La nostra bussola

 

Isaia 50,4-9a:

4 Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco. Egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli.
5 Il Signore, DIO, mi ha aperto l’orecchio
e io non sono stato ribelle,
non mi sono tirato indietro.
6 Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva,
e le mie guance a chi mi strappava la barba;
io non ho nascosto il mio vòlto
agli insulti e agli sputi.
7 Ma il Signore, DIO, mi ha soccorso;
perciò non sono stato abbattuto;
perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra
e so che non sarò deluso.
8 Vicino è colui che mi giustifica;
chi mi potrà accusare?
Mettiamoci a confronto!
Chi è il mio avversario?
Mi venga vicino!
9 Il Signore, DIO, mi verrà in aiuto;
chi è colui che mi condannerà?

 

Vorrei iniziare questa mia riflessione a partire da un oggetto, ormai un po’ antiquato e superato dal GPS, ma comunque ancora molto affascinante: ovvero la bussola. Non so quanti di voi hanno avuto esperienze con questo oggetto. Magari chi ha avuto occasione di far parte di un gruppo scout ha più familiarità con la bussola. Mi interessa questo oggetto proprio per la sua funzione. La bussola si usava, e ancora oggi si usa, per orientarsi. La bussola seguendo le linee di forza del campo magnetico terrestre punta sempre al nord, e così dà una direzione a seconda di dove si vuole andare. In alcuni casi può addirittura salvare la vita, quando per esempio ci si ritrova dispersi in mare o in una foresta. Insomma, un’invenzione che all’epoca fu rivoluzionaria proprio perché forniva facilmente un orientamento e una direzione.

Facendo uno sforzo di immaginazione, pensate quanto sarebbe bello avere una bussola personale che ci possa orientare quando ci sentiamo dispersi in una situazione difficile della nostra vita. Oppure una bussola che possa fornire alla comunità una direzione giusta da seguire di fronte alle scelte da fare. Non sarebbe male!

Sicuramente all’epoca nella quale fu scritto il testo che abbiamo letto (Isaia 50,4-9a) avrebbe fatto comodo a un israelita avere una “bussola magica” di quel tipo. Infatti ilpopolo d’Israele si trovava in una situazione difficile. Potremmo definirlo un popolo “scombussolato”, rimanendo all’interno della metafora della bussola. Un popolo disorientato in un luogo, Babilonia, lontano sia geograficamente che religiosamente da Israele. Come comportarsi in una situazione come quella? Quale atteggiamento adottare per rimanere fedeli a Dio, nonostante la realtà non fosse delle migliori?

Il profeta Isaia esprime delle indicazioni che possano orientare il popolo d’Israele e i suoi membri. Una testimonianza delle sua reazione di fronte alla difficoltà in grado di orientare anche il resto del suo popolo. Per ben quattro volte1, il profeta definisce se stesso e Israele come servo di Dio. Il rapporto fra il popolo e ogni singolo credente con Dio si pone dunque in termini di servizio e di discepolato.

Ed è interessante notare come il canto metta in evidenza diversi aspetti e diverse dimensioni fondamentali della vita di un credente o di una comunità che voleva restare fedele a Dio anche in quella situazione di smarrimento e di stanchezza. Un discepolato autentico ha diversi tratti che lo contraddistinguono. Io personalmente mi vorrei concentrare su tre aspetti del discepolato che, a mio avviso, emergono dal testo e che mi hanno particolarmente interessato: 1) il rapporto con la Parola di Dio; 2) la resilienza nella prova (cioè la capacità di assorbire un urto senza rompersi); 3) la fiducia nella promessa di Dio.

1) Rapporto con la Parola di Dio:

In primo luogo, il canto mette in evidenza l’importanza di tenere vivo quotidianamente il rapporto con la Parola (egli [il Signore] risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio). Invita a non dimenticarsi della Parola. Il rapporto con Essa è un elemento imprescindibile e costitutivo del discepolato. Eppure come è possibile coltivare tale rapporto?

Il testo dice attraverso l’ascolto. Ascoltare non significa semplicemente fare attenzione a quello che la Parola comunica, ma significa anche predisporre la propria mente a imparare qualcosa di nuovo. Un po’ come quando ci si sveglia per andare a scuola. Nel tempo che precede l’inizio della giornata ci si predispone per imparare nozioni nuove. Chissà cosa verrà insegnato oggi? Chissà cosa mi comunicherà oggi la Parola? Questo il primo punto che viene messo a fuoco: si è sempre discepoli e discepole a confronto con la Parola. C’è sempre da imparare, da sorprendersi, da emozionarsi. Ma ciò è possibile solo attraverso un continuo processo di ridimensionamento di se stessi, che ha origine dalla Parola ma che in seguito richiede a noi di predisporre l’orecchio a ciò che il Signore vuole comunicarci. Questo discorso valeva per il popolo d’Israele all’epoca, ma vale anche per noi oggi.

Inoltre il testo fornisce un’altra indicazione: il rapporto con la Parola si coltiva anche attraverso la sua trasmissione. Il messaggio che Dio infonde nei nostri cuori non è qualcosa da conservare gelosamente, ma è una buona notizia da portare fuori. Più precisamente per aiutare chi è stanco, per sostenere coloro ai quali sono negati i diritti, per soccorrere chi viene emarginato dalla società. Non è una Parola che schiaccia e imprigiona chi si trova in una condizione di debolezza. Al contrario è una Parola che valorizza il debole per come è e lo libera dai condizionamenti della società. L’aiuto a chi è stanco è dunque il criterio da tenere a mente nel trasmettere e annunciare la Parola, che a nostra volta riceviamo.

1 Sono quattro i canti riportati nel libro di Isaia (42, 1-4[5-9]; 49,1-6[7-12]; 50,4-9[10-11]; 52,13 – 53,12), nei quali il profeta definisce il popolo d’Israele o se stesso come servo di Dio. Infatti, seguendo l’ordine cronologico, il passaggio in questione è tradizionalmente definito il terzo canto del servo di Dio.

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2) Resilienza nella prova:

La trasmissione di un messaggio liberante, accogliente, valorizzante, solidale, fiducioso spesso non è popolare. È un’operazione che può esporre il credente a sua volta a subire l’ostilità di chi porta invece un messaggio di chiusura e, ahimè a volte come ci insegna la storia e il presente, anche l’ostilità delle autorità politiche e civili.

Una condizione, quella del servo di Dio e delle nostre piccole comunità protestanti in Italia, che può generare facilmente un senso di impotenza, di frustrazione, di scoraggiamento. Cosa può cambiare il nostro annuncio e la nostra azione di fronte a tanta ingiustizia, violenza, sofferenza delle quali ogni giorno veniamo a conoscenza? Io penso che in una condizione tale si possa facilmente inciampare in due reazioni: da una parte la paura e la paralisi che possono condurre al vittimismo o all’indifferenza; dall’altra parte il rancore e la rabbia che possono condurre alla maledizione (“dir male”) e alla violenza.

Ciò che invece è straordinario nel testo di Isaia è il cambiamento di prospettiva. A quanto pare un passaggio fondamentale e unico nell’Antico Testamento: niente più vittimismo, niente più maledizioni, ma resilienza! Non un invito all’accettazione passiva della propria situazione, bensì un invito alla resilienza attiva, caratterizzata dalla non-violenza. Un cambiamento di prospettiva che era anche espressione di una convinzione inedita: i mezzi che si usano caratterizzano anche i fini che si vogliono raggiungere. A questo riguardo trovo indicate le parole di Mahatma Gandhi: «il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra il mezzo e il fine vi è appunto la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero». E allo stesso modo Martin Luther King Jr. affermava: «la pace non è solo un fine remoto da raggiungere, ma un mezzo per raggiungere quel fine». Un cambiamento radicale nella storia d’Israele che ci rende attenti al tipo di testimonianza che vogliamo portare nella nostra società, ma che allo stesso tempo valorizza un’altra via. Anche una piccola testimonianza in un mondo molto vasto può fare la differenza. Anche se può comportare sconfitte, il discepolato richiede il porgere l’altra guancia.

3) Fiducia nella promessa di Dio:

Certo, non so a voi, a me viene da pensare: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Già, è proprio così! Una Parola da ascoltare e annunciare senza paura a chi si trova in uno stato di debolezza, portando avanti una testimonianza in grado di resistere alle pressioni sociali contrastanti e di farlo nello spirito della non-violenza. Facile a dirsi, decisamente più difficile a farsi! Come riuscirci allora? Come poter esprimere il nostro servizio a Dio, il nostro discepolato, come credenti e come comunità?

Il testo ci fornisce un terzo fondamentale elemento complementare ai precedenti che ci proietta su un altro piano: la fiducia nella promessa di Dio. La Parola che ci viene affidata è infatti una Parola profetica. Una Parola che decentra le nostre paure su Dio, cioè trasferisce il peso di ciò che ci blocca e rallenta su Colui che davvero può farsene carico. Una Parola che ci trasmette la speranza. Non siamo soli! Non dobbiamo giustificarci ed essere inavvertitamente gli avvocati di noi stessi! Il Signore è con noi. Se c’è un giudizio, una ricompensa del discepolato, allora spetta a Dio, e solo a Lui, esprimerla. A noi, invece, il compito di essere suoi messaggeri, nella consapevolezza di essere nelle sue mani, di poter appoggiare il nostro giogo su di Lui affinché ci alleggerisca, di essere protetti, di aver le spalle coperte, di non preoccuparci di giustificare quello che facciamo o non facciamo perché il Signore è la nostra garanzia per il futuro ed è infinitamente più forte di chi vorrebbe oscurare la sua Parola.

Riassumendo in una frase il senso del discepolato di Isaia: Dio ci dona una Parola profetica da ascoltare e trasmettere senza paura a chi ne ha bisogno. Una Parola che ridimensiona il nostro ego, decentra le nostre paure su Dio, proietta la nostra azione nella promessa di Dio, così da permetterci di esprimere un autentico discepolato.

Un autentico discepolato, quello del servo di Dio, che trova espressione in un altro membro del popolo di Israele: il discepolo Gesù. Oggi è la domenica della Palme che ci introduce al tempo della Passione e che ci rimanda a Colui che con la sua vita espresse i tre aspetti del discepolato descritti nel canto di Isaia. Un Gesù discepolo di Dio, che ha saputo ascoltare la Parola aprendo l’orecchio, che ha saputo trasmetterla verso gli “stanchi” (gli ultimi, gli emarginati) della sua società, che ha saputo resistere alle prove fino alla morte senza l’uso della violenza, sperando e credendo all’interno dei suoi limiti umani alla promessa di Dio. La sua persona ha incarnato la condizione di servo, ponendosi così come una bussola in grado di orientare ancora oggi le nostre esistenze e il nostro discepolato verso Dio.

Concludo, riprendendo l’oggetto con il quale ho iniziato questa riflessione: la bussola. Ci sentiamo disperse e smarriti in una situazione difficile della nostra vita? Come comunità non sappiamo quale siano le scelte giuste da prendere? Come portare avanti il nostro discepolato e servizio a Dio? Fratelli e sorelle, lasciamoci orientare dalla bussola Gesù Cristo. È una bussola che punta sempre verso l’ascolto quotidiano della Parola. Una bussola che indirizza sempre verso la trasmissione della Parola a chi si trova realmente nel bisogno con il suono della libertà, dell’accoglienza, dell’amore. È una bussola che orienta sempre verso la resilienza, non quella dettata dall’odio, ma dalla volontà di incontrasi come fratelli e sorelle, e per questo motivo priva di violenza. È una bussola che punta sempre verso la speranza, quella del Regno, che come discepole e discepoli già sperimentiamo e che un giorno vedremo pienamente realizzata.

Amen!

Simone di Giuseppe

Che cosa é verità?

Care sorelle, cari fratelli

questo brano offre moltissimi spunti per la predicazione partendo dal fatto che alla fine, e questo mi sembra l’obiettivo dell’Evangelista Giovanni, tutti si lavano le mani: i religiosi consegnano Gesù a Pilato con le parole: «A noi non è lecito far morire nessuno», Pilato si lava le mani e trova la via di uscita in un veloce referendum in cui deve decidere il popolo. Il popolo sceglie Barabba, ma in fondo è indifferente, uno deve pure morire.

Tutti si lavano le mani. E varrebbe un sermone intero per guardare meglio questa catena di lavaggio delle mani e forse anche della coscienza.

Io invece vorrei fermarmi su due parole di Pilato, visto che l’incontro di Gesù con Pilato è proprio al centro dei nostri versetti: «Che cos’è verità?» e «Ecco l’uomo!».

1. Che cos’è verità?

Pilato disse: «Che cos’è verità?» Pilato forse lo chiede perché l’incontro con Gesù lo ha coinvolto più di quanto avesse pensato prima, lo vedremo poi al secondo punto. Pilato però, a questa domanda, non riceve alcuna risposta. Comunque arriva alla conclusione: Io non trovo colpa in Gesù.

Che cos’è verità? Pilato non lo viene a sapere. Ma anche la storia umana non sembra avere una risposta a questa domanda: Che cos’è verità?

Infatti, verità o non verità è una diatriba di tutti tempi: filosofi, teologi e tanti altri pensatori da millenni cercano di dare una risposta.

Per la gente comune, fino a pochi decenni fa, la verità era una cosa vera- mente accaduta. Ciò che si vedeva nella Televisione o si leggeva nei gior- nali era vero, perché reale, raccontato come accaduto, portato da giornalisti nelle nostre case via etere. Verità è se il racconto combacia con l’accaduto.

Semplice, ma per le generazioni fino agli anni 80 era così. E questa idea di verità, cioè di cose realmente accadute, si faceva spazio anche nelle letture della letteratura antica, ma soprattutto per la Bibbia. Abbiamo spesso applicato l’idea del racconto biblico come un racconto realmente accaduto senza tenere conto che chi raccontava aveva un’idea completamente diversa di verità, cioè che ciò che veniva raccontato non per forza doveva essere reale nel nostro modo di pensare e di vedere le cose.

Dagli anni 80 in poi però, la questione della verità vista come realtà, cam- bia. Il sociologo e teorico dei mass-media statunitense Neil Postmann ci ha messo in guardia davanti al fatto che ciò che la televisione ci presenta non per forza dev’essere vero nel senso reale. Postman infatti si pone il problema che per una persona normale è difficile verificare se le cose stanno veramente come raccontato dalla televisione.

Infatti, Postmann dice che nei telegiornali le notizie sono volutamente messe in fila senza una logica, perché così è impossibile verificare.

Oggi più che mai sappiamo che non ci possiamo fidare della Televisione e nemmeno di ciò che ci viene raccontato dai social media, cioè Facebook, Twitter e pure youtube. Non solo non possiamo più controllare nel mare delle notizie se una notizia è vera o no, ma siamo inondati di fake-news, meglio: di notizie false volutamente messe in giro, una volta si chiamava- no bugie.

Oggi le fake-news servono alla politica, Trump è uno che mette in giro notizie false per screditare i suoi avversari, e se ci mettessimo a controlla- re la verità dei tweet dei nostri politici che talvolta soffrono di bulimia virtuale, vedremmo quante bugie sono in giro, ma soprattutto che tutto il sistema si basa su bugie, su notizie false.

Dalla fiducia nei mass media come TV e giornali siamo arrivati a dover ammettere che meglio non fidarsi e non cadere nelle trappole delle fake- news, delle bugie diventate socialmente accettate e utilizzate per il pro- prio vantaggio. E come non caderci, se pure giornalista talvolta ci cascano senza nemmeno fare un controllo.

Nella storia la verità invece era spesso vista come proprietà. Io ho la verità. E chi non l’aveva lo ha sentito sulla propria pelle, perché dichiarato eretico, persona senza diritto alla vita.

Insomma, la questione della verità ha tante sfaccettature.
Il Salmista del Salmo 25 prega: Guidami nella tua verità e ammaestrami;

poiché tu sei il Dio della mia salvezza.

E così quando la Bibbia parla di verità, la lega sempre a Dio e alla salvez- za. Direi che qui oggi abbiamo a portata di mano o meglio a portata di orecchio dei versetti centrali che ci possano indicare che cosa è verità, o meglio chi è verità.

Aggiungiamo a questa l’affermazione di Gesù: Io sono la via, la verità e la vita. Gesù non dice “io ho la verità” ma “io sono la verità”.

E allora impariamo che la verità non è un possesso, la verità non è a mia disposizione. Il modo giusto per affrontare la questione della verità è rela- zione, relazionarsi con colui è la verità. Questa relazione cambia la perso- na coinvolta.

Pilato ne è un esempio, e lo vediamo alla sua affermazione finale: ecco, l’uomo!

Pilato cambia e noi possiamo cambiare nella relazione con la verità. Pos- siamo cambiare in modo che non la vediamo più come possesso, la relazione con la verità può fare in modo che siamo più critici verso ciò che ci arriva via internet o TV – non per caso il pastore della mia chiesa nativa ci ha insegnato: non prendere mai niente per scontato, provare per approvare.

La relazione con la verità ci cambia in modo che anche la nostra relazione con il prossimo e con il Creato cambia e viene integrata nella partecipazione alla verità.

Ma veniamo al secondo punto.

2. Ecco, l’uomo

Ecco, l’uomo, due parole che hanno ispirato pittori, compositori e anche tanti scrittori. Nel nostro brano è il culmine dell’incontro fra Gesù e Pila- to. Ciò che per Pilato forse era una domanda filosofica e che poi – l’abbia- mo visto – diventa una questione di relazione e cambiamento, va oltre la narrazione di come continua la passione di Gesù.

Nel suo romanzo satirico “il maestro e Margherita”1 lo scrittore russo Mi- chail Bulgakov dà un ampio spazio all’incontro fra Pilato e Gesù: quando Pilato chiede a Gesù quale fosse il suo messaggio, la figura del romanza Jeschua afferma: ci sarà un Regno di verità in cui non ci sarà più alcuna violenza.

Ed ecco, l’ecco l’uomo, va oltre la questione della relazione della verità e prospetta una direzione che la relazione con la verità può portare. Pilato si ferma qui, non esce dal suo ruolo.

A noi rimane la domanda: ci vogliamo fermare all’ecco l’uomo o vediamo ciò che Bulgakov ha trovato come conseguenza della relazione con la verità?

Gesù, andando avanti, continua la sua strada della giustizia, di una nuova legge, quella dell’amore che prende sul serio tutti gli esseri umani, è la via che mette in dubbio il potere che Pilato sembra esercitare, una via dal basso che nella impotenza della croce dimostra la sua forza.

Andiamo oltre all’ecco l’uomo, mettiamoci in relazione con la verità e di conseguenza con gli altri e con il creato, affinché la violenza, l’oppressione, l’emarginazione non trovino più spazio. Amen.

Past. Jens Hansen

Il pane della vita

Giovanni 6,47-51

Care sorelle e cari fratelli,
perché Gesù disse che lui era il pane della vita?
Non sarebbe stato sufficiente allora l’insegnamento che mangiare facesse solo il bene del corpo degli esseri viventi? così non morerebbero?
Non basterebbe soltanto dire di mangiare così uno non sarebbe morto?

Perché fino ad ora per chi crede in Dio non si senterebbe di vivere avendo soltanto il mangiare per sostenere il corpo? (che cosa vuol dire credere?)
Qual è la differenza del mangiare soltanto per vivere e dal mangiare per compiere qualcosa di utile per il mondo, sentendo il senso del proprio vivere?

Care e cari, qual è il senso del vostro/nostro vivere ancora oggi?

Leggendo un libro con il commento del pastore e prof. Ricca che ha intitolato: ‘Il pane e il regno’ egli tratta il significato del pane, in relazione alla preghiera di una delle richieste al Padre Nostro<<dacci il pane quotidiano>> in cui Gesù aveva insegnato ai suoi primi discepoli. Egli fa notare: Il mondo ha bisogno del pane, ne ha bisogno per sfamarlo ogni giorno, quotidianamente. Senza pane non c’è possibilità di vita. (Sì, questo e vero e lo sappiamo anche noi).
I discepoli avevano chiesto Gesù d’insegnarli a pregare, vuol dire forse e anche d’ insegnarli a chiedere le cose fondamentali, le cose che veramente contano e danno senso alla loro vita , e al tempo della loro esistenza, rendendola possibile, significativa, e bella. Cioè in fondo, anche noi che crediamo chiediamo a Dio di aiutarci a distinguere tra il pane e ciò che non è pane, tra le cose che valgono e le cose che sono superflue oggi. Questo insegnamento, che dobbiamo tener conto è fondamentale perché è il cibo che ci rende veramente vivi, ci fa esistere e ci dona la capacità di vivere come testimoni della nostra vita donata nel nome di Gesù Cristo.

Gesù disse: 49 I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. In questo versetto, egli ricordò ai figli di Israele dei loro antenati nel deserto che mangiavano la manna per 40 anni, ma morirono lo stesso. Così, rivelò ai suoi discepoli che per quanto riguarda il cibo lui aveva qualcosa di più prezioso da dire, da rivelare a loro, che essi riceveranno in dono. Essi continueranno a mangiare il cibo ma c’è qualcosa in più che gli donerà e per mezzo di lui sarà quella che non gli faranno più morire, è quel legame spirituale che non li faranno morire.

Nella liturgia cattolica, questo è il tempo di penitenza: fare la quaresima, osservare il precetto dell’astinenza e del digiuno. Con l’occasione meditiamo alla parola che ci richiama alla conversione, ci risuona anche a noi di questo dono di sé del Signore.
Mancano tre settimane prima che celebriamo la Pasqua. Festeggiamo il giorno della resurrezione di Gesù Cristo. Perché dobbiamo prepararci prima di quell’ora? Perché un dovere farlo. Perché non è un giorno qualunque? E’ un giorno speciale per ricordare , per rievocare insieme il dono della vita eterna che Dio l’ha affermata nella vita di Gesù. L’apostolo Giovanni aveva narrato questa testimonianza di Gesù su di se. Il tempo era giunto in questo episodio insieme il materiale e lo spirituale, il significato del pane come cibo materiale e spirituale dovevano raggiungere lo scopo di manifestare nell’ essere discepolo e discepola. La vita dell’essere si nutre con il cibo materiale e spirituale con il senso di compimento che si incarna nell’esperienza del discepolo e della discepola, in cui Gesù vivrà come aveva voluto essere nel cristiano/a.
Egli disse: <<Io sono il pane che da vita. <<io sono il vivente che vi da il pane poiché viviate a patto che crediate. Credendo in me vivete la mia vita>>.
<<Io sono la vostra vita e perché vivrete>>.Gesù donandosi la vita e morendo sulla croce, corpo e sangue, è stato offerto al mondo per il prezzo di riscatto e di liberazione dei nostri propri peccati diventa noi, credente, il cibo. Egli dice il pane della vita è la mia carne ; poiché la sua vita viva nel mondo. Allora ci chiediamo c’è un altro cibo diverso per il mondo? Non c’è ne, per noi che crediamo nella sua parola. Gesù è l’unico “pane” che dona sazietà all’umanità.

Preghiamo il padre nostro e diciamo <<Dacci oggi il nostro pane quotidiano>>. Perché dobbiamo chiedere ancora di darci questo pane se l’abbiamo già avuto, sapendo che è già stato offerto e donato? Durante la nostra partecipazione della santa cena , la nostra comunione, viene commemorata il significato di essa e la ripetizione di quel gesto è memoriale “Ce lo ricorda e ci ricordiamo insieme mangiando, e spezzando il pane il nostro vero legame di fraternità in Gesù il Cristo nostro salvatore.”
La Parola di Dio è verità ma dobbiamo impararla, studiarla e meditarla nel suo vero senso per oggi poiché viva in ciascuno di noi. I padri della chiesa che l’avevano studiata, ci avevano insegnato e trasmesso la passione di essere capaci di distinguere il significato della fede vissuta dalla superstizione soprattutto a noi figli dei padri protestanti della Parola, perché siamo generati e viviamo dalla parola di grazia , perché siamo generati dalla parola che ci fa vivere questo nuovo giorno.
Ancora una volta, non parliamo qui di un altro giorno, ieri o domani ma oggi stesso.
Qui, in questo nostro mondo di oggi abbiamo imparato tanto dalle nostre esperienze e siamo stati anche capaci di realizzare delle innovazioni ma ciò nonostante siamo ancora affamati dal progresso, facendo che la ricerca continui.
Dov’è Dio che ha donato il cibo per la sua creazione?
Dov’è Gesù che dona se stesso per essere il cibo a migliaia di persone?
La risposta a queste domande è accentuata dalla nostra capacità di testimoniare la nostra fede che viviamo predicando nel nostro vissuto il significato della vita eterna oggi.
Gesù esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva» Giovanni 7, 37
e disse ancora: «Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Giovanni 6,35)
Un fratello di chiesa ha scritto una sua riflessione su questi versetti dicendo che Fame e sete…
– incubo di generazione di uomini e donne che non ne hanno a sufficienza
– incubo di molti nostri contemporanei, che ne hanno fin troppo e non sanno gestire l’abbondanza: il terribile paradosso del mondo moderno è che se 2/3 dell’umanità patisce la fame, il restante 1/3 deve curarsi da malattie legate al troppo mangiare!

Gesù usa un’immagine vicina alla nostra esperienza
– cibo e bevande, strumenti per placare sete e fame
– per descrivere gli effetti che può avere accogliendo l’Evangelo.
Sono per molti versi stupefacenti: innanzitutto l’Evangelo è un dono, non qualcosa da conquistare o guadagnare. È un dono completo: bevanda e cibo, tutto ciò che serve alla vita. Infine richiede la nostra partecipazione: ciascuno può andare a Gesù. E chi andrà a Lui, troverà ricche benedizioni!

L’evangelista Giovanni nel capitolo 6 ha messo l’episodio della moltiplicazione dei pani per cinquemila uomini dai versetti 1 a 15 e poi quello del pane della vita da vv. 22 a 59 dove è collocato i 4 versetti che stiamo riflettendo.
Gesù nel primo episodio egli era colui che aveva diviso i pochi pani in molti pezzi perché tutti potessero mangiare e poi come se non bastasse in quel gesto dello spezzare, della divisione per avere un momento di condivisione e di comunione egli aveva manifestato anche la sua volontà di donare se stesso, quel vero significato di donare ciò che è e ciò che ha. Insegnandoci la sua partecipazione completa e totalmente gratuita. Questo è davvero un insegnamento prezioso che Gesù il nostro maestro ha sottolineato nella possibilità e volontà di coinvolgimento.
Per essere un membro di ogni comunità, ad esempio di questa comunità nostra, è importante che ci ricordiamo della nostra appartenenza di essere confessanti di un credo, di essere corpo di Cristo Gesù che con questi gesti di partecipazione, ci nutriamo la parola e la pratica dell’essere suoi discepoli. Per essere un membro di questa comunità nostra è importante che ci ricordiamo della nostra appartenenza verso l’uno l’altro. Il nostro nutrimento dunque è la parola del Signore e anche quella del nostro fratello e della nostra sorella di questa comunità che si manifesta nell’edificazione continua. Quando questo insegnamento di Gesù che ha fatto non viene praticato quotidianamente diventa anche un cibo sprecato.

Cara sorella e caro fratello il pane sostiene la vita.
Il pane è un dono. Il pane suscita condivisione.
Il pane è comunione. Non esitare allora di partecipare, di coinvolgerti nella sua distribuzione. Gesù disse: io sono il pane della vita.
Gesù e per me e per te l’unico nostro nutrimento.

Tocca a noi oggi discutere e fare esame di coscienza con noi stessi che cosa facciamo di Cristo in noi come cibo da offrire per sfamare chi ne ha bisogno. Nel nostro contesto , il testo biblico fa emergere in noi la volontà di rinnovare la nostra capacità di distribuire ciò che abbiamo per sfamare tutti noi.

La nostra non conoscenza con l’altro non ci permette di donare quello che possiamo e che opportuno condividere nella vita di oggi. Amen.

past. Joylin Galapon

Sulla barca con Pietro

Matteo 14, 22-33:

22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo.
24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!». E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!». 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». 29 Egli disse: «Vieni!». E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!».

 

Il racconto bellissimo di “Gesù che cammina sul mare”, così come ci viene riportato dall’evangelista Matteo (diversamente da Marco 6, 45-52 e Giovanni 6, 15-21), ha due protagonisti principali che conosciamo molto bene: da una parte Pietro; dall’altra parte Gesù.

Chi è Pietro? La Bibbia ci presenta Pietro come un discepolo avventato, impulsivo, intraprendente e istintivo. Pietro è un discepolo che in diverse occasioni dimostra di non avere pazienza.
È infatti Pietro che durante la trasfigurazione di Gesù (Matteo 17, 1-13; Marco 9, 2-13; Luca 9, 28-36) suggerisce di fermarsi sul monte e di costruire delle tende per Gesù, Mosè ed Elia. Si stava troppo bene su quel monte, circondati dalla gloria di Dio, per scendere. Eppure non sapeva cosa stesse dicendo. Aveva parlato di getto senza pensare.

È sempre Pietro che dice a Gesù che non lo avrebbe mai rinnegato (Matteo 26, 30-35; Marco 14, 26-31; Luca 22, 31-39; Giovanni 13, 36-38). Per la precisione Pietro dice: «Quand’anche tu fossi per tutti un’occasione di caduta, non lo sarai mai per me»; «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Eppure i vangeli ci raccontano un esito diverso. Poco dopo sarà proprio Pietro a rinnegare per ben tre volte Gesù prima del canto del gallo per evitare di essere scoperto e catturato (Matteo 26, 69-75; Marco 14, 66-72; Luca 22, 55-62; Giovanni 18, 15-18 e 25-27), proprio come aveva predetto Gesù.

E ancora è sempre Pietro che verrà definito da Gesù stesso “Satana” (Matteo 16, 21-23; Marco 8, 31-9,1) perché non voleva che andasse a Gerusalemme a morire: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». Potremmo andare avanti con gli esempi, ma già appare chiaro che la Bibbia ci presenta Pietro come un discepolo avventato, impulsivo, intraprendente e istintivo; un discepolo che dimostra a più riprese di non avere pazienza; un discepolo che ama Gesù e che vorrebbe seguirlo ovunque, ma che si tira indietro nei momenti più difficili.

E anche nel nostro racconto compare lo stesso Pietro. Però stavolta non è da solo. Si trova infatti insieme agli altri discepoli su una barca in mezzo a un lago di notte. Gesù ha congedato

la folla, è andato a pregare in solitudine su un monte e ha lasciato andare avanti i discepoli. E mentre si trovano a molti stadi lontani da terra (quindi completamente in mezzo al lago), i discepoli sono colti da una tempesta con il vento che alza grandi onde contro la loro barca nel buio della notte. Stavolta Pietro si trova in questa prova, prima fisica e poi spirituale: sarà davvero Gesù colui che mi incoraggia e mi chiama? Pietro non lo sa: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». Se…! Pietro è dubbioso ancora prima di provare a camminare sull’acqua. Eppure lui è Pietro, il discepolo avventato, impulsivo, intraprendente, istintivo e quindi ci prova lo stesso. Ci prova lo stesso e fallisce perché, al posto di concentrarsi su Gesù, rivolge il suo sguardo verso il vento e si spaventa.

Un po’ come quando ci troviamo a salire su un sentiero di montagna scosceso oppure a scalare una roccia (vi sarà successo di sicuro almeno una volta nella vita) che, al posto di pensare alla meta da raggiungere, guardiamo in basso e le vertigini ci fanno tremare le gambe e perdere l’orientamento.

Così ancora una volta Pietro, il discepolo impavido, dubita, ha paura della minaccia, dell’insicurezza, della morte e inizia ad affondare e ad affogare.

Come è possibile leggere e ascoltare questa storia senza immedesimarci almeno per un secondo in Pietro? La situazione che attraversa l’apostolo è qualcosa che conosciamo molto bene. Su quella barca, insieme a Pietro, ci siamo trovati o ci troviamo anche noi.
A partire da questo testo sorgono spontanee alcune domande: chi sono io? Sono come Pietro? Quali prove ho attraversato o sto attraversando? Quali difficoltà sto patendo? Forse anche noi, come Pietro, siamo stati intraprendenti, ma poi, quando è arrivata la difficoltà, abbiamo dubitato o dubitiamo e ci sentiamo sprofondare nel buio. Forse anche noi, come Pietro, sentiamo che la nostra fede vacilla.

Mi ricordo che mi è stato raccontato che il pastore Scrajber, che svolse il suo servizio presso le chiese battiste della Val di Susa e di Milano nella prima metà del ‘900, era solito domandare dopo il culto domenicale “come sta la tua fede?”, al posto del classico “come stai?”. Già, come sta la nostra fede?

Ma facciamo un passo indietro, come dicevo all’inizio del mio discorso, Pietro non è l’unico grande protagonista di questo racconto. L’altro personaggio che entra in scena nel pieno della notte (alla quarta vigilia, ovvero circa le 3.00 del mattino) è Gesù. E anche in questo caso, come abbiamo fatto con Pietro (chi è Pietro?) e con noi stessi (chi sono io?), potremmo chiederci: Chi è Gesù? Questa sembra essere l’altra questione che si cela sotto il testo. Infatti Gesù prende diversi nomi.

In primo luogo, Egli viene scambiato per un fantasma. I discepoli vedono qualcosa avvicinarsi nel buio camminando sull’acqua e si spaventano, gridano dalla paura e pensano di aver visto un fantasma.
Subito Gesù li incoraggia a non avere paura e lui stesso si definisce “sono io”. Stavolta Gesù ricorda un po’ le parole che Dio rivolge al profeta Mosè: «io sono colui che sono» (Esodo 3, 14). Un Gesù che da fantasma diviene Qualcuno che rimanda a Dio.

Poi viene ipotizzato essere il Signore, colui nel quale riporre la propria fiducia.
Infine, Gesù viene riconosciuto essere il Figlio di Dio (titolo cristologico per eccellenza). Insomma, Gesù ha tante identità in questo racconto e la percezione che Pietro e i discepoli hanno di Lui si evolve nel corso della narrazione. Un Gesù che nella tempesta, nella prova, nelle grida di paura, nel rischio di affogamento, prende diverse forme e solo alla fine viene riconosciuto come il Figlio di Dio, come Colui che salva Pietro dall’abisso stendendo subito la mano al suono del suo grido: «Signore, salvami!».

La percezione dell’identità di Gesù va di pari passo con la fede di Pietro e del resto dei discepoli. È la stessa questione che il testo rivolge a noi oggi: chi è Gesù per noi? Un fantasma? Forse il Signore di cui fidarci? Il Figlio di Dio? Nelle difficoltà non è facile confidare in Dio. È normale avere poca fede e dubitare. È normale pensare che non ci sarà nessuno a salvarci dall’abisso che sentiamo sotto di noi, nessuno che verrà a soccorrerci. È normale non vedere in Dio il nostro punto di riferimento e scambiarlo per un fantasma.

Eppure non deve essere questa sensazione di incredulità a sopraffarci. Anche alla fine della nostra storia, Gesù dimostra di conoscere bene la condizione umana e si rivolge a Pietro dicendo: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Gesù non chiede a Pietro di essere un paladino della fede; sa bene che Pietro dubiterà ancora e ancora. La fede è sempre “poca fede”, un misto di coraggio e di paura, di ascolto del Signore e di sguardo rivolto al vento, di fiducia e di dubbio. Il dubbio è parte della fede. Lo dimostra il fatto stesso che Gesù dica a Pietro di non dubitare sotto forma di domanda e non di affermazione. Gesù invita piuttosto Pietro a credere che quando starà per affondare ancora, il Signore lo salverà ancora. La presenza salvifica di Dio non cancella le tempeste, ma si sperimenta nelle tempeste. Il credente sa che il Signore comprende il suo dubbio, lo supera e può salvarlo subito.

In questo senso, sono molto espressive le parole del pastore battista Martin Luther King: “Se avete fede in Dio come me questa mattina, non dovrete preoccuparvi. Potete stare in piedi nel mezzo delle tempeste. E questa mattina vi dico per esperienza, sì, che ho visto un lampo di luce. Ho sentito il rombo del tuono. Ho sentito il peccato infrangersi e provare a conquistare la mia anima. Ma ho sentito la voce di Gesù che mi dice ancora di lottare. Lui ha promesso di non lasciarmi mai, di non lasciarmi mai da solo. E quando avete questa fede, potete camminare con i vostri piedi saldi sul terreno e a testa alta e non temere nulla”1.

Quindi se abbiamo attraversato o se stiamo attraversando un momento difficile (magari per una malattia nostra o di nostro caro; magari per un lutto; magari per il senso di colpa che proviamo per un errore commesso; magari per la sofferenza dovuta alla fine di una relazione importante), se ci siamo trovati o se ci troviamo su quella barca, è normale dubitare. È normale non avere più forze, non vedere la luce, perdere la speranza. Eppure il Signore è con noi nella tempesta! Nell’ora più buia, proprio quella prima dell’alba, c’è il Dio che ci soccorre. L’ora più buia è anche l’ora della risurrezione!

Cari fratelli e care sorelle, possa questa consapevolezza rischiarare le nostre vite e la nostra fede. Possa farci vedere in Colui che è vicino a noi non un fantasma, ma il Signore, “Colui che è”, che ha mandato Gesù, suo Figlio, a salvarci, tendendoci la mano nel buio della notte.

Amen!

Simone Di Giuseppe

Le tentazioni

Matteo 4,1-11

“La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente, ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano (….) è appunto la conferma della abissale malvagità del male. (…) Il fanatico crede di potersi opporre al potere del male armato della purezza di un principio (…) Ma viene dilaniato dall’enormità dei conflitti nei quali è chiamato a scegliere, consigliato e guidato da nient’altro che la sua personale coscienza. Gli innumerevoli travestimenti, rispettabili e seducenti, nei quali il male gli si fa incontro, rendono ansiosa e insicura la sua coscienza, finché egli finisce coll’accontentarsi di salvarla, anziché di mantenerla buona (…) C’è chi invece, sfuggendo al confronto pubblico, sceglie l’asilo della virtù privata. Ma costui deve chiudere occhi e bocca davanti all’ingiustizia che lo circonda…” (pp. 60-61, Resistenza e Resa)

Quelle che vi ho letto sono parole scritte da Bonhoeffer nel lontano 1942 a bilancio di un decennio di attività lavorativa ed esperienze di vita, in un momento storico grandemente travagliato, quello della II guerra mondiale, e pertanto anche colmo di tentazioni.

Diavolo – letteralmente colui che fa inciampare e che divide – e tentazioni, termini che nelle nostre chiese protestanti occidentali si fa fatica a declinare, mentre sono ancora una realtà ben presente per le nostre sorelle e fratelli dall’Africa o dall’Asia. Eppure in questo testo il diavolo e le tentazioni mostrano la loro effettività e persino la loro attualità se guardiamo al nostro vissuto di credenti. Direi anche perché il Gesù sottoposto alle tentazioni le vive da vero uomo, chiamato da Dio ad una missione.

L’azione si svolge nel deserto, luogo da sempre ambivalente nella storia biblica.
Israele incontra Dio nel deserto e qui riceve le Tavole della Legge, ma è sempre qui che viene tentato e che si mette ad adorare il vitello d’oro. Lo stesso accade a Gesù che si ritira nel deserto per pregare in solitudine, per incontrare il Padre, ma è anche il luogo dove viene tentato.

È paradossale!
È come se noi venissimo tentati, sfidati, in chiesa, nel luogo in cui ci ritiriamo per sentirci più vicini a Dio, il luogo dove desideriamo adorarlo e pregarlo.
Altro elemento interessante da sottolineare è che Gesù è portato nel deserto dallo Spirito Santo, come se Dio stesso volesse provare la sua tempra morale prima di affidargli la grande missione, come se volesse fargli fare un percorso accidentato e pieno di pericoli per rafforzare il suo carattere prima della sfida del ministero e della morte in croce.
In effetti anche noi a volte ci sentiamo come testati da Dio sia come singoli sia come chiese evangeliche…

Ed ecco le tre tentazioni a cui Gesù viene sottoposto: una fa leva sulla necessità fisica del cibo per la sopravvivenza; l’altra sulla voglia di apparire trionfatore, di avere successo personale; l’altra ancora sul desiderio di potere.

In queste tre tentazioni il punto centrale e comune denominatore non è il riconoscimento di Gesù come Messia, ma la sfida a vivere ed agire indipendentemente dal Padre.

Nella prima tentazione si fa leva su un bisogno primario, quello di nutrirsi, per avvallare la possibilità umana di soddisfare ogni proprio desiderio a prescindere dall’ubbidienza a Dio.

Come Gesù patì la fame, anche Israele nel deserto soffrì la fame. In questo frangente quel che potrebbe emergere è quali devono essere le reali priorità dell’essere umano. Israele rispose che era meglio essere schiavi in Egitto ed avere qualcosa da mangiare che morire di fame nel deserto.

Gesù invece risponde: “Egli…ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna…per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma…di quanto esce dalla bocca del Signore.”

Forse dovremmo ricordarci di questa Parola di Gesù quando usiamo i bisogni nostri e dei nostri cari per allontanarci dalla volontà di Dio. Soprattutto dovremmo pensarci in una società dove si usa il necessario, come il lavoro, per costringerci ad essere schiavi di certe realtà economiche e sociali profondamente ingiuste.

Diavolo è chi vuole farci scegliere tra il lavoro di migliaia di operai e la salute di un’intera popolazione come l’Ilva di Taranto. Diavolo è chi ci vuol far barattare una salsa di pomodoro e delle arance a buon mercato con la vita da schiavi di tanti migranti.

E l’elenco potrebbe continuare…
Eppure in questo tempo liturgico di inizio Quaresima, in questo tempo in cui il nostro paese è ancora in crisi, l’esperienza dell’essere privati dei bisogni personali primari, o di quelli che riteniamo tali, sebbene certamente dolorosa, per noi credenti è possibile viverla senza lasciarsi andare alla disperazione, ma invece tornando a riflettere su quale base poggia fortemente la nostra esistenza.
La seconda tentazione riguarda il desiderio di “visibilità”, popolarità, successo personale che il Messia avrebbe dovuto incarnare per essere considerato tale.
Il secondo suggerimento di Satana, tocca nel profondo il contesto messianico del ministero di Cristo perché questi gli ricorda la profezia di Malachia (3:1): un Messia che entra trionfalmente nel suo tempio, scendendo dal cielo.
Il diavolo gli domanda: perché non fai subito quello che la gente si aspetta presentandoti in maniera imponente e maestosa?
Leggendo questa tentazione sono sicura che molti di voi hanno pensato al modo trionfale e fastoso con cui si presenta la Chiesa Cattolica. Certo per noi sarebbe facile puntare il dito contro questa confessione e dire: noi siamo diversi. Ma è poi così vero?

Se anche a noi venisse offerta la possibilità di presentarci alla società civile al meglio, trionfalmente, saremmo in grado di dire no? E perché dovremmo farlo?
Il diavolo, citando le Scritture, sottilmente fa intendere a Gesù che questa è forse anche la volontà di Dio…

Ecco il vero volto subdolo del male che prende l’aspetto del bene per spingere l’essere umano verso un cammino di morte e di schiavitù…
Cosa propone il diavolo a Gesù se non semplicemente di lasciar perdere la fatica di un ministero posto sempre in questione, l’umiliazione della sconfitta e la sofferenza della morte in croce?

Ma non è proprio questo cammino sofferto che Gesù deve compiere per rivelare l’amore di Dio al mondo? Condividere le sofferenze dell’umanità essendo vero uomo; mostrare la prospettiva del Regno nella sua predicazione controcorrente e nei segni visibili di guarigione e resurrezione non per costringere l’umanità ad aderire ad un’evidenza gloriosa, ma per convertirla alla volontà di vita di Dio.

Cosa dice questa scelta di Gesù a noi credenti di oggi?
E veniamo alla terza tentazione quella in cui il diavolo vuole offrire a Gesù il potere sul mondo.
In effetti, è il piano di Dio che Gesù sia il reggente del mondo, anche se di un mondo totalmente diverso da quello attuale.

In questo frangente, però, il padre della menzogna dice la verità: è lui il padrone di questo mondo, lui che ne detiene il potere.
Anche qui le finalità di Satana si mischiano, distorcendola, alla missione vera di Gesù. Diventare il Re di tutto, senza sofferenza, senza la croce e soprattutto senza ubbidire a Dio.

Insomma la prospettiva di Satana è quello di spingere Gesù a superare il suo status creaturale e a divenire lui stesso Dio.
La risposta di Gesù è perentoria, citando anche lui le Scritture, afferma: bisogna adorare solo Dio!!

“Adora il Signore Iddio tuo” non è soltanto una questione di culto liturgico ma, alla luce dell’Antico Testamento, è un mettere in pratica il suo patto, la sua giustizia, l’amore per il prossimo, a cominciare da coloro che sono ai margini della società. Significa non adorare gli idoli del mondo e quindi non avere altro Signore nella vita che Dio. Ammettere che DioèDioealuisolovailculto.

Su questa affermazione finale da parte di Gesù che non lascia spazio ad altre opportunità, si potrebbe riflettere su cosa per noi oggi significa adorare solo Dio!
Il contrasto è evidente soprattutto in questa nostra società che definiamo post-cristiana, secolarizzata.

Dio non è più al centro della nostra esistenza, sostituito dalle innumerevoli possibilità materiali e dalle tante opportunità che i nostri contesti socio-economici ci fanno intravedere.

La ricerca del successo e del potere determinano oggi il valore di ciascun individuo.
Non si vale perché si è, ma per ciò che si ha!
Le tentazioni emergono in scenari alla cui base stanno rapporti umani inquinati e le ingiustizie sono frutto di un rapporto con Dio che l’uomo non sente più necessario.

Si può benissimo essere dei “credenti-senza fede” o dei “credenti senza impegno” il tutto all’insegna del fatto che ciascuno di noi può essere sufficiente a se stesso senza bisogno di Dio…

Gesù ha resistito alla tentazione di porre i suoi bisogni prima di Dio; ha pure resistito alla tentazione di compiere miracoli per il gusto di soddisfare il proprio orgoglio o le pressioni della gente.

Le sue azioni sono state di servizio e in continua comunione con il Padre. Gesù non viene sconfitto dalla tentazione, sia essa proveniente dal Diavolo o dal proprio io. Egli sa farsi servitore e vince, vince anche per noi aprendo le porte al tempo della pace messianica di cui stiamo attendendo la realizzazione.

In questo tempo che ci separa dalla realizzazione, però, le tentazioni rimangono ancora forti e presenti. Eppure la lettera agli Ebrei ci dice che per questo Gesù è diventato il nostro sommo sacerdote, colui che può intercedere per noi, al quale possiamo avvicinarci in preghiera con piena fiducia.

Dobbiamo imparare a invocare Dio con fiducia perché ci permette di cambiare il sistema dell’aiuto visto come compromesso, per entrare nella dimensione del gratuito.
E la chiesa, come comunità di credenti, può guardare a Gesù nei tempi di forte crisi come i nostri perché egli c’insegna che le nostre debolezze e fragilità non sono alibi, ma risorse di umanità all’interno di una dimensione di promessa del Signore.

Chiedere aiuto nel nome del Signore questo ci può sostenere e le sue promesse ci possono permettere di riprendere il nostro cammino.
Allora vi lascio con la domanda che Bonhoeffer usa per chiudere la sua riflessione sull’essere umano e il suo agire: “chi resta saldo? Solo colui che non ha come criterio ultimo la propria ragione, il proprio principio, la propria coscienza, la propria libertà, la propria virtù, ma che è pronto a sacrificare tutto questo quando sia chiamato all’azione ubbidiente e responsabile nella fede e nel vincolo esclusivo a Dio.” (p. 62, Resistenza e Resa)

 

Amen

Past. Mirella Manocchio

Marta e Maria

Luca 10, 38-42

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
nel capitolo 10 del vangelo di Luca ci narra 4 episodi: nei versetti da 1 a 12 racconta la missione dei 70 discepoli, (ricordiamo però che all’inizio, Gesù aveva scelto i dodici discepoli, poi i 70. I 70 avevano avuto l’istruzione di compiere la loro missione e di andare in due in due e proseguire il loro cammino fermandosi casa per casa).
da 13 a 16 Gesù rimprovera le città impenitenti,
da 17 a 24 il resoconto della missione compiuta dai 70 discepoli e Gesù che conferma l’opera dello Spirito Santo in mezzo a loro,
da 25 a 37 il racconto della parabola del buon samaritano,
infine da 38 a 42 la missione di Gesù svolta nella casa di due sorelle Marta e Maria.
Gesù per questa volta era capitato di fermarsi a casa di due donne.

Quale era la missione svolse Gesù nella vita di queste donne? Certamente, svelare la buona notizia come era in qualsiasi luogo dove passava e andava.
Ecco, il racconto era iniziato nella casa delle due sorelle adulte, due persone autonome, due donne che vivevano da sole. Gesù incontrò loro per farle sentire ciò che stava annunciando a tutti.
Come queste parole: “Il tempo è compiuto e il regno è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo (Mc. 1,15)
“La tua fede ti ha salvato” Va in pace (Lc.7,50).
“Oggi, la salvezza è entrata in questa casa”. ( Lc.19,9)
Beati i misericordiosi perché a loro misericordia sarà fatta (Mt.5,7 )
E non solo. Noi leggendo i racconti dei vangeli ci siamo accorti che Gesù non aveva mai scelto chi con cui parlare.
Egli non escludeva nessuno e tutti e tutte erano coinvolti, dai bambini ai grandi. Lui istruiva tutti e nel suo potere di guarire riusciva a far passare il messaggio concreto della salvezza, coinvolgere e accattivare la loro attenzione, gioia e stupore dominavano nei cuori delle persone che gli seguivano.

Maria era così incantata forse dalle buone notizie, dalle belle parole che ascoltava da Gesù mentre sua sorella Marta doveva fare ciò che aveva imparato bene dai suoi antenati /genitori come doveva essere una donna accogliente. Allora alla donna, veniva delegata il mestiere di casa e la cura dei bambini. Marta era quella portata a fare le cose in casa, era esperta di faccende domestiche.
Ma le due sorelle, Marta e Maria ci avevano fatto osservare che erano anche diverse tra di loro, non erano tutte e due uguali, i loro comportamenti erano diversi. Esse erano presentate dal vangelo di Luca come due donne dai comportamenti diversi ed è così che le abbiamo identificate. Marta aveva ereditato la tradizione ebraica di quel popolo in cui le donne furono impegnate soltanto alle faccende domestiche, allevando i figli Maria invece previlegiava ascoltare quello che diceva Gesù.

Ho provato a immaginarmi al posto di Marta, perché a volta mi trovo ad accogliere delle persone, amici/che, parenti che si fermano per qualche giorno(a casa pastorale) e ho pensato molto a quella fatica di dovere fare tutto in casa.
Ho anche pensato molto ai gesti di accoglienza, offrire qualcosa da mangiare e un letto ad un ospite. In questo episodio Marta aveva cercato di dare la massima attenzione a Gesù, sentendosi di essere la padrona di casa. Era veramente un’accoglienza massima nei confronti di Gesù. Si era messa a lavorare in cucina cucinando forse molte cose così si era sentita stanca che le aveva portato alla fine a lamentarsi(proprio al loro ospite)?

Gesù nel fermarsi da Marta e Maria, accadde qualcosa, una svolta, un cambiamento epocale per le donne, quello a cui siamo arrivati oggi a elaborare in parte perché il comportamento delle due donne continuerà a progredire nel loro modo di concepire la loro possibilità e capacità di evolversi. Nulla le vieta perché era Gesù stesso il loro maestro a suscitare la curiosità e anche a farle rendere conto chi erano e che sono tutt’ora(ricordiamo la storia primordiale della prima donna che si chiamava Eva). Sì, Maria era un’altra(ma sempre stata lei, quella donna che aveva creato YWHW il Dio creatore . Eva era curiosa, voleva sapere e conoscere la sua identità e la realtà in cui ci muoveva.
Maria si identificava a lei, la sua passione di ascoltare le mostrava di essere una curiosa, voleva forse sapere perché Gesù aveva bussato a casa loro, che cosa voleva da loro anche si erano donne.

Gesù disse: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. 42 Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta». Come comprendiamo queste frasi di Gesù? Il mestiere di casa è messa in discussione in questo episodio. Perché la scelta di Maria era giusta?
Mi sono immaginata al posto di Maria. Sento molto la sua curiosità di ascoltare le parole di Gesù. Studiare( la Bibbia) è la mia passione e anche cucinare (quindi una donna riesce a fare tutti e due e anche di più) .
Quando leggo i testi biblici che raccontano ciò che aveva fatto Gesù, il modo in cui aveva parlato, comunicando in parabole il regno di Dio, sono cose che mi piacciono molto e leggerle e ascoltarle continuamente mi appassionano. Le medito e penso che quello che sia stato, quello che era accaduto a Marta e Maria è un bel ricordo di un passato che possiamo tranquillamente dare un buon giudizio che dobbiamo riconoscere per quello che riesce fare una donna definita “multi-tasking”.

Mentre Maria ascoltava Gesù come punto di partenza nasceva in lei una volontà di capire, innanzitutto di capire se stessa. Quella che poteva essere che in molte anni non poteva fare, studiare, parlare di Dio davanti a tutti, la famosa frase dell’apostolo Paolo: ad es.«Come si fa in tutte le chiese, le donne tacciano nelle assemblee»1 Co 14,34. A causa di qualcuno o di una tradizione di un popolo alla donna era sottratta qualcosa, qualcuno l’ aveva privato, bloccato allo sviluppo della sua potenzialità di esprimere la sua identità a suo tempo, così di sicuro non era il Signore Dio colui che l’creata a impedirgliela.
Quella possibilità di poter parlare(come ora) in conseguenza di dare voce alle donne oppresse, che riescano a lottare per la parità di diritti o l’uguaglianza dei diritti, maschio e donne sono uguali e complementari.

Questi erano soffocati prima e ora dopo anni di autovalutazione attraverso la cultura abbiamo potuto riscoprire/svelare le cose che aveva voluto Dio sin dall’inizio della creazione come progetto all’uomo «li creò maschio e femmina» a sua immagine e somiglianza. Così le donne prendendo in mano la situazione, hanno capito la loro sorte.
Non si può tornare in dietro! Grazie a Dio, le nostre chiese storiche avevano toccato questo tema in relazione dell’annuncio del Vangelo che chiunque lo può fare.
La salvezza è per tutti e annunciarla, proclamarla con la voce femminile è un successo nel ambito del ministero femminile. Siamo arrivati a confermare che le donne sono capaci di predicare. Il ministero femminile è un ruolo molto importante nella chiesa. La capacità della donna di predicare sta nel suo svolgere il compito(ruolo) di mamma, di moglie, di donna pastora, incarnandosi (quella)la parola nel rendere il servizio quotidianamente.
I ruoli di Marta e Maria, due donne, due identità distinte in questo racconto di Luca ci porta ad attribuire l’inizio del ministero femminile che diventerà una delle caratteristiche vincenti delle chiese protestanti storiche con le loro capacità “manageriale” di gestire e portare avanti la chiesa.
In una donna abbiamo capito che cosa vuol dire accoglienza espressa in parole diverse: istruzione, insegnamento, impegno, pratica, e servizio. Ella può tutto, l’ ha potuto incarnarsi. Ora si vede nel mondo la capacità delle donne e in molti luoghi o spazi non c’è più bisogno di alzare la voce per farle sentire come nel passato.
Ma è importante ricordarcelo (ricordare ciò che ha raggiunto). Ora, tu, donna scegli ciò che conta per te, è fondamentale che ti confronti con te stessa e con i tuoi valori.

Gesù fu conosciuto nel Nuovo Testamento come il difensore delle donne ad es. la donna adultera, la samaritana. Egli era stato amato da loro per il suo modo di accoglierle e considerarle .
Gesù era un maestro e Maria ha scelto di ascoltare per farsi istruire dal maestro di vita, l’ istruttore del regno di Dio attraverso il racconto delle parabole. Quello che Gesù le insegnava le faceva bene.
Gesù aveva un cuore per le donne/le stava a cuore. Allora, che cosa vuol dire ascoltare? che cosa vuol dire ascoltare e saper ascoltare ciò che diceva Gesù?

Penso che ascoltando e riascoltando il messaggio evangelico di questo brano ci sveli che le donne abbiano imparato a conoscere le loro qualità attraverso uno studio approfondito e poi capire chi sono e quello che possono contribuire. Nella chiesa, come nella nostra chiesa, le nostre sorelle si impegnano a svolgere compiti diversi e anche molto bene.
Il passo successivo della donna è di saper scegliere? La sua sorte dipende dalla sua scelta? che cosa deve fare una donna per essere contenta, per sentirsi appagata dopo una lotta. Sembra che Gesù abbia dato un suggerimento a Marta. A lei la scelta che non è un’ imposizione o un voler dare un ordine da eseguire ma farle rendere conto che tutte le cose che si fanno, vanno fatte con gioia senza affaticarsi più del dovuto poi sentirsi la gioia di servire segno di gratitudine a Dio per quella che è.
A nome del nostro Signore Gesù Cristo noi donne abbiamo imparato che cosa vuol dire prestare attenzione all’altro. La scelta di Maria di ascoltare Gesù è un atteggiamento per essere istruita.
Il maestro Gesù ci ha istruite, innanzitutto come rispettare noi stesse così dobbiamo ora continuamente farci rispettare dagli altri, dal genere maschile.
Ho avuto una sensazione forte e rinnovata che Gesù da questo racconto ha avuto un ruolo di mediatore, arbitro tra i ruoli di queste donne che le ha unite, le ha riconciliate dall’atteggiamento umano che tende a distinguersi, a separarsi. Quindi possiamo confermare di nuovo che in Gesù si crea comunione e unità nelle diversità. Amen.

Amore per Dio e amore per il prossimo

Cari fratelli e care sorelle,

qualche anno fa mi era stata consigliata la lettura di un libro dal titolo “donne che amano troppo” che penso che alcuni di voi conoscano. E’ un libro scritto negli anni ’70 da una psicologa americana, Robin Norwood, che parla di alcune sue pazienti che avevano sviluppato una dipendenza affettiva dai loro compagni e per stare con loro avevano rinunciato alla felicità e a loro stesse. Potrebbe sembrare un paradosso per noi cristiani: non ci è stato sempre detto di dover amare il nostro prossimo come noi stessi? Cosa vuol dire amare troppo? Non dovrebbero esserci dei limiti nell’ amore! Purtroppo però nei nostri giorni il concetto dell’amore viene spesso abusato. In Italia purtroppo c’è un triste primato per le donne che perdono la vita “per mano di coloro che dicevano di amarle”, per molte relazioni si parla di amore tossico o amore malato, molte donne pensano che gli uomini siano possessivi perché le amano tanto e per lo stesso motivo si rifiutano di denunciare alle autorità gli abusi subiti. Molte volte anche i genitori, pensando di fare il bene dei loro figli, si mettono contro i loro insegnanti non tollerando un rimprovero o una bocciatura. Anche questo, a mio parere, può essere classificato come una forma di amore malato.

Oggi i nostri testi biblici ci parlano dell’amore e ci spiegano come l’amore per Dio e l’amore per il prossimo siano due cose imprescindibili l’una dall’altra.  In Prima Giovanni leggiamo infatti che “se uno non ama il prossimo che si vede, non può amare Dio che non si vede ” e anche Gesù, parlando con questo dottore della Legge, conferma che occorre amare Dio con tutte le forze e il prossimo come noi stessi. Devo ammettere di essere molto grata a questo dottore della legge, perché con la sua domanda, seppure il suo intento fosse quello di giustificarsi, provoca la risposta di Gesù che racconta questa parabola a mio parere molto semplice ma piena di significato. Il dottore della legge chiede infatti “e chi è il mio prossimo” e Gesù non risponde con una semplice definizione, il tuo prossimo è….. ,ma con la storia di questo uomo che viene spogliato  e percosso dai briganti e viene soccorso solo dal Samaritano, una persona che nella società ebraica non era molto considerata, a differenza del sacerdote e del levita.

Questa storia potrebbe sembrare lontana dai nostri tempi per i modi in cui si svolge, ma credo che in realtà sia molto attuale. Innanzitutto mi vorrei soffermare su questi briganti che percuotono l’uomo e lo lasciano a terra quasi morto. Oggi queste cose non succedono quasi più, sono abbastanza rare, e tuttavia abbiamo altri briganti da affrontare che lasciano le persone mezze morte. In primis mi viene in mente la solitudine, poi la depressione, il precariato, la malattia fisica o mentale, la povertà, l’invidia, la calunnia, il bullismo e il cyberbullismo. Questi e tanti altri sono i mostri di oggi che possono veramente rovinare la vita e l’equilibrio psico-fisico di una persona. Molte persone muoiono sole senza che nessuno se ne accorga, sebbene viviamo in un periodo abbastanza ricco e di benessere molti si sentono sempre più vuoti dentro e non hanno uno scopo. Proprio l’altro giorno ho letto un articolo su un nuovo fenomeno dilagante tra i ragazzi , alcuni decidono di chiudersi per anni dentro la loro stanza senza mai uscire, passano le loro giornate a guardare film e a giocare ai videogames, complice anche proprio il troppo benessere che abbiamo. Dunque sono questi i briganti che ci spogliano e ci lasciano mezzi morti. E a questo punto interviene il samaritano, dopo che due altre persone prima di lui erano passate dalla parte opposta della strada senza prestare soccorso. Trovo molto interessante i verbi che vengono usati per descrivere come questo samaritano si avvicina a questo uomo semimorto “ gli passò accanto, lo vide, ne ebbe compassione e gli si avvicinò”.  In poche parole possiamo vedere un movimento dentro al cuore di questo samaritano. Quante volte magari ci è capitato di fare l’elemosina a qualcuno solo per levarcelo di torno? Quanta gente pensa solo agli aspetti materiali del dare per sentirsi a posto con la coscienza? Qui invece si parla di vedere e avere compassione. Tutti e tre gli uomini che passano da li vedono infatti quella persona abbandonata a sé stessa, ma solo una ne ebbe compassione e si avvicinò. Il samaritano poi gli cura le ferite con quello che ha, olio e vino, lo carica sulla sua montatura e chiede all’oste di prendersene cura fino  a che non tornerà.

Per questo motivo penso che anche noi non siamo chiamati soltanto a un dare anonimo, ma ad avvicinarci agli altri, essere vigili verso chi abbiamo intorno e a quali sono i briganti che lo assalgono e curare le ferite, che vuol dire essere vicino a queste persone, non solo materialmente ma anche spiritualmente.

Come ultima cosa vorrei far notare che il dottore della Legge aveva chiesto chi è il mio prossimo, ma Gesù alla fine della parabola dice “chi pensi che sia stato il prossimo di colui che era stato percosso”?. Quindi, forse, più che chiederci chi è il nostro prossimo, ergo chi è meritevole di un nostro aiuto in una logica puramente di esclusione, dovremmo imparare a farci, a diventare prossimo dell’altro. La domanda non dovrebbe essere su chi mi devo concentrare nel dare il mio supporto, ma cosa posso fare io oggi per tutti coloro che mi stanno intorno, come posso fare a diventare io il loro prossimo. Non importa in quale situazione ci troviamo, se sul lavoro, in chiesa, nelle nostre famiglie o altrove, è sempre importante avere un cuore aperto al vedere cosa succede intorno, a sviluppare la compassione e ad agire di conseguenza. Questo è l’amore vero che ci insegna la Parola di Dio, un amore libero da egoismi e non possessivo come gli esempi che menzionavo all’inizio del sermone. Noi come uomini e donne siamo fallibili e, come ci insegna la Parola, peccatori, quindi facilmente ci troviamo a inquinare il concetto dell’amore, ma tramite la Parola di Dio sappiamo quale è la sua vera entità e possiamo imparare a metterlo in pratica.

Cari fratelli e care sorelle, oggi ricorre un anno dall’inizio dell’attività della nostra chiesa del Breakfast time, una attività che all’inizio  faceva un po’ paura, pensavamo di non riuscire a portarla avanti, invece Dio non  ha fatto mai mancare i volontari per ogni domenica e i fondi per acquistare quello che ci serviva. Devo essere sincera, io ho partecipato soltanto una volta a questa attività, per cui devo tirarmene fuori!  Quindi mi rivolgo a voi carissimi Fabio, Luciano, Lucia, Pietro, Paola, Marco, Joilyn, Erica, Rowena, Daniele, Antonella, Cesar, Enrica, Letizia, e tutti noi della comunità che a vario titolo partecipiamo a questa iniziativa o ad altre sempre per l’aiuto di chi ci è vicino. Anche noi, siamo semplici uomini e semplici donne che mettono a disposizione quello che hanno per le persone “assalite dai briganti”. Ogni domenica in cui vi alzate all’alba per portare la colazione agli amici senza dimora, ogni volta che cercate di migliorare la loro condizione coinvolgendo anche gli altri servizi del territorio procurando abiti, cure mediche, un posto dove stare o semplicemente un po’ di compagnia e un sorriso, sono certa che state rallegrando anche il cuore di Dio, che vi sostiene e vi benedice in quello che fate. In queste ultime settimane ci siamo incontrati diverse volte e abbiamo condiviso anche altre nuove idee per migliorare e ampliare il nostro servizio. Sono certa che anche in questo caso Dio non ci farà mancare le risorse che servono  per implementare progetti nuovi, ma anzi susciterà nuove vocazioni e nuove energie a servizio di ciò .

Allora vogliamo pregare affinchè come uomini e donne non ci stanchiamo mai di farci prossimo esercitando l’amore vero che Gesù oggi ci insegna ed evitando il più possibile l’amore che uccide con i suoi egoismi. Amen.

Il frutto dello Spirito

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

nelle Filippine, il 14 febbraio, viene festeggiato tanto; è il giorno di San Valentino, il giorno degli innamorati. Sì, si sente tanto il bisogno di dare e di ricevere fiori e regali,  segni tangibili  d’amore per l’altro/a. E nello stesso giorno in cui molti di noi che siamo  nati in questa data riceviamo la gioia di sentire tanto amato. In quel giorno, mi sono riempita di messaggi, ho ricevuto molte telefonate da diverse parti del mondo tra tanti parenti e amici, lontani e vicini. Mi sono molto rallegrata e sono veramente grata al Signore per quell’amore che mi sono sentita riempire, come un bicchiere riempirsi d’acqua poco a poco.

Quanto amore è necessario per colmare questo mondo!. Finché questo mondo non passa penso che ce ne voglia per l’intera sua esistenza. Senza amore l’uomo continua a vivere nella tribolazione incessante. Non ha riposo e continua a vivere nella fatica. Così Dio Parola deve intervenire per donargli la sua pace. Il Signore disse: «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno» (Mc. 13,31)

 

Il testo della predicazione che ho scelto per questo oggi è sui frutti dello Spirito.

L’apostolo Paolo aveva scritto  alla comunità di Galasia, con intento direi molto forte, per esortare quella comunità e noi oggi ad accorgersi della crescita nel nostro essere credente di quel frutto, nato e maturato.

Infatti, questi specifici versetti, i vv. 22-23 non hanno solo parlato di amore, frutto dello Spirito (nato come un figlio) ma tra questi anche di gioia, di pace, di pazienza, di gentilezza, di generosità, di fiducia, di  mansuetudine, di autocontrollo. Sono elencati in nove, i frutti che quando hanno raggiunto la loro maturazione in noi ci sentiamo sazi, come cibi che danno tanti sapori buoni.

Non sappiamo come si elaborano nel nostro essere, è quello che chiamiamo unmiracolo  che Dio ha potuto fare nella nostra esistenza umana. Ciò che succede dentro di noi è un lavoro sicuramente molto impegnativo. Perché? Il seme nasce simile ad un figlio, come lo Spirito di Dio che da frutto. Essi sono figli chiamati per nome: amore, gioia, … Soffermandomi solo con l’effetto dell’amore, … quel  frutto dello spirito che quando si nasce e si cresce nel corpo terreno, collocata e trovata la giusta posizione nell’essere del credente,  raggiunge il massimo della sua manifestazione.

L’effetto si sente tanto prima dentro del proprio essere poi lo spinge a manifestare nel suo agire. Il cambiamento dunque parte dal di dentro così come conseguenza il frutto dello spirito di Dio in noi si coglie, si raccoglie nel tempo giusto dopo che ha già raggiunto la sua maturazione.

Ogni  frutto dello Spirito è un dono, rimane tale, è un regalo e non si acquista con il denaro ma si può percepire nel tempo giusto.

Un credente impara a rendersene conto ascoltando in sé la possibilità di crescere con l’aiuto che gli viene dato attraverso una spiegazione continua della Parola cioè leggendo sempre più la Bibbia, ascoltando le predicazioni, frequentandosi gli studi biblici e i fratelli e le sorelle di chiesa come deve essere. Non è, perciò, un prodotto della propria elaborazione dell’essere umano ma dello Spirito Istruttore, in chiunque, in lui  o in lei si elabora ma non è frutto di se stesso. Dio Spirito che aveva dato quel frutto. Dio aveva seminato il frutto dello Spirito.  In Gesù uomo aveva potuto far nascere,  in lui l’aveva coltivato e  l’aveva potuto raccogliere il frutto al massimo della sua possibilità.

 

Nella Bibbia Dio è presentato per primo il Dio Creatore nella creazione.

Poi il Signore agricoltore nella parabola della semente. Gesù nel vangelo di Giovanni il racconto della parabola  della vite e suoi tralci Dio era definito il vignaiolo. Colui che si era messo all’opera per fare in modo che la vite desse tanti frutti. Suoi tralci erano i suoi discepoli ben innestati per portare i frutti.  Gesù disse: «Io sono la vite voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta un frutto abbondante, perché senza di me non potete fare nulla».Gv.15,5

 

Il teologo Helmut Gollwitzer scrisse: “Se il discepolo vuole rimanere legato al suo Signore, dovrà costruire tutta la sua vita sulla parola di Dio; questa è la sua pratica della vita cristiana. Questa parola del Signore deve essere legata indissolubilmente alla vita del discepolo, esattamente come una casa edificata sulla roccia fa corpo unico con il proprio fondamento”.

 

Care sorelle e cari fratelli, l’apostolo Paolo aveva scritto alla comunità di Galasia queste parole divine. Il frutto dello Spirito sono queste.

Vi invito perciò di partire da un  fatto concreto e reale cioè dalla verità assoluta che non c’è frutto senza considerare questi elementi che hanno contribuito di avere un prodotto. Per avere un frutto ci devono essere questi: almeno un seme, un pezzo di terra su cui piantare,  un essere vivente (un uomo, una donna) che lo pianta e lo curi per farla raggiungere alla sua crescita, dando un frutto. Il miracolo accade quando questo seme trova la sua collocazione adatta. Così il successo di un seme è di far nascere un altro seme, completando il ciclo della sua vita che continua ad esistere.

Mi sono chiesta l’importanza di raggiungere il frutto dello Spirito nel contesto/nell’ ambiente dell’essere chiesa.  Se ne parla lì, ma difficilmente si raggiunga la sua maturazione perché  anche negli uomini e nelle donne di chiesa bisogna lavorare tanto, anche se lì laddove si potrebbe aspettare che quell’ essere è il buon terreno per piantare quel seme di amore, quel seme di gioia, quel seme di pace… di Dio  Spirito.

C’è da aspettare tanto per avere un buon frutto. Quel seme piantato deve crescere bene per dare frutto.

Noi chiesa di Dio, non dobbiamo ostacolare la crescita dei doni dello spirito abbandonando l’odio, l’egoismo, presunzione, .. non dobbiamo lasciarli che assumano e consumano il nostro essere occupandoci mente e cuore di tutta la nostra anima. Inoltre, perché laddove c’è la chiesa, in cui è disseminato, sparso quel buon seme viene trascurato a quell’opera di coltivarlo. Nella chiesa convertita dalla parola del Vangelo in Cristo Gesù  sembra che tutti i membri siano pronti a lavorare, a gettare quel «seme» che hanno ricevuto ma con la parola «frutto» chiave della comprensione dell’opera dello Spirito, il messaggio della salvezza  deve ancora prima elaborare nell’essere e attraverso l’essere di ciascuno individuo per essere fatto e pronto poi a seminare. Le parole buone e divine che Paolo aveva scritto ai Galati sono per noi oggi, che partecipiamo al loro destino di essere portato, offerto, condiviso,  gettato ovunque siamo. Se noi non facciamo l’attenzione a queste parole divine colui che ha piantato non vedrà il frutto di quello che ha seminato in noi. Questi versetti 22-23 del capitolo 5 ai Galati mi hanno fatto riflettere quanto importante ricordare la parola seminata in ciascuna /o di noi. Come il contadino che ha gettato il seme/i semi in terrene  diverse così Dio in Gesù l’ha fatto.

 

Ecco perché nella chiesa di Dio ci bisogno di capire se stessa e accettare che deve lavorare molto di se stessa per restituire quel frutto a colui che lo ha seminato. Senza quel lavoro di collaborazione non c’è frutto divino maturato, prodotto  nel tempo giusto, l’ora  dello Spirito. L’apostolo scrisse  ai Corinti: Io ho piantato, Apollo ha annaffiato Dio fa crescere. (1 Cor.3,6) Dio  ha donato il seme della Parola di vita che è cresciuto in ciascuno e ciascuna di noi per vedere e dimostrare che suo regno è già piantato sulla terra.

Così ci chiediamo. Ci facciamo un auto-esame.

Si può chiamare chiesa se non c’è amore, se non è abitata dell’ amore?

Si può chiamare chiesa se non c’è gioia, se non è abitata di gioia?, se non vi abita gioia?

Si può chiamare chiesa se non c’è pace, se non è abitata di pace? se non vi abita pace.

Si può chiamare chiesa se non c’è gentilezza, se non è abitata di gentilezza? se non vi abita gentilezza?

Si può chiamare chiesa se non c’è generosità, se non è abitata di generosità? se non vi abita generosità?

Si può chiamare chiesa se non  c’è fiducia, se non è abitata di fiducia? se non vi abita fiducia?

Si può chiamare chiesa se non  c’è mansuetudine, se non è abitata mansuetudine? se non vi abita mansuetudine?

Si può chiamare chiesa se non c’è autocontrollo? se non vi abita l’autocontrollo?

 

Come possiamo chiamarci chiesa se non siamo capaci di amare, di gioire, di essere pacifico, di essere gentile, di essere generoso, di essere fiducioso, di essere mansuetudine, di aver l’autocontrollo. Ci vuole tempo per farci maturare queste attitudini. Ci vogliono le armature  di Dio per  combattere e vincere,  per superare noi stessi del nostro egoismo, del nostro orgoglio di credere di sapere, di avere già raggiunto la maturità nella fede. Bisogna che ci fermiamo per cercare di capire se siamo una chiesa e se vogliamo che lo siamo. Perché così possiamo sentire che in noi qualcuno ha potuto piantare una parola all’altra, diversa dalle nostre parole che ha il potere di dare sazietà, compimento al nostro essere presente e viva.

Teniamo conto quel piccolo seme che ha avuto occasione di crescere giorno per giorno, attimo per attimo nel nostro essere trasformando la nostra vita dandoci amore, pazienza…..Il miracolo succede ancora nel tempo di un divenire, quella crescita che è avvenuta solo nel tempo di Dio Spirito nella nostra vita di credente dimorando, rimanendo fermi nella sua parola. L’apostolo Paolo coglie la nostra attenzione e ci invita a tornare al nostro piccolo prezioso seme che aveva anche lui gettato e seminato alle chiese antiche in onore della sua chiamata di essere portatore, ambasciatore della parola in Cristo Gesù. La parola di Dio così agisce in noi liberamente ma che ha bisogno la nostra predisposizione.

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

che cosa succederebbe se nella chiesa non si sente più il frutto dello Spirito? Che cosa succederebbe se nella chiesa non prevale più il frutto dello Spirito? Alla chiesa, alla comunità è donato lo Spirito di Dio nella quale opera per trasformare ogni membro di essa. Quell’ essere umano in cui ha avuto il seme, quella parola che è stata seminata in lui da un essere umano che con la sua mossa del gettare ha avuto come il terreno dove ha potuto attecchire e crescere. E’ nell’essere umano e attraverso l’essere umano che questo dono dello Spirito opera.   Gesù come diceva l’evangelista Marco, egli insegnava molte cose alla folla (a tutti, chiunque insieme ai discepoli) con parabole.(Marco 4,2). Ma quando fu solo con i suoi discepoli  gli istruiva(gli insegnava ) dandogli spiegazioni, risposte alle loro interrogazioni.

Le parabole che li raccontava avevano lo scopo di svelare i significati solo a questi e non a tutti come diceva loro: «a voi è stato dato il mistero del regno di Dio, a quelli fuori invece tutto si propone con parabole, perché vedendo vedano ma non capiscano, ascoltando ascoltino ma non comprendano, perché non si convertano e non siano perdonati»(Marco 4,10)Sappiamo come l’intento di Gesù di insegnare le parabole perché le sue parole sono come i semini  gettati perché nascano e crescano nei suoi discepoli.  «E’ per grazia che siete stati salvati». (Efesini 2,5) Amen

past. Joylin Galapon

La memoria e l’indifferenza

Nei giorni appena trascorsi, in corrispondenza con la giornata della memoria, mi è capitato di rivedere una bella quanto inquietante puntata di Ulisse, la trasmissione di Alberto Angela.

In quella trasmissione viene raccontata, tra l’altro, la storia di quello che è stato chiamato il Binario 21 della stazione Centrale di Milano – un binario che in realtà non fu considerato all’epoca delle deportazioni neppure degno di un numero – forse perché il suo uso faceva troppo orrore per volerlo identificare, forse perché era meglio dimenticarlo, far finta che non esistesse.

Un binario che anche oggi non ha un nome né un numero, perché Binario 21 alla Stazione Centrale di Milano vuol dire solo, e maledettamente, il posto sotterraneo da dove gli Ebrei rastrellati da tutta Italia venivano fatti partire verso la loro morte, ed il loro sperato sterminio.

In quel luogo, il memoriale è stato affidato, tra l’altro, ad una parola scritta in rilievo, a caratteri cubitali, su tutta la parete – quella parole è “indifferenza”.

Ed in effetti, l’indifferenza – ossia la mancanza di reazione ad un evento – è ciò che ha segnato la condanna di molti, durante quei terribili avvenimenti storici: lo dimostrano le tante storie, fortunatamente, grazie a Dio, tante storie in cui coloro che non sono rimasti indifferenti a quel che stava accadendo hanno salvato le vite di molti.

Dell’indifferenza tra noi esseri umani hanno parlato molti: da anton Cechov, che la definì “la paralisi dell’anima e la morte prematura” a David Grossman, lo scrittore ebreo, che ne parlò definendolo “il male dell’epoca” e ne diede una spiegazione – non certo una giustificazione, credo – notando che “è difficile scegliere di soffrire”.

In realtà, anche senza bisogno di disturbare i letterati, tutti noi sappiamo che cosa è l’indifferenza; ma c’è ancora una cosa che, al riguardo, dobbiamo tenere presente, e cioè che l’indifferenza, per sua natura, non è mai “per caso.

Per rimanere indifferente verso qualcosa, devo necessariamente, almeno per una volta, almeno superficialmente, pensarci – per decidere che non mi interessa, cioè che non è qualcosa che riguarda me, che tocca me.

Per questo l’indifferenza fa così male – perché è la conseguenza di un giudizio, un giudizio di svalutazione.

Per questo l’indifferenza di Madre Natura – ossia dell’Essere Supremo – è così tremenda, così disperante, in quel dialogo di Leopardi che tutti abbiamo studiato a scuola, il dialogo tra la Natura e un islandese, che racconta le domande che l’essere umano fa a chi riconosce rivestito di potere – e delle risposte, anzi della risposta: quando io vi faccio del male, risponde la dea terribile, io neanche me ne accorgo, come non mi accorgo se vi faccio del bene, o del male.

Questo atteggiamento è esattamente il contrario di quel che la Bbbia ci mostra e ci dice di Dio- un Dio che non è il parto della fantasia di uno scrittore, ma è qualcosa di diverso da noi e con il quale interagiamo – quando decidiamo di non restare indifferenti a lui – che stende tutto il giorno le braccia verso di noi, come dice Isaia al capitolo 65 – ho steso tutto il giorno le mie mani verso un popolo ribelle, noi, che camminiamo per una via non buona, seguendo i nostri pensieri. Un popolo che rimane indifferente verso di me, il Signore, dicono di noi queste parole, e questo è poi in fondo – e neppure tanto – la fonte di tutti i problemi che abbiamo, potremmo dire “la madre” di ogni nostro guaio: la misura di quanto riusciamo a restare indifferenti a Dio.

Però, prima di vedere – contemplare, e ringraziare per – la reazione di Dio a quel che avviene a noi, vorrei che pensassimo insieme ancora un po’ a tutti i modi in cui riusciamo ad essere spaventosamente indifferenti gli uni agli altri.

Certo la mente corre subito a discorsi che siamo costretti a sorbirci tutti i giorni e che avnno dall’”aiutiamoli a casa loro” al “questa è una guerra, e in guerra i morti ci sono, non c’è nulla da fare, è la vita, bellezza”; alle donne uccise due giorni dopo che hanno sporto denuncia contro il loro persecutore che ha deciso di amarle troppo per lasciarle andare; ai morti sul lavoro per mancanza di sicurezza; alle violenze in famiglia, di cui nessuno si accorge mai, finché non ci scappa il morto.

Ma in realtà le facce dell’indifferenza sono infinite – magari non tutte mortali, per la vita fisica di chi ne subisce lo sguardo sinistro – ma quasi sempre devastanti per le vite che ammorbano.

Siamo indifferenti quando pretendiamo qualcosa, e non vediamo gli sforzi che sono stati fatti per noi, solo perché non vediamo il risultato che speravamo.

Siamo indifferenti quando non vogliamo accettare, come risposta, null’altro che un sì.

Siamo indifferenti quando allontaniamo ciò che non capiamo, invece che cercare di intenderne le ragioni e le possibili soluzioni.

Siamo indifferenti quando non cerchiamo soluzioni, ma solo modi per limitare i danni, in nome di una forzata sopportazione – quella che si chiamava un tempo “cristiana rassegnazione “.

E quando siamo indifferenti diamo origine a conseguenze. Magari anche piccole, sull’oggetto della nostra indifferenza, perché la dose di potere umano di cui ci è capitato di poter fruire è piccola. Ma sicuramente – fatalmente, disperatamente – quando restiamo indifferenti noi usciamo dalla sfera restando nella quale ci è concesso di dare testimonianza, di essere davvero a immagine e somiglianza di Dio: usciamo, infatti dalla sua presenza.

Nei mille discorsi che sentiamo tutti i giorni raramente, rarissimamente, capita di riconoscere l’esistenza, in chi parla o peggio bercia, dell’opzione “Dio”.

C’è chi usa l’Evangelo per tirare l’acqua al suo mulino (il Libro degli Atti insegna quel che accade a chi usa la Parola di Dio per il proprio tornaconto); c’è chi si schiera tra i buoni probabilmente un po’ cretini e chi si dedica a trovare tutti i possibili interessi personali che sporcano, o potrebbero/dovrebbero sporcare, l’azione dei suddetti buoni che, da “un po’ cretini”, diventano “molto corrotti”.

Chi non ha sentito, in occasione della chiusura del CARA di Castelnuovo del Porto, la litania dei costi che quella struttura aveva, e di come quei costi escono dalle nostre tasche (come se uscissero da altre tasche i costi della politica, di gran parte dell’informazione, delle infrastrutture con i ponti che cadono)?

La maschera del dio denaro ha nascosto, sotterrato, ammazzato a bastonate, il pensiero che nessuno, o quasi ha espresso, e che pochissimi hanno condiviso quando lo hannp scoltato: che aldi là dei costi e della eventuale corruzione di questa ed altre strutture, questa ed altre strutture sono il solo modo per non restare indifferenti alla sofferenza, alla debolezza, alla umanità di chi ci vive, o ci viveva dentro.

Dal punto di vista umano, si potrebbe dire che se la corruzione è la malattia, di solito la cura migliore non è ammazzare il malato.

Ma noi siamo qui, in una chiesa, perché crediamo in Dio. Perché Dio è il nostro Signore. Per noi il problema inaccettabile, disperante, è constatare che l’opzione “umanità” ha seguito l’opzione “Dio”, nel cestino della spazzatura.

I discepoli sono raccolti in una barca che, di notte, solca il mare di Galilea, il Lago di Tiberiade.

Il posto è pericoloso: il lago conosce improvvise tempeste, e la barca è poco più che un guscio di noce.

Nello stesso modo, la comunità dei santi, la chiesa dei credenti, naviga in un mondo in cui le tempeste che potrebbero inghiottirla possono venire da qualunque direzione.

La bufera si alza, infatti.

Le onde sono altissime e già riempiono la barca, che è in procinto di affondare.

A bordo, Gesù dorme.

Sembra impossibile, in quel caos spaventato e illuminato dalla luce livida dei lampi – guerre, uccisioni, fame, malattie – ma lui, dorme.

I discepoli vorrebbero che Gesù arrivasse come un supereroe e risolvesse la situazione. Forse vorrebbero convincersi che la sua sola presenza sulla barca sia sufficiente per preservarsi dalla tempesta.

Invece, lui dorme. E loro devono chiamarlo, pregarlo, invocarlo, ma non ti importa che noi moriamo?

Gesù, ossia la Parola di Dio, a quel punto interviene.

Come già all’inizio dei secoli, mette ordine e rimanda acque e venti là dove loro compete.

Poi, fa la domanda: ed è la domanda che rivolge a tutti noi, qui, stamattina: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?

Perché siamo così paurosi? Perché non abbiamo il coraggio di vivere ogni momento della nostra vita a partire dal criterio che ci è stato dato, quel giorno cge Dio ci ha chiamato per nome, e ci ha versato in grembo una misura scossa e ben pigiata, frlls fede in lui, da cui ha origine la nostra testimonianza?

Perché siamo umani, viene da dire.

Eppure questo lato oscuro della nostra umanità, è esattamente quello che Cristo ha reso cancellabile, superabile, con la sua morte in Croce per noi, e la sua Resurrezione come primizia di quella vita nuova che ha seminato nei nostri cuori e nei nostri cervelli.

Per vincere l’indifferenza del mondo una sola arma: vincere la nostra personale indifferenza.

Per vincere la nostra personale indifferenza, il Signore, quello stesso Signore che non è mai rimasto indifferente al nostro grido d’aiuto, ci ha dato un’arma potente: la nostra fede in lui.

Più forte – perché in realtà non è nostra, ma sua – di ogni tempesta.

Sia dunque , sorelle e fratelli, la fede nel Dio onnipotente, nel Dio mai indifferente, ciò che costituisce il punto di partenza di ogni nostro pensiero, di ogni nostra decisione.

Così gli saremo testimoni, fino al giorno benedetto e speriamo vicino, in cui tornerà per stabilire definitivamente il Suo Regno tra noi.

Amen.

past. Giovanna Vernarecci

 

Rianimare la speranza

 1Tessalonicesi 1:2-10

Rendiamo continuamente grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e incessantemente rammentando l’opera della vostra fede, la fatica dell’amore, la perseveranza della speranza del Signore nostro Gesù Cristo davanti a Dio, Padre nostro, ben conoscendo,
fratelli amati da Dio, la vostra elezione.  Il nostro vangelo, infatti, non vi è giunto soltanto tramite parola, ma anche mediante potenza, Spirito santo e nella più piena certezza; sapete bene come ci siamo comportati tra voi e in vostro favore. Anche voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore,
avendo accettato la Parola in grande tribolazione, con la gioia dello Spirito santo, al punto da diventare un modello per tutti quelli che credono, in Macedonia e in Acaia. Da voi, infatti, si spande la parola del Signore non solo in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio è giunta in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne. Essi stessi, infatti, raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siate rivolti a Dio allontanandovi dagli idoli, per servire il Dio vivente e veritiero e aspettare dai cieli suo Figlio, che egli risuscitò dai morti: Gesù, coluiche ci libera dall’ira che viene.

Care sorelle e cari fratelli,

è di qualche giorno fa la notizia che la nostra chiesa ha dato la disponibilità ad accogliere gli immigrati che da giorni vagavano per mare sulla Sea Watch. Per la prima volta da chissà quando il nome della nostra chiesa è stato ripetuto più volte su tutti i telegiornali nazionali e sulla rete hanno circolato notizie sulla nostra chiesa, ignota a milioni di Italiani. Un breve momento di notorietà e poi di nuovo torneremo nell’oblio di sempre! La cosa divertente è stato anche vedere su internet i nostri soliti detrattori coprirci di insulti perché vanagloriosi, venduti al mondo ecc, le solite
banalità di animi invidiosi. Non credo che ci sia nulla di male nel godersi quei cinque minuti di celebrità, con tutte le responsabilità che comportano… In fondo, qualcuno diceva che l’unica forma di immortalità che ci è concessa è il ricordo, ed è umano desiderare di essere ricordati per
qualcosa di buon che abbiamo fatto. Ma è solo il ricordo, una scia di affetti, quella che lasciamo nella nostra vita? No, certo, per chi crede c’è la certezza di una vita eterna con Dio, ed è questa che conta. Non è, però, questo il tema che vorrei approfondire, vorrei piuttosto riflettere all’inizio
della lettera di Paolo. Dopo duemila anni, infatti, noi dalle parole di Paolo abbiamo un ricordo, una testimonianza forte sulla fede di nostre sorelle e nostri fratelli di duemila anni fa. È quasi una rarità, perché la stessa cosa non avviene di molte altre chiese del passato! Dei corinzi, ad esempio, tutti
si ricorderanno la loro litigiosità…
A questo punto mi chiedo: chissà, in un futuro lontano, come ci ricorderanno i nostri discendenti! Sarebbe bello ricevere parole come quelle di Paolo. Sarebbe bello se qualcuno ricordasse la nostra opera di fede, la nostra fatica d’amore, la nostra costanza nella speranza… In
effetti, se guardiamo all’inizio di questa lettera ai Tessalonicesi, ci rendiamo conto della grande differenza tra la chiesa di allora e la nostra di oggi. Con questo non voglio dire che loro fossero meglio di noi. Credo che alla fine condividessero molti dei nostri problemi, che fanno parte di
qualsiasi comunità umana. Tutto sommato, non possiamo dire di avere anche noi l’opera della fede? Certo, la perfezione è lontana, ma anche noi ci impegniamo dare una forma concreta alle nostre convinzioni. Le attività della nostra chiesa sono numerose, a cominciare dai culti domenicali, fino ai bazar, alle riunioni famigliari, alle colazioni distribuite ai senzatetto. Anche nella nostra vita privata, sappiamo quanto può essere difficile essere coerenti in un mondo come il nostro, quando siamo travolti da un’esistenza sempre più complicata… Ma ci proviamo! Lo stesso
possiamo dire della fatica dell’amore e della costanza nella speranza. Pensiamo ai fratelli o alle sorelle che stanno male nella nostra chiesa: non è una fatica d’amore quella di chi li accompagna? Pensiamo a quante volte la nostra speranza viene messa alla prova dagli eventi quotidiani, dalle
ingiustizie che si realizzano sotto il nostro naso, da quelle che subiamo sul lavoro e nella vita di ogni giorno.
Quello, però, che ci distingue profondamente dalla chiesa antica è lo slancio evangelistico. La chiesa di Tessalonica viene ricordata da Paolo, perché si fa testimone dell’evangelo in tutta la regione. Noi, invece, da anni e anni non apriamo una chiesa nuova. Credo che l’ultima sia stata
quella di Colleferro e Ferentino nel dopoguerra. Se saremo ricordati per le cose che facciamo, certo noi non lo saremo per il nostro slancio evangelistico. Ed è forse di qui che dovremmo ripartire nella riflessione sulla nostra vocazione qui a Roma. Perché non proviamo, di nuovo, a coinvolgere nuove persone nella vita della nostra chiesa? Perché non proviamo a rilanciare la nostra evangelizzazione? Perché non ci dotiamo degli strumenti e delle energie necessarie? Potremmo fare molte cose, dallo studiare nuovo materiale, all’abbellire la nostra chiesa e al fare un corso per evangelisti. In fondo, non siamo sostenuti dalla stessa speranza che animava i cristiani della chiesa antica di Tessalonica? La fede è la medesima, il progetto di fede, culturale e volendo anche politico è anche più articolato. Perché non passare riusciamo a trasmettere tutto questo? Ieri, all’assemblea della Società Biblica in Italia ci chiedevamo: perché uno si dovrebbe associare e restare socio? Facciamoci la stessa domanda per la nostra chiesa: perché si dovrebbe diventare membri di questa comunità? Perché ci si deve rimanere, una volta passato il primo entusiasmo?
Dalla chiesa di Tessalonica possiamo ricevere un incoraggiamento: condividiamo la stessa opera della fede, la stessa fatica d’amore, la stessa costanza nella fede. Dobbiamo “solo” riscoprire lo slancio evangelistico.
Poi Paolo continua e, con due tratti di penna molto ben riusciti, descrive la vita della comunità: essersi convertiti agli idoli, per servire il Dio vivente e vero, e aspettare dai cieli la sua venuta. Ci ritroviamo in questo quadro? Direi di sì. Se siamo qui, è perché abbiamo lasciato alle spalle gli idoli vani che ci tenevano prigionieri e perché sappiamo che questa lotta è quotidiana e per vincerla abbiamo bisogno della forza dello Spirito Santo. Abbiamo rifiutato tutto ciò che, nella nostra vita tende ad allontanarci dal Signore, ed a sostituirsi a lui. Sappiamo quanto è difficile, ma noi siamo qui per testimoniare al Signore la nostra volontà. Di conseguenza, noi siamo qui per servire il Signore con un impegno che modella la nostra vita, perché nasce spontaneamente dalla scelta fondamentale che abbiamo fatto per lui. Certo deve essere coltivato con la lettura della Bibbia e con la preghiera, ma servire il Signore è qualche cosa che nasce spontaneamente nel nostro cuore dalla volontà nuova di vita che lo Spirito ci dona. Bisogna solo organizzare questo desiderio e dargli forma con efficacia. Per questo è fondamentale che i nostri organismi, come il consiglio di chiesa, siano efficaci nel loro lavoro di programmazione e di amministrazione.
È anche interessante mettere in evidenza l’ultimo punto che Paolo richiama ai Tessalonicesi. Egli dice, infatti, che noi serviamo il Signore mentre attendiamo la venuta del Regno. Forse l’idea dell’attesa ci può indurre in inganno, quasi che fosse un’attesa passiva…
Quello che abbiamo appena detto sul servizio, però, non ci permette di pensarlo neanche per un momento. Questo è un tempo ricco di attività, a cominciare dall’evangelizzazione: dovremmo vivere la prospettiva del Regno come una realtà che ci trasforma mediante lo Spirito Santo, una
realtà nuova di cui noi siamo portatori e di cui noi dobbiamo farci interpreti di fronte al mondo che ci circonda.

La parola di Paolo che abbiamo letto questa mattina è, dunque, una parola che ci incoraggia a continuare nel cammino fin qui percorso, esortandoci a riprendere la testimonianza dell’evangelo nella nostra vita, in questa nostra città. Ci siamo rispecchiati nella comunità di Tessalonica? Un po’ sì, un po’ no. Facciamoci coraggio, però, e continuiamo a portare questa
parola con caparbietà. Magari un giorno anche di noi qualcuno scriverà le belle parole che Paolo scrisse della chiesa di Tessalonica!

prof. Eric Noffke