Il nuovo patto di Dio

Geremia 31,31-34

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,  oggi è l’ultima domenica dopo la Pasqua.

Domenica prossima secondo il nostro calendario liturgico, inauguriamo un nuovo tempo in cui festeggeremo la venuta dello Spirito Santo.

Sarà una festa di tutti i cristiani: di tradizione cattolica romana, di tradizione protestante, e di tradizione ortodossa.

Tutti quelli che seguono l’insegnamento della religione  del cristianesimo  rivendicano di appartenere a Cristo.

La chiesa dunque confessa e afferma che ha ricevuto lo Spirito Santo che è stato mandato dopo che Cristo Gesù era salito dal padre e si era seduto alla Sua destra.

Ricordiamo che i credenti convertiti al cristianesimo comunque erano di diverse provenienza a partire dal mondo giudaico e pagano.

A loro fu rivolto l’insegnamento sulla legge di Mosè, dei profeti, e dei Salmi tutto quello che riguardava  Cristo Gesù, il figlio di Dio, credendo in lui attraverso la predicazione del suo nome  avviene  la salvezza, «ravvedetevi e credete al Vangelo »Mc.1,15 « ravvedetevi e convertitevi , perché i vostri peccati siano cancellati» Atti 3,19.

Per  questo motivo ci furono, ci sono e ci saranno i battesimi, le confermazioni e  le ammissioni dei nuovi membri nelle chiese per dare testimonianza della continua manifestazione dello Spirito Santo, di Colui che non ha smesso di agire: «il vento soffia dove vuole, ma tu pur ascoltandone il suono, non sai da dove viene, né dove va» disse Gesù a Nicodemo nel vangelo di Giovanni al capitolo 3, 8.

Da noi, domenica  prossima ci saranno le ammissioni di Francesca Grimaldi, Christopher Tugade e Adrian Ocampo, penso che  abbiate già letto nella circolare e ci sono loro anche tra gli annunci di oggi.  Sarà una data molto importante per loro come la data della loro nascita, e questa indica della loro nuova nascita che è stata resa possibile per potenza dell’opera di Dio per mezzo dello Spirito Santo. Si apre un nuovo capitolo della loro vita sotto la Sua guida. Che sia chiaro però che la loro conversione al Signore è avvenuta già qualche anni fa ma  il percorso nella vita di fede  prosegue nella nostra comunità. I doni spirituali in ciascuno di loro si manifesteranno  nel loro vivere in modo più marcato nella comunione con i credenti in questa comunità. Dio sarà attestato e confermato in loro, e i loro doni ricevuti saranno messi a disposizione per il bene dell’intera comunità e non solo.

Ancora una volta sarà testimoniata la presenza di Dio in mezzo a loro e a noi tutti.

Detto ciò, il nostro lezionario, un giorno una parola ci parla ancora oggi per questa ragione, della novità di questa parola Antica perché si trova nell’Antico Testamento, nel libro del profeta Geremia e che prepara i nostri cuori ad accogliere di nuovo la parola di salvezza che niente potrà separarci dall’amore del Signore. Ecco la parola del nuovo patto del Signore Dio. Essa è scritto nel cuore. Nessuno la potrà cancellare, è incisa nei cuori dei figli degli israeliti, di figlio in figlio fino alla nostra generazione. La potenza dell’amore di Dio che ha cancellato il peccato, e il nuovo patto è l’amore di Dio che è perdono.

I nostri fratelli Fabio e Luciano ci hanno avvisati che hanno pensato di creare una nuova pagina sul sito e come avete forse notato ci hanno segnalati i diversi eventi in questa settimana, e uno di questi e quello che sarà trattato oggi pomeriggio all’ incontro SAE  sul tema «Anche Israele sarà salvato»” Il testo di appoggio è la lettera di Paolo ai Romani cap. 11 i versetti da 25 a 27 «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l’empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati».

Tra l’altro dal 7 al 13maggio è per noi metodisti e valdesi una settimana dedicata all’evangelizzazione. Che cosa dobbiamo fare per compiere fedelmente la nostra missione di evangelizzare? Che cosa utile per tutti noi nella nostra epoca per dare testimonianza a ciò che Dio ha fatto per questo mondo? «Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna»Gv.3,16

Perché allora fino adesso continuiamo a  discutere chi sarà salvato? Chi saranno i salvati?  Se fosse vero la nostra unica missione come allora da compiere e alla quale i discepoli furono inviati da Gesù dicendoli: «durante il vostro cammino fate tutte le nazioni discepole, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello  Spirito Santo, insegnando loro ad osservare con impegno tutto quanto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, sono con voi ogni giorno fino alla fine del tempo presente»Mt. 28,19-20.

L’oracolo del Signore nel libro del profeta Geremia si è avverato nel tempo presente quello del nuovo patto, quell’impegno di annunciare il nuovo comandamento: «Come vi ho amato, amati anche voi gli uni agli altri» Gv.13,34 Ci accorgiamo che quando non ci atteniamo, o non rimaniamo in questa proposta di Dio nella parola del nuovo patto di alleanza per amore ci troviamo  automaticamente dalla parte dell’ opposizione, quindi di divisione, di esclusione, di perplessità, non potendo accettare che la salvezza viene dall’alto e che riposando in noi genera la pace che è salvezza. Ancora una volta ci troviamo a dover anche noi riflettere sulla decisione di Dio nella nuova alleanza che fece  tra la casa di Israele e di Giuda. L’apostolo Paolo scrisse ai Galati al capitolo 3 versetti da 26 a 29«Infatti siete tutti figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati per Cristo, vi siete rivestiti di Cristo…

Cosa  pensiamo di questo brano?

Per me accettare la  rivelazione dell’amore di Dio in Cristo in cui avviene il perdono del peccato commesso è veramente un vero punto di partenza e rinnovandola nei nostri cuori ci conferma l’altra profezia del profeta Isaia che dice:« nel tornare a me e nello stare sereni sarà la vostra salvezza» Is.30,15. Due condizioni “Tornare a Dio” e  “Stare sereni” in questo stato Dio stesso dichiara la salvezza, oggi stesso opera la salvezza a coloro che si convertono, che trovano in lui la salvezza. Per chi crede in queste parole vi è salvezza. Chi sta dalla  parte di Dio, e crede nella sua promessa non può che sentire la serenità e quella pace che alberga in sé e quella è la vera salvezza. Se non siamo dov’è Dio ci affanniamo e non c’è salvezza.  Saremo sempre di corsa, è davvero un correre al vento.

Sempre Fabio e  Luciano hanno avuto l’idea di vendere le magliette con una frase di J. Wesley: «Non ho tempo di avere in fretta». Avete letto quello che ha scritto Luciano per il nostro giornale Riforma? Egli  diceva che in questa frase racchiude in sé tutta l’essenza di Wesley, il suo impegno sociale, il suo dedicarsi senza fretta ai bisognosi e alle masse, portare Dio tra la gente,

non aver tempo di correre, di vivere superficialmente le proprie giornate, la propria vita. Messaggio questo che può avere varie chiavi di lettura non obbligatoriamente frenetiche vite moderne.

Impariamo tutti a istruirci, chiunque di noi ha da dire, ce lo dice purché sia per l’edificazione della chiesa.

  34 Nessuno istruirà più il suo compagno
o il proprio fratello, dicendo:
“Conoscete il SIGNORE!”,
poiché tutti mi conosceranno,
dal più piccolo al più grande», dice il SIGNORE.
«Poiché io perdonerò la loro iniquità,
non mi ricorderò del loro peccato».

Noi conosciamo bene la parola di salvezza nel perdono, le parole che ci salvano. Dobbiamo soltanto fermarci, riflettere insieme per poi confrontarci su come dobbiamo attuarle. Non c’è bisogno che ci istruiamo continuamente con le  parole ma coi fatti, che sono il frutto dei doni dello Spirito Santo.  Ci chiede di partecipare, di contribuire, di distribuire, così  la nostra presenza è utile per la chiesa.

Il nuovo patto di Dio si avvera in noi quando è vero la nostra predicazione  riguarda l’agire e anche cerchiamo sempre di annunciare l’evangelo perché sia la nostra salvezza quotidiana.

Abbiamo ascoltato oggi questa parola profetica, è sempre una profezia che quando l’ ascoltiamo bene ci rinnova la consapevolezza del nostro impegno nei confronti di Dio e del nostro prossimo.

E’ un oracolo del profeta Geremia molto conosciuto da noi metodisti.

E’ una delle letture bibliche che precede il rinnovarsi del  nostro patto con il Signore ogni anno e prima che termina la consultazione metodista, chiudiamo con questo solenne culto di rinnovamento del patto in cui si rinnova la nostra promessa di servire Dio e altri.

La parola del  perdono di Dio ci avvia alla nostra missione  di evangelizzare il mondo perché  salvi noi peccatori.

  «Poiché io perdonerò la loro iniquità(ingiustizia),
non mi ricorderò del loro peccato».

La novità della nuova alleanza è il rapporto nato dal perdono.

Non possiamo sbagliare noi cristiani di questa alleanza perché  il perdono di Dio è donato e dato concretamente in Cristo Gesù.  Amen.

past. Joylin Galapon

La giustizia del lavoratore e la giustizia di Dio

Matteo 20, 1-16

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
le parabole sono facili da capire ma anche facile da fraintendere.

Da un lato quando sentiamo una parabola ci sembra tutto evidente. Il messaggio è chiaro.

Da un’altra parte però ci accorgiamo che è facile capire un’altra cosa rispetto a quello che la parabola in realtà ci vuole dire e io, iniziando questa meditazione voglio indicarvi tre possibili fraintendimenti di questa parabola prima di venire ad una spiegazione di quello che mi sembra essere il messaggio che questa parabola ci vuole dare.

Il primo fraintendimento è molto evidente: è quello di pensare che questa parabola voglia offrire un modello di organizzazione del lavoro da applicare alla società.

Nessun sindacato accetterebbe che chi ha lavorato dieci ore sia pagato come chi ne ha lavorata una e nessun imprenditore accetterebbe di pagare uno che ha lavorato una ora sola come se avesse lavorato dieci ore.

Dunque, è chiaro che questa parabola non è un modello sociale in nessun modo e non è questo il modo giusto di intenderla: è una parabola del Regno di Dio e non una parabola della nostra società. Ed è perfettamente giusto che nella nostra società chi lavora molto e bene sia pagato di più di chi lavora poco e forse anche contro voglia, forse anche male: sarebbe un totale fraintendimento della parabola capirla come se fosse un modello sociale!

Un secondo possibile fraintendimento è quello che è accaduto tante volte nella storia della chiesa cioè credere che il centro di questa parabola siano le cinque chiamate con cui Dio, il padrone della vigna, chiama i lavoratori nel corso della giornata: alle 6 del mattino, alle 9, a mezzogiorno, alle 3 e alle 5, l’ultima chiamata. Allora molti commentatori, soprattutto antichi, padri della chiesa, hanno inteso questa parabola come se avesse al centro le chiamate di Dio, le cinque chiamate. Ad esempio il famoso Ireneo, nel II Secolo, le enumerò come le cinque grandi tappe della storia della salvezza, mentre Origene, il grande teologo del II secolo le intendeva come le cinque occasioni della vita, i cinque momenti chiave della vita di ogni persona nei quali Dio cercava di chiamare l’uomo per farlo diventare cristiano, credente.

Il centro della parabola non sta nelle chiamate del padrone della vigna ma sta nel pagamento: come questo padrone remunera questi lavoratori delle diverse ore.

Un terzo mezzo fraintendimento però che ci può stupire ancora di più è quello dello stesso evangelista Matteo perché anche l’evangelista Matteo – lo dico umilmente, con tutto il rispetto per lui – ha frainteso questa parabola. Alla fine dice: così i primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi. Interpreta la parabola come se fosse un ribaltamento delle posizioni davanti a Dio di tutte le gerarchie umane: Gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi. Perché Matteo è stato indotto a interpretare così la parabola? Perché al versetto 8 c’è proprio questa espressione che il padrone dice al fattore di pagare i lavoratori per primi cominciando dagli ultimi fino ai primi: da lavoratore dell’undicesima ora fino a quello dell’alba e allora lui ha creduto che quello fosse il senso della parabola. Ma non è così!

Perché non è così? Perché qui – lo avete notato – è vero che gli ultimi diventano primi, ma non è vero che i primi diventano ultimi: restano primi!

Avevamo pattuito un denaro? Sei primo! Eccolo qua!

Non è che ti classifico come se avessi lavorato una sola ora, ma ti pago per tutte e dieci le ore, come eravamo d’accordo.

E questo – guardate – è tanto più significativo in quanto il ribaltamento – gli ultimi che diventano primi e i primi ultimi – è anche esso evangelo ma non è qui. E’ in tante altre parole. Ne ricordo alcune: “Ti ringrazio padre perché hai nascosto queste cose ai savi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli fanciulli”.

Qui fa un ribaltamento. I savi non capiscono i fanciulli sì. I primi sono ultimi e gli ultimi sono primi.

Quando Gesù dice, ai farisei, i pubblicani e le meretrici vanno davanti a voi nel regno dei cieli, fa un ribaltamento delle gerarchie mentre nella nostra parabola…

Cioè, questi che sono ultimi, che voi considerate fuori della comunità sono i primi ad entrare nel regno dei cieli, c’è il ribaltamento, ma in altri passi, non in questo qua perché in questo caso ci sono gli ultimi che diventano primi e i primi che rimangono primi, e non diventano ultimi: c’è solo una inversione dell’ordine del pagamento, che è funzionale alla parabola e consente ai primi di assistere al pagamento degli ultimi.

E questa è una cosa straordinaria.

Cosa vuol dire? Vuol dire che tutti sono primi. Che c’è sì l’evangelo del ribaltamento, c’è, ma c’è anche un altro evangelo che è quello che i primi restano anche loro primi e non diventano ultimi. La parola greca utos, così, significa anche è in questo modo che.

Ma allora, se tu credi di essere primo davanti a Dio non temere di diventare ultimo! Non temere di diventare ultimo! Resti primo!

L’Evangelo qui è che l’ultimo diventa primo e non che il primo diventa ultimo.

E se tu credi di essere ultimo, rallegrati perché Dio vuol fare di te un primo.

Questo è il cuore di questa parabola.

E forse possiamo dire: com’è che nessuno diventa ultimo? E’ perché Dio si è fatto ultimo affinché tutti diventassimo primi? Sarà questa la chiave del discorso, del significato di questa parabola?

E perché Dio si fa ultimo affinché nessuno resti ultimo?

Perché è buono. Perché è buono.

Se non fosse buono direbbe. Ma chi me lo fa fare? Ma perché? Sono primo e resto primo, non c’è nessun bisogno che diventi ultimo.

Non c’è nessun bisogno che io venga dove sei tu per tirarti su, per tirarti fuori. Lasciamo le cose così!

Se Dio non fosse buono. Invece, vedete, Dio è buono.

Questo è il messaggio della parabola.

Dio è buono e anche giusto. E’ anche giusto perché a chi ha detto vi do uno dà uno. Quindi la caratteristica di questo Dio che viene fuori da questa parabola è quella di essere giusto e buono.

E’ giusto però in modo che la sua giustizia non cancelli la sua bontà; è buono però in modo che la sua bontà non cancelli la sua giustizia.

Naturalmente i lavoratori della prima ora protestano: è logico, non potrebbero fare altro, però Dio dice: ma scusami, avevamo pattuito per uno e ti ho dato uno e allora vai in pace!

Il discorso finisce qui: non sono in debito con te! Ti ho dato il tuo, quindi basta. Ma se io voglio essere buono con questo qui, chi me lo impedisce? O forse ti dà fastidio che io sia buono? Vedi tu di malocchio, questa bella espressione di quando si sbircia con gli occhi storti. Ti dà fastidio la bontà di Dio?

A Giona dava fastidio, dava molto fastidio che Dio perdonasse questa città pagana al mille per cento, questa città dissoluta, proprio quella città simbolo della dissolutezza, della degenerazione ecc. ecc.

Che questa città si penta e che soprattutto Dio si penta del male che voleva farle, che aveva dichiarato di fare: no! No! Questo non lo accetto! Non accetto che Dio sia buono!

Ai farisei dava fastidio che Dio accogliesse i peccatori, dava molto fastidio: i peccatori vanno puniti, non vanno amati, ma dove siamo: non c’è più religione!

Lo straniero va cacciato non accolto! Dove siamo? Stiano a casa loro! Ci danno fastidio, non li vogliamo! Non c’è posto! La barca è piena!

E sì, l’amore dà fastidio: c’è poco da fare: dà molto fastidio.

Che Dio sia buono: no, no, no, non mi va!

Anche ai discepoli dava fastidio questo amore di Gesù.

Ricordate ad esempio quando c’era un tipo, con una certa fantasia, fatto sta che cacciava i demoni nel nome di Gesù, ma non era un discepolo. E allora i discepoli veri e propri protestarono con Gesù e dicevano: ma come questo qui, che non è un discepolo, che non sta con noi, usa il tuo nome per cacciare i demoni, per guarire gli indemoniati. E speravano che Gesù glielo vietasse, come loro hanno vietato.

Invece Gesù dice: no, non glielo vietate perché chi non è contro di noi è per noi.

Ma c’è di più per raccontare quanto l’amore di Dio sia fastidioso per tante persone, che non lo vogliono.

L’apostolo Pietro, il grande apostolo, il capo ecc. ecc. ha fatto una fatica improba e Dio ha molto penato per convincerlo finalmente di una cosa che lui proprio non riusciva ad accettare: e sapete cosa? Che Dio desse lo Spirito santo ai pagani e non soltanto agli ebrei diventati cristiani. Siamo sempre allo stesso punto.

Ma come, ci metti sullo stesso piano? Ebrei e pagani? Ebrei con tutta la loro storia, da Abramo in avanti, i dieci comandamenti, le tavole della legge, l’arca del patto, il tempio di Gerusalemme e questi paganacci che non capiscono nulla e che non hanno Dio?

E tu dai a loro lo Spirito santo come a noi: e no, questo è troppo.

L’apostolo Pietro e come ho detto Dio ha fatto una gran fatica per convincerlo finalmente – ci sono tre capitoli degli atti degli apostoli – per questa convinzione di Pietro che finalmente deve arrendersi anche lui alla bontà di Dio.

Ma uno si chiede ma perché? Che cosa mette in movimento questa bontà di Dio? Che cosa? Allora la risposta è molto facile.

E cioè questo.

Perché al lavoratore dell’11a ora Dio dà la stessa paga del lavoratore della prima ora? Risposta: perché Dio guarda alla fame di quell’uomo. Capite? Non al merito di aver lavorato un’ora soltanto: non avrebbe merito, ma la fame, la fame, quella c’è: capite?

E la sua famiglia che aspetta che lui ritorni con una paga per poter campare uno o due giorni, quella famiglia c’è.

Cioè: è vero che tu non hai lavorato, ma la fame intanto è cresciuta. Cioè che cosa significa bontà di Dio? Che Dio non guarda al nostro merito ma al nostro bisogno. E il bisogno è grande che tu abbia lavorato o non abbia lavorato, che tu abbia meritato o che abbia demeritato. Il bisogno è grande, il bisogno è uguale, ed ecco perché è uguale anche la paga: perché risponde al bisogno e non al merito.

Però, vedete che bell’annuncio è questo! Che bell’evangelo!

Che Dio guarda al nostro bisogno e non al nostro merito è una rivoluzione, è una bellezza, è una luce, una grande luce che si diffonde sulla nostra vita.

Dio è buono, Dio è giusto però preferisce essere buono piuttosto che giusto.

E ricordate il famoso terzo comandamento che cosa dice: dice che lui è un Dio geloso che punisce l’iniquità di quelli che lo odiano fino alla terza o alla quarta generazione e benedice quelli che lo amano fino alla millesima generazione.

Cioè giustizia sì ma più bontà, più bontà che giustizia. Ha un debole per la bontà perché è la bontà che corrisponde alla sua natura profonda. Dio è buono nel suo essere Dio: Dio è amore. E’ quello che lui preferisce: la bontà che non dimentica la giustizia.

Questa parabola è veramente stupenda: potremmo avere solo questa parabola, basterebbe per la nostra conversione e per la nostra vita.

E mi sono detto: e va bene e allora? Cosa significa per me? E cosa significa per il nostro mondo per il quale preghiamo: il mondo creato da Dio?

Che Dio è buono l’ho associato ad una parola dell’apostolo Paolo: “Dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto in bene e in male”.

Cioè ho associato la giornata del lavoratore alla nostra giornata terrena e il padrone che paga, che retribuisce, l’ho associato a questo tribunale di Cristo.

Noi ci pensiamo poco a questo tribunale di Cristo. Ci fermiamo alla croce di Cristo, che è anche giusto, ma non dobbiamo dimenticarci che dopo la croce c’è anche il tribunale di Cristo. E allora ho immaginato di arrivare davanti a questo tribunale con la mia giornata, con la mia vita.

Se mi va bene, sarò il lavoratore dell’11a ora. Avrò un’ora buona da far valere davanti a questo tribunale. Tutte le altre…

Cioè se io mi chiedo: ho lavorato per il regno di Dio più di un’ora nella mia vita? Mah! Mah!

Quante ore ho sciupato nel nulla? In ciò che non dura?

Allora invocherò la bontà di Dio. Con la mia piccola e misera ora. Dio sarà buono anche con me.

E pensando al mondo, questo mondo nel quale c’è tanta malvagità: sembra più malvagità che bontà.

La malvagità da dove viene? Come mai c’è tanta malvagità?

Dove l’ha imparata l’uomo la malvagità? Da chi l’ha imparata? Da Dio?

O non piuttosto dalla negazione di Dio? Dal rifiuto di Dio, dall’allontanamento da Dio?

E allora questo messaggio della parabola – Dio è buono – proiettato nel nostro mondo in cui c’è tanta malvagità che ci rattrista terribilmente, che cosa ci dice, cosa ci porta?

Mi porta ad avere fiducia che alla fine la bontà di Dio prevarrà nel nostro mondo. Vincerà. La bontà di Dio, sì, vincerà.

Martin Luter King cantava We shell over cam, vinceremo, ma non noi, Dio vincerà. Vincerà perché è buono e la sua bontà dura in eterno.

La bontà di Dio avrà la meglio sulla malvagità dell’uomo, come già è accaduto nella persona e nella vita di Gesù di Nazareth nella quale vediamo come in uno specchio non solo che Dio è buono, ma che può esserlo anche l’uomo.

Anche l’uomo può essere buono, credendo in Gesù, vivendo con lui in stretto rapporto personale intimo con lui così che Gesù diventa quello che dicevano i Quaccheri: “quel Cristo interiore” e non solo il Cristo esteriore della storia ma “quel Cristo interiore della fede”.

Vivendo così, uniti a Cristo, anche tu puoi essere o diventare un uomo buono come forse non lo sei ancora stato.

Iddio lo voglia per tutti noi.

Amen.

pred. Andrea De Girolamo

Il canto di Anna

1 Samuele 2,1-2 .6-8

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, il Signore vive. Il vivente è qui. YHWH , l’io sono è presente. Il Signore Dio ascolta il grido del dolore, il pianto di amarezza dell’oppresso. Il Signore del cielo e della terra rende giustizia agli esseri viventi. Egli fa esistere. La sua parola non ritorna vuota. Lodiamo il Signore perché a lui appartiene la vita. Egli fa risorgere. Chi lo prega non torna a mani vuoto.

Anna è la nostra protagonista di oggi, lei conferma l’essere di Dio.  Ella con il suo canto di gioia ci farà tornare a casa oggi con la speranza che Dio è con noi, ridonandoci il cuore del suo messaggio che fa sorgere e risorgere chi giace senza speranze. Colei che è amareggiata oggi ci viene ad annunciare l’evangelo di  consolazione che c’è Dio. Egli è stato capace di dare, di donare una vita piantata in quel deserto, nel grembo di una madre. Il  Dio che ha conosciuto Anna è tutt’ora capace di trasformare la vita di ognuno e di ognuna di noi donandoci  la vita. Il canto di Anna era frutto del dono che ha ricevuto e in cambio lei farà la sua offerta per sempre.

Se riusiamo oggi a comprendere il passaggio compiuto dall’opera di Dio nella vita di Anna di donare la vita nel suo figlio, possiamo anche oggi avere conferma del  perché esistiamo, del  perché ci viene ancora donata la vita.  Perché dopo la morte rinasce la vita.  Anna ha rivolto la sua preghiera a Dio, gli ha chiesto di ricordarsi di lei e  Dio le ha esaudito. Quella preghiera di Anna era una richiesta specifica che solo il Dio fonte e donatore  di  vita poteva esaudirla. Le parole di Anna  cantate derivavano dal riconoscere davanti a  Dio la sua condizione umana fatta di vita e di morte.

In quel tempo,  allora nella storia d’ Israele c’ erano delle donne(Sara, moglie di Abramo, Rebecca, moglie di Isacco, Rachele, moglie di Giacobbe e Anna, moglie di Elcana ) che non potevano generare la  vita e come se fossero state la terra deserta in cui abitualmente abitassero.

Il vivere  di queste donne era la testimonianza del loro proprio ruolo in relazione  ai loro mariti. Perciò, il loro non poter dare un figlio era una sofferenza, in quanto considerate incapaci di svolgere il ruolo fondante della loro esistenza. Allora, le donne che potevano  generare figli erano chiamate madri, ma quelle che non potevano erano disprezzate e emarginate(quindi non contavano nulla). Questo era il dolore di Anna nonostante fosse amata da suo marito Elcana. Allora, il grembo di Anna non  era adatto per far abitare la vita perché era  sterile, era  incapace di generare.

Ma con la sua preghiera  al Dio che l’aveva creata, Anna ha avuto modo di capire la ragione della sua esistenza e del ruolo di Dio come Padre di tutti gli esseri viventi. Care sorelle e cari fratelli nel Signore, c’era una volta una donna che si chiamava Anna. Una donna amata da suo marito Elcana nonostante la sua condizione di essere sterile. Questo fatto non era considerato per lui una vergogna, un modo per cui dovesse essere disprezzata. Pennina l’altra moglie di Elcana  le faceva notare e pesare tutto della sua condizione. Elcana però aveva dimostrato alle due mogli il comportamento giusto ad entrambi. Ai figli di Pennina egli dava a ciascuno la loro parte e Anna ne riceveva anche lei. Il pianto di amarezza che esprimeva il dolore di Anna di non poter dare un figlio a suo marito era indipendente dal loro rapporto coniugale. Anna era amata da suo marito così come era. Elcana accettò la condizione di lei, di essere  sterile ma lei pianse per il fatto che lei  non era realizzata  pienamente per il ruolo che doveva avere per suo marito e per il suo popolo. Chiese a YHWH di darle un figlio. Nella storia di Anna vediamo come i rapporti si distinguono tra uomo e uomo e tra Dio e uomo. In primo luogo il rapporto di Anna con Elcana  dimostrava che per amore si può superare tutto come quello di non avere dei figli. In secondo luogo il rapporto di Anna con Dio a causa di questa impossibilità di generare un figlio, la ispirò a fare una specie di voto davanti a Dio. Anna non chiese a Dio  per sentirsi pienamente realizzata davanti a Pennina e a Elcana ma chiese un figlio perché fosse la  dimostrazione di chi fosse Dio, che questo Dio era diverso dagli altri perché capace di ribaltare la situazione degli emarginati nella comunità .YHWH è colui che ha il potere di trasformare e la volontà di intervenire in difesa dei deboli.

La preghiera di Anna fu esaudita a patto che se questa richiesta fosse stata esaudita lei avrebbe restituito il figlio a lui. Perciò,* “l’ho chiesto al Signore” era il nome di Samuele. Dio  ascoltò il canto di dolore e di disperazione di Anna dal profondo del suo cuore a tal punto che non potè nemmeno più emettere parole. Egli le esaudì, le donò la vita tramite il figlio Samuele che significa “l’ho chiesto al Signore” e  così in cambio l’ha offerto come tale.

Perché questa esperienza di vissuto di fede di Anna  è fondamentale per noi oggi che celebriamo la risurrezione di Gesù?

Perché il Dio della vita esiste sempre per trasformare, io e tu, noi e questo mondo.

Noi così comprendiamo che in questo mondo  ognuno o ognuna deve passare, attraversare il vissuto di vita e di morte. Queste due esperienze(della vita e della morte) si intrecciano ma si esperimentano nel tempo e nello spazio del vivere di ogni uomo. C’è il presente che per il credente è continuamente un vivere di morte e di vita. Il canto di Anna è un sunto del suo vissuto fatto di questa esperienza di vita. Nell’esperienza del vivere nel mondo l’uomo deve attraversare il passaggio continua dalla morte alla vita.  L’esperienza di Anna come credente  in Dio ci ricorda ora che la vita è un dono che  Egli può donarla dove manca. La richiesta di questa vita da parte del  credente  in Dio vivente è giustificata perché viene esaudita e questa vita stessa, donata in offerta a testimonianza di Dio stesso come vivente.  Impariamo così ad accettare la nostra condizione umana di essere creatura. Noi crediamo nel  Dio vivente che ha fatto risorgere la vita dalla morte con la resurrezione di Gesù, dalla tomba vuota, così come dal grembo vuoto di Anna  Dio stesso ha fatto nascere  un figlio. Questi eventi(del grembo vuoto di Anna e della tomba vuota di Gesù) ci garantiscono ancora oggi la consolazione della rivelazione della nostra vera relazione con la vita e con la morte. Il Signore della vita ha manifestato la sua gloria e la sua potenza nella vita di una donna come Anna e anche Gesù. Il canto di gioia di Anna ce lo ricorda oggi.

La natura di questo canto è eccezionale.

Questo canto è davvero la celebrazione della natura incomparabile di YHWH.

La gioia è di Anna, ma la potenza è di Dio. In questo cantico si capovolgono i privilegi sociali dei principi. YHWH è colui che ha il potere di trasformare e la volontà di intervenire in difesa dei deboli. Significa che Dio possiede quella combinazione tra qualità e intenzioni che conta per questa comunità marginale che canta. Questo Dio presiede con la sua sovranità unica al dono della vita e della morte, e concede questi doni poiché sa tutto, senza darne una ragione o una giustificazione (cfr. Deut. 32,39).

Nella visione di Anna non vi sono cause secondarie né circostanze attenuanti, vi è soltanto Dio. La realtà di Dio consente una straordinaria speranza e mette in moto opportunità sociali che vanno al di là della razionalità amministrata dal sistema politico-economico vigente.

E’ una speranza che supera i confini definiti dall’attuale realtà sociale, una speranza che riveste la massima urgenza per quanti nel presente sono esclusi a causa di quei confini.  E’ il capovolgimento della realtà. Le distinzioni sociali e sproporzioni nel potere politico vengono superate e annullate.

Attraverso questa esperienza di Anna molte vite furono trasformate e  liberate perché la sua esperienza testimoniava il Dio a cui appartiene la volontà di intervenire nella sorte dell’uomo con l’unica ragione di ridonare la vita. Quel Dio a cui appartengono la vita e la morte.

Il grembo di Anna era come una specie di terra deserta, non poteva nascere una vita, ma è proprio per questo motivo, per  il suo pianto interminabile, il canto di grido di dolore che chiese a Dio di trasformarlo. Il canto di gioia di Anna di aver avuto la risposta della sua preghiera era la ragione della sua lode perché YHWH il Dio che lei professava era capace di far congiungere i due lati estremi della condizione umana. Da questa esperienza di Anna oggi si riconferma la nostra fede in Lui. Egli operò allora per dimostrare che in lui tutto può avere una ragione di esistere , e anche di dimostrare la sua volontà di capovolgere quella esistenza che denota disuguaglianza, esclusione.

Il racconto della risurrezione di Gesù era l’opposto del racconto di Anna e Dio è intervenuto in entrambi casi. Il grembo di Anna era come una tomba, vuota, sterile, non poteva nascere la vita, ma dalla tomba era nata la vita nella esperienza di Gesù. Dio era chiamato in causa in entrambi gli eventi. C’è una ragione per spiegare la volontà di Dio che è quella di riempire un vuoto. E nello stesso tempo ciò che è pieno  deve essere svuotato perché sia tutto per la sua gloria.

Dimostra egli dunque la sua sovrana volontà di trasformare le sue creature.

In lui esperimentiamo le risposte concrete delle nostre preghiere esaudite da lui per noi. La preghiera di Anna era una richiesta di donarle la vita e in cambio era di offrire a lui come tale questa vita. Noi chiediamo Dio di donarci, di rispondere alla nostra  richiesta particolare nata dalla nostra condizione umana di impossibilità e  Dio ci darà questo dono da offrire a nostra volta offerta tale . È integrale, è il pieno dono che non vogliamo spezzare. Rimane come tale perché siamo consapevoli che il dono era pieno, era tutto, non era parziale perché ci è stato donato. Samuele(l’ho chiesto a Dio) è l’offerta di Anna che ritorna a Dio.  Dio ha ridonato vita al suo figlio Gesù per essere di offerta. La vita donata da Dio nel figlio e quell’offerta che ha ricevuto da Anna.

Io do quello che mi hai dato. Restituisco quello che mi hai dato.

L’esperienza di Anna avendo avuto un figlio nella vecchiaia e nella sterilità ci ricorda oggi che nel  tempo della risurrezione, la vita ha una doppia valenza, la vita che Dio dona in questa maniera rivela che sia la morte che la vita, entrambe  sono dipendenti, sono in relazione.

Vita e morte, morte e vita acquisiscono i loro veri significati. Il non senso della morte acquisisce il suo significato grazie alla esperienza di Anna in questo brano e la nuova vita nata da questa morte come era stata la sua impotenza di generare ha dato il motivo di lode, di canto al Signore.

Il canto di Anna è un esempio per noi oggi di dire«Alleluia> lode a te Signore Dio. In questa domenica della risurrezione, ci auguriamo e ci benediciamo a vicenda  con le parole del canto di Anna.

Amen.

past. Joylin Galapon

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La Parole e le parole da portare

Sermone su: Isaia 50,4-9

Care sorelle e cari fratelli,

Tra le mille notizie drammatiche di questi giorni, colpisce per la sua particolare tragicità la morte di una donna al settimo mese di gravidanza, respinta al valico alpino dalle autorità francesi. L’ennesima storia di povertà, emarginazione, fuga alla ricerca di una vita nuova… negate e recluse da un sistema che ormai non riesce più a gestire in maniera umana i poveri che esso stesso produce. Lo sanno bene anche quelli tra noi che, all’alba della domenica, vanno a distribuire le colazioni ai senzatetto intorno a piazza della Repubblica.

Per capire meglio il problema, ho appena finito di leggere un libro di S. Baumann, Le nuove povertà. La sua analisi ci fa capire come la povertà sia stata percepita dalle culture umane nel tempo in modi molto differenti. Nel medioevo il povero garantiva a se stesso e al ricco la salvezza eterna. Con la modernità il povero diventa un potenziale operaio, in attesa di essere impiegato nella fabbrica e di svolgere il suo ruolo sociale; il welfare state è stato inventato anche per garantire che, in questo tempo di attesa, la situazione non degenerasse. Oggi, il capitale ha imparato a fare altissimi profitti con poca manodopera, e così i poveri sono diventati un peso inutile per l’economia. L’assistenza sociale è sempre più vista come insostenibile e ideologicamente ingiustificata. Si arriva così alla criminalizzazione del povero e dallo stato sociale si passa a quello di polizia, come ci insegnano gli Stati Uniti, il cui sistema carcerario è teso esattamente a questo fine. Il problema è che ci stanno convincendo con tutti i mezzi possibili che questo modo di pensare sia quello giusto. Ricordiamoci solo, però, che cosa è successo i Germania quando alcuni gruppi sociali sono state bollate come un inutile peso, anzi, come un pericolo per l’odine sociale…

Ebbene, ci tengo a dire che oggi, domenica delle Palme, noi ci prepariamo a festeggiare la Pasqua con la convinzione che non solo tutto questo è sbagliato, ma che c’è un’alternativa ben precisa. Gesù entra a Gerusalemme facendo capire che lui è il Signore del mondo e che in lui tutte e tutti noi, a partire proprio dai poveri e dagli emarginati, abbiamo un’altra possibilità. I poteri di questo mondo capiscono al volo il significato dell’azione di Gesù e, infatti, cercano di toglierlo di mezzo. Dio, però, lo resuscita e rimette in gioco la vita di tutti quelli che si fidano di lui. Nel Cristo risorto un nuovo sistema di valori, una nuova percezione della vita e dei rapporti umani è possibile, e noi siamo chiamati a realizzarla. Ma come?

La parola di Isaia ce ne dà un esempio eloquente. Nel “terzo canto del servo”, il profeta è rappresentato come colui che ha il dono di parlare come un maestro, ma che ogni giorno deve prima di tutto ascoltare la voce di Dio, proprio come uno scolaro. Eppure il profeta ne ha di esperienza, ha un rapporto diretto con Dio, è uomo che conosce il suo tempo e la sua gente. Proprio la sua condizione di profeta lo porta allo scontro duro con i suoi avversari, contro coloro, cioè, che non possono accettare la Parola del Signore, e quindi tormentano e perseguitano il profeta. La prima cosa che fa, però, e di mettersi in ascolto della parola di Dio: anche lui deve ricevere ogni giorno l’insegnamento dal Suo Signore, proprio come uno scolaretto. Ogni mattino il Signore apre il suo orecchio alla Sua parola, che lo ammaestra. La stessa cosa vale per ogni discepolo del Signore. Abbiamo il dono grande, direi il privilegio, di poter portare al mondo la parola di Dio, ma siamo anche chiamati all’umiltà di aprire ogni giorno la Bibbia e imparare, affinché le parole di Dio non si confondano con le nostre parole. Perfino i discepoli di Gesù, che erano con lui ogni giorno, riuscirono a comprendere quel che era avvenuto la domenica delle Palme solo dopo aver ricevuto la buona notizia della resurrezione.

A proposito dell’ascolto della Parola, in questi giorni sta accadendo un fatto che non ci può lasciare indifferenti: fine mese chiude l’agenzia italiana della Società Biblica Britannica e Forestiera. Chiude dopo 210 anni di lavoro capillare per la diffusione della Bibbia in questo paese. Senza il suo servizio il protestantesimo italiano non esisterebbe. Tocca alla Società biblica in Italia trovare le modalità per portarne avanti l’eredità, ma questo sarà possibile solo se troveremo le forze per farlo: le nostre chiese credono ancora nel progetto della diffusione della Bibbia? In questi tempi di crisi, cioè di “giudizio”, il mondo ha bisogno di persone che sappiano vivere coraggiosamente la loro vocazione ad essere gli araldi dell’evangelo, pur nell’umiltà di chi sa farsi discepolo ogni giorno, per aiutare con la parola chi è stanco.

Solo se ci saremo posti all’ascolto dell’evangelo, della Parola, potremo agire in questo mondo per dire ad alta voce che un’altra via è possibile, che si può vivere la nostra relazione con l’altro e con l’altra partendo dall’amore di Dio. C’è una speranza per tutte e tutti, anche e soprattutto per i poveri, per gli emarginati, per quella gente che oggi l’economia considera un peso inutile. E, anche se ci sentiamo stanchi e demotivati, e se vediamo intorno a noi persone che hanno perso la speranza, ricordiamoci la nostra vocazione ad essere araldi della Buona Notizia! Il mondo ha bisogno di una parola di conforto: gli sfruttatori sono sotto il giudizio di Dio, il quale sta dalla parte delle vittime e propone a tutti, in Cristo, una via di riconciliazione tra esseri umani e tra esseri umani e Dio. Dobbiamo trovare il coraggio di dirlo a muso duro come il profeta, perché in questo il Signore ci accompagna. Abbiamo bisogno di farlo anche nei piccoli gesti quotidiani che possono sembrare una goccia d’acqua nell’oceano, ma che conservano il loro valore di testimonianza. Pensiamo al progetto delle colazioni ai senzatetto, pensiamo anche ad un progetto lontano nello spazio ma che la nostra chiesa, tramite l’8×1000 ha deciso di finanziare: la ricostruzione della casa delle donne di Kobane, nel Kurdistan. I curdi sono di nuovo sotto attacco e forse questa volta saranno i turchi a distruggerla un’altra volta. Ma noi saremo con chi vorrà ricostruirla, testardamente, perché là dove c’è violenza, ingiustizia, sopraffazione, noi dobbiamo essere presenti con gesti profetici.

Gesù, dunque, viene a Gerusalemme come luce del mondo, per una sua ultima e definitiva manifestazione come Messia, come Signore di questo mondo. C’è ancora una possibilità per i suoi contemporanei, ma i suoi avversari irrigidiscono ancora di più la loro posizione e si preparano ad ucciderlo. Come il servo sofferente di Isaia, egli si prepara al martirio, ad obbedire fino alla fine. I suoi discepoli guardano la scena, ma non comprendono. Capiranno dopo la resurrezione. Noi siamo come loro, chiamati ad una vocazione importante, ma allo stesso tempo discepoli, che devono imparare e studiare ogni giorno. Per poter così portare con coraggio, testardamente, quella parola che dischiude il senso della vita, che svela la verità, che ci aiuta a comprendere le contraddizioni di questo mondo e le nostre. Quella parola che siamo chiamati a portare e che, sola, può rimettere in piedi chi è stanco, liberare chi è oppresso, e manifestare la luce là dove sono le tenebre.

Amen

prof. eric Noffke

Il perdono di Dio

Numeri 21,4-9 (I serpenti ardenti e il serpente di rame)

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, il testo della predicazione tratto dal libro di  Numeri  cap. 21, dal 4 al 9 ci invita oggi a riflettere sul modo specifico di Dio di riconciliarsi con il popolo d’ Israele ed  è anche un modo di riconoscere la severità di Dio nell’emanare il suo giudizio al popolo in ribellione, e la grazia ridonata  a lui dopo averlo riconosciuto che è Dio da temere. Il popolo era stato condannato a morte a causa del suo mormorare, della sua protesta e obiezione alla volontà di Dio e di Mose. Infatti, il castigo era la pena di morte. Dio mandò loro i serpenti ardenti, infuocati che con i loro morsi emanavano veleni, così che molti del popolo morirono. Ma con l’ammissione del peccato e la confessione di aver protestato esso ha ricevuto il perdono,  e così non morì più nessuno.

Molti del popolo però non hanno potuto confessare il loro peccato contro Dio e Mosè quindi hanno subito la pena di morte a causa dei serpenti che rappresentavano il castigo, la punizione del loro peccato. Era Dio che li ha puniti.

 

Oggi, questi  versetti ci invitano anche a fare un auto- esame(autocritica), ricordare il  peccato commesso nella ribellione, nel  mormorio quando abbiamo parlato  con parole di protesta e di obiezione a ciò che Dio voleva che fosse fatto, con un atteggiamento di sfiducia, di rinnegamento, e d’impazienza. Per il Dio dell’AT la sfiducia (perdersi la fiducia in lui) era il peccato più grave perché era irrimediabilmente causa della pena di morte, come viene qui dimostrato.

Nel capitolo precedente al nostro brano, due persone care per questo popolo erano appena scomparse. Miriam era morta, poi poco dopo Aronne. 30 giorni di pianto, cordoglio per il fatto che erano scomparsi Aronne e Miriam dalla vista di una comunità di credenti.

 

Si capisce allora che la comunità di Israele era sfinita, era stanca, non aveva più la forza di camminare e ha perso la speranza a quella promessa di poter raggiungere la terra promessa. Lei non aveva più la forza d’andare avanti per seguire la sua meta verso la promessa di Dio.

 

Nel deserto, il popolo di Israele ha vissuto per 40 anni come ci racconta il libro di Numeri e molti  non  raggiunsero la terra promessa.

Nel deserto, loro hanno vissuto in modo semplice, hanno sperimentato un modo infantile di credere in Dio. Dio verso di loro  si infiamma con la sua ira e poi ritorna ad essere compassionevole mediante l’intercessione, le parole d’implorazione del suo servo Mose in molte occasioni.

Allora Mosè supplicò il Signore, il suo Dio, e disse: «Perché, o Signore, la tua ira s’infiammerebbe contro il tuo popolo che hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande potenza e con mano forte? Perché gli egiziani direbbero: Egli li ha fatti uscire per far loro del male, per ucciderli tra le montagne e per sterminarli dalla faccia della terra!?» Calma l’ardore della tua ira e pentiti del male di cui minacci il tuo popolo. Ricordati di Abramo, d’Isacco, e d’Israele, tuoi servi, ai quali giurasti per te stesso…»  Esodo 32,11-13
La relazione di Dio con il popolo di Israele  in questo caso ci chiarisce anche oggi come siamo noi credenti.

Che cosa era che manteneva il loro rapporto? La cura, la guida che assicurava Mosè  con la sua presenza  e anche il suo castigo ogni volta che commettevano il peccato, ogni volta che trasgredivano il suo comandamento.  Un castigo per raddrizzare il loro comportamento per poi andare avanti per raggiungere la terra promessa come un popolo fedele.

Certamente, non fu un cammino facile per Israele!

Allora, sicuramente  il popolo d’Israele al contempo non visse in modo semplice perché aveva delle regole da seguire e i comandamenti per acquisire la vera vita.  Dio l’ha liberato dalla schiavitù in terra d’Egitto, ha avuto la manna per nutrirsi giorno dopo giorno. Nonostante ciò, c’era sempre occasione di protestare, di mormorare, e lamentarsi davanti a Mose e a Dio. Il tempo nella casa d’Egitto, nonostante il lavoro gravoso che compiva e il maltrattamento che subiva, veniva rievocato con  nostalgia, e il popolo d’Israele sognava ancora la consolazione del cibo che lo rendeva soddisfatto e sazio, cioè la carne  che  lo consolava in mezzo allo schiavitù. Dicevano: «Avevamo pentole di carne e mangiavamo pane a sazietà» Esodo 16, 3. Così, fino alla fine del suo peregrinare abbiamo questo ricordo che causa di ribellione nei confronti di Dio. La carne che lo aveva nutrito ha avuto un ruolo importante, è una trappola del maligno, di satana in cui cadere in tentazione e nello stesso tempo un modo dispettoso di rivolgersi a Dio.

 

La scelta di questo brano ha a che fare con il tempo della passione, il  tempo riservato per ricordarci di tornare a Dio e cambiare la nostra mentalità e si scandisce in questa sequenza.

Il credente ha ricevuto la promessa  grazie alla fede,

poi segue la protesta che è frutto dell’impazienza,

poi si ritorna alla consapevolezza,

e di conseguenza c’è il tempo della confessione,

e poi il tempo del perdono.

Quindi, la riconciliazione comporta un rinnovamento dell’impegno per l’alleanza fatta da Dio per il suo popolo eletto.  Credo che vediamo in noi la replica di questa esperienza in quanto discendenti (eredi ) del popolo degli  Israeliti.

 

Teniamo in mente questo procedimento della salvezza d’ Israele in questo episodio, il timore verso Dio significa per il popolo d’Israele  riacquisire nuovamente la vita per proseguire il cammino che lo aspetta.

Il popolo d’Israele ha confessato il suo peccato tramite Mosè e anche tramite lui Dio ha trovato un rimedio per riconciliarsi. Dio ordina di creare qualcosa di simile a quello che ha mandato per dimostrare la sua ira contro chi bestemmia, contro chi trasgredisce alla sua volontà.  E’ un’immagine che ha causato la morte di molti  e al contempo ha dato nuova vita: dal serpente ardente al serpente di rame.

Adesso abbiamo questa occasione di ammettere anche noi che spesso mormoriamo, spesso ci lamentiamo, spesso protestiamo per le nostre incessanti insoddisfazioni. Questi sono i motivi del nostro parlare contro Dio che non vogliamo nemmeno confessare perché non li consideriamo nemmeno più un peccato. Questo brano ha descritto l’esperienza di vita del popolo d’Israele  e anche la nostra quando mormoriamo perché Dio non ci ha dato quello che crediamo possa  soddisfare il nostro bisogno.

 

Ora, chi pecca e riconosce di aver peccato davanti a Dio riceve il perdono guardando Gesù sulla croce. Ecco, care sorelle e cari fratelli nel Signore, oggi il nostro lezionario ha proposto  la  meditazione di questo brano che narra il peregrinare di Israele, l’itinerante perenne.

È un fatto molto importante nella vita del popolo. Inserire per la nostra predicazione questo brano dell’AT,  ci ricorda quando un serpente per la prima volta ha agito tra due persone, Adamo ed Eva, ora i serpenti sono di nuovo in scena per svolgere il loro ruolo specifico, recare la vita o la morte. Dio per mezzo di loro ha manifestato il castigo, la condanna verso un popolo che con le sue parole ha provocato la sua ira. Ci fa impressione immaginare la terra deserta in cui strisciano i serpenti per  poi  arrivare a mordere una massa di gente. Per  aver parlato male a Dio e a Mose, a causa di aver maledetto Dio, gli israeliti hanno avuto la pena di morte.

 

L’analisi del brano fatta da un ‘esegeta sulla rivolta del popolo d’Israele contro Dio ha voluto delineare il significato vero qui della parola contro, il popolo ha perso la fiducia in Dio.

Che cosa è il serpente ?  E’ il simbolo di vita. Il serpente è l’eterna sintesi di  morte e di vita, oggetto tanto di malanimo quanto di venerazione.

E’ l’essenza vitale del suolo; ogni anno cambia la pelle, simbolo del vecchio sé, un ‘eterna giovinezza, i suoi occhi penetranti scintillano come null’altro-simbolo di saggezza umana.

Il serpente è un potente simbolo di vita e di morte. L’asta con serpente di rame si ferma tra i morti che non vogliono guardare lo strumento di salvezza scelto da Dio e quelli che invece lo fanno, si salveranno.

L’evangelo di Giovanni 3,14-16 dice: E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Le parole di Gesù evidenziano la volontà di Dio di dare la vita eterna a tutti coloro che guarderanno a Gesù e crederanno in Lui.

L’immagine del serpente innalzato da Mosè è collegata da Giovanni all’immagine di Gesù innalzato e crocifisso. Ma l’innalzamento di Gesù si riferisce tanto alla sua morte in croce quanto alla sua risurrezione dai morti.

Così, nel vangelo di Giovani la croce ha dunque, come l’asta, il bastone di Mosè, un doppio significato: simboleggia tanto il veleno della morte quanto la potenza di Dio, che dona la vita a tutti coloro che credono in lui e a lui guardano per salvezza e nuova vita. Amen.

past. Joylin Galapon

È una bella persona

Testo del sermone Filippesi 1,15-21

Care sorelle e cari fratelli,

“È una bella persona!” Spesso utilizziamo questa formula, o altre formule simili, per introdurre a una nostra scelta di campo. “È una bella persona. Per questo di lui/di lei mi fido!”, oppure: “È una bella persona quell’uomo, quella donna che è responsabile. Per questo mi sento di aderire.” E più si tratta di questioni che esulano da criteri di oggettività, più puntiamo sulla nostra sensazione, sulle nostre intuizioni riguardanti le qualità caratteriali e l’affidabilità della persona che ci parla, che ci fa una proposta o una richiesta. Quando si tratta delle cose veramente importanti nelle nostre vite, sembra impossibile distinguere tra la “cosa” e la “persona”. O ci fidiamo della persona, e poi siamo anche disposti a venirle incontro, o non ci fidiamo e poi: fine! Oggi, però, ci è proposto per le nostre riflessioni un brano dell’apostolo Paolo che va abbastanza controcorrente a questa nostra abitudine. Leggiamo dalla Lettera ai Filippesi, capitolo 1, i versetti da 15 a 21:

Alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono detenuto per la difesa del vangelo; ma quelli annunciano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora;  so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l’assistenza dello Spirito di Gesù Cristo  secondo la mia viva attesa e speranza, poiché non ho nulla di cui vergognarmi; ma con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte.  Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Per comprendere queste affermazioni, dobbiamo un attimo dedicarci alle circostanze in cui sono state messe per iscritto. L’apostolo Paolo è in catene; si trova in prigionia. Da un lato, la sua detenzione non può essere eccessivamente dura; altrimenti non potrebbe ricevere e scrivere lettere; inoltre vediamo pochi versetti prima del nostro passo che non è solo ma accompagnato dal suo alunno Timoteo. Dall’altro lato, però, si capisce anche che Paolo si confronta con l’ipotesi di non uscire vivo da questa condizione: Forse sì, non lo esclude, ma al tempo stesso si prepara mentalmente anche all’altra opzione, trovando consolazione nel pensiero che nell’uno come nell’altro caso sarà in unione con Cristo. È stato discusso molto se la detenzione in cui Paolo scrive la lettera sia quell’ultima, a Roma, oppure una precedente, magari a Efeso, di cui la narrazione degli Atti degli Apostoli non dà testimonianza. Colpisce anche che, se capiamo bene i versetti che abbiamo sentito prima, c’è qualche collegamento, non spiegato nei dettagli, tra la prigionia e una concorrenza tra diversi apostoli cristiani, alcuni dei quali si approfittano dell’eliminazione di Paolo dallo spazio pubblico per esibirsi. Sembra perfino che il presupposto che l’apostolo si trova in carcere per motivo della sua testimonianza cristiana, come sottolinea lui, non sia da loro accettato. Sicuramente non saremo noi stamattina a dirimere tutti questi problemi. Ciò che per noi conta è che Paolo si esprime in vista dell’eventualità di essere giunto a capolinea, il che lo induce a riflettere sul rapporto tra la predicazione di Cristo e la buona o cattiva volontà del predicatore. E comprendiamo anche che tra lui e questi altri apostoli c’è un abisso di malafede e sfiducia. Umanamente, non hanno più nulla da dirsi; accadde così anche nella prima comunità cristiana.

Ora, però, colpisce ancora in più quello che Paolo dice. Egli introduce una netta distinzione tra questi rapporti, ovviamente del tutti avvelenati, tra i predicatori e l’unica cosa che conta veramente: l’annuncio di Cristo, la trasmissione del messaggio della sua crocifissione e risurrezione. Argomentando così, egli distingue anche tra il vissuto soggettivo con cui questo avviene e il fatto determinante. Può darsi che qualcuno si approfitti della sciagura di Paolo; può perfino darsi che qualcuno si esibisce come apostolo soltanto per fargli male, per farlo stare ancora peggio nel suo carcere. Sì, può darsi che questi “colleghi” (nel senso peggiore della parola) agiscano per malafede ed è altrettanto possibile che lui stesso per questo soffra ancora in più. Ma in fondo non importa, come scrive alla comunità di Filippi, che per Paolo è una comunità di fratelli fidati e di amici che lo sostengono fedelmente: “Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunciato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora”. Si  rallegra, perché il vero motivante del suo apostolato è la diffusione della parola di Cristo, e se questo avviene va sempre bene. Poi, in coda, c’è un piccolo ritorno di auto-referenzialità anche presso Paolo, e forse questo ci consola: lui si dichiara fiducioso che proprio così, agendo in malafede, i suoi cari colleghi contribuiscano alla “salvezza” sua, che ovviamente coincide con l’attesa di liberazione. Le mosse giuridiche che Paolo a questo punto presuppone ci sfuggono ma forse non sono neanche così importanti per noi.

Sono state delle “belle persone” l’apostolo Paolo da un lato e i suoi cari colleghi dall’altro? Temo che dal punti di vista dei cristiani a loro contemporanei sia dipeso dal punto di vista: sempre gli uni erano belle persone e gli altri no, erano bugiardi, ipocriti, incapaci ecc. Proprio in questo quadro di riferimento, pieno di veleno e pregiudizi, emerge l’attitudine di Paolo stesso, che era un uomo che, quando lo riteneva necessario, non evitava le contrapposizioni e i confronti. Dichiara qual è la sua priorità: che la parola di Cristo, la parola di sincerità e speranza sia trasmessa. A fronte di questo criterio, l’orgoglio personale e le rivendicazioni d’autorità devono rientrare a un livello secondario. E lo possono anche: se viviamo o se moriamo, dice Paolo, se abbiamo successo o se falliamo, se riusciamo a esibirci o se finiamo in un angolo cieco, valgono comunque sempre due cose: anzitutto, siamo mortali – per Paolo questa è, quando scrive la lettera, una prospettiva molto concreta, ma poi vale per tutti, anche per chi in questo momento è “di grido”; secondo punto: se viviamo o se moriamo, se ci riusciamo o no, siamo comunque sempre in Cristo, morto e risorto per noi. Questo è ciò che può dare anche alle nostre pretese la giusta misura, perché vale anche per noi e per i nostri tentativi di “fare chiesa” e di proseguire nella vocazione dell’annuncio di Cristo. Nell’anno 1530, alla dieta di Augusta, gli evangelici sottoposero all’imperatore Carlo V una confessione di fede. Nel settimo articolo leggiamo: “Invero la Chiesa è l‘assemblea dei santi nella quale è insegnato puramente l‘Evangelo e sono amministrati rettamente i sacramenti.” Sì, chiesa c’è laddove la parola di Dio è trasmessa nelle forme della predicazione e dei sacramenti. Questo è ciò che conta. La questione invece chi sia il soggetto a farlo rientra a un livello molto secondario. La frase che vi ho citata è formulata in passivo, ovvero in modo che l’attore grammaticalmente non è neanche preso in considerazione. L’essenza della chiesa non dipende dai messaggeri ma dal messaggio. Per noi questo vuol anche dire: laddove il vangelo è proclamato chiesa c’è e non le manca nulla per essere chiesa, indipendentemente da questioni denominazionali ed ecumeniche. Il regno di Dio non dipende da noi, né in quanto siamo persone singole, né in quanto siamo una specifica organizzazione religiosa; il regno di Dio magari si manifesta esattamente laddove noi pensiamo che sia più lontano, laddove ci sono quelli che noi guardiamo con sospetto e in maniera prevenuta. Ci sentiamo ridotti nella nostra importanza da queste considerazioni? Soltanto se in realtà cerchiamo il nostro, non Cristo. Ma, è questo è il punto su cui Paolo insiste, proprio l’azione di quelli che noi osserviamo con sospetto e avversione contribuirà alla salvezza nostra, perché mette a nudo le piccole e grandi auto-referenzialità che motivano anche la nostra testimonianza: vogliamo tanto essere delle “belle persone”, affidabili e rispettate, anche noi. Ma il messaggio di Cristo, che è sempre messaggio di croce, decostruisce queste speranze autoreferenziali, la nostra ricerca di “bellezza”. Possiamo solo pregare che ci sia dato che lo possiamo vivere come una liberazione, come “salvezza”.

Infine, qualcuno potrebbe dire: scusami, il messaggio della giustificazione per fede è un messaggio profondamente relazionale: non trasmette qualcosa di oggettivo, una qualità da acquisire, ma parla di come Dio ha risanato il suo rapporto con noi e come noi, di conseguenza, ci ritroviamo in una relazione risanata con lui. Come sarebbe possibile prescindere dalla dimensione personale e dall’autenticità e credibilità personale del testimone? Inoltre, parlare di Dio non è più un discorso oggettivabile, in cui sarebbe possibile separare il contenuto da chi parla. È sempre testimonianza personalmente impegnata. Sì, è vero tutto questo! Nonostante ciò, non soltanto la Confessione di Augusta ma anche l’apostolo Paolo stesso hanno osato non di separare la cosa dalla persona ma di distinguere comunque tra questi due livelli. Poiché come persone restiamo quelli che siamo – la parola di cui siamo diventati portatori invece non sarà mai la “nostra” in termini di proprietà. Poche ore prima di morire, il riformatore Martin Lutero scrisse su un cedolino una piccola riflessione che indirettamente riflette queste parole di Paolo e con cui vorrei chiudere. Scrisse Lutero: “Nessuno comprende Vergilio nelle sue Bucoliche senza essere stato pastore o contadino per almeno cinque anni. Credo che nessuno comprenda Cicerone nelle sue lettere senza essersi impegnato per vent’anni in un organismo statale eccellente. Nessuno pensi di aver gustato a sufficienza le Sacre Scritture senza aver governato la chiesa, assieme ai profeti, per almeno 100 anni. Attorno a Giovanni Battista per primo, Cristo poi e infine gli Apostoli c’è un immenso miracolo. Non devi tentare questa Eneide divina ma venerare inchinato le sue tracce! Noi siamo mendicanti. Questo è vero!”. Amen.

prof. Lothar Vogel

 

 

 

 

 

 

Tutta la creazione di Dio è molto buona!

GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA

meditazione tenuta dalla Pastora Mirella Manocchio

presidente OPCEMI

Genesi 1,1-31
Cara sorelle e cari fratelli,
leggendo le note geostoriche sul paese di Suriname ho scoperto che fa parte della regione amazzonica della Guiana il cui nome in lingua Kalina vuol dire “terra di molte acque” ed in effetti la zona e in particolare proprio Suriname è percorsa da miriade di fiumi e torrenti che hanno permesso alla lussureggiante vegetazione tropicale di crescere, di dar vita ad una meravigliosa biodiversità patrimonio naturale dell’Unesco e di aver quindi contribuito, insieme ai tanti minerali che si trovano nel sottosuolo, a far classificare nel 1995 dalla Banca Mondiale Suriname come il diciassettesimo paese più ricco al mondo per le sue risorse naturali.
Eppure scorrendo le stesse note geo-storiche si capisce come queste grandi ricchezze naturali, per l’enorme valore economico, sono diventate loro malgrado la sciagura del paese, sfruttato in epoca coloniale e postcoloniale fino ad oggi dove le estrazioni illegali di minerali costituiscono una delle cause maggiori dell’inquinamento proprio delle acque.
Come se ciò non bastasse, i cambiamenti climatici e il conseguente innalzamento del livello del mare rischiano di far sparire sotto il livello delle acque molta parte della zona costiera che copre circa il 15% del territorio.
Capite bene come tutto questo si ripercuota pesantemente nella vita delle persone e perché le donne del Suriname abbiano voluto stimolare la nostra attenzione su un tema che ci tocca tutti e sempre più da vicino.
Queste nostre sorelle nella fede non hanno però voluto partire dall’etica teologica per aiutarci a riflettere sul nostro approccio ai temi ecologici, ossia: cosa possiamo fare noi come credenti? Quali stili di vita conformi al Vangelo possiamo adottare nel nostro approccio alla creazione tutta?
Certamente domande importanti che un po’ tutti ci facciamo e che meritano risposte adeguate.
Ma per farlo con consapevolezza e davvero come credenti, non soltanto come cittadine e cittadini impegnati ecologicamente e socialmente, le nostre sorelle ci hanno voluto far partire dalla teologia fondamentale rimandando ad una riflessione sull’origine del creato voluta da Dio.
E allora guardiamo a questo testo che tante discussioni e pure tante divisioni ha portato nel mondo cristiano. Non voglio fare con voi una lettura che sottolinei le questioni di genere pure in esso insite e nemmeno puntare alla diatriba tra creazionisti che prendono letteralmente il brano ed evoluzionisti che vogliono confutarlo su basi scientifiche.
A noi oggi interessa capire qual è il messaggio profondo che questo testo ci offre, quale riflessione vuole far emergere nel nostro vissuto quotidiano di credenti.
Innanzitutto ci dice che la creazione non è un atto casuale, fortuito, ma un preciso atto di volontà di Dio ed un atto di amore. Perché dico questo?
Perché all’inizio la terra è informe e vuota, un magma indistinto, insomma il caos. E, come ci spiegano gli esegeti Dio, opera la creazione per separazione, separa la luce dalle tenebre, le acque dalla terra e via di seguito, e imprimendovi un ordine progressivo che culmina nella creazione umana e l’istituzione dello shabbat.
Dio fa tutto ciò chiamando all’esistenza la creazione attraverso la sua Parola che ha un valore performativo, ossia fa, mette in atto, crea quello che dice: “Dio disse: ‘sia luce!’ e luce fu.”
Eppure prima della Parola di Dio vi è un altro soggetto che guarda alla creazione ancor prima che essa divenga tale, quando ancora è un caos informe: lo Spirito di Dio che aleggia sulla superficie. Dio guarda a questo caos, vi aleggia sopra attraverso il suo Spirito e già si prefigura la bontà e bellezza che ne può venir fuori. Ecco l’amore di Dio per la creazione che si esprime prima ancora che essa sia, come una madre che ama il figlio o la figlia che ha in grembo e già si prefigura un futuro di gioia, benessere e bellezza per il nascituro!
E cosa accade al momento in cui il nascituro viene al mondo? Qual è la prima cosa che ci viene da dire quando vediamo un bimbo o una bimba appena nati?
“Ma che bella bambina!”
Non pensiamo certo se questa sarà una brava bambina, ma ciò che ci salta agli occhi è la bellezza armonica di quel piccolo corpo, la sua splendida e fragile completezza.
Ecco cosa esclama Dio quando vede l’opera della sua Parola: la sua creazione è bella, dà gioia nel vederla!
E sempre per rimanere nel paragone genitoriale, quando Dio chiama all’esistenza le varie parti della sua creazione non può che benedirle ossia non può che augurare loro il meglio per il futuro, proprio come farebbe un genitore con i figli appena nati.
Dio interloquisce subito con la sua creazione e non l’abbandona a se stessa appena creata, ma esprime il suo amore nella benedizione – crescete e moltiplicatevi – che è anche un impegno da parte sua perché certo un piccolo bambino non potrà crescere bene se non ha accanto genitori premurosi.
Non è un caso che il teologo Walter Bruegemann parla di un atteggiamento divino nella creazione improntato alla prossimità e alla distanza. La prossimità tra creatore e creatura, scrive, “è dovuta alla costante sollecitudine di Dio nei confronti della sua creazione (…) e dell’altrettanto sollecita risposta della creazione. (…) E tuttavia, in questa prossimità fiduciosa c’è una distanza che consente alla creazione libertà d’azione. La creazione non è sopraffatta dal creatore. Egli non solo ne ha cura, ma la rispetta lasciandole libertà nel rapporto. (…) La grazia di Dio consiste nel fatto che la creatura che egli ha chiamato all’esistenza, ora egli la lascia esistere.” (Genesi, Claudiana, pag. 48)
Nell’insieme della creazione vi sono anche gli esseri umani, creati per ultimi e nella somiglianza con Dio, ai quali viene rivolta una benedizione più complessa delle precedenti perché viene detto che oltre a essere fecondi, moltiplicarsi e riempire la terra essi dovranno rendersela soggetta e dominare gli animali.
Queste parole di Genesi sulla creazione umana, nell’immaginario cristiano e non, hanno rimandato per secoli l’idea – utilizzata poi a sostegno di pratiche economiche di sfruttamento – che il genere umano fosse qualcosa di diverso e staccato dal resto della creazione, tanto da poterla usare e sfruttare a piacimento come suo possesso speciale ricevuto da Dio.
Un atteggiamento questo che colpì profondamente i pellerossa quando incontrarono i primi europei. Loro che invece avevano un approccio alla natura basato sull’idea che gli esseri umani sono figli della terra, quindi parte integrante del Creato su cui soffia il Grande Spirito.
Vi dice qualcosa questa loro comprensione della creazione?
Eppure – come oggi sottolineano tanti esegeti e teologi – nel testo di Genesi vi sono elementi che avrebbero dovuto portare a una concezione non troppo dissimile da quella dei pellerossa.
La creatura umana è creata ad immagine e somiglianza di Dio e questo dovrebbe aiutarci a comprendere il messaggio che vuole consegnare all’umanità tutta perché se l’immagine divina veicolata dalla Bibbia è un mandato di potere e responsabilità nei confronti della creazione come quella esercitata da un pastore sul suo gregge oppure quella di sollecito amore materno e paterno, allora comincia a delinearsi anche quale può essere il reale valore del mandato affidato all’umanità.
Non sfruttamento e dominio assoluto e coercitivo, ma sulla scorta dell’agire di Gesù di Nazareth, figlio di Dio per eccellenza, servizio e sollecitudine nel garantire il benessere di tutte le creature cosicché la promessa che ciascuna di essa ha ricevuta possa essere fruita appieno.
Ecco questa comprensione del dettato biblico, un tempo portata avanti per lo più dalla mistica e da pochi studiosi isolati quali Albert Schweitzer o Teilhard de Chardin, con il passare del tempo è divenuta patrimonio dei molti – pensiamo alle assemblee ecumeniche di Basilea e Graz o a quelle del CEC di Camberra e Porto Alegre o ancora alla Carta Ecumenica – e ha portato la comunità dei credenti a comprendere la natura non come organismo vivente messo al servizio dell’essere umano, ma come patner con cui l’umanità è interconnessa similmente a Noè, l’uomo fedele a Dio rispetto all’umanità corrotta, che si salva solo assieme agli animali.
Ebbene se ci spostiamo dal mondo biblico al nostro, stiamo assistendo ad approcci più consapevoli nei confronti della salvaguardia del creato e delle sue risorse a livello delle potenze mondiali, soprattutto considerando il fatto che le risorse non sono inesauribili. Peccato che questo nuovo atteggiamento sia dettato per lo più da ragioni economiche, le stesse che al contempo frenano certe decisioni di drastico controllo, quali ad esempio la riduzione di emissione di anidride carbonica, perché considerate nocive per lo sviluppo economico-finanziario delle nazioni.
Certo nel rivolgerci a chi ragiona solo in termini di profitto e di potere, l’unico modo per far si che ci senta da quell’orecchio è quello di parlare lo stesso linguaggio.
Ma per noi credenti l’approccio non può essere solo utilitaristico, anche perché la questione della salvaguardia del creato va sempre connessa col modo in cui le risorse esauribili del nostro pianeta vengono distribuite. Se circa il 20% della popolazione mondiale gode di quasi l’80% delle risorse planetarie mentre circa un terzo della popolazione globale ha un’alimentazione insufficiente, se l’acqua da diritto viene trasformata in bisogno economicamente sfruttabile, allora quello che le chiese sono chiamate a fare diventa un discorso profetico di giustizia sociale. Questo ce lo dicono anche le nostre sorelle del Suriname.
Ritengo che fin dalla Scuola Domenicale sia necessario spiegare biblicamente e mostrare coi fatti che il Signore ci ha creati come parte integrante della sua meravigliosa creazione e che ce l’ha affidata per conservarla nella sua bellezza e splendore, facendo in modo che il godimento delle sue ricchezze permetta il benessere di tutti e non solo di una parte dell’umanità.
È un discorso che cambia prospettive e azioni sia nel quotidiano, sia nel complesso delle relazioni economico-sociali della terra, ed è il compito originario affidatoci da Dio come suoi figli e figlie.
Ebbene se non cercheremo con tutte le forze di portarlo avanti la creazione tutta, come dice l’apostolo Paolo in Romani 8, continuerà a gemere e ad essere in travaglio nell’attesa impaziente della manifestazione dei figli e delle figlie di Dio e di essere liberata dalla schiavitù della corruzione.
Chiudo le mie riflessioni con un brano tratto da un libro di Jurgen Moltmann che parafrasa Agostino nelle ‘Confessioni’: “Quando amo Dio, amo la bellezza dei corpi, il ritmo dei movimenti, la lucentezza degli occhi, gli amplessi, i sentimenti, gli odori, le tonalità di questa variopinta creazione. Vorrei abbracciare tutto quando amo te, Dio mio, perché io Ti amo con tutti i miei sensi nelle creature del Tuo amore, Tu mi aspetti in tutte le cose che mi incontrano.” (Lo Spirito della vita, Queriniana, pag. 119)
Amen

​​​​Past. Mirella Manocchio

Il maestro, la guida del discepolo

Luca 9,62 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
il nostro calendario liturgico ci ricorda che è già la terza domenica del tempo della passione del nostro Signore.

Non so se ci rendiamo ancora conto del senso e della profondità del significato di questo tempo per noi cristiani.

Constatiamo che il nostro vivere in Cristo Gesù cioè il vero messaggio del cristianesimo non è quello di vivere una vita come se fosse  una passeggiata tranquilla ma che la vita è a volte tortuosa. Possiamo, però, arrivare  a capire come  raggiungere la vera felicità.

La storia ci ha fatto conoscere in pieno il piano della salvezza che Dio ha compiuto in Gesù, delineando un’esperienza incredibile di patimento: fisico e psicologico, corpo e animo hanno vissuto quel dolore e quella sofferenza tali fino all’ultimo respiro per riscattare con la sua morte le anime dei peccatori.

Quello che è accaduto nel passato è irripetibile per il suo valore e a noi ci rimane nel nostro cuore la gratitudine e la riconoscenza verso Dio.

Così, anche in questi giorni ho riflettuto su quanto sia enormemente seria la responsabilità che ci è affidata e come quel fatto deve essere trasmesso con  degli effetti positivi nella vita della chiesa.

La passione di Gesù per amore è ciò che dovrebbe farci risvegliare in questo tempo non imitandolo, ripetendolo il gesto compiuto da lui portando una croce di legno, ma  resistendo, sopportando  anche noi le nostre  quotidiane sofferenze. Questa è la realtà  riservata a ciascuno di noi e abbiamo bisogno di uno sforzo di comprensione per poter viverla bene.

La sofferenza di Gesù Cristo era ed è tuttora un esempio per noi per  dare testimonianza alla nostra chiamata e vocazione di servire la chiesa ossia quella comunità a cui il Signore ha pensato di donare la sua vita, per la nostra redenzione. La volontà di Dio però è che ciò non si limiti solo alla chiesa in se, ma come il pane lievitato, la chiesa deve espandersi, deve crescere per essere un bene prezioso per tutti.

Nella nostra epoca, più  andiamo avanti nei secoli, più sentiamo le sofferenze e i dolori di vivere in questo mondo come qualcosa che ci schiaccia, ci soffoca, e siamo sempre meno disposti ad affrontare la realtà cogliendo il significato più profondo della sofferenza.

E’ vero che per una persona non è facile accettare la vecchiaia, perdere  le forze che una volta lo rendevano  utile per essere anche di servizio agli altri e  sentire la gioia di sostenere un’altra persona.

E’ vero anche che chi non ha la possibilità e gli strumenti per  vivere bene non può  godere della felicità. Per questo motivo le nostre comunità possono essere dei luoghi per scambiare o per unire i piccoli e i grandi aiuti di cui ognuno può disporre. Il servire la colazione alle persone  senza fissa dimora che abbiamo iniziato domenica scorsa è un gesto piccolissimo per mettere insieme le nostre forze. Ciò richiede un po’ di impegno ma cerchiamo di non trascurare i gesti simbolici che noi abbiamo potuto fare perché credo che siano molto graditi al Signore. Noi, con le parole e con i fatti possiamo essere di esempio della sua enorme bontà e generosità.

Negli ultimi mesi, molti di noi  sono stati colpiti dall’influenza e altre malattie. Non vi nascondo il dispiacere che provo. Potrei elencare dei nomi dei membri della nostra comunità che non ci sono oggi e non sappiamo quando  torneranno perché la sofferenza fisica che sentono impedisce loro di venire qui per lodare e ringraziare insieme a noi il Signore. Oggi sento di voler condividere con voi questo mio stato d’animo e rendere grazie per questo tempo che ci ricorda le sofferenze di Gesù, perché mentre ripercorriamo la sua via, rivediamo e rivisitiamo anche la nostra vita.

Anche Gesù in questo tempo ha affrontato e ha vissuto fortemente la vita di un essere umano. La sua passione in quel tempo era però una lotta per far vincere l’ amore, la compassione nei confronti dei suoi discepoli e l’amore in obbedienza a Dio. Non era il desiderio di dimostrare al mondo che lui era un super eroe ma dare testimonianza del regno di Dio. Quel regno di Dio che ora vince le nostre incredulità e incapacità di salvarci da soli. Egli fino in fondo ha dimostrato quella passione arrivando a toccare fin in fondo al suo cuore, il fatto di  essere un uomo di amore.

Egli ha lasciato parole e fatti di insegnamento ai suoi discepoli perché siano pronti poi a testimoniarli in pratica.  Il verso su cui mi sono soffermata è tratto dal vangelo di Luca cap.9,verso 62 «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi riguardi indietro, è adatto al regno di Dio». La nuova traduzione quella della Riforma dice: «Nessuno, che abbia messo mano all’aratro e si guardi indietro, è adatto al regno di Dio».  Gli insegnamenti di Gesù sono stati trasmessi attraverso l’ascolto dei discepoli,  che hanno prima, piano piano, potuto imparare ad abbandonare  le cose futili che appartengono al passato.

Quando Gesù dice «nessuno» questa parola pone al centro chiunque vuole seguire i suoi insegnamenti, chiunque pensa di intraprendere quel cammino. Occorre pensare molto, riflettere perché il percorso è lungo, un cammino continuo senza fermarsi , andare avanti sempre, come la mano che  porta l’aratro per solcare la terra.

«Nessuno, che abbia messo mano all’aratro e si guardi indietro, è adatto al regno di Dio». Mentre meditavo su questo versetto mi è venuto in mente che mancava un elemento, un personaggio molto importante cioè il bue. Non si può arare la terra senza il bue. Se lui non c’è,  manca l’amico del contadino. Il contadino non può arare senza il suo aiuto. Perché manca il bue in questa frase? O in questo verso? Perché Gesù ha tolto la guida del contadino? E’ lui che traccia prima il passaggio nella direzione giusta.

Allora i discepoli di Gesù hanno ascoltato i suoi insegnamenti, lo seguivano , erano  presenti e assistevano mentre compiva le opere di guarigioni. Quindi  Gesù era la loro guida per capire come ereditare il regno di Dio. Il regno di Dio, appartiene solo a chi è in grado di lasciare le relazioni intime, o i legami di parentela e ancora di più, di abbandonare la vecchia vita per fare spazio alla nuova «Perciò se uno è in Cristo, è una nuova creatura le cose vecchie sono passate, ecco sono diventate nuove» dice l’apostolo Paolo nella sua seconda lettera alla comunità di Corinto dal capitolo 5 il verso 17. Rinunciare alla vecchia vita in cambio alla nuova ha un prezzo da pagare ma che è già stato pagato da qualcuno, dal figlio prediletto di Dio. Incontrarlo nella nostra via oggi e poi seguirlo è una grazia. Avere un buon maestro oggi come punto di riferimento è necessario, come lo è stato per i suoi discepoli. Non penso che vivere la vita come seguace di Cristo, sia da sottovalutare. Riserviamo del tempo  per leggere la Bibbia, intendo dire leggerla nella nostra vita quotidiana. La Bibbia si medita per chi vuole sapere o conoscere se stesso. Il discepolo del maestro ha questa possibilità, ed è stata rivelata. Chiediamo al nostro Maestro Gesù come leggere tutta la Bibbia per scoprire come deve essere nutrito il nostro corpo fisico per essere un sacrificio gradito. E nel contempo chiediamo anche di avere la consolazione per le nostre anime afflitte e travagliate dalle nostre innumerevoli mancanze e debolezze di adempiere i comandamenti del padre.

Ricordiamo l’atteggiamento proposto al discepolo dal maestro. Andare avanti, dissodare la terra con la mano che guida l’aratro e guardare avanti , tenendo in mente tutti gli insegnamenti di  Gesù così da poter abitare nella casa del Dio Padre per compiacere il Padre e far dimorare in lui il bene che ha infuso in ciascuno e ciascuna di noi.

Gesù (gli) disse: «Nessuno, che abbia messo mano all’aratro e si guardi indietro, è adatto al regno di Dio».

Questo verso merita una riflessione profonda perché Gesù  ci parla molto ancora oggi. Ci ha dato le orecchie per ascoltare, la mente per pensare prima di agire, e le mani che operano continuamente sono un bene prezioso. Forse questo verso, oggi, ci indica che abbiamo già avuto il libro delle Sacre Scritture che ci dirigono, ci guidano come percorrere la terra cioè come vivere in questo mondo nella casa del Signore Dio. La nostra guida per arare, coltivare, solcare, vangare la terra è rivelata ed è custodita in un libro, nella Bibbia la storia dell’umanità intera. Gesù, così, attraverso il racconto delle parabole ci  conferma chi è lui veramente, un  Maestro, che ci guida per trovare il regno di Dio a partire da qui sulla terra, come la perla preziosa trovata dal mercante.

Gesù disse a Tommaso  «perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» Gv.20,29)

Lo scopo del vangelo secondo Giovanni, secondo la sua testimonianza è di rivelare le opere miracolose di Gesù che sono dei fatti straordinari che ci insegnano a credere, ci accompagnano quando la nostra fede in lui si indebolisce. Leggendoli continuamente, ci ricordano dell’ora in cui, lui e il padre intervengono nella nostra vita.

La via che ha percorso  Gesù, il figlio dell’uomo l’ abbiamo vista nel tempo della sua passione. Gesù aveva questo da compiere come sua priorità di vita, come missione.  Abbiamo imparato che Gesù aveva in mente chiaramente ciò che doveva fare verso i suoi fratelli e verso Dio, il padre di tutti.  Era molto chiaro  il suo obiettivo, e nessuno poteva sapere se non lui, e tutto ciò che faceva era stato scritto di lui dai profeti.

E senza farsi  confondere dalle intenzioni degli altri era diretto a Gerusalemme. Gesù aveva un cammino da perseguire e sapeva che cosa doveva incontrare prima di raggiungere la sua destinazione.

Allora in quel periodo Gesù doveva rinunciare a se stesso, alla sua volontà personale per il bene degli altri. Era il sacrificio del  dono di se stesso.

In questo tempo di passione, riflettiamo bene che il cammino di Gesù dopo la Galilea, verso Gerusalemme era  un viaggio difficile, era un percorso di vita soltanto per lui e lo ha scelto per redimere tutti, o molti.

La scelta di Gesù di percorrere questa via è un esempio per noi proprio se vogliamo essere  suoi seguaci. Lui ha fatto quello che doveva essere fatto, che era la volontà del padre. Voglia il Signore aiutarci e guidarci verso la nostra meta. Amen.

past. Joylin Galapon

La vigna, le vigne

Isaia 5,1-7

Vi è mai capitato di partecipare ad una vendemmia?
A me sì, giù in Sicilia, attorno ai primi di Ottobre, nel palermitano.

Ricordo che tra zii, amici e persone incontrate per la prima volta, l’atmosfera era quella di chi, gioioso, raccoglieva il frutto di lavoro ed aspettative. Sì, perché non è per nulla scontato raccogliere dei buoni grappoli d’uva: basta una grandinata, un’alluvione o, per contro, un periodo di siccità, oppure anche degli invisibili parassiti a far andare tutto a male! Per questi motivi, la vendemmia è spesso accolta con canti di gioia. Ne ricordo ancora uno, che provo a tradurvi: “Il pero disse all’uva: povera disgraziata, tu verrai calpestata; l’uva rispose: ma a l’uomo che mi calpesta, gli farò girar la testa!”.

Il testo biblico di oggi sembra sia stato scritto in occasione della festa ebraica dei Tabernacoli, coincidente con il tempo della Vendemmia.

Immaginate, adesso, un uomo, un profeta, al quale era stato detto da Dio di annunziare una parola al popolo. Provate a pensare a quest’uomo mentre, di campagna in campagna, vede gente festeggiare una buona vendemmia. L’odore d’uva, probabilmente, riempiva i polmoni ed i canti le orecchie dei passanti. Profumi e canti improvvisati e tradizionali accompagnavano i passi del profeta fino in prossimità del Tempio, dove probabilmente alcuni si erano riuniti per aspettare il momento dei riti cultuali e cerimoniali.

In quel periodo, però, non doveva esserci molto di cui gioire: il regno di Israele era parzialmente conquistato ed il regno di Giuda era anch’esso sotto il pericolo dell’occupazione militare assira. C’era, probabilmente, chi si ricordava del suo tempo di catechismo, nel quale gli era stato insegnato che il re che lo governava, Ezechia, proveniente dalla stirpe del celebre re Davide, era destinato ad un aiuto incondizionato da Dio.

“Dio è con noi”. Uno dei ritornelli più famosi ed utilizzati nella storia.

Il profeta, però, non condivideva né la gioia del popolo in mezzo al quale viveva, né il ritornello “Dio è con noi”. Lui aveva in cuore altro. Il profeta ricordava che nei testi biblici la fedeltà di Dio al popolo che era chiamato a servirlo, non era slegata dalla sua giustizia.

Per paura, desiderio di potere o semplice imitazione dei popoli vicini, sempre più ingiustizia e sangue veniva versato sulla terra promessa che gli era stata data come segno di libertà. Ingiustizia sociale e morti che Dio non tollera, al punto da scegliere un uomo proprio fra quegli uomini e mettergli in bocca un canto “diverso”.

Adesso pensate a quell’uomo mandato da Dio che si avvicina agli altri, cantando un canto non suo: il “canto del suo amico”. Il canto ha per oggetto una vigna per la quale il suo amico ha speso tutte le energie e le cure necessarie affinché portasse buon frutto. Anche il Cielo era stato benevolo: nessuna grandinata, alluvione, siccità o parassita aveva compromesso il suo lavoro. A questo punto, però, il canto comincia a presentare la prima nota stonata: nonostante le cure e il tempo clemente, l’uva prodotta è acerba, immangiabile e impossibile anche da trasformare in vino. Coinvolgendo la gente attorno a lui, quindi, il profeta chiede: «voi con una vigna così, che fareste?». La gente, impulsivamente, risponde – cantando – che una vigna così non merita il tempo e le cure spese. Alcuni, forse, propongono di venderla a qualche pastore di pecore; altri, probabilmente, avranno proposto di abbandonarla.

Il ritornello, però, non era ancora arrivato.

Ad un tratto il tono del cantante cambia e diventa più serio: «Ebbene, ora vi farò conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna: le toglierò la siepe e vi pascoleranno le bestie; abbatterò il suo muro di cinta e sarà calpestata. Ne farò un deserto; non sarà più né potata né zappata, vi cresceranno i rovi e le spine; darò ordine alle nuvole che non vi lascino cadere pioggia. Infatti la vigna del SIGNORE degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda sono la sua piantagione prediletta; egli si aspettava rettitudine, ed ecco spargimento di sangue; giustizia, ed ecco grida d’angoscia!».

Il significato della canzone era svelato: le tribù di schiavi che Dio aveva chiamato ad essere un popolo libero, avevano usato quella possibilità per opprimere i più deboli e usare ingiustizia e violenza. Anche gli amministratori politici ed i capi religiosi approfittavano della situazione sociale per nutrire la loro sete di potere. Molti sembravano aver dimenticato quel Dio che li aveva chiamati a vivere liberi, amando il loro prossimo dell’amore del quale erano stati amati dal Dio liberatore.

Ma Dio non è cieco o sordo come una statua, Lui è Spirito, ed è potente da correggere il popolo che Lui ha scelto.

Nel canto messo in bocca al profeta si parla di “deserto”: come in un deserto, questo popolo che pensava di utilizzare il nome potente di Dio per legittimare le proprie azioni malvagie viene lasciato a se stesso, solo. Dio si ritrae, si allontana da loro, facendo sperimentare le conseguenze che una politica corrotta e iniqua e una religiosità ebbra del vino del potere e della visibilità può comportare.

Quella generazione, ubriacata dall’illusione della propria apparente potenza e dedita alla strumentalizzazione del nome di Dio, subirà le conseguenze del proprio peccato.

La presenza di Dio non è qualcosa da dare per scontato. Egli è dotato di una sua volontà, che ha anche rivelato nei suoi comandamenti. Non è mai per capriccio che Dio si allontana, nei racconti biblici. In questo caso, ad esempio, si parla di spargimento di sangue: non è cosa da poco!

Nel canto si parla di uva acerba, simile nell’aspetto a quella selvatica, ma impossibile da mangiare o da ricavarne del vino. Nel canto, al verso 7, si parla ancora del significato di questo essere “selvatica”: i regni di Israele e Giuda, a quanto pare, si comportavano similmente ai regni che li circondavano, commettendo le stesse ingiustizie e imitandoli, nell’uso e l’abuso del potere politico e religioso. Quelle tribù, un tempo schiave e perseguitate, hanno barattato la loro memoria e la loro vocazione per costruirsi un presente simile a quello dei popoli vicini: un presente di giochi di potere ed ingiustizie.

La storia ce lo insegna: anche lo spargimento di sangue, un assassinio, un’uccisione, può essere tollerata, se autorizzata da una legge e confinata ad una certa categoria di persone. Chi è al potere, quindi, si arroga il diritto di considerare alcune vite meritevoli di subire discriminazioni, violenze ed uccisioni. In questo modo, l’uccisione, le discriminazioni, le ingiustizie sociali, sono autorizzate dall’autorità politica e religiosa di turno, a volte anche per “legge”. Ma il fatto che un potere politico o religioso, una legge, proclami un atto dagli effetti dannosi o mortali come “giusto”, cambia la natura di quell’atto? Per le società sì, per Dio no. L’uva acerba e quella buona, spesso non si distinguono dall’apparenza, ma dal sapore, dagli effetti sulla lingua e sul corpo.

E Dio, contrario alle ingiustizie e allo spargimento di sangue, dopo aver ripreso una generazione, decise di allontanarsi da essa.

A volte, essere privati di qualcosa o qualcuno, è l’unico modo per farci comprendere cosa vale davvero nella vita.

Dio, nel testo biblico, si sottrae alla presenza di quella generazione e loro se ne accorgeranno presto!

Forse, gli ultimi ad accorgersene saranno i sacerdoti e la gente religiosa, che tendeva, allora come oggi, a riempire i silenzi e le assenze di Dio con le loro azioni, le loro chiacchiere e la loro presenza.

Come la presenza, anche l’assenza di Dio va riconosciuta e temuta.

Quando ci è donata la ragione della sua assenza, siamo chiamati a tornare sui nostri passi e a cambiare direzione alla nostra vita, convertendoci.

Quando questa ragione non ci è donata, dobbiamo aspettarlo. La ragione, in quei momenti, sta in Dio stesso, nel suo cuore. In quei tempi, la memoria di ciò che è stato e la speranza nel Dio che viene, possono essere l’unica cosa che ci è data vivere.

Ma in questo caso, la generazione di cui Isaia parla e da cui Dio si allontana, non sembra convertirsi dal male, smettendo di uccidere, come Dio aveva loro ordinato.

Ma quel Dio del quale il profeta cantava il canto, è il medesimo che ricordava di non punire i figli per la colpa dei padri (Deut 24,16).

Qualche capitolo più avanti, si parla di un’altra generazione alla quale Dio concede di imparare dagli errori dei padri e delle madri. Una generazione alla quale si rivela nuovamente, con pazienza rinnovata. Uomini e donne come chi li ha preceduti, che però scelgono di vivere quella vita che Dio mostra come possibile e che fa bene non solo a chi la vive, ma anche a chi sta vicino.

Dio non chiede altro all’essere umano, che resti umano!

Né Dio, né verme. Solo e semplicemente umano.

Non si allontana da quella generazione perché poco “santa”, ma perché uccidevano delle persone. E, come spesso accade, la violenza genera altra violenza. L’ingiustizia altra ingiustizia. E Dio non tollera né sangue, né ingiustizia, né la strumentalizzazione del suo Nome per far fare festa al popolo quando ci sarebbe prima da convertirsi.

Fermiamoci un attimo, quindi, e facciamo memoria di ciò che la storia delle generazioni che ci hanno preceduto ci può insegnare, nel bene e nel male. Facciamo memoria, perché solo da una elaborazione critica del passato, possiamo iniziare a lavorare su noi stessi, sostenuti dalle promesse del Dio che viene.

Pensate agli eventi di questi giorni: cosa abbiamo imparato da venti anni di dittatura fascista? Cosa abbiamo imparato da decenni di corruzione? Cosa abbiamo imparato dalla storia di chiese che, per paura di perdere potere e visibilità, si schierano sempre dalla parte della moda religiosa o politica di turno?

Chiediamo a Dio la nostra conversione. Chiediamo a Lui che la sua presenza torni a regnare nelle nostre vite, nelle nostre relazioni e che, con Lui, possiamo tornare a portare frutto, e frutto in abbondanza.

Perché senza di Lui, senza la sua presenza, non possiamo essere nulla e non possiamo far nulla.

Amen

Marco Emanuele Casci

La musica, la danza e il culto a Dio

Salmo 149:3-4

Lodino il Signore con le danze,
salmeggino a lui con il tamburello e la cetra,
perché  il Signore gradisce il suo popolo
e adorna di salvezza gli umili.

Riflessione 1(Debora Troiani)

Questo testo ci parla di corpi che ballano e strumenti che suonano per lodare il Signore, ci parla di musica come modo di vivere la fede. A volte ci appare scontata l’importanza della musica all’interno di una comunità: la musica diventa routine, abitudine, canto imparato a memoria, canzone conosciuta o sconosciuta… tuttavia la musica ha un suo significato essenziale. La musica è importante perché coinvolgente. È coinvolgente perché è universalmente comprensibile. Essa ci coinvolge e ci chiama come comunità, come insieme di voci, come armonia. La musica è coralità, è un riflesso, è un’immagine dello spirito comunitario, e in questo senso è aggregante. Ma essa ci coinvolge anche come singoli e singole: ognuno con le proprie reazioni, emozioni, con la propria voce. Essa coinvolge sensi, sensazioni. Essa ci chiama a mettere in gioco il nostro corpo: le nostre orecchie, la nostra voce, le nostre mani che si muovono lungo i tasti di un pianoforte o battono veloci sulla membrana di un tamburo. La musica muove corde profonde, ci prende e ci smuove.

Il testo ci parla anche di danza: Lodino il Signore con le danze…

Quando con Joylin abbiamo scelto questo testo per questa mattina, mi è subito venuta in mente un’immagine: una delle scene finali di Footloose. In questo film\musical il protagonista, Ren, si ritrova in una cittadina che ha bandito la musica rock e il ballo, perché considerati immorali. Nella scena in questione questo ragazzo, Ren, propone una mozione per cambiare una legge che crede ingiusta e cita il salmo 149 per rivendicare il diritto di ballare. Diritto che egli rivendica e noi dovremmo forse riaffermare, restituendogli la sua legittimità contro un immagine spesso così ancorata ad un unico ideale di solennità che rischia di privarci della bellezza di manifestare apertamente, e senza imbarazzo, la nostra gioia nella fede. Verso la conclusione del suo discorso aggiunge, riferendosi al ballo: “è il nostro modo di festeggiare la vita”. La danza è una gioia che esplode, è gioia incontenibile che erompe nel movimento: in questo senso è un modo di celebrare la vita e un modo di celebrare il Signore. È espressione di qualcosa che non sempre è esprimibile a parole, per cui le parole spesso non bastano. La danza è un corpo che dà se stesso, è il nostro modo di coinvolgere  tutto il nostro essere nella lode. Anima e corpo. Musica, danza, gioco vengono accolti dal Signore come espressioni di gioia, come modi per rivolgere la nostra lode, oltre che non le parole, con il corpo.

 

 

Riflessione 2(Joylin Galapon)

Care sorelle e cari fratelli  nel Signore,

ringrazio ancora Debora perché  ha richiamato la mia attenzione  a porgermi l’ascolto sulle parole del salmo 149, versetti 3 e 4 come Dio sia lodato. Il popolo di Israele ha  lodato  il Signore con le danze, ha salmeggiato con il tamburello e la cetra.

 

Mentre preparavo con Debora questo culto di oggi, quando parlavamo di questo testo ho pensato subito e le ho detto che i nostri fratelli e le nostre sorelle africani ballano al culto nel momento della colletta. Essi raccolgono la colletta danzando. Esprimono la loro gioia danzando perché così anima e corpo si mettono all’opera insieme nel culto.

Spesso li guardiamo(sembriamo degli spettatori) ma un po’ ci hanno già contagiato perché  la gioia che sentono gli altri ci trascina e quindi essa viene trasmessa.

Il corpo  umano è fondamentale, è necessario per lodare il Signore.

Perché? Perché in esso trova l’espressione e la dimostrazione della forza dell’alito di Dio, del soffio di vita che smuove  e sveglia un corpo e ci mette all’opera. Il nostro corpo ondeggia perché lo spirito vivente di Dio lo smuove, lo anima.

 

Nel libro dell’esodo cap. 15 il verso 20 ci racconta anche:  20Allora Miriam, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano il timpano e tutte le donne uscirono dietro a lei, con timpani e danze .

E Miriam rispondeva:  “Cantate al Signore, perché sommamente glorioso; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere». Miriam ha guidato un popolo alla lode segno di piena riconoscenza al  Dio liberatore.

 

E poi passiamo al Nuovo Testamento che ci parla attraverso le lettere  dell’apostolo Paolo ad esempio quando dice alla comunità di Roma cap. 12, 1: «Io vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio; il che è il vostro culto spirituale».

 

Innanzitutto, nella teologia di Paolo , il corpo umano è descritto nella sua importanza, testimoniando  l’intento di Dio di creare l’uomo  come è stato raccontato nel libro della Genesi. La sua comprensione del corpo è stata rinnovata così ha riacquisito la sua dignità per mezzo di Gesù Cristo che lo ha salvato. Il nostro corpo è stato guarito, purificato, lavato con il sangue di Cristo Gesù.

 

Oggi questi testi biblici dirigono i nostri pensieri circa l’importanza del nostro corpo per il motivo per cui è stato fatto. La lode che possiamo attribuire al Signore  come comunità di credenti è di continuare ad offrirgli il nostro corpo come un sacrificio vivente, renderci disponibile  al suo servizio.

Siamo diventati santi perché ci ha santificati.

Siamo stati accolti per quello che siamo perché lui ci ama.

Non abbiamo altro da offrirgli in cambio del suo amore se non quello che siamo.

Accogliamo l’esortazione dell’apostolo che ci serve ora per affrontare e continuare il nostro culto di lode al Signore perché ci sentiamo coinvolti.  Anima e corpo sono tutt’uno.    Diamo ascolto al corpo umano, riconoscendo che il corpo è stato redento dal Signore.

Riflettiamoci.

 

Una notizia  del 15 febbraio 2018 08:54 della strage a Parkland, in Florida, ci ha sconvolti. UN EX STUDENTE 18/19ENNE, Nicholas Cruz  ha compiuto questo atto  gravissimo ed  irreparabile perché sono stati uccisi degli esseri  umani  con uno strumento pericoloso   Come è potuto succidere questo? E’ tutta colpa sua?

Questo ragazzo era stato espulso e forse proprio per questo è tornato nella scuola con un fucile d’assalto e ha aperto il fuoco, uccidendo 17 persone e ferendone decine.

 

Il fucile è creato dall’ uomo. Noi siamo quelli che lo creano, inventiamo noi gli strumenti. Così siamo anche noi  responsabili di come vengono utilizzati. Tutto dipende dai nostri  scopi.

La scuola è diventata un luogo di uccisione. Corpi sono uccisi a causa forse di un malessere, di non essere più compreso . I giovani si ribellano, rifiutano di vivere una vita disumana  causata dagli adulti ma non sanno come devono affrontare una situazione del genere.

C’è la  malattia gravissima che dobbiamo curare  dell’anima dei nostri giovani. Essi sono disperati.

Si sentono già  sconfitti prima ancora di imbarcarsi alla ricerca del senso della loro esistenza. Non trovano delle motivazioni per sperare in un buon futuro.

Servono loro delle guide che aiutino ad affrontare le sfide della loro gioventù.

Sono molto delusi e demotivati.

Così reagiscono male. Operano contro  loro stessi e anche contro i loro simili.

Facciamo attenzione, riflettiamoci. Non perdiamo di vista i nostri giovani.

 

Tiriamo le nostre considerazioni e rendiamoci conto che dobbiamo prenderci cura di  loro, come noi stessi.

Insegniamoli come curare il proprio  corpo, che  vada rispettato da loro stessi per primo.

Così anche l’insegnamento di Paolo potrà ancora aver senso  per noi oggi  che il Signore Gesù ha avuto pietà di noi e ha redento la nostra anima e corpo donandoci il suo corpo.

Egli si muove in noi e con noi e la nostra comunione con lui si dimostra in comunità.

Salmo 149,1-4

Alleluia. Cantate al Signore un cantico nuovo,

cantate la sua lode nell’assemblea dei fedeli.

Si rallegri Israele in colui che lo ha fatto,

esultino i figli di Sion nel loro re.

Lodino il Signore con le danze,

salmeggino a lui con il tamburello e la cetra,

perché  il Signore gradisce il suo popolo

e adorna di salvezza gli umili.

 

Queste parole del salmista e  quelle dell’apostolo Paolo (Romani 12,1) ci ricordano la  relazione intima tra la creatura e la lode al Signore.

Il corpo è il tempio di Dio in cui dimora la nostra anima. Quando la nostra anima è afflitta siamo abbattuti e anche il nostro corpo è fiaccato.  Ci sentiamo deboli e ci manca la forza. Come il vento  soffia, il corpo si muove.

Credo che il soffio di vita che abbiamo ricevuto ci faccia questo effetto.

 

Grazie al salmista per le sue parole che ci aiutano a non trascurare dimenticando che il nostro corpo è la dimostrazione della presenza tangibile di Dio. Senza di esso le nostre anime, il nostro intimo essere non può dimostrare la profondità del nostro cuore.

«Benedici, anima mia, il Signore; e tutto quello che in me, benedica il suo santo nome.  Benedici, anima mia, il Signore e non dimenticare nessuno dei suoi benedici.  Salmi 103,1-2. Amen.