La promessa di un germoglio giusto.

27 novembre 2016

Geremia 23 : 5 – 8

 

Miei cari, la parola ci ricorda ancora oggi la promessa del germoglio giusto. La domanda che ci si pone è: perché il termine germoglio giusto ? o più precisamente il re conforme ai criteri del vero re ?  In Romani 3 : 23 la parola di Dio afferma che “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”. Dunque sulla terra nessuna persona è giusta. Da qui dunque la promessa di Dio di rendere giusto ciò che è ingiusto dinnanzi a lui, di rendere perfetto ciò che dinnanzi a lui è imperfetto, accentuando il suo amore e la sua misericordia per l’intera umanità. Sì, poiché Dio è amore egli ha agito inviando Gesù Cristo il giusto, il perfetto per il mondo  (Giovanni 3 : 16). Così Dio vuole e sostiene che ci amiamo gli uni gli altri, poiché l’amore viene da LUI e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio (Giovanni 3 : 7). Dio ci ha amati per primo ed afferma: se qualcuno dice “Io amo Dio” ma odia il suo fratello è un bugiardo, perché colui che non ama suo fratello, che vede, non può amare Dio, che non vede (Giovanni 3 : 20).

Così, cari fedeli, la parola per bocca del profeta Geremia ci ricorda ancora oggi di non trascurare l’anima di una persona chiunque essa sia, né di sottovalutare una persona bensì di prenderci cura gli uni degli altri, di riunirci e di  consideraci uno davanti a Dio. In verità ogni persona è angelo custode, rimedio per tutti. Sì, io sono il vostro angelo custode, il vostro rimedio, e voi viceversa  siete lo stesso per me. Ecco il buon atteggiamento che Dio si aspettava da Israele e che si aspetta ancora da noi, popolo di Dio che crede in Cristo senza distinzione di paese, di razza, di etnie. L’Eterno afferma che respingerà la persona o le persone che agiranno all’incontrario (V 1-2).

In Cristo l’azione dell’Eterno consiste nel riunire tutti i credenti dispersi. Da qui la promessa di rivolgersi verso Dio solo, di avere fiducia in lui solo sotto la sua grazia feconda e molteplice. Così nessuno avrà più paura, nemmeno del terremoto e inoltre nessuno del gregge si perderà (Giovanni 6 : 39; 10 : 28).

Il germoglio giusto, il buon pastore, l’Eterno nostra giustizia è Gesù Cristo che Dio ha mandato per liberare, salvare e offrire la salvezza ad Israele e al mondo intero. L’evangelista Matteo ricorda il suo ingresso trionfale a Gerusalemme con la folla esultante che cantava il canto di gloria in onore di Cristo. Osanna al Figlio di Davide, preso dal salmo 118 che celebrava una liberazione nazionale (21 : 9).  Non dimentichiamo che Osanna significa letteralmente “Dio ci salva”.  Era la richiesta di aiuto che un popolo oppresso rivolgeva al suo re.

Ancora oggi, credenti in Cristo, la parola ci esorta ad essere pronti e a vivere l’amore reciproco gli uni verso gli altri senza alcuna eccezione. “Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge.” (Romani 13 : 8). E’ proprio ora di svegliarci dal sonno, poiché ora lì è la salvezza. Respingiamo dunque le opere delle tenebre  e  vestiamoci con le armi della luce, il Signore Gesù Cristo.

Benedica il Signore la sua parola !  AMEN !

 

past. Moussà

No alla violenza sulle donne

20 novembre 2016

Giudici 11,29-40

Care sorelle e cari fratelli,

eccoci confrontati con un testo che spesse volte, forse troppe volte, è stato utilizzato per evidenziare la differenza sostanziale tra il Dio cristiano, un Dio di misericordia e grazia, e il Dio dell’Antico Testamento, un Dio vendicativo e crudele.

E del resto leggendo il brano velocemente non è forse questa l’impressione che se ne può trarre?

Il Signore concede la vittoria al condottiero Iefte sugli Ammoniti e questi per contraccambio offre a Dio quanto gli spetta per aver rispettato il patto!

E chi ne fa le spese?

La giovane e innocente figlia di Iefte!!

Il 25 novembre verrà celebrata la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne e le tante morti che si ripetono a scadenze ravvicinate in Italia e nel mondo.

Noi oggi abbiamo voluto anticipare questo tema per poterci riflettere insieme…

Nel testo di Giudici che vi ho proposto per la nostra riflessione uno dei protagonisti della storia è questa giovane donna, sacrificata da un uomo, suo padre, sull’altare della religione!

Ma chi è questa giovane donna?

Di lei sappiamo che è figlia devota e obbediente.

E poi? E poi praticamente nulla…

Ecco vorrei soffermarmi con voi su quel che manca in questa storia.

In questa storia manca la figura della madre.

Manca una figura femminile che sia di guida e sostegno a questa giovane donna, soprattutto in un frangente così difficile.

E a volte riflettendo sulle dinamiche interne al genere femminile o nei casi di violenze sulle minori, non è forse vero che le madri siano come assenti, pallide figure di quel che dovrebbero essere, se non addirittura complici della violenza?!

Non è forse significativo che anche questo brano biblico non parli affatto di questa presenza, importante nella formazione e nella vita di una giovane donna?

E ancora nella storia manca il nome della stessa ragazza!

La crudezza della storia qui narrata è tale, verrebbe da pensare, che la ragazza sacrificata sull’altare della religione non riceve nemmeno l’onore di essere ricordata con il suo nome.

In realtà a me sembra che il brano biblico stia operando una scelta diversa: non è il nome che la qualifica e nemmeno la parentela con il condottiero vincitore Iefte che la rende degna di onore, ma la sua personalissima scelta di accettare il sacrificio della sua giovane vita che la rende degna di essere ricordata e onorata!

Le giovani donne d’Israele non la dimenticheranno, anzi avranno bene a mente cosa significa morire in questo modo: per mano di altri, per la visione egoistica di un uomo!

Anche noi forse dovremmo non dimenticare, ma ricordare e onorare le tante donne violate e uccise dagli uomini che sono loro accanto!

Dovremmo ricordare non tanto i loro nomi ma il senso, o meglio il non-senso, del loro sacrificio!

E così giungiamo a chi se non è del tutto assente, è come una presenza fuggevole in questo brano: Dio, il Dio d’Israele, il Dio che è Padre di Gesù Cristo.

Ma come, direte, non è Lui che regola tutto? Non è Lui che determina e dirige la storia?

Siamo certi che questo sia il modo in cui Dio dirige la Storia con la esse maiuscola e quella con la minuscola di tanti uomini e donne?

Dio, in effetti, appare attraverso il suo Spirito all’inizio del brano letto: “E allora lo Spirito del Signore venne su Iefte…” (v.29) e poi quando si dice: “Iefte marciò contro i figli di Ammon per fare loro guerra e il Signore glieli diede nelle mani.” (v. 32). Poi Dio scompare dalla storia, Dio manca, come manca la madre e il nome della ragazza.

Lo spirito di Dio, come accade per altri giudici d’Israele (Otniel, Gedeone e Sansone), giunge sul condottiero e lo mette in grado di avere la vittoria contro gli ammoniti.

Ma quel che Dio qui non fa è chiedere a Iefte qualcosa in cambio.

È il condottiero d’Israele stesso che promette il sacrificio in cambio della vittoria. È lui che ritiene che sia necessario dare qualcosa a Dio in cambio dei suoi servigi, come se fosse un mercenario di tante guerre che deve essere pagato per il suo sporco lavoro!!

Inoltre, Iefte nella sua arroganza pensa di poter avere diritto di vita e di morte sugli ebrei come fossero suo possesso, proprio come pensano tanti uomini delle loro compagne o ex compagne, delle loro figlie e parenti.

Ma il caso, o il Dio tirato per la giacchetta, fa si che la persona che dovrà essere sacrificata sia proprio la sua unica figlia!

Allora si potrebbe pensare che Jefte sia solo sfortunato o avventato?!

Alcuni commentatori hanno sottolineato come questo racconto sia simile alla storia di Euripide (410 a.C.) “Ifigenia in Tauride” in cui il re Agamennone, per ottenere i favori della dea, decide di sacrificarle la cosa migliore dell’anno e l’oracolo designa la figlia.

Non è un caso, sorelle e fratelli, che vi sia questa somiglianza con quanto può fare un pagano nei confronti di una divinità greca perché qui Iefte si è comportato esattamente come un pagano.

Egli ha confuso Dio con gli altri dèi del tempo, ha fatto ciò che faceva Israele all’epoca dei Giudici ossia “ciò che è male agli occhi del Signore” (10,6).

Ritenere che Dio sia manovrabile, sia acquistabile per mezzo di un sacrificio umano peraltro vietato dalla Torah in Levitico (Lev. 18,21; 20,2-5).

E poi in questa storia biblica emerge anche una bella dose di ironia: non è forse tristemente ironica la figura di un padre che per interesse politico sacrifica la figlia e poi nell’incontrarla dice a questa che è lei a farlo soffrire (vd. versetto 35)?!

Iefte è per tutti noi un esempio di quel che accade anche attualmente, vale a dire la volontà di usare Dio e il suo nome per nascondere i nostri personali ed egoistici interessi!!

Noi viviamo in un tempo in cui l’utilizzo strumentale di Dio è lampante. Possiamo forse negare che Dio è stato adoperato dagli esseri umani nel passato e come pure oggi per portare avanti interessi economici e politici mascherandoli con l’idea di agire in nome di Dio?

E non è forse vero che così agendo nei secoli come oggi si sono lasciati indietro tanti uomini e donne, sacrificati sull’altare del potere politico ed economico?

E non è forse ancora vero che vi siano tanti uomini, come pure donne, che ritengono di poter utilizzare gli altri come oggetti riempiendosi poi la bocca della parola ‘amore’.

E in effetti, le tante donne che sono morte in questi anni sono spietate testimoni di come molti uomini declinano la parola amore!

Ecco il peccato di cui si è macchiato anche Iefte, ecco il peccato che ha generato questo atroce sacrificio.

E sua figlia l’ha capito bene!

La scelta di trascorrere i suoi ultimi mesi di vita lontano dal padre, ma in compagnia di altre giovani che come lei potrebbero essere sacrificate sull’altare dell’interesse familiare deve far riflettere la nostra generazione!

Dobbiamo domandarci come credenti e cittadini quale esempio vogliamo essere per i nostri figli e figlie; dobbiamo essere onesti nel rispondere su come stiamo vivendo il nostro rapporto con Dio: un rapporto strumentale o una relazione colma di salda fiducia?

E quello con il nostro prossimo?

Sebbene il racconto non lo dica, mi piace pensare che Dio, come un vero genitore, come la madre che nel racconto non appare, tramite il suo Spirito sia stato accanto a questa fanciulla nei suoi ultimi mesi di vita, accompagnandola nel peregrinare sui monti lontano da un padre umano troppo egoista!

Amen

 

 

past. Mirella Manocchio

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Piccola guida alla preghiera

PRITCHARD John,
Claudiana, Torino, 2011,
pp. 214, Euro 14,50

Consiglio a tutti la lettura di questo piccolo libro: è di quelli che lasciano il segno, che ci arricchiscono, non di nozioni, ma di spiritualità. Non è una raccolta di preghiere, né un trattato di teologia pratica, né una storia della preghiera, né un manuale in senso tecnico, ma una guida che vuole accompagnarci in un cammino spirituale, senza pretendere di darci insegnamenti su un’espressione così personale della fede come la preghiera che, per sua stessa natura, non può essere strutturata senza perdere la sua essenza, cioè la spontaneità e la sincerità, che non può obbedire a delle regole, non può essere inquadrata in uno schema senza diventare retorica, finendo per essere pronunciata con la bocca e non con il cuore. Il testo del vescovo anglicano Pritchard non ha questa pretesa, ma, con uno stile semplice, colloquiale, fraterno, ci conduce alla scoperta dei diversi modi di pregare, aiutandoci a comprendere qual è quello più affine alla nostra sensibilità: dalla preghiera-freccia (Dio, aiutami!), pronunciata di getto per un’improvvisa emozione, che stabilisce un contatto veloce, traducendosi in una chiacchierata con Dio in mezzo al frastuono degli adempimenti quotidiani, alla preghiera-conversazione, che affronta in modo serio le questioni importanti, riservando a Dio un tempo ed uno spazio esclusivi per ringraziarlo, implorare il suo perdono, chiedergli aiuto, fino alla meditazione, che comporta la pura contemplazione, l’ascolto del silenzio e l’intimo godimento di Dio. Ognuno di noi troverà rispecchiato il proprio modo di pregare. Non importa se siamo più portati ad una preghiera di tipo francescano, che soddisfa l’emotività, o di tipo celtico, che vede la presenza di Dio in tutti gli aspetti della vita quotidiana, o di tipo benedettino, che privilegia la dimensione comunitaria; non importa se il nostro modello di preghiera appartiene alla scuola di Pietro, più strutturata, o a quella di Paolo, più intellettuale, o a quella di Giovanni, più riflessiva: quello che conta è trovare tempo per un incontro con Dio. Pritchard sottolinea l’importanza non tanto della quantità di tempo che si dedica a Dio, quanto della costanza: stabiliamo noi ora, luogo e durata dell’appuntamento, ma non manchiamo all’incontro! Alternando suggerimenti, domande, citazioni, esercizi pratici, piccoli brani edificanti, episodi divertenti, brevi preghiere, Pritchard riesce a stimolare la nostra volontà di rendere più intimo il nostro rapporto con Dio, facendolo diventare a poco a poco il punto di riferimento costante della nostra vita. Il testo ci dice come tirar fuori dal profondo quello che vogliamo dire a Dio, ci insegna a trovare materiale per la preghiera in ogni atto della vita quotidiana, in ogni persona che incontriamo, ci spiega come dominare le distrazioni che spesso ci assalgono mentre preghiamo, ci mostra delle tecniche efficaci per ricordare gli altri a Dio nelle nostre preghiere (ad esempio, associare ad una diversa persona ogni dito della mano). Non tutto in questo testo è condivisibile: specie ad una mentalità protestante alcune tecniche, come l’uso di candele o di fotografie o di sedie particolari o di altri oggetti (ad esempio un sasso per rappresentare il peccato) o lo sfruttamento della sollecitazione estetica provocata da una musica, un quadro, una poesia, possono farci sorridere o addirittura sembrarci fuori luogo, ma, se ci lasciamo sedurre da ciò che è inconsueto, potremmo sperimentare modalità suggestive, come quella che risale ad Ignazio di Loyola, il quale rievocava un episodio del Vangelo coinvolgendo tutti i cinque sensi, immaginando di vivere in prima persona quell’episodio, di stare  faccia a faccia con Gesù e parlare con lui. Ognuno di noi, chi crede e chi no, chi è abituato a pregare e chi no, chi vorrebbe pregare, ma non sa da che parte cominciare, chi si vergogna, chi si rivolge continuamente a Dio: tutti trarranno giovamento da questo testo e ne usciranno arricchiti.

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Martin Lutero (1483-1546)

MARIO MIEGGE,
Claudiana Editrice, Torino, 2013,
pp. 180, Euro 12,50

Il titolo di questo libretto è piuttosto fuorviante: non si tratta infatti di una biografia del grande Riformatore, né di un’esposizione della sua teologia: Lutero è solo il pretesto, in quanto iniziatore della Riforma, per indagare il complesso intreccio tra componenti storiche, sociali, politiche ed economiche che fanno da sfondo, ma anche da elemento propulsore della Riforma o che sono da essa influenzate. L’esposizione narrativa e lo stile scorrevole rendono facile la lettura, specialmente nella prima parte, più storica, che tratteggia le caratteristiche della società medievale, fondata sulla compenetrazione tra pubblico e privato; le origini della Riforma, da rintracciare anche nell’Umanesimo e nella diffusione della stampa e della lingua volgare, che l’hanno trasformata in una rivoluzione anche culturale; l’opera dei Riformatori. L’attività di Lutero è ripercorsa dalla scoperta di Paolo alle indulgenze, dalle 95 tesi alle bolle di scomunica, dalla critica al potere della Chiesa all’idea del sacerdozio universale, dalla discussione sui sacramenti al rapporto tra fede e opere, dalla libertà del cristiano alla dottrina dei due regni, dalla guerra dei contadini al contrasto con Muntzer e l’anabattismo. Anche l’apporto di Calvino è colto attraverso le sue fasi principali, dalla controversia con Sadoleto alla formulazione dei capisaldi del suo pensiero: il “soli Deo gloria”, la predestinazione, il concetto di Chiesa come compagnia dei fedeli, il conservatorismo politico, le differenze da Lutero. Alla teologia del patto, elaborata da Bullinger, vengono collegate la rivoluzione religiosa scozzese e la fondazione delle colonie americane. La parte storica si allarga  a comprendere la prima rivoluzione inglese e il Puritanesimo, visti come risultato di una crisi politico-religiosa dell’antico ordine sociale, che crea il passaggio dalla concezione medievale di confusione tra Chiesa e Stato ad una concezione di netta separazione; la seconda rivoluzione inglese; il risveglio wesleyano; la protesta mennonita: il tutto sullo sfondo dello sterminio degli Indiani d’America e della tratta degli schiavi come frutto dell’imperialismo anglosassone, conseguenza, a sua volta, della dottrina della predestinazione. Leggermente più ostico il capitolo sull’etica protestante, in cui si affronta l’idea del lavoro in Lutero e Calvino, attraverso la dottrina della vocazione, che diventa critica sociale, laddove, in nome di un dovere cristiano dell’attività e dell’impegno, si condannano l’ozio e l’improduttività e si respinge l’idea tradizionale della carità. Grande spazio è lasciato alla famosa tesi di Weber sul rapporto tra etica protestante e capitalismo e alla sua contestazione da parte di storici successivi, che spostano l’accento sugli aspetti politici più che economici del Puritanesimo, che per primo trasformò la politica in un fatto collettivo, in un movimento organizzato dal basso che, solo a seguito della Restaurazione, fu nuovamente confinato nell’ambito privato ed economico. Completa il libro un epilogo sull’influenza del principio protestante della ricostruzione di se stessi nella letteratura e nella filosofia dal 1700 al 1900, mentre due appendici, dedicate alle eresie medievali e alle Chiese riformate, restano a livello di semplici citazioni. In sostanza, un testo che ha forse l’ambizione di mettere troppa carne al fuoco, ma che riesce ad esprimere bene l’intreccio tra elementi storici, politici, economici e religiosi che sono alla base di ogni evento di rottura con il passato e di trasformazione.

Antonella Varcasia

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I vangeli. Variazioni lungo il racconto

YANN REDALIE’,
Claudiana Editrice, Torino, 2011,
pp. 239, Euro 15,00

Punto di forza di questo testo è la dimostrazione della sostanziale unità della narrazione evangelica, attraverso la diversità dei racconti presentati dagli evangelisti, e la difesa di questa “pluralità limitata” come garanzia di libertà, che impedisce una chiusura nel dogma e nell’ideologia e apre invece al confronto e al dialogo. L’autore, dopo aver sottolineato l’importanza teologica del genere narrativo, in quanto mezzo attraverso cui viene trasmessa la rivelazione divina, e dopo aver tracciato una sintesi della nascita di Vangeli e Lettere e dell’iter di formazione del canone del Nuovo Testamento, passa in rassegna, attraverso i diversi racconti evangelici, i punti salienti della vita di Gesù, a partire dalle sue origini e dalla sua famiglia, per passare alle sue parole e alle sue azioni e concludere con la sua passione e la sua resurrezione. Già a proposito delle origini emerge la differenza tra Matteo e Luca nel presentare l’investitura di Gesù, cioè la legittimazione a compiere la sua missione: per l’uno la genealogia e il ciclo dell’infanzia che lo presentano come un nuovo Mosè; per l’altro l’inaugurazione del ministero pubblico a Nazareth con la citazione di Isaia, che lo presenta come il profeta liberatore atteso. Un intero capitolo è dedicato alla figura di Maria e al tentativo di darne un’interpretazione ecumenica, che superi le differenze di approccio tra protestanti e cattolici, trovando proprio nel Nuovo Testamento una diversità di ritratti, che danno una visione molto differenziata della madre di Gesù. Analogo atteggiamento è riservato alla famiglia di Gesù, in particolare al problema dei fratelli di sangue, con un esame accurato dei testi biblici e uno studio critico sulle interpretazioni date nei secoli su questo argomento. La sezione relativa alle azioni e alle parole di Gesù sottolinea l’importanza del genere narrativo, attraverso un’esegesi approfondita del miracolo dell’indemoniato di Gerasa e uno studio sul ruolo della parabola nella predicazione di Gesù. Si esamina poi il comandamento dell’amore per il prossimo, in particolare per i nemici, con un’interessante interpretazione dei concetti di “limite” e di “reciprocità” e un’analisi della parabola del Buon Samaritano. Il rapporto tra Gesù e il Tempio è occasione per discutere sul significato del sacrificio nell’ebraismo e sulle alternative al Tempio offerte da Qumran e da Giovanni Battista. La passione di Gesù è raccontata attraverso le diverse interpretazioni che gli evangelisti ne hanno dato, utilizzando le metafore del tempo (espiazione vicaria, sofferenza del giusto, riscatto), ma con un particolare riferimento al racconto di Marco e alla sua ironia drammatica. Per la resurrezione, invece, si prendono come riferimento il racconto lucano dei discepoli di Emmaus e quelli giovannei dell’apparizione alla Maddalena e dell’incredulità di Tommaso: in tutti i casi si sottolinea il rapporto tra presenza e assenza di Gesù, che ritroviamo nel racconto dell’ascensione, che apre alla svolta escatologica. Un capitolo è poi dedicato all’etica del Nuovo Testamento, sia in rapporto all’Antico, sia in relazione ai diversi approcci possibili (letteralista, idealista, analogico, aperto al confronto). L’opinione dell’autore è che Gesù proponga un cambio di prospettiva e un riordinamento della gerarchia dei valori, mentre Paolo propone un’etica dell’imitazione, non di tutta la vita di Gesù, ma solo della croce, e un’etica della libertà, in cui il punto di partenza è il prossimo. Conclude il testo un capitolo sulle diverse modalità di studio del testo biblico, la cui pluralità rappresenta per tutti i credenti un bene e una ricchezza.

 

Antonella Varcasia

 

 

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Il racconto di Marco

RHOADS David, DEWEY Joanna, MICHIE Donald,
Paideia, Brescia, 2011,
pp. 241, Euro 25,40

 

La storia di un racconto che si legge come un racconto… E’ quanto fa questo testo di tre professori americani che, applicando al Vangelo di Marco i metodi dell’esegesi narrativa, lo analizzano come una fiaba o una novella. Innanzi tutto viene esaminata la figura del narratore, che in Marco, con la sua onniscienza, ha il ruolo di tenere informato il lettore, guidarlo, fornirgli informazioni privilegiate, che i personaggi del racconto ignorano, tenere alta la suspense, trasmettere il proprio punto di vista, e quindi il sistema di valori e credenze in esso implicito. Anche l’ambientazione ha il suo ruolo, quello di creare le condizioni entro cui si muovono, non casualmente, i personaggi. Per quanto riguarda l’intreccio, elemento costitutivo di ogni racconto, gli autori si soffermano in particolare sull’esame dei conflitti, utili per vedere il disegno degli eventi che dà significato alla narrazione. Ogni racconto consiste, in fondo, nel perseguimento di un obiettivo e nelle forze che confliggono nel tentativo di raggiungerlo o contrastarne il raggiungimento. Nel caso del Vangelo di Marco vengono analizzati tre tipi di conflitto: quello di Gesù con le forze non umane (demoni, malattia, natura), basato su miracoli ed esorcismi; quello con le autorità, visto nei termini di sconfitta e vittoria, perché esso porta Gesù alla morte, ma anche alla resurrezione; quello con i discepoli, caratterizzato dall’alternarsi di successo e fallimento. In ogni caso il conflitto riguarda lo scontro tra i valori del Regno di Dio e l’egoismo umano. I personaggi, divisi in quattro gruppi (il protagonista Gesù; l’antagonista, ossia le autorità; i discepoli e i personaggi minori) sono presentati dall’Evangelista con l’intento di sensibilizzare il lettore ad accettare la “via positiva”, ossia vivere secondo le regole del Regno di Dio, e rifiutare la “via negativa”, vissuta secondo le regole umane. Il narratore, perciò, orienta la presa di distanza o l’identificazione del lettore coi personaggi, suscitando simpatia o disapprovazione nei loro confronti. La parte conclusiva del libro è dedicata al lettore, quello di ieri come quello di oggi: un racconto, infatti, può diventare se stesso soltanto tramite il canale del lettore, che lo recepisce e gli dà significato. La lettura è un dialogo, da cui entrambi gli interlocutori possono essere influenzati: il narratore cerca di indirizzare il lettore, in questo caso invitandolo a diventare seguace di Gesù; il lettore subisce il fascino della storia fino a cambiare la sua vita o i suoi valori oppure, al contrario, rimane indifferente o la rifiuta. Per chi ne subisce il fascino questo testo aiuta a comprenderne il perché.

Antonella Varcasia

 

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La nascita del giudaismo dallo spirito del cristianesimo

SCHÄFER Peter,
Paideia, Brescia, 2014,
pp. 188, Euro 22,00

E’ ormai acquisito che il cristianesimo non sia nato come una religione autonoma contrapposta al giudaismo, ma che anzi abbia avuto origine all’interno di esso, ma solo di recente gli studi si sono focalizzati sui rapporti reciproci tra i due movimenti e sull’influsso che a sua volta il cristianesimo ha avuto sulla nascita del giudaismo rabbinico. E’ proprio su questa influenza che si sofferma il testo di Schäfer, il cui pregio risiede soprattutto nella novità delle teorie sviluppate, nell’originalità del materiale studiato, nella prospettiva inconsueta da cui vengono analizzati i rapporti tra cristianesimo e giudaismo. La tesi di Schäfer è che i due sistemi di pensiero si sono sviluppati parallelamente dalla comune radice del giudaismo classico, influenzandosi a vicenda, prima di prendere strade diverse: il giudaismo avrebbe eliminato alcuni elementi presenti nella propria tradizione proprio in quanto usurpati dal cristianesimo, o, al contrario, si sarebbe riappropriato di tali elementi, riaffermandoli orgogliosamente proprio per ribadire la loro appartenenza originaria alla tradizione giudaica. Il libro si sofferma, in particolare, sul tema del messia bambino, sulla polemica contro la teologia binitaria e sul concetto del messia sofferente. Quanto al primo argomento, l’autore prende spunto da un racconto del Talmud palestinese, con la nascita del re messia Menachem a Betlemme e la sua sparizione ad opera di un vortice di vento, per analizzare questa tradizione, parallela a quella classica del messia adulto, e concludere che la storia talmudica sarebbe un capovolgimento ironico del racconto di Natale neotestamentario: in particolare, i sentimenti omicidi della madre nei confronti del figlio esprimerebbero il desiderio di uccidere il nascente cristianesimo. Il secondo tema viene affrontato sotto diverse angolazioni, per dimostrare che una parte del giudaismo cercava di ammorbidire il rigido monoteismo tradizionale. Tracce di una concezione binitaria della divinità si rinvengono infatti in diversi elementi e testi, come nella teologia della Sapienza, nei diversi nomi di Dio, nelle sue diverse incarnazioni, in particolare nella presenza di un Dio vecchio, giudice, e di un Dio giovane, guerriero. Schäfer avanza l’ipotesi di un’influenza della struttura dell’Impero romano di epoca dioclezianea, con la sua diarchia e la sua tetrarchia, i suoi augusti e i suoi cesari, e, studiando i motivi del Figlio dell’Uomo e dell’angelo Metatron nella letteratura canonica ed apocrifa, conclude che l’idea delle due potenze fosse presente soprattutto a Babilonia, in cerchie giudaiche che avevano risentito dell’influenza del cristianesimo: è qui che si ritrova l’idea di un essere umano straordinario asceso al cielo e trasformato in vicerè divino, idea che capovolge l’insegnamento neotestamentario, in cui è l’essere divino che si incarna, rinunciando alla sua divinità. Sull’ultimo punto Schäfer analizza un’altra figura di messia, appartenente alla stirpe di Efraim, il quale, a differenza di quello della stirpe di David, finisce ucciso nello scontro escatologico. Esso è presente in diversi testi giudaici, specie in alcune omelie, dove il ruolo di redentore è stabilito a monte da Dio: Efraim dovrà soffrire, dopo essersi incarnato ed essere stato inviato sulla terra, per poter permettere la creazione dell’uomo. Le tracce cristiane in queste omelie indicherebbero una riappropriazione giudaica di concetti usurpati dal cristianesimo. In conclusione, con la sua ricchezza di contenuto e di significato, il libro di Schäfer ha tutto il fascino della ricerca e costituisce un ulteriore passo avanti nella consapevolezza della nascita comune di giudaismo e cristianesimo, fratelli nutriti dallo stesso grembo.

 

Antonella Varcasia

 

 

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Deuteronomio

GERHARD von RAD,
Paideia Editrice, Brescia, 1979,
pp. 231, Euro 18,00

Il “Deuteronomio” di Gerhard von Rad è un libro senza tempo: nonostante siano passati alcuni decenni, esso mantiene inalterato il suo fascino e la sua attualità ed è facilmente reperibile. Il merito è forse del suo linguaggio scorrevole e comprensibile, che fa luce su un testo “difficile”, come è comunemente ritenuto il Deuteronomio. A differenza di Genesi ed Esodo, che sono libri più narrativi, il Deuteronomio è un libro teologico: invece delle storielle dei Patriarchi e dei racconti del deserto, qui abbiamo lunghi discorsi di Mosè, elenchi puntigliosi di leggi che regolamentano ogni aspetto della vita, strani rituali di benedizione e maledizione. Tutto è finalizzato a sottolineare i temi che stavano a cuore al redattore deuteronomista: il monoteismo, il patto, la centralizzazione del culto, la separazione del popolo eletto dai Gentili. L’esegesi di von Rad, condotta secondo il metodo storico-critico, ci permette di districarci nella complessità del testo, evidenziando le stratificazioni che si sono succedute nel tempo e che sono attribuibili a fasi storiche, autori e quindi anche mentalità e intenzioni differenti. In tal modo riusciamo a capire i motivi di certe usanze per noi inconcepibili, come lo sterminio, a spiegarci certe contraddizioni, a chiarire l’oscurità di talune affermazioni, a riconoscere le formule tipiche e i generi letterari, a evidenziare le interpolazioni tardive. Von Rad spiega il testo puntualmente, capitolo per capitolo, versetto per versetto, ma la sua non è un’esegesi erudita, finalizzata a mostrare il suo sapere: è invece un’esegesi chiarificatrice, ricca di contenuto, ma condotta con un linguaggio accessibile a tutti. Particolarmente interessante è il raffronto tra i comandamenti in Esodo 20 e in Deuteronomio. Il decalogo sembra identico, ma von Rad ci fa capire che la diversa motivazione messa a base del rispetto del sabato sottolinea un mutamento nella struttura sociale, che ora si fa più attenta ai bisogni del popolo: il sabato associato non più alla creazione, ma all’uscita dall’Egitto, ed esteso a schiavi, stranieri e animali domestici, denota sensibilità psicologica e caritativa piuttosto che cultuale, come era invece nel racconto dell’Esodo. Allo stesso modo, la “spigolatura” è giustificata da un motivo non più sacrale (lasciare qualcosa per gli spiriti dei campi), ma umanitario (lasciare qualcosa per i poveri). L’autore si sofferma anche sulle diverse motivazioni che sono alla base della centralizzazione del culto, sulle varie interpretazioni dell’anno sabbatico, sul significato di alcuni termini, come “giustizia”, sul passaggio delle feste di Israele da celebrazioni di natura agricola a memorie della storia salvifica. Il Deuteronomio, infatti, recupera e attualizza antiche tradizioni cultuali e giuridiche: anche ciò che sembra più innovativo e rivoluzionario, come l’abolizione del principio della responsabilità collettiva, in realtà è, secondo von Rad, anteriore al Deuteronomio stesso, mentre altri elementi, come il concetto del ritorno di Israele, appartengono già all’opera storiografica deuteronomistica, in cui il Deuteronomio è stato letterariamente inserito. In conclusione, il commento di von Rad rappresenta un utilissimo strumento per affrontare la lettura del libro biblico, mettendoci in grado non solo di capire, ma anche di amare questo testo, di cui ci fa riscoprire il fascino e l’attualità.

 

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I Salmi. Vol. I

ZENGER Erich, Paideia, Brescia, 2013,
pp. 203, Euro 18,80

L’esegesi dei Salmi condotta da Erich Zenger ha un taglio particolare, che la rende degna di nota, al di là della competenza storica, filologica e teologica di cui dà testimonianza. Il Salterio è interpretato all’interno del suo contesto veterotestamentario, ma con un risvolto attualizzante che ne motiva anche l’uso cristiano, tradendo l’impegno dell’autore nel dialogo Ebreo-Cristiano. Zenger, ad esempio, rifiuta il concetto che il Dio di vendetta sia tipico dell’Antico Testamento, esistendone testimonianze anche nel Nuovo, e intende le espressioni di odio di alcuni Salmi (ad es. Sl 137, 8) non come dogma, ma come forma di poesia, manifestazioni di paura, dimostrazione che Dio non è neutro di fronte al dolore. In questo primo di quattro volumetti previsti (due finora pubblicati) l’autore prende in considerazione alcune tipologie di Salmi, ad ognuna delle quali è dedicato un capitolo, con una breve introduzione sulla tipologia e l’analisi di due o tre Salmi per tipo. Per ogni Salmo l’autore effettua un commento generale ed un’esegesi specifica, con proposte di struttura e di datazione, analisi degli ambienti di utilizzo e delle modalità di composizione. Dopo aver spiegato l’inquadramento dei Salmi nella Bibbia, le diverse traduzioni, i titoli, il genere letterario, la metrica, il contesto vitale di produzione, l’autore analizza le diverse tipologie di Salmi: i primi due e gli ultimi due Salmi del Salterio, che fungono da cornice teologica e politica di tutto il libro; i Salmi di lamento e di ringraziamento, che erano recitati nella famiglia o nel clan o nel santuario locale; i Salmi della teologia di Sion, che hanno come riferimento il Tempio, e quelli della teologia del popolo di Dio, che riguardano il popolo. In particolare, il Sl 47 colpisce per la visione universalistica del popolo di Dio, probabilmente non abbastanza compresa dalla Chiesa quando canta questo Salmo nel giorno dell’Ascensione. Dei Salmi storici viene esaminato il Sl 114, in cui si propone un’attualizzazione dell’Esodo, mentre dai Salmi regali l’autore ricava il senso della responsabilità della politica sul benessere del popolo. All’opposto dei Salmi regali si trovano i Salmi che spostano l’attenzione sui poveri, in quanto alla base del Dio dei poveri c’è la mancanza di fiducia nel re. I Salmi di lode al Dio creatore, come il Sl 33, hanno il loro contesto nel culto ufficiale, in quanto, a differenza dei Salmi individuali di lamento e ringraziamento, essi cantano Jhwh come signore del cosmo, come Dio di un popolo. Di grande importanza teologica è il Sl 8, che mette a raffronto la maestà di Dio e la piccolezza dell’uomo, considerato sovrano degli animali, col compito di difendere la natura, come fa un buon re. L’ultimo capitolo è dedicato alla mistica di Dio, cioè al rapporto stretto, di relazione intima, che si instaura tra Dio e l’uomo: l’autore prende in esame, fra gli altri, il Sl. 23, reinterpretato non come canto di ringraziamento per il pasto rituale, ma come Salmo di fiducia che usa la metafora del pastore per indicare il buon re. In conclusione, un lavoro esegetico accurato ed approfondito, che esamina i Salmi sotto il profilo letterario, filologico, storico e teologico, che li inquadra nel loro contesto storico-geografico, spiegandone alcuni passaggi con richiami intertestamentari e legando alcune immagini alle tradizioni giudaiche o vicino-orientali, sulle quali ci fornisce interessanti informazioni: ad esempio, la differenza tra i gruppi dei Coraiti e degli Asafiti; l’uso dell’olio nel mondo antico; il motivo del giubilo, usato per l’incoronazione del re, per il raccolto, per la salvezza escatologica; il concetto del sogno profetico. Ma il merito maggiore di questo testo è il tentativo di accordare l’uso cristiano dei Salmi con la loro originaria destinazione giudaica, conservandone quindi il significato primario, che non viene svalutato, ma anzi rafforzato, ma da cui viene tratto anche un senso per la nostra spiritualità moderna e cristiana.

 

Antonella Varcasia

 

13 novembre 2016

Luca 5,1-11

Pietro è il primo (discepolo) che ha ricevuto come ordine la parola di  Gesù. La sua esperienza di pescatore gli ha insegnato che  ci sono i momenti in cui la pesca è generosa. Momenti in cui non si pesca  niente e talvolta tanto da quasi far affondare una barca.

La vera realtà che lui comprende è che  non dipende tutto da lui come  uomo ordinario, un pescatore di professione, ma  da diversi fattori. Il pescatore sa spiegare questo fatto. Mi sembra di aver sentito dai miei parenti che se c’è la luna piena è il momento più opportuno per pescare, gettare le reti per poter prendere tanti pesci.

Così egli ha risposto a Gesù: « Tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla». Come a dire: ho fatto tutto ciò che mi è stato possibile fare. Da parte mia ho già provato tutto. Quindi non c’è più niente da fare eppure è proprio in questo momento che Gesù rivolge la sua chiamata.  Come dire«prova ancora e vedrai».

Grazie a questa seconda volta, grazie ad un’altra possibilità la vita cambia immediatamente.  Bisogna riprovare, dice il Maestro Gesù. Perciò Simone Pietro ha aggiunto «però, secondo la tua parola, getterò le reti».

La professione come la missione sta in questo: ciò che posso fare, ciò che mi è possibile  fare lo faccio perché quello  da senso alla mia vita e ad altri. Gesù era in mezzo alla folla. Egli ha compiuto il suo mandato di far udire la parola di Dio e allo stesso tempo consegna una missione a qualcuno come Pietro: «Tu che hai ascoltato ciò che ti ho detto, facendolo, ti dico che ‘tu diventerai uno pescatore di persone, di uomini’».

Il mandato di Pietro  era chiaro: di essere un pescatore degli uomini, un mandato specifico rivolto a lui da Gesù. Simone il pescatore con  la sua barca e le sue reti lavorerà e collaborerà. Lascia insieme ad altri suoi compagni la pesca in mare per pescare in un altro senso. Rimane un pescatore ma questa volta di uomini. Egli li raccoglie in un luogo come la chiesa di Dio oggi. La chiesa come un gruppo di famiglia, un popolo appartenente ad una sola nazione o come noi oggi  di provenienza diversa, eppure siamo tutt’uno in Cristo Gesù.

 

 

Noi oggi siamo qui perché continuiamo ad ascoltare l’annuncio della parola di Dio, questo è chiaro  per me perché prima di annunciare la parola  di Dio, cerco di ascoltarla e  meditarla per poi  trasmetterla nella predicazione e  anche voi dovete trasmetterla ad altri. E’ una passa parola.

Siamo anche noi mandati da Gesù come è stato per Pietro ed i suoi compagni Giacomo e Giovanni.  Sono molto felice di fare questo cammino con voi. Mi rallegro molto nel pensare che a partire dal compito missionario del figlio di Dio ci siamo incontrati in questo luogo.

L’apostolo Paolo paragona la chiesa a un unico corpo con molte membra che hanno cura l’uno dell’altra. Prenderci cura a vicenda è il nostro obiettivo principale, questa è la vera comunità.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore,

grazie per tutte le occasioni in cui abbiamo potuto fare qualcosa per il bene della chiesa tutta e noi proseguiremo ancora per tutto il tempo che Dio ci darà. Quindi siamo tutti benefattori e beneficiari della sua chiesa.

Dio ha formato il corpo in modo da dare maggior onore alla parte che  mancava,  perché non ci fosse divisione nel corpo ma le membra avessero la medesima cura le une per le altre.  Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui. L’apostolo Paolo ci parla e dà consiglio alle chiese di oggi perché sperimentino  nel loro vissuto la profondità della loro missione. Il corpo ha bisogno di cura e prima di tutto di curare se stesso, le stesse membra devono collaborare in maniera di farsi carico l’uno dell’altro.

La diversità delle chiese non significa divisione. Ci sono aspetti importanti come la pratica della fede che sono preziosi doni di contribuzione. Gli scambi dei doni delle chiese sono quelli che portano avanti la missione di Dio sulla terra.  Abbiamo bisogno oggi della collaborazione condividendo quello che abbiamo. Ciò di cui ha bisogno l’altro.

E’ bello ricordare che due  domeniche fa, il 30 ottobre , le chiese evangeliche sono state insieme proprio per condividere la loro comunione in Cristo Gesù in piazza Lutero. Noi c’eravamo. Potremmo incontrarci ancora lì, darci degli appuntamenti per chiacchierare e mangiarci un panino. Lì in quel giardino potremmo parlare della nostra fede.

Le chiese sono come le barche, le reti sono come la parola di Dio gettate perché si raccolgano gli uomini e le donne  che hanno bisogno delle cure: corpo e anime da curare da parte di quelli che sono stati chiamati a svolgere il compito di essere pescatori degli uomini come sono stati Simone Pietro, Giacomo e Giovanni.

I discepoli di Gesù d’allora sono tuttora importanti per la nostra missione. Oggi ricordiamo i tre discepoli che si sono dedicati a seguire Gesù e ad andare dappertutto per annunciare il motivo del loro  vivere. Da allora  Gesù  ha rivolto loro la chiamata e a coloro che hanno risposto di ‘sì’  ha ordinato che non si torna più indietro (Lc.9,57-62). Noi vediamo che i 12 discepoli o i 70 hanno adempiuto la loro missione fedelmente.  Il servizio cristiano è adatto solo a chi ha lo sguardo fisso alla meta! Rispondere di sì alla chiamata per l’annuncio del regno di Dio , significa impegnarsi per tutta la vita.

Care sorelle e cari fratelli in Cristo Gesù, il nostro buon Maestro rivolge a noi una fresca chiamata. Il nostro tempo è prezioso,  da non sprecare ma da utilizzare pienamente. Vivere il tempo per noi e per gli altri conta molto  perché non torna più.  Dio ci ha dato insieme l’occasione per testimoniare la verità che dà senso al nostro vivere su questa terra, in particolare in questa città.  La fedeltà di Dio ci accompagna con le sue promesse. Egli ci chiede di proseguire e  di non fermarci mai perché ci aspettano nuovi incontri, nuove responsabilità, nuove possibilità.

Gesù ha detto ai suoi discepoli di lasciare ciò che pesa soprattutto quando uno affronta un viaggio. Vuol dire che il discepolo deve essere più leggero nel suo spostarsi. Non deve essere carico.  In questa settimana, come sapete ho avuto un incontro di orientamento con i miei colleghi responsabili per il mio prossimo viaggio di formazione in una chiesa negli stati uniti e mi è stato detto di andare a Edgewater, Presbetarian Church a Chicago.

Saremo in cinque e ognuno di noi  è destinato a una chiesa in stati differenti. Due professori nostri, la nostra coach, i colleghi che sono andati prima di noi  ci hanno incontrati per aiutarci a prepararci psicologicamente e non solo. Essi ci hanno raccontato le loro esperienze che sono utili da conoscere. Dopo una settimana dal mio arrivo lì in febbraio compirò i  miei cinquant’anni. Io ritengo che questo viaggio sarà veramente una bella esperienza per me come lo sono tutti i viaggi, in generale. Conoscere nuova culture, nuovi posti sulla terra,  conoscere nuove persone  è un privilegio.

Personalmente, sono ancora più emozionata di conoscere questa terra  cioè un paese da cui qualcuno è partito per insegnare ai miei nonni  come vivere la fede nella tradizione protestante di denominazione metodista.  E’ molto interessante poi per me condividere con coloro  che incontrerò. Che sono stati gli americani a esportare una lingua straniera nel mio paese e  che hanno tuttora  molta influenza laggiù.

Persino nel mio paese sono stata sempre straniera parlando lingue diverse. Ma questa è stata anche una fortuna nella mia vita  perché ho imparato a leggere la Bibbia in italiano e ho avuto l’opportunità di stare con voi.  Il mandato di Pietro di diventare  un pescatore di uomini insegna a tutti noi credenti che c’è la possibilità per tutti noi di arrivare lontano per svolgere le nostre chiamate: la nostra missione sarà la nostra professione  in questa terra.  Non è facile affrontare una nuova realtà. Eppure il nostro padre Abramo fu mandato via dal suo paese, dai suoi parenti perché Dio potesse dimostrare che voleva cambiare la sua vita.

 

Pronti sempre ad esser dove Dio ci chiama. Il «DOVE» è una situazione, una persona, un rapporto, una cosa, un fatto. Un «dove»usuale, semplice, ovvio: quello della vita di ogni giorno. La sua grazia rende grande tutto ciò che è piccolo, quotidiano, banale. Riscatta l’apparente inutilità e la dichiara segno del  suo Regno che si compie.

Dio non sta mai alle spalle.

Non appartiene al passato, custodito nei ricordi.

È un Dio vivo, più vivo di noi: sta al presente e ci chiama dal futuro. «Maranatha»: ecco, il Signore che sempre viene.

 

Don Germano Pattaro. Nato a Venezia il 3 giugno 1925, fu ordinato sacerdote il 25 marzo 1950; svolse tutto il suo ministero pastorale nel Patriarcato di Venezia

 

past. Joylin Galapon