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Gli Ebrei di Lutero

 di THOMAS KAUFMANN,
Claudiana, Torino, 2016,
pp. 219, Euro 19,50

Una corretta celebrazione della Riforma non può prescindere da una valutazione obiettiva dei suoi lati oscuri. E’ quanto cerca di fare, con grande rigore storico, questo testo di Kaufmann a proposito dell’atteggiamento di Lutero nei confronti degli ebrei. L’obiettivo è quello di inquadrare storicamente tale aspetto cogliendone la diffusione generalizzata anche negli ambienti cattolici ed umanistici dell’epoca, al fine non di giustificarlo, ma di comprenderne le motivazioni.

Il testo approfondisce diversi elementi: innanzi tutto il passaggio di Lutero dall’antigiudaismo, caratterizzato da motivazioni religiose, all’antisemitismo, improntato invece ad un odio razziale. In secondo luogo Kaufmann affronta il differente atteggiamento del primo Lutero rispetto a quello maturo: la prima fase si rispecchia nel trattato Gesù Cristo è nato ebreo (1523), caratterizzato dalla tolleranza e da un atteggiamento benevolo che fece addirittura sperare gli ebrei del suo tempo di aver trovato in lui un amico e sostenitore; la seconda risalta particolarmente nell’opera Degli ebrei e delle loro menzogne (1543), segnata invece da un fermo rifiuto, da un linguaggio volgare e da una polemica violenta che arrivava fino a propugnare l’espulsione degli ebrei dall’Europa cristiana.

Kaufmann cerca di comprendere le motivazioni dell’uno e dell’altro atteggiamento, sostenendo che il mutamento non è imputabile alla modifica delle convinzioni teologiche, bensì ad una serie di fattori “pratici”, prima fra tutti la delusione per le mancate conversioni degli ebrei, che Lutero riteneva possibile ottenere con un atteggiamento benevolo e che invece non ebbero luogo nella misura sperata: questo “indurimento” degli ebrei convinse Lutero della loro natura demoniaca.

Infine, l’autore affronta la storia degli effetti, attraverso una carrellata storica caratterizzata da una “recezione selettiva” che, rifacendosi al primo o al secondo Lutero, ha recepito ora l’atteggiamento tollerante ora quello polemico: ad esempio, i pietisti considerarono Lutero un modello di tolleranza e di mentalità illuministica; i populisti e i nazisti lo strumentalizzarono per sostenere la politica razziale. A parere di Kaufmann, gli scritti di Lutero non possono aver ispirato direttamente l’ideologia antisemita eliminatoria del nazionalsocialismo, ma certamente hanno favorito l’Olocausto, paralizzando il coraggio civile della popolazione luterana. Kaufmann conclude criticando sia la recezione selettiva di Lutero sia la sua trasformazione in un’icona e sottolineando che “l’antisemitismo di Lutero è una componente integrale della sua persona e della sua teologia; lo si può trattare adeguatamente soltanto con una corretta storicizzazione”, che lo relativizza e ne fa emergere la fallibilità.

Antonella Varcasia

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Ripensare la Riforma protestante.

Ripensare la Riforma protestante. Nuove prospettive degli studi italiani
a cura di LUCIA FELICI,
Claudiana, Torino, 2016, pp. 410,
Euro 29,00

Questa raccolta di saggi ripercorre la storia degli studi italiani sulla Riforma protestante, evidenziandone limiti e lacune, ma anche sottolineandone i nuovi orientamenti. Il volume è suddiviso in due parti: la prima relativa ai movimenti eterodossi in Italia; la seconda al rapporto tra questi e il mondo europeo. Diversi sono i pregi del testo: innanzi tutto, l’approccio interdisciplinare, che permette di cogliere le diverse “anime” della Riforma. Accanto ai saggi storici, infatti, ne esistono altri concernenti la storia dell’arte e della letteratura, come quello sul dibattito relativo alle immagini, con un’interpretazione “riformata” di Jacopo Pontormo, il quale avrebbe utilizzato le sue opere per trasmettere messaggi teologici eterodossi. O come quello che spiega perché i testi religiosi eterodossi furono a lungo esclusi dal canone della letteratura italiana, in quanto considerati non rappresentativi del sentimento religioso nazionale. Teologico è invece il saggio di Paolo Ricca, dedicato all’analisi della natura stessa della Riforma, che consiste nell’aver dato un nuovo fondamento alla Chiesa, ponendo la Bibbia al posto del papato. Altro pregio del volume è l’attenzione alle figure “marginali” della Riforma, di cui viene sottolineata l’importante opera di sostegno e propagazione delle nuove idee, come i nobili e le donne del territorio padano-veneto che, protagonisti di una dissidenza “sommersa e silenziosa”, incapace di influenzare la vita politica, sociale e culturale, erano però in grado di intessere vaste reti clandestine di contatti.

Molti saggi sottolineano la politica come elemento costitutivo della Riforma in Italia: ad esempio, la polemica dei baroni napoletani contro l’introduzione dell’Inquisizione era motivata anche dalla difesa dei propri beni e prerogative, così come la repressione da loro subita derivava dal timore che le nuove idee potessero fomentare ribellioni all’ordine costituito. Altro elemento di valore è l’attenzione riservata alla Riforma radicale, sia per il risorgere dell’interesse degli studiosi, sia perché fu soprattutto in questa forma che si declinò il movimento ereticale italiano. Fra tutti emerge il saggio che propugna un’idea più ampia del radicalismo italiano, sotto la cui denominazione si nascondono fenomeni assai diversificati che, da un lato, non possono essere ridotti a semplici devianze ereticali rispetto alla Riforma magisteriale e, dall’altro, rappresentano una fucina di idee essenziali per la nascita della civiltà moderna. Dai saggi raccolti emerge un’Italia sommessa ma non taciturna, ricettiva delle novità provenienti d’oltralpe e in grado di rielaborarle in forma autonoma unendole alle proprie tradizioni, nonché di sviluppare le idee di tolleranza e libertà di coscienza, fornendo così un contributo fondamentale al protestantesimo europeo e incidendo in modo decisivo sull’evoluzione della società moderna.

Antonella Varcasia

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Sola Scriptura

La Riforma, mettendo al centro la Scrittura (intesa come raccolta degli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento), ha voluto indicare la sorgente a cui quotidianamente i cristiani possono dissetare la loro sete di conoscenza di Dio. Ciò vale non solo per i protestanti ma per tutte le chiese cristiane – le quali oltretutto sono teologicamente cresciute negli ultimi decenni grazie anche al dialogo ecumenico. L’ecumenismo infatti ha trovato proprio nella Scrittura il terreno fertile d’incontro delle tre grandi famiglie confessionali. Attraverso lo sviluppo delle scienze bibliche, la contrapposizione tra Scrittura e Tradizione si è relativizzata. La Scrittura stessa è frutto di una tradizione orale che ha preceduto sia i testi scritti – i vari libri della Bibbia – sia l’ingresso, l’accoglimento a pieno titolo di questi stessi testi nella famiglia degli scritti canonici.
Anche il canone biblico rappresenta pur sempre una scelta umana, ancorché ispirata. Il canone non esaurisce la rivelazione di Dio. Da questa Scrittura (che di fatto è una biblioteca di libri diversi, sia come autori che come datazioni) si dipartono interpretazioni che, non di rado, appaiono opposte tra loro, proprio come i comportamenti morali che ne discendono. Sicché da un unico testo biblico si aprono vie che possono condurre a conseguenze ecclesiologiche differenziate, malgrado il riferimento alla stessa Scrittura. È stato così sia nel secolo della Riforma luterana, zwingliana, calvinista (si pensi, per fare un solo esempio storico, al dibattito conflittuale sulla Santa Cena), sia nei secoli successivi e oggi questa pluralità interpretativa perdura.Anche nella grande famiglia evangelica è presente una spiccata diversificazione d’interpretazioni e posizioni teologiche conseguenti. Se allarghiamo lo sguardo alle altre chiese cristiane, notiamo come le diversità interpretative si accentuino: vedi la questione del concetto stesso di chiesa o il primato petrino o la successione apostolica, o il rapporto con il popolo d’Israele o la concezione del sacerdozio e dei ministeri o il ruolo delle donne nella chiesa…
Ma come leggiamo i testi biblici? Non da oggi assistiamo alla rivitalizzazione di un approccio biblicistico alla Parola di Dio, che riduce il principio del Sola Scriptura a «Unica Scriptura». Vale a dire che si tende ad affermare l’imposizione di un’unica interpretazione dello stesso testo biblico, nella pretesa che l’interpretazione data sia la sola vera e assoluta. Quasi che ogni versetto o pericope biblica racchiuda uno e un solo significato. E questo crea un terreno favorevole al fondamentalismo nelle sue varie espressioni. Mentre sappiamo – anche perché le scienze bibliche lo hanno da tempo dimostrato – che i testi biblici (e non solo quelli) racchiudono significati e scenari diversi, insieme a una ricca gamma di indicazioni che vanno scoperte scavando nella lettera scritta. Il testo biblico, insomma, va ricollocato e compreso, per quanto scientificamente possibile, nel contesto storico in cui venne pensato e formulato. Occorre tener in debito conto che il linguaggio è frutto della temperie culturale di un’epoca. I testi biblici, alla stregua di altri testi antichi, prima di essere messi per iscritto in un momento storico preciso, sono stati tramandati oralmente. Questo passaggio dall’orale allo scritto, come da una lingua a un’altra (per esempio la Traduzione dei LXX) ha logicamente comportato mutazioni che vanno individuate con metodi scientifici.

Sola Scriptura per noi significa sostanzialmente tre cose.
In primo luogo che Dio è sovranamente libero, e quindi può rivelarsi anche al di là della Scrittura stessa; ma di certo Dio si è rivelato in questa Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento.
In secondo luogo che la Scrittura da noi ricevuta deve confrontarsi non solo con il tempo in cui è stata pensata e ispirata, ma anche e soprattutto con il nostro tempo: è il presente di chi legge, infatti, il vero banco di prova della comprensione dello spirito del testo e non solo della lettera.
In terzo luogo che la Scrittura è per noi il principale nutrimento della nostra fede, del nostro pregare, della nostra spiritualità, del nostro essere chiesa.

Non siamo noi, chiese protestanti, i detentori esclusivi della Scrittura e di interpretazioni che vorremmo assolutizzare. La realtà è che noi, in qualche modo, siamo stati affascinati e «catturati» dal Sola Scriptura: un principio che ci guida e spinge a percorrere itinerari nuovi e inediti nella straordinaria scoperta di un continuo dialogo con Dio in Gesù Cristo. «Fermatevi sulle vie e guardate, domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa; voi troverete riposo alle anime vostre!» (Geremia 6, 16).
L’emozione e la fiducia in Dio, che avvertiamo nel leggere la Scrittura, non ci impediscono dall’avvalerci di metodi di analisi critica dei testi. Qualunque metodo d’indagine – da quello esegetico-storico-critico a quello letterario, simbolico, psicoanalitico, narrativo – è al servizio di una sempre migliore comprensione del testo biblico e non viceversa. Ciò che realmente conta è che lo Spirito del Signore faccia rivivere per noi quella Parola antica che ci è stata trasmessa: una Parola che per Grazia di Dio, ogni giorno, dona a noi speranza, incoraggiamento, guarigione, redenzione, gioia riconoscente.
La Scrittura vive se lo Spirito del Signore la chiama alla vita e noi con lei. La chiesa nasce, cresce e si orienta nel suo procedere attraverso l’ascolto e la comprensione della Parola biblica.

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Solus Christus

 

Dire «Solo Cristo» non significa giudicare o disprezzare la fede, la spiritualità, le credenze altrui. Significa solo dire che, per noi, Cristo è la via attraverso la quale Dio si rivela, e, di conseguenza, quella che intendiamo seguire. Una via, un percorso, non un concetto: lungo una via si cammina, ci si guarda avanti e indietro, ci si ferma o ci si accampa, si incontrano altri viandanti. Come ci ricorda il libro degli Atti, i primi cristiani erano chiamati «quelli della Via».Cercare Dio solo in Gesù Cristo significa cercarlo nel confronto con un essere umano concreto, nato, vissuto e operante in un luogo e un’epoca storica precisa, morto di una morte atroce e vergognosa. In un mondo pieno più che mai di aspiranti maestri, sacerdoti e signori, per noi Gesù Cristo è l’unico Maestro, Sacerdote e Signore.

L’unico maestro: colui che per noi ha «parole di vita eterna» (Gv 6, 68), parole e azioni che ci mettono in questione, ci sconvolgono, ci fanno guardare con altri occhi le cose, le persone, i fatti della nostra vita.

L’unico sacerdote: il solo intermediario tra noi e Dio, che ha proclamato e attuato la fine del regime dei sacrifici e della distinzione tra sacro e profano. In Cristo non abbiamo più bisogno di luoghi santi, di professionisti del divino, di offerte sull’altare per placare l’ira di Dio o ingraziarcene i favori.
L’unico Signore: il condannato a morte, sconfitto e abbandonato da tutti, la cui autorità non si basa sul denaro, sulle armi, sulla parola seduttrice, il cui modo di agire mette in discussione tutti gli altri poteri. Il Crocifisso che, tre giorni dopo, è risorto. Con la sua risurrezione (caparra e speranza per ognuno di noi), Dio stesso ha annunciato che la morte e i poteri di questo mondo non hanno l’ultima parola.
Riconoscere il Solo Cristo significa relativizzare tutte le filosofie, le ideologie, le religioni, le potenze che aspirano alla nostra adesione e alla nostra obbedienza. Anche dopo la pretesa «fine delle ideologie» restiamo tentati di cercare la nostra sicurezza nell’abbandono acritico a qualche assoluto. Non ci sono solo i fondamentalismi religiosi: pensiamo ai nazionalismi, al razzismo, alla fiducia nella competizione, nella finanza o nel progresso scientifico.
Solo Cristo non è un integralismo contrapposto ad altri integralismi; è un criterio di libertà, soprattutto verso le idee, le cause, i modi di pensare che ci sono più vicini e congeniali. Il loro ruolo e valore è quello di strumenti per capire e cambiare la realtà, non di fini, di ideali da realizzare a ogni costo. Perché «tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo» (cfr. 1 Cor. 3, 22-23).

Avere Cristo come maestro non significa osservare il mondo dall’alto, con la sicumera di chi possiede la verità. Al contrario, significa imparare quello che Bonhoeffer chiama «lo sguardo dal basso»: guardare gli eventi dalla prospettiva «degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi». In Gesù Cristo ci viene rivelato non un Dio aggressivo e distruttore che rivaleggia con gli altri poteri per la conquista del mondo, ma un Dio sofferente e solidale con tutti e tutte noi, con tutti i dimenticati e gli sconosciuti, con tutta la creazione mai come oggi minacciata.
Il Solus Christus è un aiuto a orientarsi nell’incertezza di una società «liquida», priva di punti di riferimento, dove regnano il rischio, la precarietà, l’insicurezza, la disperazione. Nel Cristo crocifisso e risorto impariamo a vivere la nostra debolezza, senza lasciarci sballottare da «ogni vento di dottrina» (cfr. Ef 4, 14), né trincerarci in identità forti e assolute. Gesù ci libera dalla frenesia dell’attivismo (anche quello ecclesiastico) e dall’ossessione di salvare il mondo: al suo seguito c’è da lavorare, ma anche da pregare, da contemplare, da «stare in silenzio davanti al Signore e aspettarlo» (cfr. Sal 37, 7).
Gesù di Nazareth non è rimasto nella tomba, ma neanche cammina visibilmente su questa terra.
Crediamo che egli è presente tra noi, dovunque due o tre sono riuniti nel suo nome. Gesù ci ha lasciato la sua Parola da meditare, e il suo Spirito che ci aiuta a farla nostra. Ci ha lasciato il prossimo in cui cercare il suo volto, e sorelle e fratelli con cui ogni giorno costituire la chiesa che testimonia di lui.

 

 

 

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Soli Deo Gloria

Narrano i cieli la gloria di Dio, gli spazi annunziano l’opera delle sue mani
(Salmo 19)

«È privo di fondamento (…) questo legare l’uomo a se stesso, anziché fargli prendere coscienza del fatto che un corretto orientamento dell’esistenza scaturisce da una volontà di ricercare, accrescere, esprimere la gloria del Signore». Questa la risposta, cioè «Soli Deo gloria», solo a Dio la gloria, che Giovanni Calvino manda da Ginevra nel settembre del 1539 al cardinale di Carpentras Jacopo Sadoleto. Quest’ultimo, nella sua lettera del marzo dello stesso anno, aveva invitato pubblicamente i ginevrini, con i quali Calvino viveva in quel momento tutta la novità della Riforma, a ritornare sulla «retta via» della Chiesa cattolica. A rendere quindi «gloria», piuttosto, alla sua Chiesa, alla disciplina, alla dottrina, ai dogmi.
Senza i dogmi e i sacramenti della tradizione cattolica, aveva scritto il cardinale, sarebbe preclusa la vita eterna ai credenti ribelli. Una minaccia terribilissima che, come Calvino sottolinea, tende a tenere imprigionate le anime a cui non sia permessa una propria originale «lettura» della Parola delle Scritture, e quindi un dialogo libero, personale, confidente e responsabile, con il Dio che la Riforma vuole recuperare in tutta la sua gloria «esclusiva».

Soli Deo gloria diventa uno dei cinque «Sola» della Riforma, fondamentale e fondante degli altri quattro. Perché per rendere gloria a Dio, che vuol dire amarlo per la sua bontà e la sua creazione di cui facciamo parte, bisogna ascoltare la propria vocazione, cioè la Fede, nutrirla con la Scrittura, gioire della Grazia, riferirsi costantemente all’esempio di Cristo. Ed esprimere e declinare sempre nuovi contenuti e comportamenti in modo appunto che Soli Deo gloria possa continuare e ribadire il proprio significato nelle varie e mutevoli condizioni storiche.
Cambiano infatti nel corso della storia gli idoli a cui opporsi, ma Soli Deo gloria indica di epoca in epoca la loro inconsistenza, anche quando la massa umana li sacralizza. Oggi questi idoli sono il profitto e la finanza, lo sfruttamento di una parte del mondo su un’altra, la tecnologia fine a se stessa, quella scienza che si autorizza e si compiace con arroganza dei propri risultati. Abilità e conoscenze, e il potere che ne deriva, illudono gli uomini di essere centrali e autosufficienti. È l’eterna e diabolica superbia che si incarna, a seconda dei tempi e dei luoghi, in diversi personaggi e diverse ideologie autocelebrative. Desiderio di superare il limite posto all’essere umano, che ha le proprie radici nella preistoria, come ci insegna il mito di Adamo ed Eva. Tentata prima Eva, forse perché il matriarcato ha illuso le donne di un proprio potere nel generare la vita, poi Adamo quando, sempre nella notte dei tempi, il «maschile» ha ribaltato la situazione di potere sottomettendo il «femminile».

Tutto l’Antico testamento racconta come Dio, nella sua assoluta libertà, ha scelto, tra popolazioni adoranti dee madri, animali, feticci e faraoni, il popolo ebraico perché era quello con cui Egli si poteva più facilmente relazionare. Il patto della circoncisione forse segna proprio questo rendere gloria all’unico vero potere generativo che appartiene a Dio e non all’uomo, siglato attraverso un segno visibile nella carne.

Dio assegna al popolo ebraico in quei tempi il compito di tramandare il proprio messaggio d’amore. Che si esprime nella consegna a questo sparuto e spaventato gruppo di esuli della prima incontrovertibile testimonianza, appunto, della paterna attenzione verso l’umanità, che si dibatte dentro le proprie debolezze e fragilità e confusioni: i dieci Comandamenti, che fanno una lapidaria chiarezza su ciò che è bene e ciò che è male, e che iniziano proprio con «Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me». Un Dio che, andando a ritroso nel racconto, aveva già insegnato attraverso l’episodio di Abramo, disposto a uccidere il proprio figlio, che i sacrifici umani, che al tempo erano una pratica comune, non erano necessari alla sua gloria, non erano graditi, non erano permessi.

Se la parola «gloria» ci sembra impegnativa, se può condurre a immaginare un Dio Padre lontano nell’«alto dei cieli», possiamo correggere la sensazione tornando, nella Trinità, alla figura e all’esempio illuminante di Gesù, che, intervenendo nella storia, ha allargato il messaggio divino a tutti. E ricordandoci che lo Spirito di Dio è con noi quotidianamente, agisce in noi direi maternamente come suggerisce la sua etimologia ebraica al femminile: ruah.
Non a caso Johann Sebastian Bach, cantore della Riforma, siglava le sue composizioni musicali all’insegna del Soli Deo Gloria. Intuiamo infatti che certi risultati umani, eccezionali come quelli delle bachiane Passione secondo Giovanni e Passione  secondo Matteo, ma anche assolutamente più quotidiani quali sono quelli che sperimentiamo noi credenti quando siamo chiamati a fare piccole e grandi scelte, non possono attuarsi se non con l’aiuto di Dio. Che agisce dentro di noi e che ci illumina la via.
Tutto quello che riusciamo a realizzare non è per noi. È per la sua gloria

 

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Sola fide

«Dio ha così amato il mondo che ha dato il suo unico figlio perché tutti coloro che credono in lui non muoiano, ma abbiano vita eterna. Dio non ha mandato suo figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso di lui» (Giovanni 3, 16-17)
Parlare di fede, forse, può essere ambiguo e poco comprensibile, poiché spesso questo termine si utilizza per indicare manifestazioni di fanatismo religioso oppure per esprimere varie forme di superstizione; inoltre la nostra è una società fortemente secolarizzata e, dunque, la «fede in Dio» interessa poco, semmai appartiene alla dimensione privata dell’individuo. Senza dubbio non si può ridurre il Dio dei Cristiani a una spiegazione razionale e i dogmi della chiesa, a partire dalla Trinità, appaiono talora complicati e oscuri per chi è alieno dal linguaggio filosofico e teologico. Al contrario, l’uomo Gesù continua ad affascinare perché offre qualche certezza storica, almeno in alcuni dati fondamentali e, soprattutto, per il messaggio trasmessoci, che rimane attuale.

Tuttavia l’etica dell’ebreo Gesù, per quanto rivoluzionaria ed anticonformista, non rappresenta in toto il suo messaggio di salvezza, perché avere fede non significa esclusivamente sforzarsi di seguire i suoi insegnamenti morali (per quanto ciò sia già un ottimo proposito, valido per tutti, atei e credenti); piuttosto – ancora prima di agire – significa, illuminati dalla Grazia divina, affidarsi per intero alla «buona notizia» ed essere sicuri che quell’oscuro figlio di un falegname, probabilmente falegname anche lui nei primi trent’anni della sua vita, è morto in croce per la liberazione degli esseri umani dal male, per iniziare il nuovo regno, per riconciliare noi – umanità corrotta e incapace di essere davvero giusta e onesta, incapace di amare il prossimo senza riserve o autocompiacimenti – con l’Eterno. La fede diventa allora il fondamento delle nostre azioni, perché da sole non basterebbero a renderci uomini e donne completi, nel senso biblico dell’espressione, giacché «Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn. 1, 27): e come potremmo essere a immagine del nostro Signore, se non specchiandoci nella sua immagine proprio attraverso la fede in Cristo, intesa alla latina come la «fiducia» che nel suo sguardo d’amore ritroveremo l’integrità originale?

Lutero, con uno straordinario paradosso, dichiarava che l’essere umano in Cristo è simul iustus et peccator, «contemporaneamente giusto e peccatore», quasi a dire che la luce del bene ci viene anticipata grazie all’abbandono fiducioso in Dio. E, attraverso una seconda provocazione, diceva pecca fortiter, sed crede fortius, «pecca profondamente, ma credi più profondamente»: dunque la fede/fiducia è più forte del male giacché, se è accolta, ci orienta e dà un senso altro, una prospettiva diversa alle nostre vite.
«Soltanto la fede» perciò non esprime né la superstizione religiosa né le credenze miracolistiche, che rifiutiamo considerandole inutili e pericolose, ma è un atto di affidamento che non chiede dimostrazioni, è la scoperta dell’amore di Dio per ciascuno di noi. E tutto questo si fonda sull’ascolto della Parola biblica, sulla sua lenta meditazione, in un cammino di ricerca ininterrotto e promosso dal dubbio: il ragionamento umano non è in grado di comprendere fino in fondo e, quindi, di racchiudere in un sistema l’Eterno e l’evento della Croce e della Resurrezione, dato che lo Spirito di Dio è sovranamente libero. Come scrive Giovanni, «lo sprito soffia dove vuole e si sente la sua voce, ma non si sa da dove venga e dove vada» (Gv, 3, 8).

«Soltanto la fede» ci invita a sciogliere i cuori induriti per affidarci a Cristo, in cui solo possiamo trovare una vera dimensione di libertà perché sapere abbandonarsi all’amore, superando le sovrastrutture della ragione, ci permette poi di essere e di vivere nel mondo da persone davvero libere, che indirizzano le loro azioni senza vincoli, fuori dalle logiche del tornaconto: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt. 10, 8).
«Soltanto la fede» fa risuonare l’insegnamento dell’apostolo Paolo, che scriveva: «Non mi vergogno della buona notizia, […] poiché la giustizia di Dio è stata rivelata in essa da fede in fede» (Rom. 1, 16-17). La buona notizia, che noi siamo abituati a chiamare «Evangelo», ci è stata rivelata «di fede in fede» perché il giusto vivrà attraverso la fede e questa catena di fede/fiducia, trasmessa nei secoli, ci interpella ancora oggi – forse più di ieri, in quanto essa non è data per scontata, ma ci impone il confronto con una cultura e con un mondo in cui da un lato Dio (fortunatamente) non è più un obbligo e dall’altro assistiamo a devianti forme di fanatismo in nome di Dio.

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Sola Gratia

Declinare oggi il Sola Gratia incontra una duplice criticità.La prima è che nelle controversie teologiche, in atto almeno fino al secolo scorso, il tema della grazia è stato spesso frainteso, abusato e persino mistificato in funzione della sua interpretazione e della sua appropriazione come categoria distintiva di appartenenza.La seconda è che l’avverbio «solo» ha un carattere di esclusività e di assolutezza che rende difficile abbinarlo a qualsiasi processo o evento in un contesto, come l’attuale, dove quasi ogni concetto è plurale, se non per definizione, almeno nell’ottica ecumenica che impone di condividere tradizioni diverse e approcci interpretativi talvolta divergenti.Tuttavia l’interpretazione rivoluzionaria del concetto di grazia proposta da Lutero impone un tentativo di sua attualizzazione anche in un’epoca nella quale, almeno nella percezione comune, il tema della salvezza sembra aver perso gran parte della sua rilevanza oggettiva.

Nel Primo Testamento il termine ebraico hén (grazia) individua la benevolenza che Dio mostra verso l’essere umano e le scritture ebraiche raccontano che molti personaggi centrali della narrazione trovano grazia davanti al Signore: da Noè in Gen. 6, 8 a Mosè in Es. 33, 12.17, a Davide in II Sam. 15, 25. Ma l’atto di grazia più importante compiuto da Dio è l’aver stabilito un patto con Israele, mantenendolo nonostante le sue innumerevoli trasgressioni. In tutto il Primo Testamento affiora l’idea che il Signore sia un Dio che vuole salvare il Suo popolo e non distruggerlo: la grazia rappresenta appunto la Sua volontà di salvezza e il peccatore pentito può invocare con fiducia la Sua misericordia (Sl. 51, 1).
Anche nel Nuovo Testamento il termine ha mantenuto i significati di favore e benevolenza di Dio verso l’essere umano e la grazia espressa con il patto del Sinai viene confermata dall’alleanza tra Dio e l’uomo che si compie con la vicenda terrena di Cristo, cioè del Dio fattosi uomo, un’alleanza che non sostituisce l’antico patto con il popolo di Israele, bensì lo rinnova e lo affianca. La grazia si manifesta nell’intervento gratuito di Dio nella vita dell’essere umano e genera la sua risposta nella fede (At. 18, 27). La fede, a sua volta, introduce l’essere umano nella grazia, cioè in un rapporto di benevolenza e comunione con Dio (Rom. 5, 2), un rapporto in cui il peccato è perdonato. La grazia coincide con un perdono totale che rigenera: per questo è possibile affermare che il contrario del peccato non sia la virtù, bensì la grazia.
La grazia e la fede non sono realtà coincidenti, ma piuttosto complementari, poiché la grazia risiede esclusivamente nell’ambito di Dio, esplicitando un agire di Dio stesso che rivolge all’essere umano la Sua parola di salvezza, mentre la fede è sopratutto una questione antropologica, cioè una risposta dell’essere umano o, almeno, un interrogarsi consapevole su questo dono di Dio.

Il Sola Gratia della Riforma vuole sottolineare che il peccatore non può giustificarsi da solo, né coadiuvare in alcun modo Dio nell’opera della giustificazione, negando decisamente qualsiasi possibilità di compartecipazione dell’essere umano al processo della salvezza, che resta iniziativa e compimento esclusivi di Dio, in Gesù Cristo: prima di ogni risposta umana c’è il ricevimento della grazia, che viene accolta nella fede; prima delle opere umane c’è l’amore di Dio, che le precede; nell’evento della salvezza la risposta umana è conseguenza dell’iniziativa di Dio e si traduce in un’etica evangelicamente ispirata. La specificità del messaggio evangelico sottolineato dalla Riforma è proprio questo: l’intervento della grazia divina è decisivo, l’essere umano, con le sue capacità, la sua razionalità e le sue conoscenze, da solo, non può nulla.
Ma in una società nella quale vengono quotidianamente enfatizzate la prestazione e l’affermazione personali, dove l’essere umano vale più per ciò che appare che per ciò che è, il problema della salvezza interessa ancora, oppure il suo annuncio ha perso gran parte del suo significato? Benché oggi permanga ancora l’angoscia della morte, essa viene affiancata, addirittura superata, dalle angosce della vita, dalle nostre insicurezze, fragilità, paure e miserie quotidiane.

L’annuncio della salvezza non può non riguardare anche questi aspetti, una salvezza prima di tutto da noi stessi in quanto produttori delle nostre ossessioni, dei nostri vizi e dei nostri idoli, una salvezza che dia un senso a ciò che siamo e a ciò che facciamo, una salvezza gratuita che non si riduce al perdono delle colpe, ma che dia speranza alla nostra vita.
La grazia che ci salva rappresenta un messaggio controcorrente rispetto agli standard performativi che ogni giorno ci sono proposti mediaticamente, conferendo dignità a tutti, compresi coloro che si trovano ai margini di una società selettiva, gli ultimi, con i quali più di duemila anni fa si identificava Gesù Cristo.
«In verità vi dico che in quanto lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me». (Matteo 25, 40).

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Giornata della Riforma – Sermone del pastore Mario Sbaffi

Nella giornata in cui si ricordano i 500 anni dall’inizio della Riforma, proponiamo il sermone del pastore Sbaffi tenuto in occasione della giornata del 31 ottobre di alcuni anni fa. Un grazie particolare alla nostra presidente di chiesa, Maria Laura, che ci ha dato la possibilità di pubblicare la predicazione del suo papà.

“ Se perseverate nelle mia parola, siete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.” ( Giovanni 8/31 )

Siamo chiamati oggi, come ogni anno in questo periodo, a celebrare la  Riforma: questo evento del XVI secolo che ha avuto una così grande influenza, non solo nella vita della chiesa, ma nella vita di molti popoli e nella cultura del mondo occidentale.

E’ dalla Riforma che è scaturito l’urto fra due autorità: Chiesa e Sacra Scrittura.

E’ dalla Riforma che la lotta all’analfabetismo ha avuto il suo vero e proprio inizio.

E’ dallo spirito della Riforma che è scaturita la concezione democratica nei paesi in cui essa si è affermata.

E, della Riforma, potrebbero essere citati molti altri frutti, non solo nella vita spirituale, ma anche in quella culturale e sociale.

Durante la seconda metà del XX secolo si è formata una corrente di pensiero, rappresentata in Italia soprattutto dal prof. Valdo Vinay, che considerava la Riforma un fatto ecumenico; ciò in quanto i riformatori non volevano la rottura con la chiesa di Roma ma il suo rinnovamento.

I riformatori, infatti, erano dei cristiani della chiesa occidentale i quali, dopo due secoli che il popolo cristiano reclamava una riforma della chiesa, e come allora si diceva: nel capo e nelle membra, intrapresero coraggiosamente quest’opera.

L’intenzione dei riformatori non era quello dello scisma nella Chiesa ma del rinnovamento della chiesa.

In quell’epoca questo rinnovamento non fu possibile e lo scisma fu inevitabile.

Negli ultimi decenni questo rinnovamento avviene, sia pure lentamente, nella chiesa cattolica, e proprio in virtù di quei valori che la Riforma ha messo in luce.

Non è forse vero che tutto quanto è avvenuto e sta avvenendo nel cattolicesimo, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, cioè dopo che la chiesa cattolica si è aperta all’ecumenismo, uscendo dalla sua torre d’avorio e prendendo contatto con le altre chiese cristiane, non è forse vero che tutto questo è sempre più chiaramente su di una linea “evangelica”?

Non per nulla le correnti conservatrici, di cui il vescovo Lefevre ed i suoi seguaci hanno rappresentato la punta più avanzata, rimproverando alla chiesa post-concilio di protestantizzarsi. (ed ora, 2017, perfino papa Francesco è accusato di eresia da alcuni suoi vescovi !ndr)

Perché se la Riforma fu essenzialmente una riscoperta in profondità

dell’ Evangelo, e questa riscoperta cambiò molte cose, oggi, che la Parola di Dio è tornata a circolare liberamente nel modo cattolico, oggi che gli spiriti e gli studiosi più avveduti fanno ad essa riferimento, molte cose vengono alla luce. Proprio come accade nella nostra vita individuale e personale: una parola della Sacra Scrittura, letta e udita molte volte quasi senza nulla scalfire nella nostra esistenza, ad un tratto, in una determinata situazione, ci si rivela in tutta la sua importanza, tanto da cambiare radicalmente il nostro modo di pensare e di vivere.

La Parola di Dio, infatti, questa Parola per mezzo della quale, secondo il racconto genesiaco e la testimonianza giovannea “ogni cosa è stata fatta” (Giovanni I, 3), questa Parola che in Cristo Gesù “si è fatta carne ed ha abitato fra noi piena di grazia e verità” /Giovanni I,14), questa Parola ci è stata rivelata e ci è stata tramandata nella Sacra Scrittura. E l’apostolo Paolo, rivolgendosi al discepolo Timoteo, afferma che essa è ispirata da Dio ed è utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia affinché l’uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona.” (2 Timoteo 3/16,18).

L’uomo di Dio!

E noi possiamo certamente aggiungere: la chiesa del nostro Signore Gesù Cristo.

I riformatori, quindi, quando proclamarono il “ Sola Scriptura “ posero la base sufficiente e dinamica per la vita della chiesa e per il suo rinnovamento.

Il che non significa far riferimento alla Scrittura in senso letterale, ma comprendere il messaggio in profondità ed in tutta la sua attualità.

La Parola di Dio prende di petto l’uomo, i popoli, le civiltà che nel tempo si susseguono e dice loro: si tratta di te, della tua causa, della tua vita, della tua esistenza.

Ma il “ Sola Scriptura “ vuol dire anche Parola di Dio senza termini aggiuntivi, senza interpretazioni prese a prestito dallo spirito dell’epoca, dalle mode del tempo, dalle filosofie spicciole, e perfino dalle scelte del predicatore.

Ma questo non vuol dire che la Parola di Dio sia un messaggio asettico, fuori del tempo. Anzi, è un messaggio che si incarna nel tempo, ma che non vuol lasciarsi strumentalizzare dalle mode del tempo.

E il messaggio della Riforma fu un messaggio di libertà.

Allora, innanzitutto, libertà nei confronti di una autorità ecclesiastica che era in contrasto con la verità evangelica. E da questa libertà molte altre ne sono scaturite, sia sociali che storiche.

E’ la verità che fa liberi non la menzogna.

E’ il perseverare nella Parola di Dio che ci permette di chiamarci discepoli del Cristo, non il mettere da parte il Suo insegnamento.

E la Chiesa del XVI secolo aveva offuscato molti degli insegnamenti della Parola di Dio; i suoi vescovi ed il suo clero non avevano più né la fermezza di un sant’Ambrogio né la purezza di un san Giovanni Crisostomo; anzi erano spesso guidati da considerazioni di interesse materiale, quando, addirittura, gli scandali della loro vita privata non toglievano ogni credibilità al loro ministerio.

E questa chiesa, non più credibile, cercava di mantenere le sue posizioni con l’influenza di una autorità che sfiorava spesso il sopruso, non soltanto nella sfera dello spirito ma anche in quella degli interessi mondani.

La Riforma, rivendicando la priorità dell’autorità di Dio sulle autorità umane, ha liberato l’uomo dalla schiavitù delle autorità che contraddicono la verità che ci è stata rivelata in Cristo Gesù.

Ogni tentativo di costrizione dell’anima umana è stata considerata dalla Riforma una usurpazione dei diritti di Dio.

E alla base della rivendicazione della libertà da parte dei riformatori, vi è il sentimento grave e puro del rispetto per l’autorità di Dio.

Ma la libertà proclamata dai riformatori non è anarchia: essa è sottomissione alla sola autorità legittima: l’autorità di Dio e della Sua Parola. E’ cioè una libertà fondata sulla verità. Dice, infatti Gesù nel nostro testo: “ Se perseverate nella mia parola siete veramente miei discepoli e conoscerete la libertà e la libertà vi farà liberi “. E Gesù aggiunge: “Se….. il Figliuolo (cioè Gesù Cristo stesso) vi farà liberi, sarete veramente liberi”.

La libertà è il dono della grazia divina; è una scelta che realizziamo innanzitutto in noi stessi, per sentirci poi liberi fuori da noi stessi, cioè nei confronti di quanto vorrebbe far violenza alla nostra libertà.

E non dobbiamo dimenticare che la libertà proclamata dai riformatori non è una qualsiasi libertà ma, innanzitutto, libertà in Cristo.

Non è quindi una libertà senza direzione, senza significato, senza orientamento. Non può essere confusa con l’arbitrio o con la pura fantasia. E’ una libertà che esprime l’azione dello Spirito Santo: “ Dov’è lo Spirito del Signore, quivi è libertà” (2 Corinzi cap.3 v. 17) afferma l’apostolo Paolo. Ed è una libertà che si esprime nel servizio: “Pur essendo libero da tutti, mi son fatto servo a tutti” (1 Corinzi cap. 9 v. 19 ) scrive ancora Paolo ai Corinzi.

E poiché l’apostolo Paolo nella stessa epistola esorta: “ fate tutto alla gloria di Dio” (1 Corinzi cap. 10 v. 32) noi dobbiamo ricordare che la nostra libertà non è solo indipendenza ma anche responsabilità. Per questo i riformatori, riaffermando sulla scia dell’insegnamento paolino ci hanno gettato in una avventura che è ad un tempo drammatica e gloriosa. Una avventura nella quale la Chiesa e i credenti sono chiamati a rendere sempre più acuto il senso della loro responsabilità.

Responsabilità che l’uomo veramente libero non deve mai dimenticare né verso Dio, né verso il suo prossimo.

Fratelli e sorelle, sono trascorsi oltre 4 secoli e mezzo (ndr. Oggi 500 anni ) dai giorni della Riforma e da allora molte cose sono cambiate nella vita della Chiesa e nei suoi rapporti col mondo incostante. Sono cambiate, soprattutto in quest’ ultimo  secolo nel quale ecumenismo e comunicazione di massa hanno agevolato la circolazione delle idee, hanno permesso il dialogo, hanno costretto la chiesa cattolica, non solo a diffondere la Parola di Dio, ma a confrontarsi con il suo messaggio e la Riforma, considerata per secoli una malefica eresia, è diventata anche per il cattolicesimo un punto di riferimento e i teologi protestanti sono oggi studiati in campo cattolico con una attenzione che talvolta supera quella che noi stessi prestiamo loro. Sono cioè i valori della Riforma che hanno continuato a fermentare nei secoli e che fanno lievitare, oggi più di ieri, la  cristianità. Ma di questi valori noi siamo i primi a dover saper vivere, sarebbe folle orgoglio spirituale accontentarci di additarli agli altri.

Per questo, celebrare la Riforma significa ricordare innanzitutto a noi stessi che quando non facciamo più riferimento all’ Evangelo, a tutto l’ Evangelo, quando lo mutiliamo o lo strumentalizziamo, noi ci allontaniamo dalla verità e non realizziamo la libertà dei figliuoli di Dio ma cadiamo sotto il giogo della schiavitù del presente secolo. E quando questo avviane tradiamo lo spirito della Riforma, di quella Riforma che ancora oggi ci ripropone il monito e le promesse delle parole di Gesù: “ Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli”

Questo è il monito e la promessa è:” conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

Che questo monito non sia dimenticato, che questa promessa ci sia di continuo incoraggiamento.

Amen