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I vangeli. Variazioni lungo il racconto

YANN REDALIE’,
Claudiana Editrice, Torino, 2011,
pp. 239, Euro 15,00

Punto di forza di questo testo è la dimostrazione della sostanziale unità della narrazione evangelica, attraverso la diversità dei racconti presentati dagli evangelisti, e la difesa di questa “pluralità limitata” come garanzia di libertà, che impedisce una chiusura nel dogma e nell’ideologia e apre invece al confronto e al dialogo. L’autore, dopo aver sottolineato l’importanza teologica del genere narrativo, in quanto mezzo attraverso cui viene trasmessa la rivelazione divina, e dopo aver tracciato una sintesi della nascita di Vangeli e Lettere e dell’iter di formazione del canone del Nuovo Testamento, passa in rassegna, attraverso i diversi racconti evangelici, i punti salienti della vita di Gesù, a partire dalle sue origini e dalla sua famiglia, per passare alle sue parole e alle sue azioni e concludere con la sua passione e la sua resurrezione. Già a proposito delle origini emerge la differenza tra Matteo e Luca nel presentare l’investitura di Gesù, cioè la legittimazione a compiere la sua missione: per l’uno la genealogia e il ciclo dell’infanzia che lo presentano come un nuovo Mosè; per l’altro l’inaugurazione del ministero pubblico a Nazareth con la citazione di Isaia, che lo presenta come il profeta liberatore atteso. Un intero capitolo è dedicato alla figura di Maria e al tentativo di darne un’interpretazione ecumenica, che superi le differenze di approccio tra protestanti e cattolici, trovando proprio nel Nuovo Testamento una diversità di ritratti, che danno una visione molto differenziata della madre di Gesù. Analogo atteggiamento è riservato alla famiglia di Gesù, in particolare al problema dei fratelli di sangue, con un esame accurato dei testi biblici e uno studio critico sulle interpretazioni date nei secoli su questo argomento. La sezione relativa alle azioni e alle parole di Gesù sottolinea l’importanza del genere narrativo, attraverso un’esegesi approfondita del miracolo dell’indemoniato di Gerasa e uno studio sul ruolo della parabola nella predicazione di Gesù. Si esamina poi il comandamento dell’amore per il prossimo, in particolare per i nemici, con un’interessante interpretazione dei concetti di “limite” e di “reciprocità” e un’analisi della parabola del Buon Samaritano. Il rapporto tra Gesù e il Tempio è occasione per discutere sul significato del sacrificio nell’ebraismo e sulle alternative al Tempio offerte da Qumran e da Giovanni Battista. La passione di Gesù è raccontata attraverso le diverse interpretazioni che gli evangelisti ne hanno dato, utilizzando le metafore del tempo (espiazione vicaria, sofferenza del giusto, riscatto), ma con un particolare riferimento al racconto di Marco e alla sua ironia drammatica. Per la resurrezione, invece, si prendono come riferimento il racconto lucano dei discepoli di Emmaus e quelli giovannei dell’apparizione alla Maddalena e dell’incredulità di Tommaso: in tutti i casi si sottolinea il rapporto tra presenza e assenza di Gesù, che ritroviamo nel racconto dell’ascensione, che apre alla svolta escatologica. Un capitolo è poi dedicato all’etica del Nuovo Testamento, sia in rapporto all’Antico, sia in relazione ai diversi approcci possibili (letteralista, idealista, analogico, aperto al confronto). L’opinione dell’autore è che Gesù proponga un cambio di prospettiva e un riordinamento della gerarchia dei valori, mentre Paolo propone un’etica dell’imitazione, non di tutta la vita di Gesù, ma solo della croce, e un’etica della libertà, in cui il punto di partenza è il prossimo. Conclude il testo un capitolo sulle diverse modalità di studio del testo biblico, la cui pluralità rappresenta per tutti i credenti un bene e una ricchezza.

 

Antonella Varcasia

 

 

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Il racconto di Marco

RHOADS David, DEWEY Joanna, MICHIE Donald,
Paideia, Brescia, 2011,
pp. 241, Euro 25,40

 

La storia di un racconto che si legge come un racconto… E’ quanto fa questo testo di tre professori americani che, applicando al Vangelo di Marco i metodi dell’esegesi narrativa, lo analizzano come una fiaba o una novella. Innanzi tutto viene esaminata la figura del narratore, che in Marco, con la sua onniscienza, ha il ruolo di tenere informato il lettore, guidarlo, fornirgli informazioni privilegiate, che i personaggi del racconto ignorano, tenere alta la suspense, trasmettere il proprio punto di vista, e quindi il sistema di valori e credenze in esso implicito. Anche l’ambientazione ha il suo ruolo, quello di creare le condizioni entro cui si muovono, non casualmente, i personaggi. Per quanto riguarda l’intreccio, elemento costitutivo di ogni racconto, gli autori si soffermano in particolare sull’esame dei conflitti, utili per vedere il disegno degli eventi che dà significato alla narrazione. Ogni racconto consiste, in fondo, nel perseguimento di un obiettivo e nelle forze che confliggono nel tentativo di raggiungerlo o contrastarne il raggiungimento. Nel caso del Vangelo di Marco vengono analizzati tre tipi di conflitto: quello di Gesù con le forze non umane (demoni, malattia, natura), basato su miracoli ed esorcismi; quello con le autorità, visto nei termini di sconfitta e vittoria, perché esso porta Gesù alla morte, ma anche alla resurrezione; quello con i discepoli, caratterizzato dall’alternarsi di successo e fallimento. In ogni caso il conflitto riguarda lo scontro tra i valori del Regno di Dio e l’egoismo umano. I personaggi, divisi in quattro gruppi (il protagonista Gesù; l’antagonista, ossia le autorità; i discepoli e i personaggi minori) sono presentati dall’Evangelista con l’intento di sensibilizzare il lettore ad accettare la “via positiva”, ossia vivere secondo le regole del Regno di Dio, e rifiutare la “via negativa”, vissuta secondo le regole umane. Il narratore, perciò, orienta la presa di distanza o l’identificazione del lettore coi personaggi, suscitando simpatia o disapprovazione nei loro confronti. La parte conclusiva del libro è dedicata al lettore, quello di ieri come quello di oggi: un racconto, infatti, può diventare se stesso soltanto tramite il canale del lettore, che lo recepisce e gli dà significato. La lettura è un dialogo, da cui entrambi gli interlocutori possono essere influenzati: il narratore cerca di indirizzare il lettore, in questo caso invitandolo a diventare seguace di Gesù; il lettore subisce il fascino della storia fino a cambiare la sua vita o i suoi valori oppure, al contrario, rimane indifferente o la rifiuta. Per chi ne subisce il fascino questo testo aiuta a comprenderne il perché.

Antonella Varcasia

 

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La nascita del giudaismo dallo spirito del cristianesimo

SCHÄFER Peter,
Paideia, Brescia, 2014,
pp. 188, Euro 22,00

E’ ormai acquisito che il cristianesimo non sia nato come una religione autonoma contrapposta al giudaismo, ma che anzi abbia avuto origine all’interno di esso, ma solo di recente gli studi si sono focalizzati sui rapporti reciproci tra i due movimenti e sull’influsso che a sua volta il cristianesimo ha avuto sulla nascita del giudaismo rabbinico. E’ proprio su questa influenza che si sofferma il testo di Schäfer, il cui pregio risiede soprattutto nella novità delle teorie sviluppate, nell’originalità del materiale studiato, nella prospettiva inconsueta da cui vengono analizzati i rapporti tra cristianesimo e giudaismo. La tesi di Schäfer è che i due sistemi di pensiero si sono sviluppati parallelamente dalla comune radice del giudaismo classico, influenzandosi a vicenda, prima di prendere strade diverse: il giudaismo avrebbe eliminato alcuni elementi presenti nella propria tradizione proprio in quanto usurpati dal cristianesimo, o, al contrario, si sarebbe riappropriato di tali elementi, riaffermandoli orgogliosamente proprio per ribadire la loro appartenenza originaria alla tradizione giudaica. Il libro si sofferma, in particolare, sul tema del messia bambino, sulla polemica contro la teologia binitaria e sul concetto del messia sofferente. Quanto al primo argomento, l’autore prende spunto da un racconto del Talmud palestinese, con la nascita del re messia Menachem a Betlemme e la sua sparizione ad opera di un vortice di vento, per analizzare questa tradizione, parallela a quella classica del messia adulto, e concludere che la storia talmudica sarebbe un capovolgimento ironico del racconto di Natale neotestamentario: in particolare, i sentimenti omicidi della madre nei confronti del figlio esprimerebbero il desiderio di uccidere il nascente cristianesimo. Il secondo tema viene affrontato sotto diverse angolazioni, per dimostrare che una parte del giudaismo cercava di ammorbidire il rigido monoteismo tradizionale. Tracce di una concezione binitaria della divinità si rinvengono infatti in diversi elementi e testi, come nella teologia della Sapienza, nei diversi nomi di Dio, nelle sue diverse incarnazioni, in particolare nella presenza di un Dio vecchio, giudice, e di un Dio giovane, guerriero. Schäfer avanza l’ipotesi di un’influenza della struttura dell’Impero romano di epoca dioclezianea, con la sua diarchia e la sua tetrarchia, i suoi augusti e i suoi cesari, e, studiando i motivi del Figlio dell’Uomo e dell’angelo Metatron nella letteratura canonica ed apocrifa, conclude che l’idea delle due potenze fosse presente soprattutto a Babilonia, in cerchie giudaiche che avevano risentito dell’influenza del cristianesimo: è qui che si ritrova l’idea di un essere umano straordinario asceso al cielo e trasformato in vicerè divino, idea che capovolge l’insegnamento neotestamentario, in cui è l’essere divino che si incarna, rinunciando alla sua divinità. Sull’ultimo punto Schäfer analizza un’altra figura di messia, appartenente alla stirpe di Efraim, il quale, a differenza di quello della stirpe di David, finisce ucciso nello scontro escatologico. Esso è presente in diversi testi giudaici, specie in alcune omelie, dove il ruolo di redentore è stabilito a monte da Dio: Efraim dovrà soffrire, dopo essersi incarnato ed essere stato inviato sulla terra, per poter permettere la creazione dell’uomo. Le tracce cristiane in queste omelie indicherebbero una riappropriazione giudaica di concetti usurpati dal cristianesimo. In conclusione, con la sua ricchezza di contenuto e di significato, il libro di Schäfer ha tutto il fascino della ricerca e costituisce un ulteriore passo avanti nella consapevolezza della nascita comune di giudaismo e cristianesimo, fratelli nutriti dallo stesso grembo.

 

Antonella Varcasia

 

 

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Deuteronomio

GERHARD von RAD,
Paideia Editrice, Brescia, 1979,
pp. 231, Euro 18,00

Il “Deuteronomio” di Gerhard von Rad è un libro senza tempo: nonostante siano passati alcuni decenni, esso mantiene inalterato il suo fascino e la sua attualità ed è facilmente reperibile. Il merito è forse del suo linguaggio scorrevole e comprensibile, che fa luce su un testo “difficile”, come è comunemente ritenuto il Deuteronomio. A differenza di Genesi ed Esodo, che sono libri più narrativi, il Deuteronomio è un libro teologico: invece delle storielle dei Patriarchi e dei racconti del deserto, qui abbiamo lunghi discorsi di Mosè, elenchi puntigliosi di leggi che regolamentano ogni aspetto della vita, strani rituali di benedizione e maledizione. Tutto è finalizzato a sottolineare i temi che stavano a cuore al redattore deuteronomista: il monoteismo, il patto, la centralizzazione del culto, la separazione del popolo eletto dai Gentili. L’esegesi di von Rad, condotta secondo il metodo storico-critico, ci permette di districarci nella complessità del testo, evidenziando le stratificazioni che si sono succedute nel tempo e che sono attribuibili a fasi storiche, autori e quindi anche mentalità e intenzioni differenti. In tal modo riusciamo a capire i motivi di certe usanze per noi inconcepibili, come lo sterminio, a spiegarci certe contraddizioni, a chiarire l’oscurità di talune affermazioni, a riconoscere le formule tipiche e i generi letterari, a evidenziare le interpolazioni tardive. Von Rad spiega il testo puntualmente, capitolo per capitolo, versetto per versetto, ma la sua non è un’esegesi erudita, finalizzata a mostrare il suo sapere: è invece un’esegesi chiarificatrice, ricca di contenuto, ma condotta con un linguaggio accessibile a tutti. Particolarmente interessante è il raffronto tra i comandamenti in Esodo 20 e in Deuteronomio. Il decalogo sembra identico, ma von Rad ci fa capire che la diversa motivazione messa a base del rispetto del sabato sottolinea un mutamento nella struttura sociale, che ora si fa più attenta ai bisogni del popolo: il sabato associato non più alla creazione, ma all’uscita dall’Egitto, ed esteso a schiavi, stranieri e animali domestici, denota sensibilità psicologica e caritativa piuttosto che cultuale, come era invece nel racconto dell’Esodo. Allo stesso modo, la “spigolatura” è giustificata da un motivo non più sacrale (lasciare qualcosa per gli spiriti dei campi), ma umanitario (lasciare qualcosa per i poveri). L’autore si sofferma anche sulle diverse motivazioni che sono alla base della centralizzazione del culto, sulle varie interpretazioni dell’anno sabbatico, sul significato di alcuni termini, come “giustizia”, sul passaggio delle feste di Israele da celebrazioni di natura agricola a memorie della storia salvifica. Il Deuteronomio, infatti, recupera e attualizza antiche tradizioni cultuali e giuridiche: anche ciò che sembra più innovativo e rivoluzionario, come l’abolizione del principio della responsabilità collettiva, in realtà è, secondo von Rad, anteriore al Deuteronomio stesso, mentre altri elementi, come il concetto del ritorno di Israele, appartengono già all’opera storiografica deuteronomistica, in cui il Deuteronomio è stato letterariamente inserito. In conclusione, il commento di von Rad rappresenta un utilissimo strumento per affrontare la lettura del libro biblico, mettendoci in grado non solo di capire, ma anche di amare questo testo, di cui ci fa riscoprire il fascino e l’attualità.

 

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I Salmi. Vol. I

ZENGER Erich, Paideia, Brescia, 2013,
pp. 203, Euro 18,80

L’esegesi dei Salmi condotta da Erich Zenger ha un taglio particolare, che la rende degna di nota, al di là della competenza storica, filologica e teologica di cui dà testimonianza. Il Salterio è interpretato all’interno del suo contesto veterotestamentario, ma con un risvolto attualizzante che ne motiva anche l’uso cristiano, tradendo l’impegno dell’autore nel dialogo Ebreo-Cristiano. Zenger, ad esempio, rifiuta il concetto che il Dio di vendetta sia tipico dell’Antico Testamento, esistendone testimonianze anche nel Nuovo, e intende le espressioni di odio di alcuni Salmi (ad es. Sl 137, 8) non come dogma, ma come forma di poesia, manifestazioni di paura, dimostrazione che Dio non è neutro di fronte al dolore. In questo primo di quattro volumetti previsti (due finora pubblicati) l’autore prende in considerazione alcune tipologie di Salmi, ad ognuna delle quali è dedicato un capitolo, con una breve introduzione sulla tipologia e l’analisi di due o tre Salmi per tipo. Per ogni Salmo l’autore effettua un commento generale ed un’esegesi specifica, con proposte di struttura e di datazione, analisi degli ambienti di utilizzo e delle modalità di composizione. Dopo aver spiegato l’inquadramento dei Salmi nella Bibbia, le diverse traduzioni, i titoli, il genere letterario, la metrica, il contesto vitale di produzione, l’autore analizza le diverse tipologie di Salmi: i primi due e gli ultimi due Salmi del Salterio, che fungono da cornice teologica e politica di tutto il libro; i Salmi di lamento e di ringraziamento, che erano recitati nella famiglia o nel clan o nel santuario locale; i Salmi della teologia di Sion, che hanno come riferimento il Tempio, e quelli della teologia del popolo di Dio, che riguardano il popolo. In particolare, il Sl 47 colpisce per la visione universalistica del popolo di Dio, probabilmente non abbastanza compresa dalla Chiesa quando canta questo Salmo nel giorno dell’Ascensione. Dei Salmi storici viene esaminato il Sl 114, in cui si propone un’attualizzazione dell’Esodo, mentre dai Salmi regali l’autore ricava il senso della responsabilità della politica sul benessere del popolo. All’opposto dei Salmi regali si trovano i Salmi che spostano l’attenzione sui poveri, in quanto alla base del Dio dei poveri c’è la mancanza di fiducia nel re. I Salmi di lode al Dio creatore, come il Sl 33, hanno il loro contesto nel culto ufficiale, in quanto, a differenza dei Salmi individuali di lamento e ringraziamento, essi cantano Jhwh come signore del cosmo, come Dio di un popolo. Di grande importanza teologica è il Sl 8, che mette a raffronto la maestà di Dio e la piccolezza dell’uomo, considerato sovrano degli animali, col compito di difendere la natura, come fa un buon re. L’ultimo capitolo è dedicato alla mistica di Dio, cioè al rapporto stretto, di relazione intima, che si instaura tra Dio e l’uomo: l’autore prende in esame, fra gli altri, il Sl. 23, reinterpretato non come canto di ringraziamento per il pasto rituale, ma come Salmo di fiducia che usa la metafora del pastore per indicare il buon re. In conclusione, un lavoro esegetico accurato ed approfondito, che esamina i Salmi sotto il profilo letterario, filologico, storico e teologico, che li inquadra nel loro contesto storico-geografico, spiegandone alcuni passaggi con richiami intertestamentari e legando alcune immagini alle tradizioni giudaiche o vicino-orientali, sulle quali ci fornisce interessanti informazioni: ad esempio, la differenza tra i gruppi dei Coraiti e degli Asafiti; l’uso dell’olio nel mondo antico; il motivo del giubilo, usato per l’incoronazione del re, per il raccolto, per la salvezza escatologica; il concetto del sogno profetico. Ma il merito maggiore di questo testo è il tentativo di accordare l’uso cristiano dei Salmi con la loro originaria destinazione giudaica, conservandone quindi il significato primario, che non viene svalutato, ma anzi rafforzato, ma da cui viene tratto anche un senso per la nostra spiritualità moderna e cristiana.

 

Antonella Varcasia

 

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I lati oscuri di Dio

RÖMER Thomas,
Claudiana, Torino, 2008,
pp. 112, Euro 10,00

 

Quante volte, leggendo la Bibbia, restiamo sconcertati di fronte a certe azioni di Dio che ci sembrano troppo “umane”? Dio dimostra ira, gelosia, desiderio di vendetta,  crudeltà. Già gli antichi provavano imbarazzo di fronte a queste situazioni, al punto che Marcione, un eretico del II secolo, rifiutava il Dio veterotestamentario, primitivo e negativo, contrapponendogli il Dio neotestamentario, quintessenza dell’amore e del perdono. Questo bel libretto di Römer si interroga sugli aspetti sconcertanti di Dio, che spiega come sopravvivenza di antiche tradizioni confluite nella Bibbia ebraica. Tra i “lati oscuri” da lui analizzati figurano quelli legati al Dio patriarcale: Jhwh è descritto come un essere maschile per l’influenza di due concetti: il re, che doveva garantire benessere e protezione al suo popolo, e lo sposo, metafora del rapporto tra Jhwh e Israele. Alcuni testi biblici, però, mostrano che accanto a Jhwh erano venerate delle divinità femminili. L’attributo di Padre rappresenta un riconoscimento di autorità e di dipendenza in un periodo in cui, scomparsa la monarchia, l’unica struttura funzionante era la famiglia. Ma diversi testi biblici insistono sugli aspetti femminili di Dio, quali la tenerezza e la misericordia, e utilizzano spesso una terminologia femminile, come le espressioni relative al parto e all’allattamento, per sottolineare che Dio soffre per il suo popolo come una donna in travaglio. Altri “lati oscuri” riguardano la crudeltà di Dio, con riferimento ai sacrifici umani, che Dio chiede o tollera, e al tentativo di uccidere i suoi protetti. Nel primo caso Römer analizza il sacrificio di Isacco e le sue varie interpretazioni, per concludere che esso ha un intento didattico e polemico, in quanto prefigura un Dio divenuto incomprensibile e contesta un Dio costruito ad immagine dell’essere umano ideale. Nell’episodio della figlia di Jefte, invece, è descritto un Dio che mette gli uomini davanti alla loro propria crudeltà. Quanto ai tentati omicidi, Römer analizza la lotta di Giacobbe con l’angelo, che interpreta come mito eziologico per spiegare il nuovo nome del popolo di Israele alla ricerca di una nuova identità, e il tentativo di uccidere Mosè, che ha lo scopo di contestare il rigorismo esclusivista imposto da Neemia ed Esdra nel postesilio, con la proibizione dei matrimoni misti, sottolineando l’azione della moglie straniera di Mosè. Römer si dilunga anche sull’immagine del Dio tiranno, ispirata al modello del re assiro, cui si dovevano amore, timore e obbedienza esclusivi, e su quella del Dio guerriero, influenzata anch’essa dall’ideologia assira, in cui Dio appare come un comandante militare a capo di un popolo bellicoso, che conquista il paese con le armi, ideologia utile al momento della conquista della Terra Promessa. Le diverse immagini di Dio sono sempre legate al contesto storico: ad esempio il linguaggio aggressivo con cui Dio stesso esorta alla purificazione etnica, votando allo sterminio i popoli conquistati, è comprensibile in un’epoca di crisi, in cui era in gioco per Israele la perdita dell’identità come popolo, come quella successiva al ritorno in patria dopo l’esilio babilonese. Tuttavia, la Bibbia ha trasmesso anche molti racconti che si oppongono a questa tendenza, come quelli dei Patriarchi, che riflettono un mondo pacifico e un rapporto positivo con gli altri popoli. Ancora, Römer affronta l’immagine del Dio violento, con la storia di Caino ed Abele, che insegna ad accettare le disuguaglianze e a non reagire con la violenza. L’immagine del Dio vendicativo si trova invece soprattutto nei Salmi collettivi, che, in un contesto di oppressione, commemorano la disperazione di un intero popolo, che rimpiange la patria ed auspica la vendetta: qui la violenza del linguaggio è solo un grido di disperazione, non un programma politico di annientamento dei nemici. Dopo aver affrontato anche il tema della presenza della sofferenza e del male nel mondo secondo l’Antico Testamento, Römer cita due esempi dell’incomprensibilità di Dio, quando egli agisce diversamente da quello che l’uomo si aspetta: l’apparizione ad Elia, in cui, invece che in una manifestazione di potenza, Dio appare in un sussurro, e il libro di Giona, in cui, contestando la logica della retribuzione, si pone l’accento sulla misericordia divina. La conclusione del testo di Römer è che i “lati oscuri di Dio” non si ritrovano solo nell’Antico Testamento, ma anche nel Nuovo: essi vanno contestualizzati per essere compresi e, comunque, non esauriscono la complessità della figura di Dio, ma mettono in guardia contro concezioni troppo umane di Dio, perché il Dio biblico non può essere ridotto al rango di un “buon Dio”.

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Il pane e il Regno

RICCA Paolo,
Morcelliana, Brescia, 2001,
pp. 192, Euro 11,00

 

Non esiste forse preghiera più recitata dal Padre nostro, e non esiste forse preghiera più bella. Ma  siamo così avvezzi ad essa che ormai la recitiamo quasi automaticamente, senza passione e senza entusiasmo, soprattutto senza renderci conto di quello che esattamente significhi. Questo testo di Paolo Ricca, che vi invito a leggere, è un commento al Padre nostro, ma non un commento generico sulla sua portata teologica, bensì una guida a penetrare in profondità ogni singola parola, per aiutarci a comprendere appieno che cosa veramente chiediamo al Signore quando ci rivolgiamo a Lui nella nostra intimità o nella preghiera comunitaria. Il testo è la trascrizione della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti in cui la conduttrice Gabriella Caramore ha intervistato Paolo Ricca sull’argomento: uno dei pregi del libro sta proprio nella scorrevolezza della lettura, data dalla struttura a domande e risposte, e nell’apporto di altri interventi, non solo cristiani, ma ebraici, islamici e addirittura buddisti, induisti e laici, che arricchiscono di significato le spiegazioni dell’ospite principale. Si parte dalla richiesta dei discepoli a Gesù “Insegnaci a pregare”, per indagare il senso e lo scopo della preghiera, le sue modalità, la differenza tra preghiere spontanee e rituali. Quindi, dopo aver ricordato che esistono due versioni del Padre nostro, si analizza il testo più lungo, contenuto nel Vangelo di Matteo, setacciandone ogni parola, di cui si approfondisce il significato, con interpretazioni sorprendenti. Ad esempio, la parola Padre, che Gesù deriva dall’ambiente giudaico del tempo, è profondamente innovata, perché Gesù usa un termine più intimo e confidenziale per mostrare la vicinanza di Dio all’uomo, la sua tenerezza amorevole e materna, che contraddice l’idea del padre autoritario e tirannico, tipica delle società patriarcali. Viene descritto il significato del Nome nella tradizione ebraico-cristiana e si discute sull’impronunciabilità del nome di Dio in quella ebraica e musulmana, mentre la santificazione del nome è contrapposta alla sua profanazione. Vengono individuate le caratteristiche del Regno di Dio di cui noi invochiamo la venuta e si discute sul paradosso della vicinanza di questo Regno in una società che ne sembra totalmente agli antipodi. Si affronta lo spinoso problema della Volontà di Dio, non sempre coincidente con la nostra, mentre la richiesta del Pane è occasione per stimolare la nostra coscienza riguardo alla fame nel mondo e si sottolinea che, non a caso, il pane è “nostro”, cioè della collettività, come “nostro”, cioè di tutti, è il Padre. Molto toccante il discorso sul Perdono, con la distinzione tra il perdono divino, che cancella completamente il peccato, e quello umano, che non toglie la colpa, ma la mette tra parentesi, spezzando la catena del male. Scopriamo poi che Dio ci induce veramente in Tentazione, e non solo ci espone ad essa, come vorrebbe una traduzione più edulcorata del testo, e scopriamo che il Male di cui imploriamo la liberazione è una forza che ci trascende e non va identificata solo con ciò che di negativo facciamo, ma anche con ciò che di negativo subiamo. Molto interessante è il raffronto tra l’interpretazione cristiana e quella ebraica della parola Amen, che chiude la dossologia finale della preghiera, mentre il confronto finale interreligioso evidenzia la particolarità cristiana di sentirsi figli di Dio. In definitiva, la lettura di questo commento ci aiuterà ad essere più consapevoli delle nostre richieste quando invocheremo il Signore con le parole che Gesù ci ha insegnato.

Antonella Varcasia