Modellandoci nell’immagine di Cristo

Ogni vita è soggetta ad essere modellata dalle forze dentro e fuori. I bambini sono plasmati dai loro genitori in tanti modi: come parlano, quanto sono leali nel gioco, che modi hanno. I genitori riversano affetto ai loro figli – ma quando sarà necessario, castigano i loro piccoli per correggerli.
Il salmo che abbiamo letto all’inizio descrive un Dio che ci ha plasmati nel grembo di nostra madre. Un Dio che ci conosce, che sa quando ci sdraiamo e quando ci alziamo. Un Dio che ci ama come un genitore ama un bambino. Un Dio che continua a lavorare con l’argilla dell’umanità tutte le nostre fratture per continuare a cercare di plasmarci e formarci nella sua visione, quando all’inizio del tempo l’uomo e la donna vivevano liberamente e in armonia con il resto del mondo creato e in perfetta comunione con Dio.
Dio è presente come il vasellaio al tornio da vasaio, ma non è in completo controllo degli ingredienti tanto quanto un vasellaio umano ha il completo controllo di ogni aspetto dell’argilla. Noi umani tendiamo ad allontanarci – come individui, come nazione, come chiesa – diventiamo duri e difficili da lavorare. Facciamo ciò che vogliamo perché possiamo – neghiamo la nostra interdipendenza e la nostra reciproca responsabilità di plasmare un mondo nell’amore piuttosto che nella paura, come è successo questa settimana nelle diverse posizioni riguardanti la difficile situazione degli immigranti, a bordo di una nave, che cercano rifugio.
Non è facile cercare le vie di Dio nella nostra vita. Non è facile essere consapevoli o persino capire cosa significhi lasciare che le mani di Dio modellano la vita dei nostri giorni, tuttavia la nostra stessa sopravvivenza come specie dipende dalla nostra volontà di provare. Dio ci ha messi liberi di cercare le vie di Dio o no. Dio ci ha liberati per perfezionare il nostro cammino verso la luce o l’oscurità, verso la pace o per perfezionare la costruzione di armi.
Un tema chiave nelle letture di oggi non è che Dio plasma le creature passive. Piuttosto, è la risposta dell’umanità all’attività di Dio e alla chiamata divina attraverso l’uso della libertà. Suggerire l’uno o l’altro – che solo Dio ci modella o modelliamo noi stessi lontani da Dio – non riesce a captare la relazione tra la grazia di Dio e la libertà umana. Di fatto, Dio ci modella attraverso il dono della libertà che ci ha affidato. Tuttavia tutte le nostre scelte riflettono necessariamente il disegno del vasaio divino per noi? No, non lo sono. Questo è il motivo per cui il vasaio rompe l’argilla che è stata deformata. Ci deformiamo attraverso scelte peccaminose o scelte per cose che compromettono la nostra relazione con Dio in Gesù Cristo.
Le letture di oggi indirizzano la libertà umana cristiana verso il proprio fine, cioè verso l’unione con Dio attraverso il discepolato in Cristo. È utile, tuttavia, riconoscere che facciamo delle scelte che ostacolano il nostro esser veri seguaci di Gesù. Nella parabola del figlio prodigo, il giovane figlio abusò della sua libertà scegliendo di scappare da suo padre, portando con sé tutta la sua eredità nonostante suo padre sia ancora vivo. Nella lettera di Paolo a Timoteo, ha confessato il suo passato poco lusinghiero in questo modo: “… Ero un tempo un bestemmiatore e un persecutore e un uomo violento …” (1 Ti 1:13). La prima volta che la Bibbia menziona Paolo, che fu chiamato Saul e viene descritto come un giovane che fa la guardia ai vestiti di coloro che lapidavano Stefano a morte. (At 7:58) Paolo passò rapidamente dal sostenere la persecuzione dei cristiani a guidarla mentre andava di casa in casa per trascinare i cristiani in prigione. In tutta sincerità, Paolo non era diverso dai militanti di oggi che hanno scelto di usare la loro libertà per seminare il terrore nel senso che, come loro, anche lui pensava che stesse combattendo una guerra santa e stava facendo la volontà di Dio.
Nel nostro testo epistolare, l’apostolo Giovanni assume il ruolo del vasellaio nel plasmare i cristiani del suo tempo in comunione con Dio e con altri credenti. Per essere sicuri, c’erano persone che diffondevano idee false sul Vangelo, usando frasi familiari come “conoscere Dio”, “camminare nella luce” e “nato da Dio”, ma con significati distorti. Quindi, questa tendenza ad alterare i significati delle parole era già in circolazione da molto tempo, non solo nel nostro mondo postmoderno. Giovanni ha dovuto emettere un severo avvertimento, sapendo che una confusa e sottile distorsione della verità è più difficile da resistere da una vera e propria negazione. Nell’evidenziare le verità dietro la parola, inizia ripetutamente con la frase “Se diciamo …,” (I Gv 1, 6; 8; 10) dunque ci chiama ad essere onesti con le nostre mancanze e poi procedere a mostrarci quali azioni devono essere fatte se pretendiamo di vivere nella vera luce e conoscere Dio. Ora possiamo chiederci: cosa o chi permettiamo di modellare il nostro spirito e formare i nostri cuori? Quali forze influenzano o addirittura dirigono il nostro pensiero, i nostri valori o le nostre scelte?
Nel suo libro “Hamlet’s Blackberry” (2010), l’autore William Powers considera l’effetto che la tecnologia digitale sta esercitando su di noi. Il mondo digitale di oggi ci trasforma in persone “connesse”. E chi potrebbe essere contro la connessione? Quando venni in Italia, da solo, 25 anni fa, avrei desiderato connettermi a Sofia e ai nostri 3 figlie, quindi le scrivevo – inviando nastri vocali – e lei mi scriveva – mandandomi anche i nastri vocali – ma a volte, ci è voluto più di un mese perché arrivasse la sua lettera. Ora, questa tecnologia ci offre una connessione istantanea faccia a faccia. Eppure, mentre ci permette di connetterci con il tocco delle nostre dita agli eventi in tutto il mondo, di collegarci con l’analisi più attuale di argomenti di interesse, e di contattare persone in tutto il mondo, c’è anche uno svantaggio di tutte queste connessioni. L’autore sottolinea una perdita di concentrazione nelle nostre vite poiché controlliamo continuamente i nostri schermi, le nostre e-mail, i nostri messaggi vocali, i nostri vari collegamenti, i video aggiornati e tutte le altre forme di richieste costanti che richiamano la nostra attenzione. Egli scrive: “Stiamo perdendo qualcosa di grande valore, un modo di pensare e di muoversi nel tempo che può essere riassunto in una sola parola: profondità. Profondità di pensiero e sentimento, profondità nelle nostre relazioni, nel nostro lavoro e in tutto ciò che facciamo “. Mentre c’è una lotta per mantenere l’equilibrio tra il sé sociale esterno e il sé interiore privato, siamo sempre più guidati dalle voci che ci circondano, ignorando la voce interiore. Alla fine, potremmo chiedere: aumentano la nostra libertà o la diminuiscono, con il loro beep incessante che segnala il più recente flusso di messaggi in qualsiasi momento, anche mentre mangiamo, o prendiamo un sonno tanto necessario?
La domanda per i credenti è se lasciamo che la voce di Dio incida in qualsiasi modo profondo. La chiamata di Gesù al discepolato ci invita a impegnarci in una relazione con lui che plasmerà le nostre vite non solo la domenica, ma attraverso tutti i giorni che ci attendono. Egli ci invita a una connessione permanente attraverso il lavoro dello Spirito Santo che effettuerà una trasformazione al livello più profondo del nostro essere. Ma la nostra brama di connessione con tutto il mondo può cedere al piano intenzionale di Dio per penetrare e plasmarci nell’esempio dell’amore e del sacrificio di Gesù?

Come cristiani troviamo guida e ispirazione in Gesù, nostro Salvatore e Signore. È la nostra luce perchè le sue parole continuano a bussare alla porta dei nostri cuori, in attesa di una risposta: “Felici quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28). “… chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente completo. Da questo conosciamo che siamo in lui: chi dice di rimanere in lui, deve camminare com’egli camminò.” (I Gv 2,5-6) Che siamo plasmati dalle parole di Gesù e che l’azione dello Spirito per essere un popolo di misericordia, giustizia e riconciliazione è davvero nella nostra scelta.

Quindi stamattina, cara sorella e caro fratello, lascia che ti inviti ad immaginare te stesso come un vasaio, tenendo l’argilla nelle tue mani. Chiedi allo Spirito di ungere le tue mani; lascia che il tuo cuore consideri la scelta di permettere le vie di Dio modellare le nostre vite personali, la nostra vita come chiesa, la vita della nostra nazione; e vedi quale forma potrebbe emergere mentre condivido con te la preghiera di San Francesco: Preghiamo…
Signore, fammi uno strumento della Tua pace. Dove c’è odio, lasciami seminare amore; dove c’è ferita, perdono; dove c’è dubbio, fede; dove c’è disperazione, speranza; dove c’è oscurità, luce; dove c’è tristezza, gioia.
O, Maestro divino, concedi che io non possa tanto cercare di essere consolato quanto consolare; essere capito come capire; essere amato come amare; perché è nel dare ciò noi riceviamo; è perdonando che siamo perdonati;
è nel morire che siamo nati di nuovo alla vita eterna. Amen.

pred. Samuel Gabuyo

Riconoscere che la nostra vita è nelle sue mani

Salmo 138

Care sorelle cari fratelli,

sovente i testi biblici che leggiamo al culto della domenica ci interpellano su gravi questioni di attualità, richiamandoci alle nostre responsabilità di credenti, di cittadini, di uomini e donne. Oggi, invece, siamo chiamati dal Salmo 138 a rivolgere la nostra attenzione a Dio e a lodarlo, per le sue opere nei nostri confronti. A dire il vero, anche su questo amiamo fare riflessioni che problematizzano il tema: la preghiera che rimane senza risposta; la teodicea, cioè le ragioni per cui Dio permette l’esistenza del Male, e così via. C’è un tempo, però, per ogni cosa: oggi abbiamo battezzato il piccolo Samuel e vogliamo “solo” accogliere in tutta semplicità l’invito del salmista a unirci a lui in un canto di lode che viene dal cuore.

Andiamo allora al Salmo. L’impressione è che chi scrive l’abbia vista brutta. Non sappiamo bene da qual genere di liberazione nasca il canto attribuito al re Davide: forse una guerra, vinta per un soffio? Forse una congiura di palazzo, sventata? Forse soltanto un conflitto più ordinario, come tanti ne incontriamo nella nostra vita? Le ragioni potrebbero essere mille. Il punto è che il salmista ci dice che Dio è venuto incontro alla sua fragilità di essere umano e lo ha salvato. E qui lui si rivolge al Signore. Non si vanta pensando di essere stato bravo a cavarsi dai guai, neppure attribuisce al caso la sua salvezza, ma ringrazia Dio. Pensando alla nostra vita, quante volte ci sale dal cuore un senso di gratitudine? Anche solo perché la vita è bella! Oggi abbiamo accolto un bimbo, lo abbiamo battezzato per annunciare la grazia di Dio, e noi  vogliamo dire grazie a Dio, al nostro creatore, vogliamo cantare il suo nome, perché ci ha salvati per puro amore. È quel calore di cui parlava Wesley, quello che nasce dentro il tuo cuore quando cogli la portata dell’amore di Dio nell’evangelo. Un calore che anima la preghiera e l’azione del credente, un calore che ci porta prima di tutto alla gratitudine.

Una gratitudine che nasce spontanea di fronte a questo battesimo, perché esso è un dono di Dio, un segno prima di tutto della fiducia di Dio nei nostri confronti: Lui, con la sua grazia, pone la sua fiducia in noi, quando ancora non siamo in grado di fare nulla, se non mangiare e far passare le notti in bianco ai nostri genitori. Battezzare un bambino invece che un adulto significa sottolineare attraverso il segno dell’acqua che la nostra vita nasce in Lui e in Lui trova il suo senso. Per questo il battesimo è una testimonianza di fiducia in Dio. E questa fiducia voi genitori siete chiamati a testimoniargli nel corso della sua infanzia, fino al giorno in cui, speriamo, anche Samuel confessi la sua fede e la sua gratitudine.

È dunque importante benedire il Signore. Oltre al battesimo di oggi, quante altre ragioni abbiamo di ringraziarlo? Il dono, magari insperato, ma tanto desiderato, di un bambino. Il dono della vita che si rinnova, il dono dell’amore di una madre, di un padre, di una bella famiglia che ci circonda fin dalla nascita. Il dono di un compagno o una compagna di vita. Il dono dell’amicizia… Di quanti doni è colma la nostra vita: abbiamo mai ringraziato per questi? Forse li diamo per scontati, ma il ringraziamento ci porta a nominare tutte queste cose e quindi a riconoscerle e ad apprezzarle. E noi, che crediamo in Dio, vogliamo ringraziarlo per questo. E lo preghiamo anche quando questi doni sembrano venire meno nei momenti difficili. Anche il Salmo ammette che la vita ci può portare per strade tortuose: Se procedo in mezzo all’afflizione mi mantieni in vita, contro l’ira dei miei nemici stendi la tua mano, mi salva la tua destra. E poi lo possiamo pure pregare per le persone che non godono di tutti questi doni… Ma sempre a lui facciamo riferimento, perché in lui, al di là di tutte le nostre legittime domande, paure, dubbi, troviamo una risposta di vita. Per tutte queste ragioni, la vita del credente dovrebbe essere un inno di lode a Dio, un riconoscimento per tutto quel che ci ha dato.

Se tutto quel che ho appena detto indica un movimento da noi verso Dio, in risposta al movimento che Dio ha fatto verso di noi, questo non può rimanere un dialogo  chiuso tra me e il Creatore. È interessante, infatti, un’annotazione del salmista: davanti a chi celebra il nome di Dio? Davanti agli dei, un termine che possiamo tradurre in due modi. Prima di tutto con “angeli”, quelli che compongono la corte di Dio. È quindi davanti a questa corte divina che faccio il mio ringraziamento. C’è, però, anche un’altra possibile traduzione, cioè davanti agli dei, intesi come le divinità, le false immagini di Dio che gli esseri umani si creano ogni giorno e in ogni tempo: davanti alle illusioni che essi si fanno, il salmista dice che solo in Dio ha trovato la sua forza e la sua salvezza. Celebrare Dio significa rinunciare ai nostri idoli e proclamare al mondo la nostra fede nell’unico Signore.

Questo non può che sfociare in una testimonianza pubblica in favore di Dio: quando la mia lode diviene manifesta, gli altri vedono che un’altra persona ancora ha riconosciuto che la sua vita è nelle Sue mani. Questa è la migliore evangelizzazione! Noi metodisti e valdesi abbiamo una bella storia da presentare ai nostri interlocutori, abbiamo pure un’eccellente teologia, certo. Ma la gente vuol sapere da noi prima di tutto su che cosa si fonda la nostra vita: su Dio? Sul denaro? Sul successo ad ogni costo? Su qualche altro idolo? Vedere qualcuno che loda Dio pubblicamente è il più forte invito ad accogliere quella parola d’amore che la Scrittura ci rivela. E poi questi esempi edificano la chiesa stessa, la rafforzano in vista della sua missione in questo mondo.

Care sorelle e cari fratelli, il Signore ci ha fatto delle importanti promesse di vita. Il salmista ci chiama ad affidarci ad essere perché sono veritiere. Le Scritture sono nel loro insieme una testimonianza di questa Sua fedeltà, anche di fronte alla tragica infedeltà del suo popolo. Dio rende grande il suo nome tenendo fede alle sue promesse. Le parole di Dio non cadono nel vuoto: a noi di fidarci e ricondurre a lui le nostre vie. Lodiamo il Signore di cuore, fratelli, e la vita sarà più leggera, intensa, piena di significato.

Amen

past. Eric Noffke

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Giornata della memoria di John Wesley

Domenica 3 giugno la nostra comunità ha tenuto un culto insieme alla comunità valdese di via IV novembre di Roma per la giornata della memoria di John Wesley. La liturgia è stata curata da pastore Emanuele fiume, che ha tradotto un culto del 1700 composto proprio da J. Wesley, mentre il sermone è stato preparato dalla pastora J. Galapon.

Qui di seguito trovate la liturgia e il sermone.

Liturgia per l’amministrazione della Cena del Signore
Rev. John Wesley
Bristol, 10 settembre 1784

Traduzione di Emanuele Fiume

Saluto e introduzione

Inno: “Rejoice, the Lord is King/Gioite nel Signor” (Charles Wesley – G. F. Händel)

La tavola al tempo della Comunione, coperta di un panno fine di lino, sarà preparata dove sono convocati i culti del mattino e della sera. E l’Anziano, presenziando alla Tavola, dirà la Preghiera del Signore, con la seguente preghiera di colletta, mentre il popolo sta in ginocchio.

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà in terra come in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e perdona le nostre trasgressioni come noi perdoniamo coloro che ne hanno commesse nei nostri confronti, e non condurci nella tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

La preghiera

Dio Onnipotente,
al quale ogni cuore è aperto, ogni volontà è conosciuta, al quale nessun segreto è nascosto, purifica i pensieri dei nostri cuori mediante l’ispirazione del tuo santo Spirito, affinché possiamo amarti perfettamente e magnificare degnamente il tuo santo nome, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

L’Anziano, rivolto verso il popolo, dovrà ripetere distintamente tutti i DIECI COMANDAMENTI: e il popolo, ancora in ginocchio, dopo ogni Comandamento, chiederà a Dio pietà per le sue trasgressioni commesse nel passato e grazia per l’avvenire, come segue:

Il Ministro legge un comandamento per volta. Ad ogni comandamento, il popolo risponde:

Segue questa preghiera

Preghiamo!

Dio onnipotente ed eterno,
noi siamo stati istruiti dalla tua santa parola sul fatto che i cuori dei principi della terra sono al tuo comando e sotto il tuo governo, e che tu ne disponi e li trasformi come pare meglio alla tua divina sapienza; noi ti imploriamo umilmente di disporre dei cuori dei governanti di questo paese e di governare su essi, che ci governano, affinché in tutti i loro pensieri, parole e opere possano cercare il tuo onore e la tua gloria, e si impegnino a preservare il tuo popolo sottoposto alla loro autorità in salute, pace e bontà. Fa’ questo, Padre di ogni grazia, per amore del tuo caro Figlio Gesù Cristo, Signore nostro. Amen.

Poi segue la preghiera del giorno:

 O Dio,
baluardo di tutti quelli che confidano in te, accogli con misericordia le nostre preghiere e poiché, a causa della debolezza della nostra natura mortale noi non possiamo fare nulla di buono da soli, dacci il soccorso della tua grazia, così che osservando i tuoi comandamenti possiamo piacerti, con la volontà e con le opere, per Gesù Cristo, Signore nostro.

Subito dopo la preghiera, l’Anziano leggerà l’Epistola, dicendo: L’Epistola (o la parte della Scrittura indicata come Epistola) è scritta nella I Lettera a Timoteo, capitolo 6 a cominciare dal versetto 17  al 19 Quando finisce la lettura, dirà, Qui finisce l’Epistola. Poi leggerà il Vangelo (il popolo sta in piedi), dicendo, Il santo Vangelo è scritto nel Vangelo di Luca, capitolo 12 a cominciare dal versetto 13 al 21

Poi segue il sermone

Luca 12,13-21

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
questa parabola che abbiamo ascoltato ci ricorda ciò che Dio ha consegnato a noi credenti come responsabilità da custodire nei cuori e nella nostra mente. Il nostro vivere nella fede in lui determina fiducia, obbedienza e servizio.

Fiducia perché? obbedienza perché? servizio perché?

Fiduciaperché il nostro vivere oggi come dei credenti in Dio è un affidarsi. Affidare a Dio tutto quello che abbiamo, tutto quello che possediamo e tutto quello che siamo. Essere noi riconoscenti  che dalla sua mano abbiamo avuto e apriamo anche noi le nostre mani rimettendo quello che ci è stato dato, consegnandolo  nelle sue mani per aiutarci  nella suddivisione e moltiplicazione dei beni per tutti.

Obbedienzaperché il nostro vivere è un cammino  per seguire le sue  leggi, per mezzo di cui, si compiono la sua volontà di  guidarci verso  la meta, il traguardo in cui la nostra anima raggiungerà la pace e la giustizia in relazione con gli altri.

Servizio perché siamo tutti chiamati e tutte chiamate a investire di ciò che abbiamo depositato nei nostri granai vivendo in questa terra. Vediamo che il frutto della terrà è generoso perché il Padre è un grande donatore che ci fa raccogliere  tutti e tutte i beni materiali che nella condivisione con gli altri diventano i beni spiritualiche rendono gioia a chiunque li dà e li riceve. Dalla terra riceviamo, guadagniamo, e doniamo, così i beni materiali che  abbiamo noi credenti in Dio non sono doni da depositare ma da investire.

I primi cristiani hanno fatto, ad esempio, la colletta che segna solidarietà e condivisione, è  per un motivo preciso di coprire i bisogni. Essi hanno messo insieme in un granaio comune il loro denaro per poi dividere, spartire  e per sostenere le loro opere di bene. Come sta il granaio della nostra chiesa? La nostra chiesa  ha vissuto un altro anno  di vita e quindi  è  un altro anno  aggiunto come abbiamo visto nella relazione morale durante la fine dell’anno con l’assemblea di chiesa. Sia  ringraziato il Signore Dio, padrone , proprietario di questo granaio, perché forse ha trovato le ragioni per farlo esistere ancora.

A questo proposito il nostro incontro oggi è una delle motivazioni per cui esiste.

Il Dio proprietario (di questo granaio)si è resoconto del lavoro dei suoi operai a partire da noi, pastori. Un anno di lavoro di collaborazione in cui ha potuto raccogliere le sue pecore disperse dalla Cina. Essi sono stati dispersi, perseguitati dai loro capi. Essi sono qui, perché  non sono stati riconosciuti per quello in cui credono, che è il Dio di ogni popolo e di tutte le nazioni.  Ma Dio è grande ed è intervenuto, non ha permesso loro di smettere di credere perché hanno trovato un’altra nazione che li ha accolti, l’Italia. Dio del cielo e della terra, Dio di tutte le nazioni esiste per loro per mezzo di noi.

Osservo un’altra ragione per cui esiste e vive ancora il granaio della nostra chiesa metodista e valdese in Italia. Perché  da parecchi anni  lavora per gli immigrati (filippini e africani) per dare una testimonianza di un Dio che dona e libera per far vivere la propria fede vivendo in questo paese. Questo fatto direi che è veramente il lavoro più arduo che potesse mai capitare nella storia della chiesa in questo paese. Una chiesa vocata per farsi carico di liberare un popolo  dallo stato di sottomissione alla supremazia di un insegnamento missionario di molti uomini potenti, forti, e bianchi. Abbiamo visto nella nostra epoca  che  ci sono sorti dei leaders che appartengono a questi popoli che ci aiutano ora a indicare  la strada per portare avanti un insegnamento di vita verso la ricerca del senso del loro vivere  e non essere dei dittatori.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

il testo della predicazione è stato scelto da me e dal pastore Fiume e  durante il nostro incontro per preparare questo culto ci siamo  confrontati  sulle nostre esperienze di   ministri della Parola di Dio, cioè  su come esercitiamo la nostra vocazione al servizio della Parola e della chiesa di Dio. Ci siamo  ricordati dei nostri padri che hanno predicato l’evangelo, particolarmente su questo brano  durante i funerali in cui  è più efficace l’ascolto e l’annuncio del vangelo. Perciò, con questo testo che abbiamo voluto condividere con voi,  abbiamo pensato che fosse adatto per rinnovare fondamentalmente insieme  la nostra consapevolezza sullaricchezza, ciò che ci rende veramente ricchi nel Signore in questo mondo. John Wesley uscì dalla chiesa per portare  l’evangelo agli uomini e alle donne che erano in condizione di sfruttamento e di povertà.  Chissà che cosa avrebbero detto se avesse predicato su questo testo per la prima volta.

Questa  parabola che Gesù ha raccontato alla folla allora,  in molti di coloro che l’hanno ascoltata avrà  suscitato  forse una riflessione  sulla vita di un uomo ricco  per cogliere l’insegnamento  di come deve o dovrebbe essere. L’uomo qui in questo racconto è definito ricco, perché  possiede tutto, la terra e anche dei gran  lavoratori , è penso che sia lui soprattutto  il primo grande lavoratore,  perché con la sua fatica ha potuto accumulare molti beni. Con la sua arte di risparmiare e di investire negli anni ha avuto dei granai pieni, poi ne ha avuti ancora di più grandi  facendo dei sacrifici come un buon risparmiatore.  Così  una volta riempito  il suo granaio,  ha pensato giustamente di demolirlo per costruirne un altro. E’ un esperto che ha saputo e acquisito sempre di più l’arte del buon risparmiatore, è diventato un esperto ma questo non basta per essere felice. Qualcuno gli ha domandato la sua vita che è altrettanto un bene prezioso.

Che cosa è la vita perché è un bene prezioso quando è vissuta bene?Che cosa vuol dire veramente il vivere bene?  La nostra parabola ce lo rivela, anzi il maestro di vita ce lo insegna ancora,  un’altra volta.Dall’insegnamento del maestro di vita che crediamo il nostro Maestro, noi che siamo credenti in Dio, come osserviamo che anche se tra noi ci sono i ricchi e i poveri, e quindi  non siamo mai tutti uguali  in termini di avere e di denaro potremo essere felici entrambi.  Questo è il messaggio di felicità(che ci rende felici) e che traiamo da questa parabola.

Perciò Gesù non ha accontentato colui che gli chiedeva di assumere un  ruolo di giudice o arbitro tra due fratelli come ci racconta Luca in questo vangelo perché la ricchezza dell’uomo non dipende mai da quello che possiede ma da quello che lo rende soddisfatto, lo rende contento. E’ questo è il nostro tesoro, il messaggio che ci accompagna , ci insegna per stare bene con noi stessi e gli altri.

Perciò  la nostra parabola ha  aggiunto una parola per definire e distinguere un vero uomo ricco dal ricco stolto. Il maestro Gesù ha raccontato questa parabola perché  un uomo che lo seguiva gli aveva chiesto di intervenire nella sua vita per dividere con suo fratello i beni materiali secondo uguaglianza e giustizia. Qui ci sono due fratelli,  un fratello che vorrebbe avere una  metà forse  dei beni che ha l’altro ma non basta, c’è di più che potremo ricavare nella profondità di questa parabola. L’uguaglianza non è solo nei nostri averi, ma anche nel sentirci veramente contenti di quello che abbiamo.  Gesù gli ha risposto, è sottinteso, che non può farlo perché nessuno gli ha dato l’autorità di essere  un giudice o un arbitro ma anche perché non è solo in questo modo che possiamo avere il sentimento di uguaglianza. Così con il racconto della parabola lo ha ammonito riguardo all’atteggiamento che deve mantenere, nel suo vivere in confrontocon la realtà della vita,  in rapportocon se stesso con il denaro, il possesso, e tutto quello che può essere riferito alla ricchezza che uno può  acquisire in questo mondo.

Gesù in questa parabola, oggi, ci invita  a proseguire nella nostra immaginazione e guardare in noi stessi  e poi  fare un ritratto di noi stessi. Ognuno e ognuna di noi potrà dipingere una fotografia di se stesso e di se stessa perché negli anni di vissuto sulla terra possiamo quantificare quanto siamo ricchi di beni materiali e di beni spirituali. Ognuno e ognuna di noi possiede un granaio in cui ha potuto immagazzinare tutto quello che ha guadagnato ed essere felice nel presente che determinerebbe anche il nostro futuro.

Questa parabola che il Maestro  Gesù ci ha insegnato come credenti in Dio donatore, padrone di tutti i beni che possiamo avere in questo mondo, ci  istruisce su cosa dobbiamo fare veramente per vivere bene, in pace e in giustizia.  Gli insegnamenti di Gesù fatti di parabole sono stati e sono tuttora degli insegnamenti per farci capire che cosa vuol dire il vivere. Essi suscitano inquietudine anziché pace oggi perché il Signore deve ancora lavorare molto su di noi per farci capire bene l’insegnamento suo su come il giusto modo di vivere in questo mondo.

Dalle parabole l’uomo impara a capire il valore, il senso della sua vita giorno per giorno secondo le scelte richieste dalla circostanza. Da esse l’uomo impara a conoscere e riconoscere  se stesso.

Questa parabola dell’uomo ricco che ha guadagnato il frutto della sua fatica è particolare. Secondo me egli  ha avuto un giusto comportamento , «anima divertiti..» perché dopo aver investito nella sua terra tutto il dovuto, denaro e fatica ecco ha ricevuto un guadagno che lo ha ricompensato. E’ un investimento  azzeccato,  come frutto ha avuto un raccolto generoso. Così dovremo stare attenti a distinguere e a non confondere i significati delle parole vita, anima, guadagno, opera personale, dono,  benedizione della vita, perché l’uomo avveduto e l’uomo stolto si distinguono per come considerano queste cose.

Nelle chiese di Dio si trovano uomini e donne di entrambi i tipi ed è per  questo motivo che abbiamo ancora il dovere di  ricordare e scrutare questo racconto.

Poiché abbiamo constatato che  la nostra vita è veramente un dono, e non è di nostra proprietà  non dimentichiamolo. La nostra riconoscenza, impregna la nostra esistenza e persona, questo dimostra che siamo vivi e la nostra vita di chiesa ha ancora valore. L’apostolo  Paolo scrisse a Timoteo una bella lettera di raccomandazione  che ha accompagnato la buona novella di Gesù tramite l’evangelista Luca. «Ai ricchi nel tempo presente raccomanda di non essere superbi e di non riporre speranza nell’incerta ricchezza, ma in dio che ci procura ogni cosa riccamente perché ne godiamo, raccomanda  di fare il bene, di arricchirsi in azioni belle,, di essere generosi, solidali, così metteranno in serbo per se stessi un bel capitale per il futuro, per afferrare la vita vera». (1 Tim. 6,17-19 )   Amen. (past. J. Galapon)

Inno: “I know that my Redeemer liveth/Io so che il mio buon Redentor”
(Charles Wesley – G. F. Händel)

Poi l’Anziano dirà questo passo:
Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. (Matteo 6,19-20)

Mentre si legge questo versetto, alcune persone a ciò deputate, riceveranno le offerte per i poveri e le altre devozioni del popolo e le metteranno nella cassa a ciò destinata; e le porteranno all’Anziano, che le poserà sulla tavola.

Intanto vengono fatti gli annunci.

Fatto questo, l’Anziano dirà,

Preghiamo per l’intera condizione della Chiesa di Cristo militante su questa terra.

Dio Onnipotente ed eterno,
che ci hai insegnato per mezzo del tuo apostolo ad elevare preghiere, suppliche e ringraziamenti per tutti gli esseri umani, noi ti imploriamo umilmente di ricevere con misericordia le nostre preghiere, che offriamo alla tua divina maestà, scongiurandoti di ispirare continuamente la tua chiesa universale con lo spirito di verità, di unità e di concordia. Concedi a tutti coloro che confessano il tuo santo nome di essere concordi nella verità della tua santa parola e di vivere nell’unità e nel tuo amore. Ti preghiamo di salvare e guidare tutte le autorità, in particolare il Capo dello Stato, affinché siamo governati in modo santo e pacifico, nell’amministrazione fedele e imparziale della giustizia.

Concedi a tutti i pastori la tua grazia, affinché con la loro vita e la loro dottrina manifestino la tua vera e viva parola ed amministrino correttamente i tuoi santi sacramenti com’è giusto e doveroso che facciano.

Concedi la tua grazia celeste a tutto il popolo e in particolare alla chiesa qui presente, affinché, con cuore docile e con il timore a te dovuto, ascoltino e ricevano la tua santa parola, servendoti fedelmente in santità e giustizia tutti i giorni della loro vita.

Ti preghiamo molto umilmente di volere, per la tua bontà, consolare e soccorrere tutti coloro che in questa vita mortale si trovano in difficoltà, angoscia, bisogno, malattia o in altre avversità. (…)

Concedici questo, o Padre, per amore di Gesù Cristo, nostro unico mediatore ed avvocato. Amen

 

Poi l’Anziano dirà a coloro che vengono a ricevere la Santa Comunione:

Voi vi pentite veramente e profondamente dei vostri peccati, e siete amorevoli e caritatevoli con i vostri prossimi, e intendete condurre una vita nuova, seguendo i comandamenti di Dio e camminando da ora in poi nelle sue sante vie; avvicinatevi con fede e prendete questo santo Sacramento per la vostra consolazione, e fate la vostra umile confessione a Dio Onnipotente, mettendovi in ginocchio.

Questa confessione generale sia fatta dal Ministro nel nome di tutti quelli che pensano di ricevere la Santa Comunione. Egli e tutto il popolo stiano umilmente in ginocchio, e lui dica:

Dio Onnipotente,
Padre del nostro Signore Gesù Cristo, Creatore del mondo e giudice di tutta l’umanità,noi riconosciamo e condanniamo i nostri molteplici peccati e malvagità che noi abbiamo commesso, gravi e numerosi, contro la tua divina maestà con pensieri, parole e opere, provocando così la tua giustissima ira e il tuo giustissimo sdegno nei nostri confronti. Noi intendiamo seriamente pentirci e siamo rammaricati di tutto cuore per le nostre cattive azioni il cui ricordo è penoso per noi, e il cui peso è troppo grande. Abbi pietà di noi, abbi pietà di noi Padre clementissimo; per amore di Gesù Cristo, tuo Figlio, perdonaci tutto il nostro passato e concedici di poterti servire e di esserti graditi in novità di vita, a onore e gloria del tuo nome, per Gesù Cristo, Signore nostro. Amen.

 

Poi l’Anziano dirà:

Dio Onnipotente, nostro Padre nei cieli, che per la tua grande misericordia hai promesso il perdono dei peccati a tutti quelli che tornano a te con il cuore pentito e con vera fede, abbi misericordia di voi, perdonaci e liberaci da tutti i nostri peccati, confermaci e fortificaci in ogni bontà e conducici alla vita eterna; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

 

Ci si alza in piedi, l’Anziano dirà:

Ascoltate quali consolanti parole dice il nostro salvatore Gesù Cristo a tutti quelli che veramente si convertono a lui:
Certa è quest’affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. (I Timoteo 1,15)

Dopo questo l’Anziano andrà avanti, dicendo:

In alto i vostri cuori!

Il popolo: Noi li eleviamo al Signore.

L’Anziano: Ringraziamo Dio, nostro Signore.

Il popolo: Questo è degno e giusto.

Poi l’Anziano dirà:

È veramente degno, giusto e doveroso che noi, in ogni tempo e in ogni luogo, ti ringraziamo, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.

Perciò con gli angeli e gli arcangeli e con tutta la moltitudine del cielo, lodiamo e magnifichiamo il tuo nome glorioso, adorandoti per sempre e dicendo…

Segue il Sanctus.

Innario Cristiano, n. 192

Poi l’Anziano, in nome di tutti coloro che riceveranno la Comunione, dirà questa preghiera; il popolo starà in ginocchio:

Noi non presumiamo di venire a questa tua tavola, Signore misericordioso, confidando nella nostra giustizia, ma nelle tue molteplici e grandi misericordie. Non siamo degni nemmeno di raccogliere le briciole sotto la tua tavola. Ma tu sei lo stesso Signore, la cui proprietà è l’aver pietà; perciò fa’ in modo, Signore, così come mangiamo la carne del tuo caro Figlio Gesù Cristo e beviamo il suo sangue, che i nostri corpi di peccato possano essere resi netti dal suo corpo e le nostre anime lavate mediante il suo preziosissimo sangue, e che noi possiamo per sempre abitare in lui e lui in noi. Amen.

 

Poi l’Anziano dirà la preghiera di consacrazione, come segue:

Dio Onnipotente, Padre nostro nei cieli,
che con la tua tenera misericordia hai dato il tuo unigenito figlio Gesù Cristo affinché soffrisse la morte sulla croce per la nostra redenzione, lui che (con la sola offerta di se stesso fatta un’unica volta) ha compiuto un pieno, perfetto e sufficiente sacrificio, offerta e soddisfazione per i peccati di tutto il mondo, e ha istituito e nel suo santo Vangelo ci ha ordinato di continuare una perpetua memoria di quella sua preziosa morte, fino alla sua seconda venuta;

ascoltaci, Padre misericordioso, ti preghiamo umilmente, fa’ che ricevendo noi questi elementi terreni del pane e del vino, secondo la santa istituzione del tuo Figlio e nostro salvatore Gesù Cristo, in memoria della sua passione e morte, siamo resi partecipi del benedettissimo corpo e sangue di Gesù che,

nella notte in cui fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me».

Il ministro per primo riceverà la comunione sotto le due specie, poi comunicherà altri ministri (se presenti) e infine il popolo, ordinatamente, nelle mani di ciascuno. Distribuendo il pane a ciascuno, dirà:

Il corpo del nostro Signore Gesù Cristo, che è stato dato per te, ti preservi nel corpo e nell’anima fino alla vita eterna. Prendi e mangia in ricordo che Cristo morì per te. Nùtriti di lui nel tuo cuore con fede e con ringraziamento.

Il Ministro che dà il calice a ciascuno, dirà:

Il sangue del Signore Gesù Cristo, che è stato versato per te, ti preservi nel corpo e nell’anima fino alla vita eterna. Bevi questo in ricordo che il sangue di Cristo è stato versato per te, e sii grato.

Se il pane o il vino consacrati termineranno prima che tutti siano stati comunicati, l’Anziano può consacrarne ancora, ripetendo la Preghiera di Consacrazione.

Quando tutti sono stati comunicati, il Ministro ritornerà alla Tavola del Signore, rimettendo lì quello che rimane degli elementi consacrati, coprendoli con un fine panno di lino.

 

Poi l’Anziano dirà la preghiera del Signore. Il popolo ripeterà dopo di lui ogni richiesta.

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà in terra come in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e perdona le nostre trasgressioni come noi perdoniamo coloro che ne hanno commesse nei nostri confronti, e non condurci nella tentazione, ma liberaci dal male. Perché a te appartengono il Regno, la potenza e la gloria, nei secoli dei secoli. Amen.

Dopo la quale sarà detta la seguente:

Signore e Padre nei cieli, noi, tuoi umili servi, desideriamo che la tua paterna e misericordiosa bontà accetti questo nostro sacrificio di lode e di ringraziamento; umilissimamente ti imploriamo di far sì che, per i meriti e la morte del tuo Figlio Gesù Cristo, e mediante la fede nel suo sangue, noi e tutta la tua chiesa possiamo ottenere la remissione dei nostri peccati e tutti gli altri benefici della sua passione. Qui offriamo e presentiamo a te, Signore, noi stessi, anime e corpi, per essere un sacrificio che abbia senso e che sia santo e vivente per te; implorandoti umilmente di far sì che tutti noi che abbiamo preso parte a questa santa Comunione possiamo essere colmi della tua grazia e della benedizione del cielo. E sebbene noi siamo indegni, a causa dei nostri molteplici peccati, di offrire a te un sacrificio, pure ti imploriamo di accettare questo nostro limitato e doveroso servizio, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore; dal quale e con il quale, nell’unità dello Spirito Santo, sia a te ogni onore e gloria, Padre Onnipotente, per l’eternità.Amen.

 

Dopo si dirà,

Il Gloria in excelsis Deo.
Innario Cristiano n. 219

Poi l’Anziano, se lo ritiene utile, può elevare una preghiera estemporanea, poi congeda il popolo con questa benedizione:

La pace di Dio, che supera ogni comprensione, custodisca i vostro cuori e le vostre menti nella conoscenza e nell’amore di Dio e di suo Figlio Gesù Cristo, nostro Signore, e la benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, sia con voi e rimanga con voi per sempre. Amen.

Fonte: Bard Thompson, Liturgies of the Western Church, Fortress Press, Philadelphia 1961, pp. 422-433.

La mente di Cristo

1 Corinzi 2,12-16

“No thief, however skillful, can rob one of knowledge, and that is why knowledge is the best and safest treasure to acquire.” Nessun ladro, per quanto abile, può derubare una delle conoscenze, ed è per questo che la conoscenza è il tesoro migliore e più sicuro da acquisire. “citò Layman Frank Bauman, un americano scrittore, l’ autore del libro The Lost Princess of Oz.Questa citazione è fondamentale ed è importante per il suo  valore di chi favorisce l’acquisizione delle conoscenze per diventare un saggio, un istruito.  «Dov’è il tesoro lì è il tuo cuore».

Quando ero nelle Filippine, a scuola ci insegnavano sin dall’inizio, dal primo grado delle elementari usando la  lingua inglese.  La lingua Filippina non era la lingua principale ma era tra le lingue da imparare.

Se mi ricordo bene nessuno di noi del popolo faceva obiezione a ciò. Infatti, la scuola è considerata  il  migliore luogo in cui i filippini si istruiscono o acquisiscono delle conoscenze. Essi  diventano istruiti tramite  le conoscenze che acquisiscono, in particolare le lingue, che  danno a loro la sensazione di  conoscere di più perché con le lingue il popolo ha avuto formazione e informazioni degli altri popoli. Per sapere le lingue devono memorizzare tante parole, più vocaboli sanno, più sanno parlare le lingue.   In questo modo é difficile approfondire il significato più profondo delle parole stesse perché non le approfondiscono nel loro vissuto di tutti i giorni. A casa, nelle famiglie si parlava un’altra lingua. Penso che voi fratelli italiani capite molto bene quello che sto dicendo perché siete cresciuti padroneggiando la vostra lingua e cultura.

Il nativo filippino non ha interesse nella propria cultura perché è cresciuto in un   sistema che favorisce   soltanto la conoscenza di culture diverse imparando  lingue diverse. Non so avete fatto caso, il sottopassaggio andando a prendere la metro a flaminio,  c’è una pubblicità per chi vuole imparare la lingua inglese deve andare alla scuola di wall street: «L’inglese che ti porta ovunque». Questa è la vera ragione per cui i filippini devono studiare l’inglese per avere più opportunità di trovare il lavoro all’estero.

Mi sono permessa di condividere con voi questa mia considerazione perché da questa ho potuto capire che cosa vuol dire quando veniamo identificati anche come «educated English/inglese istruito/international person/persona internazionale ».

Un filippino è definito istruito in inglese perché ha perseguito gli studi fino a  laurearsi studiando completamente in lingua inglese. Si istruisce con dei libri scritti dagli stranieri  che sono tutti scritti in inglese e quindi di provenienza nord americana oppure inglese del regno uniti come le letterature.

Vivendo io in Italia da molti anni, continuando ad acquisire conoscenze della cultura Italiana ho potuto capire l’importanza di un popolo che vive e pratica quotidianamente  la propria cultura  esprimendosi nella sua lingua.

Perché tutta questa premessa? Perché anche lo Spirito Santo di Dio ha la propria lingua. La lingua dello Spirito di Dio è donata proprio nel giorno della Pentecoste. La lingua dello Spirito Santo  di Dio è nella Bibbia, in essa c’è la sua Parola. C’erano  popoli che hanno attestato  di aver ricevuto il dono dello Spirito Santo di Dio per parlare delle cose di Dio. La lingua dello Spirito Santo di Dio è stata donata a tutte le nazioni perché  siano istruite sulla salvezza che è la grazia scritta nei loro cuori.

Il giorno della venuta dello Spirito Santo era avvenuta  in un luogo in cui   erano presenti popoli di diverse nazioni. Gesù ha predetto tutto questo. Un gruppo di popoli erano insieme  per assistere ed essere testimoni  su ciò che era l’intento di Dio perché le cose di Dio vengono raccontate e diffuse attraverso  l’uso delle varie lingue.  Perciò le cose di Dio sono dei fatti accaduti nella vita del Figlio Gesù e conoscendole progressivamente, facendosi istruire dai maestri , dottori, pastori  possono conoscere pienamente come la mente di Cristo. ciò che diceva l’apostolo Paolo alla comunità di Corinto.

La lingua dello Spirito santo si esprime in diverse lingue, ma è specificamente e esclusivamente per gli spirituali, per le persone che l’hanno ricevuta, è stata  donata e la  attesta chi  l’ha ricevuta come tale.

«Avverrà  negli ultimi giorni-dice Dio- che io effonderò il mio Spirito su ogni persona, allora i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni e i vostri vecchi dei sogni; anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, io effonderò il mio Spirito ed essi profetizzeranno. Gioele 2,28

Per questo motivo  è molto importante  il luogo in cui si radunano  i popoli di Dio come la chiesa  perché si parla, la lingua dello Spirito Santo da cui  parte l’annuncio, l’ascolto, l’istruzione e poi si acquisiscono delle  conoscenze su Dio.

Che cosa vuol dire oggi avere la mente di Cristo? La mente del Signore non è altro che il dono della conoscenza di Cristo.

Oggi è la domenica di Pentecoste e il nostro lezionario un giorno una parola ci invita  a riflettere su  cosa Dio ha voluto donare a ciascuno di noi. La mente di Cristo è un dono di Dio, un dono spirituale e un dono dello Spirito di Dio. Allora i cristiani erano presenti come  siamo noi radunati qui perché la promessa del dono dello Spirito si  avvera.Nel momento opportuno per i credenti  è sceso lo Spirito e apparvero loro come delle lingue di fuoco.Siamo come loro allora perché siamo testimoni dello Spirito che in noi  manifestata i suoi doni. La grazia dell’amore, la grazia dell’amore, gioia,  pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine e autocontrolloquindi il frutto dello Spirito di Dio. Galati 5,22

Attraverso il dono dello Spirito Santo che viene da Dio abbiamo avuto la conoscenza della mente di Cristo.

La sapienza di Dio come il progetto, il piano per salvare l’umanità è tutto racchiuso in  ciò che ha pensato il Cristo di Dio. Cristo era una parola annunciata dai profeti. Nella parola in Cristo c’è la predicazione, l’annuncio dell’evangelo. Cristo è il Messia che è stato annunciato per salvare i peccatori. Chi parla la lingua dello Spirito l’ha ricevuto. La conoscenza di Cristo è stata donata e espressa nella vita di Gesù. Egli è stato concepito dallo Spirito nel grembo di Maria. Era nato come uomo e da  bambino era già dotato di sapienza che  gli aveva donato il Dio Padre. Nel vangelo di Matteo leggiamo che gli abitanti di Gerusalemme rifiutano Gesù di Nazaret.  Quando è giunto al suo paese insegnava nelle sinagoghe, al punto che questi erano impressionati e dicevano: «da dove gli vengono questa sapienza e le opere potenti? « Non è  questi il  figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone, e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte da noi? Da dove dunque gli vengono tutte queste cose? E trovavano inciampo in lui. Quindi, Gesù disse loro: «Nessun profeta è apprezzato nella sua patria e in casa sua». E là non fece molte opere potenti a causa della loro incredulità  Matteo 13,53-58; Mc.6,3.

Significa dunque che i primi che hanno ascoltato le cose di Dio raccontate e fatte da Dio per mezzo di Gesù,  ossia il popolo di Israele  non ha creduto, anche se  prima erano considerati un popolo eletto.

Che cosa è allora la mente di Cristo ?

Tutto quello che ha rivelato Dio e che leggiamo nella Bibbia. La Bibbia è testimone delle cose che riguardano  Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. La sapienza di Dio è stata rivelata in essa. L’opera dello Spirito Santo istruttore, difensore, consolatore,  si era manifestata attraverso  le lingue delle nazioni in modo tale che capissero tutte le cose di Dio. Allora il lavoro di  traduzione della Bibbia nelle lingue dei popoli è da apprezzare particolarmente anche in questa comunità, in cui abbiamo avuto un regalo dei nostri maestri teologi, una nuova traduzione del N. T. e grazie anche al lavoro della Società biblica di Roma. Questo lavoro è prezioso, per  poter conoscere meglio  che ci istruisce, un solo Spirito che ci ha istruiti per capire le cose di Dio. Soli Deo Gloria. Amen

past. Joylin Galapon

Il nuovo patto di Dio

Geremia 31,31-34

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,  oggi è l’ultima domenica dopo la Pasqua.

Domenica prossima secondo il nostro calendario liturgico, inauguriamo un nuovo tempo in cui festeggeremo la venuta dello Spirito Santo.

Sarà una festa di tutti i cristiani: di tradizione cattolica romana, di tradizione protestante, e di tradizione ortodossa.

Tutti quelli che seguono l’insegnamento della religione  del cristianesimo  rivendicano di appartenere a Cristo.

La chiesa dunque confessa e afferma che ha ricevuto lo Spirito Santo che è stato mandato dopo che Cristo Gesù era salito dal padre e si era seduto alla Sua destra.

Ricordiamo che i credenti convertiti al cristianesimo comunque erano di diverse provenienza a partire dal mondo giudaico e pagano.

A loro fu rivolto l’insegnamento sulla legge di Mosè, dei profeti, e dei Salmi tutto quello che riguardava  Cristo Gesù, il figlio di Dio, credendo in lui attraverso la predicazione del suo nome  avviene  la salvezza, «ravvedetevi e credete al Vangelo »Mc.1,15 « ravvedetevi e convertitevi , perché i vostri peccati siano cancellati» Atti 3,19.

Per  questo motivo ci furono, ci sono e ci saranno i battesimi, le confermazioni e  le ammissioni dei nuovi membri nelle chiese per dare testimonianza della continua manifestazione dello Spirito Santo, di Colui che non ha smesso di agire: «il vento soffia dove vuole, ma tu pur ascoltandone il suono, non sai da dove viene, né dove va» disse Gesù a Nicodemo nel vangelo di Giovanni al capitolo 3, 8.

Da noi, domenica  prossima ci saranno le ammissioni di Francesca Grimaldi, Christopher Tugade e Adrian Ocampo, penso che  abbiate già letto nella circolare e ci sono loro anche tra gli annunci di oggi.  Sarà una data molto importante per loro come la data della loro nascita, e questa indica della loro nuova nascita che è stata resa possibile per potenza dell’opera di Dio per mezzo dello Spirito Santo. Si apre un nuovo capitolo della loro vita sotto la Sua guida. Che sia chiaro però che la loro conversione al Signore è avvenuta già qualche anni fa ma  il percorso nella vita di fede  prosegue nella nostra comunità. I doni spirituali in ciascuno di loro si manifesteranno  nel loro vivere in modo più marcato nella comunione con i credenti in questa comunità. Dio sarà attestato e confermato in loro, e i loro doni ricevuti saranno messi a disposizione per il bene dell’intera comunità e non solo.

Ancora una volta sarà testimoniata la presenza di Dio in mezzo a loro e a noi tutti.

Detto ciò, il nostro lezionario, un giorno una parola ci parla ancora oggi per questa ragione, della novità di questa parola Antica perché si trova nell’Antico Testamento, nel libro del profeta Geremia e che prepara i nostri cuori ad accogliere di nuovo la parola di salvezza che niente potrà separarci dall’amore del Signore. Ecco la parola del nuovo patto del Signore Dio. Essa è scritto nel cuore. Nessuno la potrà cancellare, è incisa nei cuori dei figli degli israeliti, di figlio in figlio fino alla nostra generazione. La potenza dell’amore di Dio che ha cancellato il peccato, e il nuovo patto è l’amore di Dio che è perdono.

I nostri fratelli Fabio e Luciano ci hanno avvisati che hanno pensato di creare una nuova pagina sul sito e come avete forse notato ci hanno segnalati i diversi eventi in questa settimana, e uno di questi e quello che sarà trattato oggi pomeriggio all’ incontro SAE  sul tema «Anche Israele sarà salvato»” Il testo di appoggio è la lettera di Paolo ai Romani cap. 11 i versetti da 25 a 27 «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l’empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati».

Tra l’altro dal 7 al 13maggio è per noi metodisti e valdesi una settimana dedicata all’evangelizzazione. Che cosa dobbiamo fare per compiere fedelmente la nostra missione di evangelizzare? Che cosa utile per tutti noi nella nostra epoca per dare testimonianza a ciò che Dio ha fatto per questo mondo? «Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna»Gv.3,16

Perché allora fino adesso continuiamo a  discutere chi sarà salvato? Chi saranno i salvati?  Se fosse vero la nostra unica missione come allora da compiere e alla quale i discepoli furono inviati da Gesù dicendoli: «durante il vostro cammino fate tutte le nazioni discepole, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello  Spirito Santo, insegnando loro ad osservare con impegno tutto quanto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, sono con voi ogni giorno fino alla fine del tempo presente»Mt. 28,19-20.

L’oracolo del Signore nel libro del profeta Geremia si è avverato nel tempo presente quello del nuovo patto, quell’impegno di annunciare il nuovo comandamento: «Come vi ho amato, amati anche voi gli uni agli altri» Gv.13,34 Ci accorgiamo che quando non ci atteniamo, o non rimaniamo in questa proposta di Dio nella parola del nuovo patto di alleanza per amore ci troviamo  automaticamente dalla parte dell’ opposizione, quindi di divisione, di esclusione, di perplessità, non potendo accettare che la salvezza viene dall’alto e che riposando in noi genera la pace che è salvezza. Ancora una volta ci troviamo a dover anche noi riflettere sulla decisione di Dio nella nuova alleanza che fece  tra la casa di Israele e di Giuda. L’apostolo Paolo scrisse ai Galati al capitolo 3 versetti da 26 a 29«Infatti siete tutti figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati per Cristo, vi siete rivestiti di Cristo…

Cosa  pensiamo di questo brano?

Per me accettare la  rivelazione dell’amore di Dio in Cristo in cui avviene il perdono del peccato commesso è veramente un vero punto di partenza e rinnovandola nei nostri cuori ci conferma l’altra profezia del profeta Isaia che dice:« nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza» Is.30,15. Due condizioni “Tornare a Dio” e  “Stare sereni” in questo stato Dio stesso dichiara la salvezza, oggi stesso opera la salvezza a coloro che si convertono, che trovano in lui la salvezza. Per chi crede in queste parole vi è salvezza. Chi sta dalla  parte di Dio, e crede nella sua promessa non può che sentire la serenità e quella pace che alberga in sé e quella è la vera salvezza. Se non siamo dov’è Dio ci affanniamo e non c’è salvezza.  Saremo sempre di corsa, è davvero un correre al vento.

Sempre Fabio e  Luciano hanno avuto l’idea di vendere le magliette con una frase di J. Wesley: «Non ho tempo di avere in fretta». Avete letto quello che ha scritto Luciano per il nostro giornale Riforma? Egli  diceva che in questa frase racchiude in sé tutta l’essenza di Wesley, il suo impegno sociale, il suo dedicarsi senza fretta ai bisognosi e alle masse, portare Dio tra la gente,

non aver tempo di correre, di vivere superficialmente le proprie giornate, la propria vita. Messaggio questo che può avere varie chiavi di lettura non obbligatoriamente frenetiche vite moderne.

Impariamo tutti a istruirci, chiunque di noi ha da dire, ce lo dice purché sia per l’edificazione della chiesa.

  34 Nessuno istruirà più il suo compagno
o il proprio fratello, dicendo:
“Conoscete il SIGNORE!”,
poiché tutti mi conosceranno,
dal più piccolo al più grande», dice il SIGNORE.
«Poiché io perdonerò la loro iniquità,
non mi ricorderò del loro peccato».

Noi conosciamo bene la parola di salvezza nel perdono, le parole che ci salvano. Dobbiamo soltanto fermarci, riflettere insieme per poi confrontarci su come dobbiamo attuarle. Non c’è bisogno che ci istruiamo continuamente con le  parole ma coi fatti, che sono il frutto dei doni dello Spirito Santo.  Ci chiede di partecipare, di contribuire, di distribuire, così  la nostra presenza è utile per la chiesa.

Il nuovo patto di Dio si avvera in noi quando è vero la nostra predicazione  riguarda l’agire e anche cerchiamo sempre di annunciare l’evangelo perché sia la nostra salvezza quotidiana.

Abbiamo ascoltato oggi questa parola profetica, è sempre una profezia che quando l’ ascoltiamo bene ci rinnova la consapevolezza del nostro impegno nei confronti di Dio e del nostro prossimo.

E’ un oracolo del profeta Geremia molto conosciuto da noi metodisti.

E’ una delle letture bibliche che precede il rinnovarsi del  nostro patto con il Signore ogni anno e prima che termina la consultazione metodista, chiudiamo con questo solenne culto di rinnovamento del patto in cui si rinnova la nostra promessa di servire Dio e altri.

La parola del  perdono di Dio ci avvia alla nostra missione  di evangelizzare il mondo perché  salvi noi peccatori.

  «Poiché io perdonerò la loro iniquità(ingiustizia),
non mi ricorderò del loro peccato».

La novità della nuova alleanza è il rapporto nato dal perdono.

Non possiamo sbagliare noi cristiani di questa alleanza perché  il perdono di Dio è donato e dato concretamente in Cristo Gesù.  Amen.

past. Joylin Galapon

La giustizia del lavoratore e la giustizia di Dio

Matteo 20, 1-16

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
le parabole sono facili da capire ma anche facile da fraintendere.

Da un lato quando sentiamo una parabola ci sembra tutto evidente. Il messaggio è chiaro.

Da un’altra parte però ci accorgiamo che è facile capire un’altra cosa rispetto a quello che la parabola in realtà ci vuole dire e io, iniziando questa meditazione voglio indicarvi tre possibili fraintendimenti di questa parabola prima di venire ad una spiegazione di quello che mi sembra essere il messaggio che questa parabola ci vuole dare.

Il primo fraintendimento è molto evidente: è quello di pensare che questa parabola voglia offrire un modello di organizzazione del lavoro da applicare alla società.

Nessun sindacato accetterebbe che chi ha lavorato dieci ore sia pagato come chi ne ha lavorata una e nessun imprenditore accetterebbe di pagare uno che ha lavorato una ora sola come se avesse lavorato dieci ore.

Dunque, è chiaro che questa parabola non è un modello sociale in nessun modo e non è questo il modo giusto di intenderla: è una parabola del Regno di Dio e non una parabola della nostra società. Ed è perfettamente giusto che nella nostra società chi lavora molto e bene sia pagato di più di chi lavora poco e forse anche contro voglia, forse anche male: sarebbe un totale fraintendimento della parabola capirla come se fosse un modello sociale!

Un secondo possibile fraintendimento è quello che è accaduto tante volte nella storia della chiesa cioè credere che il centro di questa parabola siano le cinque chiamate con cui Dio, il padrone della vigna, chiama i lavoratori nel corso della giornata: alle 6 del mattino, alle 9, a mezzogiorno, alle 3 e alle 5, l’ultima chiamata. Allora molti commentatori, soprattutto antichi, padri della chiesa, hanno inteso questa parabola come se avesse al centro le chiamate di Dio, le cinque chiamate. Ad esempio il famoso Ireneo, nel II Secolo, le enumerò come le cinque grandi tappe della storia della salvezza, mentre Origene, il grande teologo del II secolo le intendeva come le cinque occasioni della vita, i cinque momenti chiave della vita di ogni persona nei quali Dio cercava di chiamare l’uomo per farlo diventare cristiano, credente.

Il centro della parabola non sta nelle chiamate del padrone della vigna ma sta nel pagamento: come questo padrone remunera questi lavoratori delle diverse ore.

Un terzo mezzo fraintendimento però che ci può stupire ancora di più è quello dello stesso evangelista Matteo perché anche l’evangelista Matteo – lo dico umilmente, con tutto il rispetto per lui – ha frainteso questa parabola. Alla fine dice: così i primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi. Interpreta la parabola come se fosse un ribaltamento delle posizioni davanti a Dio di tutte le gerarchie umane: Gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi. Perché Matteo è stato indotto a interpretare così la parabola? Perché al versetto 8 c’è proprio questa espressione che il padrone dice al fattore di pagare i lavoratori per primi cominciando dagli ultimi fino ai primi: da lavoratore dell’undicesima ora fino a quello dell’alba e allora lui ha creduto che quello fosse il senso della parabola. Ma non è così!

Perché non è così? Perché qui – lo avete notato – è vero che gli ultimi diventano primi, ma non è vero che i primi diventano ultimi: restano primi!

Avevamo pattuito un denaro? Sei primo! Eccolo qua!

Non è che ti classifico come se avessi lavorato una sola ora, ma ti pago per tutte e dieci le ore, come eravamo d’accordo.

E questo – guardate – è tanto più significativo in quanto il ribaltamento – gli ultimi che diventano primi e i primi ultimi – è anche esso evangelo ma non è qui. E’ in tante altre parole. Ne ricordo alcune: “Ti ringrazio padre perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli”.

Qui fa un ribaltamento. I savi non capiscono i fanciulli sì. I primi sono ultimi e gli ultimi sono primi.

Quando Gesù dice, ai farisei, i pubblicani e le meretrici vanno davanti a voi nel regno dei cieli, fa un ribaltamento delle gerarchie mentre nella nostra parabola…

Cioè, questi che sono ultimi, che voi considerate fuori della comunità sono i primi ad entrare nel regno dei cieli, c’è il ribaltamento, ma in altri passi, non in questo qua perché in questo caso ci sono gli ultimi che diventano primi e i primi che rimangono primi, e non diventano ultimi: c’è solo una inversione dell’ordine del pagamento, che è funzionale alla parabola e consente ai primi di assistere al pagamento degli ultimi.

E questa è una cosa straordinaria.

Cosa vuol dire? Vuol dire che tutti sono primi. Che c’è sì l’evangelo del ribaltamento, c’è, ma c’è anche un altro evangelo che è quello che i primi restano anche loro primi e non diventano ultimi. La parola greca utos, così, significa anche è in questo modo che.

Ma allora, se tu credi di essere primo davanti a Dio non temere di diventare ultimo! Non temere di diventare ultimo! Resti primo!

L’Evangelo qui è che l’ultimo diventa primo e non che il primo diventa ultimo.

E se tu credi di essere ultimo, rallegrati perché Dio vuol fare di te un primo.

Questo è il cuore di questa parabola.

E forse possiamo dire: com’è che nessuno diventa ultimo? E’ perché Dio si è fatto ultimo affinché tutti diventassimo primi? Sarà questa la chiave del discorso, del significato di questa parabola?

E perché Dio si fa ultimo affinché nessuno resti ultimo?

Perché è buono. Perché è buono.

Se non fosse buono direbbe. Ma chi me lo fa fare? Ma perché? Sono primo e resto primo, non c’è nessun bisogno che diventi ultimo.

Non c’è nessun bisogno che io venga dove sei tu per tirarti su, per tirarti fuori. Lasciamo le cose così!

Se Dio non fosse buono. Invece, vedete, Dio è buono.

Questo è il messaggio della parabola.

Dio è buono e anche giusto. E’ anche giusto perché a chi ha detto vi do uno dà uno. Quindi la caratteristica di questo Dio che viene fuori da questa parabola è quella di essere giusto e buono.

E’ giusto però in modo che la sua giustizia non cancelli la sua bontà; è buono però in modo che la sua bontà non cancelli la sua giustizia.

Naturalmente i lavoratori della prima ora protestano: è logico, non potrebbero fare altro, però Dio dice: ma scusami, avevamo pattuito per uno e ti ho dato uno e allora vai in pace!

Il discorso finisce qui: non sono in debito con te! Ti ho dato il tuo, quindi basta. Ma se io voglio essere buono con questo qui, chi me lo impedisce? O forse ti dà fastidio che io sia buono? Vedi tu di malocchio, questa bella espressione di quando si sbircia con gli occhi storti. Ti dà fastidio la bontà di Dio?

A Giona dava fastidio, dava molto fastidio che Dio perdonasse questa città pagana al mille per cento, questa città dissoluta, proprio quella città simbolo della dissolutezza, della degenerazione ecc. ecc.

Che questa città si penta e che soprattutto Dio si penta del male che voleva farle, che aveva dichiarato di fare: no! No! Questo non lo accetto! Non accetto che Dio sia buono!

Ai farisei dava fastidio che Dio accogliesse i peccatori, dava molto fastidio: i peccatori vanno puniti, non vanno amati, ma dove siamo: non c’è più religione!

Lo straniero va cacciato non accolto! Dove siamo? Stiano a casa loro! Ci danno fastidio, non li vogliamo! Non c’è posto! La barca è piena!

E sì, l’amore dà fastidio: c’è poco da fare: dà molto fastidio.

Che Dio sia buono: no, no, no, non mi va!

Anche ai discepoli dava fastidio questo amore di Gesù.

Ricordate ad esempio quando c’era un tipo, con una certa fantasia, fatto sta che cacciava i demoni nel nome di Gesù, ma non era un discepolo. E allora i discepoli veri e propri protestarono con Gesù e dicevano: ma come questo qui, che non è un discepolo, che non sta con noi, usa il tuo nome per cacciare i demoni, per guarire gli indemoniati. E speravano che Gesù glielo vietasse, come loro hanno vietato.

Invece Gesù dice: no, non glielo vietate perché chi non è contro di noi è per noi.

Ma c’è di più per raccontare quanto l’amore di Dio sia fastidioso per tante persone, che non lo vogliono.

L’apostolo Pietro, il grande apostolo, il capo ecc. ecc. ha fatto una fatica improba e Dio ha molto penato per convincerlo finalmente di una cosa che lui proprio non riusciva ad accettare: e sapete cosa? Che Dio desse lo Spirito santo ai pagani e non soltanto agli ebrei diventati cristiani. Siamo sempre allo stesso punto.

Ma come, ci metti sullo stesso piano? Ebrei e pagani? Ebrei con tutta la loro storia, da Abramo in avanti, i dieci comandamenti, le tavole della legge, l’arca del patto, il tempio di Gerusalemme e questi paganacci che non capiscono nulla e che non hanno Dio?

E tu dai a loro lo Spirito santo come a noi: e no, questo è troppo.

L’apostolo Pietro e come ho detto Dio ha fatto una gran fatica per convincerlo finalmente – ci sono tre capitoli degli atti degli apostoli – per questa convinzione di Pietro che finalmente deve arrendersi anche lui alla bontà di Dio.

Ma uno si chiede ma perché? Che cosa mette in movimento questa bontà di Dio? Che cosa? Allora la risposta è molto facile.

E cioè questo.

Perché al lavoratore dell’11a ora Dio dà la stessa paga del lavoratore della prima ora? Risposta: perché Dio guarda alla fame di quell’uomo. Capite? Non al merito di aver lavorato un’ora soltanto: non avrebbe merito, ma la fame, la fame, quella c’è: capite?

E la sua famiglia che aspetta che lui ritorni con una paga per poter campare uno o due giorni, quella famiglia c’è.

Cioè: è vero che tu non hai lavorato, ma la fame intanto è cresciuta. Cioè che cosa significa bontà di Dio? Che Dio non guarda al nostro merito ma al nostro bisogno. E il bisogno è grande che tu abbia lavorato o non abbia lavorato, che tu abbia meritato o che abbia demeritato. Il bisogno è grande, il bisogno è uguale, ed ecco perché è uguale anche la paga: perché risponde al bisogno e non al merito.

Però, vedete che bell’annuncio è questo! Che bell’evangelo!

Che Dio guarda al nostro bisogno e non al nostro merito è una rivoluzione, è una bellezza, è una luce, una grande luce che si diffonde sulla nostra vita.

Dio è buono, Dio è giusto però preferisce essere buono piuttosto che giusto.

E ricordate il famoso terzo comandamento che cosa dice: dice che lui è un Dio geloso che punisce l’iniquità di quelli che lo odiano fino alla terza o alla quarta generazione e benedice quelli che lo amano fino alla millesima generazione.

Cioè giustizia sì ma più bontà, più bontà che giustizia. Ha un debole per la bontà perché è la bontà che corrisponde alla sua natura profonda. Dio è buono nel suo essere Dio: Dio è amore. E’ quello che lui preferisce: la bontà che non dimentica la giustizia.

Questa parabola è veramente stupenda: potremmo avere solo questa parabola, basterebbe per la nostra conversione e per la nostra vita.

E mi sono detto: e va bene e allora? Cosa significa per me? E cosa significa per il nostro mondo per il quale preghiamo: il mondo creato da Dio?

Che Dio è buono l’ho associato ad una parola dell’apostolo Paolo: “Dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto in bene e in male”.

Cioè ho associato la giornata del lavoratore alla nostra giornata terrena e il padrone che paga, che retribuisce, l’ho associato a questo tribunale di Cristo.

Noi ci pensiamo poco a questo tribunale di Cristo. Ci fermiamo alla croce di Cristo, che è anche giusto, ma non dobbiamo dimenticarci che dopo la croce c’è anche il tribunale di Cristo. E allora ho immaginato di arrivare davanti a questo tribunale con la mia giornata, con la mia vita.

Se mi va bene, sarò il lavoratore dell’11a ora. Avrò un’ora buona da far valere davanti a questo tribunale. Tutte le altre…

Cioè se io mi chiedo: ho lavorato per il regno di Dio più di un’ora nella mia vita? Mah! Mah!

Quante ore ho sciupato nel nulla? In ciò che non dura?

Allora invocherò la bontà di Dio. Con la mia piccola e misera ora. Dio sarà buono anche con me.

E pensando al mondo, questo mondo nel quale c’è tanta malvagità: sembra più malvagità che bontà.

La malvagità da dove viene? Come mai c’è tanta malvagità?

Dove l’ha imparata l’uomo la malvagità? Da chi l’ha imparata? Da Dio?

O non piuttosto dalla negazione di Dio? Dal rifiuto di Dio, dall’allontanamento da Dio?

E allora questo messaggio della parabola – Dio è buono – proiettato nel nostro mondo in cui c’è tanta malvagità che ci rattrista terribilmente, che cosa ci dice, cosa ci porta?

Mi porta ad avere fiducia che alla fine la bontà di Dio prevarrà nel nostro mondo. Vincerà. La bontà di Dio, sì, vincerà.

Martin Luter King cantava We shell over cam, vinceremo, ma non noi, Dio vincerà. Vincerà perché è buono e la sua bontà dura in eterno.

La bontà di Dio avrà la meglio sulla malvagità dell’uomo, come già è accaduto nella persona e nella vita di Gesù di Nazareth nella quale vediamo come in uno specchio non solo che Dio è buono, ma che può esserlo anche l’uomo.

Anche l’uomo può essere buono, credendo in Gesù, vivendo con lui in stretto rapporto personale intimo con lui così che Gesù diventa quello che dicevano i Quaccheri: “quel Cristo interiore” e non solo il Cristo esteriore della storia ma “quel Cristo interiore della fede”.

Vivendo così, uniti a Cristo, anche tu puoi essere o diventare un uomo buono come forse non lo sei ancora stato.

Iddio lo voglia per tutti noi.

Amen.

pred. Andrea De Girolamo

Il canto di Anna

1 Samuele 2,1-2 .6-8

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, il Signore vive. Il vivente è qui. YHWH , l’io sono è presente. Il Signore Dio ascolta il grido del dolore, il pianto di amarezza dell’oppresso. Il Signore del cielo e della terra rende giustizia agli esseri viventi. Egli fa esistere. La sua parola non ritorna vuota. Lodiamo il Signore perché a lui appartiene la vita. Egli fa risorgere. Chi lo prega non torna a mani vuoto.

Anna è la nostra protagonista di oggi, lei conferma l’essere di Dio.  Ella con il suo canto di gioia ci farà tornare a casa oggi con la speranza che Dio è con noi, ridonandoci il cuore del suo messaggio che fa sorgere e risorgere chi giace senza speranze. Colei che è amareggiata oggi ci viene ad annunciare l’evangelo di  consolazione che c’è Dio. Egli è stato capace di dare, di donare una vita piantata in quel deserto, nel grembo di una madre. Il  Dio che ha conosciuto Anna è tutt’ora capace di trasformare la vita di ognuno e di ognuna di noi donandoci  la vita. Il canto di Anna era frutto del dono che ha ricevuto e in cambio lei farà la sua offerta per sempre.

Se riusiamo oggi a comprendere il passaggio compiuto dall’opera di Dio nella vita di Anna di donare la vita nel suo figlio, possiamo anche oggi avere conferma del  perché esistiamo, del  perché ci viene ancora donata la vita.  Perché dopo la morte rinasce la vita.  Anna ha rivolto la sua preghiera a Dio, gli ha chiesto di ricordarsi di lei e  Dio le ha esaudito. Quella preghiera di Anna era una richiesta specifica che solo il Dio fonte e donatore  di  vita poteva esaudirla. Le parole di Anna  cantate derivavano dal riconoscere davanti a  Dio la sua condizione umana fatta di vita e di morte.

In quel tempo,  allora nella storia d’ Israele c’ erano delle donne(Sara, moglie di Abramo, Rebecca, moglie di Isacco, Rachele, moglie di Giacobbe e Anna, moglie di Elcana ) che non potevano generare la  vita e come se fossero state la terra deserta in cui abitualmente abitassero.

Il vivere  di queste donne era la testimonianza del loro proprio ruolo in relazione  ai loro mariti. Perciò, il loro non poter dare un figlio era una sofferenza, in quanto considerate incapaci di svolgere il ruolo fondante della loro esistenza. Allora, le donne che potevano  generare figli erano chiamate madri, ma quelle che non potevano erano disprezzate e emarginate(quindi non contavano nulla). Questo era il dolore di Anna nonostante fosse amata da suo marito Elcana. Allora, il grembo di Anna non  era adatto per far abitare la vita perché era  sterile, era  incapace di generare.

Ma con la sua preghiera  al Dio che l’aveva creata, Anna ha avuto modo di capire la ragione della sua esistenza e del ruolo di Dio come Padre di tutti gli esseri viventi. Care sorelle e cari fratelli nel Signore, c’era una volta una donna che si chiamava Anna. Una donna amata da suo marito Elcana nonostante la sua condizione di essere sterile. Questo fatto non era considerato per lui una vergogna, un modo per cui dovesse essere disprezzata. Pennina l’altra moglie di Elcana  le faceva notare e pesare tutto della sua condizione. Elcana però aveva dimostrato alle due mogli il comportamento giusto ad entrambi. Ai figli di Pennina egli dava a ciascuno la loro parte e Anna ne riceveva anche lei. Il pianto di amarezza che esprimeva il dolore di Anna di non poter dare un figlio a suo marito era indipendente dal loro rapporto coniugale. Anna era amata da suo marito così come era. Elcana accettò la condizione di lei, di essere  sterile ma lei pianse per il fatto che lei  non era realizzata  pienamente per il ruolo che doveva avere per suo marito e per il suo popolo. Chiese a YHWH di darle un figlio. Nella storia di Anna vediamo come i rapporti si distinguono tra uomo e uomo e tra Dio e uomo. In primo luogo il rapporto di Anna con Elcana  dimostrava che per amore si può superare tutto come quello di non avere dei figli. In secondo luogo il rapporto di Anna con Dio a causa di questa impossibilità di generare un figlio, la ispirò a fare una specie di voto davanti a Dio. Anna non chiese a Dio  per sentirsi pienamente realizzata davanti a Pennina e a Elcana ma chiese un figlio perché fosse la  dimostrazione di chi fosse Dio, che questo Dio era diverso dagli altri perché capace di ribaltare la situazione degli emarginati nella comunità .YHWH è colui che ha il potere di trasformare e la volontà di intervenire in difesa dei deboli.

La preghiera di Anna fu esaudita a patto che se questa richiesta fosse stata esaudita lei avrebbe restituito il figlio a lui. Perciò,* “l’ho chiesto al Signore” era il nome di Samuele. Dio  ascoltò il canto di dolore e di disperazione di Anna dal profondo del suo cuore a tal punto che non potè nemmeno più emettere parole. Egli le esaudì, le donò la vita tramite il figlio Samuele che significa “l’ho chiesto al Signore” e  così in cambio l’ha offerto come tale.

Perché questa esperienza di vissuto di fede di Anna  è fondamentale per noi oggi che celebriamo la risurrezione di Gesù?

Perché il Dio della vita esiste sempre per trasformare, io e tu, noi e questo mondo.

Noi così comprendiamo che in questo mondo  ognuno o ognuna deve passare, attraversare il vissuto di vita e di morte. Queste due esperienze(della vita e della morte) si intrecciano ma si esperimentano nel tempo e nello spazio del vivere di ogni uomo. C’è il presente che per il credente è continuamente un vivere di morte e di vita. Il canto di Anna è un sunto del suo vissuto fatto di questa esperienza di vita. Nell’esperienza del vivere nel mondo l’uomo deve attraversare il passaggio continua dalla morte alla vita.  L’esperienza di Anna come credente  in Dio ci ricorda ora che la vita è un dono che  Egli può donarla dove manca. La richiesta di questa vita da parte del  credente  in Dio vivente è giustificata perché viene esaudita e questa vita stessa, donata in offerta a testimonianza di Dio stesso come vivente.  Impariamo così ad accettare la nostra condizione umana di essere creatura. Noi crediamo nel  Dio vivente che ha fatto risorgere la vita dalla morte con la resurrezione di Gesù, dalla tomba vuota, così come dal grembo vuoto di Anna  Dio stesso ha fatto nascere  un figlio. Questi eventi(del grembo vuoto di Anna e della tomba vuota di Gesù) ci garantiscono ancora oggi la consolazione della rivelazione della nostra vera relazione con la vita e con la morte. Il Signore della vita ha manifestato la sua gloria e la sua potenza nella vita di una donna come Anna e anche Gesù. Il canto di gioia di Anna ce lo ricorda oggi.

La natura di questo canto è eccezionale.

Questo canto è davvero la celebrazione della natura incomparabile di YHWH.

La gioia è di Anna, ma la potenza è di Dio. In questo cantico si capovolgono i privilegi sociali dei principi. YHWH è colui che ha il potere di trasformare e la volontà di intervenire in difesa dei deboli. Significa che Dio possiede quella combinazione tra qualità e intenzioni che conta per questa comunità marginale che canta. Questo Dio presiede con la sua sovranità unica al dono della vita e della morte, e concede questi doni poiché sa tutto, senza darne una ragione o una giustificazione (cfr. Deut. 32,39).

Nella visione di Anna non vi sono cause secondarie né circostanze attenuanti, vi è soltanto Dio. La realtà di Dio consente una straordinaria speranza e mette in moto opportunità sociali che vanno al di là della razionalità amministrata dal sistema politico-economico vigente.

E’ una speranza che supera i confini definiti dall’attuale realtà sociale, una speranza che riveste la massima urgenza per quanti nel presente sono esclusi a causa di quei confini.  E’ il capovolgimento della realtà. Le distinzioni sociali e sproporzioni nel potere politico vengono superate e annullate.

Attraverso questa esperienza di Anna molte vite furono trasformate e  liberate perché la sua esperienza testimoniava il Dio a cui appartiene la volontà di intervenire nella sorte dell’uomo con l’unica ragione di ridonare la vita. Quel Dio a cui appartengono la vita e la morte.

Il grembo di Anna era come una specie di terra deserta, non poteva nascere una vita, ma è proprio per questo motivo, per  il suo pianto interminabile, il canto di grido di dolore che chiese a Dio di trasformarlo. Il canto di gioia di Anna di aver avuto la risposta della sua preghiera era la ragione della sua lode perché YHWH il Dio che lei professava era capace di far congiungere i due lati estremi della condizione umana. Da questa esperienza di Anna oggi si riconferma la nostra fede in Lui. Egli operò allora per dimostrare che in lui tutto può avere una ragione di esistere , e anche di dimostrare la sua volontà di capovolgere quella esistenza che denota disuguaglianza, esclusione.

Il racconto della risurrezione di Gesù era l’opposto del racconto di Anna e Dio è intervenuto in entrambi casi. Il grembo di Anna era come una tomba, vuota, sterile, non poteva nascere la vita, ma dalla tomba era nata la vita nella esperienza di Gesù. Dio era chiamato in causa in entrambi gli eventi. C’è una ragione per spiegare la volontà di Dio che è quella di riempire un vuoto. E nello stesso tempo ciò che è pieno  deve essere svuotato perché sia tutto per la sua gloria.

Dimostra egli dunque la sua sovrana volontà di trasformare le sue creature.

In lui esperimentiamo le risposte concrete delle nostre preghiere esaudite da lui per noi. La preghiera di Anna era una richiesta di donarle la vita e in cambio era di offrire a lui come tale questa vita. Noi chiediamo Dio di donarci, di rispondere alla nostra  richiesta particolare nata dalla nostra condizione umana di impossibilità e  Dio ci darà questo dono da offrire a nostra volta offerta tale . È integrale, è il pieno dono che non vogliamo spezzare. Rimane come tale perché siamo consapevoli che il dono era pieno, era tutto, non era parziale perché ci è stato donato. Samuele(l’ho chiesto a Dio) è l’offerta di Anna che ritorna a Dio.  Dio ha ridonato vita al suo figlio Gesù per essere di offerta. La vita donata da Dio nel figlio e quell’offerta che ha ricevuto da Anna.

Io do quello che mi hai dato. Restituisco quello che mi hai dato.

L’esperienza di Anna avendo avuto un figlio nella vecchiaia e nella sterilità ci ricorda oggi che nel  tempo della risurrezione, la vita ha una doppia valenza, la vita che Dio dona in questa maniera rivela che sia la morte che la vita, entrambe  sono dipendenti, sono in relazione.

Vita e morte, morte e vita acquisiscono i loro veri significati. Il non senso della morte acquisisce il suo significato grazie alla esperienza di Anna in questo brano e la nuova vita nata da questa morte come era stata la sua impotenza di generare ha dato il motivo di lode, di canto al Signore.

Il canto di Anna è un esempio per noi oggi di dire«Alleluia> lode a te Signore Dio. In questa domenica della risurrezione, ci auguriamo e ci benediciamo a vicenda  con le parole del canto di Anna.

Amen.

past. Joylin Galapon

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La Parole e le parole da portare

Sermone su: Isaia 50,4-9

Care sorelle e cari fratelli,

Tra le mille notizie drammatiche di questi giorni, colpisce per la sua particolare tragicità la morte di una donna al settimo mese di gravidanza, respinta al valico alpino dalle autorità francesi. L’ennesima storia di povertà, emarginazione, fuga alla ricerca di una vita nuova… negate e recluse da un sistema che ormai non riesce più a gestire in maniera umana i poveri che esso stesso produce. Lo sanno bene anche quelli tra noi che, all’alba della domenica, vanno a distribuire le colazioni ai senzatetto intorno a piazza della Repubblica.

Per capire meglio il problema, ho appena finito di leggere un libro di S. Baumann, Le nuove povertà. La sua analisi ci fa capire come la povertà sia stata percepita dalle culture umane nel tempo in modi molto differenti. Nel medioevo il povero garantiva a se stesso e al ricco la salvezza eterna. Con la modernità il povero diventa un potenziale operaio, in attesa di essere impiegato nella fabbrica e di svolgere il suo ruolo sociale; il welfare state è stato inventato anche per garantire che, in questo tempo di attesa, la situazione non degenerasse. Oggi, il capitale ha imparato a fare altissimi profitti con poca manodopera, e così i poveri sono diventati un peso inutile per l’economia. L’assistenza sociale è sempre più vista come insostenibile e ideologicamente ingiustificata. Si arriva così alla criminalizzazione del povero e dallo stato sociale si passa a quello di polizia, come ci insegnano gli Stati Uniti, il cui sistema carcerario è teso esattamente a questo fine. Il problema è che ci stanno convincendo con tutti i mezzi possibili che questo modo di pensare sia quello giusto. Ricordiamoci solo, però, che cosa è successo i Germania quando alcuni gruppi sociali sono state bollate come un inutile peso, anzi, come un pericolo per l’odine sociale…

Ebbene, ci tengo a dire che oggi, domenica delle Palme, noi ci prepariamo a festeggiare la Pasqua con la convinzione che non solo tutto questo è sbagliato, ma che c’è un’alternativa ben precisa. Gesù entra a Gerusalemme facendo capire che lui è il Signore del mondo e che in lui tutte e tutti noi, a partire proprio dai poveri e dagli emarginati, abbiamo un’altra possibilità. I poteri di questo mondo capiscono al volo il significato dell’azione di Gesù e, infatti, cercano di toglierlo di mezzo. Dio, però, lo resuscita e rimette in gioco la vita di tutti quelli che si fidano di lui. Nel Cristo risorto un nuovo sistema di valori, una nuova percezione della vita e dei rapporti umani è possibile, e noi siamo chiamati a realizzarla. Ma come?

La parola di Isaia ce ne dà un esempio eloquente. Nel “terzo canto del servo”, il profeta è rappresentato come colui che ha il dono di parlare come un maestro, ma che ogni giorno deve prima di tutto ascoltare la voce di Dio, proprio come uno scolaro. Eppure il profeta ne ha di esperienza, ha un rapporto diretto con Dio, è uomo che conosce il suo tempo e la sua gente. Proprio la sua condizione di profeta lo porta allo scontro duro con i suoi avversari, contro coloro, cioè, che non possono accettare la Parola del Signore, e quindi tormentano e perseguitano il profeta. La prima cosa che fa, però, e di mettersi in ascolto della parola di Dio: anche lui deve ricevere ogni giorno l’insegnamento dal Suo Signore, proprio come uno scolaretto. Ogni mattino il Signore apre il suo orecchio alla Sua parola, che lo ammaestra. La stessa cosa vale per ogni discepolo del Signore. Abbiamo il dono grande, direi il privilegio, di poter portare al mondo la parola di Dio, ma siamo anche chiamati all’umiltà di aprire ogni giorno la Bibbia e imparare, affinché le parole di Dio non si confondano con le nostre parole. Perfino i discepoli di Gesù, che erano con lui ogni giorno, riuscirono a comprendere quel che era avvenuto la domenica delle Palme solo dopo aver ricevuto la buona notizia della resurrezione.

A proposito dell’ascolto della Parola, in questi giorni sta accadendo un fatto che non ci può lasciare indifferenti: fine mese chiude l’agenzia italiana della Società Biblica Britannica e Forestiera. Chiude dopo 210 anni di lavoro capillare per la diffusione della Bibbia in questo paese. Senza il suo servizio il protestantesimo italiano non esisterebbe. Tocca alla Società biblica in Italia trovare le modalità per portarne avanti l’eredità, ma questo sarà possibile solo se troveremo le forze per farlo: le nostre chiese credono ancora nel progetto della diffusione della Bibbia? In questi tempi di crisi, cioè di “giudizio”, il mondo ha bisogno di persone che sappiano vivere coraggiosamente la loro vocazione ad essere gli araldi dell’evangelo, pur nell’umiltà di chi sa farsi discepolo ogni giorno, per aiutare con la parola chi è stanco.

Solo se ci saremo posti all’ascolto dell’evangelo, della Parola, potremo agire in questo mondo per dire ad alta voce che un’altra via è possibile, che si può vivere la nostra relazione con l’altro e con l’altra partendo dall’amore di Dio. C’è una speranza per tutte e tutti, anche e soprattutto per i poveri, per gli emarginati, per quella gente che oggi l’economia considera un peso inutile. E, anche se ci sentiamo stanchi e demotivati, e se vediamo intorno a noi persone che hanno perso la speranza, ricordiamoci la nostra vocazione ad essere araldi della Buona Notizia! Il mondo ha bisogno di una parola di conforto: gli sfruttatori sono sotto il giudizio di Dio, il quale sta dalla parte delle vittime e propone a tutti, in Cristo, una via di riconciliazione tra esseri umani e tra esseri umani e Dio. Dobbiamo trovare il coraggio di dirlo a muso duro come il profeta, perché in questo il Signore ci accompagna. Abbiamo bisogno di farlo anche nei piccoli gesti quotidiani che possono sembrare una goccia d’acqua nell’oceano, ma che conservano il loro valore di testimonianza. Pensiamo al progetto delle colazioni ai senzatetto, pensiamo anche ad un progetto lontano nello spazio ma che la nostra chiesa, tramite l’8×1000 ha deciso di finanziare: la ricostruzione della casa delle donne di Kobane, nel Kurdistan. I curdi sono di nuovo sotto attacco e forse questa volta saranno i turchi a distruggerla un’altra volta. Ma noi saremo con chi vorrà ricostruirla, testardamente, perché là dove c’è violenza, ingiustizia, sopraffazione, noi dobbiamo essere presenti con gesti profetici.

Gesù, dunque, viene a Gerusalemme come luce del mondo, per una sua ultima e definitiva manifestazione come Messia, come Signore di questo mondo. C’è ancora una possibilità per i suoi contemporanei, ma i suoi avversari irrigidiscono ancora di più la loro posizione e si preparano ad ucciderlo. Come il servo sofferente di Isaia, egli si prepara al martirio, ad obbedire fino alla fine. I suoi discepoli guardano la scena, ma non comprendono. Capiranno dopo la resurrezione. Noi siamo come loro, chiamati ad una vocazione importante, ma allo stesso tempo discepoli, che devono imparare e studiare ogni giorno. Per poter così portare con coraggio, testardamente, quella parola che dischiude il senso della vita, che svela la verità, che ci aiuta a comprendere le contraddizioni di questo mondo e le nostre. Quella parola che siamo chiamati a portare e che, sola, può rimettere in piedi chi è stanco, liberare chi è oppresso, e manifestare la luce là dove sono le tenebre.

Amen

prof. eric Noffke

Il perdono di Dio

Numeri 21,4-9 (I serpenti ardenti e il serpente di rame)

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, il testo della predicazione tratto dal libro di  Numeri  cap. 21, dal 4 al 9 ci invita oggi a riflettere sul modo specifico di Dio di riconciliarsi con il popolo d’ Israele ed  è anche un modo di riconoscere la severità di Dio nell’emanare il suo giudizio al popolo in ribellione, e la grazia ridonata  a lui dopo averlo riconosciuto che è Dio da temere. Il popolo era stato condannato a morte a causa del suo mormorare, della sua protesta e obiezione alla volontà di Dio e di Mose. Infatti, il castigo era la pena di morte. Dio mandò loro i serpenti ardenti, infuocati che con i loro morsi emanavano veleni, così che molti del popolo morirono. Ma con l’ammissione del peccato e la confessione di aver protestato esso ha ricevuto il perdono,  e così non morì più nessuno.

Molti del popolo però non hanno potuto confessare il loro peccato contro Dio e Mosè quindi hanno subito la pena di morte a causa dei serpenti che rappresentavano il castigo, la punizione del loro peccato. Era Dio che li ha puniti.

 

Oggi, questi  versetti ci invitano anche a fare un auto- esame(autocritica), ricordare il  peccato commesso nella ribellione, nel  mormorio quando abbiamo parlato  con parole di protesta e di obiezione a ciò che Dio voleva che fosse fatto, con un atteggiamento di sfiducia, di rinnegamento, e d’impazienza. Per il Dio dell’AT la sfiducia (perdersi la fiducia in lui) era il peccato più grave perché era irrimediabilmente causa della pena di morte, come viene qui dimostrato.

Nel capitolo precedente al nostro brano, due persone care per questo popolo erano appena scomparse. Miriam era morta, poi poco dopo Aronne. 30 giorni di pianto, cordoglio per il fatto che erano scomparsi Aronne e Miriam dalla vista di una comunità di credenti.

 

Si capisce allora che la comunità di Israele era sfinita, era stanca, non aveva più la forza di camminare e ha perso la speranza a quella promessa di poter raggiungere la terra promessa. Lei non aveva più la forza d’andare avanti per seguire la sua meta verso la promessa di Dio.

 

Nel deserto, il popolo di Israele ha vissuto per 40 anni come ci racconta il libro di Numeri e molti  non  raggiunsero la terra promessa.

Nel deserto, loro hanno vissuto in modo semplice, hanno sperimentato un modo infantile di credere in Dio. Dio verso di loro  si infiamma con la sua ira e poi ritorna ad essere compassionevole mediante l’intercessione, le parole d’implorazione del suo servo Mose in molte occasioni.

Allora Mosè supplicò il Signore, il suo Dio, e disse: «Perché, o Signore, la tua ira s’infiammerebbe contro il tuo popolo che hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande potenza e con mano forte? Perché gli egiziani direbbero: Egli li ha fatti uscire per far loro del male, per ucciderli tra le montagne e per sterminarli dalla faccia della terra!?» Calma l’ardore della tua ira e pentiti del male di cui minacci il tuo popolo. Ricordati di Abramo, d’Isacco, e d’Israele, tuoi servi, ai quali giurasti per te stesso…»  Esodo 32,11-13
La relazione di Dio con il popolo di Israele  in questo caso ci chiarisce anche oggi come siamo noi credenti.

Che cosa era che manteneva il loro rapporto? La cura, la guida che assicurava Mosè  con la sua presenza  e anche il suo castigo ogni volta che commettevano il peccato, ogni volta che trasgredivano il suo comandamento.  Un castigo per raddrizzare il loro comportamento per poi andare avanti per raggiungere la terra promessa come un popolo fedele.

Certamente, non fu un cammino facile per Israele!

Allora, sicuramente  il popolo d’Israele al contempo non visse in modo semplice perché aveva delle regole da seguire e i comandamenti per acquisire la vera vita.  Dio l’ha liberato dalla schiavitù in terra d’Egitto, ha avuto la manna per nutrirsi giorno dopo giorno. Nonostante ciò, c’era sempre occasione di protestare, di mormorare, e lamentarsi davanti a Mose e a Dio. Il tempo nella casa d’Egitto, nonostante il lavoro gravoso che compiva e il maltrattamento che subiva, veniva rievocato con  nostalgia, e il popolo d’Israele sognava ancora la consolazione del cibo che lo rendeva soddisfatto e sazio, cioè la carne  che  lo consolava in mezzo allo schiavitù. Dicevano: «Avevamo pentole di carne e mangiavamo pane a sazietà» Esodo 16, 3. Così, fino alla fine del suo peregrinare abbiamo questo ricordo che causa di ribellione nei confronti di Dio. La carne che lo aveva nutrito ha avuto un ruolo importante, è una trappola del maligno, di satana in cui cadere in tentazione e nello stesso tempo un modo dispettoso di rivolgersi a Dio.

 

La scelta di questo brano ha a che fare con il tempo della passione, il  tempo riservato per ricordarci di tornare a Dio e cambiare la nostra mentalità e si scandisce in questa sequenza.

Il credente ha ricevuto la promessa  grazie alla fede,

poi segue la protesta che è frutto dell’impazienza,

poi si ritorna alla consapevolezza,

e di conseguenza c’è il tempo della confessione,

e poi il tempo del perdono.

Quindi, la riconciliazione comporta un rinnovamento dell’impegno per l’alleanza fatta da Dio per il suo popolo eletto.  Credo che vediamo in noi la replica di questa esperienza in quanto discendenti (eredi ) del popolo degli  Israeliti.

 

Teniamo in mente questo procedimento della salvezza d’ Israele in questo episodio, il timore verso Dio significa per il popolo d’Israele  riacquisire nuovamente la vita per proseguire il cammino che lo aspetta.

Il popolo d’Israele ha confessato il suo peccato tramite Mosè e anche tramite lui Dio ha trovato un rimedio per riconciliarsi. Dio ordina di creare qualcosa di simile a quello che ha mandato per dimostrare la sua ira contro chi bestemmia, contro chi trasgredisce alla sua volontà.  E’ un’immagine che ha causato la morte di molti  e al contempo ha dato nuova vita: dal serpente ardente al serpente di rame.

Adesso abbiamo questa occasione di ammettere anche noi che spesso mormoriamo, spesso ci lamentiamo, spesso protestiamo per le nostre incessanti insoddisfazioni. Questi sono i motivi del nostro parlare contro Dio che non vogliamo nemmeno confessare perché non li consideriamo nemmeno più un peccato. Questo brano ha descritto l’esperienza di vita del popolo d’Israele  e anche la nostra quando mormoriamo perché Dio non ci ha dato quello che crediamo possa  soddisfare il nostro bisogno.

 

Ora, chi pecca e riconosce di aver peccato davanti a Dio riceve il perdono guardando Gesù sulla croce. Ecco, care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi il nostro lezionario ha proposto  la  meditazione di questo brano che narra il peregrinare di Israele, l’itinerante perenne.

È un fatto molto importante nella vita del popolo. Inserire per la nostra predicazione questo brano dell’AT,  ci ricorda quando un serpente per la prima volta ha agito tra due persone, Adamo ed Eva, ora i serpenti sono di nuovo in scena per svolgere il loro ruolo specifico, recare la vita o la morte. Dio per mezzo di loro ha manifestato il castigo, la condanna verso un popolo che con le sue parole ha provocato la sua ira. Ci fa impressione immaginare la terra deserta in cui strisciano i serpenti per  poi  arrivare a mordere una massa di gente. Per  aver parlato male a Dio e a Mose, a causa di aver maledetto Dio, gli israeliti hanno avuto la pena di morte.

 

L’analisi del brano fatta da un ‘esegeta sulla rivolta del popolo d’Israele contro Dio ha voluto delineare il significato vero qui della parola contro, il popolo ha perso la fiducia in Dio.

Che cosa è il serpente ?  E’ il simbolo di vita. Il serpente è l’eterna sintesi di  morte e di vita, oggetto tanto di malanimo quanto di venerazione.

E’ l’essenza vitale del suolo; ogni anno cambia la pelle, simbolo del vecchio sé, un ‘eterna giovinezza, i suoi occhi penetranti scintillano come null’altro-simbolo di saggezza umana.

Il serpente è un potente simbolo di vita e di morte. L’asta con serpente di rame si ferma tra i morti che non vogliono guardare lo strumento di salvezza scelto da Dio e quelli che invece lo fanno, si salveranno.

L’evangelo di Giovanni 3,14-16 dice: E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Le parole di Gesù evidenziano la volontà di Dio di dare la vita eterna a tutti coloro che guarderanno a Gesù e crederanno in Lui.

L’immagine del serpente innalzato da Mosè è collegata da Giovanni all’immagine di Gesù innalzato e crocifisso. Ma l’innalzamento di Gesù si riferisce tanto alla sua morte in croce quanto alla sua risurrezione dai morti.

Così, nel vangelo di Giovani la croce ha dunque, come l’asta, il bastone di Mosè, un doppio significato: simboleggia tanto il veleno della morte quanto la potenza di Dio, che dona la vita a tutti coloro che credono in lui e a lui guardano per salvezza e nuova vita. Amen.

past. Joylin Galapon

È una bella persona

Testo del sermone Filippesi 1,15-21

Care sorelle e cari fratelli,

“È una bella persona!” Spesso utilizziamo questa formula, o altre formule simili, per introdurre a una nostra scelta di campo. “È una bella persona. Per questo di lui/di lei mi fido!”, oppure: “È una bella persona quell’uomo, quella donna che è responsabile. Per questo mi sento di aderire.” E più si tratta di questioni che esulano da criteri di oggettività, più puntiamo sulla nostra sensazione, sulle nostre intuizioni riguardanti le qualità caratteriali e l’affidabilità della persona che ci parla, che ci fa una proposta o una richiesta. Quando si tratta delle cose veramente importanti nelle nostre vite, sembra impossibile distinguere tra la “cosa” e la “persona”. O ci fidiamo della persona, e poi siamo anche disposti a venirle incontro, o non ci fidiamo e poi: fine! Oggi, però, ci è proposto per le nostre riflessioni un brano dell’apostolo Paolo che va abbastanza controcorrente a questa nostra abitudine. Leggiamo dalla Lettera ai Filippesi, capitolo 1, i versetti da 15 a 21:

Alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono detenuto per la difesa del vangelo; ma quelli annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora;  so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l’assistenza dello Spirito di Gesù Cristo  secondo la mia viva attesa e speranza, poiché non ho nulla di cui vergognarmi; ma con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte.  Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Per comprendere queste affermazioni, dobbiamo un attimo dedicarci alle circostanze in cui sono state messe per iscritto. L’apostolo Paolo è in catene; si trova in prigionia. Da un lato, la sua detenzione non può essere eccessivamente dura; altrimenti non potrebbe ricevere e scrivere lettere; inoltre vediamo pochi versetti prima del nostro passo che non è solo ma accompagnato dal suo alunno Timoteo. Dall’altro lato, però, si capisce anche che Paolo si confronta con l’ipotesi di non uscire vivo da questa condizione: Forse sì, non lo esclude, ma al tempo stesso si prepara mentalmente anche all’altra opzione, trovando consolazione nel pensiero che nell’uno come nell’altro caso sarà in unione con Cristo. È stato discusso molto se la detenzione in cui Paolo scrive la lettera sia quell’ultima, a Roma, oppure una precedente, magari a Efeso, di cui la narrazione degli Atti degli Apostoli non dà testimonianza. Colpisce anche che, se capiamo bene i versetti che abbiamo sentito prima, c’è qualche collegamento, non spiegato nei dettagli, tra la prigionia e una concorrenza tra diversi apostoli cristiani, alcuni dei quali si approfittano dell’eliminazione di Paolo dallo spazio pubblico per esibirsi. Sembra perfino che il presupposto che l’apostolo si trova in carcere per motivo della sua testimonianza cristiana, come sottolinea lui, non sia da loro accettato. Sicuramente non saremo noi stamattina a dirimere tutti questi problemi. Ciò che per noi conta è che Paolo si esprime in vista dell’eventualità di essere giunto a capolinea, il che lo induce a riflettere sul rapporto tra la predicazione di Cristo e la buona o cattiva volontà del predicatore. E comprendiamo anche che tra lui e questi altri apostoli c’è un abisso di malafede e sfiducia. Umanamente, non hanno più nulla da dirsi; accadde così anche nella prima comunità cristiana.

Ora, però, colpisce ancora in più quello che Paolo dice. Egli introduce una netta distinzione tra questi rapporti, ovviamente del tutti avvelenati, tra i predicatori e l’unica cosa che conta veramente: l’annuncio di Cristo, la trasmissione del messaggio della sua crocifissione e risurrezione. Argomentando così, egli distingue anche tra il vissuto soggettivo con cui questo avviene e il fatto determinante. Può darsi che qualcuno si approfitti della sciagura di Paolo; può perfino darsi che qualcuno si esibisce come apostolo soltanto per fargli male, per farlo stare ancora peggio nel suo carcere. Sì, può darsi che questi “colleghi” (nel senso peggiore della parola) agiscano per malafede ed è altrettanto possibile che lui stesso per questo soffra ancora in più. Ma in fondo non importa, come scrive alla comunità di Filippi, che per Paolo è una comunità di fratelli fidati e di amici che lo sostengono fedelmente: “Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora”. Si  rallegra, perché il vero motivante del suo apostolato è la diffusione della parola di Cristo, e se questo avviene va sempre bene. Poi, in coda, c’è un piccolo ritorno di auto-referenzialità anche presso Paolo, e forse questo ci consola: lui si dichiara fiducioso che proprio così, agendo in malafede, i suoi cari colleghi contribuiscano alla “salvezza” sua, che ovviamente coincide con l’attesa di liberazione. Le mosse giuridiche che Paolo a questo punto presuppone ci sfuggono ma forse non sono neanche così importanti per noi.

Sono state delle “belle persone” l’apostolo Paolo da un lato e i suoi cari colleghi dall’altro? Temo che dal punti di vista dei cristiani a loro contemporanei sia dipeso dal punto di vista: sempre gli uni erano belle persone e gli altri no, erano bugiardi, ipocriti, incapaci ecc. Proprio in questo quadro di riferimento, pieno di veleno e pregiudizi, emerge l’attitudine di Paolo stesso, che era un uomo che, quando lo riteneva necessario, non evitava le contrapposizioni e i confronti. Dichiara qual è la sua priorità: che la parola di Cristo, la parola di sincerità e speranza sia trasmessa. A fronte di questo criterio, l’orgoglio personale e le rivendicazioni d’autorità devono rientrare a un livello secondario. E lo possono anche: se viviamo o se moriamo, dice Paolo, se abbiamo successo o se falliamo, se riusciamo a esibirci o se finiamo in un angolo cieco, valgono comunque sempre due cose: anzitutto, siamo mortali – per Paolo questa è, quando scrive la lettera, una prospettiva molto concreta, ma poi vale per tutti, anche per chi in questo momento è “di grido”; secondo punto: se viviamo o se moriamo, se ci riusciamo o no, siamo comunque sempre in Cristo, morto e risorto per noi. Questo è ciò che può dare anche alle nostre pretese la giusta misura, perché vale anche per noi e per i nostri tentativi di “fare chiesa” e di proseguire nella vocazione dell’annuncio di Cristo. Nell’anno 1530, alla dieta di Augusta, gli evangelici sottoposero all’imperatore Carlo V una confessione di fede. Nel settimo articolo leggiamo: “Invero la Chiesa è l‘assemblea dei santi nella quale è insegnato puramente l‘Evangelo e sono amministrati rettamente i sacramenti.” Sì, chiesa c’è laddove la parola di Dio è trasmessa nelle forme della predicazione e dei sacramenti. Questo è ciò che conta. La questione invece chi sia il soggetto a farlo rientra a un livello molto secondario. La frase che vi ho citata è formulata in passivo, ovvero in modo che l’attore grammaticalmente non è neanche preso in considerazione. L’essenza della chiesa non dipende dai messaggeri ma dal messaggio. Per noi questo vuol anche dire: laddove il vangelo è proclamato chiesa c’è e non le manca nulla per essere chiesa, indipendentemente da questioni denominazionali ed ecumeniche. Il regno di Dio non dipende da noi, né in quanto siamo persone singole, né in quanto siamo una specifica organizzazione religiosa; il regno di Dio magari si manifesta esattamente laddove noi pensiamo che sia più lontano, laddove ci sono quelli che noi guardiamo con sospetto e in maniera prevenuta. Ci sentiamo ridotti nella nostra importanza da queste considerazioni? Soltanto se in realtà cerchiamo il nostro, non Cristo. Ma, è questo è il punto su cui Paolo insiste, proprio l’azione di quelli che noi osserviamo con sospetto e avversione contribuirà alla salvezza nostra, perché mette a nudo le piccole e grandi auto-referenzialità che motivano anche la nostra testimonianza: vogliamo tanto essere delle “belle persone”, affidabili e rispettate, anche noi. Ma il messaggio di Cristo, che è sempre messaggio di croce, decostruisce queste speranze autoreferenziali, la nostra ricerca di “bellezza”. Possiamo solo pregare che ci sia dato che lo possiamo vivere come una liberazione, come “salvezza”.

Infine, qualcuno potrebbe dire: scusami, il messaggio della giustificazione per fede è un messaggio profondamente relazionale: non trasmette qualcosa di oggettivo, una qualità da acquisire, ma parla di come Dio ha risanato il suo rapporto con noi e come noi, di conseguenza, ci ritroviamo in una relazione risanata con lui. Come sarebbe possibile prescindere dalla dimensione personale e dall’autenticità e credibilità personale del testimone? Inoltre, parlare di Dio non è più un discorso oggettivabile, in cui sarebbe possibile separare il contenuto da chi parla. È sempre testimonianza personalmente impegnata. Sì, è vero tutto questo! Nonostante ciò, non soltanto la Confessione di Augusta ma anche l’apostolo Paolo stesso hanno osato non di separare la cosa dalla persona ma di distinguere comunque tra questi due livelli. Poiché come persone restiamo quelli che siamo – la parola di cui siamo diventati portatori invece non sarà mai la “nostra” in termini di proprietà. Poche ore prima di morire, il riformatore Martin Lutero scrisse su un cedolino una piccola riflessione che indirettamente riflette queste parole di Paolo e con cui vorrei chiudere. Scrisse Lutero: “Nessuno comprende Vergilio nelle sue Bucoliche senza essere stato pastore o contadino per almeno cinque anni. Credo che nessuno comprenda Cicerone nelle sue lettere senza essersi impegnato per vent’anni in un organismo statale eccellente. Nessuno pensi di aver gustato a sufficienza le Sacre Scritture senza aver governato la chiesa, assieme ai profeti, per almeno 100 anni. Attorno a Giovanni Battista per primo, Cristo poi e infine gli Apostoli c’è un immenso miracolo. Non devi tentare questa Eneide divina ma venerare inchinato le sue tracce! Noi siamo mendicanti. Questo è vero!”. Amen.

prof. Lothar Vogel