro cioè è per tutto il mondo, valido per ogni nazione, così l’Italia, che è un paese come tutti gli altri, ogni uomo è libero di lavorare e di stabilirsi.

Certamente, ci vuole una formazione continua di ogni singolo individuo, di ogni categoria(classe, genere, ordine, tipologia).  Dobbiamo accettare e riconoscere che non siamo tutti uguali. Questo fatto ci mette in difficoltà ed è la crisi che stiamo affrontando.

Il popolo di Israele fu sottomesso e soggiogato dal popolo egiziano, ebbe una storia di cammino per lunghi anni nel deserto con esperienze di dura prova.Aveva avuto questo ricordo/memoria in passato perciò era raccomandato di non trattare male lo straniero, l’altro, il suo prossimo. <<Amate lo straniero anche voi foste straniero nel paese di Egitto>> Dt. 10,19 Le nostre autorità superiori, quelle che governano l’Italia ora, sono giovani(immaturi), non hanno avuto queste esperienze di difficoltà, non vi sono paragoni a quell’esperienza del popolo d’Israele nel mettere in ordine ogni cosa e ogni bisogno partiva dalla richiesta del sostegno materiale come acqua e/o cibo. La mancanza dell’insegnamento a causa dalle poche esperienze non fa crescere una persona, perché nella vita, è nell’incontro con le persone che si impara molto, soprattutto dalle esperienze dure e difficoltà nel risolvere i problemi legati alle situazioni concrete di tutti noi. Cittadini italiani, stranieri, immigrati, rifugiati ecc. ora si sono mescolati tutto in Italia perciò abbiamo una grande crisi da affrontare con coraggio e speriamo che il Signore Dio ci aiuti.

Ho sentito molto dire dagli italiani anziani che si erano dati da fare, avevano imboccato le maniche per avere tutto questo benessere di oggi, e le autorità superiori ora vogliono dire al suo popolo, ai suoi compatrioti che non c’è posto per l’accoglienza agli immigrati.Esercitare l’ospitalità per noi credenti in Dio a chiunque è fondamentale, noi crediamo che siamo tutti figli di Dio sparsi nel mondo.E’ difficile affrontare la nostra situazione di oggi in Italia perché c’è una scarsa conoscenza delle leggi di Dio e nella sua pratica, quello che aveva voluto che si facesse  per tutta l’umanità.L’Italia è solo una porzione di terra nel mondo così come tutti i paesi e vuole amministrare la sua giustizia in questo modo, tralasciando il compito, il dovere di tutelare e proteggere tutti i diritti umani.

Ieri sera abbiamo ricordato Martin Luther King, il suo pensiero d’uguaglianza degli uomini e delle donne come medesimi figli quindi fratelli nel Signore, ci accompagna tutt’ora.  Sono passati ormai 50 anni dalla la sua morte e noi vediamo o scorgiamo che nella nostra convivenza con gli altri siamo ancora in cammino a un altro tipo di percorso nel deserto.

Siamo chiamati ora a superare le nostre difficoltà di mettere in ordine o di trovare un modo di mettere in ordine il nostro vivere pregando Dio che è l’ autorità suprema, la nostra guida sicura.

Come chiesa evangelica metodista di via XX settembre dobbiamo fare la nostra parte.Che cosa? Dovremo impegnarci a trovare il modo giusto di affrontare l’argomento dell’essere chiesa insieme. Come vedete, con questa comunità rappresentiamo un elemento di questo paese e nel nostro interno abbiamo eletto degli uomini e delle donne capaci e timorati di Dio per governare la  chiesa del Signore.

Quest’assemblea di ottobre è un momento /un tempo dedicato per provare a individuare le piste da  seguire.In qual è  direzione vogliamo andare? Cercando sempre di trovare i modi e mezzi per arrivare ad un punto di traguardo.Nel discutere l’aspetto della vita della chiesa nel nostro chiamato “essere chiesa insieme” si è tentato di risolvere e di dissolvere nel nostro linguaggio le parole che ci portano a dividerci e distinguerci. Vogliamo essere chiamati la chiesa evangelica metodista di via XX settembre punto, basta.La nostra  comunità è una chiesa, ma per descriverla poi è inevitabile dire che ci sono i gruppi: dei filippini, degli italiani, dei cinesi, qualche fratello malgascio, coreano e altri che compongono ad essa.Nel nostro parlare, nel nostro linguaggio riferito all’essere chiesa insieme, è inevitabile l’uso di parole che ci distinguono e ci accomunano ma ricordiamo che la nostra comunione nella fede in Gesù Cristo è il primo che deve occupare la nostra mente e il nostro cuore quindi il nostro essere chiesa.Il nostro essere chiesa insiemeva vissuto mettendo e disponendo insieme i nostri talenti e doni spirituali.

Voglia il Signore benedire la nostra testimonianza di fede, di speranza  e d’amore. Amen.

 

past. Joylin Galapon

Confessate i vostri peccati

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, domenica scorsa abbiamo rinnovato la nostra consapevolezza sull’esortazione / ammonizione dell’apostolo Giacomo ai fratelli di fede nel Signore(alla comunità di credenti d’allora)  di  essere immune dai favoritismi cioè di non avere un atteggiamento di riguardo personale nella comunità bensì di praticare e  di vivere il dono della  fede confessata in Cristo Gesù perennemente.

E oggi vorrei proporvi un altro brano che ha scritto lo stesso apostolo che penso sia utile per noi credenti nella vera pratica d’accoglienza e di fede per il loro legame stretto nel nome del Signore capo della chiesa.

La chiesa di Cristo Gesù, paragonata come un corpo umano dall’apostolo Paolo nella sua lettera ai Corinzi fu purificata, santificata e salvata per mezzo del figlio di Dio da ogni peccato per poi portare ed essere un mezzo di guarigione nel suo interno. La profezia del profeta Isaia si è avverata in Gesù il Cristo, il servo di Dio. Il capo è Gesù Cristo, il suo corpo è la chiesa con i suoi membri che siamo noi.

Nella lettera di Giacomo al cap. 5 versetti  da 13 al 16 il credente membro, appartiene al corpo, vive per esso, si alimenta/si nutre dai suoi simili è in perfetto collegamento da tutti.».Quando il corpo non viene alimentato bene si indebolisce, si amala perciò ogni membro del corpo deve avere la cura necessaria, il prendersi cura è il compito principale di tutti. Il suo alimento è fornito da tutti gli altri, e una volta che si scopre ciò che si fa star male, che lo rende debole, trova guarigione da un’altra parte del unico corpo.  Il pensiero di Giacomo qui sembra dirci che il membro malato, che fa parte del corpo, trova negli altri membri il modo di guarire per mezzo della preghiera e confessione dei suoi peccati. Fuori da Cristo Gesù e da questo corpo non c’è guarigione.  Nello stesso corpo che è di Cristo Gesù si trova la guarigione di tutti i membri. Perciò non è un membro solo, autonomo, non può essere solo nel portare la sua malattia, altri saranno presenti per essere di aiuto, di sostegno per rendere il corpo di Cristo Gesù sano. Questa è la chiesa.Nella profezia nel libro di Isaia al 53,da 1 a 5 troviamo la risposta del nostro capo espiatore, di colui che ha fatto tutto, che ha condiviso e compreso pienamente con noi ogni esperienza di dolore, di sofferenza e di peccato.

Se l’apostolo Paolo ha paragonato la chiesa come un corpo umano, le membra di questo corpo sono chiamate  con i loro proprio nomi(occhio, mano, piedi, orecchi..ecc. come Anna,Barbara,Catirina,Daniela cioè noi come membri di chiesa), con funzioni differenti per poter stare bene e dare una ragione e uno scopo di essere.

Per l’apostolo Giacomo diversamente e parallelamente ci porta allo scoperto profondo del nostro benestare essendoci l’uno per altro nella nostra vita spirituale.

Lui pone delle domande:

 C’è tra voi qualcuno che soffre? Preghi.

In altre parole si può dire: Chi soffre prega, sapete chi sta soffrendo nella comunità? Così, quando ti trovi nella situazione di dolore e in pena devi pregare in mezzo ai fratelli di fede. Altri possono pregare per te perché sono dati da Dio a tua disposizione.Voi fratelli e sorelle pregate per lui o per lei. Non dovete sentirvi da soli perché avete l’uno l’altro essendovi parte di un unico corpo.

C’è qualcuno di animo lieto? Canti degli inni.

In altre parole si può dire: Chi è felice canta, sapete chi è felice nella comunità? Lo è colei che canta inni di lode al Signore che lo appartiene.  Non solo canta un canto di lode, ma anche di lamento per essere guarito.

C’è qualcuno che è malato?Chiama gli anziani della chiesa che preghino per lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore.In altre parole si può dire: Chi sta male fra voi?  sapete chi sta male in mezzo a voi fratelli e sorelle? Ci sono i fratelli nella comunità che devono pregare  Dio, ci sono i fratelli che invocano il nome di Dio per intercedere affinché sia guarito dalla sua malattia.

L’esempio del racconto dell’uomo paralitico che abbiamo ascoltato nella quale  4 uomini, forse erano i suoi amici, lo portarono a Gesù per essere guarito. Quanto è importante la preghiera di intercessione che rivolgiamo al Signore in questo senso.

Nella comunità di credenti c’è la soprabbondanza di benedizione perché ciascuno possiede il dono della guarigione. Ciascuno  ha avuto il dono della fede per risanare quel membro malato del corpo.E’ fondamentale che uno sappia anche dire o nominare la propria malattia senza nasconderla per non essere o non rimanere da solo a portarla.Per Giacomo dunque è fondamentale ricordare chi siamo noi per l’altro o per l’altra. La nostra confessione di fede qui sta nel nostro affermare che la nostra condizione di essere umana è tale e quale. Siamo tutti uguali e pari davanti al nostro Dio. Quando le nostre malattie sono confessate in maniera reciproca ci sentiamo sollevate, la esperienza di sofferenza e il dolore sono meno gravi, avviando così la guarigione perché non ci sentiamo più soli, non siamo più soli a portare il peso della colpa e del peccato, ma insieme nel portare quel peso di malattia che ci aveva tormentato continuamente. La preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo ristabilirà; se egli ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati.

L’apostolo Giacomo sembrava dicendo lo stesso che se dovessimo trovare in questa situazione di parlarne agli altri. Siate confessanti, fiduciosi perché ci sono i nostri fratelli simili a noi che comprendono, che esperimentano o che forse hanno già passato la stessa situazione; per sentirvi liberati, dite che cosa vi sentite, dite entrambi dove vi sentite manchevoli perché parlandone potete avere tra di voi delle risposte che porta al ristabilimento del vostro corpo. Non dimenticate che siete tutti nella stessa condizione ma nel tempo delle prove svariate vengono inaspettate,  preparative perché  questa è la vostra vita, è il peso da portare ogni giorno.

Quando uno/a si sente che ha peccato, che confessi per acquisire la guarigione.

Ogni preghiera, ogni richiesta di guarigione è esaudita in nome della fede confessata in Cristo Gesù.La fede vissuta in comunione con gli altri è la vita eterna che ha promesso il Padre del cielo e della terra, ridona la salute perché è la medicina(cura) di ogni malattia spirituale come di un animo turbato, di un senso di colpa, di un senso di imperfezione. La nostra fede in Dio è comunitaria perché si concretizza nel nostro stare bene insieme di fronte a Lui che si fa trovare sempre quando ci sentiamo di essere bisognosi di guarigione.

Nella liturgia domenicale, la parte dell’ordine del nostro culto, in cui c’è la nostra confessione di peccato comunitaria e pubblica, è necessaria per farci rendere conto che siamo tutti uguali peccatori davanti al nostro Dio e al nostro prossimo. Così anche l’annuncio del perdono è comunitario e pubblico, è necessaria per farci rendere conto che siamo tutti uguali peccatori perdonati,  graziati davanti al nostro Dio e al nostro prossimo.

I credenti nella liturgia domenicale condividono e riconoscono il peso da portare di quell’inadempienza, l’uno per l’altro, oppure la coppia dell’altro, poi entrambi sono uno e diventano perfetti perché appartengono al signore Gesù Cristo il loro redentore che li ha resi perfetti.Questo è l’evangelo per noi che abbiamo udito la voce del Signore e ci siamo ritrovati qui in questo tempio del nostro Signore. Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha grande efficacia.

Quando l’apostolo ha posto le domande ai credenti, egli sapeva che rischiavano di trascurare questo aspetto di essere confessanti peccatori perché avevano dimenticato del loro essere peccatori ma resi giusti. Così, essi potevano avere delle difficoltà di ammettere tali che in qualsiasi momento anche se erano forti nella fede la tentazione opera dello spirito maligno è altrettanto forte che entra in gioco come era stato nella vita di Giobbe.

Questi versetti della lettera di Giacomo, mi hanno fatto riflettere a lungo soprattutto è una benedizione per noi da ricercare perché  così possiamo esserci di aiuto uno con l’altro,

nella preghiera,

nella confessione

e nella remissione dei nostri peccati.

«Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri »Secondo quello che dice la lettera di Giacomo, dovremmo essere in grado di confessarci a vicenda. Il vero senso di:«confessare i propri peccati » vuol dire non solo ammettere il peccato ma assumersi la piena responsabilità per il peccato commesso. Questo dato di fatto è illustrato molto bene nelle pagine della Bibbia dove c’è la descrizione del primo «peccato »dell’umanità: quando Dio chiede ad Adamo se avesse mangiato il frutto proibito, egli, invece di rispondere assumendo le sue responsabilità, dà la colpa alla donna e dice«la donna che tu hai messo accanto, è lei che mi ha dato del frutto….»Gen.3,12 e quando Dio pone la stessa domanda alla donna, lei dà la colpa al serpente e dice«il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato…»Gen. 3,13. La colpa è sempre di un altro.

Spesso anche noi, facciamo cosìcome loro, riconosciamo di essere peccatori, ma la piena colpa è (la responsabilità) per quello che si è commesso non la vogliamo ammettere ci si scusa sempre con tanti ragionamenti e troviamo mille motivazioni per renderci meno colpevoli di quello che si è fatto in realtà. Ma confessando con consapevolezza e pentimento a Dio e al prossimo Dio perdona.

Questo significa che Dio perdona chi confessa umilmente i suoi peccati «Se egli ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati »e di confessare i peccati l’uno all’altro, pregando l’uno per l’altro affinché siamo guariti.

Il peccato ci allontana da Dio ma Gesù come ha profetizzato Isaia è il nostro servo del Signore si è caricato le nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e con la sua passione cancellerà tutti i nostri peccati tutto questo ha fatto per amore al fine di ottenere la nostra riconciliazione, il perdono e la salvezza. Gesù ci purifica con la sua misericordia infinita e ci restituisce alla comunione con il Padre e con i fratelli ci dona il suo amore, la sua gioia e la sua pace. Amen.

past. Joylin Galapon

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fede e l’accoglienza

Giacomo 2,1-13

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi il lezionario  ci propone un brano che l’apostolo Giacomo ha voluto trattare nella comunità di credenti d’allora. Il brano mette in evidenza il pericolo del giudizio basandosi all’apparenza. Giudicare secondo ciò che si vede e ciò che si vuol far apparire è un peccato contro tutta la legge di Dio.

Si dice l’apparenza inganna per cui  ciò che si vede con gli occhi, bello e brutto non può essere un giudizio giusto per parlare della verità. Ai credenti di allora erano stati ammoniti di essere immuni da favoritismi così sia per noi oggi secondo l’insegnamento dell’apostolo.  Significa che i fratelli credenti in Gesù Cristo devono stare attenti a non farsi influenzare dal modo di giudicare in base all’aspetto esteriore che rischia di avere  un riguardo personale.

Quando meditavo su questo brano mi è venuta in mente questo discorso di mia madre, noi figli, quando eravamo piccoli ci diceva spesso che quando si va in chiesa si deve vestire bene. Uno/a deve indossare il vestito più bello che ha. Un vestito nuovo si deve indossare prima in chiesa. Addirittura, ci sono i vestiti per la chiesa separati da quelli per tutti i giorni. Questo è vero tra alcuni filippini, ancora adesso sento  parlare di vestiti fatto apposta per la domenica, per il culto(Sunday dress), per il semplice motivo che è necessario presentarsi a Dio, al fratello e alla sorella con un aspetto presentabile, dignitoso, pulito, decente per sentirsi gradito. Tutti i membri della comunità devono  in un certo senso trovarsi e ritrovarsi in questo ordine e comprendere che questo fatto è la manifestazione della buona accoglienza.

Quindi, bisogna essere in ordine quando si va in chiesa. Lo stesso per il discorso sull’arredo del tempio in cui viene considerato come le panche devono essere tutte uguali, non devono mancare i fiori da mettere sul tavolo per la santa cena ogni domenica.

A me piace questa idea dell’essere in ordine, di sentirsi proprio in ordine per se stessa e poi per l’altra persona, di trovarsi tutto a posto nei luoghi di adunanza.

Lo stare insieme la cosiddetta ‘fellowship’  è un incontro in chiesa gradevole e piacevole nel vero senso della parola quando si vive con sincerità e autenticità.

E’ necessario dare il nostro meglio avendo questa coscienza e consapevolezza possiamo sentire un’atmosfera d’armonia. Questa è la vera bellezza che si ha in comunione con gli altri fratelli e sorelle in Cristo Gesù. Questo è quello che chiamiamo in una parola ACCOGLIENZA.

Una buona accoglienza ha un effetto molto positivo nel vivere la fede di ciascuno di noi  perciò cerchiamo di rinnovare questa nostra consapevolezza insieme, approfittando, questo momento,  per capire meglio l’insegnamento dell’apostolo Giacomo, rammentandoci(rievocandoci)  di non confondere,  e di distinguere con il proprio significato la fede,  e l’accoglienza, nonostante si intrecciano tra di loro. Perciò le piccole regolette che per me sono diventate abitudini, mi piacciono praticarle in nome di una buona accoglienza, facendomi riflettere e spingendomi di rivedere come ci comporteremo adesso con altro membro della chiesa.

Insomma, rimango al parere che per gli africani e i filippini, questo significa in fondo manifestare riverenza, rispetto e gratitudine per chi ci sta davanti: a Dio il Signore e anche per il fratello, la sorella che frequenta la stessa chiesa.

Leggendo questo brano di Giacomo credo che lui abbia veramente ragione quando lui avverte i credenti di separare o distinguere la fede e l’accoglienza per non avere il rischio di cadere(per non rischiare di cadere) nel dare dei valori nel vivere la fede.

Il pericolo che vedo in queste regole è quando gli altri non sanno bene perché alcune persone lo fanno e perché si fa così.  Quando ci sono i nuovi credenti che si sono avvicinati da poco nella chiesa potrebbe confonderli tutto questo che danno un significato come un modo di vivere la fede così potranno anche pensare di contribuire nella pratica della fede contando l’aspetto esteriore. L’immagine che si costruisce è ad esempio per far apparire qualcosa di attraente, che suscita gelosia o un riguardo o più un interesse personale.

Giacomo tratta il pericolo del giudicare l’apparenza della persona, dell’aspetto esteriore, (come Paolo che ha fatto a un accenno  sui cibi dei Romani parlando di credenti deboli e forti, ciò che abbiamo anche letto e ascoltato.)  Per noi è fondamentale rivedere questo concetto di essere per l’altro, come l’aspetto esteriore può influenzare la convivenza nella chiesa per evitare il pericolo che potrà accadere in comunità. Perciò il pericolo che affrontiamo in comunità è quando diamo più peso o priorità alla  accoglienza e viene scavalcata la fede nel Signore, ma se c’è una gestione equilibrata di entrambe può produrre una cosa buona nella convivenza, altrimenti possono emergere delle questioni di conflitto.

Ricordiamoci dunque che tutto quello che riguarda soltanto l’accoglienza buona, giusta e gradita a tutti è un fatto esteriore e estetico che quando è bello aiuta molto a creare l’atmosfera, o la condizione reciproca per far star bene.

Così ci chiarisce l’esortazione dell’apostolo Giacomo nella quale ci invita a riflettere oggi.  Egli dice «1 Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune(privo, esente) da favoritismi ». Con  l’esempio del ricco e quello povero che entravano nell’adunanza (si potrebbe dire nel nostro tempio) è semplicemente per darci l’idea che la fede non deve essere provocata dal giudizio. E’ fondamentale allora fare distinzione nella nostra comprensione tra l’accoglienza che riguarda puramente l’aspetto esteriore e la fede nel Signore che riguarda l’aspetto interiore. Consapevoli di questa  distinzione del limite potremo passare(proseguire) alla fase successiva che sta a cuore a Paolo. Egli invita tutti i lettori, che più meno tutti i credenti, di interessarsi all’aspetto interiore della fede nel Signore che deve produrre l’agire o far scaturire nel loro agire la giustizia, la pace e la gioia che aiutano a sostenere tutti gli altri credenti che compongono la comunità per la reciproca edificazione.

Ecco perché dice alla comunità di Roma «perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace, e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione». Romani 14,17-19

I pensieri degli apostoli  Paolo e Giacomo sono interessanti nel fare un confronto e trovare un collegamento tra di essi per educarsi alla giusta sensibilità nei confronti delle persone, dei fratelli e delle sorelle nella fede  in Cristo Gesù, a quelli che arrivano da un altro paese o di altri luoghi che sono portatori di costume, usanza o cultura differente dalla propria.

Gli stranieri credenti, che godono l’ospitalità da parte degli italiani in termine di tempo e spazio condividendo il luogo di culto, hanno cambiato molto l’aspetto della chiesa. Le comunità italiane ora sono cambiate, nel senso che fanno dei percorsi comuni, si sono avvicinati, si sono scambiate delle idee, si sono arricchiti attraverso la condivisione di vivere la fede. Perciò bisogna continuare a fare un percorso di conoscenza reciproca utilizzando i mezzi di comunicazione come: la lingua, la fiducia, la sensibilità e la buona volontà di ascoltare l’uno l’altro.

Nel tempo odierno, secondo la mia osservazione, le nostre chiese stanno anche riscontrando delle difficoltà proprio nella gestione dell’accoglienza a causa della scarsa formazione sulla fede e della non adeguata gestione dell’accoglienza. Quando l’accoglienza e fede sono considerate, ponderate e chiarite bene nel credente i loro significati profondi sono davvero in perfetta sintonia. L’apostolo Giacomo dice che i credenti devono essere immune da favoritismi.  Che cosa vuol dire immune? Priva, avere quella sostanza come l’anticorpo per contrastare(ostacolare) o per non essere attaccato dalla malattia di favoritismi?

La parola “immune” è molto importante per noi oggi perché secondo il pensiero di Giacomo ci avverte per non cadere alla tentazione del giudicare attraverso l’apparenza, per non commettere il peccato contro la legge di Dio che è l’amore per lui e per il prossimo. Il vero problema è quando uno vuole far apparire ciò che non lo è,  e quindi si è avvolto con ipocrisia o menzogna. Questo è contro la legge di Dio. Per Giacomo è un peccato avere atteggiamento di riguardo personale poiché è un atteggiamento che giudica, che  porta a trattare le persone in maniera differente, provocando di conseguenza soltanto l’ira, la gelosia, la rivalità, causando, poi, tristezza a chi lo subisce. Così reca divisione o conflitti in tutta la comunità.

Il credente che ricerca la pace e reciproca edificazione nel suo agire può produrre un bene comune per tutti i credenti. Quando uno è forte nella fede, e si dà la priorità di non  essere oggetto di inciampo al fratello/alla sorella che ha la fede debole, tutto diventa possibile e facile nella vita comune della chiesa. I problemi si affrontano con franchezza/autenticità/sincerità.

Si dice che l’apparenza inganna. Perciò nella comunità il credente deve combattere in sé tutto ciò che non è, e tutto ciò che suscita un giudizio negativo nei suoi confronti e simili. Gesù aveva condannato gli scribi e i farisei per l’atteggiamento/il comportamento personale che manifestavano, distinguendosi dagli altri come parlavano. Essi insegnavano gli altri la legge ma non agivano come dovrebbero essere. Gesù li ha rimproverati perché non erano coerenti al loro insegnamento. Gli scribi erano i dottori della legge, insegnavano bene i comandamenti di Dio, ma di amore per lui e per il prossimo non erano in grado di compiere perché non sapevano praticare la misericordia che Gesù aveva rivelato ai suoi discepoli.

L’apparenza non è una giustificazione valida dell’essere di una persona, come l’aspetto esteriore non può essere sufficiente per definire la bellezza di una persona.

In questo modo che Giacomo ci ammonisce ora dal pericolo di inganno, e i danni  che potremmo recare nella comunità e nella nostra comunione fraterna quando si giudica. Far apparire di essere ciò che in realtà non lo è, è contro la legge di Dio perché non è un segno d’amore, non aiuta alla crescita della comunità, non facendo bene al corpo ecclesiastico.

Leggiamo le esortazioni finali dell’apostolo Paolo ai Tessalonicesi al cap. 5 , versetti da 12 a 28:«12 Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; 13 trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. 14 Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. 15 Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. 16 State sempre lieti, 17 pregate incessantemente, 18 in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. 19 Non spegnete lo Spirito, 20 non disprezzate le profezie; 21 esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. 22 Astenetevi da ogni specie di male.
23 Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo! 25 Fratelli, pregate anche per noi. 26 Salutate tutti i fratelli con il bacio santo. 27 Vi scongiuro, per il Signore, che si legga questa lettera a tutti i fratelli. 28 La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi.

Galati 6,10: «facciamo del bene a tutti e specialmente ai fratelli in fede» e leggiamo nella  lettera agli Ebrei cap 12,1-3« Anche noi, dunque poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che CREA la fede e la Rende perfetta.

 

Tutto questo significa che Dio ci ha dati quest’occasione di partecipare alla sua gloria. Amen.

 

past. Joylin Galapon

 

C’è una nuova vita

Marco 9: 14-29

È difficile tornare nella realtà dopo una bella esperienza. È bello avere dei momenti che incoraggiano, ma poi bisogna mettere in pratica ciò che si è vissuto e per lo più questo risulta una delusione. Dopo le vacanze uno deve ricominciare con la vita di ogni giorno e subito si deve confrontare con le difficoltà di sempre, con nuove forze, ma le difficoltà sono quelle di sempre e hanno il potere di scoraggiare, di togliere la nuova linfa. Così anche Gesù, che ha vissuto un momento intenso sul monte della trasfigurazione, quando scende si deve subito confrontare con la realtà di ogni giorno. Difficile non pensare ad un’altra discesa dopo un incontro con Dio, che risultò anche esso essere una constatazione deludente dell’incredulità crescente, Mosè che scende dal Sinai e trova il popolo intorno al vitello d’oro.

Subito dopo la discesa del monte della trasfigurazione Gesù si trova in mezzo alla folla, dove i suoi discepoli hanno vissuto un momento umiliante, non erano stati capaci di scacciare lo spirito immondo dal ragazzo. In più Gesù si rivolge a loro dicendo: o generazione incredula, forse lo dice anche al popolo, almeno la parola generazione lo fa supporre. Generazione incredula! Due volte uno schiaffo in faccia ai discepoli, prima perché non erano in grado di scacciare lo spirito immondo, poi questo rimprovero da parte di Gesù. Un chiaro monito a noi che ci chiamiamo cristiani. La nostra fede è racchiusa in non so quanti libri, ma siamo una generazione incredula. Non capaci di scacciare le potenze del male che ci assalgono, non capaci di spezzare il potere delle potenze negative che regnano in questo mondo.

In questo testo non si tratta dei dubbi della fede (anche se spesso e volentieri si parla dei dubbi della fede in relazione con questo testo). E poi i dubbi non fanno sempre male. I dubbi talvolta possono essere sani, in quanto ci portano ad approfondire le questioni della fede, a confrontarci con esse, e quindi possono anche contribuire a una crescita della fede. In più il contrario della fede non è l’incredulità, un non credere in certi concetti. Fede ha a che fare con la fiducia. L’incredulità è la mancanza di fiducia. Credere non è sapere a memoria delle regole, ma è avere fiducia nelle promesse di Dio. La fiducia è minata dalla paura, la paura non si fida di ciò che sta intorno a qualcuno. Basta pensare all’epoca in cui viviamo, piena di paure. I dati dicono che non c’è un’invasione di immigrati, infatti nei primi mesi di quest’anno sono arrivati molti meno immigrati, i dati dicono che non c’è un’invasione di musulmani, infatti il 53% degli immigrati in Italia sono cristiani, ma la paura c’è. Non ci si fida. Questo concetto della paura che è il contrario della fede, è reso vivo da un versetto della 1 Giovanni 4: Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paurateme un castigo. Quindi chi ha pauranon è perfetto nell’amore (vs 18). Vi invito a leggere al posto della parola ‘amore’ la parola ‘fede’: Nella fede non c’è paura; anzi, la fede perfetta caccia via la paura, perché chi ha paurateme un castigo. Quindi chi ha pauranon è perfetto nella fede. Fa riflettere …

Nel brano che abbiamo sentito c’è un ragazzo che è dominato da uno spirito. Sono stati scritti tanti saggi sulla malattia di questo ragazzo. Posso sbagliarmi, ma secondo me è chiaro che si tratta di epilessia. Infatti leggiamo prima: uno spirito muto lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido,e dopo ancora: lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. L’evangelista Marco di solito non è così dettagliato (è l’evangelo più breve), quindi qui non vuole lasciare dubbi. In quell’epoca questa malattia era conosciuta. Marco vuole sottolineare un aspetto particolare di questa malattia, l’aspetto demoniaco. Per lui non è una semplice malattia. C’è di più. Molto di più.

Pare che lo spirito ha preso talmente possesso del ragazzo che non si distinguono più le azioni del giovane e di questo spirito. Il giovane non è più capace di vivere la sua vita. Quando finalmente questo spirito si arrende, il ragazzo è come morto per terra, ma dopo ha di nuovo la sua autonomia, è di nuovo padrone dei suoi movimenti e delle sue azioni e parole. Qui traspare una prima risposta alla domanda che i discepoli si erano posti sul significato della risurrezione dei morti, quando dopo il ritorno dal monte della trasfigurazione Gesù accenna alla risurrezione dei morti.  Una prima risposta: c’è una nuova vita, senza spiriti maligni.

La preghiera per la fiducia o la fede è la chiave che conduce allo spezzare del potere di questo spirito. Il potere di ciò che distrugge un essere umano è spezzato da Dio, che agisce qui in e per mezzo di Gesù. Si assiste qui a una anticipazione di ciò che più tardi succederà con la resurrezione di Gesù: Nuova vita! Ecco perché si può dire che con questo racconto si ha una prima risposta alla domanda dei discepoli, chesignifica quel resuscitare dei morti?

Quindi è chiaro. Qui non si tratta di una guarigione miracolosa, come anche forse tutte le altre storie di guarigioni non sono delle semplici guarigioni. Qui si tratta dello spezzare, della frantumazione del potere di ciò che rende un essere umano meno di un essere umano.

E si spezza questo potere, sentite, sentite, con la preghiera! La preghiera è una forza. Dico spesso che la rivoluzione comincia con la preghiera. Cioè se una persona crede veramente in ciò che prega, sarà la prima a non intralciare la realizzazione della sua preghiera. Cioè, se una persona prega per la pace (e non dimentichiamo che l’altro giorno, il 21 settembre era la giornata internazionale della pace), sarà forse non proprio la prima persona ad impegnarsi concretamente per la pace (ma perché no), comunque non intraprenderà niente che possa contrastare la pace, non mette il bastone fra le ruote della realizzazione della pace, almeno così dovrebbe essere, quindi forse dobbiamo credere di più nelle nostre preghiere. Se viviamo le nostre giornate senza preghiera e senza letture bibliche, le nostre giornate scorrono lo stesso, si arriva ugualmente alla fine della giornata, ma in questo modo i giorni si vivono perlopiù come una ripetizione. Se invece si comincia la giornata con una preghiera, con una lettura biblica, la giornata acquista un altro senso, si vivono le cose che succedono in un altro modo, e si faranno altre scelte, la vita quotidiana acquista così un significato più profondo e non è più vissuta come un’eterna ripetizione. La preghiera è una cosa fondamentale, che non si può sottovalutare. Nella preghiera viviamo la promessa di Dio, nostra fonte di vita e speranza, unica vera fonte di vita e speranza.

Niente sarà impossibile per noi, se viviamo in questa potenza della preghiera. In questo modo, cioè con la preghiera, possiamo inserirci in una nuova stagione, la stagione delle promesse di Dio. È così che possiamo vivere insieme la fede, la chiesa. In questo ambito (della fede, della chiesa) ci dedichiamo alla bontà e alla grazia di Dio. Una pianta assorbe la luce del sole e dà ossigeno. Noi assorbiamo la bontà e la grazia da Dio e sperimentiamo insieme fede, speranza e amore, che pregando e agendo trasmettiamo al mondo. Senza fede c’è oscurità, senza fede ci facciamo abbattere dalle situazioni negative e dalle paure che viviamo attualmente, perché non viviamo una situazione rosea, tutt’altro. Ma quella oscurità non avrà mai l’ultima parola. Tocca a noi tenere accesa questa speranza, questo fuoco, non più il fuoco che distrugge, ma quel fuoco che infiamma i nostri cuori con le promesse e parole di Dio, quel fuoco che caccia via la paura, il nostro nemico in questi tempi, scaccia la paura, il demone del nostro tempo. La preghiera caccia via questa paura e apre i nostri cuori a una nuova vita. Amen.

pred. Greetje van der Veer

Il gesto di generosità della povera vedova

Sermone : Marco 12,41-44
Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
il vangelo di oggi ci incoraggia a dare tutto quello che possiamo, come ha fatto la povera vedova. Il Signore ci rincuora/incoraggia di donare quello che abbiamo e di mettere a servizio degli altri, quello che c’è, quello che ci è stato dato.
Gesù, in questo racconto dell’evangelista Marco, richiama l’attenzione dei suoi discepoli per la generosa offerta data da una povera vedova.
Con le parole, che il Vangelo riserva, per gli insegnamenti importanti: <<In verità vi dico…. Gesù invita i suoi discepoli a confrontarsi e a riconoscersi nel gesto generoso della vedova che non ha dato il superfluo ma << tutto quello che aveva per vivere/tutta la sua vita>>.

Il gesto della donna viene messo in risalto da Gesù, non tanto perché dona, due monetine di rame(due spiccioli che fanno un quarto di soldo cioè un quadrante), ai poveri più poveri di lei, ma, perché ha investito tutto quello che possiede ( denaro e amore) in ciò che crede.

Con la sua offerta, dimostra di amare Dio con tutta sé stessa e il suo prossimo nella stessa misura in cui, avrebbe usato quei due spiccioli, per comprarsi da mangiare.
Con il suo sacrificio silenzioso, completo e spontaneo rinuncia a tutte le sue sicurezze per affidarsi interamente alla misericordia di Dio perché con lui e in lui realizza una comunione totale dei beni.
Così il Signore ha detto: <<Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date >> (Mt. 10,8)

È nostra consuetudine dire che, molti problemi sociali, familiari o di salute, si risolvono con il denaro, allora, pensiamo che per fare la carità, occorrono molti soldi dei ricchi e non i pochi centesimi dei poveri.

Ma Gesù ha criteri diversi dai nostri e ci richiama all’attenzione dicendo che è importante condividere quel che serve e che abbiamo. Il Signore non guarda la quantità della sostanza ma la qualità; vede e legge nel cuore dove c’è la vera generosità.

Quando ci sentiamo poveri, poveri in tutti i sensi, è perché siamo poveri di speranza, di gioia, di volontà, di fedeltà, di pazienza, di capacità, in queste condizioni è difficile essere generosi perché si è tentati di pensare che non si vale niente e non vale niente, anche, quello che facciamo.
Invece il Signore ci dice che vale. Che vale tutto quello che possiamo dare con amore, perché siamo uniti a Lui e facciamo grandi cose.
Sento spesso fare questa osservazione:<< chi è povero è più propenso a dare tutto, proprio perché non ha niente da perdere, invece, chi è ricco, ha paura di perdere la sua comodità (prosperità).

Infatti ora che viviamo nell’abbondanza non condividiamo più il cibo o le cose con gli altri, invece, quando ero piccola e vivevo in campagna, tra gente povera, ci si aiutava e c’era sempre qualche pezzo di pane, o un pugno di riso, da dare a chi bussava alla porta.

La carità, generosità e condivisione, significa che, se si ha ad esempio una bella e buona torta non si deve mangiarla da soli ma con gioia va divisa con gli altri.

Gesù in questo breve episodio mette in evidenza “lo stile di vita” del regno di Dio che è quello di dare tutto sé stessi, disinteressatamente, senza riserve, con il cuore in mano, verso Dio e verso gli altri <<Vi esorto fratelli a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente>>Rom 12,1.

Seek ye first the kingdom of God and all the others shall be added unto you/<<Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più >> Matteo 6,33

Chi appartiene al Signore, ama Dio, e questo significa, essere disposti a donare tutto (persino se necessario donare la propria vita) per il bene dell’altro. L ’esempio supremo del sacrificio di sé è quello di Gesù che ha dato la sua vita per la nostra salvezza.

L’amore per Dio e per il nostro prossimo, sono i due comandamenti principali della nostra fede cristiana, vanno sempre insieme e si manifestano concretamente quando si celebra il culto.
Infatti lo scopo della raccolta delle offerte è per aiutare i bisognosi fuori e dentro la comunità.
L’altro suo aspetto fondamentale è quello che i membri sostengono con la colletta la cosiddetta fondo ministerio, le spese dei pastori i quali svolgono i compiti dell’annuncio e dell’insegnamento della Parola.

Lo scopo della colletta come dice l’apostolo Paolo non è quello di ridurci in miseria perché altri stiano bene; la si fa, per raggiungere una certa uguaglianza. Noi, che ora siamo nell’abbondanza, possiamo recare aiuto a coloro che sono nella necessità. (2 Cor. 8, 13-14 )
Gesù ci invita, ad avere il cuore di questa vedova che ama con tutta sé stessa. Lei non ha avuto l’atteggiamento di chi dice :<<Te lo do, tanto io non ne ho bisogno>> ma ha dato quel poco che aveva anche se per lei era di vitale importanza. Lei ha dato tutto a Dio e al prossimo.

La sua totale disponibilità di donare è perché ha fiducia nel Signore, sa che dipende da Lui per tutto quello che ha e che avrà.
La vedova, conosce e mette in pratica la verità che Dio è carità e consegna ogni cosa nelle sue mani misericordiose; non risparmia niente per amore, affida tutto quello che ha al Signore, perché, è sicura che Lui, lo amministrerà con giustizia.
Questa donna ci invita a ritrovare il senso del dono, non è la quantità dei soldi, ma quello che conta è il cuore con il quale ciascuno offre. <<Dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore.>>(Mt.6,21)

Gesù non condanna i ricchi, anzi riconosce il loro dono, ma fa notare( agli apostoli/discepoli) che l’offerta della vedova è grande (eccezionale) perché dona al di sopra delle sue possibilità.
Lei è sicura, non risparmia quello che ha e lo mette nelle mani del Signore perché è certa che lui lo farà fruttare.
Ai poveri è predicato la buona novella, è segno che Cristo è presente e li benedice.(“il sermone sul monte” <<Beati quelli che sono poveri….)
Dio benedice coloro che soccorrono i poveri che purtroppo sono aumentati giorno dopo giorno.
Il metro economico di Gesù non sono i soldi ma la generosità; non guarda alla somma di denaro ma al gesto del cuore e allo sforzo.
Essere discepoli di Cristo vuol dire assumersi la responsabilità che il pane (il bene ) che abbiamo ricevuto non è solo per noi stessi ma va condiviso, e si deve mettere in comunione.
Vorrei concludere la mia riflessione su questo brano, condividendo con voi la mia esperienza in questa settimana. È iniziato così lunedì scorso quando dovevo fare una cosa che ho promesso ai miei due nipoti che studiano a Manila per pagare la loro stanza che è vicino all’università in cui sono iscritti per gli studi che hanno scelto.

Quando ho fatto il controllo a casa del movimento del mio conto corrente ho scoperto due siti Uala e Gruopon che mi stavano defraudando. Sono corsa dalla banca , poi ho chiamato il numero verde per bloccare il bancomat e poi sono andata alla questura per fare la denuncia.

Mentre ero lì che aspettavo il mio turno, siccome la questura è aperta 24 su 24 ore per poter aiutare coloro che subiscono tanti e diversissimi casi di ingiustizia, arriva una telefonata a loro che una macchina è stata rubata e quindi qualcuno/un altro sta venendo a fare una denuncia. Un poliziotto che era lì mi ha detto che dovevo tornare il giorno dopo perché il caso di questa persona è più grave del mio.

Dopo due ore di attesa per me è impossibile tornare a casa, e ho insistito che non sarei tornata a casa perché dovevo concludere tutto in quella serata questa pratica perché dovrei lavorare il giorno dopo. Ho deciso di rimanere lì in silenzio, da sola poi, perché gli altri sono già andati via. Io ho aspettato finché la pratica della denuncia mi ha fatto il responsabile.

Ciò che vi voglio dire da questa esperienza, ho tratto come un insegnamento che serve qualcosa per noi credenti. L’atteggiamento della povera vedova che ha dato poco o quasi niente nella cassa per i poveri in cui la chiesa ha questo scopo e cerca di raccogliere per aiutarli è una buona opera preziosissima. Mi sono immedesimata alla donna vedova che non ha di più da dare, la sua condizione è simile a me , io che avevo solo quello che è fondamentale per me da vivere, era tutto quello che avevo. Invece ho pensato che quello che colui che apparteneva la macchina bella e lussuosa è ricco e ha anche più soldi di me.

così ho capito di più il gesto di generosità di quella donna vedova e povera. Davanti alle persone, davanti alle situazioni che ognuno/a di noi affrontiamo ogni giorno non sappiamo veramente che cosa c’è dietro a ogni storia.

Ho capito ancora di più il valore del fondo ministero per noi pastori. e quanto esso sia importante per me, condividerlo e suddividerlo anche se è poco.

Dio nostro è presente e vivo e ci insegna ogni giorno. Cerchiamoli nella nostra esperienza personale perché ci incoraggia e ci parla per proseguire alle buone opere che noi possiamo fare. I pochi soldi che spediamo per il breakfast danno molto a noi e ad altri. Ci aiutano a manifestare e condividere l’amore che è di Dio.

Vogliate ricevere l’invito del Signore a servirlo e a servire gli altri, quelli che sono meno fortunati di noi. Amen.

1

I ciechi e il muto guariti

Matteo 9,27-34;

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

oggi siamo di nuovo chiamati a riconoscere i vari aspetti significativi che ci fanno ricordare l’importanza degli occhi.

Attraverso l’uso dei  nostri occhi possiamo vedere bene e non possiamo dare per scontato la salute di questa capacità fondamentale  del nostro corpo .

I nostri occhi sono indispensabili perché servono per guidarci e portarci (servono per guidare tutto il corpo e lo rende più autonomo) verso il luogo in cui vogliamo arrivare. Anzi  con i nostri occhi  possiamo già vedere subito da lontano dove vogliamo arrivare. Così ci accorgiamo della sua grande importanza  e della ragione della sua insostituibile funzionalità  come parte integrante del corpo.

Con i nostri occhi vediamo tante cose belle o brutte che dipendono dal nostro modo di vedere e giudicare. <Beauty is in the eyes of the beholder> /<La bellezza si vede da chi la guarda>.

Sapete che ho scoperto nelle Filippine? La lapida del Colosseo nella città di Vigan. Ho letto che da lì fino qui a Roma dista 7,111 miglia. Che bello vedere e scoprire questa cosa nelle filippine!

Ci sono tanti passaggi o brani dalle Sacre Scritture che parlano dell’uso degli occhi per il bene del  corpo  e del nostro rapporto con Dio e con il nostro prossimo, del nostro percorso di  FEDE  che a seconda dello sviluppo di ogni racconto biblico notiamo la sua riflessione  alla nostra vita.  La nostra fede in Dio cresce quando il testo biblico ci parla delle esperienze di vita.

Così con la giusta funzione dei nostri  occhi possiamo avvicinarci alle varie interpretazioni di coloro che hanno avuto la fede.

Un teologo dice che  la fede ci aiuta a comprendere le cose di Dio, di come avere la fede per comprendere.

Come ad esempio Saulo di Tarso ad un certo punto della sua vita perse la vista, poi l’acquisì. Da questa esperienza  nacque una vita nuova perché ebbe avuto gli occhi nuovi per vedere ciò che Dio aveva destinato per lui come progetto di vita stessa.

Dalla sua esperienza  di cecità e dell’acquisizione della sua vista è nato un nuovo essere,  una nuova identità, chiamato Paolo. Saulo che poi era diventato Paolo attraverso il dono della fede aveva compreso tutto, che il suo passato ormai appartiene a quel tempo remoto.

Che cosa ha cambiato la sua vita? Il dono della grazia di Dio per poter vedere.

L’apostolo Paolo prima che diventasse un servitore/schiavo della parola, del vangelo di Gesù Cristo era  cieco.  Non vedeva il Dio di Cristo. Non conosceva la via del Signore. Era il persecutore dei cristiani e non vedeva Gesù come la Via, la verità e la vita. Non vedeva Gesù il Cristo! Era cieco ma Dio ha avuto pietà di lui così ha avuto la grazia di poter vedere il Salvatore.

Nel vangelo secondo Matteo Gesù visitò i due ciechi in casa. I due chiesero a lui di essere guariti dalla loro cecità. Essi riacquisirono la vista prima con la loro confessione di fede poi con il tocco della mano di  Gesù. Il racconto dei due ciechi che hanno ri-avuto la vista ci insegna come vediamo, lasciando il passato, che qualcosa è cambiata dall’intervento di Gesù, il figlio di Davide, l’inviato il portatore di salvezza  di Dio.

E anche l’uomo muto e indemoniato ebbe avuto la guarigione.

Come gli altri racconti di guarigione Gesù proibiva questi ciechi di divulgare ciò che a loro li aveva fatto ma con l’impulso della loro gioia non riuscivano a tacere.

In Marco abbiamo visto che il sordo muto dopo la sua guarigione, divulgò tutto a tutti. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessun, ma più lo vietava loro e più lo divulgavano.

Essi dicevano:  « Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li ha fatto udire, e i muti li ha fatto parlare. Marco 7,36-37. E la folla si meravigliava dicendo: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele».  34 Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni con l’aiuto del principe dei demòni».

Le reazioni della folla e dei farisei a ciò che videro/assistettero allora sono per noi fondamentale oggi.

Da chi parte siamo? Diciamo forse dalla folla. Vogliamo vedere il malato guarito.

Vogliamo vedere la guarigione di un malato, vogliamo che ogni malattia sia guarita e per di più vogliamo assistere un uomo o una donna guarire da una malattia incurabile.

La volontà di Gesù di guarire le nostre malattie deve prevalere nei nostri  cuori.

Dobbiamo gridare, invochiamo  il suo AIUTO insieme perché Dio intervenga.

La nostra fede e la nostra fiducia deve muovere il cuore di Gesù perché Dio unisca con la nostra volontà. Questa piccola fiamma di luce /fiducia deve essere visto da Gesù in noi come i due ciechi che hanno dimostrato di avere per poter vedere ancora il bene di questo mondo. Anche se siamo credenti /cristiani non vediamo sempre perché come nella lettera di Giovanni  ci ha insegnato di rivedere il nostro essere, il nostro intimo perché gli occhi che abbiamo possano vedere, e  perché ci accorgiamo anche che a volte ci allontaniamo da colui che ci dona gli occhi per vedere, che fa emergere/apparire ciò che è vero così capiamo che nello stesso tempo non vediamo.

I Farisei che assistettero ai miracoli di Gesù non videro niente di buono così dicevano: «  Egli scaccia i demòni con l’aiuto del principe dei demòni».

L’atteggiamento di disprezzo dei farisei nei confronti di Gesù sulle cose buone che egli faceva  sono esempi per noi ora quanto prevale l’affare dello Spirito  maligno nel mondo.

Perciò nella prima lettera di Giovanni (ciò che abbiamo ascoltato) si nota che il mondo è visto bene o male a partire dal nostro essere, quell’aspetto(quella parte) di noi stessi che ha bisogno di essere purificato.

Gli occhi vedono il male quando nell’essere dell’uomo è assunto dall’oscurità che si è avvolto. Così, si può già dire che ogni singolo o  ogni individuo è un mondo a sé.

Il Signore Gesù Cristo ci ha rivelati questi due mondi: il mondo delle tenebre e quello della luce. Chi non ama odia. Chi odia non ama. Chi nell’oscurità odia e non ama il fratello. Colui che ama non odia il fratello. La prima lettera di Giovanni ci porta a guardare bene la realtà in cui dobbiamo camminare perseverando a perseguire il nostro cammino con la luce che abbiamo e portiamo. Gesù ci ha donato la sua luce per vedere ciò che è amore.   Badiamo a noi stessi e non trascuriamo il dono dell’amore fraterno che è l’affetto che  scaturisce dal profondo del nostro cuore. La vera conversione è quel sentimento che sente di volere il bene dell’altro.

Noi non siamo più ciechi il Signore ci ha donato gli occhi per vedere la realtà donandoci  la fede. Sì, perché ci ha fatto vedere che in lui possiamo riacquisire la nostra vista. I nostri occhi sono rivolti a lui sempre perché ci dia l’illuminazione, la luce che abbiamo bisogno per guardare la realtà.

 

Dio deve intervenire allora per darci oggi dei nuovi occhi per vedere e comprendere pienamente la strada su cui percorrere, sia singolarmente che collettivamente.

Come può cambiare la nostra vita quando acquisiamo i nostri nuovi occhi (gli occhiali della fede)?. Con essi, con l’uso che ne facciamo, possiamo sentirci vivi ed illuminati, sperimentando e possedendo quella luce che diceva Giovanni nella sua lettera.  L’uomo credente , chi  crede nel Signore, può vedere le cose di Dio perché gliele rivela.Saper riconoscere o accorgersi del bisogno dell’altro è un compito prezioso del cristiano.

Sorvegliare /Vedere il bisogno dell’altro e le cose preziose nel mondo da tenere conto per sostenere la continuità della vita è il compito del cristiano. Quanto prezioso per noi oggi questo dono dei nostri occhi per poter vedere bene le cose che dona Dio ogni giorno.

Dobbiamo però invocare gridando di avere pieta di noi perché possiamo vedere la luce.

Amen

past. Joylin Galapon