Raab e le spie

 

Giosuè 2,1-21

1 Or Giosuè, figlio di Nun, mandò segretamente da Sittimdue spie, e disse loro: «Andate, esaminate il paese e Gerico». Quelle andarono ed entrarono in casa di una prostituta di nome Raab, e vi alloggiarono. 2 Ciò fu riferito al re di Gerico, e gli fu detto: «Ecco, alcuni uomini dei figli d’Israele sono venuti qui per esplorare il paese». 3 Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: «Fa’ uscire quegli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua; perché sono venuti a esplorare tutto il paese». 4 Ma la donna prese quei due uomini, li nascose e disse: «È vero, quegli uomini sono venuti in casa mia, ma io non sapevo di dove fossero; 5 e quando si stava per chiuder la porta della città all’imbrunire(al tramonto), quegli uomini sono usciti; dove siano andati non so; rincorreteli senza perdere tempo, e li raggiungerete». 6 Lei invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti sotto gli steli di lino che vi aveva ammucchiato. 7 E la gente li rincorse per la via che porta ai guadi del Giordano; e, dopo che i loro inseguitori furono usciti, la porta della città fu chiusa. 8 Prima che le spie si addormentassero, Raab salì da loro sulla terrazza, 9 e disse a quegli uomini: «Io so che il SIGNORE vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi. 10 Poiché noi abbiamo udito come il SIGNORE asciugò le acque del mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quel che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio. 11 Appena l’abbiamo udito, il nostro cuore è venuto meno e non è più rimasto coraggio in alcuno, per causa vostra; poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. 12 Vi prego dunque, giuratemi per il SIGNORE, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro 13 che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte».14 Quegli uomini risposero: «Siamo pronti a dare la nostra vita per voi, se non divulgate questo nostro affare; e quando il SIGNORE ci avrà dato il paese, noi ti tratteremo con bontà e lealtà».15 Allora lei li calò giù dalla finestra con una fune; infatti la sua casa era addossata alle mura della città, e lei stava di casa sulle mura.  16 E disse loro: «Andate verso il monte, affinché non v’incontrino i vostri inseguitori, e rimanetevi nascosti per tre giorni fino al ritorno di coloro che v’inseguono; poi andrete per la vostra strada». 17 E quegli uomini le dissero: «Noi saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare, se tu non osservi quello che stiamo per dirti: 18 quando entreremo nel paese, attaccherai alla finestra per la quale ci fai scendere, questa cordicella di filo rosso; radunerai presso di te, in casa, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre. 19 Se qualcuno di questi uscirà in strada dalla porta di casa tua, il suo sangue ricadrà sul suo capo, e noi non ne avremo colpa; ma il sangue di chiunque sarà con te in casa ricadrà sul nostro capo, se uno gli metterà le mani addosso. 20 Se tu divulghi questo nostro affare, saremo sciolti dal giuramento che ci hai fatto fare». 21 E lei disse: «Sia come dite!».Poi li congedò, e quelli se ne andarono. E lei attaccò la cordicella rossa alla finestra.

Sermone:

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

il libro di Giosue fa seguito al Deuteronomio e copre un periodo di almeno venticinque anni. Esso descrive la conquista di Canaan, la terra promessa (iniziata intorno al 1400 o 1250 a.C. Il libro viene tradizionalmente attributo a Giosue, il figlio di Nun,il successore di Mosè e il nuovo capo del popolo d’Israele.

Allora vediamo stamattina il secondo capitolo del libro di Giosue, il testo della predicazione proposto dal libretto “un giorno, una parola”, che narra la conquista della terra di Gerico dal popolo di Israele, ricordando l’intervento particolare di una donna, chiamata Raab.

All’inizio del racconto, Giosue manda in missione due spie, che si recano a Gerico e prendono alloggio a casa di Raab(v1). Il racconto è strutturato su tre scene principali, ognuna delle quali mostrano una conversazione tra Raab e le spie, o tra Raab e i rappresentanti del re di Gerico.

  • ai vv.2-7 il re chiede, attraverso i suoi emissari, dove si trovano le spie: avendo nascosto i due uomini sotto il suo tetto, Raab dà al re informazioni false, che lo spingono a dare la caccia a un’oca selvatica;
  • l’episodio dei vv. 8-14 si svolgesulla terrazza della casa di Raab, dove le due spie sono nascoste sotto un mucchio di steli di lino; lì, Raab stringe con loro un patto, guadagnando così la salvezza per sé e la sua famiglia quando la città sarà distrutta;
  • nei vv. 15-21 Raab calai due uomini dalle mura della città e dà giuramento a Raab e le chiedono di appendere una corda rossa alla finestra, e di tenere la sua famiglia in casa durante l’invasione; prima di andarsene le impongono anche di mantenere il più assoluto riserbo riguardo alla loro missione di spie.

Semplificando, come abbiamo ascoltato il racconto, costruiamo una immagine della vicenda come in un film.

C’era una volta, una donna di nome Raab, che era stata definita una prostituta, ma il racconto con le prove dei fatti non avevano dimostrato come tale. La sua casa era situata al confine della città, che era proprio attaccata alle sue mura come un punto che divideva la terra da una parte all’altra. Considerando che molti uomini si erano passati, fermati e alloggiati da lei di notte per cogliere l’occasione di riposare dopo aver compiuto un  affare o una commissione, si era creato il sospetto che fosse una donna che vendeva dei rapporti sessuali. Questa donna era stata messa sotto i giudizi negativi della gente perché faceva ciò che era comodo per guadagnarsi da vivere, ma dall’altro lato le informazioni validissime e correttissime che ricevevano da lei, erano per tutti molto convenienti. Per quello che faceva, guadagnava non solo il denaro, ma anche la fiducia delle persone che incontrava.

Raab era di tutti e quindi faceva di tutto per essere al servizio di tutti. Era una donna multitasking con identità plurale, dotata di una capacità intuitiva, decisionale e perspicacia molto sviluppata, che come possiamo dire oggi, è dovuta alla sua professione. Ella aveva avuto la dimestichezza del suo mestiere  vivendo e trovandosi sempre a delle situazioni di vita parallela, e tra loro diverse. Il suo mestiere di affrontare le situazioni particolari del suo popolo ed altri, le ha consentito di occuparsi di molti. Aveva il compito di bilanciare i fatti  per dare le soluzioni migliori, traeva o faceva scaturire delle opzioni dalle informazioni che le aveva raccolte dalle persone che incontrava. Ella era in between/nel mezzo dei popoli.

Invece, noi lettori credenti che cosa possiamo dire di lei dopo aver letto questo pezzo della sua vita e testimonianza di fede?Leggendo tra le righe, a mio avviso, in questo racconto lei aveva avuto un ruolo eccezionale che nessuno di noi lo potrebbe dimenticare. Raab era una donna, prostituta, alberghiera, spia, credente, nativadi Gerico, e nello stesso divenne straniera nel suo paese quando il popolo di Israele aveva conquistato la sua terra. Non aveva una famiglia sua, non era sposata, non aveva quindi un marito, né figli né figlie proprie. Lei era una donna sola ma aveva dimostrato  di voler donare un patrimonio di eredità per tutta la sua famiglia con il patto “d’amore” verso al suo popolo in cambio della salvezza che avevano avuto i due esploratori di Giosue.

Qual è il cuore del racconto?Il patto. E’ stato il tema centrale della fede salvifico che aveva posto Raab. Una visione futura, e il progetto perenne di convivenza tra i popoli di Dio cioè  il patto di integrazione.

Rileggiamo una parte del racconto in cui Raab dichiara queste parole a partire dal verso 9: «Io so che il SIGNORE vi ha dato il paese, che il terrore del vostro nome ci ha invasi e che tutti gli abitanti del paese hanno perso coraggio davanti a voi. 10 Poiché noi abbiamo udito come il SIGNORE asciugò le acque del mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quel che faceste ai due re degli Amorei, di là dal Giordano, Sicon e Og, che votaste allo sterminio. 11 Appena l’abbiamo udito, il nostro cuore è venuto meno e non è più rimasto coraggio in alcuno, per causa vostra; poiché il SIGNORE, il vostro Dio, è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. 12 Vi prego dunque, giuratemi per il SIGNORE, poiché vi ho trattati con bontà, che anche voi tratterete con bontà la casa di mio padre; e datemi un segno sicuro 13 che salverete la vita a mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle e a tutto quel che appartiene a loro, e che ci preserverete dalla morte».

 

Mi chiedo qual è il futuro di quel/di questo patto?.

Il patto di Raab con le due spie(esploratori), visto nel presente, dice molto alla realtà nostra di oggi. Raab aveva partecipato al progetto del futuro della sua famiglia. Aveva avuto una scintilla, una sentinella, un sogno, un progetto, una visione di futuro da realizzare e ciò era di conservare e mantenere viva la sua discendenza. Il patto sarà estesa tra i due popoli. Essi avranno un futuro ricco perché ci sarà un legame stretto di fusione e di integrazione con entrambi i popoli. Per l’ennesima volta vediamo un’integrazione di fedi e di culture. Sarà unica fede in Dio professato sovrano, ma espresso in forme differenti nelle culture diverse.

Il patto di Dio di dare la terra al popolo di Israele era irrevocabile e si era dimostrato nel aver mantenuto le sue promesse ad esso, determinando così un futuro di pace e benessere. Raab aveva fatto un patto con gli uomini di Dio per fare ciò che era necessario nelle vite dei popoli. Dio unico creatore del cielo e della terra dovrà essere conosciuto come tale per tutti i popoli. Così stranieri e autoctoni secondo il fenomeno del flusso migratorio sapranno riconoscere che possono vivere ugualmente ove siano. Qui, però, si intuisce che il problema è sempre in noi. Il discorso del “io e voi”, e come questi soggetti divengono noinel processo di integrazione.

Vediamo che molti anni erano passati, molte esperienze erano state dimenticate, ma non possiamo dimenticare questo episodio, nel tempo della conquista, in cui due popoli si insediarono nello stesso paese.  Durante il tempo di conquista territoriale, nella vita del popolo di Israele e degli altri, era evidente che il problema era sempre quello di far convivere l’identità di appartenenza, la lingua, la tradizione (come abitudine), e la cultura di ogni popolo; Era necessario fare una “scuola” , imparare un percorso di conoscenza reciproca, come dovere gli uni verso gli altri e lavorare con insistenza nella perseveranza di costruire insieme un futuro a partire dal presente a nome o in base alla nostra fede comune dell’unico Signore Dio.

Nel commentario del primo volume della Bibbia, l’autrice Danna Nolan Fewell,  una statunitense e professoressa di Teologia dell’AT, aveva messo in evidenza questa storia dei popoli definiti l’uno «insider»e l’altro «outsider», seguito da una fusione diventandone tutti degli INSIDER. Così, Raab e la sua famiglia erano diventati parte integrante del popolo di Israele, riacquistando la loro cittadinanza quasi perduta, con il diritto, inoltre, di avere “una doppia cittadinanza” – il discorso di inclusione. Raab aveva compiuto la sua missione con successo. Raab era una straniera e quindi non apparteneva alla gente di Dio, ma con il patto che fece con i due  israeliti (gli esploratori, le spie) ebbe innestato, ebbe avuto la terra promessa. Le parole «insider» e «outsider» si intrecciano fra di loro.  Insider erano gli israeliti, e outsider erano quelli stranieri nell’economia della salvezza. Dunque gli «outsider», gli abitanti di Gerico, divennero insider nella vita del popolo di Israele. Due popoli divennero UNO nel tempo della conquista guidato da Giosue, attraverso ciò che aveva commesso Raab nel conoscere le promesse che Dio ha fatto al popolo di Israele.

Per concludere, che cosa rappresentava la cordicella rossa alla finestra?.

Era un pegno, era un sigillo di patto di fedeltà, ed era anche il ricordo della bontà di Raab segno tangibile della salvezza avuto dagli esploratori Israeliti da lei.

Ringraziamo Dio per la voce profetica che svolge ancora oggi Raab,  che possa aiutarci a dare senso al nostro essere chiesa insieme, un progetto in corso, un processo di integrazione che era stato sognato più di 20 anni fa, e oggi praticato lentamente a causa della nostra resistenza e del nostro limite culturale.

Che Dio ci aiuti ad affrontare con coraggio le sfide della nostra convivenza. Amen.

past. Joylin Galapon

Predicazione per l’apertura dell’anno accademico FVT 2019/2020

Isaia 58: 6-12 (Nuova Riveduta)

6 Il digiuno che io gradisco non è forse questo:

che si spezzino le catene della malvagità,

che si sciolgano i legami del giogo,

che si lascino liberi gli oppressi

e che si spezzi ogni tipo di giogo?

7 Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame,

che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo,

che quando vedi uno nudo tu lo copra

e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?

8 Allora la tua luce spunterà come l’aurora,

la tua guarigione germoglierà prontamente;

la tua giustizia ti precederà,

la gloria del SIGNORE sarà la tua retroguardia.

9 Allora chiamerai e il SIGNORE ti risponderà;

griderai, ed egli dirà: “Eccomi!”

Se tu togli di mezzo a te il giogo,

il dito accusatore e il parlare con menzogna;

10 se tu supplisci ai bisogni dell’affamato, e sazi l’afflitto,

la tua luce spunterà nelle tenebre,

e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno;

11 il SIGNORE ti guiderà sempre,

ti sazierà nei luoghi aridi,

darà vigore alle tue ossa;

tu sarai come un giardino ben annaffiato,

come una sorgente la cui acqua non manca mai.

12 I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine;

tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età

e sarai chiamato il riparatore delle brecce,

il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese.

 

 

 

Uno dei trattati più importanti del Talmud babilonese è intitolato Ta’anit. Da un anno ormai possiamo leggere in italiano questo documento della tradizione ebraica in un’eccellente traduzione italiana curata dalla Casa editrice Giuntina di Firenze. Ta’anit significa sostanzialmente digiuno che, nella nostra contemporanea società, suona strano sia come termine (magari immediatamente riferito solo ad una prassi dietetica) sia come argomento da trattare. Eppure, nel testo appena proclamato questo termine è assolutamente centrale. Per l’Israele della Torah, in passato e oggi, l’importanza del digiuno viene sempre ribadita e tramandata alle nuove generazioni perché il digiuno, come forma rituale ebraica, esprime la contrizione di fronte a una disgrazia che ha colpito o minaccia di colpire la collettività o un singolo. È uno strumento di teshuvà, di pentimento, di ritorno al Signore. La teshuvàè una nuova consapevolezza, l’essere umano prende atto che quanto avviene non è casuale, bensì coniuga opera di Dio e conseguenze delle nostre azioni.

L’intreccio fra l’Altissimo che continua ad operare nelle vicende umane e la libertà delle persone e della collettività per plasmare e decidere il loro presente, viene in qualche modo illuminato e indirizzato dall’astensione del cibo che, però, da sola non è sufficiente ma deve essere accompagnata dalla preghiera e dalla riflessione sincera sulle proprie azioni perché una teshuvàpossa davvero incarnarsi. È abbastanza evidente che il trattato talmudico raccoglie il pensiero contenuto nel capitolo 58 di Isaia, meglio del Terzo Isaia, il profeta che deve confrontarsi con l’esigenza di ricostruire non solo le mura e le case ma anche – o forse soprattutto – la consapevolezza del popolo. Un popolo che oscilla tra superstizione, formalismo religioso e grave ingiustizia sociale. Ammettiamo con tutta la sincerità che tale oscillazione non può essere circoscritta o limitata a una sola epoca storica né a un solo popolo. Non mi riferisco tanto all’epoca in cui viviamo quanto a Isaia 1,16-17: Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova!

Tutta la terza parte di Isaia (cc. 56-66) ritorna su questo tasto: la delusione della realtà; l’accusa di una mistificazione della speranza dei semplici; il ritorno alle ingiustizie sociali, le divisioni causate dall’egoismo, dalla mancanza di giustizia. I piccoli e i poveri soffrono ancora, oppressi dai propri fratelli; non resta a questi che il grido al cielo. Tutto dimostra che non si è imparato nulla dalla sofferenza: gli egoismi riappaiono, l’infedeltà domina, la religiosità puramente formale dà il tono a tutto. Al profeta non rimane che un’ultima risorsa: rimettere alla venuta definitiva del servo del Signore – il misterioso personaggio del capitolo 61 – l’instaurazione di una nuova storia di libertà e santità.

Vediamo di entrare più in profondità nel testo, per scoprire – dietro le parole del profeta – il messaggio più profondo di Dio. Il testo nella sua concretezza pratica potrebbe favorire una lettura immediatamente moralistica, perfino un esame di coscienza. Bisogna evitare questa scorciatoia moralistica. Vediamo piuttosto di arrivare alla sostanza vitale di questa pagina profetica.

  1. Il profeta parla di fronte ad un’assemblea liturgica, in un contesto religioso, rituale e formale molto evidente. La sua funzione in questo momento è quella di smascherare le ipocrisie, il ritualismo vuoto, l’egoismo che si nasconde anche nelle cose sacre. Non ha un compito facile, perché nel popolo c’è una sensazione che non valga la pena fare quel digiuno: tanto Dio non ci bada (v. 3). Tutto all’apparenza è corretto, c’è una ricerca di Dio, dei suoi giudizi, della sua vicinanza: ma non succede nulla. Non è facile smascherare la falsa religiosità, la sicurezza di chi si crede a posto, e si attende che Dio gli dia ragione e gli confermi benevolenza. Anzi gli spiani la via togliendogli ogni problema di ricostruzione, e facilitandogli la nuova coabitazione. Il profeta mette subito in chiaro le cose: non è Dio che non risponde. La questione è un’altra: un digiuno così non bisogna farlo, non rende onore all’Eterno, ma aggrava ancor di più la malvagità della condotta ingiusta. Perché si vorrebbe rendere il popolo innocente, ma senza una vera conversione: e così ne svela piuttosto il peccato. Si tratta di una falsa ricerca di Dio, di un alibi per tacitare le coscienze. Un vero oppio per la coscienza collettiva: fare tanto fumo davanti a Dio; e intanto, dietro, si trama contro il debole, non si condivide, non si rispettano i diritti, non si vive la fraternità veramente.
  2. Il linguaggio del profeta mescola ironia e realismo, domande e dubbi retorici. Ha il coraggio di profanare certe ritualità che si vorrebbe far passare per espressione di autentica religiosità: il capo chino, il vestito povero e lacero, il letto scomodo. Ma accenna anche alle invocazioni classiche della religiosità: chiedere a Dio i giusti giudizi, la sua vicinanza, le sue vie. Dietro la correttezza più tradizionale e le forme penitenziali più generose, non c’è nulla, dice il profeta. Solo apparenza e alibi: mentre gli operai sono angariati (si usa lo stesso verbo della situazione degli ebrei in Egitto), i rapporti reciproci sono guastati con urla e alterchi. A Dio sale più il chiasso del litigio aggressivo che la lode rituale.

Questo modo di parlare è comune a tutti i profeti: e anche Gesù userà questa forma di ironia. Anche Gesù smaschera il formalismo esteriore che non può nascondere la falsità interiore, il vuoto di valori. Tutta la letteratura profetica ha nella falsa religiosità uno dei suoi cavalli di battaglia: perché sempre nei momenti di crisi, si cercano compensazioni religiose, invece che sottoporsi ad un serio esame dei propri atti e delle conseguenze che ne sono derivate.

Il vero digiuno – ossia la vera forma di onorare il Signore liberatore, e non un idolo a nostra misura – sta nell’imitazione del suo stile, in tutte le azioni. Cioè nel “privarsi” di quelle azioni che esprimono oppressione, sofferenza, emarginazione, sfruttamento. E qui il profeta si esprime con una duplice richiesta. Da un lato rompere con le forme di oppressione: si tratta di donare libertà, dignità, giustizia a chi ne è stato privato. È una fase di rottura instauratrice: che ha presente categorie ben precise di povertà e sofferenza. Si sente un’eco soprattutto delle forme di schiavitù da cui sono appena tornati liberi.

Prima di concludere questa riflessione ritorniamo alla definizione del digiuno contenuta in Levitico 16,29: ponete a digiuno i vostri respiri: tə-‘an-nū ’ e ṯ- nap̄-šō-ṯê-ḵem. Lascio agli ebraisti più bravi di me l’analisi del campo semantico del sostantivo ta’anit e del verbo tə-‘an-nū. Penso invece che conosciamo tutte e tutti il significato della parola ebraica nepheš: l’alito vitale, anima, in altre parole il principio vitale invisibile che anima l’intera esistenza di un essere umano. Sia la mistica ebraica (consapevolmente) sia le correnti mistiche delle grandi religioni mondiali (forse inconsapevolmente) concordano sull’interpretazione di questo concetto: svuotare lo spazio interiore affinché la nostra intera esistenza possa essere impregnata dall’alito divino. In Filippesi 2:7 leggiamo che Cristo Gesù “spogliò (svuotò) sé stesso, prendendo forma di servo”. Il testo della predicazione di oggi incoraggia ciascuna e ciascuno di noi a spogliarsi (svuotarsi) dal nostro ego per servire soltanto Dio diventando realmente ministre e ministri della sua Parola.

 

 

Sermon for the Opening Worship Service of the Waldensian Faculty of Theology (FVT) academic year 2019/2020

Isaiah 58: 6-12 New Revised Standard Version (NRSV)

Is not this the fast that I choose:
to loose the bonds of injustice,
to undo the thongs of the yoke,
to let the oppressed go free,
and to break every yoke?
Is it not to share your bread with the hungry,
and bring the homeless poor into your house;
when you see the naked, to cover them,
and not to hide yourself from your own kin?
8 Then your light shall break forth like the dawn,
and your healing shall spring up quickly;
your vindicator[a] shall go before you,
the glory of the Lord shall be your rear guard.
9 Then you shall call, and the Lord will answer;
you shall cry for help, and he will say, Here I am.

If you remove the yoke from among you,
the pointing of the finger, the speaking of evil,
10 if you offer your food to the hungry
and satisfy the needs of the afflicted,
then your light shall rise in the darkness
and your gloom be like the noonday.
11 The Lord will guide you continually,
and satisfy your needs in parched places,
and make your bones strong;
and you shall be like a watered garden,
like a spring of water,
whose waters never fail.
12 Your ancient ruins shall be rebuilt;
you shall raise up the foundations of many generations;
you shall be called the repairer of the breach,
the restorer of streets to live in.

 

 

One of the most important Tractates of the Babylonian Talmud is entitled Ta’anit. In 2018 this document of the Jewish tradition was published in an excellent Italian translation edited by Giuntina, publishing house in Florence. Ta’anit basically means “fasting” which, in our contemporary society, sounds strange both as a term (nowadays usually referring just to a dietary practice) and as a discussion topic.

Yet, in the text we just read this term is absolutely central. For the Torah’s Israel, in the past and today, the importance of fasting is continuously reaffirmed and handed down to the new generations because fasting, as a Jewish ritual form, expresses contrition in front of a distress that has struck or threatens to strike the community or an individual. It is an instrument of teshuvà, of repentance, of return to the Lord. Teshuvàis a new awareness, the human being recognizes that what happens is not casual, accidental, but combines God’s work and the consequences of human actions.

The combination of God’s action in human affairs and freedom of individuals and  community to shape and decide their present, is somehow illuminated and directed by the abstention from food which, however, is not alone enough but must be accompanied by prayer and sincere meditation on one’s actions so that a teshuvacan truly be incarnated. It is quite evident that the Talmudic tractate gathers the thought contained in Isaiah, Chapter 58 – more precisely: in the Third Isaiah – the prophet confronted to the need to rebuild not only walls and houses but also – or perhaps above all – the awareness of his people. A people that oscillates between superstition, religious formalism and major social injustice. Honestly, let us admit that this oscillation can’t be circumscribed or limited to one single historical period or to one single people. I am not referring so much to the age in which we are living (our times) as to Isaiah 1,16-17: Wash yourselves; make yourselves clean; remove the evil of your doings from before my eyes; cease to do evil, learn to do good; seek justice, rescue the oppressed, defend the orphan, plead for the widow!

The whole third part of Isaiah (chapters. 56-66) comes back to this point: disappointment by reality; accusation against mystification of simple people’s hope; return to social injustices, divisions caused by selfishness, lack of justice. The weak and the poor still suffer, oppressed by their brothers; Nothing is left to them but a cry to Heaven. Everything proves that nothing has been learned from suffering: selfishness reappears, infidelity dominates, purely formal religiosity sets the tone. The prophet has only one last resource left: to refer to the final coming of the Servant of the Lord – the mysterious character in chapter 61 – for the establishment of a new story of freedom and holiness.

Let us try to go deeper into the text, to discover – behind the words of the prophet – the essence of God’s message. The text in its practical concreteness might favour a straightforward moralistic interpretation, even an examination of conscience. We must avoid this moralistic shortcut. Let us rather look at the vital substance of this prophetic page.

  1. The prophet speaks to a liturgical assembly, in a very evident religious, ritual and formal context. His role here is to unmask hypocrisies, empty ritualism, selfishness, which hide even in sacred matters. He does not have an easy task, because the people feels that it is not worth fasting: God “doesn’t notice” (v. 3). Everything in appearance is correct, there is a search for God, for his judgments, for his closeness: but nothing happens. It is not easy to unmask false religiosity, self-confidence of those who think their own ways are right, who expect God to agree with them and to confirm them His benevolence. Even more: they expect God to pave their way by removing any reconstruction problem, and facilitating the new cohabitation. The prophet immediately makes things clear: it is not God who does not answer. The issue is another: such a fast must not be done, it does not honour the Eternal, but worsens the wickedness of unjust conduct. Because
    one would like to make the people innocent, but without a real conversion: and so it rather reveals its sin. It is a false search for God, an alibi to silence consciences. A true opium for collective conscience: we make a lot of smoke in front of God; and meanwhile, behind his back, we conspire against the weak, we do not share, we do not respect rights, we do not really live fraternity.
  2. The language of the prophet mixes irony and realism, rhetorical questions and doubts. He has the courage to desecrate rituals that others would like to pass off as an expression of authentic religiosity: bowed heads, poor and torn clothes, uncomfortable beds. But he also mentions the classic invocations of religiosity: asking God for the right judgments, his closeness, his ways. There is nothing behind the most traditional correctness and most generous penitential forms, says the prophet. Only appearance and alibi: while workers are oppressed (the same verb used to describe the situation of Hebrews in Egypt), and mutual relations are spoiled by shouts and altercations. To God rises more the noise of aggressive quarrels than ritual praise.

This way of speaking is common to all the prophets: Jesus too will use this form of irony. Jesus too unmasks the external formalism that can’t hide internal falsehood, lack of values. The whole prophetic literature has one of its strong points in false religion: because always, in times of crisis, religious compensations are sought, rather than undergoing a serious examination of one’s own deeds and the consequences that derive from them.

The true fast – that is, the true form of honouring God the Liberator, and not an idol to our measure – lies in the imitation of his style, in all our actions. In other words, in “depriving oneself” of those actions expressing oppression, suffering, marginalization, exploitation. And here the prophet expresses a double request. On the one hand, breaking with all forms of oppression: giving freedom, dignity and justice to those who have been deprived of them. This breaking point concerns specific categories of poverty and suffering. An echo may be heard of the main forms of slavery from which they have just been set free.

Before concluding this reflection let us return to the definition of fasting in Leviticus 16.29: you shall afflict (humble) your souls: tə-‘an-nū’ e ṯ-nap̄-šō-ṯê-ḵem. I leave to Hebraists more competent than me the analysis of the semantic field of the noun ta’anit and of the verb tə-‘an-nū. I think instead that we all know the meaning of the Hebrew word nepheš: vital breath, soul, in other words the invisible vital principle that animates the whole existence of a human being. Both Jewish mysticism (consciously) and mystical currents of the great world religions (probably unconsciously) agree on the interpretation of this concept: empty the inner space so that our entire existence can be impregnated by the divine breath. In Philippians 2:7 we read that Jesus Christ “emptied himself, taking the form of a slave“.The text of today’s preaching encourages each of us to strip (empty ourselves) from our ego to serve only God, thus becoming real ministers of his Word.

Versetti scomodi?

Salmo 139: 19 – 22

Ci sono dei versetti biblici che non vorresti incontrare nella Bibbia, come i versetti letti poco fa. Ma ci sono. Versetti lontano dalla nostra sensibilità. Infatti molti, anche il Vaticano, li hanno tagliati perché scomodi. Nella storia dell’interpretazione delle scritture non sono pochi i tentativi per togliere il senso devastante di queste parole con un’interpretazione metaforica, per coprire un po’ lo scandalo.

Invece bisogna lasciarli perché ci ricordano che la Bibbia è scritta da esseri umani, non da angeli o da Dio. Versetti simili portano anche il peso della nostra umanità, accanto al messaggio biblico. Ma di più ancora: non bisogna toglierli, perché ci mostrano dove può portare un amore sviscerato, un troppo amore (che non è mai amore, cf femminicidi). Questo vale p.e. per il testo del Salmo 139 che abbiamo letto. Un amore che diventa ‘odio perfetto’, talmente perfetto da diventare omicida. Così possono essere o diventare i nostri amori: si possono trasformare nel loro contrario – amori che producano odio. È bene che leggiamo testi simili, ci fanno riflettere sulla nostra realtà in tutta la sua crudeltà. L’amore ferito e calpestato, il dolore, lo scherno, l’odio perfetto, il desiderio di vendetta, tutto questo è molto umano. Sono versetti che sono il nostro ritratto segreto, il volto che non osiamo far vedere a nessuno. Forse è un bene leggere questi testi, siamo confrontati con noi stessi.

“Dio, uccidi gli empi
Io li odio di un odio perfetto.”

Sono degli urli, dei lamenti ripugnanti in un libro sacro, in un inno religioso (salmo), in un raduno dei credenti (noi qui presenti). Si potrebbe dire menomale si tratta di una preghiera. Un appello sarebbe stato peggio: Combattenti uccidete gli empi! Però, anche una preghiera può far venire in mente dei pensieri diversi e se si leggono questi versetti ad alta voce, ci si accorge che sono di un alto contenuto di odio. Non devo pensare che parole simili fossero espresse in un incontro dove si parla di missione o dove si prepara un’azione missionaria. È un incitamento all’odio. Allora si diventa un istigatore all’odio, un predicatore d’odio. E predicatori d’odio ce ne sono purtroppo molti. Mentre il messaggio biblico toglie le radici all’odio.

Ma intanto ci sono queste parole. Cosa fanno parole così scontrose e irascibili in un inno così bello? Tutto il resto del salmo parla di un ambiente di calma, di stupore, di modestia, di resa. E poi ad un tratto questo scoppio, questa esplosione di odio. Odio che poco prima della fine dell’inno si acquieta, facendo spazio per un’espressione di un’autoriflessione avveduta. Cosa sta succedendo qui?

Spesso si legge questo salmo a un funerale, e spesso solo fino al versetto 18, poco prima che queste parole di odio divampano. Così il salmo finisce con: “quando mi sveglio sono ancora con te” – letto al funerale è una frase di chiusura pieno di significato e speranza. Un addormentarsi nella morte come uno svegliarsi presso Dio.

Ma questi versetti ricevono il giusto posto letti nella cornice di scatti d’ira quando la giustizia è violentata, quando la gentilezza si capovolge.

Versetti scomodi non vanno saltati, ma messi nell’insieme, nella cornice nel quale si trovano. Non è facile. Spesso ci si ferma a questi versetti, perché sono difficili da capire. Ma quando ti realizzi che l’intero salmo canta la realtà che Dio ti conosce e ti comprende, che sei trasparente per lui fino negli angoli più bui, allora perché non può esserci un posto per uno scatto d’ira?  Si potrebbe dire che questa autoriflessione in preghiera crea uno spazio sicura in cui – per un attimo – puoi dare voce ai problemi, anche perché la rabbia non ha l’ultima parola. Perché la persona piena di rabbia alla fine si dà di nuovo a Dio e dice con una voce dolce: “esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore, vedi che non imbocco la strada sbagliata …” ‘Un modo spirituale per dire: Caro Dio scusami, ma avevo bisogno di dare voce a questo sentimento.

Questi empi, o anche peccatori, forse danno voce a un malinteso. Il termine ebraico qui usato (rasja) indica una falsità cosciente, voluta. Quindi non si tratta di incredulità, di altri fedi o di ateismo, non si tratta di persone che pensano religiosamente in un altro modo – ma si tratta di persone che rovinano tutto sapendo che rovinano tutto, cioè lo fanno consapevolmente. Forse non ci sono nemmeno tante persone così, ma queste mandano tutto a rotoli, fanno in modo che una convivenza giusta fra le persone fallisca. Sfacciati, impertinenti, senza scrupoli, senza rispetto. Persone che se ne fregano dei loro prossimi. Sono cose e circostanze che ti rendono furioso.

Di solito il Salmo 139 è attribuito a Davide, ma questo inno mi fa venire in mente Giovanni Battista. Un’altra testa calda che inveisce contro gli istigatori e ipocriti – razza di vipere. Egli grida loro che la scure è pronta, l’albero già marcisce, cade e la pula sarà setacciata dal grano, nel fuoco. Giovanni spera in colui che è mandato da Dio, il Messia, come l’uomo con la scure, il setaccio e il fuoco. È infuocato (infiammato), corre all’impazzato, ma in fondo della sua rabbia si trova un desiderio profondo di integrità e pace. Quel stimolo sfrenato di rabbia è vero, un odio contro tutto ciò che denigra, distrugge, uccide. Uno stimolo di rabbia che noi dovremmo avere con le tante violenze intorno a noi, con tanti attacchi alla giustizia. Ma vuoi che questa rabbia non procura incidenti, allora bisogna fare che questa rabbia sia inserita, integrata in una preghiera. Ma alla fine non con una disclaimer, una clausola di esonero dalla responsabilità, ma con un appuntamento con un life-coach: Dio comprendi mi, conosci il mio cuore, tu sai ciò che mi tormenta, vedi se non imbocco una strada sbagliata e conduci mi sulla via che è eterno.

Questi versetti non solo scomodi, ma sono versetti che chiudono il cuore anziché aprirlo. Possono però, proprio per lo sdegno che suscitano, aprire il cuore a una preghiera di confessione di peccato e pentimento di cui abbiamo proprio un gran bisogno. Possono aprirci a quella realtà che Dio mette davanti a noi, che facciamo fatica a intravedere. Messi a confronto con i nostri limiti, come in uno specchio, faccia a faccia questi versetti per noi possono essere la molla che scatta, che ci introduce nella realtà di Dio. Amen.

 

pred. Greetje van der Veer

 

a me
,

Un Dio delle sorprese

Domenica 15 settembre il culto è stato tenuto dal co-residente portoghese della Conferenza Metodista Europea, ospite della nostra comunità, per il loro incontro annuale bishop Sifredo Texeira.

 

Isaia 55:6-13(8) Nuova Riveduta

6 Cercate il SIGNORE, mentre lo si può trovare;
invocatelo, mentre è vicino.
7 Lasci l’empio la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
si converta egli al SIGNORE che avrà pietà di lui,
al nostro Dio che non si stanca di perdonare.
8 «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il SIGNORE.
9 «Come i cieli sono alti al di sopra della terra,
così sono le mie vie più alte delle vostre vie,
e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.
10 Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano
senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,
affinché dia seme al seminatore
e pane da mangiare,
11 così è della mia parola, uscita dalla mia bocca:
essa non torna a me a vuoto,
senza aver compiuto ciò che io voglio
e condotto a buon fine ciò per cui l’ho mandata.
12 Sì, voi partirete con gioia
e sarete ricondotti in pace;
i monti e i colli proromperanno in grida di gioia davanti a voi,
tutti gli alberi della campagna batteranno le mani.
13 Nel luogo del pruno si eleverà il cipresso,
nel luogo del rovo crescerà il mirto;
ciò sarà per il SIGNORE un motivo di gloria,
un monumento perenne che non sarà distrutto».

 

“Il Dio delle sorprese”Isaia 55:6-13(8)

Cari fratelli, care sorelle, la pace di Gesù sia con tutti voi.

In qualità di Vescovo della Chiesa Metodista in Portogallo, vi porgo i saluti del popolo metodista portoghese che ha iniziato a incontrarsi come tale nel 1854 nel distretto di Porto. In effetti oggi siamo ancora una chiesa minoritaria presente in 5 distretti dei 18 nel paese continentale.

Come uno dei due co-presidenti del Consiglio Metodista Europeo, vi esprimo la nostra gratitudine per averci accolto a Roma per l’incontro annuale e per prendere parte a questo Culto speciale. Possa Dio continuare a benedirvi e proteggervi.

Il Consiglio Metodista rappresenta i molti metodisti nei diversi paesi europei che condividono il vangelo di Gesù nella parola e nell’azione. Un esempio è dato da quanto la Chiesa Metodista e Valdese fa in Italia, inclusa la cura di quei rifugiati che cercano un posto sicuro in cui vivere.

Oggi sono qui per parlare di sorprese.

A quanti di noi piacciono le sorprese?

Dipende, potreste dire. Se sono belle, di solito ci fanno piacere, ma se non sono tanto belle, in generale preferiremmo farne a meno.

Oggi vorrei condividere con voi l’opportunità di riflettere al Dio delle sorprese che è il nostro Dio.

Vi è mai accaduto di essere stati sorpresi da Lui nella vostra vita? Sono sicuro che per la maggior parte di noi o per tutti noi la risposta è sì. In molti casi ne abbiamo gioito e in altri abbiamo incontrato difficoltà e sofferenze, ma alla fine per molti di noi è rimasta gratitudine per tutto ciò che è stato vissuto.

Soffermiamoci su alcune persone sorprese che si trovano nella Bibbia.

Mosè. Il popolo di Israele era schiavo in Egitto e un giorno, quando Mosè meno se lo aspettava, Dio venne a trovarlo e gli disse: “Ho bisogno di te. Vai e guida il mio popolo nella liberazione che ho concesso loro “. Mosè trovò delle scuse ma nessuna fece cambiare il disegno di Dio. “Sei tu quello di cui ho bisogno.”

Conosciamo la storia. Il popolo di Israele fu guidato da Mosè sulla via verso la liberazione dalla schiavitù in Egitto.

Un altro uomo sorpreso. Samuele, il Profeta. Quando fu mandato nella casa di Isai per ungere un nuovo re per il popolo di Israele, pensò che ognuno di quelli che gli erano stati portati davanti potesse essere il re, ma Dio lo sorprese scegliendo quello a cui nessuno pensava. Davide fu portato davanti a Samuele e Dio gli disse: “è lui”.

Sappiamo anche come Davide sia diventato un re importante per il popolo di Israele e anche per tutti coloro che sono diventati credenti nel suo Dio.

Paolo è un’altra sorpresa di Dio. Coloro che lo conoscevano non potevano credere in quello che sarebbe stato chiamato a fare. Perseguitava i cristiani e conobbe Cristo. La sua vita fu cambiata. Il persecutore diventò perseguitato. Era ed è tuttora una grande benedizione di Dio per tutti coloro che credono in Gesù come salvatore.

In questi pochi esempi troviamo un po’ del significato di ciò che Isaia dice nel nome di Dio: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie.”

Anche Gesù fu una sorpresa di Dio. Gli Ebrei si aspettavano un Messia con le caratteristiche che loro ritenevano necessarie per offrire loro la liberazione che stavano attendendo. Cosa invece ha fatto Dio? Ha mandato suo figlio a nascere non in un palazzo, non in un luogo di potere, non tra la gente importante. È nato molto semplice da persone semplici e è stato onorato da coloro che erano discriminati. E quando molti pensarono che avrebbe guidato il popolo in un processo di attuazione del regno di Dio, morì sulla croce. Molti pensavano che fosse la fine, ma la sorpresa è arrivata di nuovo ed è risorto dalla morte, è vivo e chiama tutti a seguirlo.

Il Dio delle sorprese era presente in Gesù. Ricordatevi ad esempio di Zaccheo. Voleva vedere Gesù. Trovò un posto su un albero. Gesù si fermò vicino a dove si trovava e gli disse: “Scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua.” Una incredibile sorpresa fu questa perché la vita di Zaccheo ne fu cambiata.

Ricordatevi di quella donna che aveva un problema di salute e credeva che toccando le vesti di Gesù sarebbe stata guarita. Toccò Gesù e fu guarita ma fu sorpresa quando Gesù chiese: “chi mi ha toccato?” Affrontò Gesù e lo sentì dire: “la tua fede ti ha salvata”.

Molti anni fa, mia moglie ha avuto un difficile problema di salute e vi è stato un tempo in cui anche io pensavo che stesse per lasciarci ma ci sbagliavamo, il Dio delle sorprese ha fatto quello che alcuni non si aspettavano e fu curata e dopo 20 anni sta ancora bene.

Ci sono alcuni di noi che hanno pensato di partecipare alla vita della chiesa solo partecipare alle attività, ma sono rimasti sorpresi quando sono stati chiamati a prendere parte ai ministeri della chiesa. In molti casi la sorpresa ha prodotto un grande cambiamento nella vita. Pensiamo a coloro che hanno dovuto lasciare tutto per adempiere alla loro missione.

Sono stato sorpreso quando ero un ragazzo e da un Missionario in visita alla mia famiglia mi è stato detto: “Dio ti chiamerà per il ministero pastorale”. Ho ascoltato in silenzio. Non sapevo cosa dire. Quello che ricordo fu che dissi a Dio: “se questa è la tua decisione, le cose accadranno naturalmente nella mia vita”. Dopo 4 anni di formazione sono diventato Ministro Metodista, 35 anni fa, e da allora le sorprese hanno continuato ad accadere nella mia vita e ministero. Ho reazioni simili a quelle di Mosè e molte volte dico: “Non posso essere io. Non sono in grado.” Sì, sei tu quello che voglio e sai che sarò sempre con te” è stata la risposta di Dio.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie” dice il Signore.

Anche oggi siamo qui e le sorprese sono già avvenute. Molti di voi non si aspettavano di incontrare così tante persone diverse provenienti da diversi paesi europei. Molti non si aspettavano di ascoltare un predicatore dal Portogallo, che parla inglese per essere tradotto in italiano. Molti di noi non si aspettavano di essere sorpresi da Dio. Di solito diamo per scontato che le cose in chiesa vadano come sono sempre andate.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il Signore”.

Siamo qui per volgere la nostra preghiera a Dio, per essere benedetti per essere una benedizione. Siamo qui per essere sorpresi da Dio.

Qual è la sorpresa che Dio ha portato nella mia vita oggi?

Due settimane fa siamo stati benedetti da Dio con l’ammissione di un nuovo membro nella nostra principale congregazione Metodista locale a Porto, la chiesa di Mirante. Pochi giorni dopo eravamo allo studio biblico settimanale e quella donna era con noi. A un certo momento dell’incontro ha dovuto dire a tutti: “Ho avuto molte cose buone nella mia vita, ma l’esperienza avuta domenica scorsa quando sono stata accolta come membro di chiesa, è stata la migliore. Ho sentito Dio con me. È qualcosa di straordinario che fa la differenza nella mia vita “.

C’è una cosa che non dobbiamo dimenticare ossia: siamo alla presenza di Dio essenzialmente per mostrare la nostra gratitudine, adorarlo, pentirci dei nostri peccati, prestare attenzione alle Sacre Scritture, ascoltare la parola di Dio, invocare la sua benedizione e andare nel suo nome per essere una benedizione per gli altri. In breve, dobbiamo continuare a dire a Dio: “Benedicimi e usami” e le sorprese continueranno ad accadere.

Il Dio delle sorprese continuerà ad agire in modi che non immaginiamo neppure, ma niente e nessuno può impedirgli di costruire il suo regno dove tutti coloro che credono in Lui hanno un posto, dove tutti sono accolti, dove tutti sono importanti, dove tutti godranno del  musica del cielo, dove tutti godranno dell’immenso amore di Dio.

Siate preparati. Le sorprese continueranno. Potreste essere chiamati a fare questo o quello, ad andare qui o là, ad aiutare o a essere aiutato, o anche a vivere ciò che non riuscite nemmeno immaginare.

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore.”

Possa il Dio delle sorprese essere sempre il nostro aiuto.

 

 

 

 

Isaiah 55:6-13(8) (NRSVA)

Seek the Lord while he may be found,
call upon him while he is near;
let the wicked forsake their way,
and the unrighteous their thoughts;
let them return to the Lord, that he may have mercy on them,
and to our God, for he will abundantly pardon.
For my thoughts are not your thoughts,
nor are your ways my ways, says the Lord.
For as the heavens are higher than the earth,
so are my ways higher than your ways
and my thoughts than your thoughts.

10 For as the rain and the snow come down from heaven,
and do not return there until they have watered the earth,
making it bring forth and sprout,
giving seed to the sower and bread to the eater,
11 so shall my word be that goes out from my mouth;
it shall not return to me empty,
but it shall accomplish that which I purpose,
and succeed in the thing for which I sent it.

12 For you shall go out in joy,
and be led back in peace;
the mountains and the hills before you
shall burst into song,
and all the trees of the field shall clap their hands.
13 Instead of the thorn shall come up the cypress;
instead of the brier shall come up the myrtle;
and it shall be to the Lord for a memorial,
for an everlasting sign that shall not be cut off.

 

The God of surprises” – Isaiah 55:6-13(8) (NRSVA)

Dear sisters and brothers, may the peace of Jesus be with you all.

Being the actual Bishop of the Methodist Church in Portugal I bring you greetings from the portuguese Methodist people who started meeting as such in 1854 in the Porto District. Actually we are still a minority Church present in 5 districts of the 18 in the continental country.

Being one of the two co-Chairs of the European Methodist Council I bring you our gratitude for welcoming us in Rome for the annual meeting and to take part in this very special Worship Service. May God continue blessing you and keeping you.

The Methodist Council represents the many Methodists in the European different countries who share the gospel of Jesus with what is said and with what is done. One example we have is what the Methodist and Valdensian Church has been doing in this country that includes the care of those refugees looking for a safe place to live.

I am here today to speak about surprises.

How many of us enjoy surprises?

Depends can you say. If they are good normally we enjoy but if they are not so good, we tend to prefer not have those.

Today I am bringing you the opportunity to think about the God of surprises who is our God.

Weren’t you surprised by Him in your life? I am sure that for the most of us or for all of us the answer is yes. In many of them we enjoyed and in some others there were difficulties and some suffering but in the end there was for many of us gratitude for all that was lived.

Let us for a moment think of some surprised people we find in the Bible.

Moses. The people of Israel were in Egypt being slaves and one day, when Moses wasn’t expecting, God came to see him and told him: “I need you. Go and lead my people in the liberation I have for them.” Moses found excuses but none of them changed God’s mind. “That’s you that I need.”

We know the story. The people of Israel was led by Moses in the way to be liberated from the Egyptian slavery.

Another man surprised. Samuel, the Prophet. When he was sent to the house of Jesse to anoint a new king for the people of Israel, he thought that each one of those who were brought before him could be the King but God surprised him choosing the one that nobody thought about. David was brought before Samuel and God told him: “that’s the one.”

We know also how David became an important King for the people of Israel and also for all those who became believers in his God.

Paul is another surprise from God. Those who knew him couldn’t believe in what he was to be called to be doing. He was persecuting Christians and met Christ. His life was changed. The persecutor became persecuted. He was and still is a great blessing from God for all of those who believe in Jesus as savior.

In these few examples we find a bit of the meaning of what Isaiah was saying in God’s name: “My thoughts are not your thoughts. My ways are not your ways.”

Even Jesus was a surprise from God. The Jews were expecting a Messiah with the characteristics they thought were necessary to give them the liberation they were looking for. What was done by God? Sent his son to be born not in a palace, not in a power place, not amongst the important ones. He came very simple to be born from simple people and celebrated by those who were discriminated. And when many thought he was going to lead the people in a process of implementing the kingdom of God, he died on the cross. Many thought was the end but the surprise came again and he rose from the dead and is alive calling everybody to follow him.

The God of surprises was present in Jesus. Remember for example Zacchaeus. He wanted to see Jesus. He found a place in a tree. Jesus stopped close to where he was and told him: “Come down. I want to be with you in your house.” An amazing surprise was this because the life of Zacchaeus was changed.

Remember that woman that had a health problem and believed that touching the garments of Jesus was the way to be cured. She touched Jesus and was cured but she was surprised when Jesus asked: “who did touch me?” She faced Jesus and heard him telling her: “was your faith that saved you.”

Many years ago, my wife had a difficult health problem and there was a time that even me thought she was about to leave us but we were wrong, the God of surprises did what for some wasn’t expected and she was cured and after 20 years she is still well.

There are those of us that thought were to be taking part in the church life just to be there in the activities but were surprised when were called to take part in the ministries of the church. In many cases the surprise made a big change in the life. Thinking in those that had to leave everything to accomplish their mission.

I was surprised when I was a young boy and through a Missionary visiting my family I was told: “God will call you for the pastoral ministry.” I heard in silence. I didn’t know what to say. What I remember was me telling to God: “if this is your decision, things will happen naturally in my life.” After 4 years training I started being a Methodist Minister, 35 years ago and since then the surprises continued happening in my life and ministry. I have reactions a bit like Moses and many times I say: “Can’t be me. I am not able.” “Yes, that’s you I want and you know that I will be always with you” has been the answer from God.

“My thoughts are not your thoughts and my ways are not your ways” says God.

Even today we are here and the surprises happened already. Many of you were not expecting to meet so many different people from different European countries. Many weren´t expecting to have a preacher from Portugal, speaking in English to be translated for Italian. Many of us weren´t expecting to be surprised by God. Usually we assume things in Church will happen as ever.

“My thoughts are not your thoughts, says the Lord, and my ways are not your ways.”

We are here to bring our worship to God, to be blessed to be a blessing. We are here to be surprised by God.

What is the surprise God brought to my life today?

Two weeks ago we had the blessing from God of receiving a new member in our main local Methodist congregation in Porto, the Mirante church. Few days later we were in the weekly Bible study and that woman was with us. At certain time of the meeting she had to tell everybody: “I had many good things in my life but the experience I had last Sunday when I was received as member of the church, was the best one. I felt God with me. That’s something extraordinary that makes the difference in my life.”

There is one thing we can’t forget that is: we are in the presence of God essentially to show our gratitude, to worship him, to repent from our sins, to give attention to the holy Scriptures, to listen the word of God, to seek his blessing and to go in his name to be a blessing for others. In short we must keep saying to God: “Bless me and use me” and the surprises will continue happening.

The God of surprises will continue acting in ways we even have no idea but nothing and nobody can stop him building up his kingdom where all that believe in him have a place, where all are welcomed, where all are important, where all will enjoy the music of heaven, where all will enjoy the immense love of God.

Be prepared. The surprises will continue. You may be called to do this or that, to be here or there, to help or to be helped, or even to live what you even can’t imagine.

“My thoughts are not your thoughts, says the Lord, and my ways are not your ways.”

May the God of surprises be always our helper.

 

Guarigione di uno zoppo

Atti 3,1-10 Guarigione di uno zoppo

 

1Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, 2 mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella», per chiedere l’elemosina a quelli che entravano nel tempio. 3 Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, egli chiese loro l’elemosina. 4 Pietro, con Giovanni, fissando gli occhi su di lui, disse: «Guardaci!» 5 Ed egli li guardava attentamente, aspettando di ricevere qualcosa da loro. 6 Ma Pietro disse: «Dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» 7 Lo prese per la mano destra, lo sollevò; e in quell’istante le piante dei piedi e le caviglie gli si rafforzarono. 8 E con un balzo si alzò in piedi e cominciò a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 9 Tutto il popolo lo vide che camminava e lodava Dio; 10 e lo riconoscevano per colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta «Bella» del tempio; e furono pieni di meraviglia e di stupore per quello che gli era accaduto.

Sermone:
Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
Il testo della predicazione che ha proposto il nostro libretto “un giorno una parola” per questa domenica è tratto dal libro degli atti degli apostoli al cap. 3 versetti da uno a dieci. È un episodio incentrato sulla guarigione di un uomo nato zoppo. Mentre egli si era messo di consuetudine davanti alla porta chiamata “BELLA” per chiedere l’elemosina, collocandosi giustamente lì per poter essere visto dagli uomini e dalle donne prima che entrassero al tempio per pregare, Giovanni e Pietro si accordarono di andare a pregare all’ora nona, alle tre del pomeriggio. Fu così che si sono tutti incontrati.

L’ora nona ci ricorda quando Gesù era stato appeso sulla croce. Egli rivolse la sua preghiera di lamento a Dio, in cui disse: “Eli, Eli lama sabactani?”, che vuol dire: “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,45-46; Marco 15,34). Per quanto era importante ricordare, L’ora nona viene adottato anche dagli apostoli come il momento per rivolgere la loro preghiera, con diverse richieste, a Dio affinché fossero esaudite. Luca, l’autore del libro degli atti degli apostoli, aveva probabilmente collocato all’inizio, il racconto di questo episodio miracoloso per sottolineare l’invio in missione dei discepoli di Gesù Cristo dopo che fu salito al Padre. Pietro e Giovanni erano stati proprio mandati ad annunciare l’evangelo in Gesù Cristo e con il loro incontro con l’uomo zoppo furono messi alla prova di dare testimonianza di colui che aveva conferito il loro mandato. “Andate dunque e fate i miei discepoli […]” Matteo 28,19-20

Così, gli apostoli dissero a lui, fissandogli negli occhi: «Guardaci!»
Poi Pietro gli disse: «Dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» Pietro e Giovanni giustamente si resero conto che di fronte alla condizione umana dell’uomo storpio di nascita, non ebbero niente in mano che potesse guarirlo se non dare la loro testimonianza, evocando il nome di Gesù Cristo, il Nazareno. Tuttavia, in Dio, attraverso il figlio Gesù Cristo dato per la loro salvezza, essi sperimentarono la guarigione, non solo quella fisica dell’uomo nato zoppo che poté poi camminare, ma anche quella spirituale di quelli presenti nel tempio, rimasti in stupore per ciò che è accaduto.
Così CHIAMARE il nome di Dio SIGNIFICA per loro invocare l’unico che possa intervenire con la sua potenza di risanare tutta l’anima e il corpo dell’uomo con handicap. Questa dichiarazione degli apostoli è fondata dalla loro convinzione, è la loro confessione di fede, il frutto del vissuto, della loro esperienza con il loro Maestro, il loro Rabbi. <<e voi, che dite che io sia>>? Chiese ai suoi discepoli. Simon Pietro gli rispose: << Sei tu il Cristo, il figlio del Dio vivente>>Matteo 16,15-16. Fino adesso questa domanda e risposta è ancora validissima per distinguere chi è il testimone vero, colui che crede e che si rende partecipe avendo visto nella persona di Gesù le opere di Dio.

Leggendo tutto il capitolo del vangelo di Giovanni 9, in cui viene narrato l’episodio famoso dell’uomo nato cieco, ci dà l’occasione di trovare il nesso, un parallelismo, con il testo che oggi stiamo analizzando. Troviamo che la loro radice comune sta nel modo in cui la guarigione di entrambi sia avvenuta; l’uomo cieco e l’uomo zoppo erano stati guariti perché Dio aveva operato attraverso i suoi inviati, prima Gesù poi gli apostoli. I versetti dal 2 al 5 al cap. 9 di Giovanni leggiamo: “I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; (la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo,) io sono la luce del mondo”.
Gesù guarì l’uomo nato cieco davanti ai suoi discepoli poiché così a loro volta se lo ricordassero con questo intento di dare testimonianza che Dio manifesta le sue opere laddove l’uomo non avrebbe più potuto vivere una vita normale, come l’uomo cieco, l’uomo zoppo, l’uomo sordomuto, coloro che non avevano più la speranza di poter vivere autonomamente come gli altri. Pietro e Giovanni furono messi alla prova per dare testimonianza della potenza di Dio che in Gesù, il loro maestro, avevano assistito, vedendolo all’opera.

Permettetemi di dire attraverso questo racconto e quello di Giovanni cap. 9, “il nato cieco”, che Dio per mezzo di Gesù il Cristo (il suo mandato guaritore) si compiace nel fare la sua volontà nei confronti degli uomini e delle donne, a patto che si ricordino del suo ESSERE per loro. Devono ricordare che per cambiare la condizione della loro vita e di ogni uomo, devono essere loro i primi a testimoniare la verità e il fondamento del loro credo. Dio era entrato così nella vita dei primi credenti e seguaci della nuova Via, fatta dagli insegnamenti di Gesù Cristo nell’era della Pentecoste, il tempo del dono dello Spirito Santo.
Nel vangelo di Marco al cap. 7, ciò che abbiamo letto e ascoltato confermava le opere di Gesù attraverso le testimonianze, pieni di stupore, degli infermi per la loro guarigione e interventi di successo, dicendo: << Egli ha fatto ogni cosa bene; sordi li fa udire, e i muti li fa parlare >> Mc. 7,37

Giacomo dice: << la preghiera della fede (sottointeso dell’uomo credente) salverà il malato>>Gc. 5,15; la preghiera del giusto (sottointeso dell’uomo credente) ha una grande efficacia>> 5,16. Che cos’è allora la preghiera? Perché la Potenza di Dio emana quando il credente prega? Perché Dio vuole essere riconosciuto Colui che può donare tutto il bene, che ogni uomo ne riceve e ne gode. La preghiera precede le conversioni, precede le manifestazioni di ogni promessa di Dio e precede ogni miracolo. Perciò l’ora della preghiera è importante!
Quali sono i piccoli momenti in cui attraverso i nostri occhi abbiamo avuto la sensazione di un effetto positivo all’altro? Pensiamo alle volte in cui abbiamo manifestato uno sguardo amorevole? Pensiamo uno sguardo di commozione? Pensiamo ad uno sguardo compassionevole? Pensiamo alle volte in cui abbiamo manifestato la nostra fede che suscita bontà e che gli altri l’hanno percepito come veramente contagiosa?
La fede guarisce. La potenza della guarigione si esperimenta tra l’incontro degli uomini che con la fede e la fiducia ogni richiesta verrà accolta. Dio ascolta ed esaudisce le nostre preghiere perché possiamo conoscere per primo i suoi interventi miracolosi.
Per chi vuole essere un Suo testimone bisogna ricordarsi sempre ed essere consapevoli e coscienti di saper pregare a Colui che può tutto, laddove le forze umane risultano inutili. Siamo totalmente dei mendicanti, come questo uomo zoppo, spronati a pregare per una manifestazione di un intervento di guarigione di Dio. Infatti, M. Lutero morendo, diceva: <<Siamo tutti mendicanti >>; non vuol dire che siamo dei miserabili; vuol dire che l’essenziale, cioè la vita, la salvezza, la vita eterna, le possiamo soltanto ricevere. la fede non è una specie di impegno o di lotta che sarà ricompensata, non è un pagamento anticipato o posticipato. Fede è accettare da Dio la sua grazia come un neonato accetta dalla mamma nutrimento e affetto.

Domenica scorsa il past. Luca Baratto ha parlato della manna che aveva avuto i figli di Israele. Dio li aveva provveduto come segno della sua presenza in quanto compagno del loro cammino. Per mezzo della fede ci fu spiegata che solamente la giusta e sufficiente quantità veniva dato al credente per dare testimonianza e che l’uomo deve imparare ad avere fiducia di Colui che gli donerà tutto per fargli vivere giorno per giorno.
La grazia di Dio è la manna che viene data ogni giorno laddove uno possa sentire soddisfatto.
Noi dobbiamo imparare a leggere la nostra storia personale con Dio trino attraverso la lettura della sacra scrittura per poter testimoniare, e per essere dei fedeli testimoni.

Smettiamo di trattare Dio come se fosse un nostro benefattore di ogni nostri desideri. Anzi impariamo a cercarlo laddove il suo intervento straordinario sia manifestato e in conseguenza suscitando stupore e glorificazione del suo Nome. Dio deve parlare attraverso le opere delle nostre mani, bocche, orecchie. La porta Bella dove si trovava l’uomo zoppo e che infine fu sollevato da lì poiché era guarito tramite l’incoraggiamento dei credenti ad alzarsi, potrebbe essere una nostra ispirazione, nel sollevare gli altri vincendo le nostre incredulità. Aprire la porta del nostro tempio, è come aprire i nostri cuori per accogliere chiunque. Abbiamo bisogno di questo luogo per dare una svolta alla nostra continua trasformazione, quella conversione che è sempre pronta a ricevere Dio e a confessarlo.

Le preghiere di Pietro e di Giovanni, le nostre preghiere sono rivolte a Dio soprattutto per coloro che sono senza Dio, senza Cristo Gesù, senza lo Spirito Santo. Coloro che non sentono di credere in Dio, coloro che non sentono di aver bisogno della chiesa. Fuori della comunità cristiana ci sono quelli che non vivono o non provano la presenza dell’altro. Noi invece possiamo, se vogliamo. Ci viene offerto continuamente. Spero che guardiamo il nostro prossimo, il nostro vicino come avrebbe voluto che lo facessimo. Ebbene chi è un testimone di Dio? Chi, dunque, riesce a far alzare, o a far camminare un altro uomo come fecero gli apostoli? I credenti, coloro che seguono il loro maestro Gesù Cristo. Essi sono i testimoni di oggi perché Dio opera ancora.
Chi siamo noi?

Preghiamo:
Strada facendo laddove l’incontro avviene, laddove non ce l’aspettavamo la nostra preghiera si realizza, come il racconto della guarigione dell’uomo nato zoppo.
Signore Dio, guarda noi!
Signore, guardaci.
Abbi misericordia di noi, noi che manchiamo e pecchiamo continuamente.
Facci esperimentare per primo il tuo sguardo amorevole.
Facci esperimentare la potenza della tua mano capace di rialzarci, cosicché noi a nostra volta possiamo rialzare chi giace, chi rimane immobile e paralizzato a causa delle difficoltà che ci assalgano continuamente.
Facci esperimentare ancora la gioia di essere chiamato a testimoniare la tua volontà, questo è il servizio che abbiamo da te e in te ricevuto. Serviti di noi. Amen.

Past. Joylin Galapon

Prendersi cura

Esodo 16: 1-5

1Tutta la comunità dei figli d’Israele partì da Elim e giunse al deserto di Sin, che è tra Elim e il Sinai, il quindicesimo giorno del secondo mese dopo la loro partenza dal paese d’Egitto. 2Tutta la comunità dei figli d’Israele mormorò contro Mosè e contro Aaronne nel deserto. 3I figli d’Israele dissero loro: «Fossimo pur morti per mano del SIGNORE nel paese d’Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!» 4Allora il SIGNORE disse a Mosè: «Ecco, io farò piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà e ne raccoglierà ogni giorno il necessario per la giornata; così lo metterò alla prova e vedrò se cammina o no secondo la mia legge. 5Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che hanno portato a casa, dovrà essere il doppio di quello che raccolgono ogni altro giorno»

 

Neemia 9: 9-17

9Tu hai visto l’afflizione dei nostri padri in Egitto e hai udito il loro grido presso il mar Rosso. 10 Hai operato miracoli e prodigi contro il faraone, contro tutti i suoi servi, contro tutto il popolo del suo paese, perché sapevi che essi avevano trattato i nostri padri con prepotenza. Così ti sei fatto un nome come quello che hai in questo giorno.11Hai aperto il mare davanti a loro, ed essi sono passati in mezzo al mare all’asciutto; tu hai gettato nell’abisso quelli che li inseguivano, come una pietra in fondo ad acque vorticose. 12Di giorno li guidavi con una colonna di fuoco per illuminare loro il cammino da percorrere. 13 Sei sceso sul monte Sinai e hai parlato con loro dal cielo dando loro prescrizioni giuste e leggi di verità, buoni precetti e buoni comandamenti. 14Hai fatto loro conoscere il tuo santo sabato, e hai dato loro comandamenti, precetti e una legge per mezzo di Mosè, tuo servo. 15Davi loro pane dal cielo quand’erano affamati, e facevi scaturire acqua dalla roccia quand’erano assetati, e hai detto loro che andassero a prendere possesso del paese che avevi giurato di dar loro. 16Ma i nostri padri si sono comportati con superbia, irrigidendo i loro colli, e non ubbidendo ai tuoi comandamenti. 17 Hanno rifiutato di ubbidire, e non si sono ricordati delle meraviglie da te fatte in loro favore; e hanno irrigidito i loro colli e, nella loro ribellione, si sono voluti dare un capo per tornare alla loro schiavitù. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, misericordioso, pieno di compassione, lento all’ira e di gran bontà, e non li hai abbandonati.

 

Care sorelle, cari fratelli, vi sarà certamente capitato di trovarvi alla posta in una fila che non scorre, o alla fermata di un autobus che non arriva, o in un ufficio pubblico dove nessuno sa darvi le informazioni che cercate. Esperienze di esasperante quotidianità, già spiacevoli di per sé che però possono diventare ancora peggiori se in quella fila immobile, o tra quei viaggiatori che scrutano l’orizzonte in attesa dell’889 o dell’892, o nel rimpallo tra uno sportello e l’altro, c’è chi allieta tutti i malcapitati presenti mugugnando. Peggio di una fila interminabile c’è chi di quella fila si lamenta.

Oh, intendiamoci, si parte sempre da cose serie e verissime: da luoghi pubblici non pensati per il cittadino, dalla burocrazia ottusa, dalle aziende pubbliche gestite per il bene di pochi; per finire però agli impiegati lavativi, ai politici che rubano all’onesta gente comune, ai migranti che mettono a rischio il nostro welfare, fino alle mezze stagioni che non ci sono più, però forse anche il cambiamento climatico è una bufala dei “professoroni” e degli “scienziatoni” (si dirà così…?).

Insomma, tra chi si lamenta per esasperazione, c’è invece chi indulge nel mugugno, si compiace, nell’alzare la voce per chiedere soluzioni a cui non intende minimamente contribuire.

Vi si sembrerà strano ma questo atteggiamento c’è anche nella Bibbia ed è definito con un termine tecnico: mormorio. Anzi, mormorazione. Un rumore di fondo che agita il popolo d’Israele nell’Esodo, nella traversata del deserto, si gonfia e si sgonfia come un’onda, raccoglie indifferentemente bisogni e rancori, minaccia di trasformarsi in aperta rivolta.

Anche in questo caso, i mormorii partono da preoccupazioni più che fondate. Il deserto – dove gli israeliti si trovano dopo aver attraversato il mar Rosso, essersi lasciati alle spalle la schiavitù d’Egitto e in marcia verso la terra promessa – è un luogo capace di mettere a rischio la sopravvivenza umana. Che cosa berremo? Che cosa mangeremo? Sopravvivremo a questa marcia verso la libertà?

Queste sono le domande, legittime, degli israeliti che però, proseguono: ne vale la pena? Non dovremmo forse tornare indietro? Mosè e Aronne che ci guidano vogliono davvero il nostro bene? Questo Dio che ci ha liberato, c’è o non c’è?

La malevolenza in cui scivolano i mormorii del popolo è evidenziata dal modo distorto in cui viene ricordato il passato. Era meglio rimanere in Egitto – dicono gli israeliti – dove la schiavitù ci garantiva pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi invece ci avete portato fin qui per farci morire; Dio ci ha liberati perché ci odia (Deuteronomio 1:27).

E’ davvero difficile solidarizzare con questo popolo, eppure … eppure dovremmo! Eppure, Dio lo fa, vede il bisogno prima della malevolenza; vede la preghiera prima della mancanza di fede; ascolta il lamento – che nella Bibbia è una forma di orazione – prima del mugugno.

Questa gente ha bisogno di acqua, di cibo, di beni di primissima necessità; ed ha anche bisogno di sapere chi è Dio. E il Signore non si sottrae, vuole mostrarsi per quello che è: colui che ha cura del suo popolo. Ha risposto al grido d’Israele schiavo in Egitto, risponde anche adesso al grido d’Israele nel deserto.

Dio decide di considerare questa prima mormorazione d’Israele come una preghiera, perché in fondo, la disperazione, l’ansia, il non vedere una via d’uscita, il non sapere in questo frangente Dio dov’è, sono tutti ingredienti della preghiera.

E decide di rispondere sul pane quotidiano: “Ecco, io farò piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà e ne raccoglierà ogni giorno il necessario per la giornata”. E qualche versetto più in giù: “Io ho udito i mormorii dei figli d’Israele; parla loro così: Al tramonto mangerete carne e domattina sarete saziati di pane; e conoscerete che io sono il Signore, il vostro Dio“.

Dio risponde con la manna, il pane che scende dal cielo e, anche se la cosa non è quasi mai ricordata, anche con le quaglie – la razione quotidiana di proteine. Dio cammina con il suo popolo, ma il popolo cammina con il suo Dio? Il testo biblico ci dice, infatti, che la discesa della manna non è solo un dono, ma anche una prova per verificare se gli israeliti camminano con il loro Signore. E qui è tutta un’altra storia.

E’ perché abbiamo urlato forte che siamo stati ascoltati! -, devono aver pensato i mormoranti. E’ perché abbiamo messo in questione Mosè e Dio stesso, che l’uno e l’altro si sono curati di noi! E così hanno ogni volta rilanciano fino a trasformare il loro bisogno in mancanza di fede, la preghiera in sfida, il mormorio in rivolta armata che rischierà di far finire nella desolazione del deserto la storia di Israele.

L’infedeltà del popolo sta nel suo mormorio, nella malevolenza delle sue rivendicazioni, nell’incapacità di leggere la realtà con strumenti diversi dalla propria pancia, dalle proprie paure, dalle esigenze di corto respiro.

La gloria del Signore invece si manifesta nel prendersi cura; nell’udire la voce del suo popolo, ripulendola della malevolenza che vi rimane appicciata; nel rispondere ai bisogni; nel camminare insieme al suo popolo; nel guidarlo nel deserto. E’ di questa benevolenza e di questo progetto di futuro e di salvezza – e non dei nostri mugugni e mormorii – che anche noi possiamo vivere. Amen.

Past. Luca Baratto

 

 

Exodus 16: 1-5 (NRSVA)

The whole congregation of the Israelites set out from Elim; and Israel came to the wilderness of Sin, which is between Elim and Sinai, on the fifteenth day of the second month after they had departed from the land of Egypt. The whole congregation of the Israelites complained against Moses and Aaron in the wilderness. The Israelites said to them, ‘If only we had died by the hand of the Lord in the land of Egypt, when we sat by the fleshpots and ate our fill of bread; for you have brought us out into this wilderness to kill this whole assembly with hunger.’4 Then the Lord said to Moses, ‘I am going to rain bread from heaven for you, and each day the people shall go out and gather enough for that day. In that way I will test them, whether they will follow my instruction or not. 5 On the sixth day, when they prepare what they bring in, it will be twice as much as they gather on other days.’

 

Nehemiah 9:9-17 (NRSVA)

9 ‘And you saw the distress of our ancestors in Egypt and heard their cry at the Red Sea.[a] 10 You performed signs and wonders against Pharaoh and all his servants and all the people of his land, for you knew that they acted insolently against our ancestors. You made a name for yourself, which remains to this day. 11 And you divided the sea before them, so that they passed through the sea on dry land, but you threw their pursuers into the depths, like a stone into mighty waters. 12 Moreover, you led them by day with a pillar of cloud, and by night with a pillar of fire, to give them light on the way in which they should go. 13 You came down also upon Mount Sinai, and spoke with them from heaven, and gave them right ordinances and true laws, good statutes and commandments, 14 and you made known your holy sabbath to them and gave them commandments and statutes and a law through your servant Moses. 15 For their hunger you gave them bread from heaven, and for their thirst you brought water for them out of the rock, and you told them to go in to possess the land that you swore to give them.

16 ‘But they and our ancestors acted presumptuously and stiffened their necks and did not obey your commandments; 17 they refused to obey, and were not mindful of the wonders that you performed among them; but they stiffened their necks and determined to return to their slavery in Egypt. But you are a God ready to forgive, gracious and merciful, slow to anger and abounding in steadfast love, and you did not forsake them.

 

Dear sisters, dear brothers,

you will certainly have found yourself at the post office in a queue that is not moving, or at a bus waiting for a bus that does not arrive, or in a public office where no one can give you the information you are looking for. Exasperating daily life experiences, already unpleasant in themselves but which can become even worse if in that motionless queue, or among those travellers who search the horizon waiting for the 889 or 892, or in the back and forth between an office and the other, you get someone cheering up all the unfortunate bystanders by  complaining. Worse than an endless queue, are those who complain about that queue.

Oh, mind you, we always start with serious and very true statements: public offices not respectful of citizen’s needs, dull bureaucracy, public companiesrun for the good of the few; to end up, however, with comments on “public officers are all slackers”, “politicians steal from the honest common people”, “migrants put our welfare at risk”, up to “traditional seasons no longer exist”, but perhaps also “climate change is a hoax invented by phony scientists and big brains”.

In short, among those who complain in exasperation, there are those who indulge in grumbling, who are pleased to raise their voices to ask for solutions that they do not intend to contribute in the least.

It will seem strange to you but this attitude is also present in the Bible and is defined by a technical term: complaint, murmur, better: murmuring. A background noise that stirs the people of Israel in the Exodus, during the crossing of the desert, swells and deflates like a wave, collects indifferently needs and rancour, threatens to turn into open revolt.

In this case too, murmurs start with more than founded concerns. The desert – where the Israelites find themselves after having crossed the Red Sea, having left behind the slavery of Egypt and marching towards the promised land – is a place capable of endangering human survival. What will we drink? What will we eat? Will we survive this march towards freedom?

These are the legitimate questions of the Israelites who, however, go on: is it worth it? Should we not go back? Do our guides Moses and Aaron really want our good? This God who has freed us, is he or is he not?The malevolence in which the murmurs of the people slip is highlighted by the distorted way in which the past is remembered. It would have been better to stay in Egypt – say the Israelites – where slavery guaranteed us pots full of meat and we ate bread to satiety! But you brought us here to die; God has delivered us because he hates us (Deuteronomy 1:27). It is really difficult to show solidarity with this people, yet … yet we should! And yet, God does, He sees its need instead of its ill will; He sees its prayer instead of its lack of faith; He listens to its lamentations – which in the Bible is a form of prayer – instead of its grumbling.These people need water, food, first necessity goods; and they also needs to know who God is. And the Lord does not withdraw, he wants to show himself for what he is: He who takes care of his people. He responded to the cry of enslaved Israel in Egypt, he also responds now to the cry of Israel in the desert.God decides to consider this first murmur of Israel as a prayer, because in the end, despair, anxiety, not seeing a way out, not knowing where God is in this situation, are all ingredients of prayer.And he decides to answer on the daily bread: Behold, “I am going to rain bread from heaven for you, and each day the people shall go out and gather enough for that day”. And some verses further down: “I have heard the complaining of the Israelites; say to them: At twilight you shall eat meat, and in the morning you shall have your fill of bread; then you shall know that I am the Lord your God.”God responds with manna, the bread that comes down from heaven and, even if it is hardly ever remembered, even with quails – the daily protein ration. God walks with His people, but does the people walk with its God? The biblical text tells us, in fact, that the descent of the manna is not only a gift, but also a test to see if the Israelites walk with their Lord. And here we come to a whole different story.It’s because we screamed loudly that we were heard! -, the murmuring people must have thought. It is because we have questioned Moses and God himself, that both of them took care of us! And so they have each time raised the bar and transformed need in absence of faith, prayer in defiance, complaint in armed revolt that will risk ending the history of Israel in the desolation of the desert.The infidelity of the people lies in its murmur, in the malevolence of its claims, in the inability to read reality with tools different from its basic instincts, from its fears, from short-term needs.The glory of the Lord manifests itself in caring; in listening to the voice of His people, depurating it of its malevolence; in responding to needs; in walking together with his people; in driving it into the desert. It is of this benevolence and this project of future and salvation – and not of our complaints and murmurs – that we too can live. Amen.

Past. Luca Baratto

E’ la nostra storia

Atti 6 1-7 – Appoggio 1 Corinzi 12 7-10

Istituzione dei diaconi
1 In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell’assistenza quotidiana. 2I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. 3 Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4 Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola».
5 Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia. 6 Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7 La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche un gran numero di sacerdoti ubbidiva alla fede.

7Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. 8 Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; 9 a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; 10 a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l’interpretazione delle lingue; 11 ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.

Il libro degli Atti degli Apostoli è uno dei miei punti di riferimento preferiti quando si tratta di predicare,

i grandi racconti dell’Antico Testamento ci descrivono l’intervento di Dio nel mondo e il suo rapporto con l’uomo e sono ricchi di spunti anche per noi uomini tecnologici del XXI secolo, alcuni sono fantastici ed altri poco proponibili nella nostra società così differente ma restano sempre dei momenti molto utili per i credenti.

I testi del Nuovo Testamento che ci raccontano la presenza viva e pulsante di Gesù Cristo il Salvatore fra gli uomini e le donne sono ovviamente la base della nostra fede,

attraverso la descrizione dei miracoli operati dal Maestro, delle parabole da lui raccontate, delle sue parole e dai suoi gesti descritti nei vangeli noi siamo quelli che siamo oggi, sia come singoli credenti sia come comunità sia come chiesa organizzata.

Ed ancora le lettere di Paolo e degli altri scrittori che ci hanno tramandato le interpretazioni dell’opera di Gesù e le indicazioni per metterla in pratica in questa nostra società,

ci hanno messi in guardia verso i possibili errori in cui le chiese possono cadere e verso peccati e mancanze che l’animo umano non sempre riesce a tenere lontani.

Gli Atti degli Apostoli sono però una storia particolare, una bellissima e commovente storia, la storia di come la chiesa cristiana è nata, ha superato le prime difficoltà ed ha saputo iniziare l’opera di missione indicata da Gesù ai suoi discepoli.

E’ la storia di uomini e donne, si anche donne !!!, che hanno creduto nel Figlio di Dio, spesso senza averlo visto come noi, e che hanno deciso di impegnarsi per far conoscere le sue parole al mondo.

Il libro degli Atti è la storia di uomini e donne che hanno fatto una scelta e che nelle loro umane debolezza hanno cercato di portare avanti nel tempo.

E’ la storia di uomini e donne che arriva fino ad oggi qui in questa chiesa e che però prosegue domani e fino a che Nostro Signore vorrà nel futuro di questo mondo.

E’ la quindi anche la nostra storia fratelli e sorelle,

o meglio noi siamo un capitolo di questa storia, speriamo non l’ultimo, di quel libro, noi siamo il capitolo da aggiungere alla storia della chiesa, certo nessuno inserirà le vicende della chiesa di Roma XX Settembre, di Villa San Sebastiano, di Terni alla fine degli Atti nel canone Biblico

ma d’altra parte neanche Martin Lutero, John Wesley o Luther King ne hanno uno ma è indubbio che le loro vicende siano a tutti gli effetti “storia della chiesa”.

Insomma fratelli e sorelle, il libro degli Atti è la storia della nostra chiesa e come tale ci suggerisce molti spunti di riflessione perché alla fine l’animo umano è cambiato poco in questi secoli,

certo la società in cui le comunità si muovono è molto differente, la scolarizzazione, la comprensione di molti fenomeni naturali e no, la tolleranza sono del tutto differenti da allora ma se leggiamo oltre questi aspetti diciamo così “sociali” ci accorgiamo che poco è cambiato nell’ambito dei rapporti umani e dei rapporti con gli altri.

Di questo brano, che apre il sesto capitolo, possiamo intanto dire che normalmente si legge come la “presentazione” (fra virgolette) di Stefano, il primo martire della chiesa la cui vicenda è meglio narrata nel capitolo successivo che tutti noi ben conosciamo

e quindi viene velocemente narrato soffermandosi sulle vicende successive

oppure la riflessione si sofferma sul fatto che in questo brano vengono ufficialmente nominati, per la prima volta, i diaconi, ovvero i membri di una chiesa specificatamente consacrati per l’assistenza ai malati ed ai poveri.

Questa parte del testo, per noi di tradizione Metodista, è molto interessante essendo la diaconia nella società una parte molto importante se non distintiva del nostro modo di essere chiesa nel mondo.

Domandiamoci quindi perché in quella che ci viene descritta come una comunità ideale in cui molti (non proprio tutti se ricordiamo l’episodio di Saffira e Anania) mettono in comune i beni in vista di un ritorno di Gesù e dell’instaurazione del Regno dei Cieli

In una comunità che sembra essere quasi una prima realizzazione del regno di Dio in terra, in questo gruppo di credenti

“sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell’assistenza quotidiana”

Chi fossero gli ellenisti in quella particolare situazione non è chiaro, una delle ipotesi più attendibili teorizza che molti ebrei della diaspora tornassero a Gerusalemme in tarda età per vivere gli ultimi loro giorni vicino al tempio nella terra dei loro padri e lì seppelliti, le loro vedove non avendo famiglie alle spalle si trovavano in difficoltà alla morte dei mariti e appunto non avevano di che sostenersi.

Il fatto che venga citata l’assistenza quotidiana fa intendere che si trattasse proprio del pane per sopravvivere tutti i giorni.

Le vedove degli ebrei cioè di coloro che non si erano mai mossi dalla Palestina avevano quella che noi oggi chiamiamo “rete familiare” a sostenerle con la propria solidarietà e non versavano nella maggior parte dei casi in gravi problemi si sussistenza.

Anche nella comunità iniziale di Gerusalemme esistevano dunque gruppi o tendenze diverse ma questo non gli impediva di essere estremamente efficaci nella predicazione se il versetto sette ci dice che: “La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme”.

Sembra invece che l’assistenza ai deboli non fosse appunto uguale per tutti, che potessero quindi esistere delle discriminazioni a seconda del gruppo a cui di apparteneva.

Per risolvere questa situazione gli apostoli che secondo la definizione del testo sono tutti “Ebrei” decidono di eleggere delle persone specificatamente addette alla funzione di gestione dell’assistenza.

Questa elezione che deve far fronte a cause fin troppo umane: i mormorii di alcuni e le presunte discriminazioni di altre però ci fa riflettere, e questa riflessione è ancora valida per noi cristiani moderni.

Come abbiamo letto nel secondo brano cioè la lettera di Paolo ai Corinzi l’impegno nella chiesa è lodevole e nessuno ne è escluso ma ognuno di noi ha doni particolari regalatici dal Signore. L’utilizzo corretto e appropriato di questi doni è il modo in cui i fedeli servono la Chiesa.

La divisione del lavoro, chi ha il dono della predicazione non dovrebbe essere caricato di incarichi amministrativi (nel brano degli Atti sovrintendere alla distribuzione degli aiuti alle vedove) e questo vale anche all’incontrario chi è abile (ha il dono appunto) a gestire l’amministrazione non dovrebbe essere impiegato in mansioni che gli riescono peggio come predicare appunto.

Ogni fratello ed ogni sorella deve essere incoraggiato a servire il Signore secondo i suoi doni e non affidando tutti gli incarichi ai soliti volenterosi, prassi che nelle nostre chiese è invece troppo spesso seguita. Appena una persona si rende disponibile per magari fare il monitore alla scuola domenicale la si arruola anche nel catechismo, in consiglio di chiesa e magari gli si chiede anche qualche predicazione.

Certo anche la comunità di Gerusalemme seguiva poco questa saggia indicazione visto che almeno due dei sette diaconi sono famosi più per la loro predicazione (Stefano appunto e Filippo) che per l’amministrazione degli aiuti,

ma in quella situazione forse aveva prevalso maggiormente il voler affidare a membri della comunità di origine greca (tutti i nomi dei diaconi sono in effetti nomi greci) un ruolo per coinvolgerli maggiormente e rappresentare quella parte della comunità.

Una cosa ci ricorda ancora questo brano che ogni incarico di una chiesa dovrebbe essere affidato ad un credente, un fratello o una sorella che a fianco di una propria conoscenza tecnica della materia lavori sotto la guida dello Spirito Santo, questo garantisce che l’impegno cerchi il più possibile di essere conforme alla strada indicataci da Gesù.

Come possiamo quindi vedere anche questo brano del libro degli Atti ci restituisce molte note per la vita e la testimonianza di noi cristiani del XXI secolo.

Intanto il ricordarci che ognuno di noi ha ricevuto dal Signore un dono e nessuno di questi è inutile alla testimonianza della chiesa.

Certo alcuni possono sembrare più importanti e forse lo sono anche, certo la predicazione della Parola del Signore può sembrare il primo ma anche l’esempio fa da testimonianza molto importante, i molti martiri della fede fecero proseliti solamente con il loro comportamento senza bisogno di prediche, sermoni o bei discorsi.

Ricordiamoci poi sempre che se la predicazione è efficace lo si deve anche alla scuola che i predicatori frequentano o hanno frequentato da bambini, il predicatore è anche molto più efficace se qualcuno provvede alle sue necessità materiali magari concorrendo al fondo ministero che permette loro di preoccuparsi principalmente di testimoniare.

Ma in questo brano c’è di più, c’è il riconoscimento della testimonianza nella diaconia, nel servizio perché questo in greco vuol dire, “servire”

servire il fratello e la sorella in difficoltà è altrettanto importante perché anche questo è l’annuncio del Regno di Dio.

E’ un discorso che noi metodisti ci siamo ripetuti mille volte ma che rimane sempre utile ricordarci.

Ed ancora, ripensiamo all’inizio di questo brano e paragoniamolo alle situazioni attuali delle nostre comunità, anche adesso all’interno della Chiesa esistono sensibilità differenti, opinioni differenti, schieramenti differenti.

Pensiamo alla annosa questione dell’accettare o meno l’otto per mille, questione non del tutto chiusa, pensiamo alla benedizione delle coppie gay, pensiamo alle modifiche della liturgia per coinvolgere maggiormente i nostri fratelli provenienti da paesi e cultura differenti, pensiamo alle diverse sensibilità che esistono nell’amministrazione dei nostri stabili.

Riflettiamo e ricordiamoci su quante situazioni teologiche, economiche o amministrative all’interno delle nostre chiese si sono creati schieramenti di pensiero differenti.

sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei

Ecco quante volte sorgono anche oggi dei mormorii all’interno delle nostre chiese?

Quante volte sorgono dei mormorii all’interno di una stessa comunità?

E’ successo a Gerusalemme due millenni fa ed ancora si percepiva la presenza di Gesù fra loro volete che non possa succedere oggi fra noi? Noi credenti che siamo di fronte ad una società molto più complessa di quella dell’epoca?

Erano esseri umani e siamo esseri umani con tutti i nostri difetti, ma non è questo l’importante, la cosa che deve veramente farci riflettere è quanto enunciato nel versetto sette:

La Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme;

Le discussioni nelle chiese che ci sono e ci sono sempre state non devono impedire ad esse di portare avanti il loro unico scopo nel mondo: la testimonianza di Gesù Cristo nostro Salvatore,

il che attenzione non vuol dire che i “panni sporchi si lavano in famiglia” come dice il proverbio mostrando quindi all’esterno un inesistente fronte uniforme per mascherare i possibili disaccordi interni, è giusto che una comunità discuta delle proprie differenze di sensibilità in maniera pubblica e onesta: il Sinodo che si aprirà fra poche settimane è proprio una di queste occasioni.

Ma deve avere comunque un obbiettivo preciso e fisso in mente, uguale per tutti i propri membri a prescindere dai doni che nostro Signore ci ha dato, e questo è, o dovrebbe essere, chiaro per tutti.

 

Preghiamo

Signore ti ringraziamo per la tua parola, ti preghiamo che il commento ad essa sia stato fedele al tuo pensiero e non sia stato usato e distorto da chi ha avuto il compito di portarlo alla tua comunità.

Fa che essa ne tragga giovamento e sprone per l’impegno che essa si e’ assunta in questa nostra società.

Perdonaci se così non è stato e dacci la forza per continuare l’opera della tua volontà Amen.Villa San Sebastiano 29 Luglio 2018

Montesacro 24 Febbraio 2019

Roma XX Settembre 18 Agosto 2019

Enrico Bertollini

 

O eterno fuoco, fiamma d’amore

Giov. 14, 23-26

Ho incontrato, ormai parecchi anni fa, un giovane, che chiameremo Evind, cresciuto in Albania, in un contesto, allora, completamente ateo, senza alcuna idea di che cosa potesse essere una vita nella fede o nella chiesa. Dopo la fine del regime comunista, alcuni missionari protestanti inserirono Evind nei loro programmi di formazione, in vista del battesimo. Di fronte alla sua fatica nel comprendere che cosa potesse essere la fede cristiana, i missionari dissero che le risposte decisive non potevano venire dai ragionamenti o dalle spiegazioni. Evind sarebbe stato battezzato e lo Spirito santo avrebbe risposto alla sue domande. Il giorno del battesimo venne, accolto con molta gioia e, anche, con infinita curiosità. Evind, infatti, non riusciva a immaginarsi che cosa si sarebbe dovuto aspettare. Certamente, però, sarebbe accaduto qualcosa che gli avrebbe chiarito le idee su Dio, Gesù Cristo, la salvezza e quella esperienza chiamata fede, della quale i missionari parlavano come se la conoscessero bene e la maneggiassero con molta sicurezza.
La sorpresa fu che, dopo il battesimo, le domande, i dubbi, le incertezze su questa faccenda di Gesù continuarono, più o meno come prima. Lo Spirito santo, a quanto pare, non era stato abbastanza chiaro; oppure il battesimo non era riuscito tanto bene; oppure c’era un altra spiegazione? Ma quale?

Secondo l’evangelo di Giovanni, in effetti, la venuta dello Spirito accade in uno spazio che, almeno a prima vista, è caratterizzato da una certa paura di fronte a un vuoto. Gesù moltiplica le rassicurazioni: “il vostro cuore non sia turbato”; “vado a prepararvi un luogo”; “se chiederete qualcosa nel mio nome, lo farò”; “non vi lascerò orfani”. Proprio l’abbondanza di esortazioni a star tranquilli, tuttavia, evidenzia il problema: Gesù sta per lasciare questo mondo e il vuoto che ciò determina turba i discepoli. Presenza è poter vedere, toccare, parlare: presenza è fisicità. Forse una delle caratteristiche del nostro tempo è precisamente il tentativo di riprodurre la fisicità della presenza anche in caso di assenza, attraverso la parola trasmessa in tempo reale, la voce e l’immagine veicolate da Skype. Dove va Gesù, però, non arriva nemmeno Skype. Si tratta di un’assenza che non può essere ridimensionata da imitazioni di presenza.
Le rassicurazioni di Gesù, in effetti, non parlano di surrogati: dopo la sua partenza, Gesù sarà più presente di quando era presente. Verrà lo Spirito di Dio, qui chiamato anche “il Consolatore”, ed egli “insegnerà ogni cosa” e “ricorderà” ai discepoli la parola di Gesù. Qui, però, si produce una situazione abbastanza simile a quella di Evind. Già il termine “spirito”, che nelle lingue della Bibbia è lo stesso che indica il “vento”, suggerisce qualcosa di inafferrabile che appunto, come dice Gesù altrove, “non si sa da dove viene e dove va”. Se diciamo che qualcuno è “presente nello spirito”, intendiamo di solito dire che appunto non c’è: noi ci ricordiamo di lui, precisamente perché non è qui.

In effetti è così: la fede cristiana parla in continuazione di un Signore Gesù Cristo che essa non vede, non tocca e non sente con le orecchie. E’ ovvio, certo, lo sappiamo bene. Ma forse il primo dono di Pentecoste, del Consolatore, è proprio questo, di spiegarci che non è così ovvio. La fede conosce la perplessità, il dubbio, del nostro Evind. Essa conosce la nostalgia e il desiderio per un Signore che non è presente qui, fisicamente, come lo siamo noi gli uni agli altri. La fede donata dallo Spirito conosce anche il dubbio e la tentazione dell’incredulità. Il Consolatore non ti permette di fare spallucce e di dire: Va beh, un po’ di religione va bene comunque.
Per noi, che siamo cresciuti, a differenza di Evind, in un contesto più o meno cristiano e facciamo parte di una chiesa questo è il primo dono di Pentecoste: lo Spirito non ci permette di addormentarci nella normalità religiosa. Dove accidenti è questo Cristo? Quando torna? Perché la storia del mondo parla di tutto tranne che di lui? Queste domande, spesso davvero inquietanti, sono spirituali, potremmo dire “pentecostali”. Quella di Evind, in questo senso, è stata in effetti un’esperienza dello Spirito: l’interrogazione, la ricerca, non finiscono con Pentecoste. Semmai, la venuta dello Spirito le rende acute, penetranti, sofferte anche.

Gesù, però, dice anche che lo Spirito “insegnerà ogni cosa”. Ma che cosa ci insegna, alla fine, se poi ci teniamo i nostri dubbi? Che cosa ci insegna, lo Spirito, su questo mondo pieno di lacrime e sangue? Come risponde alle domande che si affollano nel nostro cuore, quando ci sembra, molto semplicemente, che le parole su Gesù, e magari anche quelle di Gesù, che ascoltiamo nella Scrittura, siano vuote? Insomma: che cosa possiamo aspettarci, da questo benedetto Spirito? Non la fine delle domande, ma il fatto che esse sono rivolte sempre di nuovo a lui; non la fine della ricerca, bensì il fatto che essa non è condotta nel vuoto, o nella nebbia dei nostri umori psicologici o esistenziali, bensì in dialogo, magari polemico, ma reale, con Gesù. La fede non è nemmeno la fine del dubbio, anche profondo: bensì il fatto che il dubbio conduce, sempre di nuovo, a interrogare questo Gesù, insieme agli altri, nella chiesam quella reale, fatta di donne e di uomini.

Il nostro Evind, del quale abbiamo parlato all’inizio, è rimasto sorpreso, e anche un po’ deluso, precisamente perché, dopo il battesimo, le domande sono rimaste. L’evangelo, invece, è il contrario: lo Spirito ci conduce ogni giorno di nuovo a interrogare Gesù, a non lasciarlo in pace, come lui non lascia in pace noi. Dove il nome di Gesù è una specie di formuletta religiosa, o anche magica, che chiude le questioni. La speranza evangelica, e la preghiera della chiesa, sono che l’inquietudine, la curiosità, la passione, spesso la rabbia, altrettanto spesso la speranza, a volte la gioia, accese dal nome di Gesù siano il centro della vita di noi tutti.

Amen

prof. Fulvio Ferrario

Paolo e gli ateniesi

Sermone: Atti 17:22-34 (Il discorso di Paolo agli ateniesi)

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, per questa domenica ho scelto di riflettere con voi un brano dal libro degli Atti degli apostoli al capitolo 17 versetti da 22 a 34. Una delle letture bibliche che il nostro libretto un giorno una parola aveva indicato per oggi.
L’apostolo trattò in questi versetti due temi principali che attestano il vero Dio:
1) Dio colui che è la discendenza di tutti i popoli delle nazioni.
2) Dio per mezzo di Gesù risorto dai morti gli uomini saranno giudicati e credere in lui è la vera conversione.
Care e cari, uno dei luoghi oggetto del viaggio missionario di Paolo era in Grecia, a Atene.
L’apostolo Paolo andò lì ad annunciare l’evangelo in nome di Gesù Cristo. A questo proposito, o per questo intento, era apparso in lui osservando il popolo ateniese, che purtroppo il popolo adorava un Dio che non conosceva. La rivelazione di Dio, perciò, in ognuno e ognuna di noi viene messa in discussione a partire dalla nostra conoscenza o non conoscenza di chi è LUI. La distinzione tra DIO maiuscola e gli dei minuscole che sono le creazioni dell’uomo ci fa venire in mente il vitello d’oro che aveva costruito e adorato dal popolo d’Israele, facendo Dio si adirò a tal punto che l’aveva punito.

A partire da quest’esperienza dell’apostolo Paolo, la storia ci insegna che siamo fortunati ad aver superato in parte quel tipo di ignoranza che parlava nella vita vissuta dagli ateniesi. Un popolo religioso in dominio e in esso dominavano le credenze e le superstizioni portandoli a professare una fede sviluppata dalla mente attraverso concezioni vaghi, ingabbiandoli, anziché trovare il Dio che li possa liberare. Era opportuno e giusto quello che disse Paolo «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio>>.
Così, i versetti dal 24 al 26, ci fa ritornare in mente l’origine della fede con le testimonianze della descrizione del Dio che ha fondato il mondo, con piena convinzione l’apostolo Paolo dichiarò allora, indicando veramente chi è Dio, chi è il vero Dio. L’apostolo Paolo voleva dire nel suo discorso a Aeropago un nuovo insegnamento al popolo ateniese era antico e originale, ma era proprio la base. Ciò che crediamo a partire dal Credo che professiamo su Dio cioè che cosa deve credere veramente, ciò che deve tener in mente un uomo che è riguarda Dio.
La prima strofa dell’inno 31 che abbiamo cantato dice:
<<La terra ed i cieli con vivo fulgor, raccontan la gloria del Dio creator; tremenda ci mostran la sua maestà, ma pur ci rivelan la sua carità>>.
Allora, la fede dell’apostolo Paolo fu chiara, non ebbe alcun dubbio sulla sua conoscenza dell’identità di Dio. Il racconto della creazione, Lui è il principio di tutta la creazione così anche ‘Il credo apostolico’ sono le testimonianze dell’identità di Dio: Dio è colui che ha fatto il mondo. E’ il Signore del cielo e della terra. Egli ha fatto tutte le cose. Egli che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. Insomma è il Dio della creazione.
Le parole del nostro credo, la professione della nostra fede che recitiamo insieme in comunità è necessario quando ci viene a mancare qualcosa durante i momenti del dubbio e della prova, soprattutto quando le notizie discriminanti dominano, prevalendo l’ignoranza della conoscenza di Dio vivente. Dio non abita nei templi costruiti da mani d’uomo. Egli non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa.

Vengo al secondo tema principale di questo discorso di Paolo in cui ci rammenta che ci sarà un momento di giudizio in cui darà a tutte le sue creature la prova della loro fede professata. Un vero credente è colui che professa di credere Dio che ha fatto tutto e allo stesso tempo colui che crede in Cristo Gesù suo Salvatore. In Lui Dio farà la giustizia al tempo giusto, in lui la giustizia era già rivelata e sarà compiuta al giudizio finale, l’ora del resoconto dei convertiti a lui. Perciò l’apostolo doveva a sua volta comandare a tutti e a ogni luogo di pentirsi, di ravvedersi dai propri peccati.
Il Dio sconosciuto, verrà conosciuto da tutti e da tutte le nazioni che chiederanno perdono dai loro peccati commessi. Il tempo dell’ignoranza è ormai passato. In questa predicazione dell’apostolo Paolo ci ricordiamo che non c’è più niente di nascosto in questo mondo. Tutto è rivelato poiché tutti sapranno chi è Dio. <<Essi mi conosceranno che io sono il Signore>> (Es. 3,7). La vera conversione dell’uomo credente si esprime nell’accettare che Cristo Gesù era risorto dai morti perché in questo modo Dio aveva voluto dimostrare che l’uomo non può mai salvare se stesso dai suoi peccati (non con le sue opere di devozione appunto con la sua religiosità), così credendo a questo piano di Dio l’uomo acquisisce una nuova vita, una vita che ha un senso. Inoltre, colui che crede nella risurrezione di Gesù fa nascere in sé la prova della presenza e vicinanza di Dio.

Nel libro degli atti degli apostoli in se sono racchiuse le testimonianze di come i discepoli di Gesù avevano svolto il loro mandato di annunciare l’evangelo del Cristo Risorto e le persecuzioni che avevano subito. Molti credettero così vediamo anche che la conversione serve in ogni epoca per testimoniare Dio affermato Sovrano Creatore del mondo e che vuole far vivere chiunque in pace.
“Ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio”.
Sappiamo la storia della conversione dell’apostolo Paolo e conosceva Dio e anche molto bene a causa di Gesù. Fu chiamato poi ad annunciarlo soprattutto agli stranieri e perché Dio si rivelò a lui ci furono delle conversioni che si proseguirono per la Nuova Via cioè l’evangelo in Cristo Gesù risorto. Era un messaggero del Dio vivente. Perciò Dio il divino non è un oggetto prezioso, come oro ed argento o una pietra scolpita. E’ il Dio vivente la fonte della tua e della mia vita.
Siamo ancora nel tempo della Pasqua, Gesù Cristo era risuscitato dalla morte.
Questo è il messaggio che risuona ancora nelle predicazioni delle nostre chiese.
Cogliamo in questo tempo di Pasqua il messaggio dell’apostolo Paolo che ci ricorda oggi il Dio della nostra discendenza. Sbarazziamoci ogni pensiero che distorce il vero volto di Dio. Non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana.

Appare anche a noi lettori di questo brano oggi, che l’apostolo aveva messo in evidenza la differenza fra l’uomo religioso e l’uomo credente. Pensate un atteggiamento di un uomo religioso, di avere un dio sconosciuto e adorarlo senza conoscerlo. E’ come dire ti rivolgo tutta la mia attenzione senza che io sapessi di te. Come si può dichiarare di amare UNO senza conoscerlo? Un gruppo di persone che professa una fede in un Dio che non conosce è il problema più grave che emerge da questo brano. Questo porta a creare confusione, disordini mentali e un’esistenza senza fondamento e senso. Per fortuna quando eravamo bimbini i nostri monitori e le nostre monitrici della Scuola domenicale ci avevano insegnato e letto la parola di Dio nella Bibbia, istruendoci piano piano chi è il Dio che dovevamo credere. Anche se fino adesso non possiamo pretendere di conoscerlo pienamente perché Lui è al di sopra di noi, ma possiamo porre la nostra fiducia che egli continuerà a rivelarsi a noi con la sua presenza nella nostra vita quotidiana. Amen.

past. Joylin Galapon

Pace a voi

Sermone: Giovanni 20,19-23

Care sorelle e cari fratelli nel Signore , <<Pace a voi>><<pace a te sorella mia e fratello mio>>. I cristiani si incontrano in chiesa, nei luoghi di culto e si salutano con queste parole del Signore Gesù.

Il primo giorno dopo il sabato, dopo che Gesù era risuscitato apparve a Maria Maddalena, poi dopo ai suoi discepoli. Gesù li salutò e disse: <<PACE A VOI>>. Poi soffiò un alito di vita dicendogli: << «Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». I discepoli ricevettero in eredità queste parole <<Pace a voi, ricevete lo Spirito Santo>> dal loro Maestro, il Rabbunì. Queste parole sono come un sigillo, un pegno, un tesoro che si depositerà in loro e per chi crederà nel vangelo del perdono, colui che sarà battezzato nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo. Gesù gli accompagnerà nel compiere il loro mandato, e saranno dei messaggeri della parola della risurrezione. Essi si recheranno alla gente per annunciare questa lieta notizia.

Pace a voi e ricevete lo Spirito Santo. Gesù lascia a loro queste parole rasserenanti. Egli donerà tranquillità e serenità nel loro percorso di vita e soprattutto per poter affrontare la loro missione. Così, non andranno ad evangelizzare a mani vuote, alla gente stanca e provata dall’esperienza di vita quotidiana, ma saranno dei portatori e promotori di pace e per chi in cerca di perdono l’otterrà perché saranno loro ad annunciare la rimessione dei peccati.

I discepoli saranno quelli che diranno: <<Voi che vi pentite dai vostri peccati, vi annunceremo il perdono >>.

Gesù lascia il mondo con questa certezza che i suoi discepoli si impegneranno a trasmettere la pace, partendo alla risurrezione e al perdono del peccato, della colpa, dell’ignoranza di chi riconosce di averli commessi ricordando Gesù che sulla croce non ha mostrato opposizioni per dare testimonianza che quella esperienza di morte era il prezzo dei peccati degli uomini e delle donne in questo mondo.

Ecco la teologia della croce: la parola di Dio rivelata per mezzo della morte di Gesù il Messia, salvatore dell’uomo peccatore. Dio sembrava completamente assente durante questa prova fino alla morte di Gesù; un completo abbandono, nonostante ci fosse un Dio buono, piena di bontà nei suoi confronti, per portare il peso del rinnegamento dell’uomo. L’uomo incredulo deve essere salvato dalla croce portata da Gesù.

Gesù, dopo tre giorni, Dio gli aveva innalzato: risvegliandolo dalla morte e risuscitandolo aveva voluto manifestare e dimostrare che il perdono vince e la vita supera la morte.

Oggi, il nostro libretto “Un giorno una parola” con le letture bibliche che abbiamo ascoltato ci invita a riflettere l’evangelo della risurrezione di Gesù che dona pace e il soffio dello Spirito di Gesù che sussurra nelle nostre orecchie e apre i nostri cuori proclamando il perdono dei peccati. Recuperiamo questo messaggio in questo tempo come dice l’apostolo Pietro: esultate<< gioite>>> è necessario che siate afflitti da svariate prove, 7 affinché la vostra fede, che viene messa alla prova, che è ben più preziosa dell’oro che perisce, e tuttavia è provato con il fuoco, sia motivo di lode, di gloria e di onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo. L’apostolo Giacomo dice anche al cap. 1, 2-4 della sua lettera: << Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, sapendo che la prova svariata produce costanza. e la costanza compia pienamente l’opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti>>.

Gesù Cristo risorto dalla morte è con noi nelle nostre esperienze di dolore. Gesù con il suo Spirito ce ne dà testimonianza. Lo Spirito che aveva soffiato Gesù ai suoi discepoli è lo stesso , è quello che dona speranza alla nostra fede in Dio perché ci ri-sveglia, veglia su di noi. Quando siamo nei momenti di prove, sembriamo di affrontare un problema più grande della nostra possibilità, allora ricordiamoci che la nostra fiducia in lui ce lo fa superare. Con la nostra fede, con il nostro credere, ci fa attraversare questa prova. I nostri padri e le nostre madri affrontarono le prove nel deserto: ebbero sete, ebbero fame, ma Dio li vide e li procurò tutto quello di cui avevano bisogno.

Questo è una promessa di sostegno continuo, la sua mano ci afferra dal nostro cadere. <<Abbi fede sorella e fratello mio nel Signore>> Egli dice: <<non temere io sono con te dovunque tu andrai>> . E’ una promessa da generazione a generazione. Ogni tempesta nella vita sembra che ci faccia cadere in terra ma poiché abbiamo ricevuto la parola dal Signore che ci dona la pace, dobbiamo riuscire a farcela con il nostro corpo come una spugna imbevuta /impregnata di sentimento di serenità e di tranquillità.

<<Dio il Signore formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente>>. Gen. 2,7 Ci rendiamo conto che il nostro corpo umano è così fragile come l’ ha descritto anche nel libro di Giobbe al capitolo 14,1-2 della verità della nostra consistenza umana quella identità di uomo riassunto con queste parole : 1 «L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni.2 Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura>>. Leggiamo anche nel libro di Geremia al cap. 18 il racconto della parabola del Vasaio e dei vasi. Dio è il vasaio e noi siamo i vasi che li ha scelti per depositare il suo tesoro.

Da un lato tutti costatiamo questo fatto così verace della nostra esistenza, ma dall’altra parte siamo tutti dei capolavori di Colui che ci ha creati, rivelando la nostra possibilità di rinascere continuamente, trasformando la nostra mentalità col suo aiuto attraverso lo Spirito che ravviva la nostra fede.

L’apostolo Pietro ci ricorda nei versetti 8 e 9 : <<8 Benché non l’abbiate visto, voi lo amate; credendo in lui, benché ora non lo vediate, voi esultate di gioia ineffabile e gloriosa, 9 ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime.
Che cosa è la salvezza delle anime? E’ la piena convinzione di aver raggiunto alla consapevolezza nostra della redenzione che solo nella morte di Cristo Gesù l’uomo è salvato dai suoi peccati. E ciò come conseguenza possiamo vivere nello stato di stabilità e serenità che qualunque cosa accada siamo aggrappati in quella parola PACE che era promessa e donata d’allora del Signore in cambio della sua vita. Cristo è la nostra vita e salvezza perché è venuto in mezzo a noi e poi è salito alla destra del padre, ma la sua presenza è sempre con noi perché ci ha soffiato lo Spirito Santo.

Gesù aveva affidato agli apostoli la missione di diffondere queste parole di verità e grazia, conferendogli il potere di ascoltare e rimettere i peccati in suo nome. Cristo aveva fatto della comunità e del fratello credente, una fonte di grazia per noi perché ora il fratello sta al posto di Cristo. Domenica scorsa abbiamo ascoltato il racconto del primo incontro di Maria Maddalena con Gesù dopo la sua morte che le dice queste parole «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». Da quell’ora Maria non era più una donna qualunque ma il suo nome sarà riconosciuto come messaggero delle nuove identità. Gesù e i suoi discepoli saranno chiamati i fratelli>>. I fratelli di Gesù erano i discepoli.

Gesù chiama i suoi discepoli i miei fratelli e chiama Dio Padre mio e Padre vostro per sottolineare quella fratellanza; in quanto discepoli del risorto e credenti in lui, i fedeli diventano figli di Dio come egli è figlio di Dio, ma con questa unica differenza, che egli lo è senz’altro mentre essi non lo sono se non attraverso di lui. Rom. 8,29; Ebr. 2: 11, 12 cfr.17: 25,26) Quindi i credenti sono figli di Dio e fratelli di G. C.
Senza Cristo Gesù non sono chiamati figli di Dio in qualità di figli adottivi.
Attraverso Maria ai discepoli venne rivelato la loro appartenenza in Dio padre, Gesù è il loro fratello in lui. In questo modo dopo che Gesù salisse dal padre i discepoli diventarono i figli di Dio.
Cristo si è fatto nostro fratello per aiutarci, ora per suo mezzo il nostro fratello è divenuto il Cristo per noi, con il potere dell’incarico ricevuto.
<< A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi riterrete, saranno ritenuti>> significa che il fratello accoglie la nostra confessione di peccato al posto di Cristo e al Suo posto ci rimette il peccato, annunciandolo. La confessione tra fratelli è un atto di umiltà che deve essere fatto reciprocamente.
In questo modo ci viene offerto il perdono di Dio. l’apostolo Giacomo dice <<confessate l’uno all’altro i vostri peccati>>Gc.5,16. Bonhoeffer scrive “Chi resta solo con la propria malvagità resta solo completamente.
La confessione di peccato come il senso di colpa, l’inadeguatezza, l’incapacità di compiere il bene serve per realizzare la comunione.
Il credente confessa il proprio peccato al fratello. La natura stessa del peccato vuol stare inconfessata ma alla luce del vangelo costringe a confessare il peccato.
Il fratello che accoglie la confessione porta il peso del peccato.
Quindi in questo modo la comunione viene raggiunta.
È importante confessare il peccato perché la sua radice è formata da orgoglio e superbia. La confessione di peccato apre la strada verso la nuova vita in comunione con Cristo.
A chi si possano confessare?
Al fratello che vive sotto la croce di Gesù, chi ha riconosciuto in essa l’abisso(la profondità) del rinnegamento di Dio da parte di tutti gli uomini e del proprio cuore. Quindi, il fratello che capisce e comprende i peccati commessi dagli altri poiché a sua volta li ha anche sperimentati.
Il servizio del fratello che ascolta è importante perché vive le parole del crocifisso sotto la croce partecipando alle sofferenze del fratello.
Credere al Cristo risorto è il centro della fede cristiana come lo è anche la convinzione che nell’universo vi è un Dio potente capace di fare cose al di fuori della nostra possibilità umana.
Il Cristo risorto non ci abbandona mai perché apre i nostri cuori, ci conforta nella realtà del male del mondo e ci incoraggia e ci sostiene quando abbiamo paura. Le parole di Gesù non vanno mai dimenticate: <<Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me>> Giovanni 14,6. Amen.

past. Joylin Galapon