L’arrivo dello sposo

Matteo 25, 1-13(la parabola delle dieci ragazze)

Allora, il regno dei cieli sarà paragonata a dieci ragazze che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di queste erano stolte e cinque avvedute. infatti, quelle stolte, prese le loro lampade, non presero con sé l’olio. Invece, quelle avvedute, presero le loro lampade e l’olio in vasetti. Siccome lo sposo tardava, furono colte tutte dal sonno e si addormentarono. A mezzanotte ci fu un grido. ecco lo sposo: uscite (gli) incontro! Allora tutte quelle ragazze se svegliarono e prepararono le loro lampade. Quelle stolte dissero a quelle avvedute. Dateci dell’olio vostro, perché le nostre lampade si spengono. Ma quelle avveduto risposero: sicuramente non ve ne sarebbe a sufficienza per noi e per voi. Andate dai veditori piuttosto e compratevene. Mentre queste andavano a comprare venne lo sposo, e quelle che erano pronte entrarono con lui alle nozze e la porta fu chiusa. Infine arrivarono anche le altre ragazze dicendo: Signore, aprici! Egli in risposta disse: Vi assicuro non so chi siete. State in guardia, dunque non sapete il giorno, né l’ora.

Sermone:

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi è l’ultima domenica di Pentecoste. I pastori e i teologi che hanno redatto il nostro lezionario annuale ‘un giorno una parola’ hanno scelto La parabola delle dieci ragazze per concludere questo tempo liturgico prima dell’avvento.

Dio permettendo, se saremo ancora in vita, ognuno e ognuna è invitato a preparare e a creare in sé un’atmosfera festosa, gioiosa e accogliente nel fronteggiare il tempo di attesa del dono di Natale, che si manifesta con la nascita di un bambino, chiamato Gesù.

Noi che siamo presenti qui oggi siamo invitati a riflettere la conclusione di un tempo dato e donato, preceduto da una lunga e altrettanto breve attesa, per capire l’intento di Dio, che è sempre fedele alle sue promesse e ricorda all’uomo perduto di tornare da lui, di svoltare verso la via diritta e giusta prima del giudizio finale.

Ci chiediamo: Sarà solo per i credenti? Nel libro della vita dei credenti abbiamo questa testimonianza che coloro che hanno ricevuto la fede e il talento devono rendere conto a ciò(una specie di rendicontazione dei beni ricevuti nella parabola dei talenti). Quindi, conta soprattutto alla responsabilità personale.

È molto chiaro in questa parabola delle dieci vergini che erano loro le responsabili di mantenere più viva la luce della loro lampada mentre aspettavano l’arrivo dello sposo. Come ascoltiamo dal racconto nessuna delle vergini aveva vegliato. Però, che siano state pronte o meno, avere abbastanza olio riservato nel vasetto per tenere accese le lampade significa aver avuto cura di ciò che poteva accadere in qualsiasi momento. Pertanto, nel momento critico, non è possibile sfruttare l’avvedutezza e la prontezza del prossimo minuto: ciascuno deve assumersi la propria responsabilità di porre rimedio (data l’ora notturna, l’ultimo minuto è escluso). È sempre meglio essere preparati.

Chi di noi, è così saggio a capire il senso del vivere dell’uomo in questa parabola? Le testimonianze dalle Sacre Scritture sul giudizio sui diversi modi di vivere dell’uomo sono tante. Il progetto di vita che propone il Signore tramite le Sacre Scritture è credere in lui, operare nel mondo vivendo il suo dono di fede e talento dandone frutto. Così ci invita oggi a vegliare, a preparare operandosene, impegnandosene nel tempo fino a quando il suo giudizio finale verrà.

Nel vangelo di Luca al cap. 17 versetti dal 26 al 30 abbiamo letto e ascoltato: “26 Come avvenne ai giorni di Noè, così pure avverrà ai giorni del Figlio dell’uomo. 27 Si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, si andava a marito, fino al giorno che Noè entrò nell’arca, e venne il diluvio che li fece perire tutti. 28 Similmente, come avvenne ai giorni di Lot: si mangiava, si beveva, si comprava, si vendeva, si piantava, si costruiva; 29 ma nel giorno che Lot uscì da Sodoma piovve dal cielo fuoco e zolfo, che li fece perire tutti. 30 Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo sarà manifestato.”

Di fronte a questi testi biblici che narrano gli episodi accaduti prima del tempo primordiale, mi trovo a dover riflettere sulle loro correlazioni alle esperienze che stiamo vivendo oggi. La tragedia accaduta nel tempo di Noè ha un grande insegnamento per noi. Egli con la sua famiglia e alcuni animali furono salvati perché fu una persona onesta e incorruttibile agli occhi di Dio. Pensando invece la vita di Giobbe. Nella tragedia che ha sofferto, ha dovuto affrontare come vivere la realtà in questo mondo, e quante esperienze di sofferenza e gioie ancora da sperimentare.
Che cosa pensiamo all’annuncio biblico della seconda venuta del Signore? Quanto è l’effetto per noi del messaggio? Com’è l’impatto dei testi biblici al riguardo? Giorno per giorno, ci impegniamo con la consapevolezza di vivere la nostra vita come Lot, Noè, e Giobbe?

Una cosa è certa: non possiamo dire che crediamo al 100% a questo messaggio del giudizio della seconda venuta del Signore, perché si dimostra quanta serietà applichiamo nel vivere la nostra vita quotidiana. La prova della piena fede nel Signore è credere vivendo ogni giorno nella speranza che in qualsiasi momento può essere l’ultimo momento. Il vero vivere dell’uomo è scandito di gioia e di dolore, ciò che è aspettata e inaspettata. L’arrivo del padrone di casa, nell’ora che nessuno se lo aspetta, è una sorpresa! Qui, dunque, possiamo troviamo un parallelismo con l’arrivo dello Sposo in questa parabola delle dieci vergini e il carattere improvviso della venuta del Figlio dell’uomo che ci invita entrambi di essere fedeli e vigilanti, di non trascurare le cose affidate, di non maltrattare i nostri vicini, i compagni collaboratori del padrone.

Che cosa vuol dire per noi questa parabola? Siamo pronti alla venuta dello Sposo? Siamo pronti ad accogliere il Figlio dell’uomo? Hai riservato l’olio per il tempo di attesa?

Cara sorella e caro fratello, in quale situazione vorresti essere trovato dal Signore quando arriva il tempo di giudicare il mondo intero? E il momento in cui esprimerà il suo giudizio a te? In questo momento l’evangelo ci chiede se siamo dalla parte di quelle cinque vergini avvedute o di quelle stolte che non avevano conservato l’olio sufficiente per le loro lampade e che a causa del ritardo dell’arrivo dello Sposo erano andate a cercare dov’è comprarlo?

La parabola delle dieci vergini tratta un’immagine che mette in evidenza che ciò che è stato fatto, viene considerato, e ciò che non è stato fatto per aver trascurato la preparazione, viene tralasciato. Le cinque vergini che non avevano l’olio sufficiente erano tagliate fuori, non potendo più recuperare ciò che è stato perso.
Gesù ci rammenta in Matteo 7, 26 “[…]Chi ascolta la mia parola e non la mette in pratica è come un uomo che aveva costruito la sua casa sulla sabbia […]”. Cerchiamo di evitare i nostri atteggiamenti di trascuratezza e prendere invece serio la parola dell’evangelo. Laddove il credente dimostra di aver capito, appreso e afferato gli insegnamenti si vedranno dei frutti che determinerà la sua propria salvezza.

L’attesa del giudizio è quello su cui dobbiamo concentrare nel investire il nostro tempo o richezze in servizio al Signore. Non come l’uomo della parabola “il ricco e Lazaro” in Luca 16,19-31 “ […] l’uomo ricco disse disse ad Abraamo: Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinchè li avverta, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento” – ove il pentimento è giunto al termine del giudizio di Dio, non potendo salvare la sua propria anima, cerca di avvisare i suoi altri fratelli nel non commettere i suoi stessi errori che pur avendo tutte le ricchezze materiali, ha dimenticato la più importante: una relazione personale con Dio.

Ritornando al nostro testo biblico, quando arrivarono in ritardo le altre cinque ragazze, le donne stolte, hanno perso l’unica opportunità di incontrare il Signore. Se noi non siamo preparati in ogni momento del suo ritorno o della nostra morte avremo perso l’unica opportunità che Dio ci da per avere la salvezza in Cristo e partecipare nel suo regno eterno.

Egli riconosce, chiama per nome coloro che lo riconoscono. In Gv.10,11, Egli disse: “io sono il buon pastore, il buon pastore dà la sua vita per le pecore” e altrettanto il suo rammento a coloro che non lo riconoscono “Chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini anch’io rinnegherò lui” – Mt.10,33; Lc.12,9

E’ essenziale che la predicazione del vangelo arrivi in tutte le nazioni per la salvezza dell’umanità, non dobbiamo rimanere soltanto con la parola, ma anche con le azioni. “Professano di conoscere Dio ma lo rinnegano con i fatti” – Tito 1,16

Nell’attesa del suo ritorno, chiediamo il Signore di donarci l’olio affinché non si spengano le nostre lampade e ponendo questa domanda: Come ti senti con la tua preparazione quotidiana o relazione con Dio per riceverlo nel suo ritorno o nel ritrovarti davanti a lui? Amen.

Past. Joylin Galapon

Il vaso di alabastro

Matteo 26: 6-13

Maria di Betania unge il capo a Gesù
6 Mentre Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso, 7 venne a lui una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato di gran valore e lo versò sul capo di lui che stava a tavola. 8 Veduto ciò, i discepoli si indignarono e dissero: «Perché questo spreco? 9 Quest’olio si sarebbe potuto vendere caro e dare il denaro ai poveri». 10 Ma Gesù se ne accorse e disse loro: «Perché date noia a questa donna? Ha fatto una buona azione verso di me. 11 Perché i poveri li avete sempre con voi, ma me non mi avete sempre. 12 Versando quest’olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13 In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato questo vangelo, anche ciò che ella ha fatto sarà raccontato in memoria di lei».

 

Fratelli e sorelle mi è sempre piaciuto poco questo brano del Vangelo,

proprio perché non mi ha mai colpito favorevolmente non l’avevo mai studiato a fondo prima della preparazione di questo sermone mi è sempre sembrato molto al di fuori della mia mentalità di credente evangelico e, senza paura di sbagliarmi, molto al di fuori del sentire di tanti altri credenti evangelici.

L’immagine dell’olio odoroso versato sul capo di Gesù (o sui piedi come in un passo analogo del vangelo di Luca) richiama inevitabilmente alla mente una analoga cerimonia della liturgia cattolica.

Lo stesso utilizzo di un unguento prezioso possiamo inevitabilmente associarlo alle tante manifestazioni di ricchezza esteriore che i nostri confratelli cristiani (non solo i cattolici ma anche gli ortodossi) utilizzano in cattedrali, chiese e liturgie, dove lo sfarzo e l’ostentazione è sempre grande e molto accentuato.

Nella nostra mente, ma soprattutto attorno a noi, nelle nostre chiese così essenziali se non addirittura spoglie di arredi e abbellimenti ci troviamo a disagio con questi orpelli.

Generazioni di evangelici, partendo da Valdo e dai primi seguaci di Lutero ad oggi, passando per Wesley ed i primi metodisti ma anche per gli Svizzeri calvinisti e i quaccheri americani, dagli anabattisti del XVI secolo ai battisti attuali tutti loro hanno insegnato al mondo ed hanno vissuto la propria fede nella semplicità e nell’interiorità molto più che nell’ostentazione di gioielli e paramenti.

Detto in parole povere questo vaso di alabastro pieno di olio profumato a me non è mai andato giù !!!

Qualche domenica fa ho sentito un sermone su questo stesso brano e devo dire onestamente che neanche quel predicatore era riuscito a convincermi del tutto e così ho deciso di prendere alcuni commentari ed iniziare a studiare, oggi voglio proporvi queste riflessioni.

Come accennato all’inizio questo episodio della vicenda terrena di Gesù è presente in diversi racconti evangelici, ovviamente con sfumature differenti. In Matteo, il brano che stiamo analizzando oggi, Gesù è a Betania e la donna che versa l’olio sul suo corpo non ha un nome; nel vangelo di Luca invece la donna (sempre anonima) è definita come una peccatrice ed oltre ad ungere i piedi e non il corpo glieli asciuga con i capelli piangendo. Nel vangelo di Luca il racconto è molto simile a quello da noi letto in Matteo.

L’episodio nella versione raccontata dal vangelo di Giovanni avviene invece in casa di Lazzaro poco prima della Pasqua e la donna che unge i piedi e li asciuga con i propri capelli è Maria la sorella di Marta famosa per un altro episodio biblico che tutti noi ricordiamo, che non può certo essere definita “peccatrice” secondo il significato che ne danno i vangeli sinottici. Non ci sono invece differenze nella reazione che i presenti (fra cui i discepoli) hanno al gesto della donna, in tutti e quattro i brani la condanna è unanime, in Giovanni si specifica anche il principale contrario al gesto.

 Possiamo infatti leggere:

 Ma Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse:  5 «Perché non si è venduto quest’olio per trecento denari e non si sono dati ai poveri?» 6 Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e, tenendo la borsa, ne portava via quello che vi si metteva dentro.

A prescindere da questa puntualizzazione su Giuda la risposta di Gesù è sempre la medesima: “Poiché i poveri li avete sempre con voi; ma me, non mi avete sempre”.

Le differenze fra i vangeli sono quindi poche anche se significative, l’unzione del corpo e non soltanto dei piedi può evidenziare un legame con l’unzione dei re di Israele che venivano appunto unti e da cui l’espressione “unto dal Signore” a significare appunto la consacrazione di una persona a Dio.

Ungere il corpo di una persona richiama anche i riti di sepoltura (che da lì a pochi giorni si sarebbero effettivamente svolti nei riguardi del corpo di Gesù crocifisso) che prevedevano appunto l’unzione con oli profumati dei corpi.

L’unzione dei soli piedi la immaginiamo invece come un atto di sottomissione e appunto di riconoscimento della superiorità della persona a cui viene fatto il lavaggio, questo è l’aspetto che ancora oggi troviamo in alcune liturgie religiose cristiane.

La risposta di Gesù nella sua semplicità è come sempre avviene con le sue parole precisa e provocatoria allo stesso tempo ma a mio avviso non risolve i dilemmi “protestanti” che questo racconto si porta dietro. Perché a fronte della presenza dei bisognosi dobbiamo utilizzare del denaro per una forma di adorazione che rimane fine a se stessa?  Gesù stesso ci ha più volte ammaestrato sul fatto che un aiuto dato ad un povero vale come se lo si fosse fatto a lui. Un celebre racconto sul giudizio è centrato appunto su questo presupposto.

Sempre in Matteo al cap.25: Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiam veduto aver fame, e ti abbiam dato da mangiare? o aver sete, e ti abbiam dato da bere? Quando mai t’abbiam veduto forestiere, e ti abbiam accolto? o ignudo, e ti abbiam rivestito? Quando mai ti abbiam veduto infermo, o in prigione, e siamo venuti a trovarti? E il Re, rispondendo, dirà loro: in verità, vi dico che, in quanto l’avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me.

Ecco il mio animo protestante è sicuramente più vicino a questo insegnamento che al vaso di alabastro e all’olio profumato. Le critiche dei discepoli sono sicuramente anche le mie, e proprio da queste mie critiche che ho iniziato a leggere e studiare alcuni commentari per cercare di capirci di più.  Credo di aver compreso che il versetto chiave del brano sia il seguente: “ma me non mi avete sempre”

La presenza di Gesù fra gli uomini in forma umana è ed è stata una eccezione, una bellissima eccezione ovviamente, una eccezione da cui tutti noi cristiani deriviamo. La presenza di Gesù fra le genti di Israele 2000 anni fa ha fatto avvicinare a Dio milioni di persone, ha cambiato il mondo come era è l’ha condotto, nel bene e nel male, a quello che è oggi. La presenza di Gesù fra gli uomini ha portato noi in questa comunità oggi passando attraverso i nostri padri, le nostre madri e tutti i nostri avi fino a quei giorni passati in un filo che ci lega direttamente alla sua persona in carne ed ossa. Quelli erano giorni speciali. Senza nulla togliere a noi credenti del XXI secolo che abbiamo creduto senza aver visto, abbiamo fede senza aver toccato,leggiamo di guarigioni senza averne viste dal vivo, studiamo miracoli a cui non siamo stati presenti, senza nulla togliere a noi appunto non possiamo negare che quelli siano stati appunto giorni speciali.

Giorni irripetibili in cui la presenza fisica, reale, pulsante del Salvatore fra gli uomini era la promessa del Signore Presenza incarnata e visibile. In quest’ottica e solo in questa ottica posso capire il vaso di alabastro e il profumo.  Erano giorni fuori dall’ordinario e irripetibili, erano i giorni in cui tutto prendeva vita, era il tempo in cui un progetto, il progetto di Dio per gli uomini e le donne, ripartiva e ripartiva con un testimone d’eccezione: Gesù il figlio di Dio fatto uomo.

Giorni di venuta che proprio la festa di Natale nel cui periodo di avvento stiamo per entrare ricordano.

Quei giorni però sono passati e finché non torneranno rimarrà con noi il ricordo di un insegnamento e di queste parole: “Poiché i poveri li avete sempre con voi”. Parole che sono la nostra guida per seguire la via che Gesù ci ha insegnato, parole che ci chiedono, e qui torna il protestante che è in me e sono sicuro anche in voi, di adorare il Signore ed il Suo figlio unigenito in fatti concreti e tangibili e non in parole ed azioni liturgiche tanto belle quanto vuote.

////Parole che proprio in questi giorni di festa ///

//Parole che proprio in questi giorni che ci portano verso le vacanze

////ma festa non per tutti///

//ma vacanze non per tutti

//si fanno più forti e colpiscono maggiormente i nostri cuori, parole che ci ricordano //che il 15 Agosto o il 25 Dicembre i poveri sono sempre lì:

Parole che in questi giorni la televisione, i giornali ed internet ci sbattono in faccia continuamente,ci mosrano chi vive e soprattutto muore in mare, //chi muore di freddo nelle strade di Roma e delle altre città d’Italia, le immagini di //chi è bloccato alle frontiere del nord Italia e di chi non sopravvive alla traversata //delle alpi per passare in Francia.

Immagini di anziani lasciati soli e di famiglie con le mense assistenziali come unica risorsa. “Poiché i poveri li avete sempre con voi”.

Parole che ricordano a tutti noi quello che ci siamo impegnati a testimoniare ed a fare per cercare di essere fedeli al messaggio di Gesù Cristo, l’uomo, il Signore, il Salvatore che tanti anni fa una donna ha omaggiato ed adorato con dell’olio prezioso e che noi possiamo omaggiare ed adorare oggi con una colazione ad un bisognoso, un pacco di viveri a chi ne ha bisogno un regalo ad un bambino, una carezza ad un anziano solo.

Perché questo è oggi il nostro vaso di alabastro, noi uomini e donne del XXI secolo che si riuniscono in queste nostre piccole comunità. Questo è il modo che abbiamo di onorare il nostro Signore e Salvatore, non con l’olio sui capelli, il corpo, i piedi Ma con un impegno forte e costante verso coloro che noi tutti abbiamo intorno a noi e che questa società è ben lungi da aiutare in modo efficace. Signore ti ringraziamo per la tua parola, ti preghiamo che il commento ad essa sia stato fedele al tuo pensiero e non sia stato usato e distorto da chi ha avuto il compito di portarlo alla tua comunità. Fa che essa ne tragga giovamento e sprone per l’impegno che essa si e’ assunta in questa nostra società.

Perdonaci se così non è stato e dacci la forza per continuare l’opera della tua volontà

Amen

Enrico Bertollini

 

Matthew 26: 6-13

The Anointing at Bethany

6 Now while Jesus was at Bethany in the house of Simon the leper, 7 a woman came to him with an alabaster jar of very costly ointment, and she poured it on his head as he sat at the table. 8 But when the disciples saw it, they were angry and said, “Why this waste? 9 For this ointment could have been sold for a large sum, and the money given to the poor.” 10 But Jesus, aware of this, said to them, “Why do you trouble the woman? She has performed a good service for me. 11 For you always have the poor with you, but you will not always have me. 12 By pouring this ointment on my body she has prepared me for burial. 13 Truly I tell you, wherever this good news is proclaimed in the whole world, what she has done will be told in remembrance of her.”

 

Brothers and sisters, I have never liked this passage of the Gospel very much,

And since it has never struck me favourably, I have never studied it thoroughly before the preparation of this sermon.

 

It has always appeared very distant from my mentality as an evangelical believer and, without fear of contradiction, very far from the feelings of many other evangelical believers.

 

The image of the odorous oil poured on the head of Jesus (or on the feet as in an analogous passage of the Gospel of Luke) inevitably brings to mind an similar ceremony of the Catholic liturgy.

 

We inevitably associate the use of a precious ointment with the many forms of external display of wealth that our Christian brothers (not only Catholics but also Orthodox) use in cathedrals, churches and liturgies, where pomp and ostentation is always great and very accentuated.

In our mind, and around us, in our churches so essential, if not even bare of furniture and embellishments, we find ourselves uncomfortable with these frills.

 

 

Generations of evangelicals, starting with Valdo and the early followers of Luther to date, passing through Wesley and the first Methodists but also the Swiss Calvinists and American Quakers, and through the 16th century Anabaptists to the current Baptists,

 

all of them taught the world and lived their faith in simplicity and interiority much more than in the display of jewels and vestments.

In short: I really don’t like this alabaster jar full of perfumed oil !!!

 

 

A few Sundays ago, I listened a sermon on this same passage and I must honestly say that not even that preacher managed to convince me completely, so I decided to take some commentaries and start studying: today I wish to share with you these reflections.

As mentioned in the beginning, this episode of the earthly story of Jesus is present in various passages of the Gospel, with different nuances.

 

In Matthew, the passage we are analyzing today, Jesus is in Bethany and the woman who pours oil on her body does not have a name;

in the Gospel of Luke, however, the woman (still anonymous) is defined as a sinner, anoints the feet and not the body, and also wipes them with her hair while she is crying.

In Luke’s Gospel the story is very similar to the one we just read in Matthew.

 

In the Gospel of John, this episode takes place instead in the house of Lazarus shortly before Easter and the woman who anoints the feet and dries them with her own hair is Mary, the sister of Martha, famous for another biblical episode that we all remember, and who certainly cannot be called a “sinner” according to the meaning given by the synoptic gospels.

 

There are instead no differences in the reaction of people present (including the disciples) have to the gesture of the woman: in all four passages the condemnation is unanimous, in John the person most contrary to the gesture is also indicated.

 

We can indeed read (John 12:4-6):

 

4 But Judas Iscariot, one of his disciples (the one who was about to betray him), said, 5 “Why was this perfume not sold for three hundred denarii and the money given to the poor?” 6 (He said this not because he cared about the poor, but because he was a thief; he kept the common purse and used to steal what was put into it.)

Regardless of this clarification on Judas, Jesus’ answer is always the same:

 

 

“You always have the poor with you, but you do not always have me”.

 

The differences between the gospels are therefore few, though significant.

 

The anointing of the body and not just the feet maybe intends to highlight a link with the anointing of the kings of Israel, from which derives the expression “the Lord’s anointed”, which means the consecration of a person to God.

 

Anointing the body of a person also recalls burial rites, which contemplated the anointing with perfumed oils of the bodies (which indeed will take place  a few days later in relation to the body of Jesus crucified).

 

Instead, we imagine the anointing of the feet alone as an act of submission and of recognition of the superiority of the person being washed: this is the aspect that we still find today in some Christian religious liturgies.

 

 

The answer of Jesus in its simplicity is, as always happens with His words, precise and provocative at the same time – but in my opinion does not solve the “protestant” dilemmas of this episode.

 

 

Why, if the poor exist, must we use money for a form of worship that is an end in itself?

 

 

Jesus himself has repeatedly taught us that help given to a poor person is as if it had been done to Him.

 

A famous story about judgment is centred precisely on this assumption.

 

Still in Matthew, chapter 25:

 

37 Then the righteous will answer him, ‘Lord, when was it that we saw you hungry and gave you food, or thirsty and gave you something to drink? 38 And when was it that we saw you a stranger and welcomed you, or naked and gave you clothing? 39 And when was it that we saw you sick or in prison and visited you?’ 40 And the king will answer them, ‘Truly I tell you, just as you did it to one of the least of these who are members of my family,[g] you did it to me.’

 

 

Here my Protestant soul is certainly closer to this teaching than to the alabaster jar and the perfumed oil.

 

 

The criticisms of the disciples are surely also mine, and so I decided to start from these criticisms to  read and study some commentaries to try to understand more about them.

 

I think I understood that the key verse of the piece is the following:

 

“but you do not always have me”

 

The presence of Jesus among men in human form is and has been an exception, a beautiful exception of course, an exception from which all of us Christians derive.

 

The presence of Jesus among the peoples of Israel 2.000 years ago brought millions of people closer to God, changed the world as it was and led it, for better or for worse, to what it is today.

The presence of Jesus among men has brought us into this community today, through our fathers, our mothers and all our ancestors up to those past days in a thread that binds us directly to His person in flesh and blood.

 

 

Those were special days.

 

Without detriment from us believers of the 21st century, who have believed without having seen, who have faith without having touched, who read about healings without having seen them live, who study miracles to which we have not been present,

 

without taking anything away from us, we cannot deny that those were special days.

 

Unrepeatable days in which the physical, real, pulsating presence of the Saviour among men was the promise of the Lord,

incarnated and visible presence.

 

From this point of view and only in this light can I understand the alabaster jar and the perfume.

 

Those were days out of the ordinary and unrepeatable, those were the days when everything came to life, it was the time when a project – God’s plan for men and women – started anew, and started anew with an exceptional witness: Jesus the Son of God made man.

 

Days of coming remembered by Christmas Holiday, in which we are about to enter with the period of Advent.

 

But those days have passed.

 

and until they return will remain with us the memory of a teaching and of these words:

 

“For you always have the poor with you”.

 

These words are our guide to follow the ways that Jesus taught us, these words that request us – and here comes back the Protestant in me and I am sure in you too – to worship the Lord and His Only-begotten Son in concrete and tangible deeds and not just in words and liturgical actions, as beautiful as they are empty.

 

 

//// Words that in these days of celebration ///

 

// Words that in these days that lead us to holidays

 

//// but not party for everyone ///

// but not holidays for everyone

 

// become stronger and more deeply affect our hearts, words that remind us // that on August 15 or December 25 the poor are always there:

 

Words that these days the television, the newspapers and the internet are constantly shoving in our face,

showing us who lives and especially dies at sea,

 

// those who die of cold in the streets of Rome and other Italian cities, those who are stuck at the borders of northern Italy and those who do not survive the crossing // of the Alps to enter France.

 

 

Old people left alone and families with charity food pantry and canteens as their only resource.

 

“For you always have the poor with you”.

 

Words that remind us all of what we are committed to witnessing and doing to try to be faithful to the message of Jesus Christ,

 

the man, the Lord, the Saviour who many years ago a woman has honoured and worshipped with precious oil and who we can honour and adore today with a breakfast for the poor, a package of food parcel for those who need, a gift to a child, a caress to an elderly person alone.

 

 

Because this is our alabaster jar today, of us men and women of the 21st century who gather in these small communities of ours.

 

This is the way we have to honour our Lord and Saviour, not with oil on the hair, the body, the feet

But with a strong and constant commitment to all those we have around us and that this society is far from helping effectively.

 

Lord, we thank you for your Word, we pray that the comment to it was faithful to your thought and was not used and distorted by those who have the task of bringing it to your community.

 

Let your community benefit from it and be encouraged in the commitment it has assumed in our society.

 

Forgive us if it was not so and give us the strength to continue the work of your will.

Amen.

La scelta di Gesù

Luca 6:27-38

27 Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; 28 benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano.  29 A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra; e a chi ti toglie il mantello non impedire di prenderti anche la tunica. 30 Da’ a chiunque ti chiede; e a chi ti toglie il tuo, non glielo ridomandare.  31 E come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro. 32 Se amate quelli che vi amano, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33 E se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34 E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.  35 Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi. 36 Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro.
37 Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. 38 Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi»

 

Sermone:

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

Oggi il nostro libretto, un giorno una parola, ci propone un brano tratto dal vangelo di Luca 6, 27-38 che ci invita a rinnovare la nostra attenzione su questo insegnamento di Gesù poiché da questi comportamenti della nonviolenza, la convivenza con gli altri possa essere più pacifica, e la nostra vita da credente venga confermata e preservata.

Nel momento in cui i suoi primi discepoli sono stati scelti, Gesù ha iniziato a insegnarli come affrontare la violenza verbale e fisica, i comportamenti di odio, di maledizione, e di molti altri che sono elencati in questi versetti del vangelo che abbiamo letto, per non trovarsi in trappola nel corrispondere tale atteggiamenti e ricercare, invece, una risposta alternativa.

E’ così importante imparare a controllare le nostre azioni, come allora, al tempo di Gesù dove l’attacco violento, personale e collettivo degli altri era incessante. La gente si sono scontrati e vendicati con il principio di giustizia dell’occhio per occhio (an eye for an eye): “Senti il dolore che mi hai provocato” e questo ha reso difficile il compito dei discepoli, nella fondazione delle nuove comunità, di creare degli spazi per la vita impegnata all’esistenza e alla convivenza non violenta, per riscattare l’essere dell’uomo come originariamente l’immagine di Dio.

Quindi, a Gesù stava a cuore creare un nuovo mondo sulla terra?

Una nuova comunità in cui regna l’amore, la giustizia, e la pace?

Qual era la realtà ambientale intorno a Gesù quando aveva pronunciato queste parole nel vangelo di Luca? La situazione era molto grave. La sua gente era incredibilmente arrabbiata con Roma, per l’utilizzo del Tempio e per le tasse richieste dal re Erode, che vedeva la guerra come l’unica soluzione contro l’invasore romano. Il suo mondo, la sua gente, la sua terra, stava andando incontro alla sua rovina e l’unica soluzione per il popolo era una salvezza che poteva solo venire dall’alto, da Dio. Pertanto, Gesù ha proposto una via alternativa – la nonviolenza attiva, che non è una fuga dalla realtà e un rifiuto di vedere il male, rifugiandosi in qualche caverna o proiettandosi a un paradiso lontano(spiritualità disincarnata), ma è la fiducia nell’uomo e fede in Dio, la forza dell’amore e della verità. “Il testo del vangelo è chiaro, chiarissimo, spiazzante!”

La non-violenza attiva, non è semplicemente una dimostrazione d’amore, ma è anche una dimostrazione di forza, che rende effettiva l ‘amore puro con il rispetto della verità e la fiducia nell’uomo, che rende significativa la vita quotidiana, al contrario della violenza che rende assurda il destino umano.

Care sorelle e cari fratelli, violenza non è fatale e predestinata, non è una strada inevitabile, se conserviamo la fiducia nell’uomo, la speranza si riapre. Dobbiamo “insistere sulla verità”, essere ostinati, ma non a discapito della sofferenza e della disumanizzare del nemico, l’oppositore, bensì, attraverso l’appello all’umanità e alla ragione dell’avversario, partendo sempre ai suoi lati migliori, con la convinzione che ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.

La nonviolenza è un’impresa difficile ed è un frutto di un rapporto cuore a cuore con Dio, della conversione attiva che inizia con una singola persona e che, ascoltando la sua parola, si converte a Dio, ritorna a Lui e cambia la sua mente e il cuore, resistendo, opponendosi e rinunciando a ciò che potrebbe significare uno scontro, causato da odio o inimicizia verso gli altri, resistendo di rispondere alla violenza subita con lo stesso atteggiamento. Essa rappresenta una pratica di fede speranzosa che viene trasmessa ad altro, poiché Dio ha passato la verità attraverso suo figlio Gesù, egli a sua volta ci ha trasmesso l’insegnamento della nonviolenza, confermando la nostra fede e speranza su Dio che interviene sempre per aiutarci a percorrere un cammino di pace insieme come comunità di credenti.

La chiesa, come comunità di credenti, ha la ragione di esistere per proclamare, annunciare e predicare agli uomini e alle donne, in modo che diventino degli esseri più umani, la parola di Dio che guarisce la ferita dell’anima e del corpo, e la radice di ciò che ha provocato i suoi atti di violenza nei confronti dell’altro.

Così la comunità di Gesù Cristo deve ricordarsi che anch’essa è soggetta e oggetto all’atto di violenza odierna e persisterà se non indossa l’equipaggiamento di un buon soldato che l’apostolo Paolo ha scritto nella sua lettera alla comunità di Efeso: 11 Rivestitevi della completa armatura di Dio, affinché possiate stare saldi contro le insidie del diavolo; 12 il nostro combattimento infatti non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti …”(Efesini 6, 11-20). Ciò che deve fare è esercitare quello che ha imparato sin dalla sua nascita, avendo ricevuto la parola scritta e letta nella Bibbia vivificata dallo Spirito Santo, a partire dall’insegnamento di Gesù che l’ha formata, modellata e continuato a riformarsi senza perdere di vista il suo prossimo, rendendosi conto della fiducia nel profondo della sua anima.

Che cosa è la nonviolenza attiva? E’ l’atteggiamento che non ceda al male, l’atteggiamento che sappia vincere il male col bene, l’atteggiamento che sappia posare l’armatura di guerra perché non versi il sangue.

– ama il tuo nemico

– Se uno ti percuote su una guancia,  offrigli anche l’altra guancia

-Se uno ti toglie il mantello, non rifiutare di darlo.

– fa quello che vuoi che l’altro vuoi che ti faccia.

– Prega per colui che ti tratta male

– Presta senza sperarne nulla

– Non giudicare … non condannare … perdona

Penso che abbiamo sperimentato e provato a compiere tutti questi insegnamenti di Gesù poiché ciascuno e ciascuna di noi ha avuto un incontro personale con Lui, dimostrando così singolarmente la nostra conversione e come chiesa siamo chiamati insieme ad ascoltare ed eseguire i suoi comandamenti.

Care e cari, il capitolo 6 del vangelo di Luca è il “discorso della pianura”, in parallelo al “discorso della montagna” di Mt 5. Luca colloca questo discorso in un luogo pianeggiante, perché tutti potessero capire che Gesù lo si incontra faccia a faccia, e seguirlo non è impossibile. Lo possiamo vedere, ascoltare, toccare. Gesù è tra noi e con noi con i suoi insegnamenti .

Egli ci rammenta,  “Ma a voi che ascoltate, dico”: per ascoltare è necessario, oltre alla volontà di farlo e la adeguata attenzione, anche il silenzio. È importante chiedermi se mi sta a cuore ascoltare le parole che oggi Dio mi rivolge: comincia allora questo tempo personale con uno spazio di silenzio, di raccoglimento, cercando lo sguardo di Gesù che in questo giorno vuole parlare con te e con me. Questo insegnamento di Gesù sulla pianura è il riassunto della legge e dei profeti.

Nel libro dei proverbi leggiamo:

Il timore del Signore è odiare il male. Proverbi 8,13

Il timore del Signore è scuola di saggezza. Proverbi 15,33

Il timore del Signore è fonte di vita. Proverbi 19,23

Preghiamo:

Dio nostro ti ringraziamo per questo tempo di ascolto in cui ci riveli la tua parola.

Ti dobbiamo il timore perché sei il Dio altissimo che in te ci sono  i pensieri giusti riservati per tutti noi.

Ci sono i progetti di vita che nel tempo ci fai raggiungere, per questo, ogni giorno ti dobbiamo chiedere di farceli capire. Donaci l’atteggiamento di stare al  silenzio per capirli. Non lasciarci dominare dalle nostre abitudini di dare dei giudizi immediati ed avere occhi soltanto a ciò che ci manca. Facci acquisire sempre di più una saggezza  che ci rende umili e sazi. Così con la tua parola possiamo riceverla continuamente perché siamo stati generati da essa. Grazie perché ci hai considerati i tuoi figli e figlie per mezzo del tuo figlio il nostro fratello Gesù Cristo. Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen
 

past. Joylin Galapon

La salvaguardia del creato

Le letture di oggi ci parlano di NATURA.

Oggi pomeriggio avremmo dovuto parlare di ambiente e del nostro adeguamento come comunità ad un nuovo assetto ecosostenibile, anche in vista di una certificazione, ma avendo necessità “strutturali” più urgenti, rimandiamo la riunione ambientale più avanti. Intanto però ci sono capitate queste letture “ambientali” e iniziamo a prepararci con delle basi “Scritturali”.

Iniziamo dal Salmo 19, che dà un inquadramento cosmico, apre uno squarcio sull’Universo, su come era visto a quei tempi, anche da un punto di vista “scientifico-poetico”. Si parla di cieli, firmamento, giorno, notte, suono, sole, visto come uno sposo felice che gira da un’estremità all’altra dei cieli, e in chiusura di questa prima parte si dice che “NULLA SFUGGE AL SUO CALORE”. Sembra quasi una premonizione profetica al nostro RISCALDAMENTO GLOBALE attuale.

Passiamo ora a Genesi, un testo classico per quanto riguarda la Creazione e le prime fasi del mondo “primigenio”. Qui siamo appena dopo il Diluvio, la famiglia di Noè esce dall’Arca e si può dire veramente che è una famiglia allargata, comprendendo anche le famiglie degli animali. Il motore della vita e della natura riprende anche dopo il disastro e la devastazione. Per prima cosa Noè costruisce un altare, non sappiamo se di terra o di pietre, secondo i più antichi costumi, ma comunque ringrazia Dio per il pericolo scampato e la ritrovata salvezza. Dio in risposta promette che non distruggerà più la Terra e ci sarà una regolare alternanza di stagioni e coltivazioni. Questo è il primo PATTO che Dio fa con l’umanità. E’ un patto generale, universale, fatto non soltanto con Israele, ma con tutti gli esseri viventi.   E’ un patto stipulato secondo i canoni dell’epoca, con delle norme da rispettare, il cosiddetto Codice Noahico, che ha un certo corrispettivo con il Decalogo, anche se riguarda principalmente regole alimentari e di sopravvivenza.                                   Infine il segno del patto è l’arcobaleno, una ritrovata bellezza che dalla Terra va verso il Cielo e di nuovo ritorna in Terra. Quindi il senso di questi passi è di un uso “legale” dei beni che sono sulla terra. Dio ci dà il permesso di usarli, di sostenerci, ma con MODERAZIONE. Ci chiede anche il RISPETTO degli animali e del Creato in generale.

I popoli antichi avevano il concetto dell’indisponibilità totale del Creato,  del suo USO ma NON del suo ABUSO o DISTRUZIONE, perché causerebbe                      la NOSTRA DISTRUZIONE. Noi abbiamo perso questo concetto. Dal positivismo in poi, dalla rivoluzione industriale, pensiamo di avere il dominio assoluto sulla Natura, di poterla usare e abusare fino allo sfinimento, fino all’esaurimento delle sue risorse. Ma non è così. La Natura ci chiederà il conto, ci metterà alle strette, ci obbligherà a riflettere sul nostro comportamento e sulle nostre scelte.

Per concludere vorrei citare anche le altre letture.

Paolo ci esorta a stipulare un nuovo Patto, guidati dallo Spirito che dà nuova vita e Gesù benedicendo i bambini ci dice che “chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto”. Cerchiamo quindi di ricevere il regno di Dio, il Creato, con l’esempio dei bambini, che in questo momento storico stanno guidando il Movimento Ambientalista.

Amen.

Francesca Marini

La casa sulla roccia

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, sappiamo bene che la parabola è la forma di insegnamento a cui ricorre più spesso GESU’ e che  implica un paragone, una similitudine tratta dalla Natura o dalla vita quotidiana : con la sua vivezza di immagini e di contenuti concreti comprensibili a tutti,  la  parabola è atta a stimolare la riflessione nell’ascoltatore, il quale  partecipando attivamente al processo di comunicazione, deve sforzarsi di interpretarla.

In questa  parabola viene contrapposta l’opera di due uomini che hanno costruito la loro casa: il primo rivela un’intelligenza saggia e previdente, mentre il secondo  manca di qualsiasi riflessione e previsione del futuro, perciò è incapace di calcolare le  conseguenze dei propri atti. Per quanto riguarda la casa, l’attenzione non è richiamata sulla bellezza o sulla grandezza della costruzione, ma sulle fondamenta. Le fondamenta non si vedono,  nessuno le nota, eppure sono la parte più importante dell’edificio, perché sono esse a  stabilirne la stabilità e, quindi, la resistenza negli anni a venire.

Così è anche nella vita del credente: fondamentali sono i tempi di ascolto davanti alla  parola di DIO perché costituiscono il punto di partenza  del nostro cammino di fede.  Entrambi gli uomini della parabola ascoltano, così come entrambi aspirano a costruirsi una casa. La casa è il luogo della protezione, della sicurezza, del riposo e tutti desideriamo questi beni, perché ci assicurano un’esistenza più serena.

Infatti la casa non è semplicemente un luogo dove l’uomo si ripara; è anche luogo di relazioni dove coltivare i propri affetti ed è per questo che  GESU’ la prende come esempio per paragonarla all’esistenza umana. Notiamo che la contrapposizione tra saggi  e stolti  NON E’ NELL’ASCOLTARE,  MA NEL FARE!

Come già detto l’ascolto è il presupposto del fare: uno infatti agisce secondo la parola  che ha dentro, ma udire e non mettere in pratica, ci avverte GESU’ con la sua  parabola, è comportarsi come lo stolto che ha edificato la sua casa sulla sabbia: la sua  fatica è stata vana, perché la costruzione non ha retto alla furia del vento, della  pioggia, dei torrenti ed è crollata.

Lo stolto ha ascoltato, ma non ha recepito il messaggio evangelico, perché non c’è  stata in lui vera condivisione dei valori trasmessi, né conversione effettiva, perciò il  suo ascolto è stato sterile, inutile. Abbiamo infatti letto ai versetti  20-21“VOI  LI  RICONOSCERETE  DUNQUE  DAI  LORO  FRUTTI. NON CHIUNQUE  MI  DICE : SIGNORE, SIGNORE, ENTRERA’ NEL REGNO DEI CIELI, MA CHI FA LA VOLONTA’DEL PADRE  MIO CHE E’ NEI CIELI ”

L’uomo saggio è invece colui che costruisce sulla roccia: sa bene che sarà molto faticoso scavare  nella pietra, ma sa anche che quelle fondamenta sono solide e irremovibili. Chi costruisce così la sua vita è il credente che non si limita ad ascoltare  la PAROLA,  ma la medita, la condivide e poi la mette in pratica. Questa è vera SAGGEZZA. Ecco perché GESU’ parla di un fondamento su cui  si può far poggiare ed edificare l’esistenza e lo dice con chiarezza:” CHIUNQUE ASCOLTA QUESTE MIE PAROLE E LE METTE IN PRATICA E’SIMILE A UN UOMO SAGGIO CHE HA EDIFICATO LA SUA CASA SULLA ROCCIA”. Costruire la casa sulla roccia significa costruire la nostra esistenza su DIO: EGLI  E’ LA ROCCIA ! la roccia è uno dei simboli preferiti dalla Bibbia per parlare di DIO; ad esempio leggiamo in ISAIA 26,4: ” IL NOSTRO DIO E’ UNA ROCCIA  ETERNA”. Come per scavare  le fondamenta per piantare la casa sulla roccia, occorrono forza, tenacia, sacrificio, così per penetrare nel vero significato della parola di CRISTO, bisogna avere la pazienza e la costanza di leggere, meditare, riflettere, ascoltare, le parole del Vangelo, per attuarle poi nella vita.

SORELLE e FRATELLI che cosa significa per noi costruire la nostra esistenza sulla roccia? E’ fare uso della nostra libertà alla luce dell’insegnamento che abbiamo ricevuto dal SIGNORE e quindi fare progetti lasciandoci guidare dal soffio delicato, ma nello stesso tempo potente, dello SPIRITO SANTO.

Per quanto riguarda gli agenti esterni , non ci sono sostanziali differenze tra le due case di cui parla GESU’, perché in entrambi i casi la pioggia battente, i venti impetuosi, lo straripamento di fiumi non risparmiano le due costruzioni.  Il Signore  sembra dirci che la vita non fa sconti a nessuno, perché, anche se ci sono alcuni molto  più fortunati di altri, prima o poi arriva per tutti la difficoltà della malattia, il  fallimento dei progetti che si sperava di realizzare; capita che l’imprevisto ribalti tutto e i venti contrari della sfiducia, dei tradimenti ci rendano fragili, poiché sono crollate le nostre difese.  Ma anche nei momenti più bui il credente che ha fondato la sua esistenza sul SIGNORE, sa di poter contare sul suo aiuto e che non sarà abbandonato di fronte al male: riceverà la forza necessaria che lo SPIRITO CONSOLATORE  manda in soccorso a colui che lo invoca nelle avversità.

Questa parabola del Vangelo di Matteo si trova al capitolo 7, ma fa riferimento a quanto GESU’ afferma a partire dal capitolo 5: è il famoso  SERMONE  SUL  MONTE, in cui vengono annunciate le BEATITUDINI che danno accesso al REGNO DEI CIELI e gli ammaestramenti su cui GESU’ imposta il progetto di vita del vero discepolo. Se siamo capaci di essere miti, assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, disposti a perdonare, mettiamo in pratica nei nostri comportamenti  quotidiani, la nuova LEGGE dell’AMORE che ci ha lasciato il nostro SALVATORE.

EGLI si china costantemente sulle nostre ferite per guarirle, così come EGLI, mosso  da profonda compassione, guariva i ciechi, i paralitici, i lebbrosi e tutti gli infermi che  imploravano il suo aiuto. GESU’ mostrava  concretamente a coloro che lo seguivano, come  le SUE PAROLE ERANO SEMPRE CONFERMATE DAI FATTI! Al suo ”DIRE” corrispondeva  il  suo “FARE”. Dava l’ESEMPIO come VERO MAESTRO!

Preghiamo allora perché ciascuno di noi ascolti e metta a frutto la PAROLA del SIGNORE, affinché possiamo resistere alle inevitabili prove e fatiche della vita. Amen

past. Joylin Galapon

Raab e le spie

 

Giosuè 2,1-21

1 Or Giosuè, figlio di Nun, mandò segretamente da Sittimdue spie, e disse loro: «Andate, esaminate il paese e Gerico». Quelle andarono ed entrarono in casa di una prostituta di nome Raab, e vi alloggiarono. 2 Ciò fu riferito al re di Gerico, e gli fu detto: «Ecco, alcuni uomini dei figli d’Israele sono venuti qui per esplorare il paese». 3 Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: «Fa’ uscire quegli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua; perché sono venuti a esplorare tutto il paese». 4 Ma la donna prese quei due uomini, li nascose e disse: «È vero, quegli uomini sono venuti in casa mia, ma io non sapevo di dove fossero; 5 e quando si stava per chiuder la porta della città all’imbrunire(al tramonto), quegli uomini sono usciti; dove siano andati non so; rincorreteli senza perdere tempo, e li raggiungerete». 6 Lei invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti sotto gli steli di lino che vi aveva ammucchiato. 7 E la gente li rincorse per la via che porta ai guadi del Giordano; e, dopo che i loro inseguitori furono usciti, la porta della città fu chiusa. 8 Prima che le spie si addormentassero, Raab salì da loro sulla terrazza, 9 e disse a quegli uomini: «Io so che il SIGNORE vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi. 10 Poiché noi abbiamo udito come il SIGNORE asciugò le acque del mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quel che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio. 11 Appena l’abbiamo udito, il nostro cuore è venuto meno e non è più rimasto coraggio in alcuno, per causa vostra; poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. 12 Vi prego dunque, giuratemi per il SIGNORE, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro 13 che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte».14 Quegli uomini risposero: «Siamo pronti a dare la nostra vita per voi, se non divulgate questo nostro affare; e quando il SIGNORE ci avrà dato il paese, noi ti tratteremo con bontà e lealtà».15 Allora lei li calò giù dalla finestra con una fune; infatti la sua casa era addossata alle mura della città, e lei stava di casa sulle mura.  16 E disse loro: «Andate verso il monte, affinché non v’incontrino i vostri inseguitori, e rimanetevi nascosti per tre giorni fino al ritorno di coloro che v’inseguono; poi andrete per la vostra strada». 17 E quegli uomini le dissero: «Noi saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare, se tu non osservi quello che stiamo per dirti: 18 quando entreremo nel paese, attaccherai alla finestra per la quale ci fai scendere, questa cordicella di filo rosso; radunerai presso di te, in casa, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre. 19 Se qualcuno di questi uscirà in strada dalla porta di casa tua, il suo sangue ricadrà sul suo capo, e noi non ne avremo colpa; ma il sangue di chiunque sarà con te in casa ricadrà sul nostro capo, se uno gli metterà le mani addosso. 20 Se tu divulghi questo nostro affare, saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare». 21 E lei disse: «Sia come dite!».Poi li congedò, e quelli se ne andarono. E lei attaccò la cordicella rossa alla finestra.

Sermone:

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

il libro di Giosue fa seguito al Deuteronomio e copre un periodo di almeno venticinque anni. Esso descrive la conquista di Canaan, la terra promessa (iniziata intorno al 1400 o 1250 a.C. Il libro viene tradizionalmente attributo a Giosue, il figlio di Nun,il successore di Mosè e il nuovo capo del popolo d’Israele.

Allora vediamo stamattina il secondo capitolo del libro di Giosue, il testo della predicazione proposto dal libretto “un giorno, una parola”, che narra la conquista della terra di Gerico dal popolo di Israele, ricordando l’intervento particolare di una donna, chiamata Raab.

All’inizio del racconto, Giosue manda in missione due spie, che si recano a Gerico e prendono alloggio a casa di Raab(v1). Il racconto è strutturato su tre scene principali, ognuna delle quali mostrano una conversazione tra Raab e le spie, o tra Raab e i rappresentanti del re di Gerico.

  • ai vv.2-7 il re chiede, attraverso i suoi emissari, dove si trovano le spie: avendo nascosto i due uomini sotto il suo tetto, Raab dà al re informazioni false, che lo spingono a dare la caccia a un’oca selvatica;
  • l’episodio dei vv. 8-14 si svolgesulla terrazza della casa di Raab, dove le due spie sono nascoste sotto un mucchio di steli di lino; lì, Raab stringe con loro un patto, guadagnando così la salvezza per sé e la sua famiglia quando la città sarà distrutta;
  • nei vv. 15-21 Raab calai due uomini dalle mura della città e dà giuramento a Raab e le chiedono di appendere una corda rossa alla finestra, e di tenere la sua famiglia in casa durante l’invasione; prima di andarsene le impongono anche di mantenere il più assoluto riserbo riguardo alla loro missione di spie.

Semplificando, come abbiamo ascoltato il racconto, costruiamo una immagine della vicenda come in un film.

C’era una volta, una donna di nome Raab, che era stata definita una prostituta, ma il racconto con le prove dei fatti non avevano dimostrato come tale. La sua casa era situata al confine della città, che era proprio attaccata alle sue mura come un punto che divideva la terra da una parte all’altra. Considerando che molti uomini si erano passati, fermati e alloggiati da lei di notte per cogliere l’occasione di riposare dopo aver compiuto un  affare o una commissione, si era creato il sospetto che fosse una donna che vendeva dei rapporti sessuali. Questa donna era stata messa sotto i giudizi negativi della gente perché faceva ciò che era comodo per guadagnarsi da vivere, ma dall’altro lato le informazioni validissime e correttissime che ricevevano da lei, erano per tutti molto convenienti. Per quello che faceva, guadagnava non solo il denaro, ma anche la fiducia delle persone che incontrava.

Raab era di tutti e quindi faceva di tutto per essere al servizio di tutti. Era una donna multitasking con identità plurale, dotata di una capacità intuitiva, decisionale e perspicacia molto sviluppata, che come possiamo dire oggi, è dovuta alla sua professione. Ella aveva avuto la dimestichezza del suo mestiere  vivendo e trovandosi sempre a delle situazioni di vita parallela, e tra loro diverse. Il suo mestiere di affrontare le situazioni particolari del suo popolo ed altri, le ha consentito di occuparsi di molti. Aveva il compito di bilanciare i fatti  per dare le soluzioni migliori, traeva o faceva scaturire delle opzioni dalle informazioni che le aveva raccolte dalle persone che incontrava. Ella era in between/nel mezzo dei popoli.

Invece, noi lettori credenti che cosa possiamo dire di lei dopo aver letto questo pezzo della sua vita e testimonianza di fede?Leggendo tra le righe, a mio avviso, in questo racconto lei aveva avuto un ruolo eccezionale che nessuno di noi lo potrebbe dimenticare. Raab era una donna, prostituta, alberghiera, spia, credente, nativadi Gerico, e nello stesso divenne straniera nel suo paese quando il popolo di Israele aveva conquistato la sua terra. Non aveva una famiglia sua, non era sposata, non aveva quindi un marito, né figli né figlie proprie. Lei era una donna sola ma aveva dimostrato  di voler donare un patrimonio di eredità per tutta la sua famiglia con il patto “d’amore” verso al suo popolo in cambio della salvezza che avevano avuto i due esploratori di Giosue.

Qual è il cuore del racconto?Il patto. E’ stato il tema centrale della fede salvifico che aveva posto Raab. Una visione futura, e il progetto perenne di convivenza tra i popoli di Dio cioè  il patto di integrazione.

Rileggiamo una parte del racconto in cui Raab dichiara queste parole a partire dal verso 9: «Io so che il SIGNORE vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi. 10 Poiché noi abbiamo udito come il SIGNORE asciugò le acque del mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quel che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio. 11 Appena l’abbiamo udito, il nostro cuore è venuto meno e non è più rimasto coraggio in alcuno, per causa vostra; poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. 12 Vi prego dunque, giuratemi per il SIGNORE, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro 13 che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte».

 

Mi chiedo qual è il futuro di quel/di questo patto?.

Il patto di Raab con le due spie(esploratori), visto nel presente, dice molto alla realtà nostra di oggi. Raab aveva partecipato al progetto del futuro della sua famiglia. Aveva avuto una scintilla, una sentinella, un sogno, un progetto, una visione di futuro da realizzare e ciò era di conservare e mantenere viva la sua discendenza. Il patto sarà estesa tra i due popoli. Essi avranno un futuro ricco perché ci sarà un legame stretto di fusione e di integrazione con entrambi i popoli. Per l’ennesima volta vediamo un’integrazione di fedi e di culture. Sarà unica fede in Dio professato sovrano, ma espresso in forme differenti nelle culture diverse.

Il patto di Dio di dare la terra al popolo di Israele era irrevocabile e si era dimostrato nel aver mantenuto le sue promesse ad esso, determinando così un futuro di pace e benessere. Raab aveva fatto un patto con gli uomini di Dio per fare ciò che era necessario nelle vite dei popoli. Dio unico creatore del cielo e della terra dovrà essere conosciuto come tale per tutti i popoli. Così stranieri e autoctoni secondo il fenomeno del flusso migratorio sapranno riconoscere che possono vivere ugualmente ove siano. Qui, però, si intuisce che il problema è sempre in noi. Il discorso del “io e voi”, e come questi soggetti divengono noinel processo di integrazione.

Vediamo che molti anni erano passati, molte esperienze erano state dimenticate, ma non possiamo dimenticare questo episodio, nel tempo della conquista, in cui due popoli si insediarono nello stesso paese.  Durante il tempo di conquista territoriale, nella vita del popolo di Israele e degli altri, era evidente che il problema era sempre quello di far convivere l’identità di appartenenza, la lingua, la tradizione (come abitudine), e la cultura di ogni popolo; Era necessario fare una “scuola” , imparare un percorso di conoscenza reciproca, come dovere gli uni verso gli altri e lavorare con insistenza nella perseveranza di costruire insieme un futuro a partire dal presente a nome o in base alla nostra fede comune dell’unico Signore Dio.

Nel commentario del primo volume della Bibbia, l’autrice Danna Nolan Fewell,  una statunitense e professoressa di Teologia dell’AT, aveva messo in evidenza questa storia dei popoli definiti l’uno «insider»e l’altro «outsider», seguito da una fusione diventandone tutti degli INSIDER. Così, Raab e la sua famiglia erano diventati parte integrante del popolo di Israele, riacquistando la loro cittadinanza quasi perduta, con il diritto, inoltre, di avere “una doppia cittadinanza” – il discorso di inclusione. Raab aveva compiuto la sua missione con successo. Raab era una straniera e quindi non apparteneva alla gente di Dio, ma con il patto che fece con i due  israeliti (gli esploratori, le spie) ebbe innestato, ebbe avuto la terra promessa. Le parole «insider» e «outsider» si intrecciano fra di loro.  Insider erano gli israeliti, e outsider erano quelli stranieri nell’economia della salvezza. Dunque gli «outsider», gli abitanti di Gerico, divennero insider nella vita del popolo di Israele. Due popoli divennero UNO nel tempo della conquista guidato da Giosue, attraverso ciò che aveva commesso Raab nel conoscere le promesse che Dio ha fatto al popolo di Israele.

Per concludere, che cosa rappresentava la cordicella rossa alla finestra?.

Era un pegno, era un sigillo di patto di fedeltà, ed era anche il ricordo della bontà di Raab segno tangibile della salvezza avuto dagli esploratori Israeliti da lei.

Ringraziamo Dio per la voce profetica che svolge ancora oggi Raab,  che possa aiutarci a dare senso al nostro essere chiesa insieme, un progetto in corso, un processo di integrazione che era stato sognato più di 20 anni fa, e oggi praticato lentamente a causa della nostra resistenza e del nostro limite culturale.

Che Dio ci aiuti ad affrontare con coraggio le sfide della nostra convivenza. Amen.

past. Joylin Galapon

Predicazione per l’apertura dell’anno accademico FVT 2019/2020

Isaia 58: 6-12 (Nuova Riveduta)

6 Il digiuno che io gradisco non è forse questo:

che si spezzino le catene della malvagità,

che si sciolgano i legami del giogo,

che si lascino liberi gli oppressi

e che si spezzi ogni tipo di giogo?

7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame,

che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo,

che quando vedi uno nudo tu lo copra

e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?

8 Allora la tua luce spunterà come l’aurora,

la tua guarigione germoglierà prontamente;

la tua giustizia ti precederà,

la gloria del SIGNORE sarà la tua retroguardia.

9 Allora chiamerai e il SIGNORE ti risponderà;

griderai, ed egli dirà: “Eccomi!”

Se tu togli di mezzo a te il giogo,

il dito accusatore e il parlare con menzogna;

10 se tu supplisci ai bisogni dell’affamato, e sazi l’afflitto,

la tua luce spunterà nelle tenebre,

e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno;

11 il SIGNORE ti guiderà sempre,

ti sazierà nei luoghi aridi,

darà vigore alle tue ossa;

tu sarai come un giardino ben annaffiato,

come una sorgente la cui acqua non manca mai.

12 I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine;

tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età

e sarai chiamato il riparatore delle brecce,

il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese.

 

 

 

Uno dei trattati più importanti del Talmud babilonese è intitolato Ta’anit. Da un anno ormai possiamo leggere in italiano questo documento della tradizione ebraica in un’eccellente traduzione italiana curata dalla Casa editrice Giuntina di Firenze. Ta’anit significa sostanzialmente digiuno che, nella nostra contemporanea società, suona strano sia come termine (magari immediatamente riferito solo ad una prassi dietetica) sia come argomento da trattare. Eppure, nel testo appena proclamato questo termine è assolutamente centrale. Per l’Israele della Torah, in passato e oggi, l’importanza del digiuno viene sempre ribadita e tramandata alle nuove generazioni perché il digiuno, come forma rituale ebraica, esprime la contrizione di fronte a una disgrazia che ha colpito o minaccia di colpire la collettività o un singolo. È uno strumento di teshuvà, di pentimento, di ritorno al Signore. La teshuvàè una nuova consapevolezza, l’essere umano prende atto che quanto avviene non è casuale, bensì coniuga opera di Dio e conseguenze delle nostre azioni.

L’intreccio fra l’Altissimo che continua ad operare nelle vicende umane e la libertà delle persone e della collettività per plasmare e decidere il loro presente, viene in qualche modo illuminato e indirizzato dall’astensione del cibo che, però, da sola non è sufficiente ma deve essere accompagnata dalla preghiera e dalla riflessione sincera sulle proprie azioni perché una teshuvàpossa davvero incarnarsi. È abbastanza evidente che il trattato talmudico raccoglie il pensiero contenuto nel capitolo 58 di Isaia, meglio del Terzo Isaia, il profeta che deve confrontarsi con l’esigenza di ricostruire non solo le mura e le case ma anche – o forse soprattutto – la consapevolezza del popolo. Un popolo che oscilla tra superstizione, formalismo religioso e grave ingiustizia sociale. Ammettiamo con tutta la sincerità che tale oscillazione non può essere circoscritta o limitata a una sola epoca storica né a un solo popolo. Non mi riferisco tanto all’epoca in cui viviamo quanto a Isaia 1,16-17: Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova!

Tutta la terza parte di Isaia (cc. 56-66) ritorna su questo tasto: la delusione della realtà; l’accusa di una mistificazione della speranza dei semplici; il ritorno alle ingiustizie sociali, le divisioni causate dall’egoismo, dalla mancanza di giustizia. I piccoli e i poveri soffrono ancora, oppressi dai propri fratelli; non resta a questi che il grido al cielo. Tutto dimostra che non si è imparato nulla dalla sofferenza: gli egoismi riappaiono, l’infedeltà domina, la religiosità puramente formale dà il tono a tutto. Al profeta non rimane che un’ultima risorsa: rimettere alla venuta definitiva del servo del Signore – il misterioso personaggio del capitolo 61 – l’instaurazione di una nuova storia di libertà e santità.

Vediamo di entrare più in profondità nel testo, per scoprire – dietro le parole del profeta – il messaggio più profondo di Dio. Il testo nella sua concretezza pratica potrebbe favorire una lettura immediatamente moralistica, perfino un esame di coscienza. Bisogna evitare questa scorciatoia moralistica. Vediamo piuttosto di arrivare alla sostanza vitale di questa pagina profetica.

  1. Il profeta parla di fronte ad un’assemblea liturgica, in un contesto religioso, rituale e formale molto evidente. La sua funzione in questo momento è quella di smascherare le ipocrisie, il ritualismo vuoto, l’egoismo che si nasconde anche nelle cose sacre. Non ha un compito facile, perché nel popolo c’è una sensazione che non valga la pena fare quel digiuno: tanto Dio non ci bada (v. 3). Tutto all’apparenza è corretto, c’è una ricerca di Dio, dei suoi giudizi, della sua vicinanza: ma non succede nulla. Non è facile smascherare la falsa religiosità, la sicurezza di chi si crede a posto, e si attende che Dio gli dia ragione e gli confermi benevolenza. Anzi gli spiani la via togliendogli ogni problema di ricostruzione, e facilitandogli la nuova coabitazione. Il profeta mette subito in chiaro le cose: non è Dio che non risponde. La questione è un’altra: un digiuno così non bisogna farlo, non rende onore all’Eterno, ma aggrava ancor di più la malvagità della condotta ingiusta. Perché si vorrebbe rendere il popolo innocente, ma senza una vera conversione: e così ne svela piuttosto il peccato. Si tratta di una falsa ricerca di Dio, di un alibi per tacitare le coscienze. Un vero oppio per la coscienza collettiva: fare tanto fumo davanti a Dio; e intanto, dietro, si trama contro il debole, non si condivide, non si rispettano i diritti, non si vive la fraternità veramente.
  2. Il linguaggio del profeta mescola ironia e realismo, domande e dubbi retorici. Ha il coraggio di profanare certe ritualità che si vorrebbe far passare per espressione di autentica religiosità: il capo chino, il vestito povero e lacero, il letto scomodo. Ma accenna anche alle invocazioni classiche della religiosità: chiedere a Dio i giusti giudizi, la sua vicinanza, le sue vie. Dietro la correttezza più tradizionale e le forme penitenziali più generose, non c’è nulla, dice il profeta. Solo apparenza e alibi: mentre gli operai sono angariati (si usa lo stesso verbo della situazione degli ebrei in Egitto), i rapporti reciproci sono guastati con urla e alterchi. A Dio sale più il chiasso del litigio aggressivo che la lode rituale.

Questo modo di parlare è comune a tutti i profeti: e anche Gesù userà questa forma di ironia. Anche Gesù smaschera il formalismo esteriore che non può nascondere la falsità interiore, il vuoto di valori. Tutta la letteratura profetica ha nella falsa religiosità uno dei suoi cavalli di battaglia: perché sempre nei momenti di crisi, si cercano compensazioni religiose, invece che sottoporsi ad un serio esame dei propri atti e delle conseguenze che ne sono derivate.

Il vero digiuno – ossia la vera forma di onorare il Signore liberatore, e non un idolo a nostra misura – sta nell’imitazione del suo stile, in tutte le azioni. Cioè nel “privarsi” di quelle azioni che esprimono oppressione, sofferenza, emarginazione, sfruttamento. E qui il profeta si esprime con una duplice richiesta. Da un lato rompere con le forme di oppressione: si tratta di donare libertà, dignità, giustizia a chi ne è stato privato. È una fase di rottura instauratrice: che ha presente categorie ben precise di povertà e sofferenza. Si sente un’eco soprattutto delle forme di schiavitù da cui sono appena tornati liberi.

Prima di concludere questa riflessione ritorniamo alla definizione del digiuno contenuta in Levitico 16,29: ponete a digiuno i vostri respiri: tə-‘an-nū ’ e ṯ- nap̄-šō-ṯê-ḵem. Lascio agli ebraisti più bravi di me l’analisi del campo semantico del sostantivo ta’anit e del verbo tə-‘an-nū. Penso invece che conosciamo tutte e tutti il significato della parola ebraica nepheš: l’alito vitale, anima, in altre parole il principio vitale invisibile che anima l’intera esistenza di un essere umano. Sia la mistica ebraica (consapevolmente) sia le correnti mistiche delle grandi religioni mondiali (forse inconsapevolmente) concordano sull’interpretazione di questo concetto: svuotare lo spazio interiore affinché la nostra intera esistenza possa essere impregnata dall’alito divino. In Filippesi 2:7 leggiamo che Cristo Gesù “spogliò (svuotò) sé stesso, prendendo forma di servo”. Il testo della predicazione di oggi incoraggia ciascuna e ciascuno di noi a spogliarsi (svuotarsi) dal nostro ego per servire soltanto Dio diventando realmente ministre e ministri della sua Parola.

 

 

Sermon for the Opening Worship Service of the Waldensian Faculty of Theology (FVT) academic year 2019/2020

Isaiah 58: 6-12 New Revised Standard Version (NRSV)

Is not this the fast that I choose:
to loose the bonds of injustice,
to undo the thongs of the yoke,
to let the oppressed go free,
and to break every yoke?
Is it not to share your bread with the hungry,
and bring the homeless poor into your house;
when you see the naked, to cover them,
and not to hide yourself from your own kin?
8 Then your light shall break forth like the dawn,
and your healing shall spring up quickly;
your vindicator[a] shall go before you,
the glory of the Lord shall be your rear guard.
9 Then you shall call, and the Lord will answer;
you shall cry for help, and he will say, Here I am.

If you remove the yoke from among you,
the pointing of the finger, the speaking of evil,
10 if you offer your food to the hungry
and satisfy the needs of the afflicted,
then your light shall rise in the darkness
and your gloom be like the noonday.
11 The Lord will guide you continually,
and satisfy your needs in parched places,
and make your bones strong;
and you shall be like a watered garden,
like a spring of water,
whose waters never fail.
12 Your ancient ruins shall be rebuilt;
you shall raise up the foundations of many generations;
you shall be called the repairer of the breach,
the restorer of streets to live in.

 

 

One of the most important Tractates of the Babylonian Talmud is entitled Ta’anit. In 2018 this document of the Jewish tradition was published in an excellent Italian translation edited by Giuntina, publishing house in Florence. Ta’anit basically means “fasting” which, in our contemporary society, sounds strange both as a term (nowadays usually referring just to a dietary practice) and as a discussion topic.

Yet, in the text we just read this term is absolutely central. For the Torah’s Israel, in the past and today, the importance of fasting is continuously reaffirmed and handed down to the new generations because fasting, as a Jewish ritual form, expresses contrition in front of a distress that has struck or threatens to strike the community or an individual. It is an instrument of teshuvà, of repentance, of return to the Lord. Teshuvàis a new awareness, the human being recognizes that what happens is not casual, accidental, but combines God’s work and the consequences of human actions.

The combination of God’s action in human affairs and freedom of individuals and  community to shape and decide their present, is somehow illuminated and directed by the abstention from food which, however, is not alone enough but must be accompanied by prayer and sincere meditation on one’s actions so that a teshuvacan truly be incarnated. It is quite evident that the Talmudic tractate gathers the thought contained in Isaiah, Chapter 58 – more precisely: in the Third Isaiah – the prophet confronted to the need to rebuild not only walls and houses but also – or perhaps above all – the awareness of his people. A people that oscillates between superstition, religious formalism and major social injustice. Honestly, let us admit that this oscillation can’t be circumscribed or limited to one single historical period or to one single people. I am not referring so much to the age in which we are living (our times) as to Isaiah 1,16-17: Wash yourselves; make yourselves clean; remove the evil of your doings from before my eyes; cease to do evil, learn to do good; seek justice, rescue the oppressed, defend the orphan, plead for the widow!

The whole third part of Isaiah (chapters. 56-66) comes back to this point: disappointment by reality; accusation against mystification of simple people’s hope; return to social injustices, divisions caused by selfishness, lack of justice. The weak and the poor still suffer, oppressed by their brothers; Nothing is left to them but a cry to Heaven. Everything proves that nothing has been learned from suffering: selfishness reappears, infidelity dominates, purely formal religiosity sets the tone. The prophet has only one last resource left: to refer to the final coming of the Servant of the Lord – the mysterious character in chapter 61 – for the establishment of a new story of freedom and holiness.

Let us try to go deeper into the text, to discover – behind the words of the prophet – the essence of God’s message. The text in its practical concreteness might favour a straightforward moralistic interpretation, even an examination of conscience. We must avoid this moralistic shortcut. Let us rather look at the vital substance of this prophetic page.

  1. The prophet speaks to a liturgical assembly, in a very evident religious, ritual and formal context. His role here is to unmask hypocrisies, empty ritualism, selfishness, which hide even in sacred matters. He does not have an easy task, because the people feels that it is not worth fasting: God “doesn’t notice” (v. 3). Everything in appearance is correct, there is a search for God, for his judgments, for his closeness: but nothing happens. It is not easy to unmask false religiosity, self-confidence of those who think their own ways are right, who expect God to agree with them and to confirm them His benevolence. Even more: they expect God to pave their way by removing any reconstruction problem, and facilitating the new cohabitation. The prophet immediately makes things clear: it is not God who does not answer. The issue is another: such a fast must not be done, it does not honour the Eternal, but worsens the wickedness of unjust conduct. Because
    one would like to make the people innocent, but without a real conversion: and so it rather reveals its sin. It is a false search for God, an alibi to silence consciences. A true opium for collective conscience: we make a lot of smoke in front of God; and meanwhile, behind his back, we conspire against the weak, we do not share, we do not respect rights, we do not really live fraternity.
  2. The language of the prophet mixes irony and realism, rhetorical questions and doubts. He has the courage to desecrate rituals that others would like to pass off as an expression of authentic religiosity: bowed heads, poor and torn clothes, uncomfortable beds. But he also mentions the classic invocations of religiosity: asking God for the right judgments, his closeness, his ways. There is nothing behind the most traditional correctness and most generous penitential forms, says the prophet. Only appearance and alibi: while workers are oppressed (the same verb used to describe the situation of Hebrews in Egypt), and mutual relations are spoiled by shouts and altercations. To God rises more the noise of aggressive quarrels than ritual praise.

This way of speaking is common to all the prophets: Jesus too will use this form of irony. Jesus too unmasks the external formalism that can’t hide internal falsehood, lack of values. The whole prophetic literature has one of its strong points in false religion: because always, in times of crisis, religious compensations are sought, rather than undergoing a serious examination of one’s own deeds and the consequences that derive from them.

The true fast – that is, the true form of honouring God the Liberator, and not an idol to our measure – lies in the imitation of his style, in all our actions. In other words, in “depriving oneself” of those actions expressing oppression, suffering, marginalization, exploitation. And here the prophet expresses a double request. On the one hand, breaking with all forms of oppression: giving freedom, dignity and justice to those who have been deprived of them. This breaking point concerns specific categories of poverty and suffering. An echo may be heard of the main forms of slavery from which they have just been set free.

Before concluding this reflection let us return to the definition of fasting in Leviticus 16.29: you shall afflict (humble) your souls: tə-‘an-nū’ e ṯ-nap̄-šō-ṯê-ḵem. I leave to Hebraists more competent than me the analysis of the semantic field of the noun ta’anit and of the verb tə-‘an-nū. I think instead that we all know the meaning of the Hebrew word nepheš: vital breath, soul, in other words the invisible vital principle that animates the whole existence of a human being. Both Jewish mysticism (consciously) and mystical currents of the great world religions (probably unconsciously) agree on the interpretation of this concept: empty the inner space so that our entire existence can be impregnated by the divine breath. In Philippians 2:7 we read that Jesus Christ “emptied himself, taking the form of a slave“.The text of today’s preaching encourages each of us to strip (empty ourselves) from our ego to serve only God, thus becoming real ministers of his Word.

Versetti scomodi?

Salmo 139: 19 – 22

Ci sono dei versetti biblici che non vorresti incontrare nella Bibbia, come i versetti letti poco fa. Ma ci sono. Versetti lontano dalla nostra sensibilità. Infatti molti, anche il Vaticano, li hanno tagliati perché scomodi. Nella storia dell’interpretazione delle scritture non sono pochi i tentativi per togliere il senso devastante di queste parole con un’interpretazione metaforica, per coprire un po’ lo scandalo.

Invece bisogna lasciarli perché ci ricordano che la Bibbia è scritta da esseri umani, non da angeli o da Dio. Versetti simili portano anche il peso della nostra umanità, accanto al messaggio biblico. Ma di più ancora: non bisogna toglierli, perché ci mostrano dove può portare un amore sviscerato, un troppo amore (che non è mai amore, cf femminicidi). Questo vale p.e. per il testo del Salmo 139 che abbiamo letto. Un amore che diventa ‘odio perfetto’, talmente perfetto da diventare omicida. Così possono essere o diventare i nostri amori: si possono trasformare nel loro contrario – amori che producano odio. È bene che leggiamo testi simili, ci fanno riflettere sulla nostra realtà in tutta la sua crudeltà. L’amore ferito e calpestato, il dolore, lo scherno, l’odio perfetto, il desiderio di vendetta, tutto questo è molto umano. Sono versetti che sono il nostro ritratto segreto, il volto che non osiamo far vedere a nessuno. Forse è un bene leggere questi testi, siamo confrontati con noi stessi.

“Dio, uccidi gli empi
Io li odio di un odio perfetto.”

Sono degli urli, dei lamenti ripugnanti in un libro sacro, in un inno religioso (salmo), in un raduno dei credenti (noi qui presenti). Si potrebbe dire menomale si tratta di una preghiera. Un appello sarebbe stato peggio: Combattenti uccidete gli empi! Però, anche una preghiera può far venire in mente dei pensieri diversi e se si leggono questi versetti ad alta voce, ci si accorge che sono di un alto contenuto di odio. Non devo pensare che parole simili fossero espresse in un incontro dove si parla di missione o dove si prepara un’azione missionaria. È un incitamento all’odio. Allora si diventa un istigatore all’odio, un predicatore d’odio. E predicatori d’odio ce ne sono purtroppo molti. Mentre il messaggio biblico toglie le radici all’odio.

Ma intanto ci sono queste parole. Cosa fanno parole così scontrose e irascibili in un inno così bello? Tutto il resto del salmo parla di un ambiente di calma, di stupore, di modestia, di resa. E poi ad un tratto questo scoppio, questa esplosione di odio. Odio che poco prima della fine dell’inno si acquieta, facendo spazio per un’espressione di un’autoriflessione avveduta. Cosa sta succedendo qui?

Spesso si legge questo salmo a un funerale, e spesso solo fino al versetto 18, poco prima che queste parole di odio divampano. Così il salmo finisce con: “quando mi sveglio sono ancora con te” – letto al funerale è una frase di chiusura pieno di significato e speranza. Un addormentarsi nella morte come uno svegliarsi presso Dio.

Ma questi versetti ricevono il giusto posto letti nella cornice di scatti d’ira quando la giustizia è violentata, quando la gentilezza si capovolge.

Versetti scomodi non vanno saltati, ma messi nell’insieme, nella cornice nel quale si trovano. Non è facile. Spesso ci si ferma a questi versetti, perché sono difficili da capire. Ma quando ti realizzi che l’intero salmo canta la realtà che Dio ti conosce e ti comprende, che sei trasparente per lui fino negli angoli più bui, allora perché non può esserci un posto per uno scatto d’ira?  Si potrebbe dire che questa autoriflessione in preghiera crea uno spazio sicura in cui – per un attimo – puoi dare voce ai problemi, anche perché la rabbia non ha l’ultima parola. Perché la persona piena di rabbia alla fine si dà di nuovo a Dio e dice con una voce dolce: “esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore, vedi che non imbocco la strada sbagliata …” ‘Un modo spirituale per dire: Caro Dio scusami, ma avevo bisogno di dare voce a questo sentimento.

Questi empi, o anche peccatori, forse danno voce a un malinteso. Il termine ebraico qui usato (rasja) indica una falsità cosciente, voluta. Quindi non si tratta di incredulità, di altri fedi o di ateismo, non si tratta di persone che pensano religiosamente in un altro modo – ma si tratta di persone che rovinano tutto sapendo che rovinano tutto, cioè lo fanno consapevolmente. Forse non ci sono nemmeno tante persone così, ma queste mandano tutto a rotoli, fanno in modo che una convivenza giusta fra le persone fallisca. Sfacciati, impertinenti, senza scrupoli, senza rispetto. Persone che se ne fregano dei loro prossimi. Sono cose e circostanze che ti rendono furioso.

Di solito il Salmo 139 è attribuito a Davide, ma questo inno mi fa venire in mente Giovanni Battista. Un’altra testa calda che inveisce contro gli istigatori e ipocriti – razza di vipere. Egli grida loro che la scure è pronta, l’albero già marcisce, cade e la pula sarà setacciata dal grano, nel fuoco. Giovanni spera in colui che è mandato da Dio, il Messia, come l’uomo con la scure, il setaccio e il fuoco. È infuocato (infiammato), corre all’impazzato, ma in fondo della sua rabbia si trova un desiderio profondo di integrità e pace. Quel stimolo sfrenato di rabbia è vero, un odio contro tutto ciò che denigra, distrugge, uccide. Uno stimolo di rabbia che noi dovremmo avere con le tante violenze intorno a noi, con tanti attacchi alla giustizia. Ma vuoi che questa rabbia non procura incidenti, allora bisogna fare che questa rabbia sia inserita, integrata in una preghiera. Ma alla fine non con una disclaimer, una clausola di esonero dalla responsabilità, ma con un appuntamento con un life-coach: Dio comprendi mi, conosci il mio cuore, tu sai ciò che mi tormenta, vedi se non imbocco una strada sbagliata e conduci mi sulla via che è eterno.

Questi versetti non solo scomodi, ma sono versetti che chiudono il cuore anziché aprirlo. Possono però, proprio per lo sdegno che suscitano, aprire il cuore a una preghiera di confessione di peccato e pentimento di cui abbiamo proprio un gran bisogno. Possono aprirci a quella realtà che Dio mette davanti a noi, che facciamo fatica a intravedere. Messi a confronto con i nostri limiti, come in uno specchio, faccia a faccia questi versetti per noi possono essere la molla che scatta, che ci introduce nella realtà di Dio. Amen.

 

pred. Greetje van der Veer

 

a me

Il Dio creatore

Genesi 1,26 – poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Genesi 9,9-10 «Quanto a me, ecco, stabilisco il mio patto con voi, con i vostri discendenti dopo di voi 10e con ogni essere vivente che è con voi: uccelli, bestiame e tutti gli animali della terra con voi; da tutti quelli che sono usciti dall’arca, a tutti gli animali della terra.

Sermone:
Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
i due testi biblici tratti dal libro della Genesi, cui ho ritenuto opportuno meditare questa mattina, sono legati al tema della salvaguardia del creato.
Come avete notato prima, io e Maria Letizia abbiamo costruito insieme la liturgia con la lettura iniziale del Salmo 104, in ricordo dell’opera maestosa di Dio. Le parole del Salmista lodano il Signore del creato ed è giusto così, poiché l’uomo deve ricordare il Dio Creatore a partire dalla sua anima. v.1<<Anima mia benedici il Signore!>>
Maria Letizia ed io, abbiamo pensato, soprattutto e fondamentalmente, a coinvolgere i bambini della scuola domenicale perché imparino a poco a poco ad accorgersi che vivono insieme ad altri, non solo con le persone, ma anche con gli altri esseri viventi, come le piante e gli animali intorno a loro, così che possano dare attenzione e rispetto ovunque vivono in questa terra.
A questo proposito mi voglio soffermare al primo capitolo del libro della Genesi verso 26 sulla parola “dominio” in cui ci richiama l’attenzione, facendo un appello soprattutto a noi credenti in Dio oggi. Il verso 26 Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Il Dominio, esprime in questo contesto il concetto di “funzione” (il ruolo di dominio dell’uomo verso tutti gli esseri viventi) e quindi il dovere di far convivere tutti nel loro insieme (il creato) chiamandoli per nome. L’uomo era stato creato da Dio con uno scopo ben preciso di custodire, proteggere, prendersi cura, ammaestrare o addestrare gli esseri viventi come lui. Questo era e tutt’ora, dunque, il senso corretto su come dobbiamo interpretare il dominio secondo l’intento di Dio. E’ un insegnamento più profondo che la Sacra Scrittura vuole farci capire sul significato della parola dominio. Dio aveva affidato all’uomo, nelle sue mani, tutti gli esseri viventi. Possiamo tornare indietro e pensare a Dio, quando formò l’uomo con le sue mani. Le mani di Dio e quelle dell’uomo mette in evidenza la loro somiglianza. Infatti, con l’uso delle nostre mani possiamo fare innumerevoli cose come inventare e costruire.

Il capolavoro di Dio è l’uomo, avendolo formato dalla terra. Adamah è una parola ebraica. Così il primo uomo si chiamò Adamo! In lingua ebraica, la parola adamah si traduce in italiano ‘la terra’ e se Adamo, il primo uomo, fosse chiamato così non dovremo meravigliarci perché egli fu formato dalla terra. Adamo era venuto dalla terrà e non solo, tutti gli esseri viventi, l’identità della natura: terra e uomo, sono identici perché sono della stessa sostanza. Le Sacre Scritture ci dicono che Il Dio Creatore del cielo e della terra ha creato l’umanità dalla stessa sostanza, dalla terra. Che cosa è l’umanità? Tutti gli esseri viventi che hanno ricevuto vita, l’alito del Dio vivente. Le piante, gli animali, l’uomo: maschio e femmina sono stati creati dalla terra. Il Dio creatore, l’attore principale della creazione è colui che ha fatto tutto con la stessa sostanza così che davanti a lui siamo tutti uguali in dignità, e ferme restando con le funzioni diverse.
Il pensiero che questa unica sostanza ci accomuna tutti, ci permette di fare mente locale e così con chiarezza comprendiamo che il mondo esiste perché ci siamo noi e non c’è niente di strano, è naturale che uno esiste per tutti e tutti esistono per uno.
Il salmista del capitolo 8 ci ha fatto anche un riassunto perfetto di questa opera di Dio. <<O SIGNORE, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra! Tu hai posto la tua maestà nei cieli. 2 Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore. 3 Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, 4 che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? 5 Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore. 6 Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani, hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi: 7 pecore e buoi tutti quanti e anche le bestie selvatiche della campagna; 8 gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quel che percorre i sentieri dei mari. 9 O SIGNORE, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra>>! Dio ha glorificato l’uomo dandogli tutto gratuitamente, a suo piacere e gradimento, perciò l’uomo a sua volta debba glorificare Dio stesso.
Ci chiediamo ora, però, se l’uomo ha saputo cogliere questa grazia? Possiamo rispondere a questa domanda? Su questo consiste la centralità dell’uomo sul creato che Dio ci ha affidato. E’ in questo senso che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, per perseguire il compito di custodire il suo creato, fruitore si, ma mai distruttore.

Il secondo testo è tratto dal libro della Genesi al capitolo 9 i versi 9 e 10 <<Quanto a me, ecco, stabilisco il mio patto con voi, con i vostri discendenti dopo di voi e con tutti gli esseri viventi che sono con voi: uccelli, bestiame e tutti gli animali della terra con voi; da tutti quelli che sono usciti dall’arca, a tutti gli animali della terra>>. Dopo il diluvio universale Dio parlò con Noè, stabilì con lui in prima persona un’alleanza e ratificò il suo ruolo nel vivere insieme con altri esseri viventi e con la sua discendenza. Il patto di alleanza era legato alla conservazione di ogni specie.
Noè insieme ad altri vivranno. Il creato, gli esseri viventi nel loro insieme, e l’uomo compreso devono essere tale da poter conservare le proprie specie.

Il dominio sin dall’inizio aveva anche avuto un lato negativo, era diventato uno strumento dell’uomo stesso che con le sue azioni prepotenti aveva manifestato lo sfruttamento, considerando uomini, donne e altri esseri viventi come proprietà, possesso, e oggetto del proprio interesse e piacimento. Con ciò siamo consapevoli, che per secoli, una lettura volutamente superficiale del testo del primo capitolo della Genesi verso 26 fu stato utilizzato e strumentalizzato proprio dal cristianesimo, ma più in generale dalle tre religioni abramitiche. La chiave di lettura errata di tutto questo sta nella parola dominio. Il dominio, invece di essere contestualizzato nella Genesi come la creazione e la vita, fu stato semplicemente interpretato come “una condizione di supremazia, di superiorità e di padronanza” dell’uomo sulla vita, mentre questa dovrebbe soltanto appartenere a Dio. Forse ci viene in mente ora o ci ricordiamo di diversi periodi nella storia in cui non tutti gli uomini furono stati considerati degli essere umani, uno di questi ad esempio fu quando i coloni bianchi furono andati a conquistare le Americhe, dove i nativi americani erano considerati quasi alla stregua di animali, e quindi da abbattere perché selvaggi, o come più tardi con gli schiavi provenienti dall’Africa i quali a causa del colore scuro della loro pelle erano stati considerati esseri inferiori. La funzione il ruolo dell’uomo era di dover costudire tutto il creato perché continui a sussistere ma in questa faccenda abbiamo assistito la dimostrazione dell’ingiustizia e la disuguaglianza. Allora, la discendenza del popolo e di tutti gli esseri viventi d’allora siamo noi. La nostra preghiera di confessione di peccato ci chiama e ci chiede in prima persona. <<Uomo, tu “dove sei; cos’hai fatto?>>” <<Dov’è tuo fratello, tua sorella?>>
Ecco perché a mio avviso, trattare il tema della creazione è un’impresa. E’ un argomento difficile da affrontare per la sua complessità. Perché si tratta di tornare indietro ad un’epoca remota. E’ tornare daccapo, ritornando all’origine di una esistenza, facendo mente locale e seriamente questo compito di avere “dominio” nel senso voluto da Dio.
Penso che i due testi che abbiamo letto del racconto della creazione narrato dal libro della Genesi siano urgenti per noi da meditare, da riflettere e da attuare nel loro vero senso olistico della generazione umana. Li dobbiamo scrivere e conservare nei nostri cuori. L’apostolo Paolo scrisse a Timoteo nella sua seconda lettera al cap. 3 versi 16-17: << 16 Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, 17 perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona>>. 2 Timoteo 3,16-17

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
è reso noto a tutti in Italia che la città di Roma è il luogo in cui la gente è meno disciplinato per quanto riguarda la raccolta differenziata. Osserviamo infatti che dappertutto si trova l’immondizia. E sappiamo anche che solo da poco, i condomini hanno avuto più contenitori per poter fare di più la raccolta differenziata.
Quante di noi ha già fatto rigorosamente l’impegno di separare l’umido/il prodotto organico, la plastica, la carta, le bottiglie. ecc? A volte, per stanchezza, però, veniamo tentati di mischiare tutto, generando più rifiuti nei sacchi di indifferenziati. Personalmente, cerco di impegnarmi a mettere le cose alla giusta raccolta, ma mi rendo conto che non è facile, sorgono dei dubbi e quindi non è automatico buttare la roba nel cassonetto. Allora abbiamo bisogno di essere istruiti anche per come buttare i nostri rifiuti. Che cosa pensiamo di Dio creatore? Ci guarda e ci osserva? Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo impegnarci a farci istruire. In questo tempo dedicato alla festa del creato siamo chiamati a ripensare della nostra esistenza e quale percorso di crescita abbiamo voluto intraprendere e che purtroppo ci stiamo accorgendo che le azioni negative sul creato, li stiamo pagando con degli effetti avversi.
Da un po’ di anni noi cristiani stiamo dedicando un tempo per riflettere sul creato e che tutto ciò ci riguarda da vicino, su noi stessi, come degli esseri viventi. Nel racconto della creazione che abbiamo letto e ascoltato l’uomo creatura come soggetto ha connaturato in sé un intento o progetto. Egli era una creatura simile a tutti, ma che domini a tutti gli altri creature. Così abbiamo oggi una parola su cui bisogna dare attenzione. La parola dominio ci chiama l’attenzione. E’ sottoposto al nostro giudizio, ciascuno o ciascuna che è compreso in una relazione: vive per l’uso – la pratica di essa. Noi svolgiamo il nostro impegno quotidiano con la nostra capacità di affrontarlo. Come ci rapportiamo con l’ambiente è anche una parte che riguarda la gestione delle cose che facciamo. L’ambiente è importante da considerare. La terra, gli animali, i cibi che ci alimentiamo, riguarda tutto il nostro essere come una singola persona. Ora, non possiamo trascurare questi che contribuiscono alla nostra esistenza perché siamo responsabili. Il cambiamento climatico è causato, in parte, dal nostro eccessivo accumulazione dei nostri rifiuti non smantellati. Per ridurre i nostri rifiuti dobbiamo imparare bene a fare la raccolta differenziata e ridurre l’utilizzo dei materiali non riciclabili, come le plastiche. L’impegno che ci richiede è fare attenzione al nostro stile di vita.
Nelle filippine siamo molto ricchi di terra, mare, alberi, pesci e animali domestici.
La nostra terra, però, viene continuamente sfruttata da molti agricoltori per avere più guadagno, utilizzando eccessivamente fertilizzanti, senza rendersene conto che va di scapito la salute di tutti. L’intento dell’uomo a guadagnare di più (un guadagno sproporzionale) porta alla catena di sfruttamento: sfruttamento della terra e degli altri piccoli organismi, ma soprattutto di se stesso attraverso lo sviluppo delle gravi malattie, questa è la conseguenza negativa dell’uomo malvagio.
In Italia sicuramente c’è più attenzione, più cura dell’ambiente ma ci vuole ancora di più. Mercoledì scorso, sono stata dalla sorella nostra Giuliana Galante e il mio solito giro di visita alle nostre sorelle che non riescono più a venire in chiesa. E sono molto contenta di incontrarla a casa sua. Ci siamo sedute nella sua terrazza bellissima piena di piante ornamentali e quelle che fioriscono. Mi dice che non essendo più in grado di stare a lungo fuori per fare una passeggiata vive e gode di questa sua terrazza. Le parla con loro. So che non solo lei che vive questo tipo di ambiente perché conosco molti di voi che avete il giardino o la terrazza pieno di piante e avete anche gli animali domestici. Questo è un buon segno che ci prendiamo cura dei nostri simili. <<I care>> in inglese, <<io curo>> in italiano. Care e curo sono parole che hanno la stessa radice, perché così penso che con l’attenzione, la cura che diamo ad altri possiamo compiere quell’atto positivo che proprio il significato del dominio verso gli altri esseri viventi. Care e cari, assumiamo le nostre responsabilità, innanzitutto personale e poi collettivo. Il nostro impegno come comunità di credenti è serio. Il Signore nostro ci ha affidato questo compito per il bene di tutti. Amen.

Past. Joylin Galapon

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Un Dio delle sorprese

Domenica 15 settembre il culto è stato tenuto dal co-residente portoghese della Conferenza Metodista Europea, ospite della nostra comunità, per il loro incontro annuale bishop Sifredo Texeira.

 

Isaia 55:6-13(8) Nuova Riveduta

6 Cercate il SIGNORE, mentre lo si può trovare;
invocatelo, mentre è vicino.
7 Lasci l’empio la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
si converta egli al SIGNORE che avrà pietà di lui,
al nostro Dio che non si stanca di perdonare.
8 «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il SIGNORE.
9 «Come i cieli sono alti al di sopra della terra,
così sono le mie vie più alte delle vostre vie,
e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.
10 Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano
senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,
affinché dia seme al seminatore
e pane da mangiare,
11 così è della mia parola, uscita dalla mia bocca:
essa non torna a me a vuoto,
senza aver compiuto ciò che io voglio
e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.
12 Sì, voi partirete con gioia
e sarete ricondotti in pace;
i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi,
tutti gli alberi della campagna batteranno le mani.
13 Nel luogo del pruno si eleverà il cipresso,
nel luogo del rovo crescerà il mirto;
ciò sarà per il SIGNORE un motivo di gloria,
un monumento perenne che non sarà distrutto».

 

“Il Dio delle sorprese”Isaia 55:6-13(8)

Cari fratelli, care sorelle, la pace di Gesù sia con tutti voi.

In qualità di Vescovo della Chiesa Metodista in Portogallo, vi porgo i saluti del popolo metodista portoghese che ha iniziato a incontrarsi come tale nel 1854 nel distretto di Porto. In effetti oggi siamo ancora una chiesa minoritaria presente in 5 distretti dei 18 nel paese continentale.

Come uno dei due co-presidenti del Consiglio Metodista Europeo, vi esprimo la nostra gratitudine per averci accolto a Roma per l’incontro annuale e per prendere parte a questo Culto speciale. Possa Dio continuare a benedirvi e proteggervi.

Il Consiglio Metodista rappresenta i molti metodisti nei diversi paesi europei che condividono il vangelo di Gesù nella parola e nell’azione. Un esempio è dato da quanto la Chiesa Metodista e Valdese fa in Italia, inclusa la cura di quei rifugiati che cercano un posto sicuro in cui vivere.

Oggi sono qui per parlare di sorprese.

A quanti di noi piacciono le sorprese?

Dipende, potreste dire. Se sono belle, di solito ci fanno piacere, ma se non sono tanto belle, in generale preferiremmo farne a meno.

Oggi vorrei condividere con voi l’opportunità di riflettere al Dio delle sorprese che è il nostro Dio.

Vi è mai accaduto di essere stati sorpresi da Lui nella vostra vita? Sono sicuro che per la maggior parte di noi o per tutti noi la risposta è sì. In molti casi ne abbiamo gioito e in altri abbiamo incontrato difficoltà e sofferenze, ma alla fine per molti di noi è rimasta gratitudine per tutto ciò che è stato vissuto.

Soffermiamoci su alcune persone sorprese che si trovano nella Bibbia.

Mosè. Il popolo di Israele era schiavo in Egitto e un giorno, quando Mosè meno se lo aspettava, Dio venne a trovarlo e gli disse: “Ho bisogno di te. Vai e guida il mio popolo nella liberazione che ho concesso loro “. Mosè trovò delle scuse ma nessuna fece cambiare il disegno di Dio. “Sei tu quello di cui ho bisogno.”

Conosciamo la storia. Il popolo di Israele fu guidato da Mosè sulla via verso la liberazione dalla schiavitù in Egitto.

Un altro uomo sorpreso. Samuele, il Profeta. Quando fu mandato nella casa di Isai per ungere un nuovo re per il popolo di Israele, pensò che ognuno di quelli che gli erano stati portati davanti potesse essere il re, ma Dio lo sorprese scegliendo quello a cui nessuno pensava. Davide fu portato davanti a Samuele e Dio gli disse: “è lui”.

Sappiamo anche come Davide sia diventato un re importante per il popolo di Israele e anche per tutti coloro che sono diventati credenti nel suo Dio.

Paolo è un’altra sorpresa di Dio. Coloro che lo conoscevano non potevano credere in quello che sarebbe stato chiamato a fare. Perseguitava i cristiani e conobbe Cristo. La sua vita fu cambiata. Il persecutore diventò perseguitato. Era ed è tuttora una grande benedizione di Dio per tutti coloro che credono in Gesù come salvatore.

In questi pochi esempi troviamo un po’ del significato di ciò che Isaia dice nel nome di Dio: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie.”

Anche Gesù fu una sorpresa di Dio. Gli Ebrei si aspettavano un Messia con le caratteristiche che loro ritenevano necessarie per offrire loro la liberazione che stavano attendendo. Cosa invece ha fatto Dio? Ha mandato suo figlio a nascere non in un palazzo, non in un luogo di potere, non tra la gente importante. È nato molto semplice da persone semplici e è stato onorato da coloro che erano discriminati. E quando molti pensarono che avrebbe guidato il popolo in un processo di attuazione del regno di Dio, morì sulla croce. Molti pensavano che fosse la fine, ma la sorpresa è arrivata di nuovo ed è risorto dalla morte, è vivo e chiama tutti a seguirlo.

Il Dio delle sorprese era presente in Gesù. Ricordatevi ad esempio di Zaccheo. Voleva vedere Gesù. Trovò un posto su un albero. Gesù si fermò vicino a dove si trovava e gli disse: “Scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua.” Una incredibile sorpresa fu questa perché la vita di Zaccheo ne fu cambiata.

Ricordatevi di quella donna che aveva un problema di salute e credeva che toccando le vesti di Gesù sarebbe stata guarita. Toccò Gesù e fu guarita ma fu sorpresa quando Gesù chiese: “chi mi ha toccato?” Affrontò Gesù e lo sentì dire: “la tua fede ti ha salvata”.

Molti anni fa, mia moglie ha avuto un difficile problema di salute e vi è stato un tempo in cui anche io pensavo che stesse per lasciarci ma ci sbagliavamo, il Dio delle sorprese ha fatto quello che alcuni non si aspettavano e fu curata e dopo 20 anni sta ancora bene.

Ci sono alcuni di noi che hanno pensato di partecipare alla vita della chiesa solo partecipare alle attività, ma sono rimasti sorpresi quando sono stati chiamati a prendere parte ai ministeri della chiesa. In molti casi la sorpresa ha prodotto un grande cambiamento nella vita. Pensiamo a coloro che hanno dovuto lasciare tutto per adempiere alla loro missione.

Sono stato sorpreso quando ero un ragazzo e da un Missionario in visita alla mia famiglia mi è stato detto: “Dio ti chiamerà per il ministero pastorale”. Ho ascoltato in silenzio. Non sapevo cosa dire. Quello che ricordo fu che dissi a Dio: “se questa è la tua decisione, le cose accadranno naturalmente nella mia vita”. Dopo 4 anni di formazione sono diventato Ministro Metodista, 35 anni fa, e da allora le sorprese hanno continuato ad accadere nella mia vita e ministero. Ho reazioni simili a quelle di Mosè e molte volte dico: “Non posso essere io. Non sono in grado.” Sì, sei tu quello che voglio e sai che sarò sempre con te” è stata la risposta di Dio.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie” dice il Signore.

Anche oggi siamo qui e le sorprese sono già avvenute. Molti di voi non si aspettavano di incontrare così tante persone diverse provenienti da diversi paesi europei. Molti non si aspettavano di ascoltare un predicatore dal Portogallo, che parla inglese per essere tradotto in italiano. Molti di noi non si aspettavano di essere sorpresi da Dio. Di solito diamo per scontato che le cose in chiesa vadano come sono sempre andate.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il Signore”.

Siamo qui per volgere la nostra preghiera a Dio, per essere benedetti per essere una benedizione. Siamo qui per essere sorpresi da Dio.

Qual è la sorpresa che Dio ha portato nella mia vita oggi?

Due settimane fa siamo stati benedetti da Dio con l’ammissione di un nuovo membro nella nostra principale congregazione Metodista locale a Porto, la chiesa di Mirante. Pochi giorni dopo eravamo allo studio biblico settimanale e quella donna era con noi. A un certo momento dell’incontro ha dovuto dire a tutti: “Ho avuto molte cose buone nella mia vita, ma l’esperienza avuta domenica scorsa quando sono stata accolta come membro di chiesa, è stata la migliore. Ho sentito Dio con me. È qualcosa di straordinario che fa la differenza nella mia vita “.

C’è una cosa che non dobbiamo dimenticare ossia: siamo alla presenza di Dio essenzialmente per mostrare la nostra gratitudine, adorarlo, pentirci dei nostri peccati, prestare attenzione alle Sacre Scritture, ascoltare la parola di Dio, invocare la sua benedizione e andare nel suo nome per essere una benedizione per gli altri. In breve, dobbiamo continuare a dire a Dio: “Benedicimi e usami” e le sorprese continueranno ad accadere.

Il Dio delle sorprese continuerà ad agire in modi che non immaginiamo neppure, ma niente e nessuno può impedirgli di costruire il suo regno dove tutti coloro che credono in Lui hanno un posto, dove tutti sono accolti, dove tutti sono importanti, dove tutti godranno del  musica del cielo, dove tutti godranno dell’immenso amore di Dio.

Siate preparati. Le sorprese continueranno. Potreste essere chiamati a fare questo o quello, ad andare qui o là, ad aiutare o a essere aiutato, o anche a vivere ciò che non riuscite nemmeno immaginare.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore.”

Possa il Dio delle sorprese essere sempre il nostro aiuto.

 

 

 

 

Isaiah 55:6-13(8) (NRSVA)

Seek the Lord while he may be found,
call upon him while he is near;
let the wicked forsake their way,
and the unrighteous their thoughts;
let them return to the Lord, that he may have mercy on them,
and to our God, for he will abundantly pardon.
For my thoughts are not your thoughts,
nor are your ways my ways, says the Lord.
For as the heavens are higher than the earth,
so are my ways higher than your ways
and my thoughts than your thoughts.

10 For as the rain and the snow come down from heaven,
and do not return there until they have watered the earth,
making it bring forth and sprout,
giving seed to the sower and bread to the eater,
11 so shall my word be that goes out from my mouth;
it shall not return to me empty,
but it shall accomplish that which I purpose,
and succeed in the thing for which I sent it.

12 For you shall go out in joy,
and be led back in peace;
the mountains and the hills before you
shall burst into song,
and all the trees of the field shall clap their hands.
13 Instead of the thorn shall come up the cypress;
instead of the brier shall come up the myrtle;
and it shall be to the Lord for a memorial,
for an everlasting sign that shall not be cut off.

 

The God of surprises” – Isaiah 55:6-13(8) (NRSVA)

Dear sisters and brothers, may the peace of Jesus be with you all.

Being the actual Bishop of the Methodist Church in Portugal I bring you greetings from the portuguese Methodist people who started meeting as such in 1854 in the Porto District. Actually we are still a minority Church present in 5 districts of the 18 in the continental country.

Being one of the two co-Chairs of the European Methodist Council I bring you our gratitude for welcoming us in Rome for the annual meeting and to take part in this very special Worship Service. May God continue blessing you and keeping you.

The Methodist Council represents the many Methodists in the European different countries who share the gospel of Jesus with what is said and with what is done. One example we have is what the Methodist and Valdensian Church has been doing in this country that includes the care of those refugees looking for a safe place to live.

I am here today to speak about surprises.

How many of us enjoy surprises?

Depends can you say. If they are good normally we enjoy but if they are not so good, we tend to prefer not have those.

Today I am bringing you the opportunity to think about the God of surprises who is our God.

Weren’t you surprised by Him in your life? I am sure that for the most of us or for all of us the answer is yes. In many of them we enjoyed and in some others there were difficulties and some suffering but in the end there was for many of us gratitude for all that was lived.

Let us for a moment think of some surprised people we find in the Bible.

Moses. The people of Israel were in Egypt being slaves and one day, when Moses wasn’t expecting, God came to see him and told him: “I need you. Go and lead my people in the liberation I have for them.” Moses found excuses but none of them changed God’s mind. “That’s you that I need.”

We know the story. The people of Israel was led by Moses in the way to be liberated from the Egyptian slavery.

Another man surprised. Samuel, the Prophet. When he was sent to the house of Jesse to anoint a new king for the people of Israel, he thought that each one of those who were brought before him could be the King but God surprised him choosing the one that nobody thought about. David was brought before Samuel and God told him: “that’s the one.”

We know also how David became an important King for the people of Israel and also for all those who became believers in his God.

Paul is another surprise from God. Those who knew him couldn’t believe in what he was to be called to be doing. He was persecuting Christians and met Christ. His life was changed. The persecutor became persecuted. He was and still is a great blessing from God for all of those who believe in Jesus as savior.

In these few examples we find a bit of the meaning of what Isaiah was saying in God’s name: “My thoughts are not your thoughts. My ways are not your ways.”

Even Jesus was a surprise from God. The Jews were expecting a Messiah with the characteristics they thought were necessary to give them the liberation they were looking for. What was done by God? Sent his son to be born not in a palace, not in a power place, not amongst the important ones. He came very simple to be born from simple people and celebrated by those who were discriminated. And when many thought he was going to lead the people in a process of implementing the kingdom of God, he died on the cross. Many thought was the end but the surprise came again and he rose from the dead and is alive calling everybody to follow him.

The God of surprises was present in Jesus. Remember for example Zacchaeus. He wanted to see Jesus. He found a place in a tree. Jesus stopped close to where he was and told him: “Come down. I want to be with you in your house.” An amazing surprise was this because the life of Zacchaeus was changed.

Remember that woman that had a health problem and believed that touching the garments of Jesus was the way to be cured. She touched Jesus and was cured but she was surprised when Jesus asked: “who did touch me?” She faced Jesus and heard him telling her: “was your faith that saved you.”

Many years ago, my wife had a difficult health problem and there was a time that even me thought she was about to leave us but we were wrong, the God of surprises did what for some wasn’t expected and she was cured and after 20 years she is still well.

There are those of us that thought were to be taking part in the church life just to be there in the activities but were surprised when were called to take part in the ministries of the church. In many cases the surprise made a big change in the life. Thinking in those that had to leave everything to accomplish their mission.

I was surprised when I was a young boy and through a Missionary visiting my family I was told: “God will call you for the pastoral ministry.” I heard in silence. I didn’t know what to say. What I remember was me telling to God: “if this is your decision, things will happen naturally in my life.” After 4 years training I started being a Methodist Minister, 35 years ago and since then the surprises continued happening in my life and ministry. I have reactions a bit like Moses and many times I say: “Can’t be me. I am not able.” “Yes, that’s you I want and you know that I will be always with you” has been the answer from God.

“My thoughts are not your thoughts and my ways are not your ways” says God.

Even today we are here and the surprises happened already. Many of you were not expecting to meet so many different people from different European countries. Many weren´t expecting to have a preacher from Portugal, speaking in English to be translated for Italian. Many of us weren´t expecting to be surprised by God. Usually we assume things in Church will happen as ever.

“My thoughts are not your thoughts, says the Lord, and my ways are not your ways.”

We are here to bring our worship to God, to be blessed to be a blessing. We are here to be surprised by God.

What is the surprise God brought to my life today?

Two weeks ago we had the blessing from God of receiving a new member in our main local Methodist congregation in Porto, the Mirante church. Few days later we were in the weekly Bible study and that woman was with us. At certain time of the meeting she had to tell everybody: “I had many good things in my life but the experience I had last Sunday when I was received as member of the church, was the best one. I felt God with me. That’s something extraordinary that makes the difference in my life.”

There is one thing we can’t forget that is: we are in the presence of God essentially to show our gratitude, to worship him, to repent from our sins, to give attention to the holy Scriptures, to listen the word of God, to seek his blessing and to go in his name to be a blessing for others. In short we must keep saying to God: “Bless me and use me” and the surprises will continue happening.

The God of surprises will continue acting in ways we even have no idea but nothing and nobody can stop him building up his kingdom where all that believe in him have a place, where all are welcomed, where all are important, where all will enjoy the music of heaven, where all will enjoy the immense love of God.

Be prepared. The surprises will continue. You may be called to do this or that, to be here or there, to help or to be helped, or even to live what you even can’t imagine.

“My thoughts are not your thoughts, says the Lord, and my ways are not your ways.”

May the God of surprises be always our helper.