Sulla barca con Pietro

Matteo 14, 22-33:

22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo.
24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!». E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!». 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». 29 Egli disse: «Vieni!». E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò. 33 Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Veramente tu sei Figlio di Dio!».

 

Il racconto bellissimo di “Gesù che cammina sul mare”, così come ci viene riportato dall’evangelista Matteo (diversamente da Marco 6, 45-52 e Giovanni 6, 15-21), ha due protagonisti principali che conosciamo molto bene: da una parte Pietro; dall’altra parte Gesù.

Chi è Pietro? La Bibbia ci presenta Pietro come un discepolo avventato, impulsivo, intraprendente e istintivo. Pietro è un discepolo che in diverse occasioni dimostra di non avere pazienza.
È infatti Pietro che durante la trasfigurazione di Gesù (Matteo 17, 1-13; Marco 9, 2-13; Luca 9, 28-36) suggerisce di fermarsi sul monte e di costruire delle tende per Gesù, Mosè ed Elia. Si stava troppo bene su quel monte, circondati dalla gloria di Dio, per scendere. Eppure non sapeva cosa stesse dicendo. Aveva parlato di getto senza pensare.

È sempre Pietro che dice a Gesù che non lo avrebbe mai rinnegato (Matteo 26, 30-35; Marco 14, 26-31; Luca 22, 31-39; Giovanni 13, 36-38). Per la precisione Pietro dice: «Quand’anche tu fossi per tutti un’occasione di caduta, non lo sarai mai per me»; «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Eppure i vangeli ci raccontano un esito diverso. Poco dopo sarà proprio Pietro a rinnegare per ben tre volte Gesù prima del canto del gallo per evitare di essere scoperto e catturato (Matteo 26, 69-75; Marco 14, 66-72; Luca 22, 55-62; Giovanni 18, 15-18 e 25-27), proprio come aveva predetto Gesù.

E ancora è sempre Pietro che verrà definito da Gesù stesso “Satana” (Matteo 16, 21-23; Marco 8, 31-9,1) perché non voleva che andasse a Gerusalemme a morire: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». Potremmo andare avanti con gli esempi, ma già appare chiaro che la Bibbia ci presenta Pietro come un discepolo avventato, impulsivo, intraprendente e istintivo; un discepolo che dimostra a più riprese di non avere pazienza; un discepolo che ama Gesù e che vorrebbe seguirlo ovunque, ma che si tira indietro nei momenti più difficili.

E anche nel nostro racconto compare lo stesso Pietro. Però stavolta non è da solo. Si trova infatti insieme agli altri discepoli su una barca in mezzo a un lago di notte. Gesù ha congedato

la folla, è andato a pregare in solitudine su un monte e ha lasciato andare avanti i discepoli. E mentre si trovano a molti stadi lontani da terra (quindi completamente in mezzo al lago), i discepoli sono colti da una tempesta con il vento che alza grandi onde contro la loro barca nel buio della notte. Stavolta Pietro si trova in questa prova, prima fisica e poi spirituale: sarà davvero Gesù colui che mi incoraggia e mi chiama? Pietro non lo sa: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». Se…! Pietro è dubbioso ancora prima di provare a camminare sull’acqua. Eppure lui è Pietro, il discepolo avventato, impulsivo, intraprendente, istintivo e quindi ci prova lo stesso. Ci prova lo stesso e fallisce perché, al posto di concentrarsi su Gesù, rivolge il suo sguardo verso il vento e si spaventa.

Un po’ come quando ci troviamo a salire su un sentiero di montagna scosceso oppure a scalare una roccia (vi sarà successo di sicuro almeno una volta nella vita) che, al posto di pensare alla meta da raggiungere, guardiamo in basso e le vertigini ci fanno tremare le gambe e perdere l’orientamento.

Così ancora una volta Pietro, il discepolo impavido, dubita, ha paura della minaccia, dell’insicurezza, della morte e inizia ad affondare e ad affogare.

Come è possibile leggere e ascoltare questa storia senza immedesimarci almeno per un secondo in Pietro? La situazione che attraversa l’apostolo è qualcosa che conosciamo molto bene. Su quella barca, insieme a Pietro, ci siamo trovati o ci troviamo anche noi.
A partire da questo testo sorgono spontanee alcune domande: chi sono io? Sono come Pietro? Quali prove ho attraversato o sto attraversando? Quali difficoltà sto patendo? Forse anche noi, come Pietro, siamo stati intraprendenti, ma poi, quando è arrivata la difficoltà, abbiamo dubitato o dubitiamo e ci sentiamo sprofondare nel buio. Forse anche noi, come Pietro, sentiamo che la nostra fede vacilla.

Mi ricordo che mi è stato raccontato che il pastore Scrajber, che svolse il suo servizio presso le chiese battiste della Val di Susa e di Milano nella prima metà del ‘900, era solito domandare dopo il culto domenicale “come sta la tua fede?”, al posto del classico “come stai?”. Già, come sta la nostra fede?

Ma facciamo un passo indietro, come dicevo all’inizio del mio discorso, Pietro non è l’unico grande protagonista di questo racconto. L’altro personaggio che entra in scena nel pieno della notte (alla quarta vigilia, ovvero circa le 3.00 del mattino) è Gesù. E anche in questo caso, come abbiamo fatto con Pietro (chi è Pietro?) e con noi stessi (chi sono io?), potremmo chiederci: Chi è Gesù? Questa sembra essere l’altra questione che si cela sotto il testo. Infatti Gesù prende diversi nomi.

In primo luogo, Egli viene scambiato per un fantasma. I discepoli vedono qualcosa avvicinarsi nel buio camminando sull’acqua e si spaventano, gridano dalla paura e pensano di aver visto un fantasma.
Subito Gesù li incoraggia a non avere paura e lui stesso si definisce “sono io”. Stavolta Gesù ricorda un po’ le parole che Dio rivolge al profeta Mosè: «io sono colui che sono» (Esodo 3, 14). Un Gesù che da fantasma diviene Qualcuno che rimanda a Dio.

Poi viene ipotizzato essere il Signore, colui nel quale riporre la propria fiducia.
Infine, Gesù viene riconosciuto essere il Figlio di Dio (titolo cristologico per eccellenza). Insomma, Gesù ha tante identità in questo racconto e la percezione che Pietro e i discepoli hanno di Lui si evolve nel corso della narrazione. Un Gesù che nella tempesta, nella prova, nelle grida di paura, nel rischio di affogamento, prende diverse forme e solo alla fine viene riconosciuto come il Figlio di Dio, come Colui che salva Pietro dall’abisso stendendo subito la mano al suono del suo grido: «Signore, salvami!».

La percezione dell’identità di Gesù va di pari passo con la fede di Pietro e del resto dei discepoli. È la stessa questione che il testo rivolge a noi oggi: chi è Gesù per noi? Un fantasma? Forse il Signore di cui fidarci? Il Figlio di Dio? Nelle difficoltà non è facile confidare in Dio. È normale avere poca fede e dubitare. È normale pensare che non ci sarà nessuno a salvarci dall’abisso che sentiamo sotto di noi, nessuno che verrà a soccorrerci. È normale non vedere in Dio il nostro punto di riferimento e scambiarlo per un fantasma.

Eppure non deve essere questa sensazione di incredulità a sopraffarci. Anche alla fine della nostra storia, Gesù dimostra di conoscere bene la condizione umana e si rivolge a Pietro dicendo: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Gesù non chiede a Pietro di essere un paladino della fede; sa bene che Pietro dubiterà ancora e ancora. La fede è sempre “poca fede”, un misto di coraggio e di paura, di ascolto del Signore e di sguardo rivolto al vento, di fiducia e di dubbio. Il dubbio è parte della fede. Lo dimostra il fatto stesso che Gesù dica a Pietro di non dubitare sotto forma di domanda e non di affermazione. Gesù invita piuttosto Pietro a credere che quando starà per affondare ancora, il Signore lo salverà ancora. La presenza salvifica di Dio non cancella le tempeste, ma si sperimenta nelle tempeste. Il credente sa che il Signore comprende il suo dubbio, lo supera e può salvarlo subito.

In questo senso, sono molto espressive le parole del pastore battista Martin Luther King: “Se avete fede in Dio come me questa mattina, non dovrete preoccuparvi. Potete stare in piedi nel mezzo delle tempeste. E questa mattina vi dico per esperienza, sì, che ho visto un lampo di luce. Ho sentito il rombo del tuono. Ho sentito il peccato infrangersi e provare a conquistare la mia anima. Ma ho sentito la voce di Gesù che mi dice ancora di lottare. Lui ha promesso di non lasciarmi mai, di non lasciarmi mai da solo. E quando avete questa fede, potete camminare con i vostri piedi saldi sul terreno e a testa alta e non temere nulla”1.

Quindi se abbiamo attraversato o se stiamo attraversando un momento difficile (magari per una malattia nostra o di nostro caro; magari per un lutto; magari per il senso di colpa che proviamo per un errore commesso; magari per la sofferenza dovuta alla fine di una relazione importante), se ci siamo trovati o se ci troviamo su quella barca, è normale dubitare. È normale non avere più forze, non vedere la luce, perdere la speranza. Eppure il Signore è con noi nella tempesta! Nell’ora più buia, proprio quella prima dell’alba, c’è il Dio che ci soccorre. L’ora più buia è anche l’ora della risurrezione!

Cari fratelli e care sorelle, possa questa consapevolezza rischiarare le nostre vite e la nostra fede. Possa farci vedere in Colui che è vicino a noi non un fantasma, ma il Signore, “Colui che è”, che ha mandato Gesù, suo Figlio, a salvarci, tendendoci la mano nel buio della notte.

Amen!

Simone Di Giuseppe

Le tentazioni

Matteo 4,1-11

“La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici. Per chi proviene dal mondo concettuale della nostra etica tradizionale il fatto che il male si presenti nella figura della luce, del bene operare, della necessità storica, di ciò che è giusto socialmente, ha un effetto semplicemente sconcertante; ma per il cristiano (….) è appunto la conferma della abissale malvagità del male. (…) Il fanatico crede di potersi opporre al potere del male armato della purezza di un principio (…) Ma viene dilaniato dall’enormità dei conflitti nei quali è chiamato a scegliere, consigliato e guidato da nient’altro che la sua personale coscienza. Gli innumerevoli travestimenti, rispettabili e seducenti, nei quali il male gli si fa incontro, rendono ansiosa e insicura la sua coscienza, finché egli finisce coll’accontentarsi di salvarla, anziché di mantenerla buona (…) C’è chi invece, sfuggendo al confronto pubblico, sceglie l’asilo della virtù privata. Ma costui deve chiudere occhi e bocca davanti all’ingiustizia che lo circonda…” (pp. 60-61, Resistenza e Resa)

Quelle che vi ho letto sono parole scritte da Bonhoeffer nel lontano 1942 a bilancio di un decennio di attività lavorativa ed esperienze di vita, in un momento storico grandemente travagliato, quello della II guerra mondiale, e pertanto anche colmo di tentazioni.

Diavolo – letteralmente colui che fa inciampare e che divide – e tentazioni, termini che nelle nostre chiese protestanti occidentali si fa fatica a declinare, mentre sono ancora una realtà ben presente per le nostre sorelle e fratelli dall’Africa o dall’Asia. Eppure in questo testo il diavolo e le tentazioni mostrano la loro effettività e persino la loro attualità se guardiamo al nostro vissuto di credenti. Direi anche perché il Gesù sottoposto alle tentazioni le vive da vero uomo, chiamato da Dio ad una missione.

L’azione si svolge nel deserto, luogo da sempre ambivalente nella storia biblica.
Israele incontra Dio nel deserto e qui riceve le Tavole della Legge, ma è sempre qui che viene tentato e che si mette ad adorare il vitello d’oro. Lo stesso accade a Gesù che si ritira nel deserto per pregare in solitudine, per incontrare il Padre, ma è anche il luogo dove viene tentato.

È paradossale!
È come se noi venissimo tentati, sfidati, in chiesa, nel luogo in cui ci ritiriamo per sentirci più vicini a Dio, il luogo dove desideriamo adorarlo e pregarlo.
Altro elemento interessante da sottolineare è che Gesù è portato nel deserto dallo Spirito Santo, come se Dio stesso volesse provare la sua tempra morale prima di affidargli la grande missione, come se volesse fargli fare un percorso accidentato e pieno di pericoli per rafforzare il suo carattere prima della sfida del ministero e della morte in croce.
In effetti anche noi a volte ci sentiamo come testati da Dio sia come singoli sia come chiese evangeliche…

Ed ecco le tre tentazioni a cui Gesù viene sottoposto: una fa leva sulla necessità fisica del cibo per la sopravvivenza; l’altra sulla voglia di apparire trionfatore, di avere successo personale; l’altra ancora sul desiderio di potere.

In queste tre tentazioni il punto centrale e comune denominatore non è il riconoscimento di Gesù come Messia, ma la sfida a vivere ed agire indipendentemente dal Padre.

Nella prima tentazione si fa leva su un bisogno primario, quello di nutrirsi, per avvallare la possibilità umana di soddisfare ogni proprio desiderio a prescindere dall’ubbidienza a Dio.

Come Gesù patì la fame, anche Israele nel deserto soffrì la fame. In questo frangente quel che potrebbe emergere è quali devono essere le reali priorità dell’essere umano. Israele rispose che era meglio essere schiavi in Egitto ed avere qualcosa da mangiare che morire di fame nel deserto.

Gesù invece risponde: “Egli…ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna…per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma…di quanto esce dalla bocca del Signore.”

Forse dovremmo ricordarci di questa Parola di Gesù quando usiamo i bisogni nostri e dei nostri cari per allontanarci dalla volontà di Dio. Soprattutto dovremmo pensarci in una società dove si usa il necessario, come il lavoro, per costringerci ad essere schiavi di certe realtà economiche e sociali profondamente ingiuste.

Diavolo è chi vuole farci scegliere tra il lavoro di migliaia di operai e la salute di un’intera popolazione come l’Ilva di Taranto. Diavolo è chi ci vuol far barattare una salsa di pomodoro e delle arance a buon mercato con la vita da schiavi di tanti migranti.

E l’elenco potrebbe continuare…
Eppure in questo tempo liturgico di inizio Quaresima, in questo tempo in cui il nostro paese è ancora in crisi, l’esperienza dell’essere privati dei bisogni personali primari, o di quelli che riteniamo tali, sebbene certamente dolorosa, per noi credenti è possibile viverla senza lasciarsi andare alla disperazione, ma invece tornando a riflettere su quale base poggia fortemente la nostra esistenza.
La seconda tentazione riguarda il desiderio di “visibilità”, popolarità, successo personale che il Messia avrebbe dovuto incarnare per essere considerato tale.
Il secondo suggerimento di Satana, tocca nel profondo il contesto messianico del ministero di Cristo perché questi gli ricorda la profezia di Malachia (3:1): un Messia che entra trionfalmente nel suo tempio, scendendo dal cielo.
Il diavolo gli domanda: perché non fai subito quello che la gente si aspetta presentandoti in maniera imponente e maestosa?
Leggendo questa tentazione sono sicura che molti di voi hanno pensato al modo trionfale e fastoso con cui si presenta la Chiesa Cattolica. Certo per noi sarebbe facile puntare il dito contro questa confessione e dire: noi siamo diversi. Ma è poi così vero?

Se anche a noi venisse offerta la possibilità di presentarci alla società civile al meglio, trionfalmente, saremmo in grado di dire no? E perché dovremmo farlo?
Il diavolo, citando le Scritture, sottilmente fa intendere a Gesù che questa è forse anche la volontà di Dio…

Ecco il vero volto subdolo del male che prende l’aspetto del bene per spingere l’essere umano verso un cammino di morte e di schiavitù…
Cosa propone il diavolo a Gesù se non semplicemente di lasciar perdere la fatica di un ministero posto sempre in questione, l’umiliazione della sconfitta e la sofferenza della morte in croce?

Ma non è proprio questo cammino sofferto che Gesù deve compiere per rivelare l’amore di Dio al mondo? Condividere le sofferenze dell’umanità essendo vero uomo; mostrare la prospettiva del Regno nella sua predicazione controcorrente e nei segni visibili di guarigione e resurrezione non per costringere l’umanità ad aderire ad un’evidenza gloriosa, ma per convertirla alla volontà di vita di Dio.

Cosa dice questa scelta di Gesù a noi credenti di oggi?
E veniamo alla terza tentazione quella in cui il diavolo vuole offrire a Gesù il potere sul mondo.
In effetti, è il piano di Dio che Gesù sia il reggente del mondo, anche se di un mondo totalmente diverso da quello attuale.

In questo frangente, però, il padre della menzogna dice la verità: è lui il padrone di questo mondo, lui che ne detiene il potere.
Anche qui le finalità di Satana si mischiano, distorcendola, alla missione vera di Gesù. Diventare il Re di tutto, senza sofferenza, senza la croce e soprattutto senza ubbidire a Dio.

Insomma la prospettiva di Satana è quello di spingere Gesù a superare il suo status creaturale e a divenire lui stesso Dio.
La risposta di Gesù è perentoria, citando anche lui le Scritture, afferma: bisogna adorare solo Dio!!

“Adora il Signore Iddio tuo” non è soltanto una questione di culto liturgico ma, alla luce dell’Antico Testamento, è un mettere in pratica il suo patto, la sua giustizia, l’amore per il prossimo, a cominciare da coloro che sono ai margini della società. Significa non adorare gli idoli del mondo e quindi non avere altro Signore nella vita che Dio. Ammettere che DioèDioealuisolovailculto.

Su questa affermazione finale da parte di Gesù che non lascia spazio ad altre opportunità, si potrebbe riflettere su cosa per noi oggi significa adorare solo Dio!
Il contrasto è evidente soprattutto in questa nostra società che definiamo post-cristiana, secolarizzata.

Dio non è più al centro della nostra esistenza, sostituito dalle innumerevoli possibilità materiali e dalle tante opportunità che i nostri contesti socio-economici ci fanno intravedere.

La ricerca del successo e del potere determinano oggi il valore di ciascun individuo.
Non si vale perché si è, ma per ciò che si ha!
Le tentazioni emergono in scenari alla cui base stanno rapporti umani inquinati e le ingiustizie sono frutto di un rapporto con Dio che l’uomo non sente più necessario.

Si può benissimo essere dei “credenti-senza fede” o dei “credenti senza impegno” il tutto all’insegna del fatto che ciascuno di noi può essere sufficiente a se stesso senza bisogno di Dio…

Gesù ha resistito alla tentazione di porre i suoi bisogni prima di Dio; ha pure resistito alla tentazione di compiere miracoli per il gusto di soddisfare il proprio orgoglio o le pressioni della gente.

Le sue azioni sono state di servizio e in continua comunione con il Padre. Gesù non viene sconfitto dalla tentazione, sia essa proveniente dal Diavolo o dal proprio io. Egli sa farsi servitore e vince, vince anche per noi aprendo le porte al tempo della pace messianica di cui stiamo attendendo la realizzazione.

In questo tempo che ci separa dalla realizzazione, però, le tentazioni rimangono ancora forti e presenti. Eppure la lettera agli Ebrei ci dice che per questo Gesù è diventato il nostro sommo sacerdote, colui che può intercedere per noi, al quale possiamo avvicinarci in preghiera con piena fiducia.

Dobbiamo imparare a invocare Dio con fiducia perché ci permette di cambiare il sistema dell’aiuto visto come compromesso, per entrare nella dimensione del gratuito.
E la chiesa, come comunità di credenti, può guardare a Gesù nei tempi di forte crisi come i nostri perché egli c’insegna che le nostre debolezze e fragilità non sono alibi, ma risorse di umanità all’interno di una dimensione di promessa del Signore.

Chiedere aiuto nel nome del Signore questo ci può sostenere e le sue promesse ci possono permettere di riprendere il nostro cammino.
Allora vi lascio con la domanda che Bonhoeffer usa per chiudere la sua riflessione sull’essere umano e il suo agire: “chi resta saldo? Solo colui che non ha come criterio ultimo la propria ragione, il proprio principio, la propria coscienza, la propria libertà, la propria virtù, ma che è pronto a sacrificare tutto questo quando sia chiamato all’azione ubbidiente e responsabile nella fede e nel vincolo esclusivo a Dio.” (p. 62, Resistenza e Resa)

 

Amen

Past. Mirella Manocchio

Marta e Maria

Luca 10, 38-42

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,
nel capitolo 10 del vangelo di Luca ci narra 4 episodi: nei versetti da 1 a 12 racconta la missione dei 70 discepoli, (ricordiamo però che all’inizio, Gesù aveva scelto i dodici discepoli, poi i 70. I 70 avevano avuto l’istruzione di compiere la loro missione e di andare in due in due e proseguire il loro cammino fermandosi casa per casa).
da 13 a 16 Gesù rimprovera le città impenitenti,
da 17 a 24 il resoconto della missione compiuta dai 70 discepoli e Gesù che conferma l’opera dello Spirito Santo in mezzo a loro,
da 25 a 37 il racconto della parabola del buon samaritano,
infine da 38 a 42 la missione di Gesù svolta nella casa di due sorelle Marta e Maria.
Gesù per questa volta era capitato di fermarsi a casa di due donne.

Quale era la missione svolse Gesù nella vita di queste donne? Certamente, svelare la buona notizia come era in qualsiasi luogo dove passava e andava.
Ecco, il racconto era iniziato nella casa delle due sorelle adulte, due persone autonome, due donne che vivevano da sole. Gesù incontrò loro per farle sentire ciò che stava annunciando a tutti.
Come queste parole: “Il tempo è compiuto e il regno è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo (Mc. 1,15)
“La tua fede ti ha salvato” Va in pace (Lc.7,50).
“Oggi, la salvezza è entrata in questa casa”. ( Lc.19,9)
Beati i misericordiosi perché a loro misericordia sarà fatta (Mt.5,7 )
E non solo. Noi leggendo i racconti dei vangeli ci siamo accorti che Gesù non aveva mai scelto chi con cui parlare.
Egli non escludeva nessuno e tutti e tutte erano coinvolti, dai bambini ai grandi. Lui istruiva tutti e nel suo potere di guarire riusciva a far passare il messaggio concreto della salvezza, coinvolgere e accattivare la loro attenzione, gioia e stupore dominavano nei cuori delle persone che gli seguivano.

Maria era così incantata forse dalle buone notizie, dalle belle parole che ascoltava da Gesù mentre sua sorella Marta doveva fare ciò che aveva imparato bene dai suoi antenati /genitori come doveva essere una donna accogliente. Allora alla donna, veniva delegata il mestiere di casa e la cura dei bambini. Marta era quella portata a fare le cose in casa, era esperta di faccende domestiche.
Ma le due sorelle, Marta e Maria ci avevano fatto osservare che erano anche diverse tra di loro, non erano tutte e due uguali, i loro comportamenti erano diversi. Esse erano presentate dal vangelo di Luca come due donne dai comportamenti diversi ed è così che le abbiamo identificate. Marta aveva ereditato la tradizione ebraica di quel popolo in cui le donne furono impegnate soltanto alle faccende domestiche, allevando i figli Maria invece previlegiava ascoltare quello che diceva Gesù.

Ho provato a immaginarmi al posto di Marta, perché a volta mi trovo ad accogliere delle persone, amici/che, parenti che si fermano per qualche giorno(a casa pastorale) e ho pensato molto a quella fatica di dovere fare tutto in casa.
Ho anche pensato molto ai gesti di accoglienza, offrire qualcosa da mangiare e un letto ad un ospite. In questo episodio Marta aveva cercato di dare la massima attenzione a Gesù, sentendosi di essere la padrona di casa. Era veramente un’accoglienza massima nei confronti di Gesù. Si era messa a lavorare in cucina cucinando forse molte cose così si era sentita stanca che le aveva portato alla fine a lamentarsi(proprio al loro ospite)?

Gesù nel fermarsi da Marta e Maria, accadde qualcosa, una svolta, un cambiamento epocale per le donne, quello a cui siamo arrivati oggi a elaborare in parte perché il comportamento delle due donne continuerà a progredire nel loro modo di concepire la loro possibilità e capacità di evolversi. Nulla le vieta perché era Gesù stesso il loro maestro a suscitare la curiosità e anche a farle rendere conto chi erano e che sono tutt’ora(ricordiamo la storia primordiale della prima donna che si chiamava Eva). Sì, Maria era un’altra(ma sempre stata lei, quella donna che aveva creato YWHW il Dio creatore . Eva era curiosa, voleva sapere e conoscere la sua identità e la realtà in cui ci muoveva.
Maria si identificava a lei, la sua passione di ascoltare le mostrava di essere una curiosa, voleva forse sapere perché Gesù aveva bussato a casa loro, che cosa voleva da loro anche si erano donne.

Gesù disse: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. 42 Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta». Come comprendiamo queste frasi di Gesù? Il mestiere di casa è messa in discussione in questo episodio. Perché la scelta di Maria era giusta?
Mi sono immaginata al posto di Maria. Sento molto la sua curiosità di ascoltare le parole di Gesù. Studiare( la Bibbia) è la mia passione e anche cucinare (quindi una donna riesce a fare tutti e due e anche di più) .
Quando leggo i testi biblici che raccontano ciò che aveva fatto Gesù, il modo in cui aveva parlato, comunicando in parabole il regno di Dio, sono cose che mi piacciono molto e leggerle e ascoltarle continuamente mi appassionano. Le medito e penso che quello che sia stato, quello che era accaduto a Marta e Maria è un bel ricordo di un passato che possiamo tranquillamente dare un buon giudizio che dobbiamo riconoscere per quello che riesce fare una donna definita “multi-tasking”.

Mentre Maria ascoltava Gesù come punto di partenza nasceva in lei una volontà di capire, innanzitutto di capire se stessa. Quella che poteva essere che in molte anni non poteva fare, studiare, parlare di Dio davanti a tutti, la famosa frase dell’apostolo Paolo: ad es.«Come si fa in tutte le chiese, le donne tacciano nelle assemblee»1 Co 14,34. A causa di qualcuno o di una tradizione di un popolo alla donna era sottratta qualcosa, qualcuno l’ aveva privato, bloccato allo sviluppo della sua potenzialità di esprimere la sua identità a suo tempo, così di sicuro non era il Signore Dio colui che l’creata a impedirgliela.
Quella possibilità di poter parlare(come ora) in conseguenza di dare voce alle donne oppresse, che riescano a lottare per la parità di diritti o l’uguaglianza dei diritti, maschio e donne sono uguali e complementari.

Questi erano soffocati prima e ora dopo anni di autovalutazione attraverso la cultura abbiamo potuto riscoprire/svelare le cose che aveva voluto Dio sin dall’inizio della creazione come progetto all’uomo «li creò maschio e femmina» a sua immagine e somiglianza. Così le donne prendendo in mano la situazione, hanno capito la loro sorte.
Non si può tornare in dietro! Grazie a Dio, le nostre chiese storiche avevano toccato questo tema in relazione dell’annuncio del Vangelo che chiunque lo può fare.
La salvezza è per tutti e annunciarla, proclamarla con la voce femminile è un successo nel ambito del ministero femminile. Siamo arrivati a confermare che le donne sono capaci di predicare. Il ministero femminile è un ruolo molto importante nella chiesa. La capacità della donna di predicare sta nel suo svolgere il compito(ruolo) di mamma, di moglie, di donna pastora, incarnandosi (quella)la parola nel rendere il servizio quotidianamente.
I ruoli di Marta e Maria, due donne, due identità distinte in questo racconto di Luca ci porta ad attribuire l’inizio del ministero femminile che diventerà una delle caratteristiche vincenti delle chiese protestanti storiche con le loro capacità “manageriale” di gestire e portare avanti la chiesa.
In una donna abbiamo capito che cosa vuol dire accoglienza espressa in parole diverse: istruzione, insegnamento, impegno, pratica, e servizio. Ella può tutto, l’ ha potuto incarnarsi. Ora si vede nel mondo la capacità delle donne e in molti luoghi o spazi non c’è più bisogno di alzare la voce per farle sentire come nel passato.
Ma è importante ricordarcelo (ricordare ciò che ha raggiunto). Ora, tu, donna scegli ciò che conta per te, è fondamentale che ti confronti con te stessa e con i tuoi valori.

Gesù fu conosciuto nel Nuovo Testamento come il difensore delle donne ad es. la donna adultera, la samaritana. Egli era stato amato da loro per il suo modo di accoglierle e considerarle .
Gesù era un maestro e Maria ha scelto di ascoltare per farsi istruire dal maestro di vita, l’ istruttore del regno di Dio attraverso il racconto delle parabole. Quello che Gesù le insegnava le faceva bene.
Gesù aveva un cuore per le donne/le stava a cuore. Allora, che cosa vuol dire ascoltare? che cosa vuol dire ascoltare e saper ascoltare ciò che diceva Gesù?

Penso che ascoltando e riascoltando il messaggio evangelico di questo brano ci sveli che le donne abbiano imparato a conoscere le loro qualità attraverso uno studio approfondito e poi capire chi sono e quello che possono contribuire. Nella chiesa, come nella nostra chiesa, le nostre sorelle si impegnano a svolgere compiti diversi e anche molto bene.
Il passo successivo della donna è di saper scegliere? La sua sorte dipende dalla sua scelta? che cosa deve fare una donna per essere contenta, per sentirsi appagata dopo una lotta. Sembra che Gesù abbia dato un suggerimento a Marta. A lei la scelta che non è un’ imposizione o un voler dare un ordine da eseguire ma farle rendere conto che tutte le cose che si fanno, vanno fatte con gioia senza affaticarsi più del dovuto poi sentirsi la gioia di servire segno di gratitudine a Dio per quella che è.
A nome del nostro Signore Gesù Cristo noi donne abbiamo imparato che cosa vuol dire prestare attenzione all’altro. La scelta di Maria di ascoltare Gesù è un atteggiamento per essere istruita.
Il maestro Gesù ci ha istruite, innanzitutto come rispettare noi stesse così dobbiamo ora continuamente farci rispettare dagli altri, dal genere maschile.
Ho avuto una sensazione forte e rinnovata che Gesù da questo racconto ha avuto un ruolo di mediatore, arbitro tra i ruoli di queste donne che le ha unite, le ha riconciliate dall’atteggiamento umano che tende a distinguersi, a separarsi. Quindi possiamo confermare di nuovo che in Gesù si crea comunione e unità nelle diversità. Amen.

Amore per Dio e amore per il prossimo

Cari fratelli e care sorelle,

qualche anno fa mi era stata consigliata la lettura di un libro dal titolo “donne che amano troppo” che penso che alcuni di voi conoscano. E’ un libro scritto negli anni ’70 da una psicologa americana, Robin Norwood, che parla di alcune sue pazienti che avevano sviluppato una dipendenza affettiva dai loro compagni e per stare con loro avevano rinunciato alla felicità e a loro stesse. Potrebbe sembrare un paradosso per noi cristiani: non ci è stato sempre detto di dover amare il nostro prossimo come noi stessi? Cosa vuol dire amare troppo? Non dovrebbero esserci dei limiti nell’ amore! Purtroppo però nei nostri giorni il concetto dell’amore viene spesso abusato. In Italia purtroppo c’è un triste primato per le donne che perdono la vita “per mano di coloro che dicevano di amarle”, per molte relazioni si parla di amore tossico o amore malato, molte donne pensano che gli uomini siano possessivi perché le amano tanto e per lo stesso motivo si rifiutano di denunciare alle autorità gli abusi subiti. Molte volte anche i genitori, pensando di fare il bene dei loro figli, si mettono contro i loro insegnanti non tollerando un rimprovero o una bocciatura. Anche questo, a mio parere, può essere classificato come una forma di amore malato.

Oggi i nostri testi biblici ci parlano dell’amore e ci spiegano come l’amore per Dio e l’amore per il prossimo siano due cose imprescindibili l’una dall’altra.  In Prima Giovanni leggiamo infatti che “se uno non ama il prossimo che si vede, non può amare Dio che non si vede ” e anche Gesù, parlando con questo dottore della Legge, conferma che occorre amare Dio con tutte le forze e il prossimo come noi stessi. Devo ammettere di essere molto grata a questo dottore della legge, perché con la sua domanda, seppure il suo intento fosse quello di giustificarsi, provoca la risposta di Gesù che racconta questa parabola a mio parere molto semplice ma piena di significato. Il dottore della legge chiede infatti “e chi è il mio prossimo” e Gesù non risponde con una semplice definizione, il tuo prossimo è….. ,ma con la storia di questo uomo che viene spogliato  e percosso dai briganti e viene soccorso solo dal Samaritano, una persona che nella società ebraica non era molto considerata, a differenza del sacerdote e del levita.

Questa storia potrebbe sembrare lontana dai nostri tempi per i modi in cui si svolge, ma credo che in realtà sia molto attuale. Innanzitutto mi vorrei soffermare su questi briganti che percuotono l’uomo e lo lasciano a terra quasi morto. Oggi queste cose non succedono quasi più, sono abbastanza rare, e tuttavia abbiamo altri briganti da affrontare che lasciano le persone mezze morte. In primis mi viene in mente la solitudine, poi la depressione, il precariato, la malattia fisica o mentale, la povertà, l’invidia, la calunnia, il bullismo e il cyberbullismo. Questi e tanti altri sono i mostri di oggi che possono veramente rovinare la vita e l’equilibrio psico-fisico di una persona. Molte persone muoiono sole senza che nessuno se ne accorga, sebbene viviamo in un periodo abbastanza ricco e di benessere molti si sentono sempre più vuoti dentro e non hanno uno scopo. Proprio l’altro giorno ho letto un articolo su un nuovo fenomeno dilagante tra i ragazzi , alcuni decidono di chiudersi per anni dentro la loro stanza senza mai uscire, passano le loro giornate a guardare film e a giocare ai videogames, complice anche proprio il troppo benessere che abbiamo. Dunque sono questi i briganti che ci spogliano e ci lasciano mezzi morti. E a questo punto interviene il samaritano, dopo che due altre persone prima di lui erano passate dalla parte opposta della strada senza prestare soccorso. Trovo molto interessante i verbi che vengono usati per descrivere come questo samaritano si avvicina a questo uomo semimorto “ gli passò accanto, lo vide, ne ebbe compassione e gli si avvicinò”.  In poche parole possiamo vedere un movimento dentro al cuore di questo samaritano. Quante volte magari ci è capitato di fare l’elemosina a qualcuno solo per levarcelo di torno? Quanta gente pensa solo agli aspetti materiali del dare per sentirsi a posto con la coscienza? Qui invece si parla di vedere e avere compassione. Tutti e tre gli uomini che passano da li vedono infatti quella persona abbandonata a sé stessa, ma solo una ne ebbe compassione e si avvicinò. Il samaritano poi gli cura le ferite con quello che ha, olio e vino, lo carica sulla sua montatura e chiede all’oste di prendersene cura fino  a che non tornerà.

Per questo motivo penso che anche noi non siamo chiamati soltanto a un dare anonimo, ma ad avvicinarci agli altri, essere vigili verso chi abbiamo intorno e a quali sono i briganti che lo assalgono e curare le ferite, che vuol dire essere vicino a queste persone, non solo materialmente ma anche spiritualmente.

Come ultima cosa vorrei far notare che il dottore della Legge aveva chiesto chi è il mio prossimo, ma Gesù alla fine della parabola dice “chi pensi che sia stato il prossimo di colui che era stato percosso”?. Quindi, forse, più che chiederci chi è il nostro prossimo, ergo chi è meritevole di un nostro aiuto in una logica puramente di esclusione, dovremmo imparare a farci, a diventare prossimo dell’altro. La domanda non dovrebbe essere su chi mi devo concentrare nel dare il mio supporto, ma cosa posso fare io oggi per tutti coloro che mi stanno intorno, come posso fare a diventare io il loro prossimo. Non importa in quale situazione ci troviamo, se sul lavoro, in chiesa, nelle nostre famiglie o altrove, è sempre importante avere un cuore aperto al vedere cosa succede intorno, a sviluppare la compassione e ad agire di conseguenza. Questo è l’amore vero che ci insegna la Parola di Dio, un amore libero da egoismi e non possessivo come gli esempi che menzionavo all’inizio del sermone. Noi come uomini e donne siamo fallibili e, come ci insegna la Parola, peccatori, quindi facilmente ci troviamo a inquinare il concetto dell’amore, ma tramite la Parola di Dio sappiamo quale è la sua vera entità e possiamo imparare a metterlo in pratica.

Cari fratelli e care sorelle, oggi ricorre un anno dall’inizio dell’attività della nostra chiesa del Breakfast time, una attività che all’inizio  faceva un po’ paura, pensavamo di non riuscire a portarla avanti, invece Dio non  ha fatto mai mancare i volontari per ogni domenica e i fondi per acquistare quello che ci serviva. Devo essere sincera, io ho partecipato soltanto una volta a questa attività, per cui devo tirarmene fuori!  Quindi mi rivolgo a voi carissimi Fabio, Luciano, Lucia, Pietro, Paola, Marco, Joilyn, Erica, Rowena, Daniele, Antonella, Cesar, Enrica, Letizia, e tutti noi della comunità che a vario titolo partecipiamo a questa iniziativa o ad altre sempre per l’aiuto di chi ci è vicino. Anche noi, siamo semplici uomini e semplici donne che mettono a disposizione quello che hanno per le persone “assalite dai briganti”. Ogni domenica in cui vi alzate all’alba per portare la colazione agli amici senza dimora, ogni volta che cercate di migliorare la loro condizione coinvolgendo anche gli altri servizi del territorio procurando abiti, cure mediche, un posto dove stare o semplicemente un po’ di compagnia e un sorriso, sono certa che state rallegrando anche il cuore di Dio, che vi sostiene e vi benedice in quello che fate. In queste ultime settimane ci siamo incontrati diverse volte e abbiamo condiviso anche altre nuove idee per migliorare e ampliare il nostro servizio. Sono certa che anche in questo caso Dio non ci farà mancare le risorse che servono  per implementare progetti nuovi, ma anzi susciterà nuove vocazioni e nuove energie a servizio di ciò .

Allora vogliamo pregare affinchè come uomini e donne non ci stanchiamo mai di farci prossimo esercitando l’amore vero che Gesù oggi ci insegna ed evitando il più possibile l’amore che uccide con i suoi egoismi. Amen.

Il frutto dello Spirito

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

nelle Filippine, il 14 febbraio, viene festeggiato tanto; è il giorno di San Valentino, il giorno degli innamorati. Sì, si sente tanto il bisogno di dare e di ricevere fiori e regali,  segni tangibili  d’amore per l’altro/a. E nello stesso giorno in cui molti di noi che siamo  nati in questa data riceviamo la gioia di sentire tanto amato. In quel giorno, mi sono riempita di messaggi, ho ricevuto molte telefonate da diverse parti del mondo tra tanti parenti e amici, lontani e vicini. Mi sono molto rallegrata e sono veramente grata al Signore per quell’amore che mi sono sentita riempire, come un bicchiere riempirsi d’acqua poco a poco.

Quanto amore è necessario per colmare questo mondo!. Finché questo mondo non passa penso che ce ne voglia per l’intera sua esistenza. Senza amore l’uomo continua a vivere nella tribolazione incessante. Non ha riposo e continua a vivere nella fatica. Così Dio Parola deve intervenire per donargli la sua pace. Il Signore disse: «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno» (Mc. 13,31)

 

Il testo della predicazione che ho scelto per questo oggi è sui frutti dello Spirito.

L’apostolo Paolo aveva scritto  alla comunità di Galasia, con intento direi molto forte, per esortare quella comunità e noi oggi ad accorgersi della crescita nel nostro essere credente di quel frutto, nato e maturato.

Infatti, questi specifici versetti, i vv. 22-23 non hanno solo parlato di amore, frutto dello Spirito (nato come un figlio) ma tra questi anche di gioia, di pace, di pazienza, di gentilezza, di generosità, di fiducia, di  mansuetudine, di autocontrollo. Sono elencati in nove, i frutti che quando hanno raggiunto la loro maturazione in noi ci sentiamo sazi, come cibi che danno tanti sapori buoni.

Non sappiamo come si elaborano nel nostro essere, è quello che chiamiamo unmiracolo  che Dio ha potuto fare nella nostra esistenza umana. Ciò che succede dentro di noi è un lavoro sicuramente molto impegnativo. Perché? Il seme nasce simile ad un figlio, come lo Spirito di Dio che da frutto. Essi sono figli chiamati per nome: amore, gioia, … Soffermandomi solo con l’effetto dell’amore, … quel  frutto dello spirito che quando si nasce e si cresce nel corpo terreno, collocata e trovata la giusta posizione nell’essere del credente,  raggiunge il massimo della sua manifestazione.

L’effetto si sente tanto prima dentro del proprio essere poi lo spinge a manifestare nel suo agire. Il cambiamento dunque parte dal di dentro così come conseguenza il frutto dello spirito di Dio in noi si coglie, si raccoglie nel tempo giusto dopo che ha già raggiunto la sua maturazione.

Ogni  frutto dello Spirito è un dono, rimane tale, è un regalo e non si acquista con il denaro ma si può percepire nel tempo giusto.

Un credente impara a rendersene conto ascoltando in sé la possibilità di crescere con l’aiuto che gli viene dato attraverso una spiegazione continua della Parola cioè leggendo sempre più la Bibbia, ascoltando le predicazioni, frequentandosi gli studi biblici e i fratelli e le sorelle di chiesa come deve essere. Non è, perciò, un prodotto della propria elaborazione dell’essere umano ma dello Spirito Istruttore, in chiunque, in lui  o in lei si elabora ma non è frutto di se stesso. Dio Spirito che aveva dato quel frutto. Dio aveva seminato il frutto dello Spirito.  In Gesù uomo aveva potuto far nascere,  in lui l’aveva coltivato e  l’aveva potuto raccogliere il frutto al massimo della sua possibilità.

 

Nella Bibbia Dio è presentato per primo il Dio Creatore nella creazione.

Poi il Signore agricoltore nella parabola della semente. Gesù nel vangelo di Giovanni il racconto della parabola  della vite e suoi tralci Dio era definito il vignaiolo. Colui che si era messo all’opera per fare in modo che la vite desse tanti frutti. Suoi tralci erano i suoi discepoli ben innestati per portare i frutti.  Gesù disse: «Io sono la vite voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta un frutto abbondante, perché senza di me non potete fare nulla».Gv.15,5

 

Il teologo Helmut Gollwitzer scrisse: “Se il discepolo vuole rimanere legato al suo Signore, dovrà costruire tutta la sua vita sulla parola di Dio; questa è la sua pratica della vita cristiana. Questa parola del Signore deve essere legata indissolubilmente alla vita del discepolo, esattamente come una casa edificata sulla roccia fa corpo unico con il proprio fondamento”.

 

Care sorelle e cari fratelli, l’apostolo Paolo aveva scritto alla comunità di Galasia queste parole divine. Il frutto dello Spirito sono queste.

Vi invito perciò di partire da un  fatto concreto e reale cioè dalla verità assoluta che non c’è frutto senza considerare questi elementi che hanno contribuito di avere un prodotto. Per avere un frutto ci devono essere questi: almeno un seme, un pezzo di terra su cui piantare,  un essere vivente (un uomo, una donna) che lo pianta e lo curi per farla raggiungere alla sua crescita, dando un frutto. Il miracolo accade quando questo seme trova la sua collocazione adatta. Così il successo di un seme è di far nascere un altro seme, completando il ciclo della sua vita che continua ad esistere.

Mi sono chiesta l’importanza di raggiungere il frutto dello Spirito nel contesto/nell’ ambiente dell’essere chiesa.  Se ne parla lì, ma difficilmente si raggiunga la sua maturazione perché  anche negli uomini e nelle donne di chiesa bisogna lavorare tanto, anche se lì laddove si potrebbe aspettare che quell’ essere è il buon terreno per piantare quel seme di amore, quel seme di gioia, quel seme di pace… di Dio  Spirito.

C’è da aspettare tanto per avere un buon frutto. Quel seme piantato deve crescere bene per dare frutto.

Noi chiesa di Dio, non dobbiamo ostacolare la crescita dei doni dello spirito abbandonando l’odio, l’egoismo, presunzione, .. non dobbiamo lasciarli che assumano e consumano il nostro essere occupandoci mente e cuore di tutta la nostra anima. Inoltre, perché laddove c’è la chiesa, in cui è disseminato, sparso quel buon seme viene trascurato a quell’opera di coltivarlo. Nella chiesa convertita dalla parola del Vangelo in Cristo Gesù  sembra che tutti i membri siano pronti a lavorare, a gettare quel «seme» che hanno ricevuto ma con la parola «frutto» chiave della comprensione dell’opera dello Spirito, il messaggio della salvezza  deve ancora prima elaborare nell’essere e attraverso l’essere di ciascuno individuo per essere fatto e pronto poi a seminare. Le parole buone e divine che Paolo aveva scritto ai Galati sono per noi oggi, che partecipiamo al loro destino di essere portato, offerto, condiviso,  gettato ovunque siamo. Se noi non facciamo l’attenzione a queste parole divine colui che ha piantato non vedrà il frutto di quello che ha seminato in noi. Questi versetti 22-23 del capitolo 5 ai Galati mi hanno fatto riflettere quanto importante ricordare la parola seminata in ciascuna /o di noi. Come il contadino che ha gettato il seme/i semi in terrene  diverse così Dio in Gesù l’ha fatto.

 

Ecco perché nella chiesa di Dio ci bisogno di capire se stessa e accettare che deve lavorare molto di se stessa per restituire quel frutto a colui che lo ha seminato. Senza quel lavoro di collaborazione non c’è frutto divino maturato, prodotto  nel tempo giusto, l’ora  dello Spirito. L’apostolo scrisse  ai Corinti: Io ho piantato, Apollo ha annaffiato Dio fa crescere. (1 Cor.3,6) Dio  ha donato il seme della Parola di vita che è cresciuto in ciascuno e ciascuna di noi per vedere e dimostrare che suo regno è già piantato sulla terra.

Così ci chiediamo. Ci facciamo un auto-esame.

Si può chiamare chiesa se non c’è amore, se non è abitata dell’ amore?

Si può chiamare chiesa se non c’è gioia, se non è abitata di gioia?, se non vi abita gioia?

Si può chiamare chiesa se non c’è pace, se non è abitata di pace? se non vi abita pace.

Si può chiamare chiesa se non c’è gentilezza, se non è abitata di gentilezza? se non vi abita gentilezza?

Si può chiamare chiesa se non c’è generosità, se non è abitata di generosità? se non vi abita generosità?

Si può chiamare chiesa se non  c’è fiducia, se non è abitata di fiducia? se non vi abita fiducia?

Si può chiamare chiesa se non  c’è mansuetudine, se non è abitata mansuetudine? se non vi abita mansuetudine?

Si può chiamare chiesa se non c’è autocontrollo? se non vi abita l’autocontrollo?

 

Come possiamo chiamarci chiesa se non siamo capaci di amare, di gioire, di essere pacifico, di essere gentile, di essere generoso, di essere fiducioso, di essere mansuetudine, di aver l’autocontrollo. Ci vuole tempo per farci maturare queste attitudini. Ci vogliono le armature  di Dio per  combattere e vincere,  per superare noi stessi del nostro egoismo, del nostro orgoglio di credere di sapere, di avere già raggiunto la maturità nella fede. Bisogna che ci fermiamo per cercare di capire se siamo una chiesa e se vogliamo che lo siamo. Perché così possiamo sentire che in noi qualcuno ha potuto piantare una parola all’altra, diversa dalle nostre parole che ha il potere di dare sazietà, compimento al nostro essere presente e viva.

Teniamo conto quel piccolo seme che ha avuto occasione di crescere giorno per giorno, attimo per attimo nel nostro essere trasformando la nostra vita dandoci amore, pazienza…..Il miracolo succede ancora nel tempo di un divenire, quella crescita che è avvenuta solo nel tempo di Dio Spirito nella nostra vita di credente dimorando, rimanendo fermi nella sua parola. L’apostolo Paolo coglie la nostra attenzione e ci invita a tornare al nostro piccolo prezioso seme che aveva anche lui gettato e seminato alle chiese antiche in onore della sua chiamata di essere portatore, ambasciatore della parola in Cristo Gesù. La parola di Dio così agisce in noi liberamente ma che ha bisogno la nostra predisposizione.

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

che cosa succederebbe se nella chiesa non si sente più il frutto dello Spirito? Che cosa succederebbe se nella chiesa non prevale più il frutto dello Spirito? Alla chiesa, alla comunità è donato lo Spirito di Dio nella quale opera per trasformare ogni membro di essa. Quell’ essere umano in cui ha avuto il seme, quella parola che è stata seminata in lui da un essere umano che con la sua mossa del gettare ha avuto come il terreno dove ha potuto attecchire e crescere. E’ nell’essere umano e attraverso l’essere umano che questo dono dello Spirito opera.   Gesù come diceva l’evangelista Marco, egli insegnava molte cose alla folla (a tutti, chiunque insieme ai discepoli) con parabole.(Marco 4,2). Ma quando fu solo con i suoi discepoli  gli istruiva(gli insegnava ) dandogli spiegazioni, risposte alle loro interrogazioni.

Le parabole che li raccontava avevano lo scopo di svelare i significati solo a questi e non a tutti come diceva loro: «a voi è stato dato il mistero del regno di Dio, a quelli fuori invece tutto si propone con parabole, perché vedendo vedano ma non capiscano, ascoltando ascoltino ma non comprendano, perché non si convertano e non siano perdonati»(Marco 4,10)Sappiamo come l’intento di Gesù di insegnare le parabole perché le sue parole sono come i semini  gettati perché nascano e crescano nei suoi discepoli.  «E’ per grazia che siete stati salvati». (Efesini 2,5) Amen

past. Joylin Galapon

La memoria e l’indifferenza

Nei giorni appena trascorsi, in corrispondenza con la giornata della memoria, mi è capitato di rivedere una bella quanto inquietante puntata di Ulisse, la trasmissione di Alberto Angela.

In quella trasmissione viene raccontata, tra l’altro, la storia di quello che è stato chiamato il Binario 21 della stazione Centrale di Milano – un binario che in realtà non fu considerato all’epoca delle deportazioni neppure degno di un numero – forse perché il suo uso faceva troppo orrore per volerlo identificare, forse perché era meglio dimenticarlo, far finta che non esistesse.

Un binario che anche oggi non ha un nome né un numero, perché Binario 21 alla Stazione Centrale di Milano vuol dire solo, e maledettamente, il posto sotterraneo da dove gli Ebrei rastrellati da tutta Italia venivano fatti partire verso la loro morte, ed il loro sperato sterminio.

In quel luogo, il memoriale è stato affidato, tra l’altro, ad una parola scritta in rilievo, a caratteri cubitali, su tutta la parete – quella parole è “indifferenza”.

Ed in effetti, l’indifferenza – ossia la mancanza di reazione ad un evento – è ciò che ha segnato la condanna di molti, durante quei terribili avvenimenti storici: lo dimostrano le tante storie, fortunatamente, grazie a Dio, tante storie in cui coloro che non sono rimasti indifferenti a quel che stava accadendo hanno salvato le vite di molti.

Dell’indifferenza tra noi esseri umani hanno parlato molti: da anton Cechov, che la definì “la paralisi dell’anima e la morte prematura” a David Grossman, lo scrittore ebreo, che ne parlò definendolo “il male dell’epoca” e ne diede una spiegazione – non certo una giustificazione, credo – notando che “è difficile scegliere di soffrire”.

In realtà, anche senza bisogno di disturbare i letterati, tutti noi sappiamo che cosa è l’indifferenza; ma c’è ancora una cosa che, al riguardo, dobbiamo tenere presente, e cioè che l’indifferenza, per sua natura, non è mai “per caso.

Per rimanere indifferente verso qualcosa, devo necessariamente, almeno per una volta, almeno superficialmente, pensarci – per decidere che non mi interessa, cioè che non è qualcosa che riguarda me, che tocca me.

Per questo l’indifferenza fa così male – perché è la conseguenza di un giudizio, un giudizio di svalutazione.

Per questo l’indifferenza di Madre Natura – ossia dell’Essere Supremo – è così tremenda, così disperante, in quel dialogo di Leopardi che tutti abbiamo studiato a scuola, il dialogo tra la Natura e un islandese, che racconta le domande che l’essere umano fa a chi riconosce rivestito di potere – e delle risposte, anzi della risposta: quando io vi faccio del male, risponde la dea terribile, io neanche me ne accorgo, come non mi accorgo se vi faccio del bene, o del male.

Questo atteggiamento è esattamente il contrario di quel che la Bbbia ci mostra e ci dice di Dio- un Dio che non è il parto della fantasia di uno scrittore, ma è qualcosa di diverso da noi e con il quale interagiamo – quando decidiamo di non restare indifferenti a lui – che stende tutto il giorno le braccia verso di noi, come dice Isaia al capitolo 65 – ho steso tutto il giorno le mie mani verso un popolo ribelle, noi, che camminiamo per una via non buona, seguendo i nostri pensieri. Un popolo che rimane indifferente verso di me, il Signore, dicono di noi queste parole, e questo è poi in fondo – e neppure tanto – la fonte di tutti i problemi che abbiamo, potremmo dire “la madre” di ogni nostro guaio: la misura di quanto riusciamo a restare indifferenti a Dio.

Però, prima di vedere – contemplare, e ringraziare per – la reazione di Dio a quel che avviene a noi, vorrei che pensassimo insieme ancora un po’ a tutti i modi in cui riusciamo ad essere spaventosamente indifferenti gli uni agli altri.

Certo la mente corre subito a discorsi che siamo costretti a sorbirci tutti i giorni e che avnno dall’”aiutiamoli a casa loro” al “questa è una guerra, e in guerra i morti ci sono, non c’è nulla da fare, è la vita, bellezza”; alle donne uccise due giorni dopo che hanno sporto denuncia contro il loro persecutore che ha deciso di amarle troppo per lasciarle andare; ai morti sul lavoro per mancanza di sicurezza; alle violenze in famiglia, di cui nessuno si accorge mai, finché non ci scappa il morto.

Ma in realtà le facce dell’indifferenza sono infinite – magari non tutte mortali, per la vita fisica di chi ne subisce lo sguardo sinistro – ma quasi sempre devastanti per le vite che ammorbano.

Siamo indifferenti quando pretendiamo qualcosa, e non vediamo gli sforzi che sono stati fatti per noi, solo perché non vediamo il risultato che speravamo.

Siamo indifferenti quando non vogliamo accettare, come risposta, null’altro che un sì.

Siamo indifferenti quando allontaniamo ciò che non capiamo, invece che cercare di intenderne le ragioni e le possibili soluzioni.

Siamo indifferenti quando non cerchiamo soluzioni, ma solo modi per limitare i danni, in nome di una forzata sopportazione – quella che si chiamava un tempo “cristiana rassegnazione “.

E quando siamo indifferenti diamo origine a conseguenze. Magari anche piccole, sull’oggetto della nostra indifferenza, perché la dose di potere umano di cui ci è capitato di poter fruire è piccola. Ma sicuramente – fatalmente, disperatamente – quando restiamo indifferenti noi usciamo dalla sfera restando nella quale ci è concesso di dare testimonianza, di essere davvero a immagine e somiglianza di Dio: usciamo, infatti dalla sua presenza.

Nei mille discorsi che sentiamo tutti i giorni raramente, rarissimamente, capita di riconoscere l’esistenza, in chi parla o peggio bercia, dell’opzione “Dio”.

C’è chi usa l’Evangelo per tirare l’acqua al suo mulino (il Libro degli Atti insegna quel che accade a chi usa la Parola di Dio per il proprio tornaconto); c’è chi si schiera tra i buoni probabilmente un po’ cretini e chi si dedica a trovare tutti i possibili interessi personali che sporcano, o potrebbero/dovrebbero sporcare, l’azione dei suddetti buoni che, da “un po’ cretini”, diventano “molto corrotti”.

Chi non ha sentito, in occasione della chiusura del CARA di Castelnuovo del Porto, la litania dei costi che quella struttura aveva, e di come quei costi escono dalle nostre tasche (come se uscissero da altre tasche i costi della politica, di gran parte dell’informazione, delle infrastrutture con i ponti che cadono)?

La maschera del dio denaro ha nascosto, sotterrato, ammazzato a bastonate, il pensiero che nessuno, o quasi ha espresso, e che pochissimi hanno condiviso quando lo hannp scoltato: che aldi là dei costi e della eventuale corruzione di questa ed altre strutture, questa ed altre strutture sono il solo modo per non restare indifferenti alla sofferenza, alla debolezza, alla umanità di chi ci vive, o ci viveva dentro.

Dal punto di vista umano, si potrebbe dire che se la corruzione è la malattia, di solito la cura migliore non è ammazzare il malato.

Ma noi siamo qui, in una chiesa, perché crediamo in Dio. Perché Dio è il nostro Signore. Per noi il problema inaccettabile, disperante, è constatare che l’opzione “umanità” ha seguito l’opzione “Dio”, nel cestino della spazzatura.

I discepoli sono raccolti in una barca che, di notte, solca il mare di Galilea, il Lago di Tiberiade.

Il posto è pericoloso: il lago conosce improvvise tempeste, e la barca è poco più che un guscio di noce.

Nello stesso modo, la comunità dei santi, la chiesa dei credenti, naviga in un mondo in cui le tempeste che potrebbero inghiottirla possono venire da qualunque direzione.

La bufera si alza, infatti.

Le onde sono altissime e già riempiono la barca, che è in procinto di affondare.

A bordo, Gesù dorme.

Sembra impossibile, in quel caos spaventato e illuminato dalla luce livida dei lampi – guerre, uccisioni, fame, malattie – ma lui, dorme.

I discepoli vorrebbero che Gesù arrivasse come un supereroe e risolvesse la situazione. Forse vorrebbero convincersi che la sua sola presenza sulla barca sia sufficiente per preservarsi dalla tempesta.

Invece, lui dorme. E loro devono chiamarlo, pregarlo, invocarlo, ma non ti importa che noi moriamo?

Gesù, ossia la Parola di Dio, a quel punto interviene.

Come già all’inizio dei secoli, mette ordine e rimanda acque e venti là dove loro compete.

Poi, fa la domanda: ed è la domanda che rivolge a tutti noi, qui, stamattina: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?

Perché siamo così paurosi? Perché non abbiamo il coraggio di vivere ogni momento della nostra vita a partire dal criterio che ci è stato dato, quel giorno cge Dio ci ha chiamato per nome, e ci ha versato in grembo una misura scossa e ben pigiata, frlls fede in lui, da cui ha origine la nostra testimonianza?

Perché siamo umani, viene da dire.

Eppure questo lato oscuro della nostra umanità, è esattamente quello che Cristo ha reso cancellabile, superabile, con la sua morte in Croce per noi, e la sua Resurrezione come primizia di quella vita nuova che ha seminato nei nostri cuori e nei nostri cervelli.

Per vincere l’indifferenza del mondo una sola arma: vincere la nostra personale indifferenza.

Per vincere la nostra personale indifferenza, il Signore, quello stesso Signore che non è mai rimasto indifferente al nostro grido d’aiuto, ci ha dato un’arma potente: la nostra fede in lui.

Più forte – perché in realtà non è nostra, ma sua – di ogni tempesta.

Sia dunque , sorelle e fratelli, la fede nel Dio onnipotente, nel Dio mai indifferente, ciò che costituisce il punto di partenza di ogni nostro pensiero, di ogni nostra decisione.

Così gli saremo testimoni, fino al giorno benedetto e speriamo vicino, in cui tornerà per stabilire definitivamente il Suo Regno tra noi.

Amen.

past. Giovanna Vernarecci

 

Rianimare la speranza

 1Tessalonicesi 1:2-10

Rendiamo continuamente grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e incessantemente rammentando l’opera della vostra fede, la fatica dell’amore, la perseveranza della speranza del Signore nostro Gesù Cristo davanti a Dio, Padre nostro, ben conoscendo,
fratelli amati da Dio, la vostra elezione.  Il nostro vangelo, infatti, non vi è giunto soltanto tramite parola, ma anche mediante potenza, Spirito santo e nella più piena certezza; sapete bene come ci siamo comportati tra voi e in vostro favore. Anche voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore,
avendo accettato la Parola in grande tribolazione, con la gioia dello Spirito santo, al punto da diventare un modello per tutti quelli che credono, in Macedonia e in Acaia. Da voi, infatti, si spande la parola del Signore non solo in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio è giunta in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne. Essi stessi, infatti, raccontano quale sia stata la nostra venuta fra voi, e come vi siate rivolti a Dio allontanandovi dagli idoli, per servire il Dio vivente e veritiero e aspettare dai cieli suo Figlio, che egli risuscitò dai morti: Gesù, coluiche ci libera dall’ira che viene.

Care sorelle e cari fratelli,

è di qualche giorno fa la notizia che la nostra chiesa ha dato la disponibilità ad accogliere gli immigrati che da giorni vagavano per mare sulla Sea Watch. Per la prima volta da chissà quando il nome della nostra chiesa è stato ripetuto più volte su tutti i telegiornali nazionali e sulla rete hanno circolato notizie sulla nostra chiesa, ignota a milioni di Italiani. Un breve momento di notorietà e poi di nuovo torneremo nell’oblio di sempre! La cosa divertente è stato anche vedere su internet i nostri soliti detrattori coprirci di insulti perché vanagloriosi, venduti al mondo ecc, le solite
banalità di animi invidiosi. Non credo che ci sia nulla di male nel godersi quei cinque minuti di celebrità, con tutte le responsabilità che comportano… In fondo, qualcuno diceva che l’unica forma di immortalità che ci è concessa è il ricordo, ed è umano desiderare di essere ricordati per
qualcosa di buon che abbiamo fatto. Ma è solo il ricordo, una scia di affetti, quella che lasciamo nella nostra vita? No, certo, per chi crede c’è la certezza di una vita eterna con Dio, ed è questa che conta. Non è, però, questo il tema che vorrei approfondire, vorrei piuttosto riflettere all’inizio
della lettera di Paolo. Dopo duemila anni, infatti, noi dalle parole di Paolo abbiamo un ricordo, una testimonianza forte sulla fede di nostre sorelle e nostri fratelli di duemila anni fa. È quasi una rarità, perché la stessa cosa non avviene di molte altre chiese del passato! Dei corinzi, ad esempio, tutti
si ricorderanno la loro litigiosità…
A questo punto mi chiedo: chissà, in un futuro lontano, come ci ricorderanno i nostri discendenti! Sarebbe bello ricevere parole come quelle di Paolo. Sarebbe bello se qualcuno ricordasse la nostra opera di fede, la nostra fatica d’amore, la nostra costanza nella speranza… In
effetti, se guardiamo all’inizio di questa lettera ai Tessalonicesi, ci rendiamo conto della grande differenza tra la chiesa di allora e la nostra di oggi. Con questo non voglio dire che loro fossero meglio di noi. Credo che alla fine condividessero molti dei nostri problemi, che fanno parte di
qualsiasi comunità umana. Tutto sommato, non possiamo dire di avere anche noi l’opera della fede? Certo, la perfezione è lontana, ma anche noi ci impegniamo dare una forma concreta alle nostre convinzioni. Le attività della nostra chiesa sono numerose, a cominciare dai culti domenicali, fino ai bazar, alle riunioni famigliari, alle colazioni distribuite ai senzatetto. Anche nella nostra vita privata, sappiamo quanto può essere difficile essere coerenti in un mondo come il nostro, quando siamo travolti da un’esistenza sempre più complicata… Ma ci proviamo! Lo stesso
possiamo dire della fatica dell’amore e della costanza nella speranza. Pensiamo ai fratelli o alle sorelle che stanno male nella nostra chiesa: non è una fatica d’amore quella di chi li accompagna? Pensiamo a quante volte la nostra speranza viene messa alla prova dagli eventi quotidiani, dalle
ingiustizie che si realizzano sotto il nostro naso, da quelle che subiamo sul lavoro e nella vita di ogni giorno.
Quello, però, che ci distingue profondamente dalla chiesa antica è lo slancio evangelistico. La chiesa di Tessalonica viene ricordata da Paolo, perché si fa testimone dell’evangelo in tutta la regione. Noi, invece, da anni e anni non apriamo una chiesa nuova. Credo che l’ultima sia stata
quella di Colleferro e Ferentino nel dopoguerra. Se saremo ricordati per le cose che facciamo, certo noi non lo saremo per il nostro slancio evangelistico. Ed è forse di qui che dovremmo ripartire nella riflessione sulla nostra vocazione qui a Roma. Perché non proviamo, di nuovo, a coinvolgere nuove persone nella vita della nostra chiesa? Perché non proviamo a rilanciare la nostra evangelizzazione? Perché non ci dotiamo degli strumenti e delle energie necessarie? Potremmo fare molte cose, dallo studiare nuovo materiale, all’abbellire la nostra chiesa e al fare un corso per evangelisti. In fondo, non siamo sostenuti dalla stessa speranza che animava i cristiani della chiesa antica di Tessalonica? La fede è la medesima, il progetto di fede, culturale e volendo anche politico è anche più articolato. Perché non passare riusciamo a trasmettere tutto questo? Ieri, all’assemblea della Società Biblica in Italia ci chiedevamo: perché uno si dovrebbe associare e restare socio? Facciamoci la stessa domanda per la nostra chiesa: perché si dovrebbe diventare membri di questa comunità? Perché ci si deve rimanere, una volta passato il primo entusiasmo?
Dalla chiesa di Tessalonica possiamo ricevere un incoraggiamento: condividiamo la stessa opera della fede, la stessa fatica d’amore, la stessa costanza nella fede. Dobbiamo “solo” riscoprire lo slancio evangelistico.
Poi Paolo continua e, con due tratti di penna molto ben riusciti, descrive la vita della comunità: essersi convertiti agli idoli, per servire il Dio vivente e vero, e aspettare dai cieli la sua venuta. Ci ritroviamo in questo quadro? Direi di sì. Se siamo qui, è perché abbiamo lasciato alle spalle gli idoli vani che ci tenevano prigionieri e perché sappiamo che questa lotta è quotidiana e per vincerla abbiamo bisogno della forza dello Spirito Santo. Abbiamo rifiutato tutto ciò che, nella nostra vita tende ad allontanarci dal Signore, ed a sostituirsi a lui. Sappiamo quanto è difficile, ma noi siamo qui per testimoniare al Signore la nostra volontà. Di conseguenza, noi siamo qui per servire il Signore con un impegno che modella la nostra vita, perché nasce spontaneamente dalla scelta fondamentale che abbiamo fatto per lui. Certo deve essere coltivato con la lettura della Bibbia e con la preghiera, ma servire il Signore è qualche cosa che nasce spontaneamente nel nostro cuore dalla volontà nuova di vita che lo Spirito ci dona. Bisogna solo organizzare questo desiderio e dargli forma con efficacia. Per questo è fondamentale che i nostri organismi, come il consiglio di chiesa, siano efficaci nel loro lavoro di programmazione e di amministrazione.
È anche interessante mettere in evidenza l’ultimo punto che Paolo richiama ai Tessalonicesi. Egli dice, infatti, che noi serviamo il Signore mentre attendiamo la venuta del Regno. Forse l’idea dell’attesa ci può indurre in inganno, quasi che fosse un’attesa passiva…
Quello che abbiamo appena detto sul servizio, però, non ci permette di pensarlo neanche per un momento. Questo è un tempo ricco di attività, a cominciare dall’evangelizzazione: dovremmo vivere la prospettiva del Regno come una realtà che ci trasforma mediante lo Spirito Santo, una
realtà nuova di cui noi siamo portatori e di cui noi dobbiamo farci interpreti di fronte al mondo che ci circonda.

La parola di Paolo che abbiamo letto questa mattina è, dunque, una parola che ci incoraggia a continuare nel cammino fin qui percorso, esortandoci a riprendere la testimonianza dell’evangelo nella nostra vita, in questa nostra città. Ci siamo rispecchiati nella comunità di Tessalonica? Un po’ sì, un po’ no. Facciamoci coraggio, però, e continuiamo a portare questa
parola con caparbietà. Magari un giorno anche di noi qualcuno scriverà le belle parole che Paolo scrisse della chiesa di Tessalonica!

prof. Eric Noffke

Tu devi vivere alla grande!

Lc 3, 15-16 21-22

Tu sei, prediletto, compiaciuto.

Tu devi vivere alla grande!

Sembra questo il senso delle parole uscite dallo squarcio del cielo. Il battesimo di Gesù, come raccontato da Luca, arriva del tutto inaspettato, quasi non lo trovi scorrendo il testo. E Giovanni non si accorge per nulla di aver battezzato proprio la persona di cui parlava: si perde nella folla. Come si perde nelle frenesie delle nostre giornate la presenza di Dio, l’azione di Dio. Nel 1° libro dei Re al capitolo 19, come abbiamo ascoltato, Dio si manifesta nel vento sottile, quasi impercettibile. (1 Re 19, 11-13). Dio non era nel tuono. Non era nel terremoto, non era nel vento impetuoso, non era nel fuoco. Era in una leggera brezza. Quasi impercettibile!

Il vento. Quanto nella Bibbia è presente. Sarebbe bello uno studio biblico sul vento, fuoco ecc. Alito di Dio soffiato sulla creta di Adamo, vento leggero  sull’Oreb, vento impetuoso di Pentecoste.

Vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite. Libere vite.

Dove passa anche oggi. Passa in una stalla di Betlemme, o come qualcuno il giorno di Natale attualizzando ha detto: “lo troverete nella spazzatura”. Lo troveremo dove meno ce lo aspettiamo. E soprattutto non nei grandi eventi o nelle situazioni che colpiscono la nostra attenzione per la magnificenza. Dio va scoperto e trovato nella piccolezza.

Ma è una presenza, presenza costante, puntuale, attenta ma discreta.

Ma se il libro dei re ci dice dove sta Dio domandiamoci: Dove sta l’uomo? Dove sto io? E la domanda che Dio ha abbandonato la terra ci risuona sempre come una tentazione continua. Invece di saper cogliere, si cogliere, il vento leggero e piacevole della Sua presenza. È più semplice constatare e lamentarsi dell’assenza di Dio che della sua presenza costante, amorevole. Anche se difficile non farlo se pensiamo ai porti chiusi, alle politiche di chiusura, ai 4 clochard già morti a Roma dal 1 di gennaio. Però la scrittura tutta ci descrive questa piena e totale presenza sempre, anche quando non la cogliamo. Lui c’è. E opera, salva, perdona. E agisce. Le nostre chiese hanno aperto, hanno accolto, hanno testimoniato amore e presenza.

Tornando a Luca, il passo, però segna il passaggio dalla predicazione di Giovanni a quella di Gesù, che concretizza le parole del Battista. È interessante che venga raccontato come un’esperienza intima, quasi interiore. Sembra come se solo Gesù, nella preghiera, si accorgesse dello Spirito e della voce. In fondo, però, di pubblico finora c’è stato solo Giovanni Battista. Tutte le storie che riguardano Gesù fino a dopo le tentazioni sono personali, quasi segrete…

È interessante notare come il Gesù di Luca prega al Battesimo, come inizio della sua vita pubblica, e sulla croce, momento ultimo della sua esistenza.

Se ci fermassimo qui, la nostra esperienza di fede dal Battesimo in poi sarebbe un fatto personale, chiuso, nel mio cuore, nella mia testa, quasi un rapporto esclusivo, quasi, lasciatemi dire egoistico con Dio. Ma quel cielo che si apre e le parole «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» operano una conversione totale del rapporto con Dio, di Gesù ieri e di me oggi.

 

Trasportiamoci in quel giorno

Sono uno dei tanti della folla dei battezzati in quel giorno da Giovanni. Perché sono qui? Cosa cerco? Sicuramento un perdono dei peccati, che non credo venga più dagli sterili rituali del Tempio. Da animali offerti, da parole vuote, quasi magiche, da riti che non hanno significato di profonda conversione del mio essere. Infiniti mea culpa, lunghe processioni di penitenti, litanie interminabili, noiosi riti da sinagoga, tempio o chiesa poco importa. A questo sono legato?

Sono qui a chiedere un perdono dalle catene del peccato, catene che tengono la mia mente e il mio corpo legate ad una delle tante schiavitù del momento, dalle dipendenze della moda, dagli slogan in voga degli urlatori di turno. Troppe scorie, troppi legacci piccoli ma forti, condizionanti. Talmente forti che non riesco a liberarmene e troppe volte neanche a dare loro un nome.

Ci vuole uno stop nella mia vita, un punto di non ritorno. Ecco l’acqua, ecco le promesse del Battista. Sono titubante, come è debole la mia fede. Mi lancio allora? Chissà che non vada bene. 

Succedeva che invece di pensare al passato, a quello che ero stato fin allora e allemacerie che avrei dovuto rimuovere, mi ritrovavo una voglia matta di sprint come diconogli americani, un prurito addosso che mi diceva ma dai ma che aspetti a cominciare? Non

lo vedi che vogliono te, non ti rendi conto che sei necessario e forse indispensabile.

Incerto lo sono sempre stato, timido non ne parliamo, con la stima per me stesso sotto lasuola delle scarpe. Figurati alla mia età andare a capo e… signori si parte. No, ma che,non se ne parla proprio. E Invece…

Invece fu davvero così, non ci credo neanche adesso.

Stiamo finendo. Aspetta c’è ancora uno, il solito ritardatario. L’acqua è impregnata dei nostri peccati. Non l’acqua benedetta pulita dei nostri battesimi odierni. Ecco si avvicina, il ritardatario. È muto, assorto. Continua dopo essersi bagnato, a pregare in silenzio.


Non so gli altri, ma io, all’improvviso, vedo il cielo aprirsi in modo spettacolare e si apre sopra di lui. Il ritardatario. Quel cielo che era chiuso, con un Dio che ormai sembrava lontano, che si fosse dimenticato dell’uomo, del mondo, della vita.

Perché proprio su di lui? Chi è?

Ma che significa quel cielo aperto su quell’ultimo uomo? Ora con un colpo da circo si cala una corda, o una scala e fugge lontano per estraniarsi completamente da questo mondo balordo, non-umano, non inclusivo, non….. Perché proprio su di lui? E non su di me che ho tanto bisogno di sentire la presenza di Dio? Ma chi è mai?

Tutto il contrario, tutto l’opposto. 

Figlio, l’Amato, il Preferito. Quelle parole udite e non udite su quell’ultimo uomo arrivato in ritardo apparve, risuonò, rimbombò ai miei occhi e nel cervello come preferito, prediletto da Dio. 

Una consacrazione, un’investitura, una trasfigurazione. Una fede.

 

Questo forse fu il battesimo di Gesù quel giorno.

«Scese lo Spirito Santo» si può quindi tradurre così: «Scese la vita di Dio». Soffio che rianima, respiro profondo dell’essere, soffio di primavere.

Quella voce dal cielo annuncia tre cose:
Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, abbiamo Dio nel sangue.
Amato.Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard).
Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l’idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice.

Se ogni mattina potessimo ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di ognuno e ognuna di noi come un abbraccio; sentire il Padre/Madre che ci dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; e come un bambino abbandonarsi felici e senza timore fra le braccia dei genitori, questa forse sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.

Figlio è colui che prolunga nella sua vita la vita del padre e della madre.

Una investitura, una chiamata, la scoperta di chi fosse. E queste domande sono rivolte a noi continuamente, non solo nel giorno del battesimo. Chi sono? A quale vocazione sono chiamato? Quale progetto di vita? Come vivere l’essere figlio, l’amato il prediletto?

Oggi come ieri viviamo momenti di narcisismo estremo che riempiono spazi e tempi, l’intimità della preghiera può essere un valido contraltare. Preghiera che è fare silenzio dentro di noi, lasciare spazio per accogliere lo Spirito e ascoltare.

La fede esibizione viene qui completamente oscurata dalla dimensione personale e prima di tutto privata della vocazione. Ma se la motivazione rimane nel cuore, la persona viene comunque gettata nel mondo e chiamata a prendere posizione. E quanto oggi come discepoli siamo chiamati a prendere posizione. Lo deve fare il Gesù lucano, lo devono fare i discepoli. Lo dobbiamo fare noi. Si noi. Siamo sicuri anche noi?

Risposta scontata. In quel giorno Gesù scopre quindi chi è: figlio amato, prediletto. Figlio di cui il Padre si compiace. Non la rivelazione di una verità astratta, ma la metafora e la realtà di una relazione concreta, stretta, profonda, come è quella tra padre e figlio. Lo sappiamo che il nostro con Dio è un rapporto tra padre e figlio.

Un rapporto che è la nostra vita quotidiana di padri/madri o di figli/e. Una realtà che tutte e tutti abbiamo vissuto, viviamo. Ma quanto è presente realmente nella fede questa modalità, o meglio questa relazione?

Una vita, una chiamata. Datti da fare allora, è di nuovo il tuo momento, non perdere tempo.

E soprattutto una frase che ancora mi porto sul petto come un tatuaggio: scopri chi sei.

Come chi sono? Chi sei? E di nuovo il rapporto padre figlio ci aiuta. Un padre ci aiuta a scoprire, accettare e vivere quello che è il figlio.

Quindi scopri, scopriamo chi siamo e certi “peccati, riti, pensieri” facciamoceli passare.

Mettiamoci in moto che è già tardi, che troppo abbiamo sbagliamo in questa Storia, in questo mondo e forse siamo già ad un punto di non ritorno, perché quel cielo che si apre è metafora del mondo nuovo di Dio e noi non possiamo che essere soggetti protagonisti. Un mondo di Dio in continua relazione con il mondo dell’uomo, come il rapporto reciproco di attenzione, costante e di amore di un padre e un figlio. Che il Padre amore onnipotente ci riempia della brezza leggera, delicata della sua presenza. Perché anche ognuno e ognuna di noi è il prediletto o la prediletta del Padre. Lasciamo quindi contagiare da questa delicata presenza, dalla profondità dell’essere figlio di un Padre amore. Lasciamo contagiare da questo cielo che si apre.

Quindi convertiamoci, ossia osiamo la vita, mettiamola in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza; non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco; ciò che toglie le ombre dal cuore non è un obbligo o un divieto, ma una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo.
Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
Conversione, non comando ma opportunità: cambiate lo sguardo con cui vedete gli uomini e le cose, cambiate strada, sopra i miei sentieri il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile.

Conversione significa anche abbandonare tutto ciò che fa male all’uomo, scegliere sempre l’umano contro il disumano. Come fa Gesù: per lui l’unico peccato è il disamore, non la trasgressione di una o molte regole, ma il trasgredire un sogno, il sogno grande di Dio per noi. (Ermes Ronchi)

E quel ritardatario al Giordano ha saputo quindi donarci questo sogno di Dio e donarci sguardi nuovi sul nostro cammino. Ci ha donato nuove primavere.

E quanto ne abbiamo bisogno, ancora oggi!  Amen.

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Il mondo la mia parrocchia

Breve messaggio per il capodanno 2019

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, vi esorto, rallegriamoci.

Ci rallegriamo perché fin qui siamo arrivati.

Dio, il Signore della nostra vita, ci ha donato un nuovo giorno,  un nuovo anno,  è il primo giorno dell’anno 2019.

Siamo qui oggi perché la nostra volontà di servire il Signore e il prossimo ci induce a dichiarare pubblicamente in maniera collettiva e quindi comunitaria le parole d’impegno formulate dal padre fondatore del metodismo John Wesley.

L’apostolo Paolo scrisse nella sua prima lettera alla comunità di Corinto al capitolo 3 verso 1: <<ho dovuto parlarvi come a bambino in Cristo>> (1 Cor. 3,1)  poi al capitolo 13 verso 11: << quando ero bambino parlavo da bambino>> , poi nello stesso versetto termina con queste parole: << ho smesso le cose da bambino>>.

Queste parole dell’apostolo, che sono già per me parole d’esortazione per il lavoro che svolgo di cura pastorale in questa comunità variegata della chiesa metodista di via XX settembre, possono essere paragonate alle parole che erano state usate nei diversi momenti in cui Paolo svolse il suo servizio di apostolo alle comunità primitive. Egli scrisse: <<11 Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. 12 Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto>>.1 Cor.13,11-12
All’inizio l’apostolo parlava alla comunità di Corinto come se fosse un interlocutore infantile, paragonandola ad una bambina nell’aspetto di vivere la fede nel Signore.

Successivamente descrisse se stesso,  come egli agiva da bambino e smise di agire come tale dal momento che aveva raggiunto l’età matura.

Ora che cosa mi dicono queste  parole dell’apostolo Paolo in riferimento al  nostro tempo e alle parole di J. Wesley:  <<Il mondo è la mia parrocchia>>?  Quali sono il rapporto di essi?

A mio avviso mi esortano a rivedere il servizio di cura pastorale che rendo a tutti quelli che entrano e escono in questa chiesa metodista di via XX settembre.

E’ una comunità italiana ma in realtà essa è composta da credenti che appartengono a culture e tradizioni diverse dovuto alle loro origini come me dalla chiesa metodista unita nelle filippine.

Quando abitavo nelle Filippine, ai credenti che appartenevano alla denominazione metodista unita, la frase di J. Wesley: << il mondo è la mia parrocchia>> ha un significato parziale di vivere e praticare la  fede.

Ho notato vivendo in Italia che queste parole di J. Wesley hanno un significato più profondo, assumendo un significato olistico, tanto grande come è il mondo nella vita di chi crede nel Signore.

Il mondo ha bisogno dei credenti perché svolgano l’impegno di cura e d’amore, la chiesa ha un impegno di curare non solo il suo interno ma anche il suo esterno, e tutta la terra, saper dire quanto Dio ha dato della sua vita nel figlio Gesù Cristo per salvarci.

Così, nel mio e nel tuo rapporto con gli altri popoli, italiani, coreani, cinesi, inglesi, africani e tutti coloro in quell’unica sola fede e solo spirito di Dio, si manifesti la volontà e l’amore Suo.

Io ringrazio Luca e Grace della comunità battista di Centocelle perché sono qui, per la loro volontà di  partecipare a questo culto di rinnovamento del patto con Dio coinvolgendo il coro Coram Deo purché anche loro riconsacrassero il loro impegno e la loro dedizione di cantare inni di lode al Signore con il dono della loro voce e di servire la chiesa di Dio il nostro unico Signore.

Così, cominciando il mese di gennaio facciamo chiarezza al significato del nostro coinvolgimento al dialogo fra noi cristiani di confessione cattolici, protestanti, ortodossi nel testimoniare l’evangelo in Cristo Gesù in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Rinnoviamo la nostra volontà di servire le persone senza fissa dimora come il breakfast time e ecc.

Dio vuole che gli preghiamo, che gli chiediamo per darci un futuro migliore di prima.

L’anno scorso, per quelli che erano presenti in quel primo giorno dell’ anno 2018 avevate ricevuto un segnalibro e ho ritenuto opportuno darvi anche questo anno come ricordo in cui è scritto il nostro impegno comune.

Vedete, da un lato l’immagine della vite, i suoi  tralci e suoi frutti parlano  tutto di noi, di come siamo uniti e uno in Cristo Gesù, il logo segno distintivo della chiesa metodista in cui Wesley vuole dire a ciascuno/a di noi credenti dell’impegno globale in cui deve essere vissuta la fede nel Signore Cristo Gesù.

Le parole che dichiariamo sono le nostre promesse in risposta a Dio che ha voluto pianificare tutto per la salvezza dell’intera umanità, del mondo che ha creato.

Allora, chiediamo al Signore di rigenerare la nostra forza, volontà, fede, speranza  e amore  e ci accompagni perché è lui la fonte di essi per poter compiere i  nostri buoni propositi.

Ognuno e ognuna nel proprio cuore ha assunto davanti a Dio diverse responsabilità. Che il Signore conceda il suo sì a ogni obiettivo che vogliamo raggiungere in questo nuovo anno.

Ora vi invito ad alzarvi in piedi per dichiarare le parole che trovate sull’ordine del culto oppure sul segna libro. ognuna/o nella propria lingua, prima in tagalog, poi in coreano, e finiamo in italiano perché è la nostra lingua comune.

Tungkuling Pangako(Filippini)

 

Hindi ko na pag-aari ang aking sarili, kundi sa iyo. ilagay mo ako sa iyong kagustuhan, ilapit mo sa akin ang sinuman mong gusto.  Naway lagi akong iyong tagapagpatotoo, maging sa panahon na ako’y masigla, nasa kahinaan, kagalakan, at sa pagdurusa.Ama, Anak at Banal na Espiritu, ikaw ay akin at ako ay iyo. Malaya at buong puso na ako’y susunod sa iyong kagustuhan at iniaalay ko ang lahat sa paglilingkod sa iyo. At ang kasunduan na ginawa ngayon sa lupa, ay mapahitulutan din  sa langit. Ikaw ang aming Diyos at kami ay iyong sambayanan. Amen.

 

Coreani

저는더이상저자신의것이아니요. 주님의것임을고백합니다.

저를주님이원하시는것을행하는도구로삼아주시옵소서.

주님이원하시는사람들과함께나를들어써주시옵소서.

저로하여금주님의사역과고난에동참하게하옵소서.

저로하여금주님을위하여일하게하옵소서.

주님을위하여영광스러운일이나모든일에사용하여주옵소서.

저는마음을다하여자원하는심정으로주님의기쁨과뜻에모든것을헌신하겠습니다.

주님은우리의하나님이시요우리는주님의백성입니다.                                                                                    아멘

 

Impegno(Tutti)

Signore, io non appartengo più a me stesso, ma a te. Impegnami in ciò che vuoi, mettimi a fianco di chi vuoi; che io sia sempre tuo testimone, sia nella pienezza delle forze, sia quando le forze vengono meno, sia che io mi trovi nella gioia, sia che io mi trovi nel dolore. Liberamente e di pieno cuore mi sottopongo alla tua volontà e metto ogni cosa al tuo servizio. Tu sei il nostro Dio e noi siamo il tuo popolo. Amen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Colui che viene dall’alto

Giovanni 3,31-36

 

Care sorelle e cari fratelli nel Signore Buon Natale.

Accogliamo la grazia di Dio Padre. La benedizione sovrabbonda con il  dono del Figlio nel giorno di Natale. Colui che è nato in mezzo agli uomini e alle donne è confermato il figlio di Dio. Questo messaggio è anche  confermato nell’uomo credente, suggellato dallo Spirito di verità. Dal cielo Dio ha inviato suo figlio, è il Suo primo testimone.

La testimonianza di Gesù che Dio c’è e esiste è veritiera. Gesù è sceso dall’alto, venendo in terra in mezzo agli uomini e alle donne per testimoniare a loro chi è Dio, suo Padre.

Giuseppe sognò  un figlio, che sarà suo.

Egli mentre dormiva ricevette una rivelazione di avere un figlio con Maria.

Questo è quello che dice nel vangelo di Matteo. Così il vangelo di Giovanni testimonia a noi questa verità che Colui che è stato inviato da Dio,  è nato in terra e si chiamerà  Gesù, è sceso dal cielo per testimoniare Dio Padre.

Chi crede che Gesù il figlio che viene dal Padre avrà il sigillo dello Spirito.

Dio mette il suo Spirito a colui che crede nella testimonianza del figlio.

E’ quello che chiamiamo  il battesimo dello SPIRITO.

Dall’alto al basso, dal basso all’alto.

Il movimento è chiaro, è disceso e poi è asceso.

Nel vangelo di Giovanni , in questo brano la dinamica è molto chiara.

Colui che è venuto dall’alto è il testimone di Dio.35 Il Padre ama il Figlio, e gli ha dato ogni cosa in mano.

Così, Gesù disse nel vangelo di Matteo al cap. 28 versetti 19 e 20:  <<Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del padre, del Figlio e dello spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente>>

All’inizio del terzo capitolo Gesù e Nicodemo ebberouna conversazione intima. Gesù parlò con Nicodemo della nuova nascita, il brano poi prosegue con la testimonianza di Giovanni sul Cristo, colui che è lo Sposo, il più grande di lui.

L’ insegnamento di Gesù sulla ri- nascita dell’uomo che anche se è già di età avanzata nella vita spirituale è possibile, poiché non si tratta di un processo naturale di “tornare al grembo per poi nascere di nuovo”, può essere paragonato all’uomo che crede che Gesù è venuto dall’alto dei cieli e, in conseguenza,  può testimoniare di Dio.

 

Questi ultimi versetti racchiudono ciò che voleva dire Gesù con  Nicodemo.

Nicodemo come esempio dell’ uomo vecchio avrà la vita eterna perché, credendo nella parola di Gesù, alla sua testimonianza sul Dio Padre, lui è diventato un uomo nuovo, e questo viene sigillato dallo Spirito.

All’uomo che crede ciò che dice Gesù, ponendo in Gesù la sua fede,  l’ira di Dio non rimarrà in lui.

Verrà tolto in lui il castigo di Dio perché ha creduto in colui che Dio ha mandato affinché compia la sua volontà.

L’opera di Dio, padre, figlio e Spirito è narrata (come è riassunto)  in questo brano.

 

A natale,la nascita di Dio nel figlio è in contemporanea con la nuova nascita dell’uomo.

Credere in Dio testimoniato dal figlio è segno che Dio stesso è così potente da poter far nascere nell’uomo naturale, colui che non ha conosciuto Dio, la conoscenza stessa di Dio

La conoscenza di Dio, infatti, non è innata nell’ uomo.

Deve avvenire la nascita dell’uomo come nel racconto di Nicodemo, nella storia della sua rinascita nell’incontro personale con Gesù.

Il Natale di Gesù rappresenta la stessa nascita dell’uomo vero, che si rende consapevole di chi è Gesù.

L’uomo vero nella storia del natale di Gesù è colui che nasce nella fede ed è capace di vivere poi una vita avendo una guida, un rabbi, un maestro, un punto di riferimento che viene dall’alto.

Questa è la storia della nascita della chiesa e quella di tutti noi che crediamo di avere un Dio che ci insegna a vivere la nostra vita a partire dalla generazione originale dell’elezione del popolo d’Israele.

Nell’antico testamento, Israele è la stirpe a cui Nicodemo  apparteneva (essendo stato un giudeo) , ma essa ha avuto un ruolo anche nel Nuovo testamento (giudeo e cristiano ) per il nascente popolo ed erede di Dio, al quale svela l’intenzione di Dio di far nascere altri popoli come frutto della testimonianza di fede nel  Figlio. Così nella storia dell’uomo credente nell’epoca del Nuovo testamento, Dio ha compiuto il suo piano di rivelare se stesso definitivamente /completamente.

 

Gesù disse: Che crede in me , crede non in me, ma in colui che mi ha mandato>> Gv. 12,44 . Così, chi crede in lui è salvo, è redento dal castigo, dall’ira.

Le chiese sparse nel mondo hanno il compito di testimoniare questa opera redentrice di Dio nel figlio perché nascano ancora dei figli per mezzo di suo Figlio Gesù.

Il profeta Isaia ha profetizzato di questo figlio: <<2 Lo Spirito del SIGNORE riposerà su di lui: Spirito di saggezza e d’intelligenza, Spirito di consiglio e di forza, Spirito di conoscenza e di timore del SIGNORE. Is.11,2

 

Così il credente nel suo vivere la fede in Dio impara e segue continuamente le orme del figlio capace di rivelare tutto quello che il senso del vivere offre per opera dello Spirito del Signore.

 

L’apostolo Paolo dice: <<È grazie a Lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione>> I Corinzi 1, 30

Amen.

 

past. Joylin Galapon