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La teologia del Novecento

FULVIO FERRARIO,
Carocci editore, Roma, 2011,
pp. 303, Euro 24,00

In che modo la teologia ha affrontato la sfida della modernità lanciata dal secolo scorso? Ce lo spiega, in questo bellissimo libro, Fulvio Ferrario, docente della Facoltà Valdese di Teologia in Roma, che, attraverso l’analisi del pensiero dei maggiori teologi ed esegeti del Novecento, non solo protestanti, come Barth, Bonhoeffer, Bultmann, Moltmann, eccetera, ma anche cattolici ed ortodossi, rievoca le principali tematiche su cui si è incentrato il dibattito teologico del secolo passato, le ideologie e i conflitti, mettendo in luce, con grandissima lucidità ed obiettività e con estremo rigore scientifico e competenza, le varie posizioni confessionali. La secolarizzazione, il pluralismo religioso, il femminismo, le varie teologie della liberazione (latino-americane, nere, asiatiche, africane), le speranze aperte e frustrate dai Concili, il movimento ecumenico, la crisi di Dio e della Chiesa e il sorgere delle nuove forme carismatiche e “postcristiane” di Cristianesimo: in poco meno di 300 pagine sono riassunte le sfide con cui il pensiero teologico si è dovuto confrontare in un secolo di storia recente. E’ certamente un testo impegnativo, ma lo stile e il linguaggio, colti, ma alla portata di un lettore di cultura media, ne fanno un libro avvincente e di agevole lettura, indispensabile per il credente che voglia vivere la propria fede nella consapevolezza della dimensione laica e problematica del proprio mondo e del proprio tempo.

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Padre nostro

EDUARD LOHSE,
Paideia, Brescia, 2013,
pp. 150, Euro 16,00

Il pregio di questo commento al Padre nostro è quello di calare la preghiera cristiana più famosa all’interno dell’ambiente giudaico da cui è scaturita, analizzandola da quella prospettiva per coglierne sia la continuità con la tradizione giudaica sia gli elementi originali che essa propone. Il testo è suddiviso in tre capitoli, seguiti da un’appendice. Il primo capitolo prende in considerazione la tradizione del Padre nostro, le differenti versioni di Matteo e Luca, l’originale aramaico e il testo greco, suggerendo che nella sua forma primaria la preghiera doveva avere un andamento poetico, e infine prende in esame le preghiere giudaiche del tempo di Gesù, in particolare quelle scoperte a Qumran, lo Shemà, il Qaddish e le Diciotto Benedizioni, concludendo che Gesù ha sicuramente attinto a questa ricca tradizione, ma l’ha poi rielaborata in modo originale. Il secondo capitolo analizza le sette petizioni del Padre nostro, soffermandosi su ogni singola parola, di cui viene ricercato il significato, anche attraverso il confronto con il suo uso nel giudaismo. Ad esempio, l’autore analizza il significato del termine Padre in alcune preghiere giudaiche, dove la designazione di Dio come Padre è strettamente unita alla maestà divina e non è mai pronunciata da un singolo, a differenza del Padre nostro, in cui essa indirizza l’orante verso un atteggiamento di fiducia. La richiesta della venuta del Regno è compresa alla luce dell’escatologia giudaica, da cui Gesù riprende la nozione di signoria di Dio, svincolata però dalle sue connotazioni politiche, ed è collegata alle parabole contenute nei Vangeli su questo tema (il seme che cresce da sé, il granello di senape, il lievito e il seminatore). La petizione del pane occupa uno spazio particolare per l’analisi del termine greco tradotto generalmente con “quotidiano”, ma che è un termine rarissimo in tutta la letteratura antica, la cui radice potrebbe riferirsi al verbo essere o al verbo andare, conducendo a significati anche teologicamente diversi: basti pensare alla traduzione latina della Vulgata, dove il pane quotidiano è definito “ultraterreno”. La richiesta del pane è poi messa a confronto con il Discorso della montagna, che, con il suo invito a non preoccuparsi per il domani, sembra mal conciliarsi con la petizione del Padre nostro. Sulla questione del perdono si analizza la differenza tra Luca e Matteo, che usano, rispettivamente, il presente e il passato del verbo “rimettere”: l’impostazione matteana, che potrebbe alludere ad una reciprocità contrattuale (l’uomo otterrebbe il perdono solo se ha perdonato a sua volta), viene invece da Lohse spiegata con una diversa traduzione dell’originale aramaico. Anche qui la petizione viene affiancata ad una parabola, quella del servo spietato, per sottolineare il rapporto tra preghiera ed azione. Il terzo capitolo riepiloga il significato complessivo del Padre nostro e analizza l’uso della preghiera nel primo contesto cristiano, ad esempio nella Didachè: la preghiera di Gesù diventa simbolo dell’unione tra giudei e cristiani, che potrebbero “riscoprire il legame che li unisce in virtù della storia comune”. Interessante, anche se appesantita da una certa ripetitività, è l’Appendice, in cui l’autore esamina il commento al Padre nostro effettuato dai Riformatori e quello presente in diversi catechismi cattolici o in autori moderni, sia cattolici che protestanti, per ribadire l’importanza ecumenica di questa preghiera che, come disse Tommaso d’Aquino, nonostante le divisioni all’interno della cristianità, “rimane il bene comune e un appello urgente per tutti i battezzati”.
Antonella Varcasia

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La fragilità del male”

BONHOEFFER Dietrich,
Piemme, Milano, 2015,
pp. 176, Euro 17,50

L’incontro con il pensiero di Bonhoeffer è sempre edificante, anche quando è sotto forma di frammenti, appunti, meditazioni, come è il caso di questa raccolta di scritti inediti, che documentano l’interesse del teologo tedesco per il tema del male lungo un intero ventennio, dal 1925 al 1945. I frammenti non sono però distribuiti cronologicamente, in modo tale da poter cogliere l’evoluzione del pensiero di Bonhoeffer, bensì per tematiche: l’esperienza del male, che prende in esame, in particolare, la paura, il dolore, la morte, la guerra, la solitudine, il peccato; il rapporto tra Dio e il male, e quindi la collera divina, il diavolo, la violenza e la sofferenza testimoniate nella Scrittura, compresa la passione di Gesù; la vittoria sul male, cioè l’amore, il perdono, la pace, il conforto della Chiesa, la speranza, la preghiera. Al centro di tutto è la croce: chi la ama ama anche la sofferenza e considera il dolore come una forma di benedizione, attraverso la quale Dio ci chiama a sé. Dio per primo è un Dio che soffre e quindi rende santa la sofferenza; perfino la morte diventa bella, in quanto rappresenta il passaggio alla nostra vera patria, regno di gioia e pace. Dopo aver preso atto dell’esistenza del male nel mondo, Bonhoeffer vede in Cristo crocifisso l’unica soluzione: si può superare la sofferenza solo sopportandola, perché, per chi crede, essa ricade su Cristo. Il cristiano deve portare la croce: più cerca di scrollarsela di dosso, più essa diventa pesante, perché “è il giogo di se stesso, che si è scelto da solo”, mentre Gesù invita a deporre il proprio giogo e a portare il suo, che è leggero e che dà pace e gioia, perché ci rende certi della sua vicinanza. Sono parole molto dure, ma, in fondo, Bonhoeffer invita a seguire Gesù, intraprendendo la via dell’amore: perciò egli insiste sulla necessità dell’amore e del perdono, sul compimento della volontà del Signore, che può essere espressa in modo semplice, nella vita quotidiana, amando i nostri cari, aiutando i bisognosi, praticando la misericordia, amando i nostri nemici, perché il nemico vive nell’odio e quindi ha più bisogno del nostro amore. Chiude il libro un capitolo sulla responsabilità, in cui Bonhoeffer invita a comprendere la bontà di Dio come responsabilità nei confronti dei fratelli: nel momento in cui ringraziamo Dio per ciò che ci ha elargito, pur essendone indegni, dobbiamo ricordarci di tutti i fratelli che non sono stati privilegiati allo stesso modo. Il male allora ci appare fragile: esso può essere vinto quando, con un atto responsabile, ci si oppone ad esso, facendo maturare dentro di noi i valori dell’amore, della pace, della calma, della gioia, della gentilezza, della mitezza, della fede.

 

Antonella Varcasia

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La Riforma protestante nell’Europa del Cinquecento

di LUCIA FELICI,
Carocci, Roma, 2016,
pp. 326, Euro 29,00
Un saggio esaustivo dal punto di vista storico, per l’approfondita analisi delle origini, della diffusione e dell’articolazione del movimento riformatore del XVI secolo, ma anche un testo di piacevole lettura, strutturato secondo due direttrici: una, verticale, ricostruisce la storia della Riforma attraverso il tempo, a partire dall’analisi dei secoli precedenti, dove si possono rintracciare i primi germi di insoddisfazione religiosa, politica e sociale, proseguendo con la genesi del movimento, il suo consolidamento e la sua diversificazione in varie tipologie, nell’ambito sia della Riforma magisteriale sia di quella radicale. La seconda direttrice, orizzontale, analizza la propagazione del movimento nei paesi europei, con speciale riferimento all’Italia. Particolare rilievo assume la ricerca delle motivazioni che sono all’origine della nascita della Riforma e della sua diffusione a livello europeo. Le motivazioni religiose si legano con quelle politiche, economiche, culturali e sociali: non solo la decadenza della Chiesa, ma anche il desiderio di autonomia dei sovrani europei rispetto al centralismo romano; lo sviluppo dell’Umanesimo e degli scambi internazionali; l’affermarsi della stampa; le proposte di rinnovamento di intellettuali come Erasmo: tutto ciò favorì l’apertura delle menti e la circolazione delle idee, preparando il terreno alla protesta luterana e alla sua trasformazione da semplice disputa teologica in un processo di rottura con la tradizione romana. La complessa articolazione della Riforma è affrontata attraverso luoghi e protagonisti e molto spazio viene dato alle persecuzioni di anabattisti, antitrinitari e nicodemiti e al significato storico della ricerca eterodossa, che portò all’elaborazione dei moderni concetti di libertà e tolleranza, di universalismo e di relativismo religioso. In Italia lo sviluppo fu condizionato dalla presenza della Chiesa, dall’eredità rinascimentale, dall’indipendentismo repubblicano, dall’anticlericalismo, dalla frammentazione politica, tutti elementi che plasmarono la Riforma italiana in modo originale, favorendo lo sperimentalismo dottrinale e la rielaborazione autonoma. In Europa la Riforma fu accolta, tollerata o respinta, a seconda dell’influenza di diversi fattori, come il sostegno politico della Chiesa agli stati coinvolti nel conflitto confessionale o l’opera di evangelizzazione dei gesuiti. Generalmente, la tolleranza rispose più a esigenze pratiche che al riconoscimento di un ideale di libertà, così come l’accoglimento o il rifiuto delle nuove dottrine dipesero dalla convenienza delle alleanze politiche. Il saggio sottolinea infine l’impatto avuto dalla Riforma non solo sulla vita spirituale, ma anche sulla società e sulla cultura, i cui valori furono completamente trasformati: l’idea del tempo e del lavoro, il ruolo della famiglia e della donna, l’assistenza sociale e la circolazione culturale, l’atteggiamento positivo nei confronti della scienza, che contribuì alla nascita del pensiero storico-critico, nonché la relativizzazione del concetto di verità, rivelatasi fondamentale per lo sviluppo del pensiero moderno. Antonella Varcasia

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Ritratti di Paolo

MALINA Bruce e NEYREY Jerome,
Paideia, Brescia, 2016,
pp. 273, Euro 32,00

Partendo dalla considerazione che il pensiero di un autore vada contestualizzato nella sua epoca e nel suo ambiente, il testo analizza la figura di Paolo dal punto di vista dell’antropologia culturale, cioè non con gli occhi dell’occidentale moderno, ma con quelli di un uomo mediterraneo del I secolo, servendosi dei modelli in uso nell’epoca antica per valutare la personalità, come gli encomi, stilati secondo le regole contenute in appositi manuali; i discorsi giudiziari di difesa, che seguono i dettami della retorica; i trattati di fisiognomica, che interpretano il carattere in base all’aspetto esteriore. Ogni modello è applicato a un diverso tipo di testi: il primo alle parti autobiografiche delle lettere; il secondo ai discorsi apologetici degli Atti; il terzo alle immagini fisiche di Paolo proposte dai testi apocrifi. La tesi sostenuta è che, a differenza dell’occidentale moderno, individualista e autoreferenziato, Paolo è imbevuto di cultura collettivista ed orientato al bene del gruppo. La distinzione tra culture individualiste, dominate da una mentalità psicologica, e collettiviste, dominate da una mentalità sociale, spiega come non sia possibile interpretare il pensiero paolino da una prospettiva moderna. In base ai tre modelli utilizzati, Paolo emerge sempre come una persona orientata al gruppo, il cui ambiente culturale attribuiva importanza all’origine, alla nascita, alla provenienza geografica, alla parentela, all’educazione, alle capacità, ma anche ai “fatti di fortuna”, ossia alla prosperità che attestava il favore divino. Questi sono gli elementi tipici dell’encomio, di cui Paolo si serve in Galati, Filippesi e 2 Corinzi per rivendicare il proprio status e la propria autorità, ma anche del discorso forense di difesa, che rinveniamo in Atti 22-26, dove Luca mette in risalto non le caratteristiche individuali di Paolo, ma la sua integrazione nel gruppo e la sua conformità alle regole sociali. E sono anche gli elementi dei trattati di fisiognomica che, dagli stereotipi geografici, etnici, di genere e dalle tipologie anatomiche, deducono le caratteristiche morali di una persona: così gli Atti di Paolo e Tecla ci presentano l’apostolo con i tratti fisici del guerriero ideale, maschio, virile, nobile, autorevole. Il testo analizza poi i valori tipici delle culture collettiviste, come l’integrazione, la tradizione, il rispetto e il giudizio degli altri, l’involuzione sociale, gli stereotipi di genere e quelli relativi alla moralità, le relazioni interpersonali, il rapporto con la natura, l’orientamento temporale al presente o al passato: tutto per sostenere che in tali culture il comportamento sociale è determinato dagli obiettivi del gruppo, che mirano al bene comune. Il testo è spesso ripetitivo, ma la presentazione dei vari ritratti di Paolo secondo la prospettiva antica e la sua interpretazione come mediterraneo del I secolo imbevuto di cultura collettivista ci permette di cogliere più precisamente la sua personalità e il suo pensiero.

 Antonella Varcasia

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Tu sei il re dei Giudei?

GIORGIO JOSSA,
Carocci, Roma, 2014,
pp. 250, Euro 21,00

Il recente libro di Jossa si inserisce nella ricerca sul Gesù storico con diversi intenti: a) riaffermare il valore storico del Vangelo di Marco, preferibile a quello di Giovanni; b) ricostruire una vita di Gesù non focalizzata su aspetti della sua predicazione (il regno, i miracoli, la legge) o della sua personalità (profeta, guaritore, maestro), ma su uno sviluppo del suo pensiero ed una graduale presa di coscienza della sua missione; c) prendere posizione nei confronti delle precedenti ricerche sul Gesù storico, ridimensionando i criteri della dissomiglianza e della plausibilità, che considerano autentici solo i detti di Gesù che, rispettivamente, non trovano o trovano un parallelo nel giudaismo del suo tempo. L’autore sottolinea affinità e diversità di Gesù con le principali correnti giudaiche e conclude che egli non può essere appartenuto né ai Farisei, né ai Sadducei né agli Esseni né ai seguaci di Giuda il Galileo, mentre mostrerebbe più affinità con i movimenti apocalittici, messianici e penitenziali, come quello di Giovanni Battista, di cui avrebbe sicuramente fatto parte nella prima fase della sua vita, staccandosene poi per la graduale acquisizione di un’autocoscienza messianica e per una svolta alla sua predicazione, che si sposta dall’annuncio del giudizio a quello del regno di Dio. La fase galilaica di Gesù è infatti caratterizzata dall’annuncio dell’imminenza del regno, che non sarebbe né la liberazione dall’oppressione romana, né la restaurazione escatologica del popolo di Israele, né la realizzazione utopica di uno stato sociale egualitario: anche qui Jossa sottolinea un’evoluzione del pensiero di Gesù, il quale avrebbe dapprima auspicato un regno terreno e solo in un secondo momento avrebbe maturato la concezione di un regno trascendente. Solo così si spiegano alcune contraddizioni dei Vangeli: da un lato l’elezione simbolica dei Dodici e l’entrata trionfale a Gerusalemme, segni di una concezione regale; dall’altro il riconoscimento di legittimità al potere romano espresso nell’episodio del tributo a Cesare. Segno concreto del regno di Dio sono i miracoli: il successo della sua attività di taumaturgo avrebbe convinto Gesù che il regno di Dio non era solo vicino, ma era già in qualche modo presente, segnando un’ulteriore svolta nel suo pensiero ed alimentando la sua coscienza messianica: pur senza condividere l’idea nazionalistica del Messia davidico, Gesù avrebbe gradualmente compreso di essere l’iniziatore di una nuova era, quella dell’avvento del regno di Dio. Strettamente legata al regno è anche l’etica di Gesù, come si manifesta nelle antitesi del discorso della montagna, che evidenziano non un contrasto con l’etica giudaica della legge, bensì una sua radicalizzazione. Particolarmente importante è il capitolo dedicato all’autocoscienza messianica di Gesù, in cui Jossa analizza gli episodi dell’ingresso a Gerusalemme, del tributo a Cesare e della purificazione del Tempio per ridimensionarli, negandone il collegamento diretto con la condanna a morte di Gesù, il quale ha comunque una concezione diversa della messianicità, che non rinvia ad un sovrano guerriero che rifiuta il dominio romano. Circa poi la comprensione dell’inevitabilità della propria morte, Gesù vi sarebbe arrivato solo dopo la salita a Gerusalemme, quando, dovendosi scontrare con le autorità, avrebbe capito di dover mettere in conto la possibilità di venire ucciso. Di questa consapevolezza sarebbero prova sia l’Ultima Cena, svoltasi prima della Pasqua, perché Gesù sapeva che non sarebbe arrivato vivo al giorno festivo, sia le parole da lui pronunciate, che fanno riferimento alla propria prossima morte. Non solo, ma Gesù, vedendo allontanarsi la venuta del regno, avrebbe deciso solo allora di inserire la propria morte nel piano salvifico divino. Un ricostruzione della vita di Gesù basata quindi su uno sviluppo graduale del suo pensiero, che ci rende questa figura più viva ed umana.

 

Antonella Varcasia

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Dal battesimo allo “sbattezzo”

di PAOLA RICCA
Claudiana, Torino, 2015,
pp. 343, Euro 19,50

Questo complesso testo di Paolo Ricca affronta il sacramento cristiano per eccellenza, mettendone in luce origini, significato e prassi liturgica nelle diverse confessioni religiose. E’ quindi un libro storico, perché cerca di ricostruire l’istituzione e l’evoluzione del battesimo attraverso le Scritture e i documenti della prima cristianità e dei Padri della chiesa, fino alla svolta anabattista, alla Riforma e al Concilio di Trento, che hanno variamente influenzato le interpretazioni successive, per concludere con le proposte più moderne che tendono a superare l’attuale apartheid battesimale, segno di una divisione non tanto tra cattolici e protestanti, ma all’interno stesso del mondo evangelico.

Ma è anche un libro teologico, dogmatico e pratico, perché spiega ed argomenta le diverse posizioni e illustra approfonditamente le liturgie delle chiese cattoliche, ortodosse, battiste, evangeliche e pentecostali, mettendone in luce analogie e differenze.

Ma è soprattutto un libro ecumenico, il cui scopo non è quello di portare argomentazioni a sostegno dell’una o dell’altra interpretazione, o dimostrare la superiorità di una prassi o di una teologia, ma è quello di individuare gli elementi fondamentali comuni alle varie confessioni religiose, per pervenire al riconoscimento reciproco, nel rispetto delle specificità di ciascuno.

Al di là delle modalità liturgiche (aspersione o immersione, formula trinitaria o nome di Gesù, gesti rituali e simbolici, esorcismi, ecc.), o delle interpretazioni teologiche (valore salvifico attribuito all’acqua o idea della cancellazione del peccato originale), i due motivi fondamentali di divisione riguardano il battesimo dei bambini e il legame tra il battesimo d’acqua e quello di spirito. Sul primo punto Ricca, dopo aver esposto le prassi e le motivazioni scritturistiche e teologiche dei diversi schieramenti, e dopo aver ammesso che le Scritture e i testi antichi confermano una prassi maggioritaria del battesimo dei credenti, ma non escludono il pedobattismo, propone la soluzione del pastore battista Paul Fiddes, che concepisce il battesimo come un processo strettamente connesso ad un itinerario di formazione, che può precedere il battesimo o seguirlo, sfociando nella confermazione. L’unità può essere allora raggiunta attraverso il riconoscimento reciproco non delle prassi battesimali, ma del percorso di iniziazione, comune a tutti.

Quanto al secondo punto, il problema è se il dono dello spirito, che avviene nel battesimo, sia connesso con l’acqua o con l’unzione o con l’imposizione delle mani. Un elemento tipico del rito ortodosso, ad esempio, è l’unzione col myron, che costituisce un sacramento a sé stante, corrispondente alla cresima cattolica; anche i pentecostali considerano il battesimo dello spirito come un’azione separata da quella che porta, attraverso la conversione, alla confessione di fede del battesimo d’acqua: è un’esperienza distinta dal battesimo, generalmente accompagnata dal fenomeno della glossolalia. Anche qui Ricca suggerisce l’idea di Karl Barth, secondo il quale il battesimo di spirito precede quello d’acqua in quanto consiste nella conversione dell’uomo a Dio ed è quindi opera di Dio: come tale, è il fondamento della vita cristiana, il vero sacramento, mentre il battesimo d’acqua è la risposta del credente alla grazia concessagli di Dio, in ubbidienza al comandamento di Gesù.

Nell’epilogo viene spiegato il senso dell’unicità del battesimo cristiano, che si riallaccia al battesimo unico e irripetibile che abbiamo ricevuto sul Golgota. Non manca un brevissimo accenno alla curiosa pratica dello “sbattezzo”, che rende il testo completo ed esaustivo, forse un po’ appesantito dalla prolissa descrizione delle varie liturgie battesimali, ma di indubbio valore storico, teologico ed ecumenico.

Antonella Varcasia

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Il Vangelo secondo Harry Potter

PETER CIACCIO,
Claudiana Editrice, Torino, 2011,
pp. 110, Euro 10,00

 

Non so se avete letto i libri di Joanne Rowlings che narrano le avventure del celebre Harry Potter o se avete visto i film tratti da quei libri, ma questo testo del pastore Peter Ciaccio vi farà desiderare di conoscere più da vicino questo personaggio e il mondo magico nel quale la sua saga è ambientata. Il titolo non deve ingannare: non si tratta di teologia “pura”, ma di un gustoso (per quanto serio) tentativo di ritrovare – nei libri come nei film della serie – echi e suggestioni cristiane o, più generalmente, bibliche, in polemica con chi vede in questi racconti fantasy uno strumento di Satana che, attraverso l’istigazione alla magia, spinge i ragazzi verso il Male. Niente di più falso: e Peter Ciaccio ce lo dimostra, rintracciando nell’opera della Rowlings i concetti di vocazione e di predestinazione, i temi della morte e dell’amore, gli inganni del potere e il senso della giustizia, e stabilendo addirittura un confronto tra le “maledizioni senza perdono”, proibite nella scuola di magia di Hogwarts, e il “peccato imperdonabile” contro lo Spirito Santo di cui parla Gesù nel Vangelo di Matteo. Queste suggestioni cristiane, di cui forse l’autrice stessa è inconsapevole, convivono nella sua opera accanto ad echi della mitologia classica, celtica e nordica, con l’effetto di indirizzare i minori verso una crescita responsabile e una giusta presa di posizione nell’eterna lotta tra il Bene e il Male. La saga di Harry Potter è un classico romanzo di formazione, in cui la magia è solo uno strumento per catturare l’attenzione dei lettori divertendoli e stimolandone la fantasia. Infatti, essa non è offerta come la facile soluzione a tutti i problemi: è un dono, ma è anche una conquista, perché la si raffina con l’impegno e lo studio, e il mondo magico in cui Harry si muove non è alternativo, ma parallelo al nostro e non è un mondo idilliaco, ma ripropone le stesse dinamiche del nostro mondo, gli stessi problemi, le stesse paure; inoltre, l’uso della magia è vietato al di fuori della scuola di Hogwarts. Perno centrale del pensiero della Rowlings sembra essere, secondo Ciaccio, il superamento di una visione dualistica del mondo, a favore di una maggiore complessità del singolo individuo: lo stesso Harry, lungi dall’essere l’eroe per eccellenza, è pieno di dubbi, incertezze e sfumature ambigue che lo rendono perfettamente “normale”. Il superamento del banale schematismo bianco-nero e buono-cattivo è un monito contro ogni razzismo, che ci riporta alle parole di Paolo nella lettera ai Galati: “Non vi è nè Giudeo, nè Greco; non vi è nè servo, nè libero; non vi è nè maschio, nè femmina, poiché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”.

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Piccola guida alla preghiera

PRITCHARD John,
Claudiana, Torino, 2011,
pp. 214, Euro 14,50

Consiglio a tutti la lettura di questo piccolo libro: è di quelli che lasciano il segno, che ci arricchiscono, non di nozioni, ma di spiritualità. Non è una raccolta di preghiere, né un trattato di teologia pratica, né una storia della preghiera, né un manuale in senso tecnico, ma una guida che vuole accompagnarci in un cammino spirituale, senza pretendere di darci insegnamenti su un’espressione così personale della fede come la preghiera che, per sua stessa natura, non può essere strutturata senza perdere la sua essenza, cioè la spontaneità e la sincerità, che non può obbedire a delle regole, non può essere inquadrata in uno schema senza diventare retorica, finendo per essere pronunciata con la bocca e non con il cuore. Il testo del vescovo anglicano Pritchard non ha questa pretesa, ma, con uno stile semplice, colloquiale, fraterno, ci conduce alla scoperta dei diversi modi di pregare, aiutandoci a comprendere qual è quello più affine alla nostra sensibilità: dalla preghiera-freccia (Dio, aiutami!), pronunciata di getto per un’improvvisa emozione, che stabilisce un contatto veloce, traducendosi in una chiacchierata con Dio in mezzo al frastuono degli adempimenti quotidiani, alla preghiera-conversazione, che affronta in modo serio le questioni importanti, riservando a Dio un tempo ed uno spazio esclusivi per ringraziarlo, implorare il suo perdono, chiedergli aiuto, fino alla meditazione, che comporta la pura contemplazione, l’ascolto del silenzio e l’intimo godimento di Dio. Ognuno di noi troverà rispecchiato il proprio modo di pregare. Non importa se siamo più portati ad una preghiera di tipo francescano, che soddisfa l’emotività, o di tipo celtico, che vede la presenza di Dio in tutti gli aspetti della vita quotidiana, o di tipo benedettino, che privilegia la dimensione comunitaria; non importa se il nostro modello di preghiera appartiene alla scuola di Pietro, più strutturata, o a quella di Paolo, più intellettuale, o a quella di Giovanni, più riflessiva: quello che conta è trovare tempo per un incontro con Dio. Pritchard sottolinea l’importanza non tanto della quantità di tempo che si dedica a Dio, quanto della costanza: stabiliamo noi ora, luogo e durata dell’appuntamento, ma non manchiamo all’incontro! Alternando suggerimenti, domande, citazioni, esercizi pratici, piccoli brani edificanti, episodi divertenti, brevi preghiere, Pritchard riesce a stimolare la nostra volontà di rendere più intimo il nostro rapporto con Dio, facendolo diventare a poco a poco il punto di riferimento costante della nostra vita. Il testo ci dice come tirar fuori dal profondo quello che vogliamo dire a Dio, ci insegna a trovare materiale per la preghiera in ogni atto della vita quotidiana, in ogni persona che incontriamo, ci spiega come dominare le distrazioni che spesso ci assalgono mentre preghiamo, ci mostra delle tecniche efficaci per ricordare gli altri a Dio nelle nostre preghiere (ad esempio, associare ad una diversa persona ogni dito della mano). Non tutto in questo testo è condivisibile: specie ad una mentalità protestante alcune tecniche, come l’uso di candele o di fotografie o di sedie particolari o di altri oggetti (ad esempio un sasso per rappresentare il peccato) o lo sfruttamento della sollecitazione estetica provocata da una musica, un quadro, una poesia, possono farci sorridere o addirittura sembrarci fuori luogo, ma, se ci lasciamo sedurre da ciò che è inconsueto, potremmo sperimentare modalità suggestive, come quella che risale ad Ignazio di Loyola, il quale rievocava un episodio del Vangelo coinvolgendo tutti i cinque sensi, immaginando di vivere in prima persona quell’episodio, di stare  faccia a faccia con Gesù e parlare con lui. Ognuno di noi, chi crede e chi no, chi è abituato a pregare e chi no, chi vorrebbe pregare, ma non sa da che parte cominciare, chi si vergogna, chi si rivolge continuamente a Dio: tutti trarranno giovamento da questo testo e ne usciranno arricchiti.

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Martin Lutero (1483-1546)

MARIO MIEGGE,
Claudiana Editrice, Torino, 2013,
pp. 180, Euro 12,50

Il titolo di questo libretto è piuttosto fuorviante: non si tratta infatti di una biografia del grande Riformatore, né di un’esposizione della sua teologia: Lutero è solo il pretesto, in quanto iniziatore della Riforma, per indagare il complesso intreccio tra componenti storiche, sociali, politiche ed economiche che fanno da sfondo, ma anche da elemento propulsore della Riforma o che sono da essa influenzate. L’esposizione narrativa e lo stile scorrevole rendono facile la lettura, specialmente nella prima parte, più storica, che tratteggia le caratteristiche della società medievale, fondata sulla compenetrazione tra pubblico e privato; le origini della Riforma, da rintracciare anche nell’Umanesimo e nella diffusione della stampa e della lingua volgare, che l’hanno trasformata in una rivoluzione anche culturale; l’opera dei Riformatori. L’attività di Lutero è ripercorsa dalla scoperta di Paolo alle indulgenze, dalle 95 tesi alle bolle di scomunica, dalla critica al potere della Chiesa all’idea del sacerdozio universale, dalla discussione sui sacramenti al rapporto tra fede e opere, dalla libertà del cristiano alla dottrina dei due regni, dalla guerra dei contadini al contrasto con Muntzer e l’anabattismo. Anche l’apporto di Calvino è colto attraverso le sue fasi principali, dalla controversia con Sadoleto alla formulazione dei capisaldi del suo pensiero: il “soli Deo gloria”, la predestinazione, il concetto di Chiesa come compagnia dei fedeli, il conservatorismo politico, le differenze da Lutero. Alla teologia del patto, elaborata da Bullinger, vengono collegate la rivoluzione religiosa scozzese e la fondazione delle colonie americane. La parte storica si allarga  a comprendere la prima rivoluzione inglese e il Puritanesimo, visti come risultato di una crisi politico-religiosa dell’antico ordine sociale, che crea il passaggio dalla concezione medievale di confusione tra Chiesa e Stato ad una concezione di netta separazione; la seconda rivoluzione inglese; il risveglio wesleyano; la protesta mennonita: il tutto sullo sfondo dello sterminio degli Indiani d’America e della tratta degli schiavi come frutto dell’imperialismo anglosassone, conseguenza, a sua volta, della dottrina della predestinazione. Leggermente più ostico il capitolo sull’etica protestante, in cui si affronta l’idea del lavoro in Lutero e Calvino, attraverso la dottrina della vocazione, che diventa critica sociale, laddove, in nome di un dovere cristiano dell’attività e dell’impegno, si condannano l’ozio e l’improduttività e si respinge l’idea tradizionale della carità. Grande spazio è lasciato alla famosa tesi di Weber sul rapporto tra etica protestante e capitalismo e alla sua contestazione da parte di storici successivi, che spostano l’accento sugli aspetti politici più che economici del Puritanesimo, che per primo trasformò la politica in un fatto collettivo, in un movimento organizzato dal basso che, solo a seguito della Restaurazione, fu nuovamente confinato nell’ambito privato ed economico. Completa il libro un epilogo sull’influenza del principio protestante della ricostruzione di se stessi nella letteratura e nella filosofia dal 1700 al 1900, mentre due appendici, dedicate alle eresie medievali e alle Chiese riformate, restano a livello di semplici citazioni. In sostanza, un testo che ha forse l’ambizione di mettere troppa carne al fuoco, ma che riesce ad esprimere bene l’intreccio tra elementi storici, politici, economici e religiosi che sono alla base di ogni evento di rottura con il passato e di trasformazione.

Antonella Varcasia